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giovedì 15 maggio 2014

La necessaria e giusta indipendenza del Sahara Occidentale /La necesaria y justa independencia del Sahara Occidental


 Le cause giuste sono invincibili e il destino degli oppressori dei popoli è la sconfitta

Ernesto Gómez Abascal

12/05/2014

Questo mese si compiono i 41 anni dall'inizio della lotta del Fronte Polisario contro l'occupazione illegale del suo territorio da parte della monarchia marocchina.

Malgrado la lotta del popolo saharawi inizi molto tempo prima, fu nel maggio del 1973 che si costituì il Fronte Polisario e iniziò la lotta organizzata per ottenere l'indipendenza nazionale.

Il colonialismo spagnolo, dopo essere stato sconfitto a Cuba nel 1898, aveva occupato quel territorio - conosciuto come Saguia el-Hamra [Canale rosso] e Río de Oro - quasi completamente desertico del nordest africano, con una popolazione scarsa e fondamentalmente nomade, ma molto ricco di fosfati e con appetibili banchi pescosi di fronte alle sue coste, entro le sue acque territoriali.

La Spagna, secondo il giudizio della Commissione Onu per la decolonizzazione, doveva avviare, all'inizio degli anni settanta, il processo di autodeterminazione con la popolazione del territorio, per mettere fine alla sua condizione coloniale, ma interessi politici reazionari fecero si che lo consegnasse, per la sua maggior parte, all'ambiziosa ed espansionista monarchia marocchina e una porzione meridionale al governo della Mauritania, il quale, dopo poco tempo avrebbe rinunciato a causa della sua incapacità di resistere alla guerra che gli facevano i Saharawi. Il Marocco rimase con tutto il territorio e, con la promozione di una campagna demagogica che chiamò la "marcia verde", lanciò decine di migliaia dei suoi cittadini a colonizzarlo.

Il processo di autodeterminazione è continuato fino ai nostri giorni, in attesa dell'esecuzione delle decisioni dell'Onu e mentre i successivi governi della Spagna, legati agli interessi economici marocchini, e quelli degli altri paesi della Nato, specialmente la Francia, lungi dall'agire per portare a termine questo processo hanno messo in campo ogni tipo di ostacolo. Una buona parte del popolo saharawi viene mantenuto nella condizione di rifugiato in accampamenti sul territorio algerino, vivendo in condizioni subumane o in una striscia di territorio liberato dietro un immenso muro militarizzato costruito dagli occupanti e colmo di mine e di ogni tipo di esplosivi.

La monarchia marocchina, come i sionisti di "Israele", non occupa solo illegalmente il territorio altrui, ma ha tentato di espandersi e prendere porzioni di territorio algerino e mauritano. Quasi riuscita ad ottenere l'indipendenza dalla Francia dopo anni di sanguinose lotte, l'Algeria dovette affrontare nel 1962 i tentativi marocchini di impadronirsi di una parte del suo territorio. In quell'occasione, un reggimento di carri armati cubani fu inviato in aiuto dei fratelli algerini per respingere l'aggressione illegale.

Prima dell'occupazione marocchina del Sahara Occidentale, una delegazione dell'Onu percorse il territorio ed ebbe colloqui coi suoi abitanti, come con le autorità dei paesi confinanti, potendo constatare, come affermò nella sua relazione, che il popolo saharawi si pronunciava chiaramente per la completa indipendenza e non per l'annessione a qualcuno dei suoi vicini.

Tuttavia, il Marocco lo invase illegalmente e obbligò, col ferro e il fuoco, una buona parte della popolazione a rifugiarsi nel deserto e nella regione confinante dell'Algeria, senza offrire loro altra possibilità che dare inizio alla lotta per la liberazione nazionale.

Visitai il Sahara ed ebbi un colloquio coi dirigenti del Fronte Polisario nel maggio del 1977, al momento di massima intensità della lotta che essi combattevano in condizioni molto sfavorevoli, dato l'ampio sostegno accordato alla monarchia marocchina da alcune potenze occidentali, in particolare dalla Francia. Potei confermare personalmente la volontà di questo popolo eroico e la sua ferma determinazione, che si è mantenuta fino ai nostri giorni, di ottenere l'indipendenza.

Come è accaduto con l'occupazione illegale della Palestina, anche in questo caso le potenze
occidentali praticano una doppia morale. Le autorità di Rabat compiono ogni tipo di violazione, reprimono e massacrano il patriottico popolo Saharawi, trattengono centinaia di imprigionati in condizioni disumane, torturano e fanno sparire i suoi cittadini. Ma non vengono portati davanti ai tribunali internazionali e nemmeno alle Commissioni per i Diritti umani. Né il Marocco appare nelle famose e ipocrite liste che pubblica il Dipartimento di Stato. Tutto il contrario, riceve dai suoi alleati e dai suoi padroni aiuti di ogni tipo, compresi gli armamenti moderni. Ovviamente, la "grande stampa occidentale" sorvola su quanto succede nel Sahara Occidentale.

In buona misura, è da quelle parti che cominciò, nel novembre 2010, la cosiddetta "primavera araba", quando le manifestazioni popolari iniziarono o furono promosse in altri paesi della regione. Nella grande tendopoli Gdeim Izik, alla periferia della città di El Ayun, migliaia di saharawi che chiedevano libertà e indipendenza, inclusi donne, anziani e bambini, furono attaccati selvaggiamente dai militari e dalle forze di sicurezza marocchine che incendiarono l'accampamento, con un computo di morti, feriti e dispersi al momento sconosciuto.

La repressione contro la volontà indipendentista del popolo Saharawi è permanente. La grande stampa tace e il governo di Spagna, responsabile davanti all'Onu del compimento del processo di autodeterminazione, si volta dall'altra parte. Gli ipocriti delle potenze occidentali e i loro media sono molto occupati a osservare e inventare quanto dicono stia avvenendo in Siria, Venezuela, Cuba o in altri paesi che non gli sono subordinati. Nel Sahara e in Palestina, "tutto va normalmente", grazie all'appoggio che essi offrono ai governanti lacchè che servono i loro interessi in quei paesi.

La coalizione reazionaria del Consiglio di cooperazione del Golfo ha parlato della possibilità di premiare la monarchia di Rabat ammettendola fra i suoi membri, nonostante sia a centinaia di chilometri della regione. Ebbene, potrebbero fare lo stesso con l'entità sionista. In realtà, tutti lavorano per gli stessi obiettivi e si sottomettono agli ordini dell'impero e della Nato.

E' tempo di alzarci al fianco del popolo fratello saharawi, perché le cause giuste sono invincibili e il destino degli oppressori dei popoli è la sconfitta.


Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


La necesaria y justa independencia del Sahara Occidental

Las causas justas son invencibles y el destino de los opresores es la derrota

Alahednews.lb


Este mes se cumplen 41 años del inicio de la lucha del Frente Polisario, contra la ilegal ocupación de su territorio por la monarquía marroquí.

A pesar de que la lucha del pueblo saharaui proviene de mucho antes, fue en mayo de 1973 cuando se constituyó el Frente Polisario e inició de forma organizada los combates para obtener la independencia nacional.

El colonialismo español, después de ser derrotado en Cuba en 1898, había ocupado ese territorio -conocido como Sagüia el Hamra y Río de Oro-, casi totalmente desértico en el noreste africano, con una escasa población, fundamentalmente nómada, pero muy rico en fosfato y con un apetecible banco pesquero frente a sus costas, dentro de sus aguas territoriales.

España, según dictamen de la Comisión de Descolonización de la ONU, debió iniciar, a principio de los años setenta, el proceso de autodeterminación con la población del territorio, para poner fin a su condición colonial, pero intereses políticos reaccionarios determinaron que lo entregara, en su mayor parte, a la ambiciosa y expansionista monarquía marroquí, y una porción sureña al gobierno de Mauritania, el cual, poco tiempo después renunciaría a ella debido a su incapacidad de resistir la guerra que le hacían los saharauis. Marruecos se quedó con todo el territorio y promoviendo una demagógica campaña que llamó “la marcha verde”, lanzó decenas de miles de sus ciudadanos para colonizarlo.
El proceso de autodeterminación continuó, hasta nuestros días, pendiente de ejecutar por la ONU y los sucesivos gobiernos de España, comprometidos con intereses económicos marroquíes y los de otros países de la OTAN, especialmente Francia, lejos de actuar para que este se lleve a cabo, han puesto todo tipo de obstáculos al obligatorio procedimiento. Una buena parte del pueblo saharaui se mantiene refugiado en campamentos en territorios argelinos, viviendo en condiciones infrahumanas o en una franja de territorio liberado tras un inmenso muro militarizado y colmado de minas y todo tipo de explosivos construido por los ocupantes.

La monarquía, al igual que los sionistas de “Israel”, no sólo ocupan ilegalmente territorio ajeno, sino que han tratado de expandirse y tomar partes de territorios argelinos y mauritanos. Casi acabada de obtener la independencia de Francia, después de años de sangrienta lucha, Argelia debió enfrentar en 1962, los intentos marroquíes de apoderarse de una parte de su territorio. En aquella ocasión, un regimiento de tanques cubanos fue enviado para ayudar a los hermanos argelinos a repeler la ilegal agresión.

Antes de la ocupación marroquí del Sahara Occidental, una delegación de la ONU recorrió el territorio y se entrevistó con sus habitantes, así como con autoridades de países fronterizos, pudiendo constatar, tal como lo dictaminó en su informe, que el pueblo saharaui se pronunciaba claramente por la independencia total y no por su anexión a ninguno de sus vecinos.

Sin embargo, Marruecos lo invadió ilegalmente y obligó a sangre y fuego, a una buena parte de la población, a refugiarse en el desierto y en la región adyacente de Argelia, sin ofrecerle otra alternativa a estos que iniciar la lucha por la liberación nacional.

Visité el Sahara y me entrevisté con los dirigentes del Frente Polisario tan temprano como en mayo de 1977, cuando estaba en plena intensidad la lucha que ese pueblo libraba en condiciones muy desventajosas, dado el amplio apoyo que recibía la monarquía de algunas potencias occidentales, especialmente de Francia. Pude confirmar personalmente, la voluntad de este heroico pueblo y su decisión irrenunciable, que se mantiene hasta nuestros días, de obtener la independencia.


Tal como ha sucedido con la ilegal ocupación de Palestina, las potencias occidentales practican una doble moral en este caso. Las autoridades de Rabat realizan todo tipo de violaciones, reprimen y masacran al pueblo patriota saharaui, mantienen cientos de encarcelados en condiciones infrahumanas, torturan y desaparecen a sus ciudadanos. Pero no son llevados a tribunales internacionales ni a Comisiones de Derechos Humanos. Tampoco Marruecos aparece en las famosas e hipócritas listas que publica el Departamento de Estado. Todo lo contrario, reciben de sus aliados y de sus amos, ayuda de todo tipo, incluido moderno armamento. Por supuesto, la “gran prensa occidental” pasa por alto lo que sucede en el Sahara Occidental.

En buena medida, fue por allí por donde comenzó en noviembre de 2010, la denominada “primavera árabe” cuando las manifestaciones populares se iniciaron o las promovieron en otros países de la región. En un gran campamento de carpas, Gdeim Izik, en las afueras de la ciudad de El Aiun, miles de saharauis que demandaban la libertad e independencia, incluidos mujeres, ancianos y niños, fueron salvajemente atacados por militares y fuerzas de la seguridad marroquí, que prendió fuego al campamento, con un saldo desconocido hasta el momento, de muertos, heridos y desaparecidos.

La represión contra la voluntad independentista del pueblo saharaui es permanente. La gran prensa calla y el gobierno de España, responsable ante la ONU de que se culmine el proceso de autodeterminación, le da la espalda. Los hipócritas de las potencias occidentales y su gran prensa, están muy ocupados observando e inventando lo que ellos dicen sucede en Siria, Cuba, Venezuela u otros países que no se les subordinan. En el Sahara y en Palestina, “todo marcha normalmente”, gracias al apoyo que ellos brindan a los gobernantes lacayos que en esos países sirven a sus intereses.

La coalición reaccionaria del Consejo de Cooperación del Golfo, ha hablado de la posibilidad de premiar a la monarquía de Rabat con admitirla como uno de sus miembros, a pesar de estar a cientos de kilómetros de la región. Bien podrían hacer lo mismo con Ia entidad sionista. De hecho, todos trabajan por los mismos objetivos y se subordinan a las órdenes del imperio y de la OTAN.

Ya es hora de levantarnos junto al hermano pueblo saharaui, las causas justas son invencibles y el destino de los opresores de los pueblos es la derrota.

Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.


Reunión con Mohamed Abdelaziz, Secretario General del Frente Polisario en los campamentos en 1977. El autor es el primero de izquierda a derecha

venerdì 25 aprile 2014

Dieci cose scioccanti che si devono sapere sugli Stati Uniti


                            Antonio Santos

1. Gli Stati Uniti hanno la maggiore popolazione carceraria del mondo 

rappresentando meno del 5% dell'umanità e più del 25% dell'umanità prigioniera. Su 100 americani uno è prigioniero. Con una crescita vertiginosa dagli anni 80, il surreale tasso delle carcerazioni negli USA è un affare e uno strumento di controllo sociale: nella misura in cui l'affare delle prigioni si espande, una nuova categoria di milionari consolida il suo potere politico. I regali di queste carceri sono anche i regali degli schiavi che lavorano in fabbriche all'interno delle prigioni per salari inferiori ai 50 centesimi all'ora. Una manodopera così competitiva che molti municipi oggi sopravvivono finanziariamente con le loro prigioni e grazie a leggi che comminano sentenze fino a 15 anni di prigione per crimini come rubare gomme. Gli obiettivi di tali leggi sono sempre i più poveri, ma soprattutto i neri, che pur rappresentando solo il 13% della popolazione americana, costituiscono il 40% della popolazione carceraria del paese.
 

2. Il 22% dei bambini americani vive sotto il limite della povertà. 

Si calcola che circa 16 milioni di bambini americani vivano senza "sicurezza alimentare", famiglie senza la capacità economica di soddisfare i requisiti nutrizionali minimi di una dieta salutare. Le statistiche provano che questi bambini hanno i peggiori risultati scolastici, accettano i peggiori impieghi, non frequentano l'università e hanno la maggiore probabilità di essere prigionieri, quando diventeranno adulti.
 
3. Tra il 1890 e il 2014 gli USA hanno invaso e bombardato 150 paesi.
 
Sono più i paesi del mondo in cui gli USA sono intervenuti militarmente di quelli in cui ancora non
l'hanno fatto. Numerosi storici calcolano in più di otto milioni le morti causate dalle guerre imperiali degli USA solo nel secolo XX. E dietro questa lista si nascondono centinaia di altre operazioni segrete, colpi di stato e protezioni a dittatori e gruppi terroristi. Secondo Obama, insignito del Nobel della Pace, gli USA conducono in questo momento più di 70 operazioni segrete in diversi paesi del mondo. Lo stesso presidente ha creato il maggiore bilancio militare di qualsiasi paese del mondo dalla Seconda Guerra Mondiale, distanziando George Bush.


 
4. Gli USA sono l'unico paese dell'OCSE senza diritto a qualsiasi tipo di sussidio alla maternità.
 
Sebbene i numeri varino a seconda dello Stato e dipendano dai contratti redatti dall'impresa, è pratica corrente che le donne americane non abbiano diritto a nessun giorno pagato né prima né dopo aver dato alla luce. In molti casi, non esiste alcuna possibilità di essere pagate. Quasi tutti i paesi del mondo prevedono tra le 12 e le 50 settimane pagate di licenza di maternità. Gli Stati Uniti fanno compagnia a Papua Nuova Guinea e allo Swaziland con zero settimane.
 
5. 125 americani muoiono ogni giorno per non non poter pagare l'accesso alla sanità.
 
Chi non possiede assicurazione sanitaria (e 50 milioni di americani non la possiedono) ha delle buone ragioni per temere di più l'ambulanza che un innocente attacco cardiaco. Con viaggi dell'ambulanza che costano in media 500 euro, la degenza in un ospedale pubblico più di 200 euro a notte e la maggior parte delle operazioni chirurgiche che ne costano decine di migliaia, è bene che ci si possa permettere un'assicurazione sanitaria privata.
 
6. Gli USA sono stati fondati sul genocidio di 10 milioni di nativi. 

Solo tra il 1940 e il 1980, il 40% di tutte le donne nelle riserve indiane sono state sterilizzate contro la loro volontà dal governo.
Si dimentichi la storia del Giorno del Ringraziamento, con indiani e coloni a dividere pacificamente un tacchino. La storia degli Stati Uniti inizia nel programma di sradicamento degli indiani: per due secoli, i nativi sono stati perseguitati e assassinati, spogliati di tutto e rinchiusi in minuscole riserve di terre infertili, in discariche di rifiuti nucleari e e su terreni contaminati. In pieno secolo XX, gli USA hanno messo in marcia un piano di sterilizzazione forzata delle donne native, chiedendo loro di firmare formulari scritti in una lingua che non comprendevano, minacciandole del taglio dei sussidi o, semplicemente, impedendo loro l'accesso ai servizi sanitari.
 
7. Ogni immigrato è obbligato a giurare di non essere comunista per poter vivere negli USA.
 
Oltre a dover giurare che non è un agente segreto né un criminale di guerra nazista, gli si chiede se in passato è stato membro del "Partito Comunista", o se difende intellettualmente qualche organizzazione considerata "terrorista". Se risponderà si a una qualsiasi di queste domande, gli potrebbe essere negato il diritto di vivere e lavorare negli USA per aver dato "prova di debolezza di carattere morale".
 
8. Il prezzo medio di una laurea in un'università pubblica è 80.000 dollari.
 
L'Insegnamento Superiore è un'autentica miniera d'oro per i banchieri. Praticamente tutti gli studenti hanno debiti astronomici, maggiorati di interessi, che richiedono in media 15 anni per essere saldati. In questo periodo, gli alunni diventano schiavi delle banche e dei debiti, essendo spesso costretti a contrarre nuovi prestiti per pagare quelli vecchi. Tra il 1999 e il 2014, il debito totale degli studenti Usa ha raggiunto 1,5 trilioni di dollari, con un aumento vertiginoso del 500%.
 
9. Gli USA sono il paese del mondo con più armi: su 10 americani, si contano nove armi da fuoco. 

 Non stupisce il fatto che gli Stati Uniti occupino il
primo posto nella lista dei paesi con il più grande numero di armi. Ciò che sorprende è il paragone con il resto del mondo: nel resto del pianeta c'è un arma ogni 10 persone. Negli Stati Uniti, nove ogni 10. Negli USA si trova il 5% di tutta l'umanità e il 30% di tutte le armi, qualcosa come 275 milioni.
 
10. Sono più gli americani che credono nel Diavolo di quelli che credono in Darwin. 

La maggioranza degli americani è scettica, almeno per quanto riguarda la teoria dell'evoluzione, a cui crede solo il 40% della popolazione. Mentre l'esistenza di Satana e dell'inferno risulta perfettamente plausibile per oltre il 60% degli americani. Questo radicalismo religioso spiega le "conversazioni quotidiane" di Bush con Dio e anche le diatribe infinite sulla natura teologica della fede di Obama.


Tratto da


Immagini da internet inserite da amministratore Blog

venerdì 24 maggio 2013

In Bangladesh gli operai del tessile finalmente autorizzati a costituire i sindacati: una vittoria nel sangue



In Bangladesh gli operai del tessile finalmente autorizzati a costituire i sindacati: una vittoria nel sangue

Il disastro umano ha rivelato l'ipocrisia dei paesi occidentali e delle loro multinazionali, per i quali la libertà si limita alla libertà d'impresa e si arresta alle porte della libertà di espressione, di manifestazione, di organizzazione sindacale.

L'ultimo macabro bilancio delle vittime conta 1.127 morti: la catastrofe umanitaria vissuta in Bangladesh ha rivelato le condizioni di moderna schiavitù degli operai del Bangladesh, che con la Cina, sono "l'opificio del mondo" nel settore tessile. Il disastro ha commosso i lavoratori di tutto il mondo e ha fatto infuriare i lavoratori locali che ora chiedono non solo forti standard di sicurezza, ma anche l'esproprio dei datori di lavoro e, infine, la libertà di organizzazione sindacale.

Le grandi imprese occidentali come Benetton, H&M e Carrefour hanno scelto il Bangladesh come terra di elezione per due motivi: i costi di manodopera sono i più bassi del mondo (1 $ al giorno) e il governo fornisce un ambiente favorevole alle imprese.

Favorevole alle imprese, significa bassa imposizione fiscale, decontribuzione sui salari, nessun diritto del lavoro vincolante e soprattutto repressione di qualsiasi movimento operaio organizzato.

In Bangladesh, la repressione del movimento sindacale è costante: il diritto di sciopero non è riconosciuto nei "servizi essenziali", la sindacalizzazione è impossibile nel settore pubblico e limitata nel privato al riconoscimento dell'organizzazione sindacale da parte delle autorità.

Nel settore tessile, la situazione è ancora più semplificata: il diritto alla libertà di associazione è semplicemente negato.

La presenza di un'organizzazione probabilmente avrebbe, secondo molte voci concordanti, contribuito a difendere la sicurezza sul posto di lavoro, consentito il diritto di astensione dei lavoratori in condizioni di lavoro sempre più pericoloso, come quelle osservate prima del disastro.

La portata della decisione adottata il 13 maggio non va sopravvalutata, ma vale il suo significato simbolico: i 4 milioni di lavoratori del tessile si vedono finalmente riconosciuto il diritto di organizzazione sindacale senza la preventiva autorizzazione del datore di lavoro.

Tuttavia, questa misura si inscrive nella volontà di far scendere la pressione in un momento in cui cresce la collera degli operai. Allo stesso tempo, il governo ha annunciato la chiusura di 18 fabbriche per motivi di sicurezza.

Questa misura non deve sollevare alcuna illusione. Il diritto di sciopero e i diritti sindacali avrebbero dovuto essere già riconosciuti legalmente, ma contraddetti in pratica dalla compiacenza dello Stato con le multinazionali: infatti le limitazioni alla loro applicazione li rendendo inoperanti.

Ciò che il disastro rivela, che l'annuncio dei mass media rende evidente, è che la globalizzazione capitalistica è pronta in nome del profitto a distruggere i salari, i diritti sociali, i servizi pubblici per dei lavoratori supersfruttati, fino a sacrificare i diritti umani e le vite dei lavoratori della periferia.

Ricordiamo una citazione dal Capitale (capitolo XXXI), ripresa da un economista inglese del XIX secolo, di tragica attualità:

"Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c'è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento, - e diventa vivace; il cinquanta per cento, e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi commettere".

Identificare il tasso di profitto delle
multinazionali del tessile significa capire fino a che punto queste ultime siano disposte a spingersi nei delitti e nell'orrore umano.

Di fronte a questi crimini, l'indignazione umana è solo una prima presa di coscienza: deve condurre a un'azione politica rivoluzionaria per rovesciare questo sistema iniquo.


foto inserite tratte  da internet 

domenica 27 maggio 2012

Cuba respinge il rapporto annuale del Dipartimento di Stato degli USA sui Diritti Umani, Invece la Cina sui diritti umani in USA controbatte con un suo dossier.


Ancora una volta appare evidente quanto è  criminale il potere che governa negli USA, giorno dopo giorno si macchia di nauseabondi crimini pur di poter attaccare la Siria e provocare Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia,..... e tutti i paesi antimperialisti... i governanti EE.UU sono marci nel DNA e adesso lo sono ancora di più perchè hanno capito che un'altro mondo è possibile anche senza di loro. (Sandino)

Cuba respinge il rapporto annuale del Dipartimento di Stato degli USA sui Diritti Umani

Dichiarazione di Josefina Vidal, direttrice del dipartimento degli Stati Uniti del Ministero degli Esteri di Cuba

Respingiamo categoricamente il contenuto del rapporto del Dipartimento di Stato sulla situazione dei Diritti Umani a Cuba, che il governo degli Stati Uniti si arroga il diritto d’emettere, tralasciando il proprio record di abusi dentro e fuori dal suo paese e nel mondo.
Così come accade con l’ingiusta e infondata inclusione nella lista dei paesi patrocinatori di terrorismo internazionale, la descrizione di Cuba in questo rapporto non ha nulla a che vedere con la situazione reale dei diritti umani nel nostro paese.
Le menzogne e le tergiversazioni contenute in questo documento rispondono solo alla disperata necessità del governo nordamericano di giustificare la crudele politica di blocco imposta a Cuba, che viene respinta ogni giorno di più dentro e fuori dagli Stati Uniti.
Cuba ha fatto un contributo fondamentale al rispetto dei diritti umani nel paese e nel mondo. Molti dei diritti goduti dai cubani, che li hanno assicurati, costituiscono una chimera per la maggioranza della popolazione del pianeta, includendo una parte importante di quella degli Stati Uniti.
Lo stesso avviene a scala internazionale, dove la presenza di Cuba in altri paesi s’associa solo a lavori umanitari, per curare e insegnare, in contrasto con le avventure aggressive e d’intervento degli Stati Uniti, che continuano a provocare vittime innocenti tra la popolazione civile di molte nazioni.
L’Avana, 24 maggio del 2012.
(Traduzione Granma Int.)


Diritti umani in USA, la Cina controbatte con suo dossier

La Cina ha pubblicato uno studio sui diritti umani negli Stati Uniti, in risposta e in polemica con gli Usa, che avevano presentato un analogo rapporto contro Pechino. Lo riferisce l’agenzia Nuova Cina. Il ”Libro sui diritti umani negli Stati Uniti nel 2011”, tredicesimo del suo genere, e’ stato pubblicato dall’ufficio informazioni del Consiglio di stato cinese, ed e’ una ”risposta al reportage del paese sui diritti umani nel 2011, pubblicato dal Dipartimento di Stato Usa il 24 maggio”. Il rapporto americano, secondo l’agenzia Nuova Cina, e’ ”eccessivamente pieno di osservazioni critiche sulla situazione dei diritti umani in quasi 200 paesi e regioni, cosi’ come di distorsioni e di accuse riguardanti le cause dei diritti umani in Cina”.
Secondo il ritorsivo rapporto, lo studio e’ destinato a rivelare la ”vera situazione dei diritti umani” degli Stati Uniti al mondo e ”sollecitare gli Usa a confrontarsi con le proprie azioni”. Il rapporto cinese riguarda questioni dei diritti umani legate a sei temi: la vita, la proprieta’ e sicurezza personale, i diritti civili e politici, i diritti economici, sociali e culturali, la discriminazione razziale, i diritti delle donne e dei bambini e le violazioni degli Stati Uniti nei diritti umani in altri paesi. Il documento pubblicato da Pechino afferma che le violazioni dei diritti civili e politici sono state ‘gravi’ negli Stati Uniti, aggiungendo che il paese sta ”mentendo a se’ stesso” quando si riferisce a se’ come alla ”terra della liberta”’. Tra gli esempi di antidemocrazia americana, il rapporto cinese cita il duro trattamento dei manifestanti che hanno partecipato al movimento Occupy Wall Street, affermando che quegli arresti hanno fornito un ”assaggio di verita’ sulla cosiddetta liberta’ e’ democrazia degli Stati Uniti”.
Secondo dati del quotidiano sino-americano World Journal, citato dalla Xinhua, l’ultimo decennio ha visto un aumento di arresti fatti dalla polizia di New York, che ha registrato 600.000 casi nel 2010, quasi il doppio di quelli del 2004. Nei primi tre mesi del 2011, circa 180.000 persone sono state fermate o arrestate, e ben l’88% di queste si sono poi rivelate innocenti, secondo il reportage. Gli Stati Uniti, affermano i cinesi, restano il paese con la piu’ grande ”popolazione carceraria” e col piu’ alto numero di detenuti al mondo, in condizioni di detenzione ’terribili’.
Per il Dipartimento della Giustizia americano, il numero dei detenuti e’ pari a 2,3 milioni nel 2009 e uno ogni 132 cittadini americani e’ dietro le sbarre. Nel frattempo, piu’ di 140.000 stanno scontando condanne a vita. Critiche anche alla situazione delle donne, che per i cinesi sono negli Usa soggette a discriminazioni e aggressioni sessuali. Oltre due milioni di americane hanno subito violenze domestiche. E’ difficile anche la situazione per i bambini, che secondo il rapporto cinese sono esposti in maniera continua a violenze e pornografia: e il numero record di bambini uccisi da parenti e’ attorno ai 20.000.
FONTE : (ANSA) – Pechino, 25 Maggio

domenica 8 aprile 2012

Djamel Ameziane: l'inferno della Base Navale di Guantanamo/El infierno de la Base Naval de Guantánamo


Djamel Ameziane: l'inferno della Base Navale di Guantanamo
8 aprile 2012 - Miguel Fernández Martínez giornalista della redazione nord americana di Prensa Latina
Più di un decennio c'é voluto alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) per contestare per la prima volta il governo USA in favore dell'algerino Djamel Ameziane, uno dei prigionieri nella base navale nord americana di Guantanamo.
Quindi molto tempo dopo, il CIDH, di discutibile credibilità e una lunga storia di ingerenza negli affari interni dell'America Latina, insieme con il Centro per i Diritti Costituzionali (CCR con il suo acronimo in inglese) e il Centro per la Giustizia e Diritto Internazionale (CEJIL) hanno deciso di richiedere alla Casa Bianca di porre fine all'ingiusta detenzione di Ameziane.
Incarcerato da oltre 10 anni, senza imputazioni e senza diritto ad un processo equo, si é interposto un ricorso di habeas corpus di fronte alla grave violazione dei suoi più elementari diritti umani.
Sia il CIDH che il CEJIL, con uffici a Washington e strettamente legati alla controversa Organizzazione degli Stati Americani (OSA), hanno unito le loro forze con il CCR, un'organizzazione con sede a New York e fondata nel 1966 da avvocati che rappresentavano i movimenti per i diritti civili, per portare alla luce il caso della ingiusta detenzione di Ameziane.
Secondo il parere espresso negli ultimi giorni di marzo, la Commissione eserciterà la sua giurisdizione sul caso di questo uomo confinato a Guantanamo, e ha sottolineato che non c'é nessun rimedio interno efficace per le vittime di detenzioni ingiuste e altri abusi nella base.
Inoltre esaminerà con attenzione la mancanza del governo degli Stati Uniti per non aver trasferito Ameziane, né qualsiasi altro detenuto a Guantanamo durante l'ultimo anno.
La denuncia riconosce che è il periodo di tempo più lungo senza un trasferimento da quando l'illegale prigione fu aperta nel gennaio 2002, ciò che costituisce una violazione del Diritto Internazionale.
I ricorrenti hanno anche ribadito la necessità di rivedere le misure relative all'applicazione della Legge di Autorizzazione della Difesa Nazionale firmata da Barack Obama il 31 dicembre 2011, che autorizza la detenzione a tempo indeterminato delle persone arrestate e limita il loro trasferimento da Guantanamo.
L'algerino Ameziane è un rifugiato che abbandonò il suo paese nei primi anni novanta, in fuga dalla guerra civile. Ha vissuto in Austria e in Canada, lavorando come chef finché gli si negò il rifugio permanente.
Temendo la deportazione in Algeria, si trasferì in Afghanistan, poco prima dell'invasione statunitense, nell'ottobre del 2001.
Come altre migliaia di profughi, fuggì in Pakistan per sfuggire alla guerra, ma fu detenuto e venduto alle forze USA in cambio di una ricompensa, e trasferito nel territorio arbitrariamente occupato dagli Stati Uniti a Cuba.
Ora, teme di essere riportato al suo paese d'origine, con la possibilità di essere perseguitato a causa della sua etnia berbera e il suo status di detenuto di Guantanamo. L'amministrazione Obama rimpatriò forzatamente due algerini e Ameziane non vuole subire la stessa sorte.
Ameziane spera che un altro paese lo riceva, forse dove possa usare le sue conoscenze del francese, inglese o tedesco, sempre che sia un luogo sicuro. Ma intanto, resterà in attesa di una decisione della Casa Bianca per recuperare la sua libertà.
Riferendosi al caso dell'algerino, il principale avvocato del CCR, J.Wells Dixon, ha dichiarato che "le detenzioni indefinite a Guantanamo non termineranno a meno che la comunità internazionale fornisca rifugi sicuri agli uomini che non possono ritornare ai loro paesi d'origine per paura di essere torturati o perseguitati."
Il caso di Djamel Ameziane potrebbe aiutare a conoscere più a fondo la realtà nascosta dietro il filo spinato della base navale statunitense.
La decisione dell'allora presidente George W. Bush, portò all'affollamento nelle sue caserme di oltre 800 prigionieri provenienti da 42 paesi, accusati di appartenenza alla organizzazione terroristica di Al Qaeda e ai gruppi estremisti talebani.
Si mantiene ancora un limbo giuridico sulla sorte dei 171 prigionieri, che sono privati di ogni opzione legale per difendere i propri diritti, violati impunemente dagli Stati Uniti.
Come una incancellabile macchia per la sua carriera politica rimarrà la promessa, non mantenuta da parte del Presidente Obama, di chiudere il carcere militare di Guantanamo, con cui sedusse milioni di elettori nel 2008.
Le strutture carcerarie nella zona occupata di Guantanamo sono considerate come le ​​più costose del mondo, rimbombando nelle tasche dei contribuenti degli Stati Uniti a ragione di circa 800000 $ all'anno per ogni detenuto. Secondo i dati pubblicati dal quotidiano The Bellingham Herald, tale importo è 30 volte il costo per mantenere un detenuto nelle carceri federali.
Molte persone hanno gridato a gran voce, durante questi 10 anni, che si ponga fine all'inferno di Guantanamo, dopo che innumerevoli denunce hanno confermato che nelle sue strutture si tortura i prigionieri e si violano i loro diritti umani all'applicare l'isolamento. Le prove accumulate contro le procedure utilizzate dai carcerieri USA sono impressionanti.
I rapporti della Croce Rossa Internazionale e documenti trapelati dalla Federal Bureau of Investigation, hanno riconosciuto l'uso di torture basate su tattiche di coercizione fisica e psicologica. Inoltre si conoscono casi di prigionieri costretti a vivere in regime d'isolamento sotto custodia segreta per diversi anni. Sono stati denunciati alimentazioni forzate a prigionieri in sciopero della fame e interrogatori condotti a termine dopo confinamenti, in condizioni estreme di temperatura, luce e rumore, molestie e dolore umano per ottenere una confessione.
Si richiede che il CIDH, oltre a contribuire a liberare questi uomini privati ​​dei loro diritti, ottenga di far sedere gli Stati Uniti sul banco degli imputati, mentre che il mondo e la giustizia sono ancora in attesa.


Djamel Ameziane: El infierno de la Base Naval de Guantánamo
Miguel Fernández Martínez*
Más de una década le tomó a la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) para impugnar por primera vez al gobierno de Estados Unidos a favor del argelino Djamel Ameziane, uno de los prisioneros de la Base Naval norteamericana de Guantánamo.
Tanto tiempo después, la CIDH , de cuestionable credibilidad y con un largo historial de injerencia en asuntos internos de Latinoamérica, junto al Centro de Derechos Constitucionales (CCR por sus siglas en inglés) y el Centro por la Justicia y el Derecho Internacional (CEJIL) decidieron solicitar a la Casa Blanca poner fin al injusto cautiverio de Ameziane.
Encerrado por más de 10 años, sin cargos y sin derecho a un juicio justo, se interpuso un recurso de habeas corpus ante la flagrante violación de sus más elementales derechos humanos.
Tanto la CIDH como el CEJIL, con oficinas en Washington y vinculadas estrechamente a la controvertida Organización de Estados Americanos (OEA), unieron sus fuerzas con el CCR, una organización con sede en New York y fundada en 1966 por abogados que representaban a los movimientos de derechos civiles, para sacar a la luz el caso del injusto encierro de Ameziane.
Según el dictamen emitido en los últimos días de marzo, la Comisión ejercerá su jurisdicción sobre el caso de este hombre confinado en Guantánamo, y resaltó que no hay ningún recurso interno efectivo para las víctimas de detenciones injustas y otros abusos en la base.
Revisará minuciosamente además, el fracaso del gobierno de Estados Unidos por no transferir a Ameziane, ni a ningún otro detenido en Guantánamo durante este último año.
La denuncia reconoce que es el periodo de tiempo más largo sin una transferencia desde que la ilegal prisión se abrió en enero de 2002, lo que constituye una violación del Derecho Internacional.
Los demandantes reiteraron además la necesidad de revisar las medidas relacionadas con la aplicación de la Ley de Autorización de Defensa Nacional, firmada por Barack Obama el 31 de diciembre de 2011, que autoriza la detención indefinida de los arrestados y restringe su transferencia desde Guantánamo.
El argelino Ameziane es un refugiado que abandonó su país a comienzos de los años noventas, huyendo de la guerra civil. Vivió en Austria y Canadá, trabajando como chef de cocina, hasta que se le negó el refugio permanente.
Temiendo ser deportado a Argelia, se trasladó a Afganistán, poco antes de la invasión de Estados Unidos, en octubre de 2001.
Como otros miles de refugiados, escapó a Pakistán para huir de la guerra, pero fue detenido y vendido a las fuerzas estadounidenses a cambio de una recompensa, y trasladado al territorio ocupado arbitrariamente por Estados Unidos en Cuba.
Ahora, teme ser devuelto a su país de origen, ante la posibilidad de ser perseguido debido a su etnia bereber y su condición de detenido de Guantánamo. La administración de Obama repatrió forzosamente a dos argelinos y no quiere correr la misma suerte.
Ameziane tiene la esperanza de que otro país lo reciba, quizás donde pueda usar sus conocimientos de francés, inglés o alemán, siempre que sea un lugar seguro. Pero mientras, seguirá pendiente a una decisión de la Casa Blanca para recuperar su libertad.
Refiriéndose al caso del argelino, el abogado principal del CCR, J. Wells Dixon, declaró que “las detenciones indefinidas en Guantánamo no terminarán a menos que la comunidad internacional ofrezca hogares seguros a los hombres que no pueden retornar a sus países de origen por temor a ser torturados o perseguidos.”
El caso de Djamel Ameziane quizás ayude a conocer más a fondo la realidad oculta tras las alambradas de la base naval estadounidense.
La decisión del entonces presidente George W. Bush, propició el hacinamiento en sus barracas de más de 800 prisioneros procedentes de 42 países, bajo la acusación de pertenecer a la organización terrorista Al Qaeda y a los grupos extremistas talibanes.
Aún se mantiene un limbo jurídico sobre la suerte de 171 presos, a quienes se les priva de toda opción legal para defender sus derechos, violados impunemente por Estados Unidos.
Como una mancha imborrable para su carrera política, quedará la promesa incumplida por el presidente Obama, de cerrar la prisión militar de Guantánamo, con lo que sedujo a millones de votantes en 2008.
Las instalaciones carcelarias en la zona ocupada de Guantánamo están consideradas como las más costosas del mundo, retumbando en el bolsillo de los contribuyentes estadounidenses a razón de unos 800 mil dólares anuales por cada cautivo.
Según datos publicados por el diario The Bellingham Herald, esta cantidad de dinero constituye 30 veces el costo de mantener a un reo en las prisiones federales.
Muchas voces han clamado durante estos 10 años porque se ponga fin al infierno de Guantánamo, después de que innumerables denuncias corroboraron que en sus instalaciones se tortura a los prisioneros y se violan sus derechos humanos al aplicar el confinamiento solitario. Las evidencias acumuladas contra los procedimientos empleados por los carceleros norteamericanos son impresionantes.
Informes de la Cruz Roja Internacional y documentos filtrados del Buró Federal de Investigaciones, reconocieron el uso de torturas basadas en tácticas de coerción física y psicológica.
También se conocen casos de presos obligados a vivir en régimen de incomunicación bajo custodia secreta durante varios años.
Se han denunciado alimentaciones forzosas a prisioneros en huelga de hambre e interrogatorios llevados a cabo tras confinamientos en condiciones extremas de temperatura, luz y ruido, vejaciones y dolor humano para conseguir una confesión.
Se reclama que la CIDH , además de contribuir a liberar a esos hombres privados de sus derechos, consiga alguna vez sentar a Estados Unidos en el banquillo de los acusados, mientras que el mundo y la justicia continúan esperando.


domenica 12 febbraio 2012

I media, ancora una volta, ci hanno mentito: la Presidente del Brasile ha parlato di diritti umani a Cuba




I media, ancora una volta, ci hanno mentito: la Presidente del Brasile ha parlato di diritti umani a Cuba

10 febbraio 2012 - Joseph Manzaneda www.cubainformacion.tv
I grandi media hanno mentito circa la recente visita della presidente del Brasile, Dilma Rousseff, a Cuba (1). In innumerevoli titoli leggiamo che questa, nel corso della visita, "ha evitato di parlare", "ha eluso il tema" o "si rifiutò" di affrontare la questione dei diritti umani (2).
Tuttavia, le parole della Rousseff alla stampa internazionale, al suo arrivo sull'isola, riferite - precisamente - alla questione dei diritti umani non possono essere più chiarificatrici: "Siamo d'accordo sul parlare di diritti umani, ma da una prospettiva multilaterale. Questo tema deve essere un impegno da parte di tutti i popoli civilizzati, in cui devono essere considerati molti aspetti. E' qualcosa che dobbiamo migliorare nel mondo in generale. Non possiamo fare che la questione dei diritti umani sia una pietra da gettare uno contro l'altro"(3).
Cioè, la presidente del Brasile ha parlato di diritti umani. Quello che non ho fatto è stato dire ciò che i media volevano che dicesse, cioè, non ha ripetuto il solito discorso parziale e interessato sui diritti umani difeso dalle grandi imprese mediatiche.
"Non si può fare della politica dei diritti umani un'arma di lotta politica e ideologica. Dobbiamo convincerci che è un tema nel quale tutti i paesi del mondo hanno responsabilità, compreso il nostro. Chi scaglia la prima pietra, vedrà che ha il tetto di vetro".
La presidente brasiliana, per esempio, ha fatto una critica diretta al governo degli Stati Uniti sulla situazione del centro di detenzione di Guantanamo, un vero esempio di violazione, enorme e sistematica, dei diritti umani. "Se si comincia a parlare di diritti umani, possiamo menzionare gli Stati Uniti, in relazione alla base di Guantanamo. Si deve pertanto parlare di diritti umani ovunque nel mondo" ha detto Rousseff.
Ma ai media questo non interessa e hanno centrato tutta l'attenzione informativa sulla situazione della cosiddetta dissidenza cubana, sostenuta - curiosamente - da parte del governo degli Stati Uniti, e sulla richiesta di visto della blogger Yoani Sanchez per partecipare ad un evento in Brasile (4).
Così, grazie alla macchina mediatica, milioni di persone sanno che il governo cubano non ha dato il permesso di uscita a questa persona, le cui connessioni con il governo che blocca l'isola, gli Stati Uniti, sono più che provate, mentre non sanno, per esempio, che questo stesso governo USA nega il visto, da 13 anni, a Olga Salanueva e Adriana Perez, mogli di due dei cinque cubani imprigionati nelle carceri degli Stati Uniti (5).
Questi stessi media anche ci nascondono come molti governi, compresi quelli di Stati Uniti e Spagna, negano, ogni anno, a migliaia di cubani/e con il permesso di uscita del governo de l'Avana, il visto per viaggiare, con la frase "possibili migrante" come unico ragionamento scritto (6).
È interessante notare che nella visita di Barack Obama in Brasile, marzo 2011, questi stessi media non hanno titolato che la presidente Dilma Rousseff aveva evitato il tema dei diritti umani nel suo incontro con il presidente degli Stati Uniti, nonostante le migliaia di morti che causano gli interventi militari dell'esercito USA, la situazione esplosiva nelle carceri del suo paese o la menzionata esistenza del centro di detenzione e tortura di Guantanamo (7).
E pare che ciò che abbia più disturbato i potenti è il motivo centrale della visita della presidente Dilma Rousseff a Cuba: sovrintendere i lavori del porto di Mariel, finanziati dal Brasile, che in pochi anni può convertire Cuba in uno dei centri di commercio regionale e che darà un duro colpo al blocco degli Stati Uniti, una violazione flagrante, sistematica ed enorme dei diritti umani di oltre 11 milioni di persone che i media hanno deciso di ignorare.

Los medios nos han vuelto a mentir: la Presidenta de Brasil sí habló de derechos humanos en Cuba

José Manzaneda, coordinador de Cubainformación.- Los grandes medios han mentido acerca de la reciente visita de la presidenta de Brasil, Dilma Rousseff, a Cuba (1). En incontables titulares leemos que ésta, durante la visita, “evitó hablar”, “eludió el tema” o “se negó” a abordar el asunto de los derechos humanos (2).
Sin embargo, las palabras de Rousseff a la prensa internacional a su llegada a la Isla, referidas –precisamente- al tema de los derechos humanos, no pueden ser más clarificadoras: “Estamos de acuerdo en hablar de derechos humanos, pero desde una perspectiva multilateral. Este asunto debe ser un compromiso de todos los pueblos civilizados, en el que deben ser considerados muchos aspectos. Es algo que debemos mejorar en el mundo de forma general. No podemos hacer que el tema de los derechos humanos sea una piedra para lanzarnos los unos contra los otros” (3).
Es decir, la presidenta de Brasil sí habló sobre derechos humanos. Lo que no hizo fue decir lo que quisieron los medios que dijera, es decir, no repitió el habitual discurso parcial e interesado sobre los derechos humanos defendido desde las grandes empresas mediáticas. “No se puede hacer de la política de derechos humanos un arma de combate político-ideológico. Debemos convencernos de que es un tema en el que todos los países del mundo tienen responsabilidad, incluído el nuestro. Quien tire la primera piedra, verá que tiene el tejado de vidrio”.
La presidenta brasileña, por ejemplo, hizo una crítica directa al Gobierno de EEUU acerca de la situación del centro de detención de Guantánamo, verdadero ejemplo de violación masiva y sistemática de los derechos humanos. “Si comenzamos a hablar de derechos humanos, podemos mencionar a EEUU, en relación a la base de Guantánamo. Vamos por tanto a hablar de DDHH en todos los lugares del mundo”, sentenció Rousseff.
Pero a los medios esto no les interesó, y centraron toda la atención informativa en la situación de la llamada disidencia cubana, sostenida –curiosamente- por el Gobierno de EEUU, y en la petición de visa de la bloguera Yoani Sánchez para acudir a un acto en Brasil (4).
De este modo, gracias a la maquinaria mediática, millones de personas saben que el Gobierno cubano no dio el permiso de salida a esta persona, cuyas conexiones con el Gobierno que bloquea al país, EEUU, están más que probadas, mientras desconocen por ejemplo, que este mismo gobierno niega la visa, desde hace 13 años, a Olga Salanueva y Adriana Pérez, esposas de dos de los cinco cubanos presos en cárceles norteamericanas (5). Estos mismos medios también nos ocultan cómo muchos gobiernos, entre ellos el de EEUU o el de España, niegan todos los años, a miles de cubanos y cubanas con permiso de salida de su gobierno, la visa para poder viajar, con la frase “posible migrante” como único razonamiento escrito (6).
Curiosamente, en la visita de Barack Obama a Brasil, en marzo de 2011, estos mismos medios no titularon que la presidenta Dilma Rousseff había eludido el tema de los derechos humanos en su reunión con el presidente norteamericano, a pesar de los miles de muertos que causan las intervenciones de su ejército, la situación explosiva en las cárceles de su país, o la mencionada existencia del centro de detención y torturas de Guantánamo (7).
Y es que parece que lo que más ha molestado a los poderosos es el motivo central de la visita de la presidenta Dilma Rousseff a Cuba: supervisar las obras del puerto de Mariel, financiado por Brasil, que puede convertir a Cuba en uno de los centros del comercio regional en unos años y que supodrá un duro golpe al bloqueo de EEUU, una violación flagrante, sistemática y masiva de los derechos humanos de más de 11 millones de personas que los medios también han decidido ignorar.