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venerdì 20 febbraio 2015

Il vero dominatore di Israele: Sheldon Adelson.



13-15/02/2015





Chi governa Israele? Il Primo Ministro Benyamin 

Netanyahu, naturalmente.


Sbagliato.

Chi veramente governa Israele è Sheldon Adelson, un ebreo americano di 81 anni, re dei casinò, valutato come il decimo uomo più ricco del mondo, stimato ultimamente attorno ai 37,2 miliardi di dollari. Ma chi è compreso in questo conto?

Oltre ai suoi casinò a Las Vegas, in Pennsylvania, a Macao e Singapore, egli è in grado di mettersi in tasca il Partito Repubblicano degli Stati Uniti e, indirettamente, entrambe le camere del Congresso americano.

Ha in tasca anche Benyamin Netanyahu.

Il legame di Adelson con Israele è molto personale. Ad un certo momento si è innamorato di una donna israeliana.

Miriam Farbstein è nata ad Haifa, ha frequentato un prestigioso liceo, ha fatto il servizio militare presso l'Istituto israeliano di ricerca sulla guerra batteriologica ed è una scienziata dalle mille attività. Dopo che uno dei suoi figli è morto di overdose, si è votata alla crociata contro le droghe, specialmente contro la cannabis.

Entrambi gli Adelson sono fanatici sostenitori di Israele. Non un qualunque Israele, ma quello schierato a destra, suprematista, arrogante, violento, espansionista, annessionista, rigido e colonialista.

In "Bibi" Netanyahu han trovato il loro uomo. Attraverso Netanyahu sperano di dominare Israele come fosse un loro feudo.

Per assicurarsi questa opportunità, hanno fatto una cosa straordinaria: hanno fondato un giornale israeliano, esclusivamente dedito alla promozione degli interessi di Benyamin Netanyahu. Non del Likud, non di una politica in particolare, ma degli interessi di Netanyahu personalmente.

Anni addietro ho inventato un vocabolo ebraico per i giornali che vengono distribuiti gratuitamente: "Hinamon" che si traduce più o meno come "gratissue" (giornagratis - foglietti gratuiti), inteso in modo denigratorio. Ma non avevo in mente allora un mostro come "Israel Hayom" (Israel Today): un foglio con fondi illimitati, distribuito tutti i giorni gratis nelle strade e nei centri commerciali in tutto il paese da centinaia, forse migliaia, di giovani strilloni pagati.

Agli israeliani piace avere le cose gratis. Israel Today è oggi il quotidiano con la più vasta distribuzione in Israele. Drena lettori ed investimenti pubblicitari dal suo unico concorrente: Yedioth Ahronoth ("Latest News"), che ha mantenuto questo titolo sino a quel momento.

Yedioth ha reagito furiosamente. E' divenuto un feroce nemico di Netanyahu. Yossi Werter, opinionista del foglio di centrosinistra "Haaretz" (che ha una diffusione di gran lunga inferiore) è anche convinto che le attuali elezioni si riducono in una gara tra questi due giornali.

Questo è di gran lunga esagerato. Giudicando dal loro contenuto politico-sociale, ben poco li differenzia. Entrambi sono super-patriottici, bellicisti e di destra. Questa è la ricetta giornalistica per attrarre le masse in tutto il mondo.

Yedioth è posseduto dalla famiglia Moses, un clan votato agli affari. L'attuale terza generazione di editori è rappresentata da Arnon ("Noni") Moses, il boss della raccolta pubblicitaria e di un grande impero economico basato sulla carta. La carta serve i suoi interessi commerciali, ma non ha interessi politici particolari.

Adelson è unico.

In Israele, scommettere è vietato dalla legge. Non abbiamo casinò e la polizia fa retate nelle bische clandestine. Quando eravamo giovani ci veniva insegnato che i magnati dei casinò sono persone malvagie, un po' come i trafficanti d'armi. Prendono i soldi dalle tasche dei poveri e dei tossicodipendenti e li portano alla disperazione ed al suicidio. 

Vedi Dostoyevsky.

Gli israeliani leggono Israel Today (dopotutto è gratis), ma non necessariamente ne apprezzano gli uomini e i metodi. Così alcuni deputati della Knesset hanno ritenuto di presentare un disegno di legge che proibisce la diffusione di tutti i giornali gratuiti.

Netanyahu ed il Partito Likud hanno fatto di tutto per opporsi al varo di questa legge. Ma alla votazione preliminare (necessaria per i progetti di legge dei singoli deputati) sono stati battuti in modo sorprendente. Anche i deputati della coalizione di governo di Netanyahu hanno votato a favore. Le telecamere hanno sorpreso lo stesso Netanyahu che letteralmente correva verso il suo seggio per arrivare in tempo alla votazione.

Il voto è stato a favore della legge per 43 a 23. Quasi la metà dei deputati del Likud erano assenti. Il ministro degli esteri Avigdor Lieberman e tutto il suo partito hanno votato a favore. Così anche i ministri Ya'ir Lapid e Tzipi Livni.

Dalla votazione preliminare all'adozione finale, il progetto di legge deve transitare attraverso diversi stadi. C'è abbondanza di tempo per seppellirlo nei lavori di commissione. Ma Netanyahu era furioso. Pochi giorni dopo il voto ha revocato il mandato ai ministri Lapid e Livni, spaccando la coalizione di governo e perdendo la maggioranza alla Knesset.

Perchè Netanyahu ha fatto una cosa così stupida a meno della metà dalla scadenza del proprio mandato? C'è una sola spegazione logica: così gli è stato ordinato da Adelson, per impedire l'approvazione di quella legge.

Se così è, Adelson è ora il nostro capo dell'ufficio legislativo. Forse è anche il nostro capo del governo.

Il denaro gioca un ruolo sempre più grande in politica. La propaganda elettorale è fatta in televisione, ed è molto costosa. Sia in Israele che negli Stati Uniti, fondi legali ed illegali vengono riversati nelle campagne elettorali, direttamente ed indirettamente. La corruzione è tollerata o favorita dai Tribunali. Gli uomini più ricchi (eufemisticamente conosciuti in America come "la ricchezza") possono così indebitamente esercitare la loro influenza.

Nelle ultime elezioni presidenzaiali degli Stati Uniti, Adelson ha versato fiumi di dollari nella contesa. Ha sostenuto prima Newt Gingrich, poi Mitt Romney, con ingenti somme di denaro. Invano. Forse agli americani non piace essere governati dai magnati dei casinò.

Per le prossime elezioni presidenziali americane, Adelson ha giocato d'anticipo. Ha convocato al suo quartier generale nel suo casinò di Las Vegas tutti i leader candidati repubblicani per assicurarsi  ritualmente la loro fedeltà, a lui come a Netanyahu. Nessuno ha osato disertare l'invito. Potrebbe un senatore romano rifiutare la convocazione di Cesare?

In Israele, queste ritualità sono superflue. Gli Adelson - sia Miri che Sheldon - sanno chi è il loro uomo.

Il Giornale Israel Today è, naturalmente, una grossa macchina di propaganda, totalmente votata alla rielezione di Netanyahu. Il tutto abbastanza legalmente. In una democrazia chi è che può andare a dire ad un giornale quale candidato deve sostenere o meno? Siamo ancora in democrazia perdio...!

Sembra strano per una nazione consentire che uno straniero, che non ha mai vissuto nel paese, abbia così enorme potere sul suo futuro, certamente oltre la sua stessa esistenza.

Ecco invece dove il sionismo entra in gioco. Secondo il credo sionista, Israele è lo stato di tutti gli ebrei. Ogni ebreo nel mondo appartiene ad Israele, anche se temporaneamente risiede da un'altra parte. Pochi giorni fa, Netanyahu ha pubblicamente affermato di rappresentare non solo lo stato di Israele, ma anche l'intero "popolo ebraico". Senza bisogno di chiederglielo.

Di conseguenza, Adelson non sarebbe in realtà uno straniero. Sarebbe uno di noi. Per vero, egli non ha diritto di voto in Israele, sebbene sua moglie probabilmente lo può fare. Tuttavia molti, incluso se stesso, pensano che lui, essendo ebreo, abbia buon diritto ad interferire nei nostri affari e dominare le nostre vite.

Per esempio, la nomina del nostro ambasciatore negli Stati Uniti. Ron Derner è un americano, nato a Miami, che ha militato nel Partito Repubblicano. Per un'amministrazione democratica, la nomina ad ambasciatore dello Stato di Israele di un americano che è un funzionario del Partito Repubblicano americano può sembrare strano. Non così strano se Netanyahu agisce agli ordini di Sheldon Adelson.

E' stato Adelson che ha preparato la pozione malefica che ha messo in pericolo l'ancora di salvezza tesa ad Israele da Washington. Il suo tirapiedi, Derner, ha indotto i deputati repubblicani al Congresso - tutti dipendenti dalla generosità di Adelson o speranzosi di esserlo - ad invitare Netanyahu per tenere davanti ad entrambe le camere un discorso anti-Obama.

Mentre veniva ordito questo intrigo, Derner ha incontrato John Kerry ma non gli ha fatto menzione della venuta di Netanyahu. Neppure Netanyahu ha informato il presidente Obama, che adirato, ha dichiarato di non voler incontrare il primo ministro israeliano.

Dal punto di vista dei vitali interessi di Israele, è follia pura provocare il Presidente degli Stati Uniti d'America, il quale controlla il flusso di armi americane verso Israele, nonchè il potere di veto americano alle Nazioni Unite. Ma dal punto di vista di Adelson, il quale desidera l'elezione di un presidente repubblicano nel 2016, tutto ciò ha molto senso. Egli ha già minacciato di voler investire somme illimitate di denaro per impedire la rielezione di ogni senatore o deputato che sia stato assente al discorso di Netanyahu.

Ci stiamo avvicinando ad uno scontro aperto tra il governo di Israele ed il Presidente degli Stati Uniti.

Qualcuno sta giocando alla roulette col nostro futuro?

(*) Uri Avnery è uno scrittore israeliano attivo nel movimento pacifista Gush Shalom. Ha contribuito al libro edito da CounterPunch "The Politics of Anti-Semitism"


Uri Avnery * | counterpunch.org


Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura 


Documentazione Popolare 

imagine tratta da internet



mercoledì 24 dicembre 2014

Pensa agli altri / Piensa en los demás - di Mahmoud Darwish




 Grazie ai compagni Alfredo Viloria ,1° segretario ambasciata del Venezuela in italia e Yousef SALMAN, Delegato della Mezza Luna Rossa Palestinese in Italia...

Buon Natale e Felice Anno Nuovo.
Pace per la Terra della Pace: la Palestina.
Per una Palestina libera, laica e democratica.

Per un mondo diverso, più giusto e più civile.

عيد ميلاد مجيد وعام جديد ملؤه الخير واليمن والبركة وكل عام وأنتم عائلتي وأصدقائي وشعبي بألف خير أعاده الله على الوطن منعم بالحريه والاستقلال



Pensa agli altri

Mahmoud Darwish

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri, non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio.




Gracias a los buenos oficios de los compañeros Alfredo Viloria 1° segretario embajada de Venezuela en Italia Yousef SALMAN, Delegato della Mezza Luna Rossa Palestinese in Italia...

Piensa en los demás
Mahmoud Darwish
(traducción libérrima del italiano hecha por el remitente)

Mientras preparas tu desayuno, piensa en los demás, no te olvides de la comida de palomas.

Mientras haces tus guerras, piensa en los demás, no te olvides de los que luchan por la paz.

Mientras pagas el recibo del agua, piensa en los demás, en aquellos que deben ordeñar las nubes.

Mientras estás de vuelta a casa, tu casa querida, piensa en los demás, no te olvides de la gente 
que vive en carpas

Mientras duermes contando los planetas, piensa en los demás, en los que no pueden encontrar un lugar para dormir.

Mientras te desahogas con metáforas, piensa en los demás, los que han perdido el derecho a 
expresarse.

Mientras piensas en los demás, aquellos que están lejos, piensa en tí mismo, y di: ojalà fuese yo una vela en la oscuridad.


Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso (E. Che Guevara)
من يناضل يمكن أن يخسر، ولكن من لا يناضل فقد خسر مسبقا
Chi salva la vita di un bambino salva il mondo intero


giovedì 31 luglio 2014

La menzogna è guerra : La vergognosa immunità


Enzo Pellegrin *
 
Ogni volta che l'Occidente interviene contro un suo obiettivo, lo dipinge come nemico del diritto delle genti, dei diritti fondamentali dell'uomo e dell'autodeterminazione dei popoli. Il pubblico occidentale è stato abituato a veder accompagnare gli interventi militari, le ingerenze di varia forma contro legittimi governi da proclami circa asserite gravi violazioni del diritto internazionale e crimini contro l'umanità.

Nel corso dell'intervento contro il colonnello Gheddafi, fu richiesta ed accolta l'emanazione di un mandato di cattura da parte della Corte Penale Internazionale. Il leader libico e suo figlio, capo dei servizi segreti, furono accusati di aver ordinato un'ondata di omicidi e di sparizioni forzate nei confronti di presunti oppositori, a partire da metà febbraio, con l'inizio delle proteste di Bengasi [1] Fu il secondo mandato d'arresto emesso dalla Corte penale internazionale per un capo di stato in carica, dopo quello spiccato nel 2009 nei confronti del presidente sudanese Omar al-Bashir.

Con l'inizio della crisi siriana, il governo di Assad fu ripetutamente accusato di aver utilizzato contro gli asseriti "ribelli" armi chimiche in violazione delle convenzioni internazionali, così come di aver favorito la perpetrazione di crimini di guerra. Con la usuale laconicità, l'alto commissariato ONU per i diritti umani, in persona di Navi Pillay, dichiarò di possedere prove massicce di crimini gravi, crimini di guerra e crimini contro l'umanità che coinvolgevano la "responsabilità ai più alti livelli di governo, compreso il capo dello Stato" [2]

Trovare prove del concorso del potere nei fatti di sangue si rivela quasi sempre una probatio diabolica - una missione impossibile - nelle democrazie borghesi. Ustica e le stragi di stato in Italia, insegnano. Come invece questo accada in poco tempo nei confronti dei dichiarati nemici esterni del blocco occidentale, partendo poi gli investigatori da una posizione tutt'altro che istituzionale, desta sempre grosse perplessità quando non sarcastici sorrisi.

Polemiche a parte, l'uso del diritto internazionale si è sempre prestato a fornire i colpi più duri nei confronti dei nemici di volta in volta individuati dal blocco imperialista occidentale, spesso costruendo il patibolo dell'esecuzione.

Per converso, nei confronti delle pedine alleate dell'imperialismo ovvero nei confronti dei suoi baluardi la severa scure giuridica a difesa dei diritti dell'umanità è rimasta il più delle volte riposta negli appositi armadi.

Il giovane stato israeliano, nato nel laboratorio politico-giuridico del sionismo di Ben Gurion, Weizemann e Wise, è l'esempio fulgido del fenomeno "due pesi, due misure". Sin dal brodo di coltura in cui nacque, mise in fila crimini comuni, crimini di guerra nonché le più disparate violazioni dei diritti umani, del diritto delle genti.

Senza voler fare una lunga cronistoria, né senza limitarsi ai soli strepiti recenti, appare interessante ricordare come lo "Zionist Biltmore Program", approvato nel maggio 1942 all'Hotel Biltmore di New York da 600 eminenti ebrei americani e 67 dirigenti sionisti di tutto il mondo, sotto la guida di David Ben Gurion e del rabbino americano Chaim Weizemann, si prefiggesse il dominio ebraico su tutta la Palestina, la creazione di un esercito ebraico, l'immigrazione illimitata degli ebrei nel futuro stato di sion. Scopi che sarebbero costati ad altri l'accusa di ingiustificata aggressione ai danni di un popolo quando non di genocidio: un tale programma sarebbe potuto figurare tra gli elementi dei capi di accusa a quel processo che di lì a poco si sarebbe celebrato a Norimberga come aggressione ad una popolazione inerme. Ai sionisti il programma valse invece l'installazione duratura del loro movimento nel sistema di dominio americano del Medio Oriente. L'accresciuta importanza del petrolio rendeva necessario per le esigenze dell'imperialismo USA un sicuro baluardo strategico in una regione instabile: Israele divenne e rimase quel sicuro baluardo per mezzo del movimento sionista. "Dopo tre decenni di protezione inglese, i sionisti si apprestavano all'atto conclusivo del loro piano di conquista in una condizione nuova: non dipendevano più dalla sola buona volontà britannica" [3].

Quanto poi al preordinare persecuzioni nei confronti di civili o al tanto abusato termine di "pulizia etnica", merita ricordare ciò che avvenne dopo l'evacuazione britannica dalla Palestina. L'Agenzia Ebraica aveva predisposto sin dal 1941 una serie di piani strategici per la conquista di quello che sarebbe poi stato il territorio sotto la sovranità del futuro stato ebraico. Uno di questi, il Piano D o "Dalet" si realizzò nella realtà: i reparti dell'Haganah e degli altri organismi militari sionisti (Irgun Zwai Leumi, Banda Stern ed altri) occuparono e presero il controllo di caserme, uffici pubblici, posti di polizia che di volta in volta venivano abbandonati dalle Autorità Britanniche; essi presero inoltre possesso di tutti i villaggi palestinesi adiacenti alle esistenti colonie ebraiche, stabilirono il controllo delle vie di comunicazione, strinsero d'assedio le località abitate dagli arabi. Tra le "misure per garantire la sicurezza della rete di difesa ebraica" fu prevista la distruzione dei villaggi che non potevano essere occupati o l'occupazione integrale di località con espulsione degli abitanti. In particolare, nel 9 aprile 1948, truppe dell'Haganah conquistarono il villaggio di Deir Yassin, dopodichè si ritirarono lasciando mano libera agli uomini dell'Irgun e della banda Stern che provvedettero al massacro di 254 persone tra uomini, donne, vecchi e bambini palestinesi. Dopo Deir Yassin oltre 474 centri abitati arabi furono occupati dalle forze sioniste ben 385 furono distrutti e scomparvero per sempre dalla carta geogeafica. Moshe Sharrett diede successiva voce alle intenzioni di una tale condotta: "I rifugiati troveranno il loro posto nella diaspora. Grazie alla selezione naturale certi resisteranno, altri no. La maggioranza diverrà un rifiuto del genere umano e si fonderà con gli strati più poveri del mondo arabo" [4]. Parole che a Norimberga sarebbero echeggiate nelle accuse e nelle requisitorie dei pubblici ministeri per altri personaggi storici ed altre vicende.

Quanto all' "ordinare omicidi", merita ricordare che dopo la proclamazione del neonato stato ebraico nel 1948 e l'inizio del conflitto con gli eserciti arabi, Folke Bernadotte, mediatore inviato dall'ONU ed incaricato di predisporre uno dei primi piani di pace, divenne bersaglio di un piano omicida. Fu deciso dalla Banda Stern, già responsabile del massacro di Deir Yassin. La decisione è opera dei membri che dirigevano l'organismo militare al'epoca: Israel Eldad, Nathan Yellin Mor e Ytzhak Shamir (che divenne primo ministro di Israele). I militari attesero lo svedese, parente della famiglia reale, sulla strada per Rehvot dove era atteso per una ispezione, e lo finirono in un agguato con fucili mitragliatori.

Questo è il brodo primordiale in cui si sviluppò e nacque lo stato ebraico. Inquietante appare il parallelismo storico: mentre sul banco degli accusati di Norimberga le potenze vincitrici contestavano accuse consistenti in atti di omicidio, brutalità, pulizia etnica, genocidio, soluzioni finali e selezione naturale dei detenuti nei campi di sterminio, un processo del tutto simile si ripeteva negli atti del sionismo, creatore dello stato ebraico.

Una volta affermata l'indipendenza dello stato ebraico, il governo di israele inaugurò la dura politica volta ad impedire il ritorno dei palestinesi nei territori occupati; lo storico israeliano Benny Morris calcolò in una conferenza tenuta alla fine del 1990 che migliaia di palestinesi che tentavano di rientrare nei territori per recuperare beni di loro proprietà furono uccisi da civili e militari israeliani nei primi anni di vita dello Stato Ebraico: il 99 per cento di quelli che si infiltravano non erano armati, ma contadini poveri che tornavano a raccogliere frutti dagli agrumeti a loro un tempo appartenuti. [5]

Con l'operazione "Pace in Galilea" della fine degli anni 80, Meahem Begim, capo del governo israeliano, già leader dell'Irgun Zwai Leumi [6], volge l'azione persecutoria dello stato ebraico contro i palestinesi oltre i confini dello stesso: in Libano, ultimo territorio in cui i palestinesi godevano di una minima indipendenza ed autodeterminazione dopo i fatti del "settembre nero". Sotto la roboante etichetta di una nuova "legalità internazionale", con la scusa di sgominare l'OLP, il ministro ex terrorista Begim affermò il diritto di Israele di intervenire in Libano in qualsiasi momento e sferrò di conseguenza l'attacco contro l'embrione di una comunità indipendente palestinese che si andava dotando faticosamente di un sistema politico, scolastico, di ospedali e trasporti, organismi economici e Università. Nel conflitto libanese, il 16 settembre si perpetrò il vergognoso massacro di Sabra e Chatila. Oltre quattrocento falangisti della destra cristiana libanese furono introdotti nei campi di Sabra e Chatila. In due giorni (dal 16 al 19 settembre) massacrarono più di 3000 palestinesi allo scopo di seminare un orrendo terrore in tutto il popolo con torture prima dell'assassinio e mutilazioni. Furono fucilate intere famiglie lasciando vivo un superstite perchè potesse testimoniarne la brutalità, furono fatte saltare in aria con la dinamite le case dei profughi con le persone rinchiuse dentro.

Oltre Sabra e Chatila, il bilancio dell'operazione "Pace in Galilea", secondo dati forniti dalla polizia libanese, vide negli aggrediti 19.085 morti, 30.302 mutilati e feriti. L'84 per cento delle vittime erano civili, il 33 per cento di questi aveva meno di quindici anni ed il 24 per cento più di cinquanta. Nel Libano Meridionale, dei 92.000 rifugiati palestinesi che vi vivevano, oltre 60.000 rimasero senza tetto [7].

Fatti di questo genere si aggiungono alle innumerevoli violazioni delle risoluzioni dell'ONU, alle violazioni odierne compiute nella vergognosa azione sulla striscia di Gaza. La scusa è sempre la stessa: la necessità di colpire un'organizzazione asseritamente giudicata terrorista offre il destro per lo sterminio ed il genocidio della popolazione civile palestinese, vero ostacolo agli interessi dello stato ebraico e del blocco imperialista di cui è baluardo. Manlio Dinucci ha chiarito bene sul Manifesto gli obiettivi di conquista delle fonti energetiche di gas naturale al largo di Gaza, soprattutto per sottrarlo alle società russe che stavano raggiungendo un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti.

Per raggiungere questo obiettivo lo stato ebraico, conformemente alla spietatezza e mancanza di scrupoli morali dimostrata sin dalla nascita, non esita ad utilizzare armi sperimentali sulla popolazione civile: bombe DIME che "contengono tungsteno, un metallo cancerogeno, che permette di produrre esplosioni incredibilmente distruttive, capaci di tagliare la carne e le ossa, spesso troncando gli arti inferiori delle persone all'interno del loro raggio d'azione." [8].

Contro questo baluardo della politica imperialistica occidentale, il diritto internazionale che il blocco occidentale ha più volte utilizzato per fomentare le campagne contro i suoi nemici, giustificandone l'annientamento, si è prodotto nella condotta dei "due pesi due misure", restando più volte indifferente, rafforzando le speciose giustificazioni difensive, applicando sanzioni manifesto di fatto inutili o mai seriamente applicate, garantendo insomma una più che vergognosa immunità allo stato ebraico.

La sovrastruttura giuridica internazionale, pur se debole di costituzione, svolge quantomeno quel ruolo tutt'altro che imparziale che il diritto interno svolge per il conflitto sociale: costituire una finta gabbia di asserita imparzialità per favorire gli interessi del blocco sociale o politico dominante. Questo è pure un profilo sotto il quale la situazione palestinese offre uno spunto accoglibile di riflessione sulla repressione del conflitto sociale in Italia e soprattutto, in Valsusa, teatri dove oggi più che mai la politica dei due pesi e due misure è applicata in modo eclatante. Diritto usato in modo maniacalmente sistematico e vigilesco nei confronti del conflitto sociale, drammaticamente nei fatti insufficiente nei confronti dei blocchi di interesse che legalmente stanno uccidendo società, lavoro, ricchezza, ambiente, risorse e territorio.

Prendere coscienza dei meccanismi dell'imperialismo e del capitalismo significa indubbiamente sollevare anche questa contraddizione: la legalità internazionale è spesso legalità che uccide, opprime, regola in base ad interessi antipopolari, con lo stesso identico meccanismo col quale la legalità interna nelle società capitaliste garantisce l'oppressione, lo sfruttamento e la perpetuazione di quei rapporti di produzione tanto cari a Bertolt Brecht. Quei rapporti di produzione che nelle fasi di crisi del capitale, finiscono spesso per portare in qualche modo anche la morte.

*
Enzo Pellegrin, componente collegio di difesa del Movimento NO TAV.
Note

1. http://www.amnesty.it/arrestare-e-processare-gheddafi-suo-figlio-e-capo-dei-servizi-segreti.
27.6.2011.

2. Siria, l'Onu accusa Assad: "Ha autorizzato crimini di guerra e contro l'umanità", La Repubblica on line, 2.12.2013, http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/02/news/siria_jihadisti_sequestrano_suore_del_convento_di_maalula-72507285/
  1. Filippo GAJA, Le frontiere maledette del Medio Oriente, cap. 30, "Un Mosè da Oltre Atlantico", Maquis ed. 1991, p. 180.

    4. Archivi dello Stato di Israele, ministero degli affari esteri, documentazione sui rifugiati,doc. n. 2444/19 in F.GAJA, Op.cit. p. 197

    5. F. GAJA, Op. cit. p. 206

    6. Organizzazione militare nazionale attiva nei fatti terroristici degli anni che portarono alla fondazione dello stato ebraico

    7. F. GAJA, op. cit. p. 218.

    8. Israele sta usando armi sperimentali sui civili di Gaza, dicono i medici, www.resistenze.org - popoli resistenti - palestina - 16-07-14 - n. 507, Rania Khalek | electronicintifada.net - Traduzione da contropiano.org


(foto2 )Ormai la maggioranza idiotizzata  è asservita all'informazione che il potere passa
Foto inserite da amministratore blog corrente , foto 2 tratta da :

giovedì 15 maggio 2014

La necessaria e giusta indipendenza del Sahara Occidentale /La necesaria y justa independencia del Sahara Occidental


 Le cause giuste sono invincibili e il destino degli oppressori dei popoli è la sconfitta

Ernesto Gómez Abascal

12/05/2014

Questo mese si compiono i 41 anni dall'inizio della lotta del Fronte Polisario contro l'occupazione illegale del suo territorio da parte della monarchia marocchina.

Malgrado la lotta del popolo saharawi inizi molto tempo prima, fu nel maggio del 1973 che si costituì il Fronte Polisario e iniziò la lotta organizzata per ottenere l'indipendenza nazionale.

Il colonialismo spagnolo, dopo essere stato sconfitto a Cuba nel 1898, aveva occupato quel territorio - conosciuto come Saguia el-Hamra [Canale rosso] e Río de Oro - quasi completamente desertico del nordest africano, con una popolazione scarsa e fondamentalmente nomade, ma molto ricco di fosfati e con appetibili banchi pescosi di fronte alle sue coste, entro le sue acque territoriali.

La Spagna, secondo il giudizio della Commissione Onu per la decolonizzazione, doveva avviare, all'inizio degli anni settanta, il processo di autodeterminazione con la popolazione del territorio, per mettere fine alla sua condizione coloniale, ma interessi politici reazionari fecero si che lo consegnasse, per la sua maggior parte, all'ambiziosa ed espansionista monarchia marocchina e una porzione meridionale al governo della Mauritania, il quale, dopo poco tempo avrebbe rinunciato a causa della sua incapacità di resistere alla guerra che gli facevano i Saharawi. Il Marocco rimase con tutto il territorio e, con la promozione di una campagna demagogica che chiamò la "marcia verde", lanciò decine di migliaia dei suoi cittadini a colonizzarlo.

Il processo di autodeterminazione è continuato fino ai nostri giorni, in attesa dell'esecuzione delle decisioni dell'Onu e mentre i successivi governi della Spagna, legati agli interessi economici marocchini, e quelli degli altri paesi della Nato, specialmente la Francia, lungi dall'agire per portare a termine questo processo hanno messo in campo ogni tipo di ostacolo. Una buona parte del popolo saharawi viene mantenuto nella condizione di rifugiato in accampamenti sul territorio algerino, vivendo in condizioni subumane o in una striscia di territorio liberato dietro un immenso muro militarizzato costruito dagli occupanti e colmo di mine e di ogni tipo di esplosivi.

La monarchia marocchina, come i sionisti di "Israele", non occupa solo illegalmente il territorio altrui, ma ha tentato di espandersi e prendere porzioni di territorio algerino e mauritano. Quasi riuscita ad ottenere l'indipendenza dalla Francia dopo anni di sanguinose lotte, l'Algeria dovette affrontare nel 1962 i tentativi marocchini di impadronirsi di una parte del suo territorio. In quell'occasione, un reggimento di carri armati cubani fu inviato in aiuto dei fratelli algerini per respingere l'aggressione illegale.

Prima dell'occupazione marocchina del Sahara Occidentale, una delegazione dell'Onu percorse il territorio ed ebbe colloqui coi suoi abitanti, come con le autorità dei paesi confinanti, potendo constatare, come affermò nella sua relazione, che il popolo saharawi si pronunciava chiaramente per la completa indipendenza e non per l'annessione a qualcuno dei suoi vicini.

Tuttavia, il Marocco lo invase illegalmente e obbligò, col ferro e il fuoco, una buona parte della popolazione a rifugiarsi nel deserto e nella regione confinante dell'Algeria, senza offrire loro altra possibilità che dare inizio alla lotta per la liberazione nazionale.

Visitai il Sahara ed ebbi un colloquio coi dirigenti del Fronte Polisario nel maggio del 1977, al momento di massima intensità della lotta che essi combattevano in condizioni molto sfavorevoli, dato l'ampio sostegno accordato alla monarchia marocchina da alcune potenze occidentali, in particolare dalla Francia. Potei confermare personalmente la volontà di questo popolo eroico e la sua ferma determinazione, che si è mantenuta fino ai nostri giorni, di ottenere l'indipendenza.

Come è accaduto con l'occupazione illegale della Palestina, anche in questo caso le potenze
occidentali praticano una doppia morale. Le autorità di Rabat compiono ogni tipo di violazione, reprimono e massacrano il patriottico popolo Saharawi, trattengono centinaia di imprigionati in condizioni disumane, torturano e fanno sparire i suoi cittadini. Ma non vengono portati davanti ai tribunali internazionali e nemmeno alle Commissioni per i Diritti umani. Né il Marocco appare nelle famose e ipocrite liste che pubblica il Dipartimento di Stato. Tutto il contrario, riceve dai suoi alleati e dai suoi padroni aiuti di ogni tipo, compresi gli armamenti moderni. Ovviamente, la "grande stampa occidentale" sorvola su quanto succede nel Sahara Occidentale.

In buona misura, è da quelle parti che cominciò, nel novembre 2010, la cosiddetta "primavera araba", quando le manifestazioni popolari iniziarono o furono promosse in altri paesi della regione. Nella grande tendopoli Gdeim Izik, alla periferia della città di El Ayun, migliaia di saharawi che chiedevano libertà e indipendenza, inclusi donne, anziani e bambini, furono attaccati selvaggiamente dai militari e dalle forze di sicurezza marocchine che incendiarono l'accampamento, con un computo di morti, feriti e dispersi al momento sconosciuto.

La repressione contro la volontà indipendentista del popolo Saharawi è permanente. La grande stampa tace e il governo di Spagna, responsabile davanti all'Onu del compimento del processo di autodeterminazione, si volta dall'altra parte. Gli ipocriti delle potenze occidentali e i loro media sono molto occupati a osservare e inventare quanto dicono stia avvenendo in Siria, Venezuela, Cuba o in altri paesi che non gli sono subordinati. Nel Sahara e in Palestina, "tutto va normalmente", grazie all'appoggio che essi offrono ai governanti lacchè che servono i loro interessi in quei paesi.

La coalizione reazionaria del Consiglio di cooperazione del Golfo ha parlato della possibilità di premiare la monarchia di Rabat ammettendola fra i suoi membri, nonostante sia a centinaia di chilometri della regione. Ebbene, potrebbero fare lo stesso con l'entità sionista. In realtà, tutti lavorano per gli stessi obiettivi e si sottomettono agli ordini dell'impero e della Nato.

E' tempo di alzarci al fianco del popolo fratello saharawi, perché le cause giuste sono invincibili e il destino degli oppressori dei popoli è la sconfitta.


Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


La necesaria y justa independencia del Sahara Occidental

Las causas justas son invencibles y el destino de los opresores es la derrota

Alahednews.lb


Este mes se cumplen 41 años del inicio de la lucha del Frente Polisario, contra la ilegal ocupación de su territorio por la monarquía marroquí.

A pesar de que la lucha del pueblo saharaui proviene de mucho antes, fue en mayo de 1973 cuando se constituyó el Frente Polisario e inició de forma organizada los combates para obtener la independencia nacional.

El colonialismo español, después de ser derrotado en Cuba en 1898, había ocupado ese territorio -conocido como Sagüia el Hamra y Río de Oro-, casi totalmente desértico en el noreste africano, con una escasa población, fundamentalmente nómada, pero muy rico en fosfato y con un apetecible banco pesquero frente a sus costas, dentro de sus aguas territoriales.

España, según dictamen de la Comisión de Descolonización de la ONU, debió iniciar, a principio de los años setenta, el proceso de autodeterminación con la población del territorio, para poner fin a su condición colonial, pero intereses políticos reaccionarios determinaron que lo entregara, en su mayor parte, a la ambiciosa y expansionista monarquía marroquí, y una porción sureña al gobierno de Mauritania, el cual, poco tiempo después renunciaría a ella debido a su incapacidad de resistir la guerra que le hacían los saharauis. Marruecos se quedó con todo el territorio y promoviendo una demagógica campaña que llamó “la marcha verde”, lanzó decenas de miles de sus ciudadanos para colonizarlo.
El proceso de autodeterminación continuó, hasta nuestros días, pendiente de ejecutar por la ONU y los sucesivos gobiernos de España, comprometidos con intereses económicos marroquíes y los de otros países de la OTAN, especialmente Francia, lejos de actuar para que este se lleve a cabo, han puesto todo tipo de obstáculos al obligatorio procedimiento. Una buena parte del pueblo saharaui se mantiene refugiado en campamentos en territorios argelinos, viviendo en condiciones infrahumanas o en una franja de territorio liberado tras un inmenso muro militarizado y colmado de minas y todo tipo de explosivos construido por los ocupantes.

La monarquía, al igual que los sionistas de “Israel”, no sólo ocupan ilegalmente territorio ajeno, sino que han tratado de expandirse y tomar partes de territorios argelinos y mauritanos. Casi acabada de obtener la independencia de Francia, después de años de sangrienta lucha, Argelia debió enfrentar en 1962, los intentos marroquíes de apoderarse de una parte de su territorio. En aquella ocasión, un regimiento de tanques cubanos fue enviado para ayudar a los hermanos argelinos a repeler la ilegal agresión.

Antes de la ocupación marroquí del Sahara Occidental, una delegación de la ONU recorrió el territorio y se entrevistó con sus habitantes, así como con autoridades de países fronterizos, pudiendo constatar, tal como lo dictaminó en su informe, que el pueblo saharaui se pronunciaba claramente por la independencia total y no por su anexión a ninguno de sus vecinos.

Sin embargo, Marruecos lo invadió ilegalmente y obligó a sangre y fuego, a una buena parte de la población, a refugiarse en el desierto y en la región adyacente de Argelia, sin ofrecerle otra alternativa a estos que iniciar la lucha por la liberación nacional.

Visité el Sahara y me entrevisté con los dirigentes del Frente Polisario tan temprano como en mayo de 1977, cuando estaba en plena intensidad la lucha que ese pueblo libraba en condiciones muy desventajosas, dado el amplio apoyo que recibía la monarquía de algunas potencias occidentales, especialmente de Francia. Pude confirmar personalmente, la voluntad de este heroico pueblo y su decisión irrenunciable, que se mantiene hasta nuestros días, de obtener la independencia.


Tal como ha sucedido con la ilegal ocupación de Palestina, las potencias occidentales practican una doble moral en este caso. Las autoridades de Rabat realizan todo tipo de violaciones, reprimen y masacran al pueblo patriota saharaui, mantienen cientos de encarcelados en condiciones infrahumanas, torturan y desaparecen a sus ciudadanos. Pero no son llevados a tribunales internacionales ni a Comisiones de Derechos Humanos. Tampoco Marruecos aparece en las famosas e hipócritas listas que publica el Departamento de Estado. Todo lo contrario, reciben de sus aliados y de sus amos, ayuda de todo tipo, incluido moderno armamento. Por supuesto, la “gran prensa occidental” pasa por alto lo que sucede en el Sahara Occidental.

En buena medida, fue por allí por donde comenzó en noviembre de 2010, la denominada “primavera árabe” cuando las manifestaciones populares se iniciaron o las promovieron en otros países de la región. En un gran campamento de carpas, Gdeim Izik, en las afueras de la ciudad de El Aiun, miles de saharauis que demandaban la libertad e independencia, incluidos mujeres, ancianos y niños, fueron salvajemente atacados por militares y fuerzas de la seguridad marroquí, que prendió fuego al campamento, con un saldo desconocido hasta el momento, de muertos, heridos y desaparecidos.

La represión contra la voluntad independentista del pueblo saharaui es permanente. La gran prensa calla y el gobierno de España, responsable ante la ONU de que se culmine el proceso de autodeterminación, le da la espalda. Los hipócritas de las potencias occidentales y su gran prensa, están muy ocupados observando e inventando lo que ellos dicen sucede en Siria, Cuba, Venezuela u otros países que no se les subordinan. En el Sahara y en Palestina, “todo marcha normalmente”, gracias al apoyo que ellos brindan a los gobernantes lacayos que en esos países sirven a sus intereses.

La coalición reaccionaria del Consejo de Cooperación del Golfo, ha hablado de la posibilidad de premiar a la monarquía de Rabat con admitirla como uno de sus miembros, a pesar de estar a cientos de kilómetros de la región. Bien podrían hacer lo mismo con Ia entidad sionista. De hecho, todos trabajan por los mismos objetivos y se subordinan a las órdenes del imperio y de la OTAN.

Ya es hora de levantarnos junto al hermano pueblo saharaui, las causas justas son invencibles y el destino de los opresores de los pueblos es la derrota.

Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.


Reunión con Mohamed Abdelaziz, Secretario General del Frente Polisario en los campamentos en 1977. El autor es el primero de izquierda a derecha

domenica 22 dicembre 2013

Mandela e Israel / Mandela e Israele /


Per questo post si ringrazia Alfredo Viloria consigliere ambasciata Bolivariana del Venezuela

 Mandela y Israel

por Thierry Meyssan
Ante el fallecimiento de Mandela, los occidentales están emitiendo más expresiones de tristeza que los propios africanos. Su ruidoso duelo es una forma de tratar de compensar hoy la práctica de la ideología colonial que tanto han defendido y los crímenes a los que dio lugar. Pero resulta incomprensible que en medio de esa gran ola de homenajes nadie mencione el hecho que aún subsiste en nuestros días un Estado racista, históricamente basado –al igual que la Sudáfrica del apartheid– en la visión del mundo de Cecil Rhodes, el teórico del «imperialismo germánico». El ejemplo de Mandela sigue siendo válido y todavía existe lugar para continuar su lucha.

Red Voltaire | 9 de diciembre de 2013

La obra de Nelson Mandela se celebra en todo el mundo, en ocasión de su deceso. Pero, ¿de qué sirve su ejemplo si aceptamos hoy que se mantenga en un Estado –Israel– la ideología racial que Mandela logró derrotar en Sudáfrica?
El sionismo no es un fruto del judaísmo, que durante mucho tiempo se opuso a esa ideología. El sionismo es un proyecto imperialista nacido de la ideología puritana británica. En el siglo XVII, Lord Cromwell derrocó la monarquía inglesa y proclamó la República. Instauró una sociedad igualitaria y quiso extender al máximo el poderío de su país. Para lograrlo esperaba establecer una alianza con la diáspora judía, que se convertiría entonces en la vanguardia del imperialismo británico. Con ese objetivo autorizó el regreso de los judíos a Inglaterra, de donde habían sido expulsados hacía 400 años, y anunció su intención de crear un Estado judío, Israel. Pero murió sin haber logrado que los judíos se unieran a su proyecto.
El Imperio británico nunca dejó desde entonces de cortejar a la diáspora judía proponiéndole la creación de un Estado judío. Así lo hizo Benjamin Disraeli, primer ministro de la reina Victoria, en ocasión de la conferencia de Berlín, en 1884. Las cosas cambiaron con el teórico del imperialismo británico, el «muy honorable» Cecil Rhodes –fundador de la De Beers Mining Company [que llegó a controlar el 90% de las ventas de diamante a nivel mundial] y de Rhodesia–, quien finalmente encontró en Theodor Herzl el cabildero que necesitaba. Cecil Rhodes y Theodor Herzl intercambiaron una abundante correspondencia, cuya publicación fue prohibida por orden de la Corona británica al cumplirse el centenario de la muerte de Rhodes. Para ellos, el mundo tenía que hallarse bajo el dominio de la «raza germánica» –o sea, también según ellos, además de los alemanes, los británicos, incluyendo a los irlandeses, los estadounidenses y canadienses, los australianos y neozelandeses y los sudafricanos– y esa raza tenía que extender su imperio conquistando nuevas tierras con ayuda de los judíos.
Theodor Herzl no sólo logró convencer a la diáspora de unirse a ese proyecto sino que invirtió la opinión de su comunidad mediante la manipulación de sus mitos bíblicos. El Estado judío no estaría en una tierra virgen, en Uganda o en Argentina, sino en Palestina y con Jerusalén como capital. De manera que el actual Estado de Israel es al mismo tiempo hijo del imperialismo y del judaísmo.
Desde el momento mismo de su proclamación unilateral, Israel se vuelve hacia Sudáfrica y Rhodesia, los dos únicos Estados que se identifican –como el propio Israel– con el colonialismo de Rhodes. Poco importa que los afrikaneers hayan sido partidarios del nazismo, lo importante es que tienen la misma visión del mundo que los sionistas. Aunque no fue hasta 1976 que el primer ministro John Vorster hizo su viaje oficial a la Palestina ocupada, ya en 1953 la Asamblea General de la ONU condenaba «la alianza entre el racismo sudafricano y el sionismo». Ambos Estados mantuvieron una estrecha colaboración, tanto en materia de manipulación de los medios de difusión occidentales como en el uso del transporte como medio de evadir los embargos, y también con vista a la obtención de la bomba atómica.
El ejemplo de Nelson Mandela demuestra que es posible liberarse de ese tipo de ideología y alcanzar la paz civil. Israel es hoy en día el único heredero mundial del imperialismo según la versión de Cecil Rhodes. Para alcanzar la paz civil, israelíes y palestinos tendrán que encontrar su propio De Klerk y también su Mandela.

Mandela e Israele

di Thierry Meyssan
Gli occidentali piangono la morte di Nelson Mandela con più tristezza di quanta ne manifestino gli Africani. Questo lutto è un modo di liquidare l’ideologia coloniale e i crimini che sono stati commessi in suo nome. Ma è incomprensibile che questo torrente di omaggi finisca per trascurare la persistenza di uno stato razzista, fondato storicamente come il Sud Africa, secondo la visione del mondo di Cecil Rhodes, il teorico dell’«imperialismo germanico». L’esempio di Mandela resta da seguire.

L’opera di Nelson Mandela si celebra ovunque nel mondo in occasione della sua morte. Ma a cosa serve il suo esempio se accettiamo che possa perdurare in uno Stato – Israele - l’ideologia razziale che lui aveva sconfitto in Sud Africa?
Il sionismo non è un frutto del giudaismo, che anzi gli fu a lungo ferocemente contrario. È semmai un progetto imperialista nato in seno all’ideologia puritana britannica. Nel XVII secolo, Lord Cromwell rovesciò la monarchia inglese e proclamò la Repubblica. Instaurò una società egualitaria e intese ampliare quanto più possibile la potenza del suo paese. Per questo, sperava di stringere un’alleanza con la diaspora ebraica che sarebbe diventata l’avanguardia dell’imperialismo britannico. Autorizzò quindi il ritorno degli ebrei in Inghilterra, da cui erano stati cacciati quattrocento anni prima, e annunciò che avrebbe creato uno stato ebraico, Israele. Tuttavia, morì senza essere riuscito a convincere gli ebrei a partecipare al progetto.
L’impero britannico da allora non ha smesso di sollecitare la diaspora ebraica e di proporre la creazione di uno stato ebraico, come fece Benjamin Disraeli, primo ministro della regina Vittoria alla Conferenza di Berlino (1884). Le cose cambiarono con il teorico dell’imperialismo britannico, il «molto onorevole» Cecil Rhodes – il fondatore dei diamanti De Beers e della Rhodesia - che trovò in Theodor Herzl il lobbista di cui aveva bisogno. I due uomini si scambiarono una fitta corrispondenza la cui riproduzione fu vietata dalla Corona in occasione del centenario della morte di Rhodes. Il mondo doveva essere dominato dalla «razza germanica» (ossia secondo loro gli inglesi, irlandesi inclusi, gli statunitensi e canadesi, gli australiani e neozelandesi e i sudafricani), che dovevano estendere il loro impero conquistando nuove terre con l’aiuto degli ebrei.
Theodor Herzl non solo era riuscito a convincere la diaspora a partecipare a questo progetto, ma rovesciò il parere della sua comunità utilizzando i suoi miti biblici. Lo Stato ebraico non sarebbe stato una terra vergine in Uganda o in Argentina, ma in Palestina, con Gerusalemme come sua capitale. Ne deriva che l’attuale Stato di Israele sia il figlio tanto dell’imperialismo quanto dell’ebraismo.
Israele, fin dalla sua proclamazione unilaterale, si è rivolto verso il Sud Africa e la Rhodesia, gli unici Stati assieme ad esso che manifestavano il colonialismo di Rhodes.
Poco importa da questo punto di vista che gli Afrikaneers avessero sostenuto il nazismo, perché si erano nutriti con la stessa visione del mondo. Benché il primo ministro John Vorster fece viaggi ufficiali nella Palestina occupata solo nel 1976, già nel 1953 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva condannato «l’alleanza tra il razzismo sudafricano e il sionismo». I due Stati lavorarono con una collaborazione stretta tanto in materia di manipolazione dei media occidentali, quanto nei trasporti per aggirare l’embargo, o ancora per sviluppare la bomba atomica.
L’esempio di Nelson Mandela dimostra che è possibile superare questa ideologia e ottenere la pace civile. Oggi Israele è l’unico erede al mondo dell’imperialismo alla maniera di Cecil Rhodes. La pace civile presuppone che israeliani e palestinesi trovino il loro De Klerk e il loro Mandela.
A 11 de Abril de 1975, em Jerusalém na residência do Primeiro-ministro. Da esquerda à direita: Eschel Rhoodie (director sul-africano da Propaganda), Yitzhak Rabin (Primeiro-ministro israelita), Henrik van den Bergh (director dos serviços secretos sul-africanos) e Shimon Peres (ministro israelita da Defesa).

Le 11 avril 1975, à Jérusalem dans la résidence du Premier ministre. De gauche à droite : Eschel Rhoodie (directeur sud-africain de la Propagande), Yitzhak Rabin (Premier ministre israélien), Henrik van den Bergh (directeur des services secrets sud-africains) et Shimon Peres (ministre israélien de la Défense).

Immagine di testa tratta da internet inserita da autori blog corrente

giovedì 19 dicembre 2013

Comunicato conclusivo dell'Incontro del Comitato Esecutivo del Consiglio Mondiale della Pace (WPC) - Caracas, 23-25 novembre 2013


 Comunicato conclusivo dell'Incontro del Comitato Esecutivo del Consiglio Mondiale della Pace (WPC) - Caracas, 23-25 novembre 2013

Consiglio Mondiale della Pace (WPC) | solidnet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/12/2013

Si è svolto con successo l'Incontro del Comitato Esecutivo (CE) del Consiglio Mondiale della Pace, tenutosi dal 23 al 25 novembre 2013 a Caracas, prima riunione dopo l'Assemblea di Kathmandu (luglio 2012). L'incontro è stato ospitato dal Comitato di Solidarietà Internazionale (COSI), membro del WPC in Venezuela.

Ricordiamo distintamente la nostra Assemblea Mondiale della Pace del 2008, dove dichiarammo Caracas "Capitale Mondiale della Pace e della lotta antimperialista". La nostra Assemblea si svolse all'epoca sotto gli auspici del defunto presidente, comandante Hugo Chavez, a cui tributiamo il nostro più profondo rispetto per l'enorme contributo e la direzione vincente della rivoluzione bolivariana, genuino leader del suo popolo ampiamente riconosciuto a livello mondiale.

Il WPC saluta il popolo venezuelano, impegnato nella lotta e nella difese delle conquiste raggiunte e nella ricerca di nuove vie per approfondire il processo bolivariano contro le azioni sovversive e la guerra economica intraprese dall'oligarchia locale e dalle forze imperialiste, in particolare nel momento contingente. Noi difendiamo il diritto sovrano del popolo venezuelano a decidere riguardo il suo futuro e la sua ricchezza, perché diventi pienamente responsabile del suo destino.

Il CE del WPC si è riunito in un periodo di crescente aggressività dell'imperialismo in tutti gli angoli del pianeta, in tutti i campi e in tutti gli aspetti della vita umana. La profonda crisi economica del capitalismo crea sofferenze senza precedenti per centinaia di milioni di persone, povertà, disoccupazione, fame e miseria, mentre il grande capitale e le multinazionali accumulano immensi profitti. L'espressione sincrona in tutte le parti del mondo del fenomeno, le gravi conseguenze in Europa per i suoi popoli e la gioventù, mostrano la natura della crisi di un sistema che non può risolvere i problemi dell'umanità, li aggrava soltanto.

Le varie forze e centri imperialisti si contendono ferocemente le quote di mercato e il controllo delle risorse energetiche e naturali, mentre agiscono compatte contro i popoli e le nazioni che non si sottomettono ai loro piani. Gli attacchi ai diritti dei popoli, alla loro sovranità e indipendenza, al diritto all'autodeterminazione si verificano ovunque, ad opera sia degli Stati Uniti che della NATO o dell'Unione europea, configurando varie alleanze.

Il WPC esprime la sua seria preoccupazione per la situazione in Medio Oriente, punto focale per le forze imperialiste: oggi l'obiettivo principale è la Siria, ma già si profila l'Iran nei sanguinosi piani per il controllo della zona.

Denunciamo le operazioni dei gruppi armati di "opposizione" all'interno della Siria che vengono sostenuti, addestrati e guidati nelle loro azioni sovversive per destabilizzare il paese, seminando terrore e morte sul popolo siriano. Con il ruolo dominante delle monarchie del Golfo, della Turchia e sotto la supervisione degli Stati Uniti, della NATO e dell'UE, l'ingerenza negli affari interni della Siria ha raggiunto nuovi livelli pericolosi. Nonostante l'apertura dei negoziati sulla questione nucleare dell'Iran e il consenso a una nuova conferenza di Ginevra sulla Siria, le minacce e le provocazioni imperialiste non sono spente, dato che l'accordo sul controllo e la distruzione delle armi chimiche in Siria non può essere considerato una base sostenibile per la pace, mentre le operazioni di guerra dentro e fuori la Siria proseguono.

Il WPC è a conoscenza dei piani imperialisti in Medio Oriente, in particolare del piano statunitense per un "Grande Medio Oriente", approvato anche dalla NATO. Quanto accade oggi in Siria è parte di questo piano, e l'Iran è il prossimo obiettivo. Il pretesto per colpire l'Iran è il suo programma nucleare, ma la vera motivazione è il controllo geostrategico e le ricche risorse energetiche di questo paese. Il WPC esprime la sua solidarietà al popolo iraniano e alle forze amanti della pace in lotta nella complessa lotta per raggiungere la pace, la democrazia e il progresso sociale e respinge categoricamente le minacce esterne e le sanzioni che mirano a un cambiamento di regime.

Mentre condanniamo l'aperto sostegno degli Stati Uniti e dell'Unione europea all'occupazione israeliana della Palestina, riaffermiamo il nostro sostegno e la nostra solidarietà con il popolo palestinese per la fine dell'occupazione e la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale. Inoltre, chiediamo il ritiro delle forze israeliane dalle alture del Golan siriane e dalle fattorie di Sheba libanesi e sosteniamo fermamente la soluzione per i profughi palestinesi sulla base della Risoluzione 194 dell'ONU e la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane.

Il WPC ribadisce la richiesta di ritiro completo di tutte le forze di occupazione dall'Afghanistan e dall'Iraq e richiama l'attenzione di tutte le forze amanti della pace sul saccheggio delle risorse naturali della Libia e sulla sofferenza della sua gente, dopo l'aggressione della NATO del 2011 e lo smembramento del paese.

Mentre la crisi economica capitalista e le politiche dei governi e dell'Unione europea conducono decine di milioni di persone in Europa alla povertà e alla miseria, la UE sta sviluppando ulteriormente il suo pilastro militare in base al Trattato di Lisbona, nella ricerca di un ruolo attivo nella cooperazione e competizione tra i centri e le forze imperialiste. L'Unione europea non si limita alla "gestione delle crisi" o a "esportare la sicurezza" in tutto il mondo, mira invece a diventare un "attore globale" anche nel cosiddetto "
state building", ossia nell'installazione di protettorati e di regimi disponibili. I principali settori di interesse della UE sono le reti di produzione e distribuzione (petrolio, gas) delle risorse idriche e delle riserve di energia. L'UE inoltre sta militarizzando le sue strutture, applicando nuove forme di cooperazione ("pooling and sharing") tra i suoi membri, sviluppa "Gruppi tattici" e aggiunge tra gli obiettivi militari la "sicurezza dei cittadini europei", cosa che costituisce una aperta dichiarazione a intervenire in futuro militarmente negli scontri civili e nelle insurrezioni. L'UE sta potenziando ulteriormente la sua cooperazione con la NATO, ma allo stesso tempo cerca di sviluppare una propria capacità di ricerca e tecnologia (programma Horizon 2020), con l'obiettivo di dotarsi di droni propri e satelliti militari.

Il WPC denuncia i piani del governo di Cipro per una affiliazione alla "
Partnership per la Pace" della NATO. Per l'isola cipriota sosteniamo la soluzione di una Federazione bi-zonale e bi-comunale con eguaglianza politica, unica cittadinanza e una sola entità internazionale per Cipro come descritto nelle risoluzioni delle Nazioni Unite. Una soluzione che porterà alla completa demilitarizzazione dell'isola comprese tutte le basi militari straniere.

Nella regione Asia-Pacifico, il cosiddetto "ritorno degli USA" risponde in realtà a un incremento dell'impegno USA nella regione, per garantire gli interessi strategici degli Stati Uniti in campo economico e politico, e per porre fine alla crescita dell'influenza cinese nella regione. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che avrebbero schierato il 60 percento della loro forza militare nella regione Asia-Pacifico ("Pivot in Asia"), mentre già esercitano pressioni sui paesi dell'area per definire alleanze strategiche ed alcuni trattati sono già stati siglati. L'obiettivo è quello di espandere la loro influenza militare e sfruttare le risorse minerarie, petrolio e gas, nel mare intorno alla zona.

In Asia centrale, gli Stati Uniti stanno cercando una
exit strategy per la loro disastrosa presenza militare in Afghanistan, pur mantenendo una vasta rete di basi militari. Continuano a violare gravemente la sovranità del Pakistan, con i criminali bombardamenti effettuati dai droni.

Nella penisola coreana, la Corea del Nord continua a essere minacciata dalle basi militari statunitensi e dalle testate nucleari. Le reiterate esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud servono ad aumentare la tensione. Il WPC sostiene la lotta del popolo coreano contro i piani imperialisti, per l'indipendenza e la sovranità, per la smilitarizzazione e il disarmo nucleare e per la riunificazione pacifica della Corea.

In Africa, continua il brutale sfruttamento da parte delle multinazionali con il pieno sostegno militare degli Stati Uniti e dell'Unione europea. Milioni di persone vivono nella miseria e migliaia muoiono ogni giorno a causa della fame, della mancanza di medicine e per l'acqua contaminata. Le forze imperialiste perseguono la loro politica di lunga data del
divide et impera
sia con l'intervento diretto sia indirettamente, fomentando divisioni e scontri civili. L'Africa è diventata teatro di contraddizioni e rivalità interimperialiste, ulteriormente aggravate dalla presenza di potenze emergenti nel continente. La diffusione di insurrezioni dalla guerra imperialista in Libia del 2011, crea instabilità e alimenta gruppi estremisti religiosi. Il WPC riafferma la sua solidarietà con il popolo del Sahara occidentale. Condanniamo l'occupazione del Sahara occidentale da parte del Regno del Marocco e sottolineiamo la nostra solidarietà con la giusta lotta del popolo Saharawi, per il diritto inalienabile all'autodeterminazione attraverso un referendum libero e democratico.

Il WPC esprime la sua profonda solidarietà con i popoli dell'America Latina. L'imperialismo degli Stati Uniti, in combutta con le forze reazionarie della regione, sta minacciando diversi governi dell'area, con particolare pressione sulla Cuba socialista e sul Venezuela. Si sta anche cercando di sovvertire I governi progressisti in Ecuador e in Bolivia. Molte nazioni latinoamericane, ispirate dalla Rivoluzione cubana, hanno prodotto conquiste sociali, economiche e politiche progressiste che hanno migliorato le condizioni di vita dei poveri e dei lavoratori. Il WPC sostiene questi sviluppi, che riflettono lunghe lotte dei popoli per affrancarsi e per l'autodeterminazione del proprio futuro.

Stiamo seguendo i colloqui di pace in corso a L'Avana tra il governo colombiano e la guerriglia ed esprimiamo la nostra solidarietà con il popolo colombiano con il desiderio venga raggiunta una pace duratura e la soppressione delle cause che hanno portato il conflitto politico, sociale e militare nel paese da decenni.

Gli Stati Uniti ma anche l'UE non hanno rinunciato al loro ruolo reazionario nella regione. Pur in competizione tra di loro, vanno a braccetto nell'imporre accordi politici, commerciali e militari su altri paesi. Gli Stati Uniti sta dispiengando nuove basi militari in Sud e Centro America per rilanciare la 4° flotta navale.

Il WPC, a 55 anni dal trionfo della rivoluzione, ribadisce la sua piena e profonda solidarietà con la Rivoluzione cubana e la sua gente e denuncia il blocco criminale imposto dagli Stati Uniti a Cuba insieme con la richiesta della chiusura del campo di concentramento della base di Guantanamo e la completa rimozione della base dal suolo cubano. Chiediamo il rilascio dei restanti 4 patrioti cubani dalle prigioni degli Stati Uniti, atto di vendetta politica da parte degli Stati Uniti contro Cuba.

La crescente aggressività dell'imperialismo contro i popoli del mondo, pone l'umanità in grave pericolo. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di intensificare le nostre azioni e la nostra solidarietà antimperialiste e rafforzare i membri del WPC in ogni paese. In questo modo, saremo in grado di affrontare e sconfiggere il nostro nemico principale.

Per affrontare questa sfida e porre il nostro movimento in prima linea nella lotta globale per la pace, dobbiamo costruire un vasto fronte antimperialista per la pace. Soprattutto durante la profonda crisi economica del sistema capitalista, dobbiamo evidenziare la relazione tra la sua crisi e la tendenza alle guerre e alle aggressioni. Noi dobbiamo collegare il nostro programma di pace con tutte le lotte: per avere posti di lavoro e stipendi dignitosi, per i diritti sociali, per la salute pubblica, contro la mercificazione della cultura e dell'istruzione, per un ambiente sicuro e protetto.

In questo contesto il WPC si propone di adottare iniziative e intraprendere azioni, organizzare incontri e conferenze nel futuro prossimo, dando continuità alle decisioni prese nella riunione della Segreteria tra maggio e giugno in Portogallo.

Evidenziamo alcuni punti del piano d'azione:

- Organizzare in tutti i paesi una giornata di azione internazionale l'8 dicembre 2013, in solidarietà con il popolo venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana.
- Sostenere il 18° Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti a dicembre 2013 a Quito, Ecuador.
- Sostenere la Conferenza internazionale per un Medio Oriente libero dalle armi di distruzione di massa, ad Haifa e Ramallah nel dicembre 2013.
- Organizzare eventi in tutto il mondo per il 65° anniversario del Consiglio Mondiale della Pace, che culminino con un evento centrale a L'Avana verso la fine di ottobre 2014.
- Ricordare il 100° anniversario dall'inizio della Prima Guerra Mondiale, evidenziando i pericoli odierni di nuove guerre e aggressioni imperialiste.
- Ricordare il 15° anniversario dell'aggressione della NATO contro i popoli della Jugoslavia, con una speciale conferenza internazionale che si terrà a Belgrado il 22-23 marzo 2014.
- Commemorare il 75° anniversario dell'occupazione della Cecoslovacchia con un evento internazionale il 15-16 marzo 2014 a Praga.
- Tenere la conferenza regionale continentale dell'America a Buenos Aires nel giugno 2014.
- Nell'ambito della più ampia lotta contro il militarismo e le guerre imperialiste e della Campagna Internazionale per lo scioglimento della NATO, organizzare azioni che culminino il 04-05 settembre 2014, durante il vertice NATO nel sud del Galles, Regno Unito (65° anniversario della NATO).
- Ricordare il 40° anniversario dell'invasione e occupazione di Cipro, con un evento internazionale nell'estate 2014 a Nicosia.
- Ricordare il 75° anniversario dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale.
- Organizzare l'Incontro  Internazionale di Solidarietà con la Rivoluzione cubana all'Avana il 27-31 ottobre 2014.
- Sostenere l'"Iniziativa internazionale per la giustizia" in Turchia attraverso l'Associazione della Pace con l'obiettivo di dimostrare la complicità criminale del governo turco nei crimini di guerra contro il popolo siriano.
- Effettuare una missione internazionale in Siria in solidarietà con il popolo siriano.
- Tenere l'Incontro della regione Asia-Pacifico del WPC in India nel 2014.