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giovedì 31 luglio 2014

La menzogna è guerra : La vergognosa immunità


Enzo Pellegrin *
 
Ogni volta che l'Occidente interviene contro un suo obiettivo, lo dipinge come nemico del diritto delle genti, dei diritti fondamentali dell'uomo e dell'autodeterminazione dei popoli. Il pubblico occidentale è stato abituato a veder accompagnare gli interventi militari, le ingerenze di varia forma contro legittimi governi da proclami circa asserite gravi violazioni del diritto internazionale e crimini contro l'umanità.

Nel corso dell'intervento contro il colonnello Gheddafi, fu richiesta ed accolta l'emanazione di un mandato di cattura da parte della Corte Penale Internazionale. Il leader libico e suo figlio, capo dei servizi segreti, furono accusati di aver ordinato un'ondata di omicidi e di sparizioni forzate nei confronti di presunti oppositori, a partire da metà febbraio, con l'inizio delle proteste di Bengasi [1] Fu il secondo mandato d'arresto emesso dalla Corte penale internazionale per un capo di stato in carica, dopo quello spiccato nel 2009 nei confronti del presidente sudanese Omar al-Bashir.

Con l'inizio della crisi siriana, il governo di Assad fu ripetutamente accusato di aver utilizzato contro gli asseriti "ribelli" armi chimiche in violazione delle convenzioni internazionali, così come di aver favorito la perpetrazione di crimini di guerra. Con la usuale laconicità, l'alto commissariato ONU per i diritti umani, in persona di Navi Pillay, dichiarò di possedere prove massicce di crimini gravi, crimini di guerra e crimini contro l'umanità che coinvolgevano la "responsabilità ai più alti livelli di governo, compreso il capo dello Stato" [2]

Trovare prove del concorso del potere nei fatti di sangue si rivela quasi sempre una probatio diabolica - una missione impossibile - nelle democrazie borghesi. Ustica e le stragi di stato in Italia, insegnano. Come invece questo accada in poco tempo nei confronti dei dichiarati nemici esterni del blocco occidentale, partendo poi gli investigatori da una posizione tutt'altro che istituzionale, desta sempre grosse perplessità quando non sarcastici sorrisi.

Polemiche a parte, l'uso del diritto internazionale si è sempre prestato a fornire i colpi più duri nei confronti dei nemici di volta in volta individuati dal blocco imperialista occidentale, spesso costruendo il patibolo dell'esecuzione.

Per converso, nei confronti delle pedine alleate dell'imperialismo ovvero nei confronti dei suoi baluardi la severa scure giuridica a difesa dei diritti dell'umanità è rimasta il più delle volte riposta negli appositi armadi.

Il giovane stato israeliano, nato nel laboratorio politico-giuridico del sionismo di Ben Gurion, Weizemann e Wise, è l'esempio fulgido del fenomeno "due pesi, due misure". Sin dal brodo di coltura in cui nacque, mise in fila crimini comuni, crimini di guerra nonché le più disparate violazioni dei diritti umani, del diritto delle genti.

Senza voler fare una lunga cronistoria, né senza limitarsi ai soli strepiti recenti, appare interessante ricordare come lo "Zionist Biltmore Program", approvato nel maggio 1942 all'Hotel Biltmore di New York da 600 eminenti ebrei americani e 67 dirigenti sionisti di tutto il mondo, sotto la guida di David Ben Gurion e del rabbino americano Chaim Weizemann, si prefiggesse il dominio ebraico su tutta la Palestina, la creazione di un esercito ebraico, l'immigrazione illimitata degli ebrei nel futuro stato di sion. Scopi che sarebbero costati ad altri l'accusa di ingiustificata aggressione ai danni di un popolo quando non di genocidio: un tale programma sarebbe potuto figurare tra gli elementi dei capi di accusa a quel processo che di lì a poco si sarebbe celebrato a Norimberga come aggressione ad una popolazione inerme. Ai sionisti il programma valse invece l'installazione duratura del loro movimento nel sistema di dominio americano del Medio Oriente. L'accresciuta importanza del petrolio rendeva necessario per le esigenze dell'imperialismo USA un sicuro baluardo strategico in una regione instabile: Israele divenne e rimase quel sicuro baluardo per mezzo del movimento sionista. "Dopo tre decenni di protezione inglese, i sionisti si apprestavano all'atto conclusivo del loro piano di conquista in una condizione nuova: non dipendevano più dalla sola buona volontà britannica" [3].

Quanto poi al preordinare persecuzioni nei confronti di civili o al tanto abusato termine di "pulizia etnica", merita ricordare ciò che avvenne dopo l'evacuazione britannica dalla Palestina. L'Agenzia Ebraica aveva predisposto sin dal 1941 una serie di piani strategici per la conquista di quello che sarebbe poi stato il territorio sotto la sovranità del futuro stato ebraico. Uno di questi, il Piano D o "Dalet" si realizzò nella realtà: i reparti dell'Haganah e degli altri organismi militari sionisti (Irgun Zwai Leumi, Banda Stern ed altri) occuparono e presero il controllo di caserme, uffici pubblici, posti di polizia che di volta in volta venivano abbandonati dalle Autorità Britanniche; essi presero inoltre possesso di tutti i villaggi palestinesi adiacenti alle esistenti colonie ebraiche, stabilirono il controllo delle vie di comunicazione, strinsero d'assedio le località abitate dagli arabi. Tra le "misure per garantire la sicurezza della rete di difesa ebraica" fu prevista la distruzione dei villaggi che non potevano essere occupati o l'occupazione integrale di località con espulsione degli abitanti. In particolare, nel 9 aprile 1948, truppe dell'Haganah conquistarono il villaggio di Deir Yassin, dopodichè si ritirarono lasciando mano libera agli uomini dell'Irgun e della banda Stern che provvedettero al massacro di 254 persone tra uomini, donne, vecchi e bambini palestinesi. Dopo Deir Yassin oltre 474 centri abitati arabi furono occupati dalle forze sioniste ben 385 furono distrutti e scomparvero per sempre dalla carta geogeafica. Moshe Sharrett diede successiva voce alle intenzioni di una tale condotta: "I rifugiati troveranno il loro posto nella diaspora. Grazie alla selezione naturale certi resisteranno, altri no. La maggioranza diverrà un rifiuto del genere umano e si fonderà con gli strati più poveri del mondo arabo" [4]. Parole che a Norimberga sarebbero echeggiate nelle accuse e nelle requisitorie dei pubblici ministeri per altri personaggi storici ed altre vicende.

Quanto all' "ordinare omicidi", merita ricordare che dopo la proclamazione del neonato stato ebraico nel 1948 e l'inizio del conflitto con gli eserciti arabi, Folke Bernadotte, mediatore inviato dall'ONU ed incaricato di predisporre uno dei primi piani di pace, divenne bersaglio di un piano omicida. Fu deciso dalla Banda Stern, già responsabile del massacro di Deir Yassin. La decisione è opera dei membri che dirigevano l'organismo militare al'epoca: Israel Eldad, Nathan Yellin Mor e Ytzhak Shamir (che divenne primo ministro di Israele). I militari attesero lo svedese, parente della famiglia reale, sulla strada per Rehvot dove era atteso per una ispezione, e lo finirono in un agguato con fucili mitragliatori.

Questo è il brodo primordiale in cui si sviluppò e nacque lo stato ebraico. Inquietante appare il parallelismo storico: mentre sul banco degli accusati di Norimberga le potenze vincitrici contestavano accuse consistenti in atti di omicidio, brutalità, pulizia etnica, genocidio, soluzioni finali e selezione naturale dei detenuti nei campi di sterminio, un processo del tutto simile si ripeteva negli atti del sionismo, creatore dello stato ebraico.

Una volta affermata l'indipendenza dello stato ebraico, il governo di israele inaugurò la dura politica volta ad impedire il ritorno dei palestinesi nei territori occupati; lo storico israeliano Benny Morris calcolò in una conferenza tenuta alla fine del 1990 che migliaia di palestinesi che tentavano di rientrare nei territori per recuperare beni di loro proprietà furono uccisi da civili e militari israeliani nei primi anni di vita dello Stato Ebraico: il 99 per cento di quelli che si infiltravano non erano armati, ma contadini poveri che tornavano a raccogliere frutti dagli agrumeti a loro un tempo appartenuti. [5]

Con l'operazione "Pace in Galilea" della fine degli anni 80, Meahem Begim, capo del governo israeliano, già leader dell'Irgun Zwai Leumi [6], volge l'azione persecutoria dello stato ebraico contro i palestinesi oltre i confini dello stesso: in Libano, ultimo territorio in cui i palestinesi godevano di una minima indipendenza ed autodeterminazione dopo i fatti del "settembre nero". Sotto la roboante etichetta di una nuova "legalità internazionale", con la scusa di sgominare l'OLP, il ministro ex terrorista Begim affermò il diritto di Israele di intervenire in Libano in qualsiasi momento e sferrò di conseguenza l'attacco contro l'embrione di una comunità indipendente palestinese che si andava dotando faticosamente di un sistema politico, scolastico, di ospedali e trasporti, organismi economici e Università. Nel conflitto libanese, il 16 settembre si perpetrò il vergognoso massacro di Sabra e Chatila. Oltre quattrocento falangisti della destra cristiana libanese furono introdotti nei campi di Sabra e Chatila. In due giorni (dal 16 al 19 settembre) massacrarono più di 3000 palestinesi allo scopo di seminare un orrendo terrore in tutto il popolo con torture prima dell'assassinio e mutilazioni. Furono fucilate intere famiglie lasciando vivo un superstite perchè potesse testimoniarne la brutalità, furono fatte saltare in aria con la dinamite le case dei profughi con le persone rinchiuse dentro.

Oltre Sabra e Chatila, il bilancio dell'operazione "Pace in Galilea", secondo dati forniti dalla polizia libanese, vide negli aggrediti 19.085 morti, 30.302 mutilati e feriti. L'84 per cento delle vittime erano civili, il 33 per cento di questi aveva meno di quindici anni ed il 24 per cento più di cinquanta. Nel Libano Meridionale, dei 92.000 rifugiati palestinesi che vi vivevano, oltre 60.000 rimasero senza tetto [7].

Fatti di questo genere si aggiungono alle innumerevoli violazioni delle risoluzioni dell'ONU, alle violazioni odierne compiute nella vergognosa azione sulla striscia di Gaza. La scusa è sempre la stessa: la necessità di colpire un'organizzazione asseritamente giudicata terrorista offre il destro per lo sterminio ed il genocidio della popolazione civile palestinese, vero ostacolo agli interessi dello stato ebraico e del blocco imperialista di cui è baluardo. Manlio Dinucci ha chiarito bene sul Manifesto gli obiettivi di conquista delle fonti energetiche di gas naturale al largo di Gaza, soprattutto per sottrarlo alle società russe che stavano raggiungendo un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti.

Per raggiungere questo obiettivo lo stato ebraico, conformemente alla spietatezza e mancanza di scrupoli morali dimostrata sin dalla nascita, non esita ad utilizzare armi sperimentali sulla popolazione civile: bombe DIME che "contengono tungsteno, un metallo cancerogeno, che permette di produrre esplosioni incredibilmente distruttive, capaci di tagliare la carne e le ossa, spesso troncando gli arti inferiori delle persone all'interno del loro raggio d'azione." [8].

Contro questo baluardo della politica imperialistica occidentale, il diritto internazionale che il blocco occidentale ha più volte utilizzato per fomentare le campagne contro i suoi nemici, giustificandone l'annientamento, si è prodotto nella condotta dei "due pesi due misure", restando più volte indifferente, rafforzando le speciose giustificazioni difensive, applicando sanzioni manifesto di fatto inutili o mai seriamente applicate, garantendo insomma una più che vergognosa immunità allo stato ebraico.

La sovrastruttura giuridica internazionale, pur se debole di costituzione, svolge quantomeno quel ruolo tutt'altro che imparziale che il diritto interno svolge per il conflitto sociale: costituire una finta gabbia di asserita imparzialità per favorire gli interessi del blocco sociale o politico dominante. Questo è pure un profilo sotto il quale la situazione palestinese offre uno spunto accoglibile di riflessione sulla repressione del conflitto sociale in Italia e soprattutto, in Valsusa, teatri dove oggi più che mai la politica dei due pesi e due misure è applicata in modo eclatante. Diritto usato in modo maniacalmente sistematico e vigilesco nei confronti del conflitto sociale, drammaticamente nei fatti insufficiente nei confronti dei blocchi di interesse che legalmente stanno uccidendo società, lavoro, ricchezza, ambiente, risorse e territorio.

Prendere coscienza dei meccanismi dell'imperialismo e del capitalismo significa indubbiamente sollevare anche questa contraddizione: la legalità internazionale è spesso legalità che uccide, opprime, regola in base ad interessi antipopolari, con lo stesso identico meccanismo col quale la legalità interna nelle società capitaliste garantisce l'oppressione, lo sfruttamento e la perpetuazione di quei rapporti di produzione tanto cari a Bertolt Brecht. Quei rapporti di produzione che nelle fasi di crisi del capitale, finiscono spesso per portare in qualche modo anche la morte.

*
Enzo Pellegrin, componente collegio di difesa del Movimento NO TAV.
Note

1. http://www.amnesty.it/arrestare-e-processare-gheddafi-suo-figlio-e-capo-dei-servizi-segreti.
27.6.2011.

2. Siria, l'Onu accusa Assad: "Ha autorizzato crimini di guerra e contro l'umanità", La Repubblica on line, 2.12.2013, http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/02/news/siria_jihadisti_sequestrano_suore_del_convento_di_maalula-72507285/
  1. Filippo GAJA, Le frontiere maledette del Medio Oriente, cap. 30, "Un Mosè da Oltre Atlantico", Maquis ed. 1991, p. 180.

    4. Archivi dello Stato di Israele, ministero degli affari esteri, documentazione sui rifugiati,doc. n. 2444/19 in F.GAJA, Op.cit. p. 197

    5. F. GAJA, Op. cit. p. 206

    6. Organizzazione militare nazionale attiva nei fatti terroristici degli anni che portarono alla fondazione dello stato ebraico

    7. F. GAJA, op. cit. p. 218.

    8. Israele sta usando armi sperimentali sui civili di Gaza, dicono i medici, www.resistenze.org - popoli resistenti - palestina - 16-07-14 - n. 507, Rania Khalek | electronicintifada.net - Traduzione da contropiano.org


(foto2 )Ormai la maggioranza idiotizzata  è asservita all'informazione che il potere passa
Foto inserite da amministratore blog corrente , foto 2 tratta da :

giovedì 11 luglio 2013

Le bugie dell'Impero: Non credere a una sola parola di quello che dicono



Le bugie dell'Impero: Non credere a una sola parola di quello che dicono

blackagendareport | mltoday.com
Traduzione cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


I governanti vorrebbero farci credere che il mondo, a ogni momento che passa, sta diventando più complesso e pericoloso, costringendo gli Stati Uniti ad abbandonare le precedenti (e in larga parte fittizie) norme di legalità nazionale e internazionale, per preservare la civiltà.

In verità, stanno disperatamente cercando di mantenere il dominio globale del capitale finanziario statunitense ed europeo e l'ordine mondiale razzista da cui è scaturito.

Le contraddizioni di secoli sono maturate, travolgendo la capacità dell'"Occidente" di contenere le forze emergenti. Si prospetta quindi una guerra incessante e incondizionata: incessante nel senso che si tratta della battaglia finale e disperata per respingere la fine dell'imperialismo, incondizionata in quanto gli imperialisti non conoscono confini giuridici o morali all'uso della forza militare, il loro unico vantaggio rimasto. Per occultare queste semplici verità, gli Stati Uniti e i loro servizi di propaganda inventano contro-realtà, scenari apocalittici imminenti, colmi di esseri malvagi ed eserciti delle tenebre, più di quanti JRR Tolkien ne possa mai immaginare.

In effetti, si lascia libera l'immaginazione, per timore che le menti delle persone che vagano nel regno della verità inciampino in una presa di coscienza del proprio interesse personale, che è molto diverso da quello dei destini di Wall Street o del Progetto per un Nuovo Secolo Americano (aggiornato nella versione "umanitaria" di Obama).

E' una guerra dove troneggiano rappresentazioni deformate.

Saddam "deve andarsene", e così se ne è andato, insieme a un altro milione di iracheni. Gheddafi "deve andarsene", e ben presto anche lui è finito ("Siamo venuti, abbiamo visto, è morto", ha commentato Hillary), insieme a decine di migliaia di neri libici destinati allo sterminio.

"Assad deve andarsene". Assad non ha ancora lasciato: è necessario che gli USA e i loro alleati aumentino il flusso di armi per gli eserciti jihadisti, i cui motti tradotti approssimativamente suonano come "dopo tocca agli infedeli occidentali". Il governo filosovietico dell'Afghanistan è stato il primo della lista USA ad "andarsene", rovesciato dalla rete internazionale jihadista, creata come joint venture tra americani, sauditi e pakistani all'inizio degli anni Ottanta: una rete la cui esistenza ora richiede che diritto costituzionale sia liquidato in territorio statunitense.

Naturalmente, al fine di facilitare tutte queste uscite di governi di Stati sovrani, il diritto internazionale, come lo abbiamo conosciuto, "deve andarsene". Viene sostituito dalla dottrina dell'intervento militare "umanitario" o della "responsabilità di proteggere" (R2P), una riedizione della "responsabilità dell'uomo bianco", progettata per annullare i diritti degli stati minori alla sovranità nazionale, per il capriccio della superpotenza.

L'intero continente africano è caduto sotto l'ombrello R2P (senza mai essere completamente uscito dalla sfera coloniale: ma è proprio questo il punto). La Somalia ha raggiunto un breve periodo di pace nel 2006, sotto il regime delle Corti Islamiche, ampiamente radicate, che aveva sconfitto una schiera di signori della guerra sostenuti dagli Stati Uniti.

Washington ha colpito di nuovo nel corso dello stesso anno attraverso l'Etiopia, suo stato clientelare. Gli americani hanno invocato sia il nemico islamista, sia la "responsabilità di proteggere" per giustificare un'invasione che ha fatto precipitare la Somalia in quella che gli osservatori delle Nazioni Unite definiscono "la peggiore crisi umanitaria in Africa, peggiore del Darfur". Alla fine, gli Stati Uniti hanno arruolato anche l'Unione Africana, in quanto autorità nominale nella missione della CIA sulla Somalia, militarizzando l'intero Corno d'Africa.

Legati statunitensi hanno avviato il massacro fratricida in Ruanda nel 1994, un incendio che è servito come pretesto all'invasione ruandese e ugandese della ricca Repubblica democratica del Congo e la perdita di sei milioni di vite: il tutto sotto la protezione, il finanziamento e la guida dei governi statunitensi susseguitisi, in una finta espiazione per il molto più piccolo "genocidio" in Ruanda.

Il presidente Obama ha inviato Forze Speciali in servizio permanente nella regione alla ricerca di un altro personaggio caricaturale, Joseph Kony, il cui unico difetto è il suo cristianesimo rabbioso ma la cui presenza strategica nella mischia giustifica lo stazionamento dei Berretti Verdi in Congo, Uganda, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan.

Con l'esorcismo ai danni di Muammar Gheddafi in Libia, gli jihadisti in tutta l'Africa del nord fino alla Nigeria settentrionale si sono rivitalizzati, dando il via libera alla rinascita coloniale francese e all'ulteriore espansione di AFRICOM, il Comando USA Africa.

Solo cinque anni dopo la sua nascita ufficiale, AFRICOM regna sovrana nel continente, con legami con i militari di tutti gli stati africani, tranne l'Eritrea e lo Zimbabwe. (Prima o poi anche loro "devono andare").

La nuova era del diritto euro-americano regna sull'Africa nella forma della Corte penale internazionale. Le attenzioni della Corte sono riservate per gli africani, il cui presunto deficit di civiltà monopolizza le risorse del sistema giudiziario globale. Anche questo è R2P.

Tornando alla riluttante Siria, gli jihadisti, nel loro impiego di dimostrare che Assad deve davvero andare, inviano agli americani campioni di sangue prelevati da presunte vittime di armi chimiche. Obama annuncia che ha intenzione di fare quello che effettivamente avrebbe dovuto fare da tempo: inviare armi ai "ribelli".

Il Washington Post, dimenticando il suo dovere di seguire le veline dell'amministrazione, documenta che la decisione di trasferire armi agli jihadisti era stata fatta due settimane prima che la "prova" arrivasse. Le menzogne diventano confuse e sono rapidamente sostituite da nuove storie.

Solo le menzogne fanno apparire queste situazioni complesse: falsità per coprire i plurimi genocidi USA ai danni dell'Africa, per tessere una tela di preoccupazione umanitaria, quando la semplice verità è che gli americani e gli europei hanno stabilito il dominio militare sul continente per i loro avidi scopi.

Le bugie che hanno tentato di camuffare un susseguirsi di aggressioni sfrontate contro un inoffensivo governo laico arabo al fine di rimuovere eventuali ostacoli alla dominazione USA del Nord Africa e del Vicino Oriente. Inganni a corollario della menzogna centrale nell'offensiva globale degli Stati Uniti dal 9/11: che gli Stati Uniti siano impegnati in una guerra globale contro gli jihadisti armati.

In realtà, gli jihadisti sono contractor assoldati dagli americani nel mondo arabo, mondo in cui gli Stati Uniti sono ampiamente invisi. Washington è stato il padrino dello jihadismo internazionale, almeno dai primi anni Ottanta in Afghanistan, e ora lo è, ancora una volta e piuttosto apertamente, in Siria come in Libia, almeno per il momento.

La semplice verità è che gli Stati Uniti sono in guerra per perpetuare l'egemonia sul pianeta, per la conservazione del sistema imperiale e dei suoi dominatori. In una tale guerra, ognuno e ovunque è un potenziale nemico, compresa la popolazione a casa.

Ecco perché Bradley Manning e Julian Assange e, ora, Edward Snowden sono considerati così pericolosi, perché minano il consenso popolare verso le politiche menzognere del governo.

L'amministrazione ha inviato i suoi agenti a Capitol Hill e tutte le testate pseudo-giornalistiche di regime per spiegare come l'intercettazione del traffico cellulare e Internet ha impedito "più di 50 potenziali eventi terroristici dall'11/9", tra cui almeno 10 "minacce con base in patria", per bocca del Generale Keith Alexander della National Security Agency. I dettagli sono, naturalmente, segreti.

Tuttavia, ciò che sappiamo circa lo spionaggio interno al "terrore" è sufficiente per respingere l'intero presupposto per le vaste imprese algoritmiche della NSA. La minaccia "terrorista" reale sul suolo americano è chiaramente relativamente lieve. Altrimenti, perché mai l'FBI si sarebbe applicata alla fabbricazione di jihadisti nostrani, inscenando elaborate coperture per uomini neri senzatetto a Miami, che non riuscirebbero a mettere insieme il biglietto dell'autobus per Chicago, tanto meno una bomba alla Sears Tower?

Perché devono attrarre e intrappolare degli emarginati, senza capacità e alcuna inclinazione per la guerra clandestina, in piani per attacchi dinamitardi a sinagoghe e per abbattere aerei militari, a Newburgh e New York? Perché questo flusso costante di invenzioni terrorizzanti da parte del governo, se la realtà è così copiosa?

Se l'FBI, con l'assistenza della NSA, sta scoprendo un numero significativo di terroristi veri, non stiamo forse assistendo ad un numero corrispondente di arresti "perp walk"? [prassi della polizia Usa di eseguire un arresto in un luogo pubblico e dopo un po' di tempo per dare l'opportunità ai media di ritrarre foto e video dell'evento, ndr]. Certo che si. L'unica conclusione logica è che il terrorismo è una minaccia interna pressoché trascurabile, del tutto inidonea a giustificare lo spionaggio della NSA praticamente su ogni americano.

Quindi, cosa stanno cercando? Schemi, modelli di pensiero e di comportamento che combinati rivelano l'esistenza di coorti di persone che potrebbero, come gruppo, o come rete vivente, creare problemi allo Stato in futuro. Persone che non necessariamente si conoscono tra loro, ma i cui modelli di vita le rendono potenzialmente problematiche per i governanti, tendenzialmente in qualche futura crisi.

Una propensione al dissenso, per esempio. La
dimensione di queste corti sospette, di questi gruppi che rispondono a modelli simili, possono essere grandi o piccoli, a seconda dei criteri immessi dal programmatore. Quindi, a quale tipo di americani sono interessati i programmatori?

Chiedetelo a Edward Snowden. Lui è l'unico a parlare.

http://blackagendareport.com/content/

venerdì 25 maggio 2012

Il crimine di Gheddafi: Far funzionare l'economia della Libia a vantaggio dei libici / Gadhafi’s Crime: Making Libya’s Economy Work for Libyans


Il crimine di Gheddafi: Far funzionare l'economia della Libia a vantaggio dei libici

di Gowans Stephen
"Le compagnie petrolifere sono controllate da stranieri, che grazie ad esse hanno guadagnato milioni. Ora, i libici devono trarre profitto da questo denaro", Muammar Gheddafi, 2006.
Il Wall Street Journal del 5 maggio fornisce la prova, oltre a quelle già raccolte, che alla radice dell'intervento militare della NATO in Libia dello scorso anno vi era l'opposizione alla politica economica del governo Gheddafi.
Secondo il quotidiano statunitense, gli accordi più favorevoli ai libici, che il governo Gheddafi stava contrattando, fecero infuriare le compagnie petrolifere private tanto da "sperare in un cambio di regime in Libia... che potrebbe alleggerire alcune delle dure condizioni che avevano dovuto accettare nella partnership" con la compagnia petrolifera nazionale libica. [1]
Per decenni, molte compagnie europee avevano goduto di accordi che garantivano loro la metà della del petrolio di alta qualità prodotto negli impianti libici. Alcune grandi compagnie petrolifere speravano che il paese avrebbe aperto ulteriormente agli investimenti, dopo che da Washington erano state revocate le sanzioni nel 2004 e i giganti statunitensi erano rientrati nella nazione nordafricana.
Ma negli anni che seguirono, il regime di Gheddafi rinegoziò la quota delle compagnie petrolifere spettante da ogni impianto, facendola passare dal 50% circa a un decisamente più basso 12%.
Subito dopo la caduta del regime, diverse compagnie petrolifere straniere hanno manifestato la speranza di ottenere condizioni migliori negli accordi esistenti o più interessanti per quelli futuri. Fra quelle che nutrono speranze in un'espansione libica vi sono la francese Total e l'olandese Shell.
"Vediamo la Libia sotto il nuovo governo come una grande opportunità", diceva Sara Akbar, amministratore delegato della compagnia privata Kuwait Energy, lo scorso novembre in un'intervista, e aggiungeva che "Sotto Gheddafi, le esplorazioni erano ferme a causa dei termini molto duri". [2]
Il giornale aveva già riferito dei termini "duri" (leggasi pro-libici) che il governo Gheddafi aveva imposto alle compagnie petrolifere straniere.
Nel quadro di un nuovo e più stringente sistema, noto come EPSA-4, il regime vagliava le offerte delle grandi compagnie discriminando sulla base di quanta parte della produzione futura avrebbero lasciato la Libia. I vincitori abitualmente promettevano oltre il 90% della loro produzione alla National Oil Corp. (NOC, la compagnia nazionale petrolifera libica).
Intanto, la Libia manteneva i suoi gioielli off limits agli stranieri. Gli immensi campi petroliferi terrestri, che rappresentavano la maggior parte della sua produzione, rimanevano prerogativa delle compagnie statali libiche.
Anche le imprese da anni presenti in Libia avevano ricevuto un trattamento duro. Nel 2007, le autorità iniziarono a forzarle per rinegoziare i loro contratti per portarli in linea con EPSA-4.
Una vittima è stata Eni, il colosso energetico italiano. Nel 2007, ha dovuto pagare 1 miliardo di dollari di incentivi per riuscire a prolungare la durata dei suoi interessi libici fino al 2042. Anche la sua quota di produzione è caduta dal 35-50%, a seconda dell'impianto, ad appena il 12%. [3]
L'insoddisfazione delle compagnie petrolifere stava anche nel fatto che la compagnia di stato libica "stabiliva che le società straniere dovevano assumere libici ai migliori posti di lavoro". [4]
Nel novembre 2007, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti avvertiva che "la leadership politica ed economica della Libia persegue politiche sempre più nazionalistiche nel settore energetico" e che vi erano "prove crescenti di nazionalismo sulle risorse libiche" [5], citando un discorso del 2006 in cui Gheddafi dichiarava: "Le compagnie petrolifere sono controllate da stranieri che grazie ad esse hanno guadagnato milioni. Ora, i libici devono trarre profitto da questo denaro". [6]
Il Governo di Gheddafi aveva forzato le compagnie petrolifere a dare alle loro filiali locali dei nomi libici. Peggio ancora, "le leggi sul lavoro sono state modificate per 'libianizzare' l'economia", vale a dire riformate a vantaggio dei libici. Le compagnie petrolifere "sono state spinte ad assumere dirigenti, tecnici e capi del personale libici". [7]
Il New York Times riassume così le critiche dell'Occidente. "Il colonnello Gheddafi si è dimostrato essere un partner problematico per le compagnie petrolifere internazionali, alzando spesso tasse ed imposte ed avanzando altre richieste". [8]
Anche se l'opposizione delle compagnie petrolifere private e del governo degli Stati Uniti alle politiche economiche filo-libiche di Gheddafi non prova che l'intervento militare della NATO sia avvenuto per rovesciare il governo, è tuttavia coerente con tutta una serie di prove che vanno in questa direzione.
In primo luogo, possiamo rigettare le argomentazioni occidentali che spiegano l'impiego della sua alleanza militare per motivi umanitari. Mentre la guerra civile in Libia diventava incandescente, un'alleanza di petromonarchie a guida saudita inviava truppe e carri armati in Bahrain per schiacciare una rivolta. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia - alla guida  dell'intervento in Libia - non hanno fatto nulla per fermare questa violenta repressione. Significativamente, il Bahrain ospita la V Flotta statunitense. Altrettanto significativamente, la sua politica economica, a differenza della Libia sotto Gheddafi - è stata concepita per mettere gli investitori stranieri al primo posto.
In secondo luogo, quei paesi oggetto dei tentativi occidentali di cambio di regime - Corea del Nord, Siria, Venezuela, Cuba, Zimbabwe, Bielorussia, Iran - hanno posto gli interessi economici di tutta o una parte della loro popolazione, sopra quelli degli investitori e delle società straniere. È vero che le politiche economiche di India, Russia e Cina sono in certe misure nazionaliste e che questi paesi non devono affrontare nella stessa misura le pressioni per un cambio di regime, ma per un'alleanza statunitense sono troppo grandi da conquistare senza un pesante costo in sangue e denaro. L'Occidente prende di mira i più deboli.
Infine, i governi occidentali sono dominati da grandi investitori e compagnie. Il dominio delle corporation e della finanza sullo  Stato avviene in diversi modi: con attività di lobby; comprando i  politici attraverso il finanziamento della campagna elettorale e la promessa di incarichi remunerativi dopo il mandato; attraverso il finanziamento di think-tank per guidare la politica del governo e con la collocazione di amministratori delegati e avvocati aziendali nelle posizioni chiave dello Stato. Aspettarsi che la politica estera sia modellata su preoccupazioni di carattere umanitario e non invece sugli interessi delle industrie petrolifere, di armi, delle società specializzate nella ricostruzione e esportazione post-bellica, significa di ignorare la grande influenza che il grande capitale e la grande finanza esercitano sugli Stati occidentali.
In alcune parti del mondo è diverso. Là, i governi hanno orientato le economie al servizio dei loro cittadini, piuttosto che mettere il lavoro, i mercati del paese e le loro risorse naturali, al servizio degli investitori esterni e delle grandi aziende straniere.
Per aver rifiutato di sacrificare la vita dei loro cittadini all'arricchimento dei titani stranieri della finanza e dell'industria, a questi paesi viene fatto pagare un prezzo. I loro dirigenti sono vilipesi dalla becera propaganda e minacciati di persecuzioni da parte dei tribunali penali internazionali finanziati e controllati dagli Stati occidentali. Sono colpiti con devastanti blocchi economici e da sanzioni le cui caotiche conseguenze sono ingiustamente addossate alla "cattiva gestione" e alle "errate" politiche economiche, con lo scopo di creare una miseria diffusa e spingere le popolazioni a sollevarsi contro i loro governi. Con il finanziamento e supporto occidentale vengono create delle quinte colonne per progettare il cambiamento di regime dall'interno. Infine, l'onnipresente minaccia di un intervento militare esterno che è mantenuta per fare pressione sui governi di questi paesi affinché facciano marcia indietro.
 I peccati di Gheddafi non erano crimini contro l'umanità, ma azioni al suo servizio. La sua reputazione infangata, il governo rovesciato, il paese assediato dall'esterno e destabilizzato dall'interno, la sua vita finita per aver osato mettere in atto un'idea radicale - spingere l'economia al servizio del popolo del proprio paese, piuttosto che il suo popolo e le sue risorse naturali al servizio degli interessi delle imprese straniere.

Note
1, 2. Benoit Faucon, "For big oil, the Libya opening that wasn't, " The Wall Street Journal, May 4, 2012.
3, 4. Guy Chazan, "For West's oil firms, no love lost in Libya, " The Wall Street Journal, April 15, 2011.
5, 6, 7. Steven Mufson, "Conflict in Libya: U.S. oil companies sit on sidelines as Gaddafi maintains hold, " The Washington Post, June 10, 2011.
8. Clifford Kraus, "The scramble for access to Libya's oil wealth begins, " The New York Times, August 22, 2011.

Gadhafi’s Crime: Making Libya’s Economy Work for Libyans

Written by Stephen Gowans, What's Left
Oil companies are controlled by foreigners who have made millions from them. Now, Libyans must take their place to profit from this money.”—Muammar Gadhafi, 2006.
The Wall Street Journal of 5 May offers evidence, additional to that already accumulated, that last year’s NATO military intervention in Libya was rooted in objections to the Gadhafi government’s economic policies.
According to the newspaper, private oil companies were incensed at the pro-Libyan oil deals the Gadhafi government was negotiating and “hoped regime change in Libya…would bring relief in some of the tough terms they had agreed to in partnership deals” with Libya’s national oil company. [1]
For decades, many European companies had enjoyed deals that granted them half of the high-quality oil produced in Libyan fields. Some major oil companies hoped the country would open further to investment after sanctions from Washington were lifted in 2004 and U.S. giants re-entered the North African nation.
But in the years that followed, the Gadhafi regime renegotiated the companies’ share of oil from each field to as low as 12%, from about 50%.
Just after the fall of the regime, several foreign oil companies expressed hopes of better terms on existing deals or attractive ones for future contracts. Among the incumbents that expressed hopes in Libyan expansion were France’s Total SA and Royal Dutch Shell PLC.
We see Libya as a great opportunity under the new government,’ Sara Akbar, chief executive of privately owned Kuwait Energy Co., said in an interview in November. ‘Under Gadhafi, it was off the radar screen’ because of its ‘very harsh’ terms, said Mrs. Akbar. [2]
The Journal had earlier noted the “harsh” (read pro-Libyan) terms the Gadhafi government had imposed on foreign oil companies.
Under a stringent new system known as EPSA-4, the regime judged companies’ bids on how large a share of future production they would let Libya have. Winners routinely promised more than 90% of their oil output to NOC (Libya’s state-owned National Oil Corp).
Meanwhile, Libya kept its crown jewels off limits to foreigners. The huge onshore oil fields that accounted for the bulk of its production remained the preserve of Libya’s state companies.
Even firms that had been in Libya for years got tough treatment. In 2007, authorities began forcing them to renegotiate their contracts to bring them in line with EPSA-4.
One casualty was Italian energy giant Eni SpA. In 2007, it had to pay a $1 billion signing bonus to be able to extend the life of its Libyan interests until 2042. It also saw its share of production drop from between 35% and 50%—depending on the field—to just 12%. [3]
Oil companies were also frustrated that Libya’s state-owned oil company “stipulated that foreign companies had to hire Libyans for top jobs.” [4]
A November 2007 US State Department cable had warned that those “who dominate Libya’s political and economic leadership are pursuing increasingly nationalistic policies in the energy sector” and that there was “growing evidence of Libyan resource nationalism.” [5]
The cable cited a 2006 speech in which Gadhafi said: “Oil companies are controlled by foreigners who have made millions from them. Now, Libyans must take their place to profit from this money.” [6]
Gadhafi’s government had forced oil companies to give their local subsidiaries Libyan names. Worse, “labor laws were amended to ‘Libyanize’ the economy,” that is, turn it to the advantage of Libyans. Oil firms “were pressed to hire Libyan managers, finance people and human resources directors.” [7]
The New York Times summed up the West’s objections. “Colonel Gadhafi,” the US newspaper of record said last year, “proved to be a problematic partner for international oil companies, frequently raising fees and taxes and making other demands.” [8]
To be sure, that private oil companies and the US government objected to Gadhafi’s pro-Libya economic policies doesn’t prove that NATO intervened militarily to topple the Gadhafi government. But it is consistent with a panoply of evidence that points in this direction.
First, we can dismiss the West’s claims that it pressed its military alliance into service on humanitarian grounds. As civil strife heated up in Libya, a Saudi-led alliance of petro-monarchies sent tanks and troops to crush an uprising in Bahrain. The United States, Britain and France—leaders of the intervention in Libya—did nothing to stop the violent Bahraini crackdown. Significantly, Bahrain is home to the US Fifth Fleet. Equally significantly, its economic policies—unlike Libya’s under Gadhafi—are designed to put foreign investors first.
Second, without exception, countries that are the object of Western regime change efforts—North Korea, Syria, Venezuela, Cuba, Zimbabwe, Belarus, Iran—have set the economic interests of some part of their populations, or all of it, above those of foreign investors and foreign corporations. True, the economic policies of India, Russia and China are nationalist to some degree, and yet these countries do not face the same extent of regime change pressures, but they are too large for a US alliance to conquer without an onerous expense in blood and treasure. The West targets the weak.
Finally, Western governments are dominated by major investors and corporations. Corporate and financial domination of the state happens in a number of ways: lobbying; the buying of politicians through political campaign funding and the promise of lucrative post-political jobs; the funding of think-tanks to recommend government policy; and the placement of corporate CEOs and corporate lawyers in key positions in the state. To expect that foreign policy is shaped by humanitarian concerns and not the profit-making interests of oil companies, arms manufacturers, exporters, and engineering firms seeking infrastructure and reconstruction contracts aboard is to ignore the enormous influence big business and big finance exert over Western states.
In some parts of the world, the arrangement is different. There, governments have organized their economies to serve their citizens, rather than organizing labor, the country’s markets and its natural resources to serve outside investors and foreign corporations.
For refusing to give their citizens’ lives over to the enrichment of foreign titans of finance and captains of industry, these countries are made to pay a price. Their leaders are vilified by scurrilous propaganda and threatened with prosecutions by international criminal tribunals funded and controlled by Western states; they’re targeted by economy-disrupting blockades and sanctions whose chaotic effects are dishonestly blamed on the governments’ “mismanagement” and “unsound” economic policies and whose aim is to create widespread misery to pressure populations to rise up against their governments; fifth columns are created with Western funding and support to engineer regime change from within; and the omnipresent threat of outside military intervention is maintained to pressure the countries’ governments to back down from putting their citizens’ interests first.

Gadhafi’s sins weren’t crimes against humanity but actions in its service. His reputation blackened, government overthrown, country besieged from without and destabilized from within, his life was ended for daring to enact a radical idea—pressing the economy into the service of the people of his country, rather than the people of his country and their natural resources into the service of foreign business interests.

May 6, 2012

Endnotes
1,2. Benoit Faucon, “For big oil, the Libya opening that wasn’t,” The Wall Street Journal, May 4, 2012.
3, 4. Guy Chazan, “For West’s oil firms, no love lost in Libya,” The Wall Street Journal, April 15, 2011.
5,6,7. Steven Mufson, “Conflict in Libya: U.S. oil companies sit on sidelines as Gaddafi maintains hold,” The Washington Post, June 10, 2011.
8. Clifford Kraus, “The scramble for access to Libya’s oil wealth begins,” The New York Times, August 22, 2011.



giovedì 1 marzo 2012

Milosevic, Saddam, Gheddafi: Giustizia del linciaggio e geopolitica


Milosevic, Saddam, Gheddafi: Giustizia del linciaggio e geopolitica
di Hannes Hofbauer
A partire dal crollo dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia nel 1991 tre capi di Stato e di governo sgraditi all'Occidente sono stati assassinati dalle istituzioni del triumvirato globale Usa - Unione Europea – NATO sono morti sotto la responsabilità di questi. Un tale sviluppo è inquietante. L'11 maggio 2006 l'ex Presidente jugoslavo Slobodan Milosevic venne trovato morto nella sua cella a Scheveningen, dopo che gli era stata negata dal tribunale dell'Aja la richiesta assistenza medica. Il 30 dicembre 2006 è morto sul patibolo ad al-Kadhimija a nord-est di Baghdad il Presidente iracheno Saddam Hussein in precedenza abbattuto dalla guerra di bombardamento e dall'invasione militare. E il 20 ottobre 2011 ribelli libici hanno colpito e trascinato a morte Gheddafi.
Che cosa hanno in comune questi tre capi di Stato morti? Anzitutto e visibilmente la forma brutale della loro eliminazione. Nessun serio tribunale ha mai indagato sulle loro colpe, nessuna istanza internazionale ha stabilito la loro responsabilità per eventuali crimini di guerra. Le condanne si sono avute senza eccezione ad opera dei media occidentali sulla base di corrispondenti istruzioni dei vertici di circoli politici e militari dell'ambito Nato. Al momento della loro eliminazione figuravano tutti e tre senz'altro come la personificazione del male; e come tali, nel caso di Gheddafi, di Saddam Hussein e dei figli di questo, i loro cadaveri sfigurati sono stati esposti al pubblico. I fruitori dei media dovevano essere sicuri: qui giacciono diavoli, non uomini. L'assassinio politico con connessa ostensione del nemico rimanda a un lontano passato della civiltà.
Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi sono stati eliminati come nemici, non come criminali. E sicuramente hanno compiuto crimini, con responsabilità per una intera serie di misfatti. Ma questi loro misfatti, dallo schiacciamento di forze di opposizione sino alla repressione di minoranze etniche, hanno rappresentato solo il pretesto per gli interventi militari dell'Occidente. Qualunque altra interpretazione resta esclusa a fronte del fatto che oppressione politica ha luogo anche altrove in forme molteplici mentre nessuna "comunità internazionale" pensa ad intervenire militarmente a tal proposito. Dall'Arabia Saudita alla Spagna-terra dei Baschi, dalla Nigeria all'Indonesia la Nato avrebbe ben da fare nel far scendere in campo per i diritti dell'uomo la sua Armada.
Solo in casi ben precisi l'Alleanza occidentale entra in azione al fine - viene asserito - di proteggere i civili. Quando e dove ciò viene fatto? E quali motivi vi si celano?
Gli alleati occidentali hanno dato la caccia fino alla morte a Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi non a causa della cattiva politica di questi, ma in ragione della loro buona politica. Tutti e tre sono stati simboli di forme diverse di "dittatura dello sviluppo". Una consistente politica sociale per la massa del popolo, cure per un equilibrio regionale e sforzi in direzione di una modernizzazione economica. Ciò li differenziava da coloro che in prima linea si consideravano e si considerano come rappresentanti di investitori stranieri o di interessi geopolitici estranei. In Jugoslavia, Iraq e Libia gli investitori stranieri avevano accesso solo limitato ai mercati nazionali, basi militari estranee erano indesiderate. Questo è stato uno dei motivi principali per cui Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi apparivano sospetti alla troika costituita da Nato, Usa ed Unione Europea.
Ma anche la situazione geopolitica dei loro paesi ha reso questi oggetto di cupidigia occidentale. Tutti e tre giacciono alla periferia della zona di influenza occidentale, sia storicamente che attualmente. Durante la guerra fredda Jugoslavia, Iraq e Libia sono stati paesi cerniera fra i due blocchi, che in base alla propria forza politica ed economica non ravvisavano ragione alcuna per consegnare la loro indipendenza agli accaparramenti occidentali o alle ambizioni orientali. Mosca e Washington garantivano ciascuna la metà di quell'indipendenza, ciò che ha fatto anche crescere il sentimento nazionale. Dopo la fine dell'Unione Sovietica tutto ciò è restato sospeso nell'aria e in mancanza di copertura da parte di Mosca ha condotto direttamente alla catastrofe. Sembra che i Paesi collocati fra i blocchi siano quelli che avessero ed abbiano più da soffrire davanti all'avanzata della nuova strategia imperiale. È ciò accaduto perché essi potenzialmente erano nella situazione di effettuare un'integrazione nel mercato globale diversa da quella dettata da Unione Europea, Usa e Nato? La troika imperiale si è sentita minacciata da tutto ciò?
Jugoslavia, Iraq e Libia potevano rimandare a una lunga storia di partnership con il Consiglio di Cooperazione economica, il corrispondente sovietico dell'Unione europea. Fino ai tardi anni '80 è fiorito il commercio di beni di investimento, di consumo e di armi. Tale commercio veniva sviluppato tanto attraverso valute forti quanto anche nella forma del baratto, e cioè attraverso scambio diretto di beni: ciò che era escluso nel mondo dell'egemonia del dollaro. Triangolazioni con Stati africani o con l'India erano all'ordine del giorno.
All'inizio degli anni '90, gli Usa e l'Unione Europea hanno profittato della debolezza della dirigenza post-sovietica per imporre contro questi tre Stati di relativa potenza e operanti in spirito di indipendenza gli embarghi economici. Uno di questi colpì nell'agosto 1990 l'Iraq, le cui truppe avevano invaso in precedenza il Kuwait. Due anni dopo, nel 1992, il Consiglio di sicurezza delle NU irrogò sanzioni contro la Jugoslavia (30 maggio) e la Libia (31 maggio). Nel caso di Belgrado queste vennero motivate con la presa di posizione "sbagliata" nella guerra civile jugoslava, nel caso di Tripoli con l'asserita responsabilità per l'esplosione di un aereo Pan-Am nei cieli di Lockerbie, che era avvenuta anni prima. L'Iraq, la Jugoslavia e la Libia sono stati gli unici Paesi paralizzati da blocchi economici annosi[1]. Ciò che non colpì solo loro, ma anche i loro partner commerciali tradizionali dell'Est: Russia, Bulgaria, Romania… Questo proprio in un momento in cui le economie post-comuniste in sfacelo dovevano adottare nuovi orientamenti. Esse avrebbero avuto urgente bisogno di partner forti che potessero scambiare con loro prodotti su base diversa dal dollaro. Gli embarghi contro l'Iraq, la Jugoslavia e la Libia lo hanno impedito. All'inizio ciò irritò quadri non epurati dell'epoca sovietica di fronte alle perdite imposte: "nei primi sei mesi dall'inizio dell'embargo commerciale contro l'Iraq l'Unione Sovietica ha perduto quattro miliardi di dollari Usa", dichiarò Igor Mordvinov, portavoce del Ministero per il Commercio estero. Oggi sappiamo che la successiva Federazione russa ha perduto molto di più: la possibilità di un'integrazione economica alternativa rispetto al mercato mondiale dominato dagli Usa.
Milosevic e Saddam Hussein erano stati già abbattuti quando la Libia di Gheddafi ravvisò una piccola occasione di sopravvivere alla grande svolta epocale senza doversi arrendere ai diktat di Washington e di Bruxelles. Dopo che Tripoli nel 2004 ebbe pagato somme di risarcimento agli eredi delle vittime di Lockerbie senza con ciò riconoscere una propria colpa, il Consiglio di sicurezza delle NU abrogò l'embargo. Sino ad allora Gheddafi era stato l'unico fra i tre paria ad esser sopravvissuto fisicamente alle sanzioni economiche. Vennero sottoscritti accordi internazionali con la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia. Ma Gheddafi si ricordò anche delle buone relazioni tradizionali con Mosca e cominciò a riattivarle. All'ombra dei contatti con l'Occidente, Mosca e Tripoli cercarono di annodare stretti legami economici. Nel 2007 il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha visitato la Libia, poco dopo è arrivato personalmente Vladimir Putin per perfezionare il trattato relativo alla costruzione di una linea ferroviaria di 550 chilometri fra Bengasi e Sirte. Ancor più interessanti sono stati i colloqui sulla costruzione di un metanodotto che sarebbe dovuto arrivare in Europa attraverso il Mediterraneo e ciò sotto la direzione tecnica di Gazprom. Allorché anche il più potente uomo di Russia, il capo di Gazprom Alexej Miller, arrivò nell'aprile 2008 da Gheddafi, in Occidente suonò l'allarme. La sua offerta a Tripoli fu equivalente ad una bomba geopolitica. Gazprom avrebbe in futuro acquistato dalla Libia "l'intero gas naturale estratto come pure quello liquefatto ai prezzi del mercato mondiale", secondo quanto annunciato dall'agenzia Interfax il 9 luglio 2008. L'Occidente si sentì minacciato. Se si fosse arrivati al trattato, Gazprom avrebbe ampiamente portato sotto il proprio controllo il mercato del gas dell'Europa occidentale attraverso la pipeline "North Stream" del Mar Baltico inaugurata nel novembre 2011 e quella da costruirsi nel Mediterraneo.
Oggi sappiamo che le cose sono andate diversamente. Da settimane le direzioni dei monopoli occidentali del petrolio, del gas e dell'acqua fanno la caccia alla Libia per concludere accordi di sfruttamento e di estrazione con un cosiddetto "governo di transizione" nelle condizioni di uno Stato inesistente, ciò che rende la questione estremamente appetibile. Dopo una guerra di otto mesi la coalizione dei volenterosi, in prima linea i monopoli francesi, britannici e degli Usa, possono servirsi a buon prezzo. Il presidente in funzione del Consiglio di transizione, Abdel Rahim el-Kib, adempirà i suoi doveri amministrativi nei confronti degli investitori occidentali proprio senza contrasto così come i suoi colleghi Boris Tadic e Nuri al-Maliki lo fanno a Belgrado e Baghdad.

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