mercoledì 16 marzo 2016

La Rivoluzione cubana e il processo emancipatore d’ America Latina ...(Simposio Internazionale Cuba nella Storia, Lima febbraio 2016)


abbiamo assolutamente chiaro che questo “cambio” degli Stati Uniti
ha come fine ultimo promuovere la ricostruzione del capitalismo a Cuba

 Basilio Gutiérrez García,  dipartimento internazionale Comitato Centrale Partito Comunista di Cuba

Il Partito Comunista di Cuba è profondamente grato agli organizzatori di questo evento internazionale dedicato al 57° anniversario della vittoria della Rivoluzione Cubana ed al suo contributo alla conquista della seconda e definitiva indipendenza della Nostra America, come l’ha chiamata José Martí. (…)
La realtà dell’isola è sistematicamente deformata, nel miglior caso silenziata dai grandi media che influenzano l’opinione pubblica mondiale. Oggi si cerca di spogliare i popoli della loro memoria storica: è la strategia imperialista per stabilire un governo globale.
Nella sua relazione al Primo Congresso del PCC, Fidel Castro sottolineò: “Cuba fu l’ultima colonia della Spagna in America Latina ed oggi è il primo Paese socialista di questo emisfero. Per costruire questo singolare destino la nostra patria ha dovuto saltare ostacoli che fino ad allora erano parsi invincibili”.
Per più di trenta anni la nascente nazione cubana ha combattuto e vinto militarmente l’esercito coloniale spagnolo, ben più forte in armi e risorse per la guerra (…).  
José Martí fu la figura più alta di quell’impresa. Ha lasciato insegnamenti fondamentali per le presenti e future generazioni di cubani: la necessità dell’unione nella lotta, la necessità di conquistare tutta la giustizia, il pericolo che per Cuba e l’America Latina rappresenta l’impero del Nord.
Martí si rese conto che l’unico modo di garantire la sovranità, non solo di Cuba ma del resto dell’America Latina, era: “impedire per tempo, con l’indipendenza di Cuba che gli Stati Uniti si allarghino sulle Antille e calino con maggior forza sulle nostre terre d’America”.
Quando noi cubani eravamo sul punto di raggiungere l’indipendenza dalla Spagna, a prezzo di tanto dolore, il Presidente nordamericano dell’epoca fu autorizzato dal suo Congresso ad intervenire militarmente nel nostro Paese, frustrando la nostra ricerca di libertà e imponendo con il ricatto militare il cosiddetto “Emendamento Platt”, che legalizzò nella sostanza la perdita della nostra sovranità, fondamento illegittimo dell’attuale Base Navale di Guantánamo.
Ci venne imposta una Repubblica fantoccio ed un capitalismo sottosviluppato, mono- produttore e dipendente dall’economia nordamericana. (…)
Esattamente 60 anni dopo che l’esercito interventista yankee impedì l’ingresso a Santiago de Cuba delle truppe mambisas(NdT-combattenti indipendentisti cubani), Fidel Castro e los barbudos entrarono in quella stessa città, il 1° gennaio 1959, per cambiare definitivamente la storia di Cuba ed in buona parte quella dell’America Latina.
La Rivoluzione trasformò la vita del nostro popolo in modo radicale. Cuba non solo recuperò la sua sovranità, ma raggiunse in breve tempo, sotto le bandiere del socialismo, impressionanti risultati economici e sociali. Il Paese è riuscito a collocarsi fra quelli con un alto indice di sviluppo umano, la speranza di vita ha superato i 78 anni, la mortalità infantile si è ridotta a meno di 5 su mille nati vivi, sono riconosciuti internazionalmente i successi della medicina e della scienza cubana, l’educazione, lo sport e la cultura sono alla portata di tutti.
Nonostante le nostre risorse limitate, la Rivoluzione è sempre stata coerente con la sua politica solidale e internazionalista. Migliaia dei suoi migliori figli hanno combattuto e sono morti per la causa libertaria di altri popoli d’Africa e America Latina. Oggi migliaia di collaboratori della sanità e dell’educazione prestano servizio in più di 60 Paesi.  
Cuba ed il suo eroico popolo hanno superato il terribile colpo rappresentato dalla caduta dell’Unione Sovietica, che ha significato un crollo del PIL del 35% e la perdita in pochi mesi del 70% del suo commercio estero.
Cuba non ha ammainato le sue bandiere socialiste né i suoi principi, mentre l’imperialismo nordamericano ha rafforzato il suo criminale blocco economico, finanziario e commerciale con la Legge Torricelli e la Legge Helms-Burton.
Però la resistenza di Cuba è stata possibile anche grazie alla solidarietà internazionale, che ha scritto la sua pagina più recente e brillante per la liberazione dei nostri Cinque Eroi, combattenti antiterroristi. (…)
Il Governo degli USA ha usato il suo ampio arsenale nel tentativo ossessivo di distruggere la Rivoluzione cubana ed il suo esempio. Ricordiamo solo la Baia dei Porci, l’imposizione del blocco nel 1962, la minaccia di sterminio nucleare nella crisi dell’ottobre 1962, la guerra imposta con bande controrivoluzionarie, sradicate dopo 10 anni di dura battaglia, il terrorismo che ha lasciato 3.478 morti e 2.099 disabili, oltre a enormi danni materiali.
La storia è nota. Cuba è arrivata fin qua in piedi. Gli USA hanno fallito e lo stesso Presidente Obama lo ha riconosciuto il 17 dicembre 2014, all’inizio dell’attuale processo fra i due Paesi.
Il ristabilirsi delle relazioni diplomatiche, l’attuale fase di apertura delle Ambasciate, non comporta la normalizzazione delle relazioni stesse.
La normalizzazione è un processo lungo e complesso che comporta, fra l’altro, l’eliminazione del blocco economico, commerciale e finanziario, la restituzione del territorio occupato dalla base di Guantánamo, il risarcimento dei danni provocati dalle politiche aggressive, la sospensione delle trasmissioni illegali radio e TV del Governo nordamericano contro Cuba, in violazione di accordi internazionali e, in generale, la cessazione dei programmi sovversivi.
Questi aspetti spiegano perché Cuba non ha motivi per fare concessioni ad un Paese che non ha mai aggredito, e di cui mai ha provato a modificare il regime socio-económico e politico, e ancor meno ad abbatterne il Governo.
Ci confrontiamo da pari a pari, secondo il diritto internazionale. Abbiamo espresso la nostra determinazione ad avanzare su tutto ciò che sia di interesse comune, siamo mossi da volontà collaborativa e lavoriamo per raggiungere relazioni civili fra i nostri Paesi.  
Molti amici, giustamente preoccupati, ci avvertono sui rischi che la Rivoluzione si trova davanti. A loro chiediamo di aver fiducia: alla fin fine abbiamo una vasta esperienza dopo aver affrontato negli ultimi 100 anni l’ostilità del nord, “agitato e brutale, che ci disprezza”, come diceva José Martí.
In questo senso è opportuno ribadire che abbiamo assolutamente chiaro che questo “cambio” degli Stati Uniti ha come fine ultimo promuovere la ricostruzione del capitalismo a CubaNoi, è importante tornare a dirlo, andiamo nella direzione contraria.
La rivoluzione cubana vive un momento cruciale, il cui dato essenziale è la determinazione a continuare a costruire il socialismo, secondo le condizioni e le necessità che conformano il mondo reale in cui siamo immersi, e secondo le esigenze imposte dal nostro processo rivoluzionario.
Tutto quel che stiamo facendo nel nostro Paese è assolutamente coerente con il proposito strategico di sviluppare un socialismo prospero e sostenibile.
Nel quadro di quel che abbiamo chiamato processo di attualizzazione del modello economico e sociale, concentriamo i nostri sforzi nel dare impulso a tutte le potenzialità che il Paese può dispiegare con le sue scarse risorse naturali: per esempio, lo sviluppo scientifico, educazionale e culturale accumulalo grazie alla Rivoluzione e lo sfruttamento più efficiente delle risorse economiche.
Nel VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, dell’aprile 2011, abbiamo approvato un documento, discusso in modo massivo con la popolazione, che offre totale chiarezza sui fondamenti della nostra politica economica, ed afferma: “La politica economica del Partito si conformerà al principio secondo cui solo il socialismo è capace di vincere le difficoltà e preservare le conquiste della Rivoluzione, e che nell’attualizzazione del modello economico primeggerà la panificazione, considerando le tendenze del mercato”.
I fondamenti del nostro socialismo prevedono di garantire l’uguaglianza delle opportunità, la maggior giustizia sociale possibile ed il predominio della democrazia popolare e partecipativa nell’ordinamento del sistema politico.
Nel prossimo aprile abbiamo programmato il VII Congresso del Partito, dove verificheremo quanto già attuato e tracceremo una strategia di sviluppo fino al 2030, approvando una concettualizzazione teorica del socialismo a Cuba.
Dobbiamo ribadire che le trasformazioni di ordine economico hanno come ultima istanza il fine che abbiamo saputo sostenere anche in tempi difficili: la salute pubblica e l’educazione, gratuite ed universali, che costituiscono diritti umani inalienabili, in definitiva: principi della Rivoluzione.
Il Governo a Cuba è stato e continuerà ad essere dei lavoratori. Tutto quel che si è fatto e si farà sarà in funzione della grande maggioranza. 
Nel contesto attuale al Partito Comunista di Cuba tocca assumere il compito di fortificare il lavoro politico e ideologico per chiarire in seno al nostro popolo quanto necessario, lo star attenti a tendenze negative che possono formarsi in gruppi sociali, come la gioventù, o nel settore della gestione non statale dell’economia, che sembra siano gliobiettivi scelti dal lavorio sovversivo.
I problemi che arriveranno non ci troveranno impreparati. Contiamo sulla forza che spiega come siamo arrivati fino qui: l’unità del popolo, agglutinato nelle sue organizzazioni sociali, il nostro partito e la coesione politica nella militanza.
La nostra dignità davanti alla prepotenza dell’impero, questa è la questione; prima di tutto la nostra capacità di resistere come abbiamo fatto finora, insieme alla convinzione che sta dalla nostra parte la verità e la ragione.
D’altro lato non è negoziabile l’amicizia che la Rivoluzione cubana ha prodotto in questi duri anni di resistenza. Gli amici storici di Cuba possono contare sulla nostra lealtà.
Manterremo il più deciso appoggio alle cause giuste dell’umanità. Lo sa la rivoluzione bolivariana in Venezuela; non dimentichiamo il diritto di Puerto Rico alla piena indipendenza, né il sofferente popolo palestinese nella sua titanica lotta, tanto per citare solo alcuni casi che palesemente e irreparabilmente ci differenziano dalla politica estera statunitense. 
La controffensiva dell’imperialismo e le destre locali acquisiscono una singolare dimensione nella Nuestra América. Con diversi strumenti di sovversione si cerca di invertire i processi rivoluzionari e progressisti in Venezuela, Brasile, Ecuador, Bolivia, fra gli altri.
Com’è stato già denunciato, si tratta di un elaborato programma di destabilizzazione, combinato con azioni di guerra economica ed attacchi mediatici, che vittimizzano prima di tutto la verità, mirando a quel che chiamano il cambio di regime in modo diretto o in sua vece, una strategia di indebolimento di lungo periodo, per imporre soluzioni elettorali che passano sopra alla vera volontà democratica dei popoli.
Molto ci siamo domandati cosa fare per affrontare queste sfide. E giustamente è nella nostra storia  che può stare la risposta, quando dall’inizio i nostri padri fondatori ci chiamarono all’unità e all’integrazione.
Bolívar lo affermò: “L’unità dei nostri popoli non è semplice chimera, ma inesorabile decreto del destino. Uniamoci e saremo invincibili”… Oggi sappiamo che è urgente necessità lavorare per la piena integrazione come obbiettivo strategico per garantirci un futuro sicuro.
Non partiamo da zero. Non è inutile insistere che nella nostra regione abbondano gli effetti negativi dei TLC, però abbiamo anche accumulato esperienze organizzative e di lotta (…).
Possiamo sentirci orgogliosi della nascita dell’ALBA, che come suggerisce il suo nome, vuole essere il mattino di una forma più elevata d’integrazione basata sulla cooperazione; del CARICOM e della UNASUR con una formidabile capacità di coordinare volontà e sciogliere conflitti fra sudamericani; del MERCOSUR, piattaforma di articolazione commerciale più datata, ed infine, al punto più alto, la CELAC.
Alla fondazione della Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici, CELAC, nel dicembre 2011, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba, compañero Raúl Castro, disse: “Abbiamo il privilegio di assistere ad un atto fondativo trascendentale… rivendichiamo più di due secoli di lotte e speranze. Arrivare fin qui è costato sforzi en anche sangue e sacrificio. I colonizzatori di un tempo e le potenze imperiali di oggi sono stati i nemici di questo obbiettivo. La CELAC è la nostra opera più preziosa. Simbolicamente, consolida l’idea di una regione unita e sovrana, impegnata su un destino comune”. (…)
L’unità e la solidarietà saranno decisive per avanzare nell’ottenimento della seconda e definitiva Indipendenza dell’America Latina e dei Caraibi. Le recenti sconfitte elettorali della sinistra sono temporanee e non devono generare smobilitazione o demoralizzazione (…). Riprendiamo l’iniziativa con la convinzione della vittoria delle nostre giuste idee.
Infine, compañeros, Cuba continuerà nel suo cammino verso il socialismo, con la normalizzazione dei rapporti con gli USA, che indubbiamente può facilitare molto questo processo, però anche senza, così com’è stato finora. Questo significa che cammineremo senza abbandonare i principi che ci hanno permesso di fare una rivoluzione come la nostra. Come la provata vocazione solidale verso altri popoli, valore intrinseco all’idea universale del socialismo.
Il leader storico della Rivoluzione Fidel Castro, in una lettera al Presidente de la Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, dello scorso dicembre, riaffermò la determinazione irremovibile del nostro popolo, dicendo: “I rivoluzionari cubani, a poche miglia dagli Stati Uniti, che sempre hanno sognato di appropriarsi di Cuba per convertirla in casinò e postribolo…, non rinunceranno mai alla piena indipendenza e al rispetto totale della loro dignità”…
(Simposio Internazionale Cuba nella Storia, Lima – 4/ 6 febbraio 2016, tratto da Rebelión)

traduzione e sottolineature a cura di AsiCubaUmbria –asicubaumbria@libero.it
fatti parte dell’esercito difensore della verità contro il sistema di disinformazione di massa


sabato 12 marzo 2016

12 Marzo 2016 davanti la base USA di Camp Darby Pisa giornata di mobilitazione contro la guerra.(Foto)


Ormai la guerra si è fatta più  visibile e minacciosa, meno impalpabile.  Il governo Renzi,  gli stati maggiori, il Presidente della Repubblica hanno non solo deciso di portare l’Italia  dentro l’ennesimo evento bellico,  ma addirittura di guidare una sorta di coalizione internazionale che, pur di riprendere il controllo dell’ altra sponda del Mediterraneo è pronta a replicare l’infausta operazione del 2011.  Nel frattempo il caos, la destabilizzazione, la tribalizzazione della Libia ridotta a pezzi  dall’ intervento occidentale , è sotto gli occhi di tutti,  eppure gli stessi responsabili di quel disastro,  gli  stessi assassini di Gheddafi,  gli stessi ladri dell’ingente  tesoro libico ,si candidano a mettere le cose a posto.  Siiiiiiiiiiiiiiii, La guerra si farà e come da copione  l’Italia ci sarà,......  i criminali a volerla purtroppo  sono i soliti.
Per il governo Renzi sembra che il problema  sia come riuscire a convincere il popolo ad accettare la guerra,  ( può essere che CIA e Company inventino un qualcosa di eclatante e devastante per farla digerire agli italiani ??.) ....Renzi e staff  pressati da Washington e  Parigi,   che rimproverano  l’Italia di essere troppo timida,  di fatto hanno  già detto si al coinvolgimento italiano alla missione militare.  L’Italia vuole intervenire  alla guerra per potersi sedere ai tavoli per la spartizione delle immense risorse energetiche e idriche della Libia prima che il paese possa avere un governo stabile, allo stesso tempo però teme di impantanarsi  in un conflitto che non promette di essere ne facile ne rapido e quindi potrebbe avere dure ripercussioni  per gli strati sociali  più deboli  del nostro Paese già tartassati e derubati delle conquiste sociali ,diritti..... Le altre potenze guerrafondaie USA, Inghilterra, Francia,..non volendo assumersi interamente l’onere della missione  hanno pressato fortemente sulla partecipazione italiana,vedi le insistenze di Washington  sulla necessità che l’Italia invii  5000 militari e metta disposizione obbligatoriamente  basi, strutture  militari e aereoporti.
Basta informarsi minimamente per poter capire che l’intervento in Libia per combattere l’ISIS è una farsa puerile,  dal momento  che l’ISIS  è una creatura, finanziata e armata dalla NATO  e  sotto controllo diretto dall’intelligence dell’ Impero.

L’AGGRESSIONE ALLA LIBIA VA FERMATA.

L’ITALIA DEVE USCIRE DALLA NATO.

L’ITALIA  DEVE CHIUDERE TUTTE LE BASI STRANIERE PRESENTI NEL TERRITORIO.

L’ITALIA DEVE RITIRARE I MILITARI DA TUTTI GLI ALTRI FRONTI DI GUERRA IMPERIALISTA



L’associazione amicizia Italia Cuba Alta Maremma Circolo”Italo Calvino”  e circolo di Pisa ancora una volta erano  presenti al nutrito  Presidio contro la guerra davanti la entrata della storica quanto nefasta base militare USA di Camp Darby a Pisa, base logistica  che va ricordato è  la più grande d’Europa , gli amici di Cuba già il 23 ottobre si concentrarono davanti la base in occasione della partenza del tuor ciclistico  pacifista che da Camp Darby  in tre tappe arrivò in un presidio pacifista organizzato in  piazza Pantheon a Roma  e successivamente il 22 novembre  2015 , dopo 6 tappe in Cuba  arrivò  al IV seminario per la pace di Guantanamo, dove erano presenti 43 paesi e i cui esponenti  nella stesura finale  di un documento rinnovarono la chiusura delle basi militari straniere di tutto il mondo. Gli internazionalisti amici di Cuba possono affermare che l’isola rivoluzionaria è da sempre in prima linea per la costruzione di un mondo più giusto dove i popoli vivano in pace e nella reciproca cooperazione solidale.  Per questo organizza manifestazioni  e seminari  di alto spessore  legati a tematiche pacifiste internazionaliste ,….  per Cuba la  chiusura delle basi militari straniere all’estero è fondamentale per liberare i Paesi da condizionamenti armati esterni. 

Al presidio hanno aderito.
Rete dei Comunisti - Partito Comunista dei Lavoratori - Ross@ Pisa - Associazione La Rossa Lari - USB Toscana - Comitato livornese No guerra No Nato - Circolo agorà Pisa - Laboratorio per un futuro senza guerre Viareggio - Unione Inquilini Pisa - Coordinamento Regionale della Rifondazione Comunista Toscana - Movimento Liberazione Popolare programma 101 - Giovani Comunisti Prc Pisa/Siena/Grosseto - CARC Toscana - Il Sindacato è un’altra cosa/Opposizione in CGIL Toscana - CSOA Casa Rossa Massa - Progetto Rebeldìa - Comitato Fermiamo la guerra Firenze - Assemblea fiorentina contro la guerra e la Nato - Statunitensi contro la guerra Firenze - RSU Ateneo fiorentino - FLC CGIL Università di Firenze - Una Città in Comune Pisa - Cobas Pisa - Coordinamento Basta morti nel Mediterraneo Firenze - Archivi della Resistenza Circolo Edoardo Bassignani - Coordinamento antifascista antirazzista aretino- Collettivo Licio Nencetti Arezzo - Comunità curda Toscana - Link Siena - Ass. Restiamo umani Piombino - Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista di Livorno - WILPF (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà) - Associazione La Comune di Bagnaia - Spazio Antagonista Resistenza Sociale (SARS) di Viareggio - Centro Solidarietà Internazionalista Alta Maremma - Associazione Controcanto pisano - Associazione Italia Nicaragua Livorno – Sinistra Anticapitalista Toscana – Circolo Bolivariano A. Martelli Piombino Val di Cecina – Osservatorio antiproibizionista Canapisa Crew - Associazione Italia Cuba Alta Maremma / Pisa / Livorno - Eurostop Toscana



venerdì 4 marzo 2016

PCV chiama a combattere la destra fascista e i settori che svendono le conquiste popolari /PCV llama a combatir la derecha fascista y...



PCV chiama a combattere la destra fascista e i settori che svendono le conquiste popolari

Contrastare, chiarificare, accumulare... per avanzare

Caracas,  feb, 2016, Tribuna Popular Tp - Il Partito Comunista del Venezuela (PCV) assicura che nel quadro dell'attuale crisi del capitalismo venezuelano, hanno preso forza settori che propongono una soluzione fascista e, all'interno del processo bolivariano, tendenze di svendita, che devono esser combattuti con una agenda realmente rivoluzionaria.

Così ha sottolineato Oscar Figuera, Segretario Generale del PCV, indicando i risultati del XXXI Plenum del Comitato Centrale della formazione comunista, realizzato il 20 e 21 febbraio, nel quale si è affrontata l'analisi politica nazionale e internazionale, le misure economiche annunciate dall'Esecutivo Nazionale e il rafforzamento della struttura del Partito.

Figuera ha indicato che il Venezuela, per il suo carattere di economia capitalista-dipendente, non sfugge agli assalti della crisi del capitalismo mondiale, e le cui caratteristiche peculiari fanno sì che soffra maggiormente della situazione. Di fronte a questo, ha ribadito la posizione del PCV sulla crisi del modo di accumulazione capitalista, rentieristico, dipendente venezuelano, constatando l'assenza di un modello di sviluppo socialista nel paese.

Per il PCV lo sviluppo di questa crisi, con le sue diverse manifestazioni politiche, economiche e sociali, ha svelato l'avanzamento di due tendenze che propongono soluzioni differenti: "avanza la tendenza di una soluzione di carattere fascista, e avanzano anche soluzioni di carattere accondiscendente, dove si fanno innumerevoli concessioni al capitale". In quest'ultimo settore, Figuera ha indicato che partecipano alcune correnti ben definite del processo bolivariano.

La soluzione è rivoluzionaria

"Di fronte a queste il PCV insieme con altre forze popolari rivoluzionarie ha l'obbligo di avanzare nella riorganizzazione, accumulazione di forze di carattere operaio, contadino, popolare-rivoluzionario che impediscano un regresso nelle conquiste del nostro popolo, che evitino sia la soluzione fascista che quella accondiscendente, in quanto la soluzione che serve alla liberazione nazionale e che permetta di aprire prospettive al socialismo è la soluzione rivoluzionaria", ha evidenziato Figuera.

Allo stesso tempo, ha ricordato la linea di lavoro approvata dalla Direzione Nazionale, circa la necessità di contrastare, chiarificare e accumulare per poter avanzare nel progetto rivoluzionario. Ha indicato che lo scontro è diretto contro "l'oligarchia senza patria, subordinata al grande capitale imperialista, ma anche contro coloro, che invece di avanzare nella rivoluzione, propongono riforme che rafforzano la soluzione capitalista".

Oscar Figuera ha ricordato che il PCV rimane fermo nelle sue posizioni per la nazionalizzazione del sistema finanziario e bancario, la statalizzazione del commercio estero importatore e esportatore, la liquidazione dei monopoli della distribuzione, della commercializzazione e della distribuzione di alimenti e prodotti di prima necessità, quei monopoli che hanno promosso azioni di sabotaggio contro il processo bolivariano.

Secondo il PCV, la necessità di approfondire la rivoluzione deve concretizzarsi in misure che puntino a questo obiettivo e non misure che favoriscano soluzioni capitaliste né la ricomposizione di alleanze "tra l'oligarchia tradizionale e nuovi raggruppamenti borghesi sorti negli ultimi anni, queste vie significano sempre che il popolo paga la crisi del capitale".

Il popolo non si lascerà strappare ciò che ha conquistato

Infine, Oscar Figuera ha segnalato che il PCV continuerà a denunciare e svelare le aggressioni dell'imperialismo e dei suoi alleati nazionali contro le conquiste ottenute dal popolo lavoratore, in particolare le intenzioni della maggioranza di destra dell'Assemblea Nazionale di generare caos e condizioni per una guerra civile. "Di fronte alla provocazione della destra bisogna certamente agire con prudenza, ma la prudenza non può portarci a permettere di consegnare le conquiste e permettere che il fascismo e la politica di svendita liquidino queste conquiste, senza la resistenza organizzata del popolo venezuelano", ha concluso Figuera.




PCV LLAMA A COMBATIR A LA DERECHA FASCISTA Y A LOS SECTORES ENTREGUISTAS DE LAS CONQUISTAS POPULARES

CONFRONTAR, DESLINDAR Y ACUMULAR… PARA AVANZAR
Caracas, feb. 2016, Tribuna Popular TP.- El Partido Comunista de Venezuela (PCV) aseguró que en el marco de la actual crisis del capitalismo venezolano, han cobrado fuerza sectores que proponen una salida fascista, así como tendencias en el seno del proceso bolivariano con planteamientos entreguistas, las cuales deben ser enfrentadas con una agenda realmente revolucionaria.
Así lo indicó Oscar Figuera, Secretario General del PCV, al indicar los resultados del XXXI Pleno del Comité Central de la tolda comunista, realizado los días 20 y 21 de febrero, en el cual abordaron el análisis político nacional e internacional, las medidas económicas anunciadas por el Ejecutivo Nacional y el fortalecimiento de la estructura partidista.
Figuera indicó que Venezuela, por su carácter de economía capitalista-dependiente, no escapa a los embates de la crisis del capitalismo mundial, y cuyas características particulares hace que sufra los mayores impactos de esta situación. Ante ello, ratificó el planteamiento del PCV sobre la crisis del modo de acumulación capitalista, rentística, dependiente venezolano, y no de algún modelo de desarrollo socialista, ante la inexistencia de este modo de producción en el país.
Para el PCV el desarrollo de esa crisis, con sus diversas manifestaciones políticas, económicas y sociales, ha develado el avance de dos tendencias que proponen salidas diferentes: “avanza la tendencia de una salida de carácter fascista, y también avanzan salidas de carácter entreguista, donde se le hacen innumerables concesiones al capital”. En este último sector, Figuera indicó que participan algunas corrientes bien definidas del proceso bolivariano.
La salida es revolucionaria
“Frente a ellos el PCV junto con otras fuerzas populares revolucionarias tenemos la obligación de avanzar en la reorganización, acumulación de fuerzas de ese carácter obrero, campesino, popular-revolucionario que impidan un retroceso en las conquistas de nuestros prueblo, que impidan que se impongan la salida fascista y entreguista, acá la salida que sirve para la liberación nacional y que permita abrir perspectivas al socialismo es la salida revolucionaria”, enfatizó Figuera.
Asimismo, recordó la línea de trabajo aprobada por la Dirección Nacional, acerca de la necesidad de confrontar, deslindar y acumular para poder avanzar en el proyecto revolucionario. Indicó que la confrontación es directa contra “la oligarquía apátrida, subordinada al gran capital imperialista, pero también con los entreguistas, que en vez de plantearse avanzar en la revolución, se plantean avanzar en unas reformas que fortalecen la salida capitalista”.
Oscar Figuera recordó que el PCV sigue firme en sus planteamientos por la nacionalización del sistema financiero y bancario, la estatización del comercio exterior importador y exportador, liquidar a los monopolios de la distribución, comercialización y distribución de alimentos y productos de primera necesidad, quienes han impulsado acciones de sabotaje contra el proceso bolivariano.
De acuerdo al PCV, la necesidad de profundizar la revolución debe concretarse en medidas que apunten hacia ese objetivo, y no medidas que favorezcan las salidas capitalistas ni la recomposición de alianzas “entre la oligarquía tradicional y nuevos agrupamientos burgueses surgidos en los últimos años, esas vías siempre significan que el pueblo sea quien pague la crisis del capital”.
El pueblo no se dejará quitar lo conquistado
Finalmente, Oscar Figuera señaló que el PCV seguirá denunciando y develando las agresiones del imperialismo y sus aliados nacionales contra las conquistas alcanzadas por el pueblo trabajador, especialmente las intenciones de la mayoría derechista de la Asamblea Nacional por generar caos y las condiciones para un enfrentamiento civil. “Frente a la provocación de la derecha ciertamente hay que actuar con prudencia, pero la prudencia no puede llevarnos a permitir entregar las conquistas y permitir que el fascismo y el entreguismo liquiden esas conquistas, sin la resistencia organizada del pueblo venezolano”, indicó Figuera.




 Partito Comunista del Venezuela (PCV) | prensapcv.wordpress.com

Tratto da : Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

lunedì 8 febbraio 2016

“TRE EROI”, di Josè Martì ,favola per bambini che dovrebbero leggere gli adulti.

Nei primi anni “90 nei banchetti dell’associazione Italia Cuba si potevano trovare mini libri di favole per bambini scritte dall’eroe nazionale di Cuba Josè Martì… tante storie stupende capaci di far crescere e capire la vita ai più giovani. La favola “TRE EROI” credo che  dovrebbero leggerla anche gli adulti, oggi come oggi più che mai in modo che capiscano che solo vivendo con dignità, onestà e lottando contro soprusi e ingiustizie è possibile arrivare ad  un mondo migliore.. Martì iniziò la favola  così : ”.. In America non si poteva essere onesti ne pensare né parlare. Un uomo che nasconde ciò che pensa o che non osa dire ciò che pensa non è un uomo onesto. Un uomo che ubbidisce a un malgoverno, senza operare affinchè il governo sia buono non è un uomo onesto. Un uomo che si sottomette all’ubbidienza di leggi ingiuste e permette che gli uomini che lo maltrattano calpestino il paese in cui nacque, non è un uomo onesto..”

                                                                        Sandino



Raccontano che un viaggiatore arrivò un giorno a Caracas verso l’imbrunire e , senza scuotersi di dosso la polvere del cammino, non domandò dove potesse mangiare o dormire, ma  la strada per raggiungere la strada di Bolivar. E si racconta che il viaggiatore, tutto solo tra gli alberi alti e  profumati della piazza, piangesse di fronte alla statua, che sembrava muoversi come un padre. Bolivar e tutti coloro  che lottarono come lui perché l’America potesse appartenere all’uomo americano. Tutti : l’eroe famoso e ultimo soldato, che è un eroe ignoto. Gli uomini che lottano per vedere libera la propria patria diventano persino formosi di corpo.
Libertà è il diritto che ogni uomo ha di essere onesto, e a pensare e a parlare senza ipocrisia. In America non si poteva essere onesti ne pensare né parlare. Un uomo che nasconde ciò che pensa o che non osa dire ciò che pensa non è un uomo onesto. Un uomo che ubbidisce a un malgoverno, senza operare affinchè il governo sia buono non è un uomo onesto. Un uomo che si sottomette all’ubbidienza di leggi ingiuste e permette che gli uomini che lo maltrattano calpestino il paese in cui nacque, non è un uomo onesto. Il bambino, fin dal momento in cui è capace di pensare, deve pensare a tutto ciò che vede, deve rattristarsi per tutti coloro che non possono vivere onestamente, deve lavorare affinchè tutti gli uomini possano essere onesti, e deve essere un uomo onesto. Il bambino che non pensa a ciò che gli succede attorno e si accontenta di vivere soltanto, senza  sapere se vive onestamente, è come un uomo che vive del lavoro di un furfante ed è, quindi,  sulla strada  di diventarlo. Ci sono uomini peggiori delle bestie , perché le bestie hanno bisogno di essere libere per vivere felici : l’elefante non vuole avere figli quando è prigioniero ; il lama del Perù si butta a terra e muore quando l’indigeno gli parla duramente o lo carica più di quanto possa sopportare. L’uomo de essere  perlomeno tanto dignitoso quanto l’elefante  e il lama. In America, prima della libertà, si viveva come il lama che ha molto carico addosso. Bisognava togliersi il carico  o morire.
Ci sono uomini che vivono contenti anche se vivono senza dignità. Ce ne sono altri  che soffrono come in agonia quando vedono che intorno a loro gli uomini vivono senza dignità. Nel mondo ci deve essere un certa quantità di dignità, come deve esserci una certa quantità di luce. Quando ci sono molti uomini senza dignità, ce ne sono sempre altri che hanno in se la dignità di molti uomini. Sono coloro che si ribellano con forza terribile contro quelli che rubano ai popoli la propria libertà, che equivale rubare agli uomini la loro dignità. In quegli uomini vanno mille uomini, va un popolo intero, va la dignità umana. Quegli uomini sono sacri. Questi tre uomini sacri : Bolivar del Venezuela; San Martin del Rio della Plata; Hidalgo del Messico. Si devono perdonare loro gli errori, perchè il bene che fecero fu superiore degli errori stessi. Gli uomini non possono essere più perfetti del sole. Il sole brucia con la stessa luce con cui scalda. Il sole ha delle macchie. Gli ingrati non parlano che delle macchie. I riconoscenti parlano della luce.
Bolivar aveva un corpo piccolo. Gli occhi mandavano lampi e le parole gli spuntavano dalle labbra. Sembrava che stesse sempre aspettando l’ora di montare a cavallo. Era il suo paese, il suo paese oppresso, che pesava sul cuore e non lo lasciava vivere in pace! L’America intera sembrava svegliarsi . Un uomo solo non vale più di un popolo intero; ma ci sono uomini che non si stancano quando si stanca il suo popolo, e che si decidono alla guerra prima dei popoli, perché non devono consultare nessuno fuorchè se stessi, e i popoli hanno molti uomini e perciò non possono consultarsi tanto in fretta. Questo fu il merito di Bolivar : non si stancò di lottare per la libertà del Venezuela, quando sembrava che il Venezuela si stancasse. Gli spagnoli lo avevano sconfitto ; lo avevano cacciato dal paese. Egli se ne andò in un’isola, per vedere la sua terra da vicino e pensare alla sua terra.
Un negro generoso lo aiutò quando nessuno non lo volle aiutare. Un giorno ritornò per combattere, con trecento eroi, con trecento liberatori, liberò il Venezuela, liberò la Nueva Grenada (Colombia), liberò  l’Equador, liberò il Perù. Fondo una nuova nazione, la nazione di Bolivia. Vinse battaglie sublimi con soldati scalzi e mezzi nudi. Tutt’intorno a lui rabbrividiva, e si colmava di luce. I generali combattevano al suo fianco con coraggio soprannaturale. Era un esercito di giovani. Nel mondo mai si lottò tanto né meglio, per la libertà. Bolivar non difese con tanto fuoco il diritto degli uomini di governarsi da soli, quanto il diritto dell’America di essere libera. Gli invidiosi esagerarono i suoi difetti. Bolivar morì di crepacuore più che di malattia, nella casa di uno spagnolo, a  Santa Marta. Morì povero, e lascio una famiglia di popoli.
Il Messico aveva uomini e donne valorosi che non erano molti, ma che valevano per molti : mezza dozzina di uomini e una donna si accingevano a liberare il paese. Erano alcuni giovani coraggiosi, il marito di una donna generosa e un prete di campagna che amava molto gli indigeni, un prete do sessanta anni. Il prete Hidalgo, fin da bimbo, fu della razza buona, di quelli che vogliono sapere. Coloro che non vogliono sapere sono della razza cattiva. Hidalgo sapeva il francese, che a quei tempi era un gran pregio, perché lo sapevano in pochi. Lesse i libri dei filosofi del secolo diciottesimo, che spiegavano il diritto dell’uomo ad essere onesto, e a parlare senza ipocrisia. Vide schiavi negri, e si colmò di orrore. Vide maltrattare indigeni, che sono tanto docili e generosi, e si sedette in mezzo a loro come un vecchio fratello, ad insegnare le arti raffinate, che l’indigeno impara bene:  la musica, che consola; l’allevamento del baco, che da la seta e quello dell’ape che da il miele. Aveva il fuoco dentro di se e gli piaceva costruire;  creò forni per cuocere mattoni. Ogni tanto gli si vedevano brillare intensamente gli occhi verdi!! Il signor curato di Dolores parlava molto bene, sapeva tante cose nuove, faceva elemosina, e qualche volta andava  a Queretaro a parlare con alcuni coraggiosi e con il marito  della buona signora : lo dicevano tutti!!E un traditore fece la spia a un comandante spagnolo che gli amici di Queretaro volevano  liberare il Messico. Il prete monto a cavallo, con tutto il suo popolo, che lo amava come il proprio cuore ; gli si aggregarono i caporali e gli inservienti delle tenute, che erano la cavalleria; gli indigeni andavano a piedi, con frecce e bastoni, o con fionde o lance. Gli si unì un reggimento ed attaccò e vinse un convoglio di polvere da sparo diretto agli spagnoli. Entrò trionfante a Celaya, con musiche e battimani. Il giorno dopo si riunì il Consiglio Comunale; lo fecero Generale, e un popolo cominciò a nascere. Fabbricò bombe a mano. Pronunciò discorsi che, come diceva un caporale, accalorano e fanno scintille. Dichiarò liberi i negri. Restituì agli indigeni le loro terre. Pubblico un giornale che chiamò  El Dispertador Americano. Vinse e perse battaglie. Un giorno gli si univano settemila indigeni armati di frecce, e un altro lo lasciavano solo. La gente cattiva voleva andare con lui soltanto per rubare e  per vendicarsi  degli spagnoli.  Ma lui avvisava i capi spagnoli che se li avesse vinti in combattimento li avrebbe ricevuti da amico, a casa sua. Questo è essere grande !! Ebbe il coraggio di essere magnanimo, senza paura che lo abbandonasse la truppa, che lo voleva crudele. Il suo compagno Allende fu geloso di lui, e lui gli cedette il comando. Erano insieme, alla ricerca di asilo, durante una sconfitta, quando gli spagnoli gli caddero addosso. Spogliarono Hidalgo delle sue vesti di sacerdote, per offenderlo. Lo condussero dietro un muro e gli spararono in testa. Cadde vivo, rotolando nel sangue, ed in terra finirono di ucciderlo. Gli tagliarono la testa e lo appesero in una gabbia, nello stesso deposito Pubblico di Granaditas, dove ebbe il suo governo. Seppellirono i cadaveri decapitati. Ma il Messico è libero.
San Martin fu il liberatore del Sud, il padre della repubblica Argentina, il padre del Cile. I suoi genitori erano spagnoli e lo mandarono in Spagna perché fosse militare del re. Quando Napoleone invase la Spagna con il suo esercito per togliere agli spagnoli la libertà, tutti gli spagnoli combatterono contro Napoleone : i vecchi, le donne, i bambini ; un bimbo coraggioso, un piccolo catalano, una notte mise in fuga una intera compagnia, sparandole con furia da un angolo della montagna. Il bimbo fu poi trovato morto, di fame e di freddo, ma aveva sul viso come una luce e sorrideva, come se fosse contento. San Martin combattè valorosamente nella battaglia di Bailèn  e lo promossero tenente colonnello. Parlava poco : sembrava di acciaio; guardava come un’aquila; nessuno lo disobbediva; sul campo di battaglia, il suo cavallo andava e veniva come un fulmine nell’aria. Quando seppe che l’America  lottava per liberarsi, venne in America. Non gli importava di perdere la sua carriera  pur di compiere il suo dovere !!Arrivò  a Buenos Aires : non pronunciò discorsi; formò uno squadrone di cavalleria ; San Lorenzo fu la sua prima battaglia ; con la spada sguainata incalzo gli spagnoli che marciavano molto sicuri, suonando il tamburo, e che poi rimasero senza tamburo; senza cannoni, e senza bandiera. Negli altri paesi americani gli spagnoli stavano vincendo :Bolivar era stato cacciato dal Venezuela, da Morillo il crudele ; Hidalgo era morto, O’ Higgins era fuggito dal Cile, ma dove c’era San Martin l’America continuava a essere libera. Esistono degli uomini così, che non possono vedere la schiavitù . San martin non poteva; e, per questo, andò a liberare il Cile ed il Perù. In diciotto giorni, con il suo esercito, attraverso le Ande, altissime e fredde : pareva che gli uomini camminassero per il cielo, assetati, affamati; in basso, molto in basso gli alberi sembravano erba , i torrenti ruggivano  come leoni. San Martin affronta e scompiglia l’esercito spagnolo nella battaglia di Maipù e lo sconfigge per sempre nella battaglia di Chacabuco. Libera il Cile. S’imbarca con la sua truppa e va a  liberare il Perù. Ma in Perù c’era Bolivar, e San Martin gli cede la gloria. Fece ritorno in Europa, triste morì tra le braccia della figlia Mercedes. Scrisse il suo testamento, come fosse il bollettino di una battaglia , Gli avevano regalato lo stendardo che il conquistatore Pizzarro aveva portato 4 secoli prima di lui, e lui, nel testamento,  lo regalò al Perù. Il cuore si riempe di tenerezza, pensando a quei giganteschi fondatori. Quelli  sono eroi!!Quelli che combattono per fare popoli liberi, o  quelli che soffrono in povertà e disgrazia per difendere una grande verità. Coloro che lottano per ambizione, per fare schiavi altri popoli, per avere maggior potere di comando, per togliere ad altri popoli le loro terre, non sono degli eroi, ma dei criminali.

Tratto da :
Collezione per bambini   “l’età d’oro”
Instituto Cubano del libro
Editorial Josè Martì
Publicacione en lengua Extranjeras
Apartado 4208 La Habana

Pubblicato da Synergon SRL  1993
Bologna

lunedì 25 gennaio 2016

OBAMA : “Il tempo sta scadendo" / "Obama: time is running out!" Attilio Boron


Tra meno di un anno ritornerà nell’ombra, correndo la fortuna di tutti i presidenti degli Stati Uniti che, come osserva e mette in evidenza Juan Bosch in il El Pentagonismo, una volta che lasciano la Casa Bianca la loro voce si dilegua completamente fino a tornar inudibile in mezzo all'ingannevole vociferio che fomenta la dittatura mediatica. Come in scarsissime eccezioni non sono statisti ma bensì funzionari sorti dagli imbrogli del macchinario elettorale, una volta che escono rapidamente dal locus del potere formale si convertono in oscuri "sono nessuno”.Le loro promesse ed opinioni contano solo finché abitano nella Casa Bianca. Una volta usciti  non possono fare niente. Ad Obama gli rimane meno di un anno per fare quello che voleva fare:  normalizzare le relazioni con Cuba  dico:  normalizzarle sul serio, senza blocchi né aggressioni finanziarie - ed iniziare una nuova tappa nelle relazioni bilaterali. A lui si oppone un'importante parte del Congresso che nella sua decadenza si è convertito  nel rifugio di una torba impresentabile di ignoranti e reazionari di diversi aspetti,(salvo poche eccezioni, ovviamente), e non pochi settori della sua amministrazione. Ma la maggioranza del paese nordamericano vuole farla finita con quella scandalosa remora della Guerra Fredda e potere viaggiare e conoscere Cuba e le sue genti;  godere della meraviglia della sua cultura, la sua musica, i suoi balli, le sue spiagge ed il sapore di dei suoi rum ed i suoi sigari. Della stessa opinione è buona parte del mondo imprenditoriale che vede alcuni appetibili commerci che gli sono sgocciolati tra le dita per l'intransigente veto di alcune agenzie del governo federale.

Insomma, se Obama volesse indebolire  significativamente il blocco potrebbe farlo. Ma non lo fa. Questa disgiunzione tra parole ed azioni obbliga a domandare se ci sono uno o due Obamas. Uno dice che vuole che "il popolo cubano sia libero." Si  sovrintende  che il paese nordamericano lo è già:  per esempio è libero di avere più afroamericani tra 20 e 24 anni nelle prigioni che nelle università;  libero di avere un 15 percento della popolazione sotto la linea di povertà;  libero affinché la maggioranza dei bambini degli Stati Uniti viva nella povertà;  libero affinché poliziotti bianchi ammazzino circa mille cinquecento afroamericani nell'ultimo anno senza dover rendere conto davanti alla giustizia. Liberi di rnon potere pagare l’imposta universitaria, o comprare le medicine che necessitano. Libera anche di vedere come l’ 1 per cento più ricco si arricchisce ogni giorno di  più mentre il 90 per cento inferiore nella redistribuzione dell'entrate riduce il suo patrimonio rispetto a quello  che possedeva trenta anni fa, nel 1986, mentre oggi il 3 percento più ricco si impadronisce di qualcosa più della metà del totale della ricchezza di questo paese secondo i dati dell'Ufficio del Censimento. L'Obama delle belle dichiarazioni svaniscono una dietro l'altra dato  che persiste in non utilizzare i poteri che ha come presidente degli Stati Uniti per andare a disarmare l'infernale macchinario del blocco. Vuole che i cubani scelgano liberamente il suo futuro? Allora, perché mantiene il blocco informatico all'Isola?  Basta osservare il diagramma dei cavi sottomarini che distribuiscono il traffico di Internet per comprovare come tutti loro scansano accuratamente Cuba. Perché mantiene la criminale politica migratoria, la Legge dell'Accomodamento Cubano, che incentiva la migrazione illegale di cubani negli Stati Uniti e facilita la corruzione delle autorità migratorie nordamericane ed i commerci della mafia dei "pollivendoli" incaricati di introdurli in territorio americano? Perché insiste nel sanzionare ad imprese statunitensi o straniere che mediano con attività economiche di Cuba? Giorni fa l'Ufficio di Controllo di Attivi Stranieri, OFAC, ha applicato una multa di 260.000 dollari a Watg Holdings, che ha base ad Irvine, California, perché aveva partecipato ad un progetto architettonico per l'industria alberghiera cubana. Dopo le discussioni corrispondenti la sanzione  è diminuita  a 140.000 dollari, e lì è rimasta. In altre parole:  quale è il vero Obama? Quello che parla bello o quello che continua ad agire come una fredda  figura (cancerbero) imperiale? la sua doppia personalità svilisce il valore delle sue parole. Se vuole passare alla storia come il presidente che mise fine ad un'ingiustizia tanto enorme come il blocco imposto contro la Cuba rivoluzionaria deve cominciare ad agire già, senza più ritardi. Se lo fa avrà provato che ha pasta di statista,
possessore di una visione che si alza al di sopra delle pressioni e delle strettoie della mafia anticastrista e le sue  poderose lobbies. Se cede davanti a loro la sua fortuna sarà cacciata. Non so se sarà cosciente che il suo unico merito reale concludendo la sua presidenza sarebbe  aver gettato le basi per eliminare il blocco. Dalla lettura del suo recente, e finale, discorso su "Lo Stato dell'Unione" del 13 di Gennaio del corrente anno si  nota che la sua politica migratoria è  fallita , la riforma finanziaria è stata un fiasco, e quasi altrettanto si può dire di quello che ha tentato nel settore salute. L'adempimento economico è appena mediocre e nella sabbia internazionale  ha raccolto uno scivolone dietro un altro. Per via di questi  rari paradossi della storia gli rimane solo Cuba per annotarsi un successo duraturo e superare l'esame.

Ma deve affrettarsi. Gli rimane molto poco tempo.


En menos de un año volverá a las sombras, corriendo la suerte de todos los presidentes de Estados Unidos que, como lo observara con clarividencia Juan Bosch en El Pentagonismo, una vez que dejan la Casa Blanca su voz se desdibuja por completo hasta tornarse inaudible en medio de la engañosa vocinglería que fomenta la dictadura mediática. Como salvo escasísimas excepciones no son estadistas sino apenas funcionarios surgidos de una tramposa maquinaria electoral, una vez que salen del locus del poder formal rápidamente se convierten en oscuros “don nadies”. Sus promesas y opiniones sólo cuentan mientras habiten en la Casa Blanca. Una vez salidos de ella nada pueden hacer.
A Obama le queda menos de un año para hacer lo que dijo que quería hacer: normalizar las relaciones con Cuba –digo: normalizarlas en serio, sin bloqueos ni agresiones financieras– e iniciar una nueva etapa en las relaciones bilaterales. A ello se le opone una importante parte del Congreso, que en su decadencia se convirtió en el refugio de una turba impresentable de ignorantes y reaccionarios de diversos pelajes (salvo unas pocas excepciones, por supuesto) y no pocos sectores de su administración. Pero la mayoría del pueblo norteamericano quiere acabar con esa escandalosa rémora de la Guerra Fría y poder viajar y conocer a Cuba y sus gentes; disfrutar de la maravilla de su cultura, su música, sus bailes, sus playas y el sabor de sus rones y sus puros. De la misma opinión es buena parte del mundo empresarial, que ve cómo algunos jugosos negocios se le escurren entre los dedos por el intransigente veto de algunas agencias del gobierno federal. En suma, si Obama quisiera debilitar significativamente el bloqueo está en él poder hacerlo. Pero no lo hace.
Esta disyunción entre palabras y acciones obliga a preguntar si hay uno o dos Obamas. Uno dice que quiere que “el pueblo cubano sea libre”. Se sobreentiende que el pueblo norteamericano ya lo es: por ejemplo, libre para tener más afroamericanos entre 20 y 24 años en las cárceles que en las universidades; libre para tener un 15 por ciento de la población bajo la línea de pobreza; libre para que la mayoría de los niños de Estados Unidos viva en la pobreza; libre para que policías blancos maten a unos mil quinientos afroamericanos en el último año sin tener que rendir cuentas ante la Justicia. Libres para no poder pagar la matrícula universitaria, o comprar los medicamentos que necesitan. Libres también para ver cómo el 1 por ciento más rico se enriquece cada día más mientras que el 90 por ciento inferior en la distribución del ingreso reduce su patrimonio a lo que poseía hace treinta años, en 1986, mientras que el 3 por ciento más rico hoy se adueña de algo más de la mitad del total de la riqueza de ese país según los datos de la Oficina del Censo. El Obama de las bellas declaraciones se esfuma detrás del otro que persiste en no utilizar las atribuciones que tiene como presidente de Estados Unidos para ir desarmando la infernal maquinaria del bloqueo. ¿Quiere que los cubanos elijan libremente su futuro? Entonces, ¿por qué mantiene el bloqueo informático a la isla? Basta con observar el diagrama de los cables submarinos que distribuyen el tráfico de la Internet para comprobar como todos ellos sortean cuidadosamente a Cuba. ¿Por qué mantiene la criminal política migratoria, la Ley del Ajuste Cubano, que incentiva la migración ilegal de cubanos a Estados Unidos y facilita la corrupción de las autoridades migratorias norteamericanas y los negocios de la mafia de los “polleros” encargados de introducirlos en territorio americano? ¿Por qué insiste en sancionar a empresas estadounidenses o extranjeras que intermedian en actividades económicas de Cuba? Días atrás la Oficina de Control de Activos Extranjeros, OFAC, le aplicó una multa de 260.000 dólares a Watg Holdings, una consultora con base en Irvine, California, porque había participado en un proyecto arquitectónico para la industria hotelera cubana. Luego de las alegaciones correspondientes la sanción se redujo a 140.000 dólares, y ahí se mantuvo firme.
En otras palabras: ¿cuál es el verdadero Obama? ¿El que habla bonito o el que sigue actuando como un frío cancerbero imperial? Su dualidad desvirtúa el valor de sus palabras. Si quiere pasar a la historia como el presidente que puso fin a una injusticia tan enorme como el bloqueo impuesto contra la Cuba revolucionaria tiene que comenzar a actuar ya, sin más demoras. Si lo hace habrá probado que tiene pasta de estadista, poseedor de una visión que se eleva por encima de las presiones y los aprietes de la mafia anticastrista y sus poderosos lobistas. Si cede ante ellos su suerte estará echada. No sé si será consciente que su único mérito real al concluir su presidencia sería el haber sentado las bases para acabar con el bloqueo. De la lectura de su reciente, y final, discurso sobre “El Estado de la Unión” del 13 de enero del corriente año se desprende que su política migratoria fracasó, la reforma financiera fue un fiasco, y casi otro tanto puede decirse de la que intentó en el sector salud. El desempeño económico es apenas mediocre y en la arena internacional cosechó un traspié tras otro. Por una de esas raras paradojas de la historia sólo le queda Cuba para anotarse un éxito duradero y aprobar el examen. Pero tiene que apurarse. Le queda muy poco tiempo.


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Foto  tratta dal web contrainjerencia