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venerdì 20 febbraio 2015

Il vero dominatore di Israele: Sheldon Adelson.



13-15/02/2015





Chi governa Israele? Il Primo Ministro Benyamin 

Netanyahu, naturalmente.


Sbagliato.

Chi veramente governa Israele è Sheldon Adelson, un ebreo americano di 81 anni, re dei casinò, valutato come il decimo uomo più ricco del mondo, stimato ultimamente attorno ai 37,2 miliardi di dollari. Ma chi è compreso in questo conto?

Oltre ai suoi casinò a Las Vegas, in Pennsylvania, a Macao e Singapore, egli è in grado di mettersi in tasca il Partito Repubblicano degli Stati Uniti e, indirettamente, entrambe le camere del Congresso americano.

Ha in tasca anche Benyamin Netanyahu.

Il legame di Adelson con Israele è molto personale. Ad un certo momento si è innamorato di una donna israeliana.

Miriam Farbstein è nata ad Haifa, ha frequentato un prestigioso liceo, ha fatto il servizio militare presso l'Istituto israeliano di ricerca sulla guerra batteriologica ed è una scienziata dalle mille attività. Dopo che uno dei suoi figli è morto di overdose, si è votata alla crociata contro le droghe, specialmente contro la cannabis.

Entrambi gli Adelson sono fanatici sostenitori di Israele. Non un qualunque Israele, ma quello schierato a destra, suprematista, arrogante, violento, espansionista, annessionista, rigido e colonialista.

In "Bibi" Netanyahu han trovato il loro uomo. Attraverso Netanyahu sperano di dominare Israele come fosse un loro feudo.

Per assicurarsi questa opportunità, hanno fatto una cosa straordinaria: hanno fondato un giornale israeliano, esclusivamente dedito alla promozione degli interessi di Benyamin Netanyahu. Non del Likud, non di una politica in particolare, ma degli interessi di Netanyahu personalmente.

Anni addietro ho inventato un vocabolo ebraico per i giornali che vengono distribuiti gratuitamente: "Hinamon" che si traduce più o meno come "gratissue" (giornagratis - foglietti gratuiti), inteso in modo denigratorio. Ma non avevo in mente allora un mostro come "Israel Hayom" (Israel Today): un foglio con fondi illimitati, distribuito tutti i giorni gratis nelle strade e nei centri commerciali in tutto il paese da centinaia, forse migliaia, di giovani strilloni pagati.

Agli israeliani piace avere le cose gratis. Israel Today è oggi il quotidiano con la più vasta distribuzione in Israele. Drena lettori ed investimenti pubblicitari dal suo unico concorrente: Yedioth Ahronoth ("Latest News"), che ha mantenuto questo titolo sino a quel momento.

Yedioth ha reagito furiosamente. E' divenuto un feroce nemico di Netanyahu. Yossi Werter, opinionista del foglio di centrosinistra "Haaretz" (che ha una diffusione di gran lunga inferiore) è anche convinto che le attuali elezioni si riducono in una gara tra questi due giornali.

Questo è di gran lunga esagerato. Giudicando dal loro contenuto politico-sociale, ben poco li differenzia. Entrambi sono super-patriottici, bellicisti e di destra. Questa è la ricetta giornalistica per attrarre le masse in tutto il mondo.

Yedioth è posseduto dalla famiglia Moses, un clan votato agli affari. L'attuale terza generazione di editori è rappresentata da Arnon ("Noni") Moses, il boss della raccolta pubblicitaria e di un grande impero economico basato sulla carta. La carta serve i suoi interessi commerciali, ma non ha interessi politici particolari.

Adelson è unico.

In Israele, scommettere è vietato dalla legge. Non abbiamo casinò e la polizia fa retate nelle bische clandestine. Quando eravamo giovani ci veniva insegnato che i magnati dei casinò sono persone malvagie, un po' come i trafficanti d'armi. Prendono i soldi dalle tasche dei poveri e dei tossicodipendenti e li portano alla disperazione ed al suicidio. 

Vedi Dostoyevsky.

Gli israeliani leggono Israel Today (dopotutto è gratis), ma non necessariamente ne apprezzano gli uomini e i metodi. Così alcuni deputati della Knesset hanno ritenuto di presentare un disegno di legge che proibisce la diffusione di tutti i giornali gratuiti.

Netanyahu ed il Partito Likud hanno fatto di tutto per opporsi al varo di questa legge. Ma alla votazione preliminare (necessaria per i progetti di legge dei singoli deputati) sono stati battuti in modo sorprendente. Anche i deputati della coalizione di governo di Netanyahu hanno votato a favore. Le telecamere hanno sorpreso lo stesso Netanyahu che letteralmente correva verso il suo seggio per arrivare in tempo alla votazione.

Il voto è stato a favore della legge per 43 a 23. Quasi la metà dei deputati del Likud erano assenti. Il ministro degli esteri Avigdor Lieberman e tutto il suo partito hanno votato a favore. Così anche i ministri Ya'ir Lapid e Tzipi Livni.

Dalla votazione preliminare all'adozione finale, il progetto di legge deve transitare attraverso diversi stadi. C'è abbondanza di tempo per seppellirlo nei lavori di commissione. Ma Netanyahu era furioso. Pochi giorni dopo il voto ha revocato il mandato ai ministri Lapid e Livni, spaccando la coalizione di governo e perdendo la maggioranza alla Knesset.

Perchè Netanyahu ha fatto una cosa così stupida a meno della metà dalla scadenza del proprio mandato? C'è una sola spegazione logica: così gli è stato ordinato da Adelson, per impedire l'approvazione di quella legge.

Se così è, Adelson è ora il nostro capo dell'ufficio legislativo. Forse è anche il nostro capo del governo.

Il denaro gioca un ruolo sempre più grande in politica. La propaganda elettorale è fatta in televisione, ed è molto costosa. Sia in Israele che negli Stati Uniti, fondi legali ed illegali vengono riversati nelle campagne elettorali, direttamente ed indirettamente. La corruzione è tollerata o favorita dai Tribunali. Gli uomini più ricchi (eufemisticamente conosciuti in America come "la ricchezza") possono così indebitamente esercitare la loro influenza.

Nelle ultime elezioni presidenzaiali degli Stati Uniti, Adelson ha versato fiumi di dollari nella contesa. Ha sostenuto prima Newt Gingrich, poi Mitt Romney, con ingenti somme di denaro. Invano. Forse agli americani non piace essere governati dai magnati dei casinò.

Per le prossime elezioni presidenziali americane, Adelson ha giocato d'anticipo. Ha convocato al suo quartier generale nel suo casinò di Las Vegas tutti i leader candidati repubblicani per assicurarsi  ritualmente la loro fedeltà, a lui come a Netanyahu. Nessuno ha osato disertare l'invito. Potrebbe un senatore romano rifiutare la convocazione di Cesare?

In Israele, queste ritualità sono superflue. Gli Adelson - sia Miri che Sheldon - sanno chi è il loro uomo.

Il Giornale Israel Today è, naturalmente, una grossa macchina di propaganda, totalmente votata alla rielezione di Netanyahu. Il tutto abbastanza legalmente. In una democrazia chi è che può andare a dire ad un giornale quale candidato deve sostenere o meno? Siamo ancora in democrazia perdio...!

Sembra strano per una nazione consentire che uno straniero, che non ha mai vissuto nel paese, abbia così enorme potere sul suo futuro, certamente oltre la sua stessa esistenza.

Ecco invece dove il sionismo entra in gioco. Secondo il credo sionista, Israele è lo stato di tutti gli ebrei. Ogni ebreo nel mondo appartiene ad Israele, anche se temporaneamente risiede da un'altra parte. Pochi giorni fa, Netanyahu ha pubblicamente affermato di rappresentare non solo lo stato di Israele, ma anche l'intero "popolo ebraico". Senza bisogno di chiederglielo.

Di conseguenza, Adelson non sarebbe in realtà uno straniero. Sarebbe uno di noi. Per vero, egli non ha diritto di voto in Israele, sebbene sua moglie probabilmente lo può fare. Tuttavia molti, incluso se stesso, pensano che lui, essendo ebreo, abbia buon diritto ad interferire nei nostri affari e dominare le nostre vite.

Per esempio, la nomina del nostro ambasciatore negli Stati Uniti. Ron Derner è un americano, nato a Miami, che ha militato nel Partito Repubblicano. Per un'amministrazione democratica, la nomina ad ambasciatore dello Stato di Israele di un americano che è un funzionario del Partito Repubblicano americano può sembrare strano. Non così strano se Netanyahu agisce agli ordini di Sheldon Adelson.

E' stato Adelson che ha preparato la pozione malefica che ha messo in pericolo l'ancora di salvezza tesa ad Israele da Washington. Il suo tirapiedi, Derner, ha indotto i deputati repubblicani al Congresso - tutti dipendenti dalla generosità di Adelson o speranzosi di esserlo - ad invitare Netanyahu per tenere davanti ad entrambe le camere un discorso anti-Obama.

Mentre veniva ordito questo intrigo, Derner ha incontrato John Kerry ma non gli ha fatto menzione della venuta di Netanyahu. Neppure Netanyahu ha informato il presidente Obama, che adirato, ha dichiarato di non voler incontrare il primo ministro israeliano.

Dal punto di vista dei vitali interessi di Israele, è follia pura provocare il Presidente degli Stati Uniti d'America, il quale controlla il flusso di armi americane verso Israele, nonchè il potere di veto americano alle Nazioni Unite. Ma dal punto di vista di Adelson, il quale desidera l'elezione di un presidente repubblicano nel 2016, tutto ciò ha molto senso. Egli ha già minacciato di voler investire somme illimitate di denaro per impedire la rielezione di ogni senatore o deputato che sia stato assente al discorso di Netanyahu.

Ci stiamo avvicinando ad uno scontro aperto tra il governo di Israele ed il Presidente degli Stati Uniti.

Qualcuno sta giocando alla roulette col nostro futuro?

(*) Uri Avnery è uno scrittore israeliano attivo nel movimento pacifista Gush Shalom. Ha contribuito al libro edito da CounterPunch "The Politics of Anti-Semitism"


Uri Avnery * | counterpunch.org


Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura 


Documentazione Popolare 

imagine tratta da internet



giovedì 31 luglio 2014

La menzogna è guerra : La vergognosa immunità


Enzo Pellegrin *
 
Ogni volta che l'Occidente interviene contro un suo obiettivo, lo dipinge come nemico del diritto delle genti, dei diritti fondamentali dell'uomo e dell'autodeterminazione dei popoli. Il pubblico occidentale è stato abituato a veder accompagnare gli interventi militari, le ingerenze di varia forma contro legittimi governi da proclami circa asserite gravi violazioni del diritto internazionale e crimini contro l'umanità.

Nel corso dell'intervento contro il colonnello Gheddafi, fu richiesta ed accolta l'emanazione di un mandato di cattura da parte della Corte Penale Internazionale. Il leader libico e suo figlio, capo dei servizi segreti, furono accusati di aver ordinato un'ondata di omicidi e di sparizioni forzate nei confronti di presunti oppositori, a partire da metà febbraio, con l'inizio delle proteste di Bengasi [1] Fu il secondo mandato d'arresto emesso dalla Corte penale internazionale per un capo di stato in carica, dopo quello spiccato nel 2009 nei confronti del presidente sudanese Omar al-Bashir.

Con l'inizio della crisi siriana, il governo di Assad fu ripetutamente accusato di aver utilizzato contro gli asseriti "ribelli" armi chimiche in violazione delle convenzioni internazionali, così come di aver favorito la perpetrazione di crimini di guerra. Con la usuale laconicità, l'alto commissariato ONU per i diritti umani, in persona di Navi Pillay, dichiarò di possedere prove massicce di crimini gravi, crimini di guerra e crimini contro l'umanità che coinvolgevano la "responsabilità ai più alti livelli di governo, compreso il capo dello Stato" [2]

Trovare prove del concorso del potere nei fatti di sangue si rivela quasi sempre una probatio diabolica - una missione impossibile - nelle democrazie borghesi. Ustica e le stragi di stato in Italia, insegnano. Come invece questo accada in poco tempo nei confronti dei dichiarati nemici esterni del blocco occidentale, partendo poi gli investigatori da una posizione tutt'altro che istituzionale, desta sempre grosse perplessità quando non sarcastici sorrisi.

Polemiche a parte, l'uso del diritto internazionale si è sempre prestato a fornire i colpi più duri nei confronti dei nemici di volta in volta individuati dal blocco imperialista occidentale, spesso costruendo il patibolo dell'esecuzione.

Per converso, nei confronti delle pedine alleate dell'imperialismo ovvero nei confronti dei suoi baluardi la severa scure giuridica a difesa dei diritti dell'umanità è rimasta il più delle volte riposta negli appositi armadi.

Il giovane stato israeliano, nato nel laboratorio politico-giuridico del sionismo di Ben Gurion, Weizemann e Wise, è l'esempio fulgido del fenomeno "due pesi, due misure". Sin dal brodo di coltura in cui nacque, mise in fila crimini comuni, crimini di guerra nonché le più disparate violazioni dei diritti umani, del diritto delle genti.

Senza voler fare una lunga cronistoria, né senza limitarsi ai soli strepiti recenti, appare interessante ricordare come lo "Zionist Biltmore Program", approvato nel maggio 1942 all'Hotel Biltmore di New York da 600 eminenti ebrei americani e 67 dirigenti sionisti di tutto il mondo, sotto la guida di David Ben Gurion e del rabbino americano Chaim Weizemann, si prefiggesse il dominio ebraico su tutta la Palestina, la creazione di un esercito ebraico, l'immigrazione illimitata degli ebrei nel futuro stato di sion. Scopi che sarebbero costati ad altri l'accusa di ingiustificata aggressione ai danni di un popolo quando non di genocidio: un tale programma sarebbe potuto figurare tra gli elementi dei capi di accusa a quel processo che di lì a poco si sarebbe celebrato a Norimberga come aggressione ad una popolazione inerme. Ai sionisti il programma valse invece l'installazione duratura del loro movimento nel sistema di dominio americano del Medio Oriente. L'accresciuta importanza del petrolio rendeva necessario per le esigenze dell'imperialismo USA un sicuro baluardo strategico in una regione instabile: Israele divenne e rimase quel sicuro baluardo per mezzo del movimento sionista. "Dopo tre decenni di protezione inglese, i sionisti si apprestavano all'atto conclusivo del loro piano di conquista in una condizione nuova: non dipendevano più dalla sola buona volontà britannica" [3].

Quanto poi al preordinare persecuzioni nei confronti di civili o al tanto abusato termine di "pulizia etnica", merita ricordare ciò che avvenne dopo l'evacuazione britannica dalla Palestina. L'Agenzia Ebraica aveva predisposto sin dal 1941 una serie di piani strategici per la conquista di quello che sarebbe poi stato il territorio sotto la sovranità del futuro stato ebraico. Uno di questi, il Piano D o "Dalet" si realizzò nella realtà: i reparti dell'Haganah e degli altri organismi militari sionisti (Irgun Zwai Leumi, Banda Stern ed altri) occuparono e presero il controllo di caserme, uffici pubblici, posti di polizia che di volta in volta venivano abbandonati dalle Autorità Britanniche; essi presero inoltre possesso di tutti i villaggi palestinesi adiacenti alle esistenti colonie ebraiche, stabilirono il controllo delle vie di comunicazione, strinsero d'assedio le località abitate dagli arabi. Tra le "misure per garantire la sicurezza della rete di difesa ebraica" fu prevista la distruzione dei villaggi che non potevano essere occupati o l'occupazione integrale di località con espulsione degli abitanti. In particolare, nel 9 aprile 1948, truppe dell'Haganah conquistarono il villaggio di Deir Yassin, dopodichè si ritirarono lasciando mano libera agli uomini dell'Irgun e della banda Stern che provvedettero al massacro di 254 persone tra uomini, donne, vecchi e bambini palestinesi. Dopo Deir Yassin oltre 474 centri abitati arabi furono occupati dalle forze sioniste ben 385 furono distrutti e scomparvero per sempre dalla carta geogeafica. Moshe Sharrett diede successiva voce alle intenzioni di una tale condotta: "I rifugiati troveranno il loro posto nella diaspora. Grazie alla selezione naturale certi resisteranno, altri no. La maggioranza diverrà un rifiuto del genere umano e si fonderà con gli strati più poveri del mondo arabo" [4]. Parole che a Norimberga sarebbero echeggiate nelle accuse e nelle requisitorie dei pubblici ministeri per altri personaggi storici ed altre vicende.

Quanto all' "ordinare omicidi", merita ricordare che dopo la proclamazione del neonato stato ebraico nel 1948 e l'inizio del conflitto con gli eserciti arabi, Folke Bernadotte, mediatore inviato dall'ONU ed incaricato di predisporre uno dei primi piani di pace, divenne bersaglio di un piano omicida. Fu deciso dalla Banda Stern, già responsabile del massacro di Deir Yassin. La decisione è opera dei membri che dirigevano l'organismo militare al'epoca: Israel Eldad, Nathan Yellin Mor e Ytzhak Shamir (che divenne primo ministro di Israele). I militari attesero lo svedese, parente della famiglia reale, sulla strada per Rehvot dove era atteso per una ispezione, e lo finirono in un agguato con fucili mitragliatori.

Questo è il brodo primordiale in cui si sviluppò e nacque lo stato ebraico. Inquietante appare il parallelismo storico: mentre sul banco degli accusati di Norimberga le potenze vincitrici contestavano accuse consistenti in atti di omicidio, brutalità, pulizia etnica, genocidio, soluzioni finali e selezione naturale dei detenuti nei campi di sterminio, un processo del tutto simile si ripeteva negli atti del sionismo, creatore dello stato ebraico.

Una volta affermata l'indipendenza dello stato ebraico, il governo di israele inaugurò la dura politica volta ad impedire il ritorno dei palestinesi nei territori occupati; lo storico israeliano Benny Morris calcolò in una conferenza tenuta alla fine del 1990 che migliaia di palestinesi che tentavano di rientrare nei territori per recuperare beni di loro proprietà furono uccisi da civili e militari israeliani nei primi anni di vita dello Stato Ebraico: il 99 per cento di quelli che si infiltravano non erano armati, ma contadini poveri che tornavano a raccogliere frutti dagli agrumeti a loro un tempo appartenuti. [5]

Con l'operazione "Pace in Galilea" della fine degli anni 80, Meahem Begim, capo del governo israeliano, già leader dell'Irgun Zwai Leumi [6], volge l'azione persecutoria dello stato ebraico contro i palestinesi oltre i confini dello stesso: in Libano, ultimo territorio in cui i palestinesi godevano di una minima indipendenza ed autodeterminazione dopo i fatti del "settembre nero". Sotto la roboante etichetta di una nuova "legalità internazionale", con la scusa di sgominare l'OLP, il ministro ex terrorista Begim affermò il diritto di Israele di intervenire in Libano in qualsiasi momento e sferrò di conseguenza l'attacco contro l'embrione di una comunità indipendente palestinese che si andava dotando faticosamente di un sistema politico, scolastico, di ospedali e trasporti, organismi economici e Università. Nel conflitto libanese, il 16 settembre si perpetrò il vergognoso massacro di Sabra e Chatila. Oltre quattrocento falangisti della destra cristiana libanese furono introdotti nei campi di Sabra e Chatila. In due giorni (dal 16 al 19 settembre) massacrarono più di 3000 palestinesi allo scopo di seminare un orrendo terrore in tutto il popolo con torture prima dell'assassinio e mutilazioni. Furono fucilate intere famiglie lasciando vivo un superstite perchè potesse testimoniarne la brutalità, furono fatte saltare in aria con la dinamite le case dei profughi con le persone rinchiuse dentro.

Oltre Sabra e Chatila, il bilancio dell'operazione "Pace in Galilea", secondo dati forniti dalla polizia libanese, vide negli aggrediti 19.085 morti, 30.302 mutilati e feriti. L'84 per cento delle vittime erano civili, il 33 per cento di questi aveva meno di quindici anni ed il 24 per cento più di cinquanta. Nel Libano Meridionale, dei 92.000 rifugiati palestinesi che vi vivevano, oltre 60.000 rimasero senza tetto [7].

Fatti di questo genere si aggiungono alle innumerevoli violazioni delle risoluzioni dell'ONU, alle violazioni odierne compiute nella vergognosa azione sulla striscia di Gaza. La scusa è sempre la stessa: la necessità di colpire un'organizzazione asseritamente giudicata terrorista offre il destro per lo sterminio ed il genocidio della popolazione civile palestinese, vero ostacolo agli interessi dello stato ebraico e del blocco imperialista di cui è baluardo. Manlio Dinucci ha chiarito bene sul Manifesto gli obiettivi di conquista delle fonti energetiche di gas naturale al largo di Gaza, soprattutto per sottrarlo alle società russe che stavano raggiungendo un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti.

Per raggiungere questo obiettivo lo stato ebraico, conformemente alla spietatezza e mancanza di scrupoli morali dimostrata sin dalla nascita, non esita ad utilizzare armi sperimentali sulla popolazione civile: bombe DIME che "contengono tungsteno, un metallo cancerogeno, che permette di produrre esplosioni incredibilmente distruttive, capaci di tagliare la carne e le ossa, spesso troncando gli arti inferiori delle persone all'interno del loro raggio d'azione." [8].

Contro questo baluardo della politica imperialistica occidentale, il diritto internazionale che il blocco occidentale ha più volte utilizzato per fomentare le campagne contro i suoi nemici, giustificandone l'annientamento, si è prodotto nella condotta dei "due pesi due misure", restando più volte indifferente, rafforzando le speciose giustificazioni difensive, applicando sanzioni manifesto di fatto inutili o mai seriamente applicate, garantendo insomma una più che vergognosa immunità allo stato ebraico.

La sovrastruttura giuridica internazionale, pur se debole di costituzione, svolge quantomeno quel ruolo tutt'altro che imparziale che il diritto interno svolge per il conflitto sociale: costituire una finta gabbia di asserita imparzialità per favorire gli interessi del blocco sociale o politico dominante. Questo è pure un profilo sotto il quale la situazione palestinese offre uno spunto accoglibile di riflessione sulla repressione del conflitto sociale in Italia e soprattutto, in Valsusa, teatri dove oggi più che mai la politica dei due pesi e due misure è applicata in modo eclatante. Diritto usato in modo maniacalmente sistematico e vigilesco nei confronti del conflitto sociale, drammaticamente nei fatti insufficiente nei confronti dei blocchi di interesse che legalmente stanno uccidendo società, lavoro, ricchezza, ambiente, risorse e territorio.

Prendere coscienza dei meccanismi dell'imperialismo e del capitalismo significa indubbiamente sollevare anche questa contraddizione: la legalità internazionale è spesso legalità che uccide, opprime, regola in base ad interessi antipopolari, con lo stesso identico meccanismo col quale la legalità interna nelle società capitaliste garantisce l'oppressione, lo sfruttamento e la perpetuazione di quei rapporti di produzione tanto cari a Bertolt Brecht. Quei rapporti di produzione che nelle fasi di crisi del capitale, finiscono spesso per portare in qualche modo anche la morte.

*
Enzo Pellegrin, componente collegio di difesa del Movimento NO TAV.
Note

1. http://www.amnesty.it/arrestare-e-processare-gheddafi-suo-figlio-e-capo-dei-servizi-segreti.
27.6.2011.

2. Siria, l'Onu accusa Assad: "Ha autorizzato crimini di guerra e contro l'umanità", La Repubblica on line, 2.12.2013, http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/02/news/siria_jihadisti_sequestrano_suore_del_convento_di_maalula-72507285/
  1. Filippo GAJA, Le frontiere maledette del Medio Oriente, cap. 30, "Un Mosè da Oltre Atlantico", Maquis ed. 1991, p. 180.

    4. Archivi dello Stato di Israele, ministero degli affari esteri, documentazione sui rifugiati,doc. n. 2444/19 in F.GAJA, Op.cit. p. 197

    5. F. GAJA, Op. cit. p. 206

    6. Organizzazione militare nazionale attiva nei fatti terroristici degli anni che portarono alla fondazione dello stato ebraico

    7. F. GAJA, op. cit. p. 218.

    8. Israele sta usando armi sperimentali sui civili di Gaza, dicono i medici, www.resistenze.org - popoli resistenti - palestina - 16-07-14 - n. 507, Rania Khalek | electronicintifada.net - Traduzione da contropiano.org


(foto2 )Ormai la maggioranza idiotizzata  è asservita all'informazione che il potere passa
Foto inserite da amministratore blog corrente , foto 2 tratta da :

domenica 6 aprile 2014

Quando rinsaviranno gli americani?


Ucraina e Jugoslavia
 
"A volte ho la sensazione che da qualche parte, nell'enorme palude statunitense, qualcuno in laboratorio conduca esperimenti, come sui ratti, senza realmente comprendere le conseguenze di quello che sta facendo". Vladimir Putin, 4 Marzo 2014. Cinque anni fa, scrissi un articolo per una conferenza di Belgrado in commemorazione del decimo anniversario dall'inizio dei bombardamenti NATO in Jugoslavia. In questo documento ho evidenziato che la disintegrazione della Jugoslavia era un laboratorio sperimentale per perfezionare le varie tecniche che sarebbero poi state utilizzate nelle cosiddette "rivoluzioni colorate" o in altre operazioni di "cambio di regime" contro i leader considerati indesiderabili dal governo degli Stati Uniti. A quel tempo, avevo in particolare sottolineato le analogie tra la regione della Krajina dell'ex Jugoslavia e l'Ucraina. Ecco quanto scrivevo all'epoca:

Dove sono scoppiate più violentemente le guerre che hanno determinato la disintegrazione della Jugoslava? In una regione chiamata Krajina. Krajina significa terra di confine. Così l'Ucraina: una varietà dello stesso ceppo slavo. Sia la Krajina che l'Ucraina sono terre di frontiera tra cristiani cattolici in occidente e cristiani ortodossi in oriente. La popolazione è divisa tra chi a oriente desidera rimanere legato alla Russia e chi a occidente è attratto dalle terre cattoliche. Ma in Ucraina nel suo complesso, i sondaggi mostrano che circa il settanta per cento della popolazione è contraria all'adesione NATO. Eppure gli Stati Uniti e i suoi satelliti continuano a parlare del "diritto" dell'Ucraina di aderire alla NATO. Non si parla mai del diritto di non aderire alla NATO.

Condizione per l'Ucraina di adesione alla NATO è l'estromissione delle basi militari straniere dal territorio ucraino. Ciò implica espellere la Russia dalla sua storica base navale a Sebastopoli, essenziale per la flotta russa nel Mar Nero. Sebastopoli è sulla penisola di Crimea, abitata da russi patriottici e diventata parte amministrativa dell'Ucraina nel 1954 per volere di Nikita Krusciov, un ucraino.

All'incirca quanto aveva fatto Tito, un croato, che assegnò quasi tutta la costa adriatica della Jugoslavia alla Croazia, rafforzandone i confini amministrativi a danno dei serbi.

Siccome le stesse cause possono generare effetti simili, l'insistenza degli Stati Uniti sulla "liberazione" dell'Ucraina dall'influenza russa può generare le stesse conseguenza dell'insistenza occidentale nel "liberare" i croati cattolici dai serbi ortodossi. Ossia la guerra. Ma invece che una piccola guerra contro i serbi, che non disponevano né di mezzi né della volontà a combattere l'Occidente (dal momento che si pensavano maggioritariamente parte di esso), una guerra in Ucraina significherebbe una guerra con la Russia. Una superpotenza nucleare che non resterà passivamente ad osservare gli Stati Uniti muovere la loro flotta e le loro basi aeree ai bordi del territorio russo, sia nel Mar Nero che nel Mar Baltico, per terra, mare e aria.

Ogni giorno, gli Stati Uniti si impegnano nell'espansione della NATO, addestrando forze,
costruendo basi, definendo accordi. Questo va avanti costantemente, ma è scarsamente riportato dai media. I cittadini dei paesi della NATO non hanno idea dell'impresa in cui sono coinvolti. (...) La guerra era facile quando significava la distruzione di una Serbia inerme e innocua, senza vittime fra gli aggressori della NATO. Ma quando il belligerante è una superpotenza con un arsenale nucleare a disposizione, la cosa non è così divertente."

Così, eccoci cinque anni più tardi da quel mio articolo, e io mi accingo a partecipare ad un'altra commemorazione di Belgrado, questa volta del quindicesimo anniversario dall'inizio dei bombardamenti NATO in Jugoslavia. E questa volta, non ho davvero nulla da dire. Altri, più autorevoli, dal professor Stephen Cohen a Paul Craig Roberts, hanno già detto le stesse cose, più e più volte. Molti di noi hanno messo in guardia contro la pericolosa follia di cercare di provocare costantemente la Russia, arruolando suoi vicini in un'alleanza militare in cui il nemico non poteva che essere... la Russia. Di tutte le nazioni vicine alla Russia, nessuna è più organicamente legata alla Russia per lingua, storia, realtà geopolitica, religione e sentimenti. Il sottosegretario di Stato USA per l'Europa e l'Eurasia, Victoria Nuland, ha apertamente vantato che gli Stati Uniti hanno speso cinque miliardi di dollari per guadagnare influenza in Ucraina, più propriamente per allontanare l'Ucraina dalla Russia, in un'alleanza militare con gli Stati Uniti. Non è più un segreto che Nuland abbia intrigato persino contro gli alleati europei, che nutrivano un'ambizione meno brutale, sostituendo il presidente eletto col protetto dagli Stati Uniti: "Yats", come la sottosegretaria chiama Yatsenyuk, in effetti è stato prontamente installato nel governo di estrema destra instauratosi dopo le azioni violente perpetrare da parte di uno dei pochissimi movimenti fascisti violenti che ancora sopravvivono in Europa.

È vero, i media occidentali non riportano tutti i fatti a loro disposizione. Ma sulla rete viaggiano le informazioni. E nonostante questo, i governi europei non protestano, non ci sono manifestazioni di piazza, gran parte dell'opinione pubblica sembra accettare l'idea che il cattivo della storia sia il presidente russo, accusato di impegnarsi in un'aggressione non provocata contro la Crimea, quando in effetti sta rispondendo ad una delle provocazioni più clamorose della storia.

I fatti ci sono. I fatti sono eloquenti. Cosa posso dire che non dicano i fatti?

Quindi, fino ad ora, sono rimasta senza parole davanti a quella che mi pare una totale follia. Tuttavia, alla vigilia del mio viaggio a Belgrado, ho accettato di rispondere alle domande del giornalista Dragan Vukotic per il quotidiano serbo Politika. Ecco l'intervista.
D. Nel suo saggio Fools' Crusade: Yugoslavia, NATO, and Western Delusions, aveva illustrato un atteggiamento diverso sul bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO rispetto molti dei suoi colleghi intellettuali in Occidente. Cosa l'ha spinta a trarre una simile conclusione impopolare?

R. Molto tempo fa, come studente dell'area russa, ho trascorso diversi mesi in Jugoslavia, vivendo in un ostello per studenti a Belgrado e ho fatto amicizie. Mi sono rivolta a questi vecchi amici per avere un loro giudizio, in particolare sulle fonti usate dai giornalisti occidentali. Nutro da sempre interesse sulla politica estera statunitense. Ho cominciato la mia inchiesta sui conflitti in Yugoslavia, leggendo documenti fondamentali, come i discorsi di Milosevic, il memorandum dello studioso serbo Alija Izetbegovic, notando l'inesattezza del modo in cui erano rappresentati sui media occidentali. Non ebbi istruzioni dagli editori, e in effetti i miei editori presto rifiutarono di pubblicare i miei articoli. Non sono stata l'unico osservatore esperto a essere esclusa dalla copertura dei media occidentali.
D. Anche se gli eventi successivi hanno confermato che l'operazione di bombardamento illegale di un paese senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza era completamente sbagliata, i media occidentali mainstream e i politici citano ancora il successo del "modello Kosovo". Cosa commenta?

R. Per loro, è stato un successo, dal momento che costituiva un precedente per l'intervento della NATO. Non avrebbero mai ammesso che si sbagliavano.
D. Apprestandosi all'"intervento umanitario" contro la Siria, l'amministrazione Obama ha riferito che stavano studiando "la guerra aerea della NATO in Kosovo come un possibile modello per agire senza un mandato delle Nazioni Unite".

R. Questo non è sorprendente, dal momento che la fissazione di un simile precedente è stato uno dei motivi di quella guerra aerea.
D. In uno dei suoi articoli si interrogava a proposito della Libia sulla posizione della Corte Penale Internazionale (CPI), rammentando il "modello familiare" nel caso del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Che cosa pensa di questi strumenti di giustizia internazionale e del loro ruolo nelle relazioni internazionali?

R. Nel contesto dei presenti rapporti di forze mondiali, la CPI come i tribunali ad hoc possono solo servire come strumento di egemonia degli Stati Uniti. Tali tribunali penali sono utilizzati solo per stigmatizzare gli avversari degli Stati Uniti. Il ruolo principale della CPI finora è stato di giustificare il presupposto ideologico che esista una "giustizia internazionale" imparziale che ignora i confini nazionali e serve a far rispettare i diritti umani. Come John Laughland ha sottolineato, un tribunale deve essere l'espressione di una particolare comunità che accetta di giudicare i propri membri. Inoltre, questi tribunali non hanno alcuna polizia propria, ma devono fare affidamento sulla forza armata di Stati Uniti, NATO e i loro stati clienti, con il risultato che sono automaticamente esenti da procedimenti giudiziari da parte di questi presunti tribunali "internazionali".
D. Qual è, a suo parere, lo scopo principale di dichiarare il cosiddetto intervento umanitario? Ha più a che fare con l'opinione pubblica nazionale e con i partner internazionali?

D. L'ideologia dei diritti dell'uomo (un concetto discutibile, per inciso, dal momento che i "diritti" devono essere oggetto di accordi politici concreti, non solo esplicitati in concetti astratti) serve sia a scopi nazionali che mondiali. Per l'Unione europea, suggerisce un nazionalismo europeo "leggero" basato sulla virtù sociale. Per gli Stati Uniti, che sono più schietti dell'Europa di oggi nel proclamare il proprio interesse nazionale, l'ideologia dei diritti dell'uomo serve a investire gli interventi stranieri della dignità di crociata, che fa appello agli alleati europei e soprattutto alla loro opinione nazionale, nonché per il mondo anglofobo in generale (Canada e Australia in particolare). È il tributo che il vizio rende alla virtù, fa eco LaRochefoucauld.
D. Spesso si usa la locuzione "Stati Uniti e i suoi satelliti europei". Cosa si intende?

R. "Satelliti" è il termine utilizzato per i membri del Patto di Varsavia. Oggi i governi degli stati membri della NATO seguono Washington docilmente come quelli del Patto di Varsavia seguivano Mosca, anche quando, come nel caso dell'Ucraina, gli Stati Uniti andranno contro gli interessi europei.
D. Come giudica gli accadimenti tra Ucraina e Crimea, soprattutto in termini di relazioni USA-Russia?

R. Le relazioni USA-Russia sono caratterizzate principalmente da una continua ostilità geostrategica statunitense verso la Russia che è in parte una questione di abitudine o inerzia, in parte un'applicazione della strategia di Brzezinski di dividere l'Eurasia al fine di mantenere l'egemonia mondiale degli Stati Uniti e in parte il riflesso della politica israeliana di dominio in Medio Oriente su Siria e l'Iran. Tra le due maggiori potenze nucleari, vi è chiaramente un aggressore e un aggredito. Spetta all'aggressore cambiare rotta se si vuole normalizzare i rapporti. Basta fare un confronto. Forse la Russia esorta il Quebec alla secessione dal Canada in modo che entri in alleanza militare con Mosca? Evidentemente no. Sarebbe un fatto paragonabile, per quanto meno grave rispetto alla recente mossa statunitense guidata da Victoria Nuland di portare l'Ucraina e anche la base navale russa a Sebastopoli, nell'orbita occidentale. La realtà materiale di questa orbita politica è la NATO, che dopo la fine dell'Unione Sovietica ha sistematicamente ampliato la sua agibilità nei paesi attorno alla Russia, con stazioni missilistiche la cui unica funzione strategica sarebbe quella di fornire agli Stati Uniti un ipotetico primo colpo in caso di attacco nucleare ai danni della Russia, e che tiene regolarmente manovre militari lungo i confini russi. La Russia non ha fatto nulla contro gli Stati Uniti e di recente ha fornito al presidente Obama un modo di

salvare la faccia e evitare di andare sotto al Congresso in materia di azione militare contro la Siria: azione che non era voluta dal Pentagono, ma desiderata da una frazione di politici orientati verso Israele, i cosiddetti "neocons". La Russia professa un'ideologia non ostile e cerca normali relazioni con l'Occidente. Che altro può fare? Aspettare che gli americani rinsaviscano.



23/03/2014

Diana Johnstone | counterpunch.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

 tratto da :


 immagine da internet inserite da amministratore blog


giovedì 20 marzo 2014

Le guerre di Washington - Las guerras de Washington


 
Una buona analisi sulla situazione mondiale anche se il documento  è stato redatto il 05/03/2014, cioè prima dell'aggravarsi delle relazioni tra USA/UnioneEuropea e Russia per la questione del golpe in Ucraina.
 
 




 Higinio Polo

Il generale Wesley K. Clark, che fu il comandante supremo della Nato alla fine degli anni novanta, riconosceva nel 2001 (e pubblicò nel 2003 "Winning Modern Wars: Iraq, Terrorism and the American Empire) che i piani nordamericani per attaccare l'Iraq avrebbero trovato continuità in Siria, Libano, Iran, Somalia e Sudan. Dietro questa pianificazione c'era buona parte dell'establishment statunitense, nel governo, nel Pentagono, negli istituti di pensiero o think-tank e nelle corporation, con attori come il corrotto Paul Wolfowitz (che arrivò ad essere sottosegretario alla difesa e, precedentemente, ambasciatore in Indonesia, dove sostenne il sinistro Suharto), portatore della cosiddetta "dottrina Wolfowitz", che postulava l'unilateralismo nelle relazioni internazionali e le "guerre preventive" al fine di garantire il predominio nordamericano nel XXI secolo. In generale, l'intero settore neoconservatore americano, da Dick Cheney a Donald Rumsfeld passando per lo stesso George W. Bush, da William Kristol e Richard Perle, aveva questa visione guerrafondaia, partecipando allo sviluppo dei piani e delle guerre d'aggressione che hanno insanguinato il primo decennio del secolo e la cui dinamica è proseguita sotto la presidenza Obama.

Gli anni di Bush hanno conosciuto un'offensiva generalizzata nelle diverse aree del mondo, diretta a imporre il "nuovo secolo americano". Afghanistan e Iraq sono state le guerre più importanti, conflitti sanguinosi non ancora chiusi, ma non furono le uniche: guerre segrete di bassa intensità come quelle imposta a Iran e Pakistan, le operazioni punitive condotte in diversi paesi di Africa e Asia (Somalia, Sudan, Yemen, Libia, Siria), i programmi di destabilizzazione nella periferia russa e nelle regioni cinesi tramite movimenti nazionalisti attestano la determinazione degli Stati uniti a voler mantenere la propria egemonia globale con l'uso della forza e della guerra. Alcune di queste guerre a bassa intensità sono letali: solo in Pakistan, secondo le stime di Amnesty international, gli Stati uniti hanno ucciso con i droni oltre quattromila persone negli ultimi dieci anni. E il presidente Obama non ha affatto chiuso con questa prassi, anzi.

All'ambizione di rimodellare il Medio oriente, affossare l'Iran e distruggere gli ultimi alleati di Mosca, sono stati aggiunti i piani concreti per includere l'Asia centrale nella zona di influenza di Washington, riducendo la Russia a status di potenza regionale impotente, e la progettazione di un nuovo "cordone sanitario" intorno alla Cina, il paese che più di un decennio fa era ancora la sesta economia mondiale, ma che già si profilava come una importante sfida strategica per gli Stati uniti. E questo per una buona ragione: quando incominciò l'invasione nordamericana dell'Afghanistan, nel 2001, non solamente il Pil degli Stati uniti superava abbondantemente quello cinese, ma anche Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna avevano un potere economico maggiore della Cina. Tuttavia, come già temevano gli analisti dell'establishment nordamericano, l'impressionante crescita economica cinese avrebbe cambiato la situazione e tutte le tendenze indicano, secondo le stime del Fmi, che la Cina sorpasserà (a parità di potere d'acquisto) il Pil nordamericano nel 2017: tre anni al temuto momento che Washington ha voluto ostacolare in ogni modo. I problemi si accumulano per Washington: l'elevato indebitamento (17mila miliardi di dollari di debito governativo, che salgono a 60mila miliardi se si aggiungono i debiti dei governi locali degli stati e delle istituzioni finanziarie), il deplorevole stato delle infrastrutture negli Stati uniti (ponti, rete viaria, mancanza di nuove comunicazioni), e la prevedibile fine del ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale non preannunciano tempi migliori.

Tuttavia, la pianificazione strategica nordamericana per fermare la propria relativa decadenza si è rivelata fallimentare, a dispetto di vittorie regionali, come in Libia, e nonostante mantenga un potere economico e militare non disprezzabile. L'esplosione della crisi economica nel 2008 ha acuito le tendenze negative negli Stati uniti, mostrando il loro graduale indebolimento economico e il fatto di possedere una percentuale ogni volta minore del Pil mondiale. L'arrivo di Obama alla presidenza ha fatto supporre una rielaborazione della politica estera, benché si sia rassegnato ad accettare molte delle decisioni di Bush (a cominciare dal mantenimento di Guantánamo e dalle operazioni speciali di assassinio senza alcun tipo di controllo giudiziale) e sia stato assorbito nelle dispute domestiche, mentre i circoli di potere si dibattono tra l'ambizione di mantenere il predominio e la graduale accettazione che l'ascesa cinese rende inevitabile la negoziazione di un nuovo disegno strategico mondiale. Con Obama, Washington, senza abbandonare la vecchia inerzia degli anni di Bush, ha rinunciato a spingere in modo deciso per l'apertura di una nuova tappa nelle relazioni tra le grandi potenze, a dispetto dell'annuncio di grandi iniziative (come quella presentata nel giugno 2013, a Berlino, che offriva un disarmo nucleare alla Russia e che Mosca non ha preso sul serio per via dei piani nordamericani per sviluppare lo scudo antimissili) che sono poco più che operazioni di propaganda.

Il 2013 cominciava con una tensione senza precedenti tra Stati uniti e Russia, per la legge Magnitski, appoggiata da Obama (che poneva il veto a diciotto magistrati e alti funzionari russi), misura a cui la Duma russa rispose con la legge Dima Yakovlev, (chiamata così per il bambino russo che morì abbandonato in un'automobile dal padre adottivo nordamericano), mentre, in cambio, il ministero di esteri russo pubblicò una lista dove apparivano i nomi dei capi militari di Guantánamo implicati in torture, come quelli dei consiglieri del governo e agenti della Dea. Le controversie si aggravavano.

Nell'aprile 2013, il consigliere per la sicurezza nazionale nordamericano, Tom Donilon, consegnò una nota di Obama al presidente russo che affrontava le differenze politiche e militari sullo scudo antimisili e l'armamento atomico, presentando alcune proposte commerciali. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, sostiene che la normalizzazione delle relazioni con Washington è una questione centrale per Mosca, benché sia cosciente che la Russia in varie occasioni è stata ingannata dagli Stati uniti, i quali sono venuti meno agli impegni. Lo ha fatto con l'integrazione dell'Europa orientale nella Nato, con l'incorporazione delle repubbliche baltiche e continua a farlo col persistente tentativo di impadronirsi di Ucraina e Georgia, oltre alle operazioni portate avanti in Asia centrale, alcune pubbliche, altre coperte. Lo ha fatto anche con l'imposizione di una forza Nato in Afghanistan, con la bugia sullo scudo antimisili per "difendersi" dall'Iran, e con le operazioni militari contro Libia e Siria, paesi che mantenevano buoni rapporti con Mosca. È ovvio che Mosca non possa fidarsi della serietà delle parole di Washington. L'ultimo rapporto elaborato dal dipartimento di stato nordamericano sul compimento degli accordi di disarmo, gettava sale sulle ferite accusando la Russia di non rispettare la Convenzione sulla proibizione di armi batteriologiche e tossiche, la Convenzione sulle armi chimiche e gli accordi sulle armi convenzionali in Europa. La relazione evitava di citare la mancata ratifica del Trattato sulla proibizione dei test nucleari che Washington si era impegnata a fare. Non ci sono avanzamenti nei negoziati sul disarmo, nonostante siano apparse, perfino negli Stati uniti, serie critiche allo scudo antimisili, come sostenuto da un gruppo di scienziati del Mit, in particolare dal fisico Theodore Postol, e a dispetto della proposta di disarmo esposta pubblicamente da Obama a Berlino.

Putin, come una dimostrazione di buona volontà, ha accettato di cedere una base alla Nato, a Ulianosvsk, per la campagna militare nordamericana in Afghanistan, anche se le differenze sulla Siria (Ginevra 2), sui negoziati con Iran, sullo scudo antimissili o il previsto ampliamento della Nato verso oriente e l'intromissione in Ucraina, Moldavia e Georgia, continuano a deteriorare le loro relazioni. Afghanistan, origine delle rotte della droga, ha somma importanza per Mosca, e il governo russo è molto interessato alla pacificazione del paese e alla lotta contro il narcotraffico, ma niente è certo. Il generale John R. Allen, capo militare della Nato in Afghanistan (a cui Obama aveva riservato la direzione dell'alleanza), si è dimesso ed è stato sostituito da Joseph Dunford Jr, l'uomo che dovrà organizzare il ritiro, mentre le attività segrete della Cia, dei commandos delle operazioni speciali di Washington e della stessa Nato hanno alimentato i canali dei trafficanti di droga afgani e dei signori della guerra. Non bisogna dimenticare che settori
della Cia e del Pentagono hanno collaborato con organizzazioni di narcotrafficanti per controllare a distanza le loro azioni e metterli al servizio dei loro obiettivi di predominio politico in Asia. Mosca è molto interessata a limitare il flusso di droghe. La Russia, dove causano migliaia di morti ogni anno, è uno dei paesi più colpiti del mondo. È certo che in Afghanistan, gli Stati uniti hanno cercato di combattere le coltivazioni di oppio, ma la loro politica si trasformata in un evidente fallimento che ha aggravato la situazione nel paese (molti contadini poveri finiscono nelle mani dei narcotrafficanti per debiti, dovendo perfino consegnare in pagamento le proprie figlie), e che diventa una minaccia per la Russia. Senza dimenticare la sua implicazione nelle guerre: buona parte delle attività dei gruppi armati che combattono il governo siriano di Bachar al-Assad si finanziano col narcotraffico afgano. Víctor Ivanov, responsabile del Fskn russo (l'organismo preposto al contrasto del narcotraffico), ha affermato che circa ventimila mercenari presenti in Siria dipendono dal denaro ottenuto con la vendita di eroina in diversi paesi asiatici ed europei, come la Russia.

Mentre si indebolisce il potere economico e politico statunitense, si rafforza la sua macchina bellica. Lo spiegamento della Nato in Asia intende assicurare il predominio nordamericano. Le ambizioni su basi militari permanenti in Afghanistan, Iraq, Kirghizistan (e anche in Uzbekistan), oltre a Filippine, Indonesia, Giappone e Corea del sud, seguono questa logica, con la collaborazione della Nato. Inoltre, la diplomazia nordamericana lavora per inserire nel suo ambito di influenza Kazakistan e Turkmenistan. Questa strategia non è nuova. Già nel 1997, sotto Yeltsin, e su iniziativa del senatore repubblicano Sam Brownback, gli Stati uniti approvarono il "Silk road strategy act" per consolidare i nuovi stati centroasiatici, stimolare le tendenze di rottura con Mosca, ed attrarli verso la loro sfera di influenza utilizzando ogni mezzo diplomatico e le operazioni segrete di Cia, Pentagono e dei servizi segreti alleati, come Arabia, Israele o Turchia.

Questo ricorso ad operazioni segrete è utilizzato anche dalle compagnie petrolifere che ingaggiano imprese di mercenari, fatto che, unito in molte zone all'intervento militare aperto e al sistematico utilizzo da parte del governo Obama di compagnie di mercenari ("contractors", secondo l'ipocrita linguaggio del Pentagono e del dipartimento di stato), ha creato grande confusione in molte zone alimentando il terrorismo come reazione, terrorismo che paesi come Cina o Russia si sforzano di contenere perché temono che aumenti all'interno dei loro paesi. I recenti attentati in Xinjiang e nel Caucaso russo lo dimostrano. Questa condotta viene da lontano. Baku, per esempio, è stata utilizzata per anni dai servizi segreti nordamericani (col governo azero che chiudeva volontariamente gli occhi), per introdurre mercenari islamisti nelle regioni russe di Cecenia e Daghestan, molte volte in collaborazione con la mafia cecena dedita al narcotraffico. Non bisogna dimenticare che il presidente Ilham Aliyev (come prima suo padre, il defunto Gueidar Aliyev), che ha ricevuto l'appoggio delle imprese petrolifere occidentali, dirige un governo-cliente degli Stati uniti. Le compagnie petrolifere nordamericane (e britanniche) si riparano dietro lo scudo dei mercenari e la loro capacità di corrompere funzionari e ministri è una risorsa in più nello sviluppo dell'influenza politica nordamericana.

La Cina è il terzo protagonista del triangolo strategico. Le riforme spinte dal nuovo governo cinese che pretendono, tra le altre cose, la diminuzione del peso delle esportazioni nella propria economia e lo sviluppo del mercato interno, si accompagnano a differenti progetti strategici, in maggioranza orientati al suo rafforzamento economico e a dare impulso ad un mondo multipolare. La pressione cinese, per quanto anche russa e di altri paesi, per riformare il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e perfino l'Organizzazione mondiale del commercio, va di pari passo con lo sviluppo di nuovi accordi commerciali della Cina in differenti aree del pianeta, come nell'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), in paesi americani come Perù, Cile e Costa Rica, in Asia e Oceania (Nuova Zelanda). La retrocessione del dollaro come moneta, unita alla crescente internazionalizzazione dello yuan, inaugura nuovi scenari quasi impensabili fino a pochi anni fa: la Cina ha stipulato accordi per commerciare nelle rispettive monete, senza utilizzare la valuta nordamericana, con paesi alquanto rilevanti come Brasile o Giappone e altri.

Gli Stati uniti rispondono alla nuova realtà con il " pivot to Asia", proclamato dalla diplomazia nordamericana che altro non è se non il riconoscimento della progressiva perdita di influenza nel continente più grande e popolato. Washington è cosciente che il consolidamento cinese in Asia limita la sua presenza, benché non rinunci al suo storico protagonismo conquistato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Per questo motivo, l'apparizione di fuochi di conflitto nel sud-est asiatico, la periodica ripresa della crisi nella penisola coreana, le decisioni giapponesi o filippine in materia di dispute marittime, sono espressione della politica nordamericana di contenimento della Cina, senza dimenticare l'utilizzo della carta dell'individualismo nazionalista in Tibet, Xinjiang, o perfino in Mongolia. Washington continua a contare su solidi alleati in Asia (Giappone, Corea del Sud, Filippine e Tailandia) e cerca di rafforzare i suoi accordi con Indonesia, India e Malesia, allettando perfino il Vietnam. Mentre la Cina vuole aprire canali diplomatici di contrattazione sulle controversie asiatiche, gli Stati uniti incoraggiano lo scontro e pretendono inoltre di essere presenti nei negoziati bilaterali tra paesi. La rivendicazione cinese delle isole Diaoyu (Senkaku, per il Giappone), occupate dagli Stati uniti alla fine della Seconda guerra mondiale e trasferite a Tokyo nel 1972, ha dato luogo a nuove divergenze, potenzialmente pericolose. Pechino esige che i velivoli che attraversino lo spazio aereo delle isole si identifichino, fatto che ha portato il segretario per la difesa nordamericano, Chuck Hagel, a dare garanzie al governo giapponese che Washington proteggerà militarmente la sovranità nipponica sulle isole, e a dare istruzioni affinché aerei da guerra pattuglino la zona e ignorino lo spazio aereo cinese sulle isole. Dei portavoce del governo nordamericano hanno mostrato la loro preoccupazione per la condotta cinese che, secondo Washington, "preoccupa i suoi vicini".

Tra gli obiettivi della diplomazia cinese e russa vi è un nuovo quadro di relazioni internazionali, che contemplano anche l'apporto dell'India. In occasione della dodicesima riunione dei ministri degli esteri cinese, russo ed indiano, a Nuova Delhi, Wang Yi, il ministro degli esteri cinese proponeva alla fine del 2013 che Cina, Russia e India spingessero avanti la loro cooperazione per raggiungere lo status di alleati strategici, coordinandosi davanti alle crisi e alle dispute internazionali più rilevanti (con particolare attenzione a Siria, Iran, Afghanistan e penisola della Corea), con l'obiettivo di democratizzare le relazioni internazionali ed avanzare verso un mondo multipolare. Il ministro cinese non ha dimenticato di commentare l'importanza della cooperazione per sviluppare la proposta di una nuova via della seta, con le possibilità economiche che essa può aprire. La Cina ha proposto anche di sviluppare un "corridoio economico" fra Bangladesh, India, Birmania e Cina, con speciale attenzione al trasporto ferroviario e alla costruzione di impianti energetici.

La Cina non punta a sostituirsi agli Stati uniti nella posizione egemonica sul mondo, ma lavora per sviluppare un nuovo ordine mondiale che superi la fase di predominio nordamericano, fonte di molti dei problemi attuali. Non vuole neanche essere trascinata in confronti militari, benché non smetta per questo di tracciare linee rosse che gli Stati uniti non devono oltrepassare. Il vecchio mondo vigilato dal gendarme americano sta giungendo alla fine e le strutture politiche internazionali scricchiolano. L'ampliamento del vecchio G-7 e la sua conversione nel G-8 non ha risolto la pratica inoperosità di questo gruppo che, un quarto di secolo fa, pretendeva di essere un governo mondiale de facto, diretto dagli Stati uniti. In realtà, il nuovo G-20 è il riconoscimento del fallimento e dell'inutilità pratica del G-7, tratto che, unito al rafforzamento dell'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), asse della politica estera cinese, e all'apparizione di piattaforme informali come gli incontri dei Brics, annunciano già il nuovo mondo multipolare. Di fronte a ciò, non è per caso che Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del governo Obama, insistesse, alla fine del 2013, sul fatto che l'Asia era "il principale centro d'attenzione" del suo paese, assicurando il dispiegamento del sessanta percento della flotta Usa nel Pacifico entro un termine di cinque o sei anni. Corea del Nord, Giappone, Filippine ed il Mare della Cina meridionale saranno gli scenari di nuove controversie.

Gli Stati uniti non hanno ancora rinunciato a conservare la loro supremazia globale e a questo fine continuano ad utilizzare la loro capacità diplomatica, l'influenza negli organismi internazionali, il peso economico e l'impressionante forza militare. Continuano ad essere la maggiore potenza militare del pianeta, ma questa circostanza, paradossalmente, non gli consente di vincere le guerre moderne né di aumentare la propria influenza strategica. Ciò ha anche creato problemi tra gli alleati di Washington: le relazioni con Arabia, Israele, Egitto o Pakistan hanno conosciuto tempi migliori, ed è ovvio che i negoziati aperti con l'Iran sono il riconoscimento implicito dei limiti della sua politica estera. Le guerre sono combattute come nel passato, ma anche con droni, operazioni segrete, commandos per rapire persone, con la tutela dei gruppi terroristici, il finanziamento di gruppi politici, con lo spionaggio planetario della Nsa, come evidenziato dal caso Snowden: gli Stati uniti si sono assegnati lo status di modello da seguire, di democrazia esemplare, che ha diritto di giudicare il resto dei paesi, di esigere cambiamenti e decisioni e perfino di imporre la sua opinione con la forza. Così, è Washington che decide il grado di democrazia di ogni paese, la giustizia di una decisione e la bontà di qualunque politica. Chi si oppone alla sua visione e strategia, è qualificato come tiranno.

Mentre l'Europa non riesce ad uscire dalla crisi ed emergere come protagonista internazionale, il nuovo ordine mondiale in arrivo sarà organizzato, con ogni probabilità, sulla base di tre grandi potenze, Cina, Stati uniti e Russia, e di una seconda corona di paesi che, con status di potenze regionali, avranno anche protagonismo internazionale: India, Brasile, Unione europea (o, in alternativa, la Germania) e Giappone. Gli Stati Uniti sono riluttanti ad accettarlo, tuttavia, la realtà si impone e le guerre moderne delle quali parlava il generale Wesley K. Clark non hanno portato al rafforzamento del potere del cowboy litigioso che è stato sempre Washington, ed altri fronti hanno fatto la loro comparsa, fino al punto che il veterano Henry Kissinger, vecchio criminale di guerra ed attento lettore del mondo che verrà, si mostra cosciente della diminuzione del potere nordamericano sostenendo che il nuovo ordine internazionale ruoterà intorno a Stati uniti, Cina e Russia e ben sapendo che Washington dovrà condividere l'alba di una nuova era.


Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Las guerras de Washington

El general Wesley K. Clark, que fue comandante supremo de la OTAN a finales de los años noventa, reconoció en 2001 (y publicó en 2003: Winning Modern Wars: Iraq, Terrorism and the American Empire) que los planes norteamericanos para atacar Iraq tendrían continuidad en Siria, Líbano, Irán, Somalia y Sudán. Detrás de esa planificación estaba buena parte del establishment norteamericano, en el gobierno, en el Pentágono, los institutos de pensamiento o think-tanks, y las corporaciones, con protagonistas como el corrupto Paul Wolfowitz (que llegó a ser subsecretario de Defensa (y, antes, embajador en Indonesia, donde apoyó al siniestro Suharto), quien elaboró la denominada “doctrina Wolfowitz” que postulaba el unilateralismo en las relaciones internacionales y las “guerras preventivas” para asegurar el predominio norteamericano en el siglo XXI. En general, todo el sector neoconservador norteamericano, desde Dick Cheney hasta Donald Rumsfeld pasando por el propio George W. Bush, por William Kristol y Richard Perle, mantenía esa visión belicista y participaron en el desarrollo de los planes y guerras de agresión que han ensangrentado la primera década del siglo XXI, y cuya inercia ha continuado durante el mandato de Obama.
Los años de Bush vieron una ofensiva generalizada en diferentes áreas del mundo, dirigida a imponer el “nuevo siglo americano”. Afganistán e Iraq fueron las guerras más relevantes, sangrientos conflictos que todavía no se han cerrado, pero no fueron los únicos: guerras secretas de baja intensidad como las impuestas a Irán y Pakistán, y operaciones punitivas desarrolladas en diferentes países de África y Asia (Somalia, Sudán, Yemen, Libia, Siria), y programas de desestabilización en la periferia rusa y en las regiones chinas que cuentan con movimientos nacionalistas, dan fe de la determinación norteamericana de sostener su hegemonía planetaria con el recurso a la fuerza y a la guerra. Algunas de esas guerras de baja intensidad son letales: solamente en Pakistán, según los cálculos de Amnistía Internacional, Estados Unidos ha asesinado con sus drones a más de cuatro mil personas en la última década. Y la presidencia de Obama no ha roto, ni mucho menos, con esa dinámica.
A la ambición de remodelar Oriente Medio, ahogar a Irán y acabar con los últimos aliados de Moscú, se añadieron planes concretos para incluir Asia central en el área de influencia de Washington, reduciendo a Rusia a la condición de una potencia regional impotente, y el diseño de un nuevo “cinturón sanitario” alrededor de China, el país que, hace más de una década, aún era la sexta economía mundial, pero que se perfilaba ya como un desafío estratégico de envergadura para Estados Unidos. No era para menos: cuando se inició la invasión norteamericana de Afganistán, en 2001, no solamente Estados Unidos superaba con creces el PIB chino; también Japón, Alemania, Francia y Gran Bretaña tenían un poder económico mayor que China. Sin embargo, como ya temían los analistas del establishment norteamericano, el impresionante crecimiento económico chino iba a cambiar la situación, y todas las tendencias indican, s egún las estimaciones del FMI, que China sobrepasará (en PPA) el PIB norteamericano en 2017: tres años de plazo para el temido momento que Washington ha querido impedir por todos los medios. Los problemas se acumulan para Washington: el elevado endeudamiento (17 billones de dólares para la deuda gubernamental… que asciende a 60 billones si se añaden las deudas de gobiernos locales y Estados e instituciones financieras), el lamentable estado de las infraestructuras en Estados Unidos (puentes, red viaria, falta de nuevas comunicaciones), y el previsible fin del papel del dólar como moneda de reserva internacional no auguran mejores tiempos.
Sin embargo, la planificación estratégica norteamericana para detener su relativa decadencia se ha revelado fallida, pese a victorias regionales, como Libia, y pese a que mantiene un poder económico y militar que no es, precisamente, desdeñable. El estallido de la crisis económica en 2008 agudizó las tendencias negativas en Estados Unidos, mostrando su paulatino debilitamiento económico y el hecho de que posee un porcentaje cada vez menor del PIB mundial. La llegada de Obama a la presidencia supuso la reelaboración de la política exterior, aunque resignándose a aceptar muchas de las decisiones de Bush (empezando por el mantenimiento de Guantánamo, y por la actuación de los grupos de operaciones especiales que asesinan sin ningún tipo de control judicial), ensimismándose en las disputas domésticas mientras los círculos de poder se debaten entre la ambición de mantener el predominio y la paulatina aceptación de que el ascenso chino hace inevitable la negociación de un nuevo diseño estratégico mundial. Con Obama, Washington, sin abandonar la vieja inercia de los años de Bush, ha renunciado a impulsar de forma decidida la apertura de una nueva etapa en las relaciones entre las grandes potencias, pese al anuncio de grandes iniciativas (como la presentada en junio de 2013, en Berlín, ofreciendo un desarme nuclear a Rusia, que Moscú no tomó en serio a la vista de los planes norteamericanos de desarrollar escudos antimisiles), que son poco más que operaciones de propaganda.
El año 2013, se iniciaba con una tensión sin precedentes entre Estados Unidos y Rusia, por
la ley Magnitski, apoyada por Obama (que vetaba a dieciocho magistrados y altos funcionarios rusos), medida que la Duma rusa contestó con la ley Dima Yákovlev, (llamada así por un niño ruso adoptado que murió abandonado en un coche por su padre adoptivo norteamericano), al tiempo que, en reciprocidad, el Ministerio de Exteriores ruso publicó una lista donde aparecían los nombres de los jefes militares de Guantánamo, implicados en torturas, así como asesores del gobierno y agentes de la DEA. Las disputas se encarnizaban.
En abril de 2013, el asesor de seguridad nacional norteamericano, Tom Donilon, entregó una nota de Obama al presidente ruso, abordando las diferencias políticas y militares, sobre los escudos antimisiles y el armamento atómico, y presentó algunas propuestas comerciales. El ministro de Exteriores ruso, Lavrov, mantiene que la normalización de las relaciones con Washington es una cuestión central para Moscú, aunque es consciente de que Rusia ha sido engañada en varias ocasiones por Estados Unidos, faltando a sus compromisos: lo hizo con la integración del Este de Europa a la OTAN, con incorporación de las repúblicas bálticas, y continúa haciéndolo con el persistente intento de apoderarse de Ucrania y Georgia, además de las operaciones que desarrolla en Asia central, algunas públicas, otras encubiertas. También lo hizo con la imposición de una fuerza de la OTAN en Afganistán, con la mentira sobre el escudo antimisiles para, supuestamente, defenderse de Irán, y con las operaciones militares contra Libia y Siria, países que mantenían buenas relaciones con Moscú. Es obvio que Moscú no puede confiar en la seriedad de las palabras de Washington. El último informe elaborado por el Departamento de Estado norteamericano sobre el cumplimiento de los acuerdos de desarme, añadía sal a las heridas acusando a Rusia de incumplir la Convención sobre prohibición de armas bacteriológicas y tóxicas, así como la Convención sobre armas químicas, y los acuerdos sobre armas convencionales en Europa. El informe obviaba citar la falta de ratificación del Tratado de Prohibición de Ensayos Nucleares, que Washington se comprometió a hacer. No hay avances en las negociaciones de desarme, pese a que, incluso en Estados Unidos, han aparecido serias críticas al escudo antimisiles, como las defendidas por un grupo de científicos del MIT, donde destaca el físico Theodore Postol, y pese a la propuesta de desarme planteada públicamente por Obama en Berlín.
No obstante, Putin, como una muestra de buena voluntad, aceptó a ceder una base a la OTAN, en Ulianosvsk, para la campaña militar norteamericana en Afganistán, aunque las diferencias sobre Siria (Ginebra 2), sobre las negociaciones con Irán, el escudo antimisiles o la prevista ampliación de la OTAN hacia el Este, y la intromisión en Ucrania, Moldavia y Georgia, siguen dañando sus relaciones. Afganistán, origen de las rutas de la droga, tiene suma importancia para Moscú, y el gobierno ruso está muy interesado en la pacificación del país y en la lucha contra el narcotráfico, pero nada es seguro: el general John R. Allen, jefe militar de la OTAN en Afganistán (y a quien Obama le había reservado la jefatura de la alianza), presentó su renuncia y fue sustituido por Joseph Dunford Jr., el hombre que deberá organizar la retirada, mientras las actividades secretas de la CIA, de los comandos de operaciones especiales de Washington, y de la propia OTAN, han alimentado los canales de los traficantes de drogas afganos y de los señores de la guerra. No hay que olvidar que sectores de la CIA y del Pentágono han colaborado con organizaciones de narcotraficantes para teledirigir sus acciones y ponerlas al servicio de sus propios objetivos: el predominio político en Asia. Moscú está muy interesada en limitar el flujo de drogas: Rusia, donde causan miles de muertes cada año, es uno de los países más afectados del mundo. Es cierto que, en Afganistán, Estados Unidos ha intentado combatir los cultivos de opio, pero su política se ha saldado con un evidente fracaso, que ha agravado la situación en el país (muchos campesinos pobres acaban en manos de los narcotraficantes por deudas, y deben, incluso, entregar en pago a sus propias hijas) y que amenaza a Rusia. Sin olvidar su implicación en las guerras: buena parte de las actividades de los grupos armados que combaten al gobierno sirio de Bachar al-Asad se financian con el narcotráfico afgano: Víctor Ivanov, responsable del FSKN ruso (el organismo para combatir el narcotráfico) ha afirmado que unos veinte mil mercenarios presentes en Siria dependen del dinero conseguido con la venta de heroína en diferentes países asiáticos y europeos, como Rusia.
Mientras se debilita el poder económico y político estadounidense, se fortalece su maquinaria bélica. El despliegue de la OTAN en Asia pretende asegurar el predominio norteamericano: las ambiciones sobre bases militares permanentes en Afganistán, Iraq, Kirguizistán (e, incluso, en Uzbekistán), además de en Filipinas, Indonesia, Japón y Corea del sur, tienen esa lógica, y la OTAN colabora con ella. Además, la diplomacia norteamericana trabaja para atraerse a su ámbito de influencia a Kazajastán y Turkmenistán. Esa estrategia no es nueva: ya en 1997, bajo Yeltsin, y a iniciativa del senador republicano Sam Brownback, Estados Unidos aprobó la Silk Road Strategy Act para consolidar los nuevos Estados centroasiáticos, estimular las tendencias de ruptura con Moscú, y atraerlos hacia su ámbito de influencia, utilizando todo tipo de medios diplomáticos y también operaciones secretas de la CIA, el Pentágono y de servicios de inteligencia aliados, como Arabia, Israel o Turquía.
Ese recurso a operaciones secretas es utilizado también por las compañías petroleras, que contratan empresas de mercenarios, hecho que, junto a la intervención militar abierta en muchas zonas, y la sistemática utilización por parte del gobierno de Obama de compañías de mercenarios (“contratistas”, según el hipócrita lenguaje del Pentágono y del Departamento de Estado), ha creado una mayor confusión en muchas zonas y alimenta el terrorismo como reacción, terrorismo que países como China o Rusia se esfuerzan por contener porque temen que aumente en el interior de sus países: los recientes atentados en Xinjiang y en el Cáucaso ruso así lo muestran. Ese proceder viene de lejos: Bakú, por ejemplo, ha sido utilizada desde hace años por los servicios secretos norteamericanos (con el gobierno azerí cerrando voluntariamente los ojos) para introducir mercenarios islamistas en las regiones rusas de Chechenia y Daguestán, muchas veces en colaboración con la mafia chechena dedicada al narcotráfico. No hay que olvidar que el presidente Ilham Aliyev (como antes su padre, el ya fallecido Gueidar Aliyev), que recibió apoyo de las empresas petrolíferas occidentales, dirige un gobierno-cliente de Estados Unidos. Las compañías petroleras norteamericanas (y británicas) permanecen tras esas pantallas de mercenarios, y su capacidad para corromper funcionarios y ministros es un recurso más en el desarrollo de la influencia política norteamericana.
China es el tercer protagonista del triángulo estratégico. Las reformas impulsadas por el nuevo gobierno chino, que pretenden, entre otras cosas, la disminución del peso de las exportaciones en su economía, y el desarrollo del mercado interno, se acompañan de diferentes proyectos estratégicos, la mayoría orientados a su reforzamiento económico y al impulso de un mundo multipolar. La presión china, aunque también rusa y de otros países, para reformar el FMI, el Banco Mundial e incluso la OMC, va de la mano del desarrollo de nuevos acuerdos comerciales de China en diferentes áreas del planeta, como en la ASEAN, en países americanos como Perú, Chile y Costa Rica, y en Asia y Oceanía (Nueva Zelanda); y del retroceso del dólar como moneda, junto a la creciente internacionalización del yuan, inaugura nuevos escenarios casi impensables hace pocos años: China ha cerrado acuerdos para comerciar en las respectivas monedas, sin utilizar la divisa norteamericana, con países tan relevantes como Brasil o Japón, y otros.
Estados Unidos responde a la nueva realidad con el “giro hacia Asia”, proclamado por la diplomacia norteamericana, cuya expresión no deja de ser el reconocimiento de su pérdida progresiva de influencia en el mayor continente y el más poblado. Washington es consciente de que el fortalecimiento chino en Asia va a limitar su presencia, aunque no renuncia a perder su histórico protagonismo conquistado desde el fin de la Segunda Guerra Mundial: por eso, la aparición de focos de conflicto en el sudeste asiático, la periódica reactivación de crisis en la península coreana, decisiones japonesas o filipinas a propósito de disputas marítimas, son la expresión de la política norteamericana de contención a China, sin olvidar que también utiliza las cartas del particularismo nacionalista en Tíbet, Xinjiang, o incluso en Mongolia interior. Washington sigue contando con sólidos aliados en Asia: Japón, Corea del Sur, Filipinas y Thailandia, y pretende reforzar sus acuerdos con Indonesia, India y Malaisia, tentando incluso a Vietnam. Mientras China pretende abrir canales diplomáticos de negociación de las disputas asiáticas, Estados Unidos estimula enfrentamientos y pretende, además, estar presente en las negociaciones bilaterales entre países. La reclamación china de las islas Diaoyu (Senkaku, para Japón), ocupadas por Estados Unidos al final de la Segunda Guerra Mundial, y traspasadas a Tokio en 1972, ha dado lugar a nuevos enfrentamientos, potencialmente peligrosos. Pekín exige que los aviones que atraviesen el espacio aéreo de las islas se identifiquen, lo que ha llevado al secretario de Defensa norteamericano, Chuck Hagel, a dar garantías al gobierno japonés de que Washington protegerá militarmente la soberanía nipona sobre las islas, y a dar instrucciones para que sus aviones de guerra patrullen la zona e ignoren el espacio aéreo chino sobre las islas. Portavoces del gobierno norteamericano mostraron su preocupación por el proceder chino que, según Washington, “inquieta a sus vecinos”.
Un nuevo marco de relaciones internacionales está entre los objetivos de la diplomacia china y rusa, que contemplan también la aportación de la India. Con ocasión de la duodécima reunión de los ministros de exteriores chino, ruso e indio, en Nueva Delhi, Wang Yi, ministro de Asuntos Exteriores chino, proponía a finales de 2013 que China, Rusia y la India impulsaran su cooperación para alcanzar la condición de aliados estratégicos, coordinándose ante las crisis y disputas internacionales más relevantes (con especial atención a Siria, Irán, Afganistán y la península de Corea), con el objetivo de democratizar las relaciones internacionales y avanzar hacia un mundo multipolar. El ministro chino no olvidó reseñar la importancia de la cooperación para desarrollar la propuesta de la nueva ruta de la seda, con las posibilidades económicas que puede abrir. China ha propuesto también desarrollar un “corredor económico” que una Bangla Desh, India, Birmania y China, con especial atención a los transportes ferroviarios y la construcción de plantas energéticas.
China no apuesta por sustituir a Estados Unidos en una posición hegemónica en el mundo, pero trabaja por desarrollar un nuevo orden mundial, que supere la etapa de predominio norteamericano, fuente de muchos de los problemas actuales. Tampoco quiere verse arrastrada a enfrentamientos militares, aunque no deja por ello de definir las líneas rojas que Estados Unidos no debe traspasar. El viejo mundo vigilado por el gendarme americano está llegando a su fin, y las estructuras políticas internacionales crujen. La ampliación del viejo G-7 y su conversión en el G-8 no han resuelto la práctica inoperancia de este grupo que, hace un cuarto de siglo, pretendía ser un gobierno mundial de facto, dirigido por Estados Unidos. De hecho, el nuevo G-20 es el reconocimiento del fracaso y de la inutilidad práctica del G-7, rasgo que, unido al reforzamiento de la OCS, eje de la política exterior china, y a la aparición de plataformas informales como los encuentros de los BRICS, anuncian ya el nuevo mundo multipolar. Ante ello, no es ninguna casualidad que Susan Rice, asesora para la Seguridad Nacional del gobierno de Obama, insistiese, a finales de 2013, en que Asia era “el principal foco de atención” de su país, asegurando que el sesenta por ciento de su flota estaría centrado en el Pacífico en un plazo de cinco o seis años. Corea del Norte, Japón, Filipinas y el Mar de la China meridional serán escenarios de nuevas disputas.
Estados Unidos todavía no ha renunciado a mantener la supremacía global, y sigue utilizando para ello su capacidad diplomática, su influencia en los organismos internacionales, su peso económico y su impresionante fuerza militar. Continúa siendo la mayor potencia militar del planeta, pero esa circunstancia no le permite, paradójicamente, ganar las guerras modernas ni aumentar su influencia estratégica. Incluso le ha creado problemas entre sus aliados: sus relaciones con Arabia, Israel, Egipto o Pakistán, no pasan por sus mejores momentos, y es obvio que las negociaciones abiertas con Irán son el reconocimiento implícito de los límites de su política exterior. Las guerras se libran como en el pasado, pero también con drones, operaciones secretas, comandos para raptar personas, con el pupilaje de grupos terroristas, la financiación de grupos políticos, con el espionaje planetario de la NSA, como ha puesto de manifiesto el caso Snowden: Estados Unidos se ha adjudicado la condición de modelo a seguir, de democracia ejemplar, que tiene derecho a juzgar al resto de los países, a exigir cambios y decisiones, e incluso a imponer su opinión por la fuerza. Así, es Washington quién decide el grado de democracia de cada país, la justicia de una decisión y la bondad de cualquier política. Quienes se oponen a su visión y a su estrategia, son calificados de tiranías.
Mientras Europa no consigue salir de la crisis para emerger como un protagonista internacional, el nuevo orden mundial que llega estará organizado, con toda probabilidad, alrededor de tres grandes potencias, China, Estados Unidos y Rusia, y una segunda corona de países que, con estatus de potencias regionales, tendrán también protagonismo internacional: India, Brasil, Unión Europea (o, en su defecto, Alemania), y Japón. Estados Unidos se resiste a aceptarlo; sin embargo, la realidad se impone, y las guerras modernas de las que hablaba el general Wesley K. Clark no han traído el fortalecimiento del poder del cowboy pendenciero que siempre ha sido Washington, y otros frentes han aparecido, hasta el punto de que el veterano Henry Kissinger, viejo criminal de guerra y atento lector del mundo que viene, se revela consciente de la disminución del poder norteamericano, y mantiene que el nuevo orden internacional girará en torno a Estados Unidos, China y Rusia: sabe que Washington debe compartir la aurora de un tiempo nuevo.


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