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martedì 24 settembre 2019

Jean Ziegler: La rivolta diventa un fronte attivo delle resistenze



“Il capitalismo finanziario e' responsabile dell'insicurezza sociale ed ecologica delle popolazioni” asserisce Jean Ziegler, ex Relatore speciale dell’ONU sui diritti alla alimentazione. Lo scrittore svizzero e' uno dei critici lucidi della globalismo, nel corso di un'intervista concessa a Ipar Dieter Hintermeier di Junge Welthe, sostiene che non tutto e' nero in questo quadro presente in cui sopravviviamo con maggiori stenti e paure. J.Ziegler percepisce e segnala la moltiplicazione di fronti di resistenza, e reti critiche ed
attive contro l'imperio autoritario dell'economia monopolizzata. Sotto la superficie dell'ovvieta' esiste e resistono forze critiche, che attingono ad altre visioni ed anno trafitto la “fine della storia”. Qui ci soffermiamo particolarmente sulle considerazioni di J. Ziegler riguardanti la NATO, Cuba e il Venezuela. L'intervento della NATO nel conflitto dell'Ucrania e' parte della politica di “accerchiamento della Russia” e costituisce una aggressione per quel paese.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha generosamento elargito ben 4,5 miliardi di dollari alla Giunta golpista di Kiev: finanziamento avente una prevalente e squisita motivazione “politica”, non certo economica. “Bisogna dissolvere la NATO. Oggi non serve piu' e si limita a essere uno strumento delle grandi imprese nord-americane. Vi ricordo che il Patto di Varsavia venne ugualmente sciolto. L'Occidente dovrebbe seguire questo esempio, dopotutto la Russia fa parte del continente europeo. Le sanzioni e le provocazioni contro questo paese devono finire” dice con forza l'ex deputato svizzero.

La Russia, con la Cina e Cuba difendono il legittimo presidente venezuelano Maduro, mentre l'Occidente lo avversa con chiaro risentimento camuffato, sul punto di tracimare in colpi bassi intinti di llegalita' e ferocia contro la popolazione civile. Questa, in una unione “civico-militar” con le forze armate, ha scelto di seguire l'esempio di Simon Bolivar, precorrendo i sentieri della battaglia antimperialista e anticolonialista, che oggi passa attraverso la sovranita' popolare e l'antiberismo.

Jean Ziegler coglie la similitudine con il Cile del 1973, dove il presidente Salvador Allende venne assassinato. Dopo una preventiva campagna di sabotaggi pianificati dalla CIA, puntuali arrivarono le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, culminati con uno sciopero generale dei camionisti che mise in ginocchio il paese. “tutto questo e' avvenuto sotto l'egida di Richard Nixon e del suo consigliere Henry Kissinger” chiarisce Ziegler. “Perche'? Semplicemente per permettere alle grandi imprese USA di recuperare il rame cileno che Allende aveva preso (nazionalizzato)”. Una situazione simile si sta inscenando in Venezuela.

L'offensiva della Casa Bianca per imporre il ritorno di qualche tipo di “neo-pinochetismo” ha investito ora anche Cuba, colpevole di esistere e di permanere come l'invitto “bastione socialista” sul contenente americano. La clava di Trump e' calata con forza contro l'isola che oggi e' teatro di un fiorente turismo internazionale, e che ha aperto ad alcune forme di proprieta' privata. J. Ziegler si dichiara favorevole alla possibilita' che i “cubani possano formare piccole imprese..ma la gente riconosce il valore di quel che hanno positivamente realizzato. “Penso, per esempio, all'eccellente servizio sanitario, alla riforma agraria e all'abolizione delle leggi razziste, immediatamente dopo la vittoria di 60 anni fa” manifesta l'ex relatore dell'ONU sui diritti alimentari.

Sulle nuove formazioni politiche e movimenti che agitano l'Europa a versione unica di Bruxelles, demonizzati come “pernicioso populismo”, l'ex deputato socialista svizzero originario di Ginevra fa una lettura differente. “La rivolta si rinfocola dappertuttto, anche all'esterno della sinistra organizzata.. assistiamo a una moltiplicazione dei fronti di resistenza in tutti gli aspetti della vita. Un nuovo soggetto storico sta emergendo e include milioni di donne e uomini appartenenti a popoli, culture, classi sociali animate da una stessa idea ”io sono l'altro, l'altro è me”.

Sotto la superficie, nelle pieghe nascoste in cui e' relegata e silenziata la critica pratica delle forze agenti, Jean Ziegler evidenzia che “non cisono comitati centrali ne' linee di partito.. La societa' civile internazionale e' composta da innumerevoli fronti di resistenza attivi in tutti i continenti, nei punti piu' sorprendenti, contro l'ordine mondiale cannibale..si tratta di movimenti sociali molto diversi: Via Campesina e' una federazioneinternazionale che rappresenta piu' di 120 milioni di affittuari, giornalieri agricoli, piccoli proprietari e assegnatari; i movimenti femministi che lottano contro la discriminazione e la violenza ai danni delle donne e giovani..Greenpeace, i cui membri tentano di evitare i pericoli per la natura e la bio-diversita'...o il movimento di studenti « Fridays for Future » in lotta contro il cambiamento climatico. Esistono migliaia di movimenti sociali, anticapitalisti, grandi e piccoli, locali e internazionali. Insieme formano un tutto in lotta contro la barbarie capitalista”.

Source

Jean Ziegler, nato nel 1934 à Thoune, in Svizzera, con il nome di Hans Ziegler. E' uno dei principali critici contemporaneiI della mondializzazione. E' professore emerito di sociologia, Relatore speciale dell'ONU sui diritti all'alimentazione. Ha scritto numerosi libri. Giovanissimo, stringe un'amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, tra altri, incontro' Che Guevara a Ginevra.

Jean Ziegler, Le capitalisme expliqué à ma petite-fille (en espérant qu’elle en verra la fin), éd. Seuil, 2018

venerdì 16 marzo 2018

Manovra anticubana di Camera di Deputati del Cile disconosce la nostra sovranità. Maniobra anticubana de Cámara de Diputados de Chile desconoce nuestra soberanía



Un crudele gruppo di 83 membri della Camera di Deputati cilena ha approvato ieri un progetto di risoluzione che sollecita lo Stato cubano si scusi per l'espulsione dei due deputati cileni del nostro paese Jaime Bellolio e Miguel Calisto per avergli impedito di partecipare allo show mediatico e provocatorio montato per la Payá a L'Avana. Altri 27 membri della Camera si sono astenuti, mentre 22 si sono degnamente opposti alla manovra anticubana.
Si sa che Bellolio non ha potuto viaggiare da Miami a L'Avana con la proibizione d’entrata, mentre il secondo fu espulso sovranamente dal paese. Ugualmente detto progetto reclama al governo cileno, in aperta ingerenza nei nostri temi interni, l'appoggio ai gruppi sovversivi della controrivoluzione interna. A partire da questo incidente il proprio cancelliere cileno minacciò Cuba di possibili danni nelle relazioni bilaterali. Il diritto sovrano di Cuba di proteggersi da coloro che fomentano la sovversione e cospirano contro la sua governabilità è legittimo e le sue azioni non meritano scusa alcuna a "gli offesi." Cuba è aperta a chi la visita in buona fede però mai permetterà da -dovunque si parta- alcuna offesa alla sua sovranità . E'Chiaro??


Un desalmado grupo de 83 miembros de la Cámara de Diputados chilena aprobó ayer un proyecto de resolución que solicita al estado cubano se disculpe por la expulsión de los dos diputados chilenos de nuestro país –Jaime Bellolio y Miguel Ángel Calisto– por haber sido impedidos de participar en el show mediático y provocador montado por la Payá en La Habana. Otros 27 miembros de la Cámara se abstuvieron, mientras que 22 se opusieron dignamente a la maniobra anticubana. Se sabe que Bellolio no pudo viajar desde Miami a La Habana al prohibírsele la entrada, mientras que el segundo fue expulsado soberanamente del país.
Asimismo dicho proyecto reclama al gobierno chileno, en abierta injerencia en nuestros asuntos internos, el apoyo a los grupos subversivos de la contrarrevolución interna. A partir de ese incidente el propio canciller chileno amenazó a Cuba con posibles daños en las relaciones bilaterales.
El derecho soberano de Cuba de protegerse de aquellos que fomentan la subversión y conspiran contra su gobernabilidad es legítimo y sus acciones no merecen excusa alguna a “los ofendidos”. Cuba está abierta a quien la visita con buena fe pero nunca permitirá –parta de donde parta– ofensa alguna a su soberanía. ¿Está claro?



martedì 10 ottobre 2017

Venezuela :La guerra economica spiegata ai principianti (e ai giornalisti).



Parte 1
Il 18 gennaio 2013, mentre l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (in inglese FAO) ha da poco pubblicato il suo rapporto annuale [1], il suo ambasciatore Marcelo Resende de Souza visita in Venezuela un mercato di Valencia (Stato di Carabobo), accompagnato dall'allora vicepresidente Nicolás Maduro. "Possediamo tutti i dati sulla fame nel mondo - dichiara. Ottocento milioni di persone soffrono per fame; 49 milioni in America latina e nei Caraibi, ma nessuna in Venezuela perché qui la sicurezza alimentare è assicurata".

Stranamente, passati appena quattro mesi, avendo la malattia portato via Hugo Chávez ed essendo stato eletto capo dello Stato il suo ex-vice-presidente, il quotidiano (e portavoce ufficioso delle multinazionali spagnole) El País intona tutta un'altra canzone: "La penuria mette in difficoltà Maduro" [2].

Certo, la penuria riguardava principalmente, in quel momento, la carta igienica (che, nelle settimane successive diventerà un appassionante argomento di dissertazione per i piscia-copie del mondo intero), ma, dice El País, si aggiunge a "un'assenza ciclica (…) di farina, polli, deodoranti, olio di mais, zucchero e formaggio (…) nei supermercati"

Così esordisce mediaticamente ciò che diventerà "la peggiore crisi economica" conosciuta da questo paese, "potenzialmente uno dei più ricchi al mondo", a causa della sua "dipendenza dall'oro nero", del "calo del prezzo del barile di petrolio" e dello "sperpero del governo". Mentre i portavoce dell'opposizione incolpano di ciò l'eccessivo intervento dello Stato, la regolazione "autoritaria" dei prezzi, l'impossibilità che ne consegue per l'impresa privata di coprire i suoi costi di produzione, la mancanza di valute concesse dal potere per importare materie prime e prodotti finiti, la penuria diventa cronica, i reparti dei supermercati desolatamente vuoti, le file in attesa interminabili, il "mercato nero" onnipresente. "In Venezuela, il ribasso del petrolio fa divampare i prezzi dei preservativi" potrà ben presto titolare Le Figaro (17 febbraio 2015). Anche i medicinali diventano introvabili, attizzando l'angoscia e le sofferenze della popolazione.

Una tale situazione ha di che commuovere gli umanitaristi del mondo intero. "Se c'è una crisi umanitaria importante, ovvero un cedimento dell'economia, al punto che loro [i venezuelani] abbiano disperatamente bisogno di alimenti, di acqua e di cose simili, allora potremmo reagire", annuncia alla CNN, il 28 ottobre 2015, il capo del Comando sud dell'esercito degli Stati Uniti , (Southern Command), il generale John Kelly, in risposta agli appelli "disperati" della "società civile" venezuelana. Fin da 2014, mentre il Tavolo di unità democratica (MUD) chiamava al rovesciamento del capo dello Stato, lanciando l'operazione "La Salida" ("l'uscita"), una delle sue dirigenti, María Corina Machado, aveva tracciato la via: "Certi dicono che dobbiamo aspettare le elezioni fra qualche anno. Ma chi non riesce a dar da mangiare ai suoi bambini può aspettare? (…) Il Venezuela non può più aspettare!". La violenta sequenza sovversiva fallisce, ma si chiude con 43 morti e oltre 800 feriti. Ed i venezuelani continuarono a trovare ogni giorno difficoltà sempre più insopportabili per rifornirsi.

Il 6 dicembre 2015, al momento delle elezioni legislative, avendo le preoccupazioni, le privazioni e il malcontento eroso il morale dei cittadini di ogni parte, il chavismo perde 1.900.000 voti e diventa minoritario in parlamento. Invertendo i termini dell'equazione, la grande internazionale neoliberale celebra questo trionfo della "democrazia" sul "caos". Sottomessi a un'informazione scelta e raccolta per rinforzare questa visione a priori, ben pochi, in particolare all'estero, hanno consapevolezza che questa vittoria si è fondamentalmente adagiata sul torpore della "rivoluzione bolivariana", con una destabilizzazione economica simile a quella utilizzata negli anni 1970 in Cile contro Salvador Allende. Denunciata a suo tempo dai progressisti (più organizzati, lucidi e coraggiosi all'epoca rispetto a oggi) quest'ultima fu confermata ufficialmente, trentacinque anni più tardi, dalla declassificazione di ventimila documenti provenienti dagli archivi segreti del governo degli Stati Uniti. Per la "crisi venezuelana", si può sperare quindi di vedere cessato lo scollamento tra discorso mediatico e realtà tra circa tre decenni. Cosa che, purtroppo, arriverà un po' tardi per la comprensione degli avvenimenti e la difesa urgente, sulla terra di Bolivar, di una democrazia particolarmente minacciata. Ma permetterà probabilmente a quelli che oggi, per vendere giornali, chiudono intenzionalmente gli occhi o deviano vilmente lo sguardo, di pubblicare e commentare con indignazione queste "stupefacenti rivelazioni".

Niente di nuovo sotto il sole, pertanto. In materia di "destabilizzazione economica" con sbocco in un colpo di Stato, il Cile dell'Unità popolare (4 settembre 1970, 11 settembre1973), resta evidentemente un riferimento indiscusso. Niente di più chiaro dell'ordine dato da Richard Nixon alla Central Intelligence Agency (CIA): "Make the economy scream!" (fate urlare - di dolore - l'economia). Così come la moltiplicazione delle misure di ritorsione messe in atto contro Santiago: blocco dei beni e averi cileni negli Stati Uniti, sparizione di macchine e pezzi di ricambio per le miniere, manovre a livello internazionale per impedire il consolidamento del debito cileno, pressioni sul corso del rame, sequestro-arresto delle esportazioni di questo metallo verso l'Europa... Nel 1972, a causa delle misure sociali e dell'aumento del potere di acquisto, il consumo popolare aumenta considerevolmente. Sospendendo la messa in vendita delle scorte, trattenendo le merci, le imprese private provocano deliberatamente problemi di rifornimento. File d'attesa interminabili si formano all'entrata dei negozi. La maggior parte dei beni di prima necessità - fra cui l'inevitabile carta igienica! - non si trovano che al mercato nero. Il quotidiano cileno "di riferimento", El Mercurio, si rallegra: "Il socialismo è penuria". Casseruole vuote alla mano, migliaia di oppositori si radunano nelle strade. Il 25 luglio 1973, abbondantemente "innaffiata" con 2 milioni di dollari dalla CIA, la potente federazione dei camionisti dichiara un sciopero illimitato e immobilizza il proprio parco di automezzi pesanti per impedire agli alimenti di giungere alla popolazione. In pochissimo tempo, al generale Augusto Pinochet non resterà che intervenire per porre termine al crollo della "economia socialista".

Le difficoltà del popolo costituiscono un costante fermento di rivolte. Tecniche che seguono la stessa filosofia erano state già utilizzate contro Cuba. Prendendo atto che non si poteva contare su un sollevamento popolare per rovesciare Fidel Castro, il sottosegretario di Stato americano agli affari internazionali Lester D. Malory consigliava nel suo rapporto del 6 aprile 1960: "Il solo mezzo ipotizzabile per ridurre il sostegno interno passa per il disincanto e lo scoraggiamento basato sull'insoddisfazione e le difficoltà economiche (…) Tutti i mezzi per indebolire l'economia di Cuba devono essere utilizzati rapidamente (...) allo scopo di provocare la fame, la disperazione e il rovesciamento del governo". Il 3 febbraio 1962, allo scopo di strangolare l'isola, John Fitzgerald Kennedy annuncerà la messa in atto dell'embargo - attualmente sempre in vigore. Senza esito in questo caso, eccettuate le inutili sofferenze inflitte al popolo cubano.

Vent'anni dopo Cuba con Fulgencio Batista, il Nicaragua sandinista si sbarazzava nel 1979 del suo dittatore, Anastasio Somoza. Nel momento in cui si dovevano tenere le prime elezioni libere, il 4 novembre 1984, e mentre le truppe controrivoluzionarie - i "contras" - finanziate, addestrate ed equipaggiate dagli Stati Uniti, tormentavano il paese dopo quelli vicini di Honduras e Costa Rica, agenti delle forze speciali americane minavano le acque dei porti nicaraguensi. Numerose navi furono danneggiate facendo aumentare i premi assicurativi e spingendo le navi commerciali straniere a evitare quella destinazione, colpendo pesantemente l'economia per la riduzione drastica delle importazioni e delle esportazioni. Obiettivo raggiunto! "La penuria al cuore delle elezioni", titola Libération, il 2 novembre 1984: "Al mercato nero si può praticamente acquistare tutto, a condizione di mettere il prezzo: 65 cordobas due pile per radio (prodotto raro), 160 il tubo di dentifricio. L'occupazione principale di alcune centinaia di "gufi" consiste nel procurarsi dollari al mercato nero (circa dieci volte il tasso ufficiale) poi partire per rifornirsi in Costa Rica o Guatemala. I prodotti sono quindi rivenduti fino a venti volte il prezzo ufficiale sui banchi [del mercato] de "l'Oriental" di Managua. (…) La statalizzazione economica si rafforza di giorno in giorno. (…) I partiti di opposizione affermano che i problemi di approvvigionamento hanno costituito il tema più mobilitante [enfasi nostra]. "

Il fatto che i nicaraguensi non fossero caduti nella trappola e che il sandinista Daniele Ortega malgrado tutto fu eletto presiede della Repubblica con il 67% dei voti, spinse Washington a raddoppiare gli sforzi imponendo al Nicaragua un embargo commerciale totale nel 1985. Questa aggressione militare ed economica aggravò di molto la situazione. Il paese si indebiterà, arenandosi in una gestione di sopravvivenza, fino a cedere "vinto dalla fame e dalla guerra" al momento delle elezioni presidenziali del 25 febbraio 1990.

In Venezuela, se Hugo Chávez ha evocato il concetto di "guerra economica" fin da 2010, il primo a teorizzarla, nel 2013, è stato Luis Salas. La fonte di ispirazione iniziale di questo ricercatore del Centro strategico latino-americano di geopolitica (Celag), fugace ministro dell'economia nel 2016, è sorprendente: lontano dagli esempi latino-americani precedentemente citati, egli spiega di avere fondato l'inizio della sua riflessione sul lavoro Aspetti politici del pieno impiego [3] che l'autore polacco Michal Kalecki (1899-1970) scrisse basandosi sull'esperienza vissuta... in Francia, sotto il Fronte popolare. "Dice che, da un punto di vista marxista convenzionale, non si può comprendere ciò che è accaduto. Perché, paradossalmente, durante i suoi tre anni, attraverso i rialzi salariali e l'aumento dei consumi, così come la crescita registrata, il governo di Léon Blum aveva permesso un arricchimento degli imprenditori e dei commercianti".

Ora, anche supponendo che questi abbiano ogni interesse a che un governo, attraverso il pieno impiego, aumenti il potere d'acquisto della popolazione, questo tipo di politica pone al capitale un problema fondamentale. "Per i padroni, il pieno impiego rende la manodopera più cara e i lavoratori meno docili, meno disposti ad accettare un impiego qualunque. Tra gli altri inconvenienti, il capitale non può più giocare sulla minaccia del licenziamento. Peraltro, il governo Blum aveva cominciato ad assumere numerose funzioni che normalmente appartenevano ai padroni, come la distribuzione degli alimenti. Il loro potere poggiava su questo...". Politica a breve termine, il problema diventa economico a lungo termine. "Il loro potere, in quanto classe, poteva essere spostato". La stampa di destra si scatenò allora contro i "mascalzoni col berretto" che approfittavano delle ferie pagate; finanzieri e industriali specularono e trasferirono i loro capitali all'estero. Il seguito appartiene alla storia di Francia. Ma presenta di fatto alcune similitudini con ciò che accade in Venezuela dove, stimandosi minacciato, il "mondo dell'impresa" partecipa attivamente al sabotaggio dell'economia.

"Nel 2013, quando Maduro è arrivato al potere, ricorda Salas, la legge sul lavoro, l'ultima firmata da Chávez [il 30 aprile 2012], era appena stata approvata. E questa legge, sebbene non alteri la relazione capitale/lavoro, crea un nuovo rapporto che complica il dominio sui lavoratori. Concede la stabilità salariale, riduce la durata del lavoro a quaranta ore settimanali, sanziona i licenziamenti ingiustificati, rende le vacanze obbligatorie, crea dei vantaggi nuovi, ecc. Da allora, padronato e commercianti hanno affinato le loro tecniche per sbarazzarsi di Maduro".

"Affinare" è un eufemismo, perché non erano degli esordienti. Nel 2001, dopo la firma di 49 decreti-legge emblematici - legge sugli idrocarburi, legge sulla terra e lo sviluppo agrario, legge sulla pesca, ecc. -, e soprattutto, dal 2002, dopo il fallimento dell'effimero colpo di Stato americano-militare-mediatico-padronale d'aprile, Chávez stesso ha dovuto fronteggiare questo tipo di destabilizzazione. Dal 2 dicembre 2002 al 9 febbraio 2003, mentre i suoi alti quadri dirigenti paralizzavano la compagnia petrolifera PDVSA e il paese affondava, vittima non di uno "sciopero generale" ma di una "serrata" padronale, gli alimenti ed altri beni di prima necessità sparirono dai "barrios". È l'epoca in cui, nello Stato di Zulia, si potevano vedere i produttori di latte gettare nei fiumi milioni di litri del loro prodotto per generare la penuria.

Particolarmente colpita e apertamente spinta a rivoltarsi, come fece, spontaneamente, all'epoca del "caracazo" nel 1989 [4], la popolazione modesta, base sociale del chavismo, mantenne il sangue freddo, senza cadere nella provocazione. Al termine di una battaglia di 63 giorni, il "comandante" riprese il controllo, ma la paralisi dell'attività economica era costata 20 miliardi di dollari al paese e una risalita spettacolare della povertà - passata da 60% nel 1997 a 39% nel 2001, raggiunse il 48% nel 2002, quindi il 55,1% nel 2003. Quasi 590 000 lavoratori, principalmente donne, si ritrovarono senza lavoro dal 2001 al 2003; le morti per denutrizione aumentarono del 31%.

La ripresa del controllo di PDVSA [compagnia petrolifera statale venezuelana, ndt] e l'indirizzamento degli introiti petroliferi al finanziamento delle politiche sociali permetterà di rovesciare la situazione (il 21,2% di povertà nel 2012), fino all'attuale fase di destabilizzazione.

Così, dunque, a credere alle vulgate in voga, da quando la crisi finanziaria internazionale ha orientato al ribasso il corso del petrolio nel 2008, la rendita non basta più a coprire la spesa per le importazioni. Stupendo, no? Dopo essere arrivato ai vertici a metà 2008 (150 dollari il barile), l'oro nero è certo ridisceso a 38 dollari nel 2015, prima di oscillare tra 21 e 24 dollari nel 2016, ma si vendeva a... 7 dollari il barile nel 1998, al momento dell'arrivo al potere di Chávez. E nessuno si ricorda di avere visto all'epoca lunghe file in attesa davanti dai luoghi di commercio, dai chioschi fino ai supermercati.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in una situazione di povertà di massa, i venezuelani consumavano molto meno all'epoca che oggi (che è vero!). Ma questa obiezione la fanno in pochi perché sarebbe evidentemente un omaggio reso implicitamente dal vizio alla virtù. Ma ad ogni modo, con un petrolio risalito nel 2017 a quota 40 dollari, la teoria della popolazione "sul ciglio della carestia" a causa di un "paese in fallimento" esce malconcia dalla riflessione (per poco, certo, che ci sia una riflessione).

Cominciamo dall'inizio - secondo il portavoce ufficiale ed ufficioso del padronato, il governo non concede alle imprese i dollari necessari all'importazione e alla produzione - e tentiamo di analizzare la situazione...

Il 95% delle valute del paese proviene dall'esportazione del petrolio. Questa situazione strutturale data 1920, anno in cui è stata approvata la prima legge sugli idrocarburi e dove si è stabilito il meccanismo attraverso cui lo Stato trattiene una parte, più o meno importante secondo i periodi, della rendita petrolifera. Dall'inizio del XX secolo, la borghesia si è ingegnata per riappropriarsi di questa rendita scambiando i suoi bolivar contro dollari e utilizzandoli essenzialmente per importare - cosa che non presenta alcun rischio e non richiede investimento. Ne risulta che, per tornare al periodo attuale, il 10% delle esportazioni non petrolifere del Venezuela sono costituite da prodotti minerali (26%), chimici (45%), di plastica e gomma (3%), di metallo (10%), tutti prodotti dalle... imprese pubbliche. Il contributo del settore privato, in media, non supera l'1% del totale delle esportazioni [5].

Non è dunque il petrolio che costituisce un problema, ma il fatto che se le valute si trovano inizialmente e quasi totalmente nelle mani dello Stato, è perché il settore privato, autoproclamatosi motore di un'economia "dinamica" ed "efficace", si è limitato (nel migliore dei casi) a fornire l'importazione per il mercato interno, prendendo un comodo margine dalla transazione, e non partecipando quasi all'incremento della ricchezza nazionale. Piuttosto che nell'investire, la preoccupazione sta nel riprendere il gruzzolo e utilizzarlo a proprio profitto.

Una volta stabilito questo quadro globale, si cercherà l'errore: da quando nel 2003 è stato instaurato un controllo dei cambi per evitare la fuga dei capitali, le imprese private hanno ricevuto dello Stato 338,341 miliardi di dollari per l'importazione di beni e di servizi. Nel 2004, quando hanno potuto disporre a questo fine di 15,75 miliardi di dollari, non si è constatata alcuna penuria. Nel 2013, mentre la somma attribuita è quasi raddoppiata, raggiungendo 30,859 miliardi di dollari, i principali beni essenziali spariscono [6]. Si deve parlare di magia? Forse, ma in questo caso di magia nera.

Se la crisi economica mondiale e l'abbassamento dei prezzi del petrolio hanno evidentemente un ruolo nella degenerazione della situazione, essi non sono in nessun modo la causa principale. La convinzione dei neoliberali nazionali e internazionali che bisognava approfittare della morte di Chávez per dare "il colpo di grazia" alla " rivoluzione bolivariana" ha incontestabilmente segnato il punto di svolta verso l'organizzazione del disastro. Da allora, secondo Pascualina Curcio, professore di scienze economiche all'Università Simón Bolivar, si articolano quattro fenomeni: una penuria programmata e selettiva dei beni di prima necessità; un'inflazione artificialmente provocata; un embargo commerciale camuffato; un blocco finanziario internazionale. Ai quali si aggiungerà, da aprile 2017, la violenza insurrezionale sostenuta da Stati Uniti, i loro alleati regionali (Argentina, Brasile, Messico) e dall'Unione europea, santificata dai commissari politici dei media. Quella che alcuni chiamano "guerra di quarta generazione".

Nel 2004, mentre erano importati beni alimentari per 2,1 miliardi di dollari, ciascuno poteva nutrirsi in condizioni normali. Nel 2014, con 7,7 miliardi, un aumento del 91% - sapendo che, dal 2004, il governo concede dollari a un tasso preferenziale per l'acquisto dei beni essenziali - sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini non si trovavano più né burro, né olio, né farina di mais precotta, né riso, né latte in polvere, né mais alimentare, né latte pastorizzato, né carne di manzo, né formaggio, né maionese, né zucchero, né caffè. In compenso, abbondano le bevande gassose, i biscotti, i dolci, leccornie e altri prodotti zuccherati, le conserve esotiche, i surgelati sofisticati. Cosa che lascia dubbi sulla curiosa "crisi umanitaria" di cui il mondo intero ha sentito parlare.

Il 20 maggio 2016, Agustín Otxotorena, un imprenditore basco non particolarmente "chavista" residente a Caracas, stanco di rispondere ai suoi amici e parenti che, dalla Spagna, si allarmavano per la sua salute in un paese afflitto da una carestia simile a quelle che colpiscono la Somalia o l'Etiopia, si è deciso a pubblicare sulla sua pagina Facebook una serie di fotografie particolarmente edificanti prese negli stabilimenti commerciali dei settori delle classi media e superiore dell'est e del sud-est di Caracas, i feudi dell'opposizione.

"Se hai del denaro - scrive - c'è del whisky invecchiato 18 anni, del rum venezuelano squisito, del champagne francese, della vodka russa o svedese, delle caramelle belghe, delle carni saporite, delle aragoste, dei vestiti di marca, dei ristoranti esclusivi, delle discoteche spettacolari, delle spiagge con gli yacht, dei club di golf ed ippici, dei campi da tennis e di calcio, e tutto un paese dentro ad un altro paese, dove non ci sono poveri, dove le donne e i bambini sono biondi, vanno nei collegi esclusivi, nelle università esclusive, e si divertono a Isla La Tortuga o nell'arcipelago di Los Roques, là dove gli unici Neri o poveri sono i servitori, il personale dei servizi o della sicurezza", prima di concludere (e in maiuscolo): "SONO STANCO DELLE MENZOGNE! [7]"

Da qui la domanda che ciascuno, a patto di non essere un giornalista, si pone necessariamente: perché c'è penuria di certi prodotti e non di altri, perché degli alimenti sono così difficili da ottenere e altri no? Perché la frutta e la verdura, per esempio, non sono scomparse?

Note

1. « Panorama de la Seguridad Alimentaria y Nutricional en América Latina y el Caribe 2012 », FAO, Rome, 2012.

2. Alfredo Meza, « El desabastecimiento acorrala a Maduro », El País, Madrid, 16 mai 2013.

3. Essai initialement publié en 1943 dans le Political Quarterly, fondé à Londres en 1930 par Leonard Woolf (époux de Virginia Woolf).

4. Révolte populaire brutalement réprimée par le gouvernement du social-démocrate Carlos Andrés Pérez – 3 000 morts – en février 1989, à la suite d'un ajustement structurel imposé par le Fonds monétaire international (FMI).

5. Pascualina Curcio, « Mitos sobre la economia venezolana », 15 y ultimo, Caracas, 17 juin 2017.

6. Pascualina Curcio, La Mano visible del Mercado. Guerra económica en Venezuela, Editorial Nosotros Mismos, Caracas 2016. De nombreux chiffres mentionnés dans cet article proviennent de cette étude. Voir également sur le Web : « Venezuela : tout comprendre sur l'inflation et les pénuries », Venezuela Infos, 29 mai 2017.

8. Voir : https://www.youtube.com/watch?v=p447jwE7lac

Parte 2
Contrariamente a un'idea ampiamente diffusa, il settore agricolo ha subito una profonda trasformazione. "Coloro che lo hanno conosciuto prima della legge sulle terre del 2001", ha dichiarato l'ex ministro dell'Agricoltura Iván Gil, "sanno che è un settore costituito da lavoratori agricoli che lavorano per grandi aziende. Da allora l'ascesa sociale dei contadini è stata spettacolare". Dal 2001 sono stati regolarizzati più di 7 milioni di ettari – avendo i contadini ottenuto i titoli di proprietà - e 3,5 milioni di ettari prelevati dal "latifondo". Un milione di nuovi ettari sono stati messi in produzione [1]. Questo, naturalmente, non risolve tutti i problemi. "Dopo una crescita sostenuta fino al 2008, il paese ha sofferto una siccità disastrosa dal 2008 al 2010, ha cominciato a riprendersi dal 2011, per ottenere una produzione significativa nel 2013 e nel 2014, quindi le difficoltà nel 2015 e nel 2016 poiché l'agricoltura è molto sensibile alle variazioni economiche nazionali. Sono quelli che dipendono dai fertilizzanti e da fattori produttivi importati che soffrono di più". I grandi proprietari tradizionali che sentiamo lamentarsi.

Tuttavia, grazie agli investimenti di Chávez, il mondo agricolo è quello che regge meglio la guerra economica. Infatti, sono i piccoli produttori nazionali che riforniscono il paese di prodotti alimentari.

Se tra i cibi che scompaiono ci sono i venti alimenti più consumati dai venezuelani, sono quelli prodotti dal settore agroindustriale, dove il capitale controlla la tecnologia e la trasformazione delle materie prime in prodotti elaborati. "Oltre ad essere molto consumati - osserva Curcio - la loro produzione e distribuzione sono concentrate in poche mani: quelle dei monopoli e degli oligopoli nazionali e internazionali". Vale a dire solo il 10% delle aziende private, ben sapendo che il potere di queste ultime è ancora più grande quando si tratta di prodotti molto difficili da sostituire, come ad esempio alimenti e medicinali. Oppure, in un altro settore, i pezzi di ricambio per veicoli, macchinari e attrezzature.

Gli studi quantitativi dimostrano che sia la produzione che il consumo dei prodotti assenti nel mercato sono rimasti relativamente stabili dal 2012. Inoltre, le importazioni totali nel 2014, in piena crisi delle "guarimbas", sono state del 91% superiori rispetto al 2004. "C'è un trucco!", potrebbe dire qualcuno.

In questo Venezuela ormai deprivato di tutto, tonnellate di cibo e di altri prodotti giacciono negli hangar, da dove sono diretti verso canali illegali. Ci accontenteremo qui di una manciata di esempi raccolti quotidianamente dalla stampa venezuelana - inclusa quella d'opposizione. Il 18 ottobre 2013 (qualche settimana prima delle elezioni municipali dell'8 dicembre) a Maracaibo, la polizia bolivariana ha sequestrato 10 tonnellate di zucchero, 3,5 tonnellate di riso, 1,5 tonnellate di farina di grano, 4.500 litri di olio, ecc., nascosti in un deposito del grande supermercato Súper tienda Caribe. Il 5 febbraio 2014, nel Táchira, un'operazione dei servizi è riuscita a recuperare da parecchi hangar... 939,2 tonnellate (!) di alimenti di prima necessità sovvenzionati dallo Stato e sottratti al mercato (648 tonnellate di riso, 246 di zucchero, 37 di grano, 2 di burro, 54.000 litri di olio, 300 chili di caffè, ecc.).

L'arrivo di altre merci è stato opportunamente sabotato. Il 14 luglio 2016, nel porto di La Guaira, grazie all'avvio della "Grande missione di approvvigionamento sicuro", un'ispezione ha permesso di scoprire 81 container abbandonati. Destinati tanto a imprese private quanto ad amministrazioni pubbliche, erano pieni di prodotti per l'igiene personale, computer, stampanti, fertilizzanti per l'agricoltura e prodotti chimici necessari alla produzione di medicinali.

Il 31 agosto 2016, 57 tonnellate di carne, pollo e pesce, in decomposizione sono state trovate presso le strutture di Biangi Mar e di Avicomar C.A., situate a Los Teques (Stato di Miranda). Lo stesso fenomeno si è verificato nel mese di giugno, quando Distribuidora y Procesadora de Huevos Ovomar C.A. ha abbandonato in una discarica di Santa Cruz (Stato di Aragua) tre milioni di uova stoccate dall'ottobre precedente.

Casi estremi gli ultimi tre, giacché i circoli padronali hanno tratto lezioni dallo "sciopero generale" del dicembre 2002-gennaio 2003. In quell'occasione, mentre si erano registrati i livelli storicamente più bassi di produzione dal 1999, il settore pubblico aveva visto diminuire i propri ricavi del 12% e quello privato del... 15%. Ed era quest'ultimo che, al momento, più soffriva del suo brillante sabotaggio dell'economia!

Non si deve ripetere lo stesso errore. Le merci che erano scomparse dal mercato per rendere impossibile la vita della popolazione dovevano tuttavia ricomparire, ma dopo mille deviazioni, mille tormenti e a un prezzo allucinante.

Un ritorno alla legge della giungla. Sottratti su larga scala dal mercato formale, i prodotti a prezzo regolamentato finiscono nelle mani di quelli che vengono chiamati "bachaqueros", rivenditori informali che, nelle strade, nei mercati comunali, nei luoghi più improbabili, vendono le materie prime gonfiando i prezzi – cosa che, come effetto collaterale, fa crescere l'inflazione. I grandi imprenditori hanno dato l'esempio, i subalterni seguono la scia. Sia per spirito lucro che per ragioni puramente politiche, le piccole imprese, farmacie, piccoli supermercati si gettano in questo traffico. Per aumentare i profitti, deviano le loro merci al "bachaqueo", per poi alzare le braccia al cielo dinanzi ai consumatori lamentando ritardi nelle consegne o mancanze dovute al governo.

Per definizione, su disordini di questo tipo, si innesta e proliferano le mafie. Mentre code impossibili si formano sin dall'alba davanti alle saracinesche dei negozi, gruppi di delinquenti organizzati appaiono al momento dell'apertura e occupano con forza le prime posizioni o fanno passare prima i loro "protetti", che poi si dedicheranno loro stessi al "bachaqueo". Tutto sotto l'occhio talvolta impassibile delle forze dell'ordine - polizia municipale, nazionale o guardia nazionale.

Che una parte della popolazione povera si dedichi all'acquisto massiccio di beni di prima necessità per poi rivenderli ai poveri a prezzi moltiplicati per cento, lascia abbastanza esterrefatti. I quindici anni di pedagogia rivoluzionaria del defunto Chávez non hanno prodotto frutti? "Ci ha anche sorpreso", ci confida uno dei nostri interlocutori. "È necessario uno studio sociologico per capire perché questa lebbra si sia sviluppata, allorché un certo numero di bisogni oggettivi della popolazione erano stati risolti. Questo fenomeno, iniziato localmente, avrebbe dovuto essere trattato immediatamente come un problema di ordine pubblico. È stato sottovalutato, gli è stato permesso di crescere e, mentre la crisi economica si aggravava, ha fatto sempre più adepti, poiché la gente ha visto in questa attività un mezzo per aumentare il proprio reddito. Ma in un primo momento non era spontaneo. C'è stata una deliberata intenzione di sabotare le reti della distribuzione".

E solo quelle. "Le cifre fornite dalle stesse aziende private dimostrano che la produzione alimentare non è diminuita", osserva Curcio. E' il caso del precotto di farina di mais, l'alimento più solitamente consumato dai venezuelani. Dal 2013, si trovano ad affrontare le più estreme difficoltà per ottenerlo. Tuttavia, statisticamente, il suo consumo rimane ai livelli abituali. E sia Alimentos Polar - il primo produttore alimentare del paese, ma che non produce un ettaro del cereale in questione - che le aziende che si spartiscono il restante 50% del mercato hanno mantenuto i loro livelli di importazione/produzione. Comportamento che si ripete per tutti gli alimenti fuori portata a causa del "disapprovvigionamento".

Così, l'8 gennaio 2017, la polizia era in grado di sequestrare 3 tonnellate di farina di mais precotto in un residence di Barcellona (capitale dello Stato di Anzoátegui). Denunciati dai vicini esasperati, i due speculatori arrestati, recidivi, rivendevano questa merce diventata introvabile a dieci volte il suo valore a prezzo regolamentato.

Il 17 marzo 2017, in Avenida Baralt, nel centro di Caracas, il panificio di Maison Bakery è occupato da un gruppo di abitanti del distretto, poi requisito dallo Stato. Per un certo tempo i clienti avevano chiesto che i prezzi regolamentati fossero rispettati. Lo stabilimento riceveva la farina sovvenzionata, ma offriva ai consumatori - quando accadeva - solo pagnotte più piccole, passate da 180 a 140 grammi per lo stesso prezzo.

Con gli Stati Uniti, il Canada e l'Argentina, il Venezuela è il paese del continente che consuma più pane, dunque grano, cereale che, a causa del suo clima e della sua storia, praticamente non viene prodotto. Chi importa il grano dai mercati internazionali? Lo Stato venezuelano. Una volta giunto nei porti, attraverso Casa, una società pubblica, il grano è fornito a dodici impianti per la macinazione privati - i quattro più importanti dei quali controllano il 78% del mercato: la multinazionale Cargill (27%), la messicana Monaca (26%), Mocasa (15%) e Molvenca (10%).

Il presidente di Cargill Venezuela, Jon Ander Badiola, presiede anche la Camera venezuelano-americana di commercio e dell'industria (Venamcham), che, come suggerisce il nome, rappresenta gli interessi delle società statunitensi nel paese; su Monaca, va ricordato che il sindacato dei suoi dipendenti ha presentato una denuncia nell'aprile 2016 e chiesto un'indagine sulla sorte di 550 tonnellate di grano presente negli inventari della società, ma non trovato nei magazzini; il presidente di Mocasa, Giovanni Basile Passalacqua ha il dubbio privilegio di apparire nei "Panama Papers" per due dei suoi affari, Gold Lake LLC e Diamond Lake LLC, registrati nel paradiso fiscale del Nevada (Stati Uniti); Molvenca appartiene al multimilionario italiano Giuseppe Sindoni [2]. Tutti ardenti "difensori del popolo", chiaramente.

"La verità è che non abbiamo materie prime", dichiarava lo scorso marzo José Sanchez, portavoce di Fevipan, la federazione del settore. "Il Venezuela ha bisogno di 120.000 tonnellate di farina al mese. Il governo ci fornisce solo 30.000 tonnellate". Segue quindi il refrain universalmente noto: "Purtroppo non ha la valuta necessaria per acquistare la farina di cui il paese ha bisogno".

Naturalmente c'è verità e verità. Succede, a volte e puntualmente, che il Venezuela manchi di questa materia prima, è un dato di fatto. "Il governo ha annunciato ieri che è in procinto di comprare il grano dalla Russia", ci è stato detto il 19 maggio. "E' interessante. Tuttavia, il problema non è la quantità importata, ma come viene distribuita la farina dopo la trasformazione". In realtà, è durante questo passaggio che viene organizzata la scarsità. Sviando le tracce e mantenendo in apparenza le mani pulite, gli impianti per la macinazione di cui sopra delegano a terzi la distribuzione della merce ai subappaltatori. La maggior parte delle diecimila panetterie del paese non viene rifornita regolarmente. Altre, con forte potere economico e legate a certe mafie, ricevono più merce del necessario, rivendendo a un prezzo elevato, ma con una tempistica del tutto casuale, parte del loro superfluo a quelli che ne sono privi. D'altra parte possiamo vedere - come abbiamo visto – sulle vetrine di un certo numero di rivendite cartelli con su scritto "Non c'è pane". Curiosamente, i loro banchi sono ricolmi di torte, brioches, "cachitos" (pane farcito di prosciutto e formaggio), sandwich e pizze. Venduta a prezzo più caro, questa produzione secondaria compensa le perdite dovute alla mancata produzione del pane tanto atteso dalla popolazione. Popolazione che vede la sua vita trasformarsi in calvario, tra privazioni o tempo trascorso in fila.

Da qui l'annuncio del presidente Maduro, lo scorso marzo, dell'apertura di un centinaio di panetterie popolari, sotto la responsabilità dei Comitati locali per l'approvvigionamento e la produzione (CLAP).

Note

1. Ciò si riflette nei risultati elettorali: mentre il Chavismo è indietreggiato nelle città, il sostegno alla rivoluzione resta intatto nel settore rurale.

2. Misión Verdad, Caracas, 13 febbraio 2017.

Parte 3
Dai leader dell'opposizione ai (ben pasciuti!) prelati della Conferenza Episcopale Venezuelana, attraverso il segretario generale dell'Organizzazione degli Stati Americani (OAS), il grande amico di Washington Luis Almagro, si alza uno stesso grido: si deve urgentemente aprire un "canale umanitario" per consentire al paese l'approvvigionamento di materiale e prodotti medicali. Secondo Freddy Ceballos, presidente della Federazione farmaceutica del Venezuela, il debito dello Stato verso il settore sarebbe enorme: più di 5 miliardi di dollari. Di conseguenza, le scorte di farmaci disponibili corrispondono solo il 15% delle necessità.

Nel maggio 2012, sotto Chávez, gli stessi attori avevano già denunciato un taglio del 42% delle valute nel settore sanitario; nel 2013, annunciavano un livello di scarsità del 40%; nel 2014 del 60%, nel 2015 del 70%. Al che, dopo aver esaminato i numeri e le statistiche, Pasqualina Curcio ha notato: "Ciò non corrisponde al livello delle importazioni registrate (...) e ancor meno ai rapporti finanziari annuali delle grandi corporazioni transnazionali responsabili dell'importazione di tali prodotti".

Queste "grandi corporazioni" ricevono valuta a tassi di cambio preferenziali, acquistano i prodotti all'estero e li vendono in bolivar tanto al Sistema sanitario pubblico nazionale (SPNS) che alle imprese private. Mentre dal 2003 al 2014 l'importazione di prodotti farmaceutici ha conosciuto un aumento del 463%, Henry Ventura, ex ministro della Sanità e attuale direttore della Scuola di Medicina Salvador Allende, cifre alla mano , riportava a gennaio: "Nel 2004 i laboratori hanno ricevuto 608 milioni di dollari senza alcun problema di scarsità". D'altra parte, nulla accade quando ottengono "un totale di 3,2 miliardi di dollari nel 2013 e 2,4 miliardi nel 2014 [1]". Ragion per cui, un anno fa, allora deputato, aveva già esortato il procuratore della Repubblica Luisa Ortega a indagare "dal momento che non si trovano più farmaci da nessuna parte". Però senza grandi risultati, sembra.

"Alcune delle grandi corporazioni responsabili dell'importazione del 50% dei prodotti farmaceutici in Venezuela non hanno registrato perdite, riduzione dei profitti o calo delle vendite nel corso del 2015 - nota Curcio - non più che nel 2012, 2013 e 2014". Considerazione difficilmente contestabile come confermato nel suo libro sui rapporti finanziari delle imprese in questione - Abbott Laboratories C.A., Productos Roche, Novartis de Venezuela S.A., Bayer S.A., Pfizer Venezuela S.A., Sanofi-Aventis de Venezuela S.A., Merck S.A., ecc. [2].

Il 2 settembre 1973, nove giorni prima del colpo di stato di Pinochet, i cileni potevano leggere sul quotidiano Clarín: "'Grazie al lavoro volontario, il sabato e la domenica e al lavoro notturno, aumenteremo la produzione di siero di cui il nostro paese ha bisogno', dicono unanimemente i 45 lavoratori dei Laboratori Sanderson, unico produttore di questo farmaco vitale in Cile", mentre il loro sindacato, riferendosi alla penuria creata artificialmente da questo monopolio, aggiungeva: "Noi affermiamo dinanzi all'opinione pubblica che il nostro movimento legittimo (...) vuole difendere il potere esecutivo allorché intenda requisire le imprese che boicottano la produzione e che sono vitali e strategiche per il paese" [3].

Il confronto non calza? Nel giugno 2017, in Venezuela, i rappresentanti della Federazione dei lavoratori dell'industria chimica farmaceutica (Fetrameco) hanno accusato i laboratori Calox, Leti Vargas, Behrens e Cofasa di ridurre la loro produzione di farmaci prioritari per la popolazione. Da parte sua, Richard Briceño, dei sindacato dei laboratori Calox, denunciava: "Usano la materia prima per la fabbricazione di prodotti veterinari e abbandonano lo sviluppo di farmaci essenziali [4]".

A partire dal febbraio scorso, a seguito di un'inchiesta dei servizi segreti, più di sei tonnellate di medicinali e materiale chirurgico sono stati sequestrati in due case a Maracaibo (Stato di Zulia). Importati grazie ai dollari preferenziali, erano destinati al contrabbando, così come le enormi quantità deviate verso la Colombia.

Niente è più demoralizzante per chiunque che l'essere privato di ciò che rende la vita degna di essere vissuta - sapone, deodorante, shampoo, dentifricio o crema da barba. Quattro grandi aziende controllano il mercato dei prodotti per l'igiene in Venezuela: Procter & Gamble, Colgate, Kimberly Clark e Johnson & Johnson. Secondo i loro rapporti finanziari annuali, compresi quelli del 2015, non si segnalano perdite o riduzioni delle vendite. Tra il 2004 e il 2011, Johnson & Johnson ha ricevuto dal governo circa 2,8 milioni di dollari al mese; nel 2014, ha intascato 11,6 milioni per lo stesso periodo, quattro volte più di quanto riceveva di solito: tutti i suoi prodotti mancano nei luoghi di abituale approvvigionamento.

Nel 2014, Procter & Gamble ha ricevuto 58,7 milioni di dollari a tasso preferenziale, 5,3 volte più rispetto a quanto ricevuto tra il 2004 e il 2011 (11 milioni di dollari). Pur menzionando le difficoltà e le incertezze dovute ai tassi di cambio (e talvolta irregolarità), le sue relazioni annuali non registrano né cali delle vendite, né perdite operative in Venezuela [5]. A luglio 2015, con i consumatori in pieno caos, la società pubblicava questo comunicato: "Negli ultimi anni la compagnia ha compiuto importanti investimenti nel paese destinati ad aumentare la capacità produttiva locale e per offrire innovazioni nei nostri prodotti. Di conseguenza, la nostra capacità di produzione locale è aumentata di oltre il 50% e ora godiamo di una preferenza assoluta fra i consumatori venezuelani, che ha reso i nostri marchi leader delle categorie in cui competono [6]".

Per quanto riguarda la carta igienica, verrà offerto un soggetto di inchiesta ai giornalisti affascinati da questo argomento e che hanno difficoltà a rinnovarsi: nel 2014 la società responsabile della sua importazione e distribuzione, Kimberley Clark de Venezuela, ha ricevuto il 958% in più di valute rispetto a quelle assegnatele tra il 2004 e il 2011. Si potrebbe anche suggerire un titolo: "Chi ha rubato i rotoli?". Un'altra indagine: come mai in tutti i ristoranti, dalla più modesta "cantina" alla struttura più lussuosa, passando per gli innumerevoli "fast food", si trovano su tutti i tavoli, a profusione, le salviette di carta?

Come quello di Chávez, il governo di Maduro sarebbe caratterizzato da una violenta ostilità verso il mondo degli affari. Come prova si adduce l'approvazione di una legge organica sui "prezzi equi" nel 2011 (Chávez), con cui il potere impone un massimale sui prezzi dei bei di prima necessità, e la fissazione nel febbraio 2014 (Maduro) di un margine di profitto massimo del 30% sui beni e sui servizi venduti, che rovinerebbero i commercianti. Nessuno produce o lavora, i prezzi sono ora inferiori ai costi di produzione.

Guardata da un altro punto di vista, non si può dire che l'occupazione della catena Daka nel novembre 2013 fosse totalmente ingiustificata: dopo aver ottenuto oltre 400 milioni di dollari di denaro pubblico dal 2004 al 2012 per importare elettrodomestici a basso prezzo, questa catena presente a Caracas, Punto Fijo, Barquisimeto e Valencia sovraccaricava fino al 1000% il prezzo dei suoi prodotti. Per quanto riguarda i problemi dei magazzini di elettronica e audiovisivi Pablo Electronica con le autorità, sono cominciati nello stesso momento in cui si è scoperto un aumento ingiustificato, dal 400 al 2.000%, dei prezzi.

Creazione del chavismo nel 2003, i controlli sono stati a lungo limitati ai prodotti di prima necessità. Oltre alla lotta contro usurai e speculatori, l'obiettivo di Maduro era di limitare l'inflazione (la più alta dell'America Latina).

Le piccole o medie imprese hanno effettivamente dei problemi perché sono in concorrenza, in un contesto iper-speculativo, contro potenti rivali, molto spesso dei veri monopoli. Ma più in generale, l'analisi dei dati di qualsiasi azienda, ovunque essa operi nel mondo, permette di constatare che il margine di profitto medio [rapporto tra guadagno e fatturato, ndt] si situa non al 30%, ma a circa il 10% o l'11% . Per ogni capitalista, questo è un buon risultato. Gli economisti neoliberali, costretti ad ammettere che i margini di profitto in Venezuela sono alti, obiettano che è "a causa del rischio" - argomento teorico della speculazione.

Di quarantadue merci immesse sul mercato da Polar , solo quattro hanno un prezzo "regolamentato": farina di mais, riso, olio e pasta. Tuttavia, prima delle elezioni presidenziali dell'aprile 2013, la sua produzione, e non solo i prodotti, è diminuita del 37%; al momento de "La Salida" (2014), del 34%; prima delle elezioni legislative di dicembre, del 40% [7].

Per importare, come abbiamo visto, i commercianti devono comprare i loro dollari dal governo. Nessuno negherà che il complesso processo burocratico o il cambiamento di regole costituiscano un mal di testa per un individuo di normale costituzione [8], né che la massa totale della valuta estera da concedere sia diminuita, cosa che ha causato - o meglio accentuato - un mercato parallelo in cui la valuta statunitense è scambiata al di sopra del tasso ufficiale.

Nel dicembre 2012, un dollaro era scambiato legalmente contro 4,30 bolivar e, al tasso parallelo, contro 10 Bolivar. Nel 2013, si è registrato un aumento da 6,30 bolivar a corso legale a 20 sul mercato nero. Negli ultimi due mesi del 2014, il dollaro "libero" è stato 28 volte superiore al dollaro "governativo". Alla vigilia delle elezioni legislative del 6 dicembre 2015 raggiunge il culmine a quasi 900 bolivar per dollaro, un aumento di 8.900% in soli due anni! Attualmente si attesta a 5.000 bolivar (contro i 10 del corso ufficiale).

In assenza di valute ottenute attraverso meccanismi statali, chi cerca un valore rifugio acquista dollari sul mercato nero. Da parte loro, alcuni attori economici - soprattutto le piccole imprese - sono costretti a rivolgersi anch'essi a questo mondo parallelo. Una volta che la loro merce viene acquistata all'estero, stabiliscono il loro prezzo di vendita: salari, costi fissi e l'importo della fattura in dollari riconvertiti in bolivar, ma secondo il tasso di cambio proibitivo, facendo esplodere il valore finale del prodotto . In questo caso, è legittimo attribuire una parte della responsabilità dell'esplosione dei prezzi "alla crisi" e a un governo superato dagli eventi.

Tuttavia, il fenomeno non si chiude qui, il che renderebbe gli effetti relativamente limitati. Peggiora quando gli importatori maggiori, pur avendo ricevuto valute a tassi preferenziali, calcolano i loro prezzi... in funzione del tasso illegale. Per l'esplosione dei loro profitti illeciti, per la più grande disgrazia del consumatore, che vede crollare il potere d'acquisto. Sapendo inoltre che molte aziende, quando ricevono cinque dollari dal potere, ne utilizzano solo uno per l'importazione e speculano con gli altri quattro su questo mercato mafioso. Il loro "business" non è quello di fornire cibo al paese, ci è stato detto, ma "acquistare e vendere dollari, con il pretesto di acquistare cibo".

Le difficoltà diventano sicuramente non risolvibili per le autorità quando, invece, il tasso di cambio parallelo esplode perché manipolato.

Su questo famoso mercato, il tasso di cambio ha registrato una costante tendenza al rialzo dal 1999 al luglio 2012. Ma, da una media del 26%, questa variazione annuale si impenna dal 2012 al 2015, raggiungendo il 223% (423% tra 2014 e 2015), influenzando il consumo finale ed i processi produttivi. "I cambiamenti più importanti - ricorda Curcio nel suo libro - sono stati registrati nell'ottobre 2012 (presidenza Chavez), dicembre dello stesso anno (elezione dei governatori dei 24 Stati del paese), aprile 2013 (nuova presidenza) e dicembre 2013 (elezioni comunali)". A partire dalla fine del 2013, l'aumento sarà sostenuto e sproporzionato fino al gennaio 2016 (le elezioni legislative perdute dal chavismo nel dicembre 2015).

"Il valore della moneta sul mercato illegale – denuncia Curcio - non corrisponde a nessun criterio economico né alle variabili associate, non corrisponde alla realtà, ma obbedisce a un'intenzione politica che ricerca la destabilizzazione attraverso la distorsione dei mercati e dell'economia in generale".

Lo strumento di questa guerra (non davvero) invisibile si chiama Dollar Today (DT).

(continua)

Note

1. El Universal, Caracas, 29 janvier 2017.

2.  La Mano visible del Mercado. Guerra económica en Venezuela, op. cit (pages 101 à 106).

3. Miguel González Pino et Arturo Fontaine, Los mil días de Allende, Centro de Estudios Públicos, Santiago, 1997.

4. Últimas Noticias, Caracas, 6 juin 2017.

5. P & G, 2015, Annual Report.

6. « Comunicado de P & G », La Patilla, Caracas, 30 juillet 2015.

7. El Telégrafo, Quito, 19 novembre 2016.

8. Nel corso del 2013, si è passati da due tassi di cambio (uno ufficiale e uno sul mercato nero) a quattro (tre ufficiali e uno sul mercato nero).

Parte 4
Il valore della moneta americana annunciato ogni mattina attraverso questo sito web sin dalla sua creazione nel 2010 è diventato "il" riferimento per chi vuole acquistare dollari sul mercato nero (e per chi li vende). In quale modo i creatori di Dollar Today stabiliscono il prezzo della moneta? Sulla base della variazione sui tassi praticati dagli uffici di cambio di... Cúcuta (città di frontiera, lato colombiano)!

Tale bizzarria ha origine nella "résolution numéro 8" emanata dalla Banca della Repubblica (la banca centrale colombiana) il 25 maggio 2000, durante il governo di Andrés Pastrana. Di conseguenza, se questa stabilisce la parità del peso, sua moneta nazionale, con il bolivar, essa consente agli operatori di confine, al di fuori di ogni controllo, di fissare i propri tassi. Cosa che fanno, manipolandoli arbitrariamente e in modo sproporzionato.

Ci sono diverse centinaia di questi uffici di cambio legali e illegali a Cúcuta. In virtù di un'altra legge colombiana altrettanto sorprendente, questi uffici possono eseguire qualsiasi transazione senza riferire alle autorità di vigilanza, a condizione che siano inferiori a 10.000 dollari - meccanismo utile per riciclare il denaro del narcotraffico.

È dunque questa mafia che, teoricamente, alimenta i dati di Dollar Today. I suoi funzionari vivono, come si conviene, a Miami, dove svolgono la loro attività. Il più famoso di questi è Gustavo Díaz. Ex militare, ha partecipato al colpo di stato del'11 aprile 2002 contro Chavez e fu nominato vice capo dell'ufficio militare (Casa Militar) durante il breve "governo" del presidente de facto Pedro Carmona. Espulso dall'esercito, nel 2005 ha chiesto asilo politico negli Stati Uniti e naturalmente lo ha ottenuto.

Esaminando questa configurazione mafiosa, si impone una conclusione: è con il sostegno di Washington e delle autorità di Bogotá che è stata messa in atto questa distorsione economica, permettendo di svalutare artificiosamente la moneta venezuelana e di aumentare l'inflazione (720% nel 2016, dati FMI). Il 10 luglio 2015, l'economista e analista politico Tony Boza ha spiegato che DT non è una pagina web, "ma il meccanismo che la Colombia ha inventato per aggredire l'economia venezuelana; è un atto di guerra; è l'equivalente di un Plan Colombia, economico, contro il Venezuela [1]". Intervistato lo scorso giugno, Luis Salas dice la stessa cosa: "Per riuscire a posizionarsi come tasso di cambio di riferimento, sono necessarie capacità organizzative e di comunicazione che una pagina web, di per sé, non ha".

Cosa che Gustavo Díaz conferma a modo suo. Mentre la Banca centrale del Venezuela accusa i responsabili di DT di ricadere sotto i colpi della legge federale americana Racketeer Influenced and Corrupt Organizations (RICO), egli afferma: "Il nostro timore è che ci sia un processo, che si conoscano così tutte le persone che lavorano con noi e che il governo [venezuelano] possa attaccarle direttamente. C'è molta gente dietro di noi [2]".

Storicamente, sugli oltre 2.300 chilometri di frontiera comune, gran parte della vita "sociale" venezuelano-colombiana si è basata sul contrabbando. Un contrabbando "tradizionale", simile a quello osservabile in qualsiasi area di confine, indipendentemente dal continente. Ovviamente si entra in un traffico di natura diversa, allorché se ne rileva l'ampiezza, quando 12.210 tonnellate - 12.210 tonnellate! - di beni alimentari, di cui sono crudelmente lasciati sprovvisti i venezuelani vengono intercettate al confine, tra gennaio e novembre 2014, da parte delle forze della Commissione nazionale per la lotta al contrabbando. Per una tonnellata recuperata di questo "contrabbando d'asportazione", quante giungono a destinazione (con la complicità in un certo numero di casi, di guardie nazionali o militari venezuelani)? Dato il loro prezzo sovvenzionato in Venezuela, il valore di latte, zucchero o... della carta igienica, può essere moltiplicato per dieci arrivando da paesi vicini.

Nel 2016, tra 8.000 e 22.000 litri di benzina illegali sono stati sequestrati quotidianamente prima che giungessero a destinazione. Può essere accusata la differenza abissale del prezzo di vendita tra i due paesi. Ma, ancora una volta, il governo colombiano ha una responsabilità diretta per il saccheggio organizzato della ricchezza del Venezuela. Dal 10 agosto 2001 la legge (colombiana) 681 autorizza i "piccoli importatori di benzina" - come vengono definiti! - a distribuire il combustibile a margine della società nazionale Ecopetrol. Meglio: rendendo legale il contrabbando di combustibile, Ecopetrol si riserva il diritto di acquistare benzina a un prezzo ridotto.

Il 3 maggio 2016, dopo 5.087 ispezioni in oltre 1.500 stabilimenti privati, ma anche pubblici, di distribuzione alimentare e di beni di prima necessità in tutto il paese, il Difensore civico Tarek William Saab dichiara pubblicamente: "Abbiamo riscontrato molti atti illeciti, con la sospetta complicità di funzionari e individui legati a imprese private. La giustizia deve agire con forza e applicare la legge con rigore".

Il 14 agosto, il quotidiano Ultimas Noticias, l'editorialista Eleazar Díaz Rangel inveiva:" In due settimane, ci hanno detto in un rapporto della Grande missione di approvvigionamento sovrano, abbiamo arrestato settanta bachaqueros in questa zona [di Petare; distretto della capitale] (...) Che si sappia, nessuno è stato incriminato anche se ha commesso crimini menzionati nella Costituzione nella Legge sui prezzi equi. Non siamo a conoscenza di alcuna condanna. (...) Non capiamo questa contraddizione. Se non possiamo esigere che i banconi siano forniti e che la produzione aumenti, penso che, sì, dovremmo poter mostrare i risultati delle sanzioni inflitte ai colpevoli di questi delitti previsti dalla nostra Costituzione".

La corruzione? Esiste. Troppo. E a tutti i livelli, anche tra i "chavisti". Le storie abbondano di commercianti stranieri che devono trattare con i "Señores 10%" per ottenere un mercato o fare affari nel paese. Nei porti, non è raro che alcuni doganieri, militari o funzionari richiedano la loro decima per far sbarcare i cargo. "Se gli importatori cercano di sfuggire alle tangenti - denuncia Luis Peña, direttore delle operazioni di Premier Foods, la cui sede si trova a Caracas -, gli alimenti rimangono lì a marcire".

Qui, assistiamo al rinvio a giudizio di un ex manager del Fondo sino-venezuelano per presunta appropriazione indebita di 84 milioni destinati alla produzione di alimenti nel 2011 e nel 2012. La, è l'ex presidente e responsabile dell'impresa mista socialista Leguminosas del Alba, Oscar Pérez Fuentes, che è stato incriminato per la sua responsabilità nel contrabbando di 120 tonnellate di fagioli secchi (maggio 2016). Laggiù, a Miami, il 18 luglio 2014, il "boliborghese" Benny Palmeri-Bacchi è stato fermato all'aeroporto da agenti della Drug Enforcement Administration (DEA). Accusato di traffico di cocaina e riciclaggio di denaro, apparteneva al comitato direttivo della Camera degli imprenditori venezuelani del Mercato comune del Sud (Mercosur) e possedeva, tra il sud della Florida e il Venezuela, una mezza dozzina società di importazione di alimenti.

A Miami, appunto, e nelle ricche città che la circondano, si concentra anche la più grande comunità dei venezuelani della diaspora, soprattutto esuli "anti-chavisti" con conti bancari in alcuni casi alimentati a colpi di traffici, tangenti e bustarelle. La delinquenza non ha colore né ideologia. "Boliborghesi" e borghesi tradizionali lavorano senza difficoltà mano nella mano.

Il 26 maggio 2014, il deputato Ricardo Sandino, presidente della Commissione finanze e sviluppo economico dell'Assemblea nazionale, allora dominata dal Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), informava i suoi colleghi che l'ex Commissione di amministrazione delle valute (Cadivi) aveva approvato lo sblocco di 20 miliardi di dollari per importazioni mai giunte nel paese. Nel giugno del 2014, dopo essere stato rimosso dal governo, Jorge Giordani, che da ministro della Pianificazione e delle Finanze di Chavez, ha regnato sulla vita economica venezuelana dal 1999 al 2014, denunciava che per il solo anno 2012, 25 miliardi di dollari erano stati rubati e sperperati attraverso i meccanismi delle valute.

Nel febbraio 2016, accompagnato da Héctor Navarro, ex ministro espulso dal PSUV nel 2014, alzerà il tiro evocando la somma di 300 miliardi di dollari deviati in dieci anni attraverso l'importazione fittizia e la pratica della sovrafatturazione. Peccato che non abbia approfittato di questo scandalo per fare autocritica sulla sua parte di responsabilità e di certo non fornisce alcuna prova utile a smascherare e rintracciare i delinquenti.

Più stravagante sarà la recente dichiarazione in conferenza stampa del Procuratore della Repubblica Luisa Ortega quando, dopo aver rotto con il potere, affermerà in tono minaccioso, dopo aver accusato il presidente Maduro di "crimini contro l'umanità" per la repressione delle manifestazioni e la convocazione di un'Assemblea costituente, di avere tra le mani "36.124 indagini per casi di corruzione [3]". Senza cadere in facili polemiche, ci domandiamo: com'è possibile che così pochi casi siano stati giudicati durante la sua carica - è stata nominata nel 2007 - e il motivo per cui abbia fatto questa dichiarazione sensazionale dopo essersi unita alle file dell'opposizione e non prima?

In realtà, questa corruzione endemica partecipa all'anarchia della distribuzione dei beni essenziali e al saccheggio dello Stato. Tuttavia, essa non dovrebbe essere considerata l'alfa e l'omega della crisi, imputata per definizione al defunto Chávez o al presidente Maduro. Interrogato sulle famose "società fittizie" ("empresas de maletín"), l'economista Luis Salas risponde: "In un mio lavoro ho dimostrato che, con il controllo dei cambi, le società fittizie create da chavisti o da altri esistono. Ma se esaminiamo la contabilità delle divise emesse dal governo tra il 2003 e il 2012, ci rendiamo conto che sono state monopolizzate dalle grandi imprese, dai monopoli, Polar, Cargill, dai laboratori farmaceutici, dalle aziende automobilistiche... Grosso modo, le aziende fittizie che non hanno importato nulla e che intercettano il denaro rappresentano il 10% della valuta estera concessa. La grande frode è quella delle transnazionali. La destra pone l'accento sulle 'empresas de maletín' per nascondere questa responsabilità" [4].

Attraverso vari meccanismi, la sovrafatturazione esiste, per citarne solo una. Ad esempio, quando le transnazionali acquistano propri prodotti e la società madre applica all'estero prezzi gonfiati. Nel 2012, ultimo anno della gestione Chávez, le importazioni sono state appena di un quinto superiori rispetto al 2003 in termini materiali, per tonnellata o per chilogrammo. Però, sono costate cinque volte di più. "Questo significa che, anche se importiamo quasi la stessa cosa, la crescita non è stata in quantità ma nei prezzi. In un contesto globale di deflazione! Il livello di domanda di valuta è stato totalmente ingiustificato".

Passata inosservata o tollerata quando i prezzi del petrolio erano alti, l'anomalia balza agli occhi non appena diminuiscono le entrate dello Stato e si deve badare al centesimo.

"Lo dico in forma di autocritica, c'era una mancanza di controllo - ammette Iván Gil, evocando quella che viene definita 'intossicazione da valuta' -. Tuttavia, c'è una ragione. Quando Chávez è arrivato al potere, il paese conosceva una povertà superiore al 50%. I venezuelani non mangiavano. Abbiamo vissuto il paradosso dei negozi pieni e degli stomaci vuoti, le persone non avevano soldi. La prima reazione di Chavez è stata dunque quella di dar da mangiare alla popolazione. E questo è stato fatto con tutti i mezzi, attraverso la semina e aumentando le importazioni. Eravamo in grado di acquistare all'estero qualsiasi quantità, avevamo i soldi. Dovevamo farlo e lo abbiamo fatto, ma il costo era molto alto perché a una tale velocità di pagamento del debito sociale, era molto difficile controllare tutto. Sapendo inoltre che, in materia di alimenti, per esempio, lo Stato mancava di strutture per la trasformazione e la distribuzione, abbandonate al settore privato. La sfida di oggi è riconquistarne il controllo, ma non accade dalla sera alla mattina".

Nel frattempo, nel 2014, Freddy Bernal, attuale segretario generale dei Comitati locali di approvvigionamento e produzione (CLAP) e ministro dell'agricoltura urbana, non ha esitato a "mettere i piedi nel piatto": "Non sarebbe cosa malvagia per il governo avere consulenti economici che siano non solo chavisti ma anche economisti! [5]". Vale a dire che non è questione di assolvere da ogni colpa o errore la gestione dei presidenti Chávez e Maduro. Lucidamente, un ex membro del governo guarda la cosa in prospettiva: "Sono consapevole che il potere abbia talvolta esagerato imputando alla guerra economica errori che di cui era esso stesso responsabile - ma aggiunge immediatamente - tuttavia esiste una realtà: una guerra economica esiste, non è né una scusa né una paranoia".

Mentre media dominanti la occultano sistematicamente, questa operazione di destabilizzazione è responsabile del 70% della crisi mortale che colpisce il paese. Non è accidentale che le principali fasi di "disaprovvigionamento" capitino in momenti specifici, alla vigilia di eventi elettorali - referendum costituzionale (2007), elezioni presidenziali del 2012 e 2013, comunali del 2013, elezioni parlamentari del 2015 - e nella fase attuale battezzata "ora zero" dall'opposizione.

I sacri media: si è tentati di sorridere se trascurassimo la loro enorme responsabilità nella manipolazione dell'opinione pubblica... "In Venezuela, la scarsità di cibo spinge gli abitanti a mangiare gli animali dello zoo", titolava VSD il 16 agosto, 2016. "Cani sono stati abbattuti e macellati in strada per la loro carne", annuncia lo stesso giorno Atlantico. Secondo La Dépêche (19 agosto 2016), "ogni abitante ha perso in media dai tre ai cinque chili", mentre per i suoi colleghi de L'Express", il venezuelano medio ha perso 8,5 kg nel 2016 a causa della crisi alimentare " (22 febbraio 2017) [6]. Erano ovviamente obesi dall'inizio a giudicare dalla sagoma dei partecipanti alle proteste dell'opposizione – gente che muore di fame con super-sofisticate maschere antigas sul naso [7].

Più seriamente, "la penuria ha avuto un impatto significativo su vita quotidiana, abitudini e modelli di consumo" testimonia un "chavista" di base che vive nel centro di Caracas, a La Candelaría. Stimando di aver perso due buoni chili, aggiunge: "C'è ovviamente fatica, una caduta di morale, soprattutto perché veniamo da un'enorme accessibilità in materia di consumi negli ultimi dieci anni..."

Contrariamente a quanto affermano le agenzie di propaganda, il Venezuela non è la nuova Somalia. Secondo l'Istituto nazionale della nutrizione, il paese importa annualmente 138 dollari di alimenti per persona all'anno (82,5 nel 2004) [8]. Aggiungendo la produzione nazionale, ogni cittadino ha una capacità statistica di alimentarsi per 476 kg l'anno (396,3 nel 1999). Tuttavia, fatta eccezione per le classi medie e superiori dove, ad eccezione dei periodi ciclici nei quali scompare un particolare prodotto, il potere d'acquisto permette loro di continuare a rifornirsi qualunque sia il prezzo, tutti i venezuelani sono senza dubbio colpiti dalla crisi. Mentre la "disponibilità energetica" del paese era arrivata nel 2012 a 3.200 calorie/giorno (l'indicatore di un paese sviluppato), questa media è scesa a 2.883 calorie/giorno - una significativa riduzione, ma ancora sopra le raccomandazioni della FAO (2.720).

Senza cadere in un umorismo fuori luogo a causa delle sofferenze dei loro compatrioti, alcuni trovano anche alcuni vantaggi: "Siamo abituati a indici di consumo esagerati. Mentre l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda una disponibilità di 15 chili di zucchero l'anno a persona, noi siamo a 40! Un consumo eccessivo per la salute, ma era un prodotto molto economico perché sovvenzionato...".

Per rispondere all'aggressione multiforme di questa guerra economica, il potere ha ripreso l'offensiva. "Stiamo andando verso un consumo quotidiano più pianificato per razionalizzare l'uso delle valute" - spiega Ivan Gil. Ma stiamo affrontando una sfida. Mentre lo Stato ha drasticamente tagliato la valuta verso privati per l'importazione di alimenti, che ora importa da solo, come possiamo fare per farli arrivare a tutti e allo stesso modo?".

Amministrati dai collettivi degli abitanti, i CLAP forniscono una risposta iniziale, anche se provvisoria e limitata. Distribuendo ogni quindici giorni ai residenti dei quartieri popolari, per 10.870 bolivares, un paniere alimentare che per strada avrebbe un costo di 140.000, cosa che ha riportato il sorriso su molti volti e allentato la morsa della penuria.

Non è insignificante che, nel contesto di violenza esercitata dai commandos dell'opposizione dall'inizio di aprile, il sequestro di camion alimentari e l'attacco a depositi Mercal (magazzini alimentari a prezzi bassi dello Stato e depositi dei CLAP) e dei "Centri di approvvigionamento bicentenario" sembrano essere una priorità. A metà luglio, a Lecheria (Stato di Anzoategui) tra le 50 e 60 tonnellate di burro, pasta, carne, zucchero, latte, riso e così via, sono andate in fumo [9]. Devono far morire di fame le persone per raggiungere il loro fine.

Tanto il FMI che la Banca Mondiale (BM) o la Banca di sviluppo interamericana (IDB) lanciano l'allarme. Secondo le loro ultime dichiarazioni, a metà luglio, "i cento giorni di dimostrazioni hanno lasciato un saldo molto negativo per l'economia venezuelana". A causa di "ore non lavorate, perdite all'esportazione, diminuzione della produzione di energia, riduzione delle vendite, difficoltà di approvvigionamento in siti problematici e costi in salute e sicurezza", stimano un calo del 5% del PIL - l'equivalente del "paro petrolero" (sciopero del petrolio) del dicembre 2002 - gennaio 2003, causando una perdita di 21 miliardi di dollari [10].

Allo stesso tempo e dopo il 2013, mentre Caracas pagava sull'unghia – cosa che le è costata le critiche della sinistra del chavismo – 63,56 miliardi di dollari per il servizio sul suo debito, il "rischio paese" è aumentato del 202%, passando da 768 nel 2012 a 2.323 nel 2016, rendendo proibitivi i prestiti sul mercato bancario internazionale. Se aggiungiamo che la City Bank americana ha chiuso i conti del Venezuela (non quelli individuali, solo quelli del governo), una conclusione s'impone: si tratta precisamente di uno strangolamento economico. Fatte salve le sanzioni annunciate dal "padrone della Casa Bianca", Donald Trump...

E' con la forza del suo avallo che l'opposizione "golpista" ha indetto uno sciopero generale e ha paralizzato il paese, il 26 e 27 luglio, per opporsi all'elezione dell'Assemblea Nazionale Costituente (ANC). Pronti a sorridere, molti dei suoi leader hanno spinto la popolazione a farsi delle riserve di cibo e di prodotti di base per tutta la settimana. Curioso, vero? Dove approvvigionarsi quando, secondo loro, non si trova nulla da nessuna parte, sia nei negozi che nei supermercati?

Senza possibilità di dialogo con un'opposizione unicamente votata al suo rovesciamento, il presidente Maduro, basandosi sull'articolo 348 della Costituzione, ha infatti convocato e fatto eleggere il 30 luglio questa ANC per dare la parola al popolo, "ripristinare l'ordine, fare giustizia e difendere la pace". Il tempo ci dirà se questa grande "raccolta di idee", oltre alla riuscita ri-mobilitazione del "chavismo storico" riuscirà a rispondere alle sfide dell'economia e porterà a una più ampia riflessione collettiva.

In ogni caso, le domande abbondano. Come diversificare le esportazioni? Con che cosa e dove? Come rendere efficaci i controlli? Come possiamo garantire che le merci concesse in valuta estera siano importate? Come, dopo aver democratizzato i consumi, democratizzare la produzione? Come normalizzare la distribuzione dei beni essenziali? Perché non usare misure più radicali e "prendere in mano le cose" quando è necessario: quando manca artificiosamente il pane, è più difficile impacchettare farina che produrre petrolio, cosa che lo Stato fa perfettamente? E perché non nazionalizzare l'industria farmaceutica? Aprire la transizione a dei nuovi attori economici? Aumentare e rendere efficace la proprietà sociale dei mezzi di produzione? Creare delle imprese alternative piuttosto che statalizzare dei settori che sabotano l'economia?

Le risposte a queste domande non devono necessariamente essere introdotte nella Costituzione aggiornata. Ma questa ripresa di iniziativa del chavismo e questo grande progetto senza dubbio renderà possibile porre tali questioni. E parare gli attacchi di una guerra implacabile e sottovalutata contro il popolo e contro l'economia.

Note 

1. « Cultura al día », Alba Ciudad, Caracas, 10 juillet 2015.

2. BBC Mundo, 7 mars 2016.

3. El Universal, Caracas, 31 juillet 2017.

4. On peut entre autres suivre les travaux de Luis Salas sur le site 15yultimo.com

5. Entretien sur la chaîne Globovisión rapporté dans El Nacional du 30 juin 2014.

6. D'après une « étude » réalisée par des « scientifiques » de l'Université centrale du Venezuela, l'Université catholique Andrés Bello, l'Université Simón Bolivar, le groupe alimentaire Fundación Bengoa et d'« autres » ONG.

7. « Au Venezuela, la fable des manifestations pacifiques », Mémoire des luttes, 15 juin 2017.

8. « Venezuela : estadísticas alimentarias », Caracas, 8 mai 2017.

9. Lire Marco Teruggi, « Brûler la nourriture : nouvelle tactique de la bataille des trente jours », Venezuela Infos, 13 juillet 2017.

10. El Mundo, Caracas, 17 juillet 2017.

Maurice Lemoine | medelu.org



Traduzione per 
Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Testo completo in francese
La « guerre économique » pour les Nuls (et les journalistes)

mercoledì 10 settembre 2014

La musica è un mezzo necessario per la causa dei Cinque !! / Gianluca Quaglierini: per Cuba, per i Cinque, per la pace - Gianluca Quaglierini: por Cuba, por los Cinco, por la paz Ida Garberi


Bruce Springsteen, quando ancora non si faceva coinvolgere nelle campagne elettorali dai suoi loschi amici candidati del partito democratico del suo paese, vedi : Kerry o Obama, era un caposaldo nella aggregazione giovanile e non solo, nei suoi concerti lui denunciava il malessere della società Statunitense e del pianeta, Bruce, nel 1987 dopo aver ascoltato il brano di Sting “ They dance Alone” (canzone che parlava del Cile e dell'Argentina, delle donne di Plaza de Mayo che a Buenos Aires ballavano sole perchè i loro uomini erano stati fatti sparire da un regime fascista sanguinario, fratello di quello di Pinochet che in Cile l’11 settembre 1973 prese il potere  con un Golpe come di consuetudine made in USA, …un 11 settembre molto in anticipo a quello che oggi ricordano tutti.)…affermò pubblicamente "ho imparato di più da una canzone di tre minuti di tutto quello che ho imparato a scuola”

Il movimento alta Maremma libertà per i Cinque eroi Cubani per far conoscere il caso  dei Cinque oltre le tradizionali forme di diffusione, ha inserito come prioritario il coinvolgimento di musicisti Rock, reggae, ska, hip hop, classica,…è dimostrato che un musicista, un gruppo ,
arrivano dove altri non possono arrivare, sia cantando una canzone sul tema in questione, sia parlandone anche per solo uno due minuti, di solito grande o piccola che sia i musicisti hanno una platea con cui comunicare e far giungere messaggi.
Nell’alta Maremma combattente, terra di Briganti, di
Resistenza e con una bella storia Rossa alle spalle  per fortuna non  ancora cancellata come in altri territori, due band che hanno un loro circuito, un loro seguito sono diventate solidali alla causa, per adesso ”Animali domestici group” e “Settima Onda” è già nell’aria che presto ne arriveranno altre, gli “Animali Domestici”  ha inizio estate 2014  hanno scritto il bellissimo testo della canzone “i cinque” che viene cantato regolarmente nei concerti e presto sarà anche
inciso,  la voce del gruppo Gianluca Quaglierini  nonché membro del coordinamento Maremmano per i Cinque, è stato oggetto di una bella intervista curata dalla giornalista di Prensa latina Ida Garberi che è stata pubblicata il 18 agosto 2014 in Cubadebate, in un passato recente due formazioni militanti di passaggio in alta
Maremma per concerti “Red Ska” e “Radici nel cemento”  ben conosciute  in Italia  e che sapevano poco nulla sulla storia delle  ingiustizie USA contro  Antonio ,Gerardo, Ramon, Fernando,Renè, si resero
subito  disponibili a sostenere attivamente  la Causa, però a queste band  dovevano essere vicini le associazioni amiche di Cuba dell’Emilia e di Roma.

                                                                       

 By Sandino




2012 Cantante del gruppo Red ska con compagni  maremmani

Radici nel cemento 2013 Pinetina Riotorto



Da Cubadebate 18 agosto 2014 testo integrale :

Gianluca Quaglierini: per Cuba, per i Cinque, per la pace

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.
                                                            Antonio Gramsci
Nei miei cammini della solidarietà, è bello molte volte conoscere persone con cui condividere le speranze, con cui cercare di costruire un mondo migliore, nel nostro piccolo. Non mi ricordo quanti anni sono passati dalla prima volta che mi ha contattato, durante un suo viaggio a Cuba, Maurizio “Sandino” Cerboneschi, però da subito l’ho sentito come un fratello di lotte. Grazie a lui ed al suo lavoro instancabile, sono potuta entrare in contatto con altri militanti del “Movimento Alta Maremma Libertad por los Cinco”, e tra questi con Gianluca Quaglierini in particolare.
Ho conosciuto Gianluca qui a Cuba nel novembre del 2013 quando è venuto in viaggio con un gruppo di solidari internazionalisti, principalmente per partecipare al IX Colloquio Internazionale per la Libertà dei Cinque ed ho deciso di fargli alcune domande proprio adesso che con il suo gruppo musicale “Animali Domestici” ha scritto una canzone per i Cinque cubani.
1) Da dove nasce l’amore per Cuba?
“L’amore per Cuba è nato in maniera quasi naturale appena ho cominciato ad interessarmi di politica. Diritto all’istruzione per tutti, diritto alla sanità per tutti, tutela dei bambini: quello che stanno distruggendo in Italia, Cuba continua a sostenerlo e soprattutto a realizzarlo giorno dopo giorno. Mi piacerebbe pensare a Cuba senza bloqueo, ad una Cuba che possa avere a disposizione i mezzi che hanno altri paesi: allora la speranza di un mondo migliore si potrebbe davvero realizzare.
2) Non hai paura che schierarti a favore di Cuba oggi in Italia sia fuori moda anche nella sinistra?
Io non ritengo assolutamente fuori moda schierarsi a favore di Cuba oggi, bensì lo ritengo assolutamente indispensabile e necessario. E questo mi viene ancora più naturale pensarlo oggi mentre ti rispondo, giorno dell’88° compleanno del comandante Fidel.
3) Come e dove hai conosciuto la campagna per i Cinque cubani?
La campagna per la liberazione dei 5 eroi cubani l’ho conosciuta grazie a Maurizio Cerboneschi, un vero compagno, un internazionalista a 360°, un militante comunista di esperienza trentennale. Ne discutevamo durante le riunioni e la questione mi ha appassionato sempre di più, fino a che nel novembre 2013 ho partecipato al IX Colloquio Internazionale per la Libertà dei Cinque, che si è tenuto ad Holguin. E’ stata un’esperienza fantastica. Molti sono stati i momenti in cui anche le lacrime hanno preso il sopravvento. Sai che ci sono andato in viaggio di nozze? E’ stato un po’ come riconoscere questa causa anche come una mia battaglia alla quale ho voluto donare un passaggio fondamentale della mia vita privata. A marzo poi sono andato a Londra per partecipare all’incontro dell’International Commission of Inquiry into the Case of the Five. Ho imparato molto anche in quell’occasione, che affrontava la questione da un punto di vista più tecnico.
4) Come è stato il tuo viaggio a Cuba? Lo consideri un’esperienza soddisfacente?
Non mi vorrei ripetere, ma nel mio viaggio a Cuba ho potuto conoscere una realtà di cui avevo solo sentito parlare. Ho provato a presentarmi con occhio molto critico perché comunque i commenti che mi erano giunti erano venuti da parte di compagni e compagne. Quindi, diciamo, un po’ di parte… Ho potuto vedere una realtà dove una madre non sgrida mai suo figlio, dove i bambini sono felici e sorridenti, dove il rispetto per la donna è altissimo e soprattutto dove la solidarietà e l’umanità sono cardini fondanti. Tutte cose che in Italia sono finite, sempre che mai siano esistite. Quanto sopra mi è capitato di vederlo in tutti i luoghi che ho visitato: Holguin, Cienfuegos, Trinidad, L’Avana, Artemisa, Santa Clara. Quindi non era dovuto al luogo in cui mi trovavo ma ad un sistema culturale in essere. Ho capito che la speranza di un mondo migliore è possibile, è realizzabile: perché esiste già. Si chiama Cuba.

5) Credi che possa esistere concretamente il comunismo? Se sì, per te cosa significa questa parola?
Ovviamente credo che il Comunismo possa esistere concretamente, anzi la sua esistenza è necessaria e ritengo sia l’unica alternativa a questo sistema economico fondato sul capitalismo. Il Comunismo significa giustizia sociale, significa abolire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, significa avere tutti, avere il necessario.
6) Ti consideri comunista?
Mi considero comunista? Ritengo di sì, perlomeno provo ad applicare i suoi principi nella mia vita privata e nella mia attività politica: vita privata ed attività politica che, ti ricordo, affronto in un paese fortemente capitalista.
7) Cosa rappresenta per te partecipare nel progetto di Rifondazione Comunista?

Credo che Rifondazione Comunista sia l’unico mezzo aggregante per realizzare ciò in cui credo e per ottenere un cambiamento nel paese in cui vivo. Sono stati commessi degli errori negli anni scorsi, errori di cui forse ancora ne stiamo pagando il prezzo. Ma non ho mai visto un compagno di Rifondazione Comunista arricchirsi con la politica: semmai è successo il contrario. E gli errori in buona fede li compie anche una moglie, un marito od un figlio.
8) Cosa fai nella vita?
Io lavoro a Piombino e mi occupo di logistica e di organizzazione dei trasporti alla S.O.L. (Società Ossigeno Liquido), un’azienda che produce gas tecnici per industrie ed ospedali. E’ un’azienda dell’indotto della Lucchini e la situazione ultimamente non è affatto semplice perché le Acciaierie Lucchini sono state commissariate in quanto ne è stato decretato il fallimento; tra Lucchini ed indotto lavorano (lavoravano) quasi 5.000 persone. Anche questo è un regalo del capitalismo: un’ulteriore dimostrazione che il capitalismo buono non esiste.
soundcheck del pomeriggio 29 agosto,
9) Come è nato il gruppo Animali Domestici?
Il gruppo musicale “Animali Domestici” è nato all’inizio del 2012. Ho sempre avuto questa passione e dopo aver frequentato un corso di percussioni col maestro senegalese Ismaila Mbaye ho coinvolto alcuni miei amici. Giulio Passarini (il primo con cui ho parlato e pensato questo gruppo) alla chitarra elettrica, Patrizio Santi alla chitarra acustica ed elettrica, il Cacio al basso elettrico, Christian Spinelli alla batteria ed Egizia Marchetti alla chitarra jazz (quando non ci abbandona temporaneamente per andare a cercare fortuna per il mondo). Diciamo che ho realizzato un sogno della mia vita: poter cantare su un palco.
10) Da dove viene l’esigenza di cantare una canzone sui Cinque?
Un giorno di giugno 2014, sulla spiaggia di Follonica, mi sono trovato a pensare alla causa dei Cinque ed ho scritto su carta quello che girava nella mia mente e ne ho parlato subito con Maurizio. Volevo raccontare a più persone possibili la storia di questi 5 uomini. Il portare questa storia nei luoghi dove suoniamo è un modo per mettere a conoscenza il maggior numero di persone possibili di ciò che è accaduto. E nei luoghi dove suoniamo non manca mai la bandiera palestinese. Permettimi un breve ma quanto mai caloroso messaggio di solidarietà alla popolazione di Gaza sottoposta a questo sterminio, questo genocidio, questa pulizia etnica messi in atto dal governo sionista israeliano.

11) Vuoi mandare un messaggio ai Cinque ed a Cuba?
Questa è la domanda più difficile che potevi farmi. Ai Cinque posso trasmettere, per quel poco che mi compete, la solidarietà forte di un movimento internazionale che non trascurerà mai questa vicenda, fino a che tutti e Cinque non potranno riabbracciare le loro madri, mogli o figli. Ho conosciuto molte delegazioni ad Holguin e Londra: posso dire che la voce della solidarietà non si fermerà mai. Siamo con voi e sappiamo che voi lo sentite, che sentite questa spinta che aprirà le porte della vostra libertà. Al governo cubano ed al popolo cubano chiedo umilmente di continuare su questa strada per dare una speranza al resto del mondo che crede ancora in un futuro migliore, solidale, dove la giustizia sociale possa trionfare.
Concludo rispondendo alla tua domanda: le mie radici di sinistra. Mio padre era un operaio siderurgico iscritto al PCI, uno di quelli che le ferie gli servivano per andare ad aiutare il partito, mentre mia madre era casalinga. Un giorno da piccolo chiesi a mio padre: “perché voti Partito Comunista?” e lui rispose “perchè è dalla parte dei più deboli, non sta coi padroni e perché dice che tutti devono essere trattati alla stessa maniera”. Queste parole le ho ascoltate a 12 anni, questo è stato il primo insegnamento dei miei genitori.
Comunque ho cominciato tardi ad interessarmi di politica (sia a livello di partito sia a livello di associazionismo) e se oggi sono riuscito a realizzare quel poco che ho fatto lo devo soprattutto a mia moglie Milena, la mia guida politica, la mia inseparabile anima gemella”.
 
serata  del 29 agosto 2014 pinetina Riotorto
Mando un abbraccio forte e ringrazio Gianluca e tutti i partecipanti al Coordinamento e concludo la chiacchierata pubblicando il testo della canzone: Cinque Eroi

C’è  una terra nel Caribe dal sapor di libertà
Cinque uomini difendono la storia che sarà
son partiti con coraggio son partiti all’arrembaggio
con la stella rossa in cuore per difendere l’onore.

Dalla Patria di Fidel di Camilo e di Raul
Hasta siempre Comandante e pugno sempre in su
C’è un nemico terrorista, non ci perde mai di vista
un albergo han bombardato e Di Celmo hanno ammazzato

Han deciso e sono andati, a Miami infiltrati
Per sconfiggere il nemico, io compagno te lo dico
Noi dobbiamo tutti quanti, non avere mai rimpianti
Per urlare ad alta voce, contro quel nemico atroce.

Libertad para los Cinco
Libertad para los Cinco
Libertad para los Cinco
Un dos tre quatro Cinco heroes

Un processo un pò sommario, hanno scritto su un diario
testimoni improvvisati dall’accusa indottrinati
sono stati condannati e poi dopo incarcerati
dallo yanqui americano, per i Cinque alzo la mano.

Due di loro son tornati a abbracciare la famiglia
gli altri sempre son ingabbiati, questo non ci meraviglia
la giustizia americana sembra una tartaruga
ciò non vale per Carriles, lui non deve andare in fuga.

Solidarietà mondiale, non è mai venuta meno
libertad para los Cinco noi per sempre chiederemo
Per Antonio, per Gerardo, per Ramon e le famiglie
grideremo con Renè con Fernando e con le figlie :

Libertad para los Cinco
Libertad para los Cinco
Libertad para los Cinco
Un dos tre quatro Cinco heroes
il link della canzone su youtube




Ida Garberi*


"Odio los indiferentes. Creo que vivir quiere decir ser
 partisanos. Quien viva verdaderamente no puede 
dejar de ser ciudadano y partisano. La indiferencia 
es acidia, es parasitismo, es cobardía, no es vida. 
Por tanto odio los indiferentes.

Antonio Gramsci 


En mis caminos de la solidaridad, muchas veces es 
lindo conocer a personas con quien compartir las 
esperanzas, con quien tratar de construir un mundo 
cuantos años pasaron desde la primera vez que me 
contactó, antes de viajar a Cuba, Maurizio Sandino 
Cerboneschi, pero desde el primer momento que lo 
conocí, sabía que era un hermano de luchas. Gracias 
a él y a su trabajo incansable, pude ponerme en 
contacto con otros militantes del " Movimento Alta 
Maremma Libertad por los Cinco", y entre ellos 
estaba Gianluca Quaglierini. 

Gianluca lo conocí en Cuba en noviembre del 2013, 
cuando vino con un grupo de solidarios 
internacionalistas, para participar en el IX Coloquio 
Internacional por la Libertad de los Cinco y decidí 
hacerle algunas preguntas, justo ahora que con su 
grupo musical "Animali Domestici" escribió una
canción por los Cinco cubanos. 


1) ¿De dónde nace el amor por Cuba?  

El amor por Cuba nació de manera casi natural
cuando empecé a interesarme en la política. Derecho
a la instrucción para todos, derecho a la salud para
todos, tutela de los niños: son los valores que están
perdidos en  Italia, Cuba sigue defendiéndolos y 
sobre todo lo logra día tras día. Me gustaría pensar 
en Cuba sin bloqueo, en una Cuba que pueda tener a
disposición los medios que tienen otros países: 
entonces la esperanza de un mundo mejor se podría 
realizar de veras. 

2) ¿No tienes miedo que alinearte hoy a favor de
 Cuba en Italia esté fuera de moda, también en la
 izquierda? 

Yo no creo absolutamente que esté fuera de moda 
alinearse hoy a favor de Cuba, sino lo creo 
absolutamente indispensable y necesario. Y más aún
hoy mientras te contesto, en el día del cumpleaños 
88 del comandante Fidel. 

3) ¿Cómo y dónde conociste la campaña por los
 Cinco cubanos? 

La campaña por la liberación de los 5 héroes cubanos
la conocí gracias a Maurizio Cerboneschi, un 
verdadero compañero, un internacionalista al ciento
por ciento, un militante comunista desde hace 
treinta años. Hablamos del tema durante 
las reuniones y la cuestión siempre me apasionó 
mucho, hasta que en noviembre de 2013 participé en
el IX Coloquio Internacional por la Libertad de los 
Cinco, que se hizo en Holguín. Fue una experiencia 
fantástica. En muchos momentos, tengo que 
confesar que las lágrimas tomaron la ventaja. ¿Sabes
 que allí estuve de luna de miel? Fue algo... Como 
reconocer también que esta causa es mía, es una 
lucha que es parte fundamental de mi vida privada.
En marzo, fui a Londres para participar en el 
encuentro internacional “Commission of Inquiry into 
the Case of the Five”. En esta ocasión pude aprender 
mucho, porque afrontó la cuestión de un punto de 
vista más técnico. 

4) ¿Cómo fue tu viaje a Cuba? ¿Lo consideras una
 experiencia satisfactoria? 

No quiero repetirme, pero en mi viaje a Cuba pude
conocer una realidad de la que sólo había escuchado 
hablar. Quise ver todo con ojos muy críticos, porque 
las referencias que tenía eran de compañeros y 
compañeras comprometid@s. Pude ver una realidad
dónde una madre no regaña nunca a su hijo, dónde 
los niños son felices y sonrientes, dónde el respeto 
por la mujer es muy fuerte y sobre todo dónde la 
solidaridad y la humanidad son articulaciones 
fundamentales. Todo esto, en Italia se perdió, si 
alguna vez existió. Estas cosas lindas pude verlas en 
todos los lugares que visité: Holguín, Cienfuegos, 
Trinidad, La Habana, Artemisa, Santa Clara. Esto 
significa que no depende del lugar donde me 
encontraba si no de un sistema cultural que existe. 
Tuve la esperanza que un mundo mejor es posible, 
es realizable: porque ya existe. Se llama Cuba. 


5) ¿Crees que pueda existir concretamente el 
Comunismo? ¿Si sí, que significa esta palabra para
 ti? 

Obviamente, creo que el Comunismo puede existir
concretamente, más bien su existencia es necesaria
y creo que es la única alternativa al sistema 
económico basado en el capitalismo. El Comunismo
significa justicia social, significa abolir la explotación
del hombre por el hombre, significa que todos 
tienen, pero solo lo necesario. 

6) ¿Te consideras comunista? 

¿Me considero comunista? Creo que sí, busco aplicar 
sus principios en mi vida privada y en mi actividad 
política: vida privada y actividad política que, te 
recuerdo, se desarrollan en un país fuertemente 
capitalista. 

7) ¿Que representa para ti participar en el proyecto 
de Rifondazione Comunista? 

Creo que Rifondazione Comunista es la única manera
de agrupar para realizar lo que creo y para conseguir
un cambio en el país en que vivo. Se cometieron 
errores en los años pasados, errores de los que 
todavía estamos pagando el precio. Pero no vi nunca 
a un compañero de Rifondazione 
Comunista enriquecerse con la política: si acaso, 
sucedió lo contrario. 

8) ¿Qué haces en la vida? 

Yo trabajo en Piombino y me ocupo de la logística y 
de la organización de los transportes de S.O.L. 
(Sociedad Oxígeno Líquido), una empresa que 
produce gases técnicos por industrias y hospitales. 
Es una empresa de Lucchini y la situación 
últimamente no es para nada simple porque las 
Acererías Lucchini fueron intervenidas, porque están
en quiebra; en esta situación están casi 5.000 
personas.También éste es un regalo del capitalismo: 
una ulterior demostración que el capitalismo bueno 
no existe. 

9) ¿Como nació el grupo musical “Animali 
Domestici”? 

El grupo musical "Animali Domestici" nació al 
principio de 2012. Siempre tuve esta pasión y 
después de frecuentar un curso de percusión con el 
maestro senegalés Ismaila Mbaye, decidí involucrar 
algunos amigos míos. Giulio Passarini (el primero con
quien hablé y pensé en este grupo) toca la guitarra 
eléctrica, Patrizio Santi toca la guitarra acústica y 
eléctrica, el Cacio toca el bajo eléctrico, Christian 
Spinelli toca la batería y Egizia Marchetti toca la 
guitarra jazz (cuando no nos deja temporalmente 
para ir a buscar suerte por el mundo). Digamos que pude realizar un sueño de mi vida: poder cantar 
sobre una tarima. 

10) ¿De dónde viene la exigencia de cantar una 
canción sobre los Cinco? 

Un día de junio de 2014, en la playa de Follonica,
estaba pensando en la causa de los Cinco y escribí 
en el papel lo que tenía en mi mente y hablé del 
asunto a Maurizio. Lo hice para contar la historia de 
estos 5 hombres a más personas. Llevar esta historia
a los lugares dónde tocamos es un modo de dar a 
conocer esta injusticia. Además, en los lugares dónde
tocamos no falta nunca la bandera palestina. 
Permíteme enviar un breve pero cálido mensaje de 
solidaridad a la población de la Franja de Gaza, 
sometida a este exterminio, a este genocidio, a esta 
limpieza étnica llevada a la práctica por el gobierno
sionista de Israel. 

11) ¿Quieres mandar un mensaje a los Cinco y a 
Cuba? 

Ésta es la pregunta más difícil que pudiste hacerme.
A los Cinco puedo transmitir, según mi pequeño 
espacio, la solidaridad fuerte de un movimiento 
internacional que no abandonará nunca esta causa, 
hasta que todos los Cinco no puedan abrazar a sus
madres, a sus mujeres o a sus hijos.  Conocí muchas 
delegaciones en Holguín y en Londres: puedo decir 
que la voz de la solidaridad no se parará nunca. 
Estamos con ustedes y sabemos que ustedes lo 
saben, que perciben esta fuerza que abrirá las 
puertas de su libertad. Al gobierno cubano y al 
pueblo cubano pido humildemente que perpetúen 
este camino, para seguir dando una esperanza al 
resto del mundo que todavía cree que existe un 
futuro mejor, solidario, dónde la justicia social pueda 
triunfar. 

Concluyo contestando a tu pregunta sobre mis raíces 
de izquierda. Mi padre fue un obrero siderúrgico 
inscrito en el Partido Comunista Italiano, que pasaba 
las vacaciones haciendo trabajo social por el partido, 
mientras mi madre fue ama de casa. Un día, cuando 
era pequeño, le pregunté a mi padre: “¿por qué 
votas por el Partido Comunista?” y me contestó 
"porque está con los más débiles, no está con los 
patrones y por qué dice que todos tienen que ser 
tratados a la misma manera". Estas palabras las 
escuché a los 12 años, fue la primera enseñanza de 
mis padres. 
En todo caso, empecé tarde a interesarme en la 
política y si hoy logré realizar lo poco que hice, se lo
debo sobre todo a mi mujer Milena, mi guía 
política, mi inseparable alma gemela.

Mando un abrazo fuerte y agradezco a Gianluca y a 
todos los participantes de la Coordinación y 
concluyla conversación publicando el texto de la 
canción: 

Cinco Héroes 

Hay una tierra en el Caribe con sabor a libertad 
Cinco hombres que defienden la historia que será 
partieron con ánimo, partieron con coraje
con la estrella roja en el corazón para defender el honor. 

De la Patria de Fidel, de Camilo y Raúl 
Hasta siempre Comandante y el puño siempre arriba  
Hay un hostil terrorista, no nos pierde nunca de vista 
un hotel han bombardeado y a Di Celmo han matado 

Han decidido y han ido, a Miami infiltrados 
Para derrotar al enemigo, yo compañero te lo digo 
Nosotros todos juntos no debemos nunca tener 
remordimiento 
Para gritar en alta voz, contra aquel enemigo hostil y atroz. 

Libertad para los Cinco 
Libertad para los Cinco 
Libertad para los Cinco 
Un dos tres cuatro Cinco héroes 

Un proceso un poco sumario, escribieron sobre un diario 
testigos improvisados por la acusación adoctrinados  
han sido condenados y luego después encarcelados 
para el yanqui americano, por los Cinco levanta la mano. 

Dos de ellos están de vuelta para abrazar la familia 
los otros siempre están enjaulados, este no nos asombra 
la justicia americana parece una tortuga 
esto no vale por Carriles, él no tiene que ir en fuga. 

Solidaridad mundial, no vino nunca menos 
libertad para los Cinco para siempre nosotros pediremos 
Para Antonio, para Gerardo, para Ramón y las familias 
gritaremos con Renè con Fernando y con las hijas: 

Libertad para los Cinco 
Libertad para los Cinco 
Libertad para los Cinco 
Un dos tres cuatro Cinco héroes 



*columnista de Cubainformación





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