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venerdì 29 maggio 2020

TRIBUNALE INGLESE RINVIA AL 22 GIUGNO LA DECISIONE SULLE 31 TONNELLATE D' ORO DEL VENEZUELA CUSTODITE NEL BANK OF ENGLAND....(CHE PERO' DA BUON SERVITORE USA LE HA BLOCCATE DA TEMPO.)


Tribunale inglese ha rinviato al 22 giugno l'udienza per decidere sulle 31 tonnellate d'oro -del valore di 1 miliardo e 700 milioni di dollari- richiesti dal Banco Centrale del Venezuela (BCV) dopo la reiterata negativa del Banco d'Inghilterra a restituire i lingotti d'oro. Qesti sono presenti nei suoi forzieri a titolo di “custodia”.
Il Venezuela ne chiede la restituzione dall'ottobre del 2018, quando le sue riserve ammontavano a 31 tonnellate, ma il Banco d'Inghilterra si barrica dietro argomentazioni di tipo “politico” -non riconosce la “legittimita'” del governo bolivariano-per rifiutare la restituzione di quel che non gli appartiene.

Le autorita' del paese sudamericano hanno concordato con l'ONU un programma che prevede l'utilizzazione parziale (1 miliardo) della somma illecitamente trattenuta, per l'acquisto di medicine, attrezzature mediche e alimenti per poter affrontare la pandemia in condizione adeguata.

“«Siamo d'accordo con il Programa delle Nazioni Unite (PNUD) che siano loro a ricevere direttamente i fondi -dice Calixto Ortega, presidente del BCV- Sono le Nazioni Unite a coinvolgersi ufficialmente, con la loro neutralita' e indipendenza, pertanto non vi e' pericolo di nessuna trama oscura”.

Il presidente della banca centrale ha sottolineato con fervore “Continueremo a batterci per la restituzione dell'oro ..speriamo di ottenere giustizia e salvare la vita dei venezuelani durante questa pandemia”.
La vicepresidenta del paese caraibico Delcy Rodríguez, si e' detta soddisfatta per la continuazione del processo, evidenziando che “l'oro e' un patrimonio del Paese, non dell'organizzazione criminale diretta dal deputato golpista Juan Guaidó...”

Quest'ultimo non ha mai partecipato ad un'elezione presidenziale, ma e' stato designato da Donald Trump ad occupare fittiziamente la prima carica. Ma Trump non ha titoli per designare le autorita' della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ne' il Bank of England puo' stornare riserve auree a vantaggio di una fazione piu' convienente ai suoi interessi.

Tratto da http://selvasorg.blogspot.com/

martedì 24 settembre 2019

Jean Ziegler: La rivolta diventa un fronte attivo delle resistenze



“Il capitalismo finanziario e' responsabile dell'insicurezza sociale ed ecologica delle popolazioni” asserisce Jean Ziegler, ex Relatore speciale dell’ONU sui diritti alla alimentazione. Lo scrittore svizzero e' uno dei critici lucidi della globalismo, nel corso di un'intervista concessa a Ipar Dieter Hintermeier di Junge Welthe, sostiene che non tutto e' nero in questo quadro presente in cui sopravviviamo con maggiori stenti e paure. J.Ziegler percepisce e segnala la moltiplicazione di fronti di resistenza, e reti critiche ed
attive contro l'imperio autoritario dell'economia monopolizzata. Sotto la superficie dell'ovvieta' esiste e resistono forze critiche, che attingono ad altre visioni ed anno trafitto la “fine della storia”. Qui ci soffermiamo particolarmente sulle considerazioni di J. Ziegler riguardanti la NATO, Cuba e il Venezuela. L'intervento della NATO nel conflitto dell'Ucrania e' parte della politica di “accerchiamento della Russia” e costituisce una aggressione per quel paese.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha generosamento elargito ben 4,5 miliardi di dollari alla Giunta golpista di Kiev: finanziamento avente una prevalente e squisita motivazione “politica”, non certo economica. “Bisogna dissolvere la NATO. Oggi non serve piu' e si limita a essere uno strumento delle grandi imprese nord-americane. Vi ricordo che il Patto di Varsavia venne ugualmente sciolto. L'Occidente dovrebbe seguire questo esempio, dopotutto la Russia fa parte del continente europeo. Le sanzioni e le provocazioni contro questo paese devono finire” dice con forza l'ex deputato svizzero.

La Russia, con la Cina e Cuba difendono il legittimo presidente venezuelano Maduro, mentre l'Occidente lo avversa con chiaro risentimento camuffato, sul punto di tracimare in colpi bassi intinti di llegalita' e ferocia contro la popolazione civile. Questa, in una unione “civico-militar” con le forze armate, ha scelto di seguire l'esempio di Simon Bolivar, precorrendo i sentieri della battaglia antimperialista e anticolonialista, che oggi passa attraverso la sovranita' popolare e l'antiberismo.

Jean Ziegler coglie la similitudine con il Cile del 1973, dove il presidente Salvador Allende venne assassinato. Dopo una preventiva campagna di sabotaggi pianificati dalla CIA, puntuali arrivarono le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, culminati con uno sciopero generale dei camionisti che mise in ginocchio il paese. “tutto questo e' avvenuto sotto l'egida di Richard Nixon e del suo consigliere Henry Kissinger” chiarisce Ziegler. “Perche'? Semplicemente per permettere alle grandi imprese USA di recuperare il rame cileno che Allende aveva preso (nazionalizzato)”. Una situazione simile si sta inscenando in Venezuela.

L'offensiva della Casa Bianca per imporre il ritorno di qualche tipo di “neo-pinochetismo” ha investito ora anche Cuba, colpevole di esistere e di permanere come l'invitto “bastione socialista” sul contenente americano. La clava di Trump e' calata con forza contro l'isola che oggi e' teatro di un fiorente turismo internazionale, e che ha aperto ad alcune forme di proprieta' privata. J. Ziegler si dichiara favorevole alla possibilita' che i “cubani possano formare piccole imprese..ma la gente riconosce il valore di quel che hanno positivamente realizzato. “Penso, per esempio, all'eccellente servizio sanitario, alla riforma agraria e all'abolizione delle leggi razziste, immediatamente dopo la vittoria di 60 anni fa” manifesta l'ex relatore dell'ONU sui diritti alimentari.

Sulle nuove formazioni politiche e movimenti che agitano l'Europa a versione unica di Bruxelles, demonizzati come “pernicioso populismo”, l'ex deputato socialista svizzero originario di Ginevra fa una lettura differente. “La rivolta si rinfocola dappertuttto, anche all'esterno della sinistra organizzata.. assistiamo a una moltiplicazione dei fronti di resistenza in tutti gli aspetti della vita. Un nuovo soggetto storico sta emergendo e include milioni di donne e uomini appartenenti a popoli, culture, classi sociali animate da una stessa idea ”io sono l'altro, l'altro è me”.

Sotto la superficie, nelle pieghe nascoste in cui e' relegata e silenziata la critica pratica delle forze agenti, Jean Ziegler evidenzia che “non cisono comitati centrali ne' linee di partito.. La societa' civile internazionale e' composta da innumerevoli fronti di resistenza attivi in tutti i continenti, nei punti piu' sorprendenti, contro l'ordine mondiale cannibale..si tratta di movimenti sociali molto diversi: Via Campesina e' una federazioneinternazionale che rappresenta piu' di 120 milioni di affittuari, giornalieri agricoli, piccoli proprietari e assegnatari; i movimenti femministi che lottano contro la discriminazione e la violenza ai danni delle donne e giovani..Greenpeace, i cui membri tentano di evitare i pericoli per la natura e la bio-diversita'...o il movimento di studenti « Fridays for Future » in lotta contro il cambiamento climatico. Esistono migliaia di movimenti sociali, anticapitalisti, grandi e piccoli, locali e internazionali. Insieme formano un tutto in lotta contro la barbarie capitalista”.

Source

Jean Ziegler, nato nel 1934 à Thoune, in Svizzera, con il nome di Hans Ziegler. E' uno dei principali critici contemporaneiI della mondializzazione. E' professore emerito di sociologia, Relatore speciale dell'ONU sui diritti all'alimentazione. Ha scritto numerosi libri. Giovanissimo, stringe un'amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, tra altri, incontro' Che Guevara a Ginevra.

Jean Ziegler, Le capitalisme expliqué à ma petite-fille (en espérant qu’elle en verra la fin), éd. Seuil, 2018

venerdì 11 maggio 2018

Siempre con FIDEL - "Discorso pronunciato da Fidel all’ ONU il 22 ottobre 1995 nella solenne sessione commemorativa del cinquantenario."

Fidel in una quadro all'interno salone  ICAP di Santa Clara


Signor Presidente
Signor Segretario Generale
Eccellenze

Mezzo secolo fa si costituirono le Nazioni Unite dopo una terribile guerra nella quale in media,nella quale andarono perdute in media, ogni anno, nelle fasi più intense, 10 milioni di vite. Oggi, 20 milioni di uomini, donne e bambini muoiono ogni hanno di fame e di malattie curabili.

Alcuni popoli ricchi hanno prospettive di vita fino ad 80 anni. Altri raggiungono appena i 40.

Sono miliardi ai quali si tronca la vita. Fino a quando dovremo attendere perche cessi questa strage?
Ha avuto termine la guerra fredda, ma continua la corsa agli armamenti e si mantiene l’egemonismo militare e nucleare.

Fino a quando si dovrà attendere per la messa al bando totale di tutte le armi di sterminio di massa per il disarmo universale e l’eliminazione dell’uso della forza, della prepotenza e delle pressioni nelle relazioni internazionali?

L’anacronismo privilegio del veto e l’uso abusivo del Consiglio di Sicurezza da parte dei potenti che instaurano un nuovo colonialismo nelle stesse Nazioni Unite.
L’America Latina e l’Africa non hanno un solo membro permanente nel Consiglio di Sicurezza. L’India in Asia, con quasi un miliardo di abitanti non vanta responsabilità.

Fino a quando si dovrà attendere prima che divengano realtà la democratizzazione delle nazioni Unite, l’indipendenza e parità sovrana degli stati, il non intervento nei loro affari interni e la vera cooperazione internazionale???

discorso all'ONU
I prodigiosi avanzamenti della scienza e della tecnologia si moltiplicano giorno per giorno, ma i loro benefici non giungono alla maggioranza dell’umanità, rimangono fondamentalmente al servizio del consumismo irrazionale de dilapida risorse limitate e minaccia gravemente il pianeta.
Fino a quando si dovrà attendere perché si abbia razionalità, equità e giustizia nel mondo??
Si riducono i boschi, si avvelena l’aria, si inquinano i fiumi. Innumerevoli specie di piante e animali si estinguono, i terreni si impoveriscono, antiche e nuove epidemie si estendono mentre la popolazione cresce e si moltiplicano le legioni degli espropriati.

Le prossime generazioni raggiungeranno la terra promessa mezzo secolo fa??

Quante centinaia di milioni di persone sono già morte senza contemplarla??

Quante vittime dell’oppressione e del blocco, della povertà, della fame, e della insularità ?

Quanti ancora dovranno cadere?

Vogliamo un Mondo
Senza egemonismo,
Senza armi nucleari,
Senza interventismi,
Senza razzismo,
Senza odi nazionali o religiosi,
Senza oltraggi alla sovranità di nessun paese, con il rispetto dell’indipendenza e dell’autodeterminazione dei popoli,
Senza modelli universali che non tengano in considerazione le tradizioni e la cultura di tutte le componenti dell’umanità, 
Senza crudeli embarghi che uccidono uomini donne e bambini, giovani e anziani come silenziose bombe atomiche.

Vogliamo un mondo di pace, giustizia e dignità in cui tutti, senza alcuna eccezione abbiano diritto al benessere e alla vita.



giovedì 31 luglio 2014

La menzogna è guerra : La vergognosa immunità


Enzo Pellegrin *
 
Ogni volta che l'Occidente interviene contro un suo obiettivo, lo dipinge come nemico del diritto delle genti, dei diritti fondamentali dell'uomo e dell'autodeterminazione dei popoli. Il pubblico occidentale è stato abituato a veder accompagnare gli interventi militari, le ingerenze di varia forma contro legittimi governi da proclami circa asserite gravi violazioni del diritto internazionale e crimini contro l'umanità.

Nel corso dell'intervento contro il colonnello Gheddafi, fu richiesta ed accolta l'emanazione di un mandato di cattura da parte della Corte Penale Internazionale. Il leader libico e suo figlio, capo dei servizi segreti, furono accusati di aver ordinato un'ondata di omicidi e di sparizioni forzate nei confronti di presunti oppositori, a partire da metà febbraio, con l'inizio delle proteste di Bengasi [1] Fu il secondo mandato d'arresto emesso dalla Corte penale internazionale per un capo di stato in carica, dopo quello spiccato nel 2009 nei confronti del presidente sudanese Omar al-Bashir.

Con l'inizio della crisi siriana, il governo di Assad fu ripetutamente accusato di aver utilizzato contro gli asseriti "ribelli" armi chimiche in violazione delle convenzioni internazionali, così come di aver favorito la perpetrazione di crimini di guerra. Con la usuale laconicità, l'alto commissariato ONU per i diritti umani, in persona di Navi Pillay, dichiarò di possedere prove massicce di crimini gravi, crimini di guerra e crimini contro l'umanità che coinvolgevano la "responsabilità ai più alti livelli di governo, compreso il capo dello Stato" [2]

Trovare prove del concorso del potere nei fatti di sangue si rivela quasi sempre una probatio diabolica - una missione impossibile - nelle democrazie borghesi. Ustica e le stragi di stato in Italia, insegnano. Come invece questo accada in poco tempo nei confronti dei dichiarati nemici esterni del blocco occidentale, partendo poi gli investigatori da una posizione tutt'altro che istituzionale, desta sempre grosse perplessità quando non sarcastici sorrisi.

Polemiche a parte, l'uso del diritto internazionale si è sempre prestato a fornire i colpi più duri nei confronti dei nemici di volta in volta individuati dal blocco imperialista occidentale, spesso costruendo il patibolo dell'esecuzione.

Per converso, nei confronti delle pedine alleate dell'imperialismo ovvero nei confronti dei suoi baluardi la severa scure giuridica a difesa dei diritti dell'umanità è rimasta il più delle volte riposta negli appositi armadi.

Il giovane stato israeliano, nato nel laboratorio politico-giuridico del sionismo di Ben Gurion, Weizemann e Wise, è l'esempio fulgido del fenomeno "due pesi, due misure". Sin dal brodo di coltura in cui nacque, mise in fila crimini comuni, crimini di guerra nonché le più disparate violazioni dei diritti umani, del diritto delle genti.

Senza voler fare una lunga cronistoria, né senza limitarsi ai soli strepiti recenti, appare interessante ricordare come lo "Zionist Biltmore Program", approvato nel maggio 1942 all'Hotel Biltmore di New York da 600 eminenti ebrei americani e 67 dirigenti sionisti di tutto il mondo, sotto la guida di David Ben Gurion e del rabbino americano Chaim Weizemann, si prefiggesse il dominio ebraico su tutta la Palestina, la creazione di un esercito ebraico, l'immigrazione illimitata degli ebrei nel futuro stato di sion. Scopi che sarebbero costati ad altri l'accusa di ingiustificata aggressione ai danni di un popolo quando non di genocidio: un tale programma sarebbe potuto figurare tra gli elementi dei capi di accusa a quel processo che di lì a poco si sarebbe celebrato a Norimberga come aggressione ad una popolazione inerme. Ai sionisti il programma valse invece l'installazione duratura del loro movimento nel sistema di dominio americano del Medio Oriente. L'accresciuta importanza del petrolio rendeva necessario per le esigenze dell'imperialismo USA un sicuro baluardo strategico in una regione instabile: Israele divenne e rimase quel sicuro baluardo per mezzo del movimento sionista. "Dopo tre decenni di protezione inglese, i sionisti si apprestavano all'atto conclusivo del loro piano di conquista in una condizione nuova: non dipendevano più dalla sola buona volontà britannica" [3].

Quanto poi al preordinare persecuzioni nei confronti di civili o al tanto abusato termine di "pulizia etnica", merita ricordare ciò che avvenne dopo l'evacuazione britannica dalla Palestina. L'Agenzia Ebraica aveva predisposto sin dal 1941 una serie di piani strategici per la conquista di quello che sarebbe poi stato il territorio sotto la sovranità del futuro stato ebraico. Uno di questi, il Piano D o "Dalet" si realizzò nella realtà: i reparti dell'Haganah e degli altri organismi militari sionisti (Irgun Zwai Leumi, Banda Stern ed altri) occuparono e presero il controllo di caserme, uffici pubblici, posti di polizia che di volta in volta venivano abbandonati dalle Autorità Britanniche; essi presero inoltre possesso di tutti i villaggi palestinesi adiacenti alle esistenti colonie ebraiche, stabilirono il controllo delle vie di comunicazione, strinsero d'assedio le località abitate dagli arabi. Tra le "misure per garantire la sicurezza della rete di difesa ebraica" fu prevista la distruzione dei villaggi che non potevano essere occupati o l'occupazione integrale di località con espulsione degli abitanti. In particolare, nel 9 aprile 1948, truppe dell'Haganah conquistarono il villaggio di Deir Yassin, dopodichè si ritirarono lasciando mano libera agli uomini dell'Irgun e della banda Stern che provvedettero al massacro di 254 persone tra uomini, donne, vecchi e bambini palestinesi. Dopo Deir Yassin oltre 474 centri abitati arabi furono occupati dalle forze sioniste ben 385 furono distrutti e scomparvero per sempre dalla carta geogeafica. Moshe Sharrett diede successiva voce alle intenzioni di una tale condotta: "I rifugiati troveranno il loro posto nella diaspora. Grazie alla selezione naturale certi resisteranno, altri no. La maggioranza diverrà un rifiuto del genere umano e si fonderà con gli strati più poveri del mondo arabo" [4]. Parole che a Norimberga sarebbero echeggiate nelle accuse e nelle requisitorie dei pubblici ministeri per altri personaggi storici ed altre vicende.

Quanto all' "ordinare omicidi", merita ricordare che dopo la proclamazione del neonato stato ebraico nel 1948 e l'inizio del conflitto con gli eserciti arabi, Folke Bernadotte, mediatore inviato dall'ONU ed incaricato di predisporre uno dei primi piani di pace, divenne bersaglio di un piano omicida. Fu deciso dalla Banda Stern, già responsabile del massacro di Deir Yassin. La decisione è opera dei membri che dirigevano l'organismo militare al'epoca: Israel Eldad, Nathan Yellin Mor e Ytzhak Shamir (che divenne primo ministro di Israele). I militari attesero lo svedese, parente della famiglia reale, sulla strada per Rehvot dove era atteso per una ispezione, e lo finirono in un agguato con fucili mitragliatori.

Questo è il brodo primordiale in cui si sviluppò e nacque lo stato ebraico. Inquietante appare il parallelismo storico: mentre sul banco degli accusati di Norimberga le potenze vincitrici contestavano accuse consistenti in atti di omicidio, brutalità, pulizia etnica, genocidio, soluzioni finali e selezione naturale dei detenuti nei campi di sterminio, un processo del tutto simile si ripeteva negli atti del sionismo, creatore dello stato ebraico.

Una volta affermata l'indipendenza dello stato ebraico, il governo di israele inaugurò la dura politica volta ad impedire il ritorno dei palestinesi nei territori occupati; lo storico israeliano Benny Morris calcolò in una conferenza tenuta alla fine del 1990 che migliaia di palestinesi che tentavano di rientrare nei territori per recuperare beni di loro proprietà furono uccisi da civili e militari israeliani nei primi anni di vita dello Stato Ebraico: il 99 per cento di quelli che si infiltravano non erano armati, ma contadini poveri che tornavano a raccogliere frutti dagli agrumeti a loro un tempo appartenuti. [5]

Con l'operazione "Pace in Galilea" della fine degli anni 80, Meahem Begim, capo del governo israeliano, già leader dell'Irgun Zwai Leumi [6], volge l'azione persecutoria dello stato ebraico contro i palestinesi oltre i confini dello stesso: in Libano, ultimo territorio in cui i palestinesi godevano di una minima indipendenza ed autodeterminazione dopo i fatti del "settembre nero". Sotto la roboante etichetta di una nuova "legalità internazionale", con la scusa di sgominare l'OLP, il ministro ex terrorista Begim affermò il diritto di Israele di intervenire in Libano in qualsiasi momento e sferrò di conseguenza l'attacco contro l'embrione di una comunità indipendente palestinese che si andava dotando faticosamente di un sistema politico, scolastico, di ospedali e trasporti, organismi economici e Università. Nel conflitto libanese, il 16 settembre si perpetrò il vergognoso massacro di Sabra e Chatila. Oltre quattrocento falangisti della destra cristiana libanese furono introdotti nei campi di Sabra e Chatila. In due giorni (dal 16 al 19 settembre) massacrarono più di 3000 palestinesi allo scopo di seminare un orrendo terrore in tutto il popolo con torture prima dell'assassinio e mutilazioni. Furono fucilate intere famiglie lasciando vivo un superstite perchè potesse testimoniarne la brutalità, furono fatte saltare in aria con la dinamite le case dei profughi con le persone rinchiuse dentro.

Oltre Sabra e Chatila, il bilancio dell'operazione "Pace in Galilea", secondo dati forniti dalla polizia libanese, vide negli aggrediti 19.085 morti, 30.302 mutilati e feriti. L'84 per cento delle vittime erano civili, il 33 per cento di questi aveva meno di quindici anni ed il 24 per cento più di cinquanta. Nel Libano Meridionale, dei 92.000 rifugiati palestinesi che vi vivevano, oltre 60.000 rimasero senza tetto [7].

Fatti di questo genere si aggiungono alle innumerevoli violazioni delle risoluzioni dell'ONU, alle violazioni odierne compiute nella vergognosa azione sulla striscia di Gaza. La scusa è sempre la stessa: la necessità di colpire un'organizzazione asseritamente giudicata terrorista offre il destro per lo sterminio ed il genocidio della popolazione civile palestinese, vero ostacolo agli interessi dello stato ebraico e del blocco imperialista di cui è baluardo. Manlio Dinucci ha chiarito bene sul Manifesto gli obiettivi di conquista delle fonti energetiche di gas naturale al largo di Gaza, soprattutto per sottrarlo alle società russe che stavano raggiungendo un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti.

Per raggiungere questo obiettivo lo stato ebraico, conformemente alla spietatezza e mancanza di scrupoli morali dimostrata sin dalla nascita, non esita ad utilizzare armi sperimentali sulla popolazione civile: bombe DIME che "contengono tungsteno, un metallo cancerogeno, che permette di produrre esplosioni incredibilmente distruttive, capaci di tagliare la carne e le ossa, spesso troncando gli arti inferiori delle persone all'interno del loro raggio d'azione." [8].

Contro questo baluardo della politica imperialistica occidentale, il diritto internazionale che il blocco occidentale ha più volte utilizzato per fomentare le campagne contro i suoi nemici, giustificandone l'annientamento, si è prodotto nella condotta dei "due pesi due misure", restando più volte indifferente, rafforzando le speciose giustificazioni difensive, applicando sanzioni manifesto di fatto inutili o mai seriamente applicate, garantendo insomma una più che vergognosa immunità allo stato ebraico.

La sovrastruttura giuridica internazionale, pur se debole di costituzione, svolge quantomeno quel ruolo tutt'altro che imparziale che il diritto interno svolge per il conflitto sociale: costituire una finta gabbia di asserita imparzialità per favorire gli interessi del blocco sociale o politico dominante. Questo è pure un profilo sotto il quale la situazione palestinese offre uno spunto accoglibile di riflessione sulla repressione del conflitto sociale in Italia e soprattutto, in Valsusa, teatri dove oggi più che mai la politica dei due pesi e due misure è applicata in modo eclatante. Diritto usato in modo maniacalmente sistematico e vigilesco nei confronti del conflitto sociale, drammaticamente nei fatti insufficiente nei confronti dei blocchi di interesse che legalmente stanno uccidendo società, lavoro, ricchezza, ambiente, risorse e territorio.

Prendere coscienza dei meccanismi dell'imperialismo e del capitalismo significa indubbiamente sollevare anche questa contraddizione: la legalità internazionale è spesso legalità che uccide, opprime, regola in base ad interessi antipopolari, con lo stesso identico meccanismo col quale la legalità interna nelle società capitaliste garantisce l'oppressione, lo sfruttamento e la perpetuazione di quei rapporti di produzione tanto cari a Bertolt Brecht. Quei rapporti di produzione che nelle fasi di crisi del capitale, finiscono spesso per portare in qualche modo anche la morte.

*
Enzo Pellegrin, componente collegio di difesa del Movimento NO TAV.
Note

1. http://www.amnesty.it/arrestare-e-processare-gheddafi-suo-figlio-e-capo-dei-servizi-segreti.
27.6.2011.

2. Siria, l'Onu accusa Assad: "Ha autorizzato crimini di guerra e contro l'umanità", La Repubblica on line, 2.12.2013, http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/02/news/siria_jihadisti_sequestrano_suore_del_convento_di_maalula-72507285/
  1. Filippo GAJA, Le frontiere maledette del Medio Oriente, cap. 30, "Un Mosè da Oltre Atlantico", Maquis ed. 1991, p. 180.

    4. Archivi dello Stato di Israele, ministero degli affari esteri, documentazione sui rifugiati,doc. n. 2444/19 in F.GAJA, Op.cit. p. 197

    5. F. GAJA, Op. cit. p. 206

    6. Organizzazione militare nazionale attiva nei fatti terroristici degli anni che portarono alla fondazione dello stato ebraico

    7. F. GAJA, op. cit. p. 218.

    8. Israele sta usando armi sperimentali sui civili di Gaza, dicono i medici, www.resistenze.org - popoli resistenti - palestina - 16-07-14 - n. 507, Rania Khalek | electronicintifada.net - Traduzione da contropiano.org


(foto2 )Ormai la maggioranza idiotizzata  è asservita all'informazione che il potere passa
Foto inserite da amministratore blog corrente , foto 2 tratta da :

giovedì 15 maggio 2014

La necessaria e giusta indipendenza del Sahara Occidentale /La necesaria y justa independencia del Sahara Occidental


 Le cause giuste sono invincibili e il destino degli oppressori dei popoli è la sconfitta

Ernesto Gómez Abascal

12/05/2014

Questo mese si compiono i 41 anni dall'inizio della lotta del Fronte Polisario contro l'occupazione illegale del suo territorio da parte della monarchia marocchina.

Malgrado la lotta del popolo saharawi inizi molto tempo prima, fu nel maggio del 1973 che si costituì il Fronte Polisario e iniziò la lotta organizzata per ottenere l'indipendenza nazionale.

Il colonialismo spagnolo, dopo essere stato sconfitto a Cuba nel 1898, aveva occupato quel territorio - conosciuto come Saguia el-Hamra [Canale rosso] e Río de Oro - quasi completamente desertico del nordest africano, con una popolazione scarsa e fondamentalmente nomade, ma molto ricco di fosfati e con appetibili banchi pescosi di fronte alle sue coste, entro le sue acque territoriali.

La Spagna, secondo il giudizio della Commissione Onu per la decolonizzazione, doveva avviare, all'inizio degli anni settanta, il processo di autodeterminazione con la popolazione del territorio, per mettere fine alla sua condizione coloniale, ma interessi politici reazionari fecero si che lo consegnasse, per la sua maggior parte, all'ambiziosa ed espansionista monarchia marocchina e una porzione meridionale al governo della Mauritania, il quale, dopo poco tempo avrebbe rinunciato a causa della sua incapacità di resistere alla guerra che gli facevano i Saharawi. Il Marocco rimase con tutto il territorio e, con la promozione di una campagna demagogica che chiamò la "marcia verde", lanciò decine di migliaia dei suoi cittadini a colonizzarlo.

Il processo di autodeterminazione è continuato fino ai nostri giorni, in attesa dell'esecuzione delle decisioni dell'Onu e mentre i successivi governi della Spagna, legati agli interessi economici marocchini, e quelli degli altri paesi della Nato, specialmente la Francia, lungi dall'agire per portare a termine questo processo hanno messo in campo ogni tipo di ostacolo. Una buona parte del popolo saharawi viene mantenuto nella condizione di rifugiato in accampamenti sul territorio algerino, vivendo in condizioni subumane o in una striscia di territorio liberato dietro un immenso muro militarizzato costruito dagli occupanti e colmo di mine e di ogni tipo di esplosivi.

La monarchia marocchina, come i sionisti di "Israele", non occupa solo illegalmente il territorio altrui, ma ha tentato di espandersi e prendere porzioni di territorio algerino e mauritano. Quasi riuscita ad ottenere l'indipendenza dalla Francia dopo anni di sanguinose lotte, l'Algeria dovette affrontare nel 1962 i tentativi marocchini di impadronirsi di una parte del suo territorio. In quell'occasione, un reggimento di carri armati cubani fu inviato in aiuto dei fratelli algerini per respingere l'aggressione illegale.

Prima dell'occupazione marocchina del Sahara Occidentale, una delegazione dell'Onu percorse il territorio ed ebbe colloqui coi suoi abitanti, come con le autorità dei paesi confinanti, potendo constatare, come affermò nella sua relazione, che il popolo saharawi si pronunciava chiaramente per la completa indipendenza e non per l'annessione a qualcuno dei suoi vicini.

Tuttavia, il Marocco lo invase illegalmente e obbligò, col ferro e il fuoco, una buona parte della popolazione a rifugiarsi nel deserto e nella regione confinante dell'Algeria, senza offrire loro altra possibilità che dare inizio alla lotta per la liberazione nazionale.

Visitai il Sahara ed ebbi un colloquio coi dirigenti del Fronte Polisario nel maggio del 1977, al momento di massima intensità della lotta che essi combattevano in condizioni molto sfavorevoli, dato l'ampio sostegno accordato alla monarchia marocchina da alcune potenze occidentali, in particolare dalla Francia. Potei confermare personalmente la volontà di questo popolo eroico e la sua ferma determinazione, che si è mantenuta fino ai nostri giorni, di ottenere l'indipendenza.

Come è accaduto con l'occupazione illegale della Palestina, anche in questo caso le potenze
occidentali praticano una doppia morale. Le autorità di Rabat compiono ogni tipo di violazione, reprimono e massacrano il patriottico popolo Saharawi, trattengono centinaia di imprigionati in condizioni disumane, torturano e fanno sparire i suoi cittadini. Ma non vengono portati davanti ai tribunali internazionali e nemmeno alle Commissioni per i Diritti umani. Né il Marocco appare nelle famose e ipocrite liste che pubblica il Dipartimento di Stato. Tutto il contrario, riceve dai suoi alleati e dai suoi padroni aiuti di ogni tipo, compresi gli armamenti moderni. Ovviamente, la "grande stampa occidentale" sorvola su quanto succede nel Sahara Occidentale.

In buona misura, è da quelle parti che cominciò, nel novembre 2010, la cosiddetta "primavera araba", quando le manifestazioni popolari iniziarono o furono promosse in altri paesi della regione. Nella grande tendopoli Gdeim Izik, alla periferia della città di El Ayun, migliaia di saharawi che chiedevano libertà e indipendenza, inclusi donne, anziani e bambini, furono attaccati selvaggiamente dai militari e dalle forze di sicurezza marocchine che incendiarono l'accampamento, con un computo di morti, feriti e dispersi al momento sconosciuto.

La repressione contro la volontà indipendentista del popolo Saharawi è permanente. La grande stampa tace e il governo di Spagna, responsabile davanti all'Onu del compimento del processo di autodeterminazione, si volta dall'altra parte. Gli ipocriti delle potenze occidentali e i loro media sono molto occupati a osservare e inventare quanto dicono stia avvenendo in Siria, Venezuela, Cuba o in altri paesi che non gli sono subordinati. Nel Sahara e in Palestina, "tutto va normalmente", grazie all'appoggio che essi offrono ai governanti lacchè che servono i loro interessi in quei paesi.

La coalizione reazionaria del Consiglio di cooperazione del Golfo ha parlato della possibilità di premiare la monarchia di Rabat ammettendola fra i suoi membri, nonostante sia a centinaia di chilometri della regione. Ebbene, potrebbero fare lo stesso con l'entità sionista. In realtà, tutti lavorano per gli stessi obiettivi e si sottomettono agli ordini dell'impero e della Nato.

E' tempo di alzarci al fianco del popolo fratello saharawi, perché le cause giuste sono invincibili e il destino degli oppressori dei popoli è la sconfitta.


Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


La necesaria y justa independencia del Sahara Occidental

Las causas justas son invencibles y el destino de los opresores es la derrota

Alahednews.lb


Este mes se cumplen 41 años del inicio de la lucha del Frente Polisario, contra la ilegal ocupación de su territorio por la monarquía marroquí.

A pesar de que la lucha del pueblo saharaui proviene de mucho antes, fue en mayo de 1973 cuando se constituyó el Frente Polisario e inició de forma organizada los combates para obtener la independencia nacional.

El colonialismo español, después de ser derrotado en Cuba en 1898, había ocupado ese territorio -conocido como Sagüia el Hamra y Río de Oro-, casi totalmente desértico en el noreste africano, con una escasa población, fundamentalmente nómada, pero muy rico en fosfato y con un apetecible banco pesquero frente a sus costas, dentro de sus aguas territoriales.

España, según dictamen de la Comisión de Descolonización de la ONU, debió iniciar, a principio de los años setenta, el proceso de autodeterminación con la población del territorio, para poner fin a su condición colonial, pero intereses políticos reaccionarios determinaron que lo entregara, en su mayor parte, a la ambiciosa y expansionista monarquía marroquí, y una porción sureña al gobierno de Mauritania, el cual, poco tiempo después renunciaría a ella debido a su incapacidad de resistir la guerra que le hacían los saharauis. Marruecos se quedó con todo el territorio y promoviendo una demagógica campaña que llamó “la marcha verde”, lanzó decenas de miles de sus ciudadanos para colonizarlo.
El proceso de autodeterminación continuó, hasta nuestros días, pendiente de ejecutar por la ONU y los sucesivos gobiernos de España, comprometidos con intereses económicos marroquíes y los de otros países de la OTAN, especialmente Francia, lejos de actuar para que este se lleve a cabo, han puesto todo tipo de obstáculos al obligatorio procedimiento. Una buena parte del pueblo saharaui se mantiene refugiado en campamentos en territorios argelinos, viviendo en condiciones infrahumanas o en una franja de territorio liberado tras un inmenso muro militarizado y colmado de minas y todo tipo de explosivos construido por los ocupantes.

La monarquía, al igual que los sionistas de “Israel”, no sólo ocupan ilegalmente territorio ajeno, sino que han tratado de expandirse y tomar partes de territorios argelinos y mauritanos. Casi acabada de obtener la independencia de Francia, después de años de sangrienta lucha, Argelia debió enfrentar en 1962, los intentos marroquíes de apoderarse de una parte de su territorio. En aquella ocasión, un regimiento de tanques cubanos fue enviado para ayudar a los hermanos argelinos a repeler la ilegal agresión.

Antes de la ocupación marroquí del Sahara Occidental, una delegación de la ONU recorrió el territorio y se entrevistó con sus habitantes, así como con autoridades de países fronterizos, pudiendo constatar, tal como lo dictaminó en su informe, que el pueblo saharaui se pronunciaba claramente por la independencia total y no por su anexión a ninguno de sus vecinos.

Sin embargo, Marruecos lo invadió ilegalmente y obligó a sangre y fuego, a una buena parte de la población, a refugiarse en el desierto y en la región adyacente de Argelia, sin ofrecerle otra alternativa a estos que iniciar la lucha por la liberación nacional.

Visité el Sahara y me entrevisté con los dirigentes del Frente Polisario tan temprano como en mayo de 1977, cuando estaba en plena intensidad la lucha que ese pueblo libraba en condiciones muy desventajosas, dado el amplio apoyo que recibía la monarquía de algunas potencias occidentales, especialmente de Francia. Pude confirmar personalmente, la voluntad de este heroico pueblo y su decisión irrenunciable, que se mantiene hasta nuestros días, de obtener la independencia.


Tal como ha sucedido con la ilegal ocupación de Palestina, las potencias occidentales practican una doble moral en este caso. Las autoridades de Rabat realizan todo tipo de violaciones, reprimen y masacran al pueblo patriota saharaui, mantienen cientos de encarcelados en condiciones infrahumanas, torturan y desaparecen a sus ciudadanos. Pero no son llevados a tribunales internacionales ni a Comisiones de Derechos Humanos. Tampoco Marruecos aparece en las famosas e hipócritas listas que publica el Departamento de Estado. Todo lo contrario, reciben de sus aliados y de sus amos, ayuda de todo tipo, incluido moderno armamento. Por supuesto, la “gran prensa occidental” pasa por alto lo que sucede en el Sahara Occidental.

En buena medida, fue por allí por donde comenzó en noviembre de 2010, la denominada “primavera árabe” cuando las manifestaciones populares se iniciaron o las promovieron en otros países de la región. En un gran campamento de carpas, Gdeim Izik, en las afueras de la ciudad de El Aiun, miles de saharauis que demandaban la libertad e independencia, incluidos mujeres, ancianos y niños, fueron salvajemente atacados por militares y fuerzas de la seguridad marroquí, que prendió fuego al campamento, con un saldo desconocido hasta el momento, de muertos, heridos y desaparecidos.

La represión contra la voluntad independentista del pueblo saharaui es permanente. La gran prensa calla y el gobierno de España, responsable ante la ONU de que se culmine el proceso de autodeterminación, le da la espalda. Los hipócritas de las potencias occidentales y su gran prensa, están muy ocupados observando e inventando lo que ellos dicen sucede en Siria, Cuba, Venezuela u otros países que no se les subordinan. En el Sahara y en Palestina, “todo marcha normalmente”, gracias al apoyo que ellos brindan a los gobernantes lacayos que en esos países sirven a sus intereses.

La coalición reaccionaria del Consejo de Cooperación del Golfo, ha hablado de la posibilidad de premiar a la monarquía de Rabat con admitirla como uno de sus miembros, a pesar de estar a cientos de kilómetros de la región. Bien podrían hacer lo mismo con Ia entidad sionista. De hecho, todos trabajan por los mismos objetivos y se subordinan a las órdenes del imperio y de la OTAN.

Ya es hora de levantarnos junto al hermano pueblo saharaui, las causas justas son invencibles y el destino de los opresores de los pueblos es la derrota.

Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.


Reunión con Mohamed Abdelaziz, Secretario General del Frente Polisario en los campamentos en 1977. El autor es el primero de izquierda a derecha

domenica 22 dicembre 2013

Mandela e Israel / Mandela e Israele /


Per questo post si ringrazia Alfredo Viloria consigliere ambasciata Bolivariana del Venezuela

 Mandela y Israel

por Thierry Meyssan
Ante el fallecimiento de Mandela, los occidentales están emitiendo más expresiones de tristeza que los propios africanos. Su ruidoso duelo es una forma de tratar de compensar hoy la práctica de la ideología colonial que tanto han defendido y los crímenes a los que dio lugar. Pero resulta incomprensible que en medio de esa gran ola de homenajes nadie mencione el hecho que aún subsiste en nuestros días un Estado racista, históricamente basado –al igual que la Sudáfrica del apartheid– en la visión del mundo de Cecil Rhodes, el teórico del «imperialismo germánico». El ejemplo de Mandela sigue siendo válido y todavía existe lugar para continuar su lucha.

Red Voltaire | 9 de diciembre de 2013

La obra de Nelson Mandela se celebra en todo el mundo, en ocasión de su deceso. Pero, ¿de qué sirve su ejemplo si aceptamos hoy que se mantenga en un Estado –Israel– la ideología racial que Mandela logró derrotar en Sudáfrica?
El sionismo no es un fruto del judaísmo, que durante mucho tiempo se opuso a esa ideología. El sionismo es un proyecto imperialista nacido de la ideología puritana británica. En el siglo XVII, Lord Cromwell derrocó la monarquía inglesa y proclamó la República. Instauró una sociedad igualitaria y quiso extender al máximo el poderío de su país. Para lograrlo esperaba establecer una alianza con la diáspora judía, que se convertiría entonces en la vanguardia del imperialismo británico. Con ese objetivo autorizó el regreso de los judíos a Inglaterra, de donde habían sido expulsados hacía 400 años, y anunció su intención de crear un Estado judío, Israel. Pero murió sin haber logrado que los judíos se unieran a su proyecto.
El Imperio británico nunca dejó desde entonces de cortejar a la diáspora judía proponiéndole la creación de un Estado judío. Así lo hizo Benjamin Disraeli, primer ministro de la reina Victoria, en ocasión de la conferencia de Berlín, en 1884. Las cosas cambiaron con el teórico del imperialismo británico, el «muy honorable» Cecil Rhodes –fundador de la De Beers Mining Company [que llegó a controlar el 90% de las ventas de diamante a nivel mundial] y de Rhodesia–, quien finalmente encontró en Theodor Herzl el cabildero que necesitaba. Cecil Rhodes y Theodor Herzl intercambiaron una abundante correspondencia, cuya publicación fue prohibida por orden de la Corona británica al cumplirse el centenario de la muerte de Rhodes. Para ellos, el mundo tenía que hallarse bajo el dominio de la «raza germánica» –o sea, también según ellos, además de los alemanes, los británicos, incluyendo a los irlandeses, los estadounidenses y canadienses, los australianos y neozelandeses y los sudafricanos– y esa raza tenía que extender su imperio conquistando nuevas tierras con ayuda de los judíos.
Theodor Herzl no sólo logró convencer a la diáspora de unirse a ese proyecto sino que invirtió la opinión de su comunidad mediante la manipulación de sus mitos bíblicos. El Estado judío no estaría en una tierra virgen, en Uganda o en Argentina, sino en Palestina y con Jerusalén como capital. De manera que el actual Estado de Israel es al mismo tiempo hijo del imperialismo y del judaísmo.
Desde el momento mismo de su proclamación unilateral, Israel se vuelve hacia Sudáfrica y Rhodesia, los dos únicos Estados que se identifican –como el propio Israel– con el colonialismo de Rhodes. Poco importa que los afrikaneers hayan sido partidarios del nazismo, lo importante es que tienen la misma visión del mundo que los sionistas. Aunque no fue hasta 1976 que el primer ministro John Vorster hizo su viaje oficial a la Palestina ocupada, ya en 1953 la Asamblea General de la ONU condenaba «la alianza entre el racismo sudafricano y el sionismo». Ambos Estados mantuvieron una estrecha colaboración, tanto en materia de manipulación de los medios de difusión occidentales como en el uso del transporte como medio de evadir los embargos, y también con vista a la obtención de la bomba atómica.
El ejemplo de Nelson Mandela demuestra que es posible liberarse de ese tipo de ideología y alcanzar la paz civil. Israel es hoy en día el único heredero mundial del imperialismo según la versión de Cecil Rhodes. Para alcanzar la paz civil, israelíes y palestinos tendrán que encontrar su propio De Klerk y también su Mandela.

Mandela e Israele

di Thierry Meyssan
Gli occidentali piangono la morte di Nelson Mandela con più tristezza di quanta ne manifestino gli Africani. Questo lutto è un modo di liquidare l’ideologia coloniale e i crimini che sono stati commessi in suo nome. Ma è incomprensibile che questo torrente di omaggi finisca per trascurare la persistenza di uno stato razzista, fondato storicamente come il Sud Africa, secondo la visione del mondo di Cecil Rhodes, il teorico dell’«imperialismo germanico». L’esempio di Mandela resta da seguire.

L’opera di Nelson Mandela si celebra ovunque nel mondo in occasione della sua morte. Ma a cosa serve il suo esempio se accettiamo che possa perdurare in uno Stato – Israele - l’ideologia razziale che lui aveva sconfitto in Sud Africa?
Il sionismo non è un frutto del giudaismo, che anzi gli fu a lungo ferocemente contrario. È semmai un progetto imperialista nato in seno all’ideologia puritana britannica. Nel XVII secolo, Lord Cromwell rovesciò la monarchia inglese e proclamò la Repubblica. Instaurò una società egualitaria e intese ampliare quanto più possibile la potenza del suo paese. Per questo, sperava di stringere un’alleanza con la diaspora ebraica che sarebbe diventata l’avanguardia dell’imperialismo britannico. Autorizzò quindi il ritorno degli ebrei in Inghilterra, da cui erano stati cacciati quattrocento anni prima, e annunciò che avrebbe creato uno stato ebraico, Israele. Tuttavia, morì senza essere riuscito a convincere gli ebrei a partecipare al progetto.
L’impero britannico da allora non ha smesso di sollecitare la diaspora ebraica e di proporre la creazione di uno stato ebraico, come fece Benjamin Disraeli, primo ministro della regina Vittoria alla Conferenza di Berlino (1884). Le cose cambiarono con il teorico dell’imperialismo britannico, il «molto onorevole» Cecil Rhodes – il fondatore dei diamanti De Beers e della Rhodesia - che trovò in Theodor Herzl il lobbista di cui aveva bisogno. I due uomini si scambiarono una fitta corrispondenza la cui riproduzione fu vietata dalla Corona in occasione del centenario della morte di Rhodes. Il mondo doveva essere dominato dalla «razza germanica» (ossia secondo loro gli inglesi, irlandesi inclusi, gli statunitensi e canadesi, gli australiani e neozelandesi e i sudafricani), che dovevano estendere il loro impero conquistando nuove terre con l’aiuto degli ebrei.
Theodor Herzl non solo era riuscito a convincere la diaspora a partecipare a questo progetto, ma rovesciò il parere della sua comunità utilizzando i suoi miti biblici. Lo Stato ebraico non sarebbe stato una terra vergine in Uganda o in Argentina, ma in Palestina, con Gerusalemme come sua capitale. Ne deriva che l’attuale Stato di Israele sia il figlio tanto dell’imperialismo quanto dell’ebraismo.
Israele, fin dalla sua proclamazione unilaterale, si è rivolto verso il Sud Africa e la Rhodesia, gli unici Stati assieme ad esso che manifestavano il colonialismo di Rhodes.
Poco importa da questo punto di vista che gli Afrikaneers avessero sostenuto il nazismo, perché si erano nutriti con la stessa visione del mondo. Benché il primo ministro John Vorster fece viaggi ufficiali nella Palestina occupata solo nel 1976, già nel 1953 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva condannato «l’alleanza tra il razzismo sudafricano e il sionismo». I due Stati lavorarono con una collaborazione stretta tanto in materia di manipolazione dei media occidentali, quanto nei trasporti per aggirare l’embargo, o ancora per sviluppare la bomba atomica.
L’esempio di Nelson Mandela dimostra che è possibile superare questa ideologia e ottenere la pace civile. Oggi Israele è l’unico erede al mondo dell’imperialismo alla maniera di Cecil Rhodes. La pace civile presuppone che israeliani e palestinesi trovino il loro De Klerk e il loro Mandela.
A 11 de Abril de 1975, em Jerusalém na residência do Primeiro-ministro. Da esquerda à direita: Eschel Rhoodie (director sul-africano da Propaganda), Yitzhak Rabin (Primeiro-ministro israelita), Henrik van den Bergh (director dos serviços secretos sul-africanos) e Shimon Peres (ministro israelita da Defesa).

Le 11 avril 1975, à Jérusalem dans la résidence du Premier ministre. De gauche à droite : Eschel Rhoodie (directeur sud-africain de la Propagande), Yitzhak Rabin (Premier ministre israélien), Henrik van den Bergh (directeur des services secrets sud-africains) et Shimon Peres (ministre israélien de la Défense).

Immagine di testa tratta da internet inserita da autori blog corrente

giovedì 24 gennaio 2013

Le bugie della democrazia e il linguaggio della menzogna


Le bugie della democrazia e il linguaggio della menzogna

Colin Todhunter - Global Research

18/01/2013


In un'epoca sempre più guidata dai media, il linguaggio è tutto ed è spesso usato dalla burocrazia per dominare il significato. Con milioni di morti sulle spalle sin dal 1945, gli Stati Uniti sono diventati lo stato terroristico numero uno al mondo. Dagli anni '80, l'ex agente della CIA John Stockwell, ha accennato alla cifra di sei milioni. Un recente articolo ha indicato come, dal bombardamento di massa nel sud est asiatico all'impiego di squadroni della morte in America del Sud, l'esercito americano e la CIA siano stati direttamente o indirettamente responsabili di un numero aggiornato di circa dieci milioni di morti (1). Ma oggi non è definito assassinio di massa. Ironia della sorte, gli Stati Uniti hanno sequestrato la parola "terrore" per giustificare il loro marchio di tirannia attraverso una guerra al terrore.

È inoltre possibile aggiungere a quei dieci milioni innumerevoli altri, le cui vite sono state sacrificate sull'altare del profitto aziendale, che non si basa sui militari per bombardare popoli e paesi fino alla sottomissione, ma su una certa politica. Non è una vessazione. E' un adeguamento strutturale.

Come risultato, centinaia di migliaia di contadini indiani si sono tolti la vita negli ultimi dieci anni, una gran parte di loro a causa dell'attività agroindustriale statunitense e della manipolazione dei prezzi globali delle materie prime e per gentile concessione delle politiche adottate per loro conto da parte del governo degli Stati Uniti o per il monopolio delle grandi corporazioni o la frontiera tecnologica dei semi terminator che ugualmente riducono in miseria gli agricoltori che contraggono più debiti di quanto possano sopportare (2).

La situazione dei contadini indiani non è unica. Quante vite sono state fatte a pezzi in tutto il mondo a causa della violenza intrinseca strutturale o dell'omicidio silenzioso derivante dal funzionamento quotidiano, apparentemente benigno, del capitalismo predatorio. Le intrinseche disuguaglianze del sistema hanno effettivamente rubato anni alle vite delle persone, la salute dai loro corpi, i mezzi di sostentamento dalle loro mani, l'acqua dai loro rubinetti e il cibo dai loro piatti. Dal Regno Unito all'Africa, le classi subalterne - il materiale economico spesso sacrificabile, la carne da cannone in tempo di guerra o gli eroi reduci gettati a mare dal sistema al loro ritorno a casa, persone manipolate e sfruttate a piacimento tramite fasulli principi di nazionalismo o di interesse nazionale - hanno avuto le loro vite spezzate o private di opportunità a causa delle difficoltà imposte dal pugno di ferro del capitalismo (3).

L'appropriazione della ricchezza attraverso un sistema che la convoglia dal basso in alto per mezzo di un processo di accumulazione per esproprio (4), è celebrata come crescita, prosperità e libertà di scelta nonostante la realtà provi che, dalla Grecia alla Spagna, per la maggioranza sia aumentata la povertà, la privazione di scelta e la miseria.

Non si sa molto di questo però, se si usano solo i principali media di informazione. Certo, ci può essere stato detto di stringere la cinghia perché siamo tutti nella stessa barca e dobbiamo fare qualche sacrificio in questi tempi economicamente difficili.

E ad ogni buon conto, poiché gran parte del paese (qualsiasi paese) è gettato nella discarica in quanto eccedente, ora che i loro posti di lavoro sono stati esternalizzati all'estero, dobbiamo semplicemente attaccare il Mali, la Siria, la Libia, l'Iran (e la lista continua), perché non farlo avrebbe permesso ai malvagi di conquistare il mondo. E allora dove saremmo senza idee così alte? Non è saccheggio delle risorse. E' umanitarismo.

Beh, saremmo proprio dove ci troviamo in questo momento perché i malvagi già controllano e fanno la guerra non solo ai popoli di questi paesi appena citati, ma ai loro rispettivi popoli anche attraverso gli strumenti di sorveglianza, il sistema penale, gli effetti narcotizzanti delle droghe importate dal capo delle spie o dell'industria dell'informazione-spettacolo e la raffica di leggi che servono a spogliare le libertà civili. Il gioco è finito, l'economia occidentale dominante (gli Stati Uniti) è incrinata in modo irreparabile (5). L'imperialismo e il militarismo non la salveranno, ma il dissenso non sarà consentito.

E, come banchieri privati, intrappolano tutti noi ancora di più, con la loro licenza di stampare e prestare moneta ai governi nazionali per poi prestare loro anche gli interessi su di essa, entrando in una spirale indebitatoria che non potrà mai essere rimborsata (6) e sono anche in grado di riempirsi ulteriormente le tasche acquistando beni nazionali a basso prezzo in primo luogo dai paesi in bancarotta. Non è racket. E' austerità.

"E ora vengono per la vostra sicurezza sociale. Vogliono i vostri soldi della pensione. Li rivogliono indietro per darli ai loro amici criminali di Wall Street. E sai una cosa? Li avranno. Otterranno tutto prima o poi, perché possiedono questo posto." Gorge Carlin, scrittore, critico e comico.

E dove sono i principali media di tutto questo? Dove sono i giornalisti la cui pretesa di rispettabilità è la loro rigida professionalità, responsabilità, indipendenza? Se si possono chiamare professionalità, responsabilità e obiettività l'essere nelle mani di pubblicitari, burocrati, lobbisti o think tank aziendali e non volere offenderne gli interessi, allora sono dei modelli di virtù assoluta!

Diffondendo le loro menzogne altamente stipendiate, hanno deluso e continuano a deludere il pubblico. Con la loro fioca luce "investigativa" sulle "procedure parlamentari", le personalità e le insensate macchinazioni delle politiche di partito, non fanno altro che mantenere e perpetuare lo status quo e tenere il pubblico all'oscuro dall'indefinibile ed egoistica potenza e unità di interessi che consentono a Big Oil, Big Banking, Big Pharma, Big Agra e al resto di costoro di continuare a dissanguarci tutti.

Richiamare alla mente la notiza della BBC sul bombardamento NATO della Libia, ci fornisce una visione piuttosto rivelatrice dei media ufficiali. La copertura è stata vergognosamente unilaterale. Il pubblico deve pagare un "servizio pubblico" per venire ingannato e per garantire il nostro rispetto alle politiche statali-aziendali illegali? C'era poca analisi sull'orientamento della "missione" o su dove gli insorti ottenevano le armi, nonostante l'ONU avesse sanzionato l'embargo sulle armi. Molto meno sul diritto morale della NATO di bombardare una strada di Tripoli. Non parliamo di quanto affermato dal professore Chris Landsberg dell'Università di Johannesburg rispetto alla violazione del diritto internazionale da parte della NATO, o delle 200 personalità africane che hanno accusato le nazioni occidentali di sovvertire il diritto internazionale.

Al contrario, quello che ci viene servito, per gentile concessione dei media mainstream di volta in volta che la Gran Bretagna decide di fare la guerra, è un gustoso piatto del sentimento nazionalistico e della mentalità coloniale dei "nostri ragazzi", andati laggù per aiutare a civilizzare i barbari.

Ma questo è il ruolo dei media, ovvero contribuire a rafforzare e riprodurre le condizioni materiali di un sistema di sfruttamento quotidiano e di divisione sociale. Si chiama avere dei media condiscendenti, senza artigli. E' la democrazia liberale. Questo è il ruolo non solo dei media, ma del sistema educativo e del sistema politico.

Ed è per questo che all'ex premier britannico anni fa era stato detto dai suoi padroni finanziari di vendere quello che scherzosamente era considerato "l'oro della nazione" a un prezzo stracciato, a beneficio degli interessi dei banchieri (non della nazione), senza un vero e proprio controllo pubblico. Alcuni dicono che è stato il primo "salvataggio" (7). È per questo che il denaro dei contribuenti, all'insaputa alla maggior parte di loro, viene utilizzato inspiegabilmente e non democraticamente per sostenere le banche e per rovesciare diversi paesi, causando migliaia di morti e distruzioni attraverso le "operazioni segrete". Segrete, cioè nascoste all'opinione pubblica, beatamente inconsapevole di dove i suoi dollari, sterline o euro duramente guadagnati siano effettivamente andati a finire.

Ecco perché i truffatori statali-aziendali, assassini e bugiardi che si ammantano del linguaggio della libertà e della democrazia l'hanno fatta franca per tanto tempo. Purtroppo, è per questo che continuano a farlo.

Note




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