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sabato 2 marzo 2019

Ex marines e neonazisti ucraini assieme all'opposizione venezuelana per l'Opcion 2



Allenando i fanti della marina filippina nell'arte della
guerra nella giungla

Questa foto è stata trovata nel profilo di Luis Medina, un guarimbero che aveva partecipato lo scorso 23F alla tentata forzatura del confine Venezuelano. Era stato individuato immediatamente sia da Freddy Barnal sia dal portale "Lechuguinos", come un marine americano


a) era un addestratore dell'esercito USA. Nel suo profilo Instagram si trovano foto risalenti a sei anni fa, mentre addestrava l'esercito filippino al combattimento nella giungla. Come si vede nei tag della foto in basso, questi addestramenti servono alla preparazione di un non ben conosciuto "team insurgencia" da adoperare nella "liberazione" del Venezuela.


b) sì, fa parte di una rete legata all'esercito USA, per sua stessa ammissione. Come si legge nel commento alla foto sta attivando una rete di ex addestratori dell'esercito USA, già attivi in Ucraina, Serbia, Taiwan e Filippine, da impiegare per la "Opcion B". Ma parla anche di suoi "amici" in Ucraina che "ugualmente odiano il comunismo" Che si uniranno all'esercito di patrioti.

Conosciamo bene questi "amici ucraini" e già sapevamo dell'utilizzo di nazisti ucraini in Venezuela, nelle guarimbas del 2014, riutilizzati subito dopo il Maidan.

Ma cos'è l'Opcion B? non è difficile da indovinare.

 
Lo stesso ambasciatore venezuelano al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ha accusato gli Stati Uniti di preparare una guerra sporca come quella del Nicaragua, per il Venezuela. Una guerra "clandestina", condotta da paramilitari infiltrati, che entrerebbero in territorio venezuelano sotto la copertura degli aiuti umanitari (guarda il video). Non a caso, l'incaricato dal governo USA per il Venezuela, è Elliot Abrams. Lo stesso che stava a capo dell'operazione CONTRAS in Nicaragua.
Gli Stati Uniti, sconfitti miseramente al confine con la Colombia, gettano definitivamente la maschera. La pagliacciata del presidente a interim, l'incapace e ridicolo Guaidò, è finita. Adesso si chiama definitivamente l'intervento militare, e si prepara una guerra che come in Nicaragua, Libia, Siria e Donbass, gli USA combatteranno per procura. Una guerra sporca, clandestina, invisibile, spietata, volta a instaurare il caos controllato in Venezuela. I nuovi contras, raccattati tra ex marines, tagliagola e neonazisti ucraini, aspettano solo "il lato finanziario" per il piano B.

Vale la pena spendere due parole su Medina. Il suo profilo è pubblico, chiunque può visualizzare, quindi non mi prenderò la briga di pubblicare in questa sede tutte le sue foto.

Medina, non è certo un "venezuelano affamato".
Anzi è abbastanza in carne, ben vestito, con l'orologio d'oro, i capelli all'ultima moda, le sopracciglia depilate ad ali di gabbiano. La sua famiglia vive in una lussuosa casa (non appartamento), con il parque lucido e gli arredi in stile. In America Latina un normale lavoratore della classe media non può permettersi questi lussi. Da un suo video minaccia gli uomini delle forze armate bolivariane di morte e tremende torture, in nome del popolo. Un popolo di cui non fa parte. Lui, rampollo della borghesia vendipatria arruolato per un esercito straniero.

tratto da :
https://www.polivox.info

Clara Castello


sabato 12 marzo 2016

12 Marzo 2016 davanti la base USA di Camp Darby Pisa giornata di mobilitazione contro la guerra.(Foto)


Ormai la guerra si è fatta più  visibile e minacciosa, meno impalpabile.  Il governo Renzi,  gli stati maggiori, il Presidente della Repubblica hanno non solo deciso di portare l’Italia  dentro l’ennesimo evento bellico,  ma addirittura di guidare una sorta di coalizione internazionale che, pur di riprendere il controllo dell’ altra sponda del Mediterraneo è pronta a replicare l’infausta operazione del 2011.  Nel frattempo il caos, la destabilizzazione, la tribalizzazione della Libia ridotta a pezzi  dall’ intervento occidentale , è sotto gli occhi di tutti,  eppure gli stessi responsabili di quel disastro,  gli  stessi assassini di Gheddafi,  gli stessi ladri dell’ingente  tesoro libico ,si candidano a mettere le cose a posto.  Siiiiiiiiiiiiiiii, La guerra si farà e come da copione  l’Italia ci sarà,......  i criminali a volerla purtroppo  sono i soliti.
Per il governo Renzi sembra che il problema  sia come riuscire a convincere il popolo ad accettare la guerra,  ( può essere che CIA e Company inventino un qualcosa di eclatante e devastante per farla digerire agli italiani ??.) ....Renzi e staff  pressati da Washington e  Parigi,   che rimproverano  l’Italia di essere troppo timida,  di fatto hanno  già detto si al coinvolgimento italiano alla missione militare.  L’Italia vuole intervenire  alla guerra per potersi sedere ai tavoli per la spartizione delle immense risorse energetiche e idriche della Libia prima che il paese possa avere un governo stabile, allo stesso tempo però teme di impantanarsi  in un conflitto che non promette di essere ne facile ne rapido e quindi potrebbe avere dure ripercussioni  per gli strati sociali  più deboli  del nostro Paese già tartassati e derubati delle conquiste sociali ,diritti..... Le altre potenze guerrafondaie USA, Inghilterra, Francia,..non volendo assumersi interamente l’onere della missione  hanno pressato fortemente sulla partecipazione italiana,vedi le insistenze di Washington  sulla necessità che l’Italia invii  5000 militari e metta disposizione obbligatoriamente  basi, strutture  militari e aereoporti.
Basta informarsi minimamente per poter capire che l’intervento in Libia per combattere l’ISIS è una farsa puerile,  dal momento  che l’ISIS  è una creatura, finanziata e armata dalla NATO  e  sotto controllo diretto dall’intelligence dell’ Impero.

L’AGGRESSIONE ALLA LIBIA VA FERMATA.

L’ITALIA DEVE USCIRE DALLA NATO.

L’ITALIA  DEVE CHIUDERE TUTTE LE BASI STRANIERE PRESENTI NEL TERRITORIO.

L’ITALIA DEVE RITIRARE I MILITARI DA TUTTI GLI ALTRI FRONTI DI GUERRA IMPERIALISTA



L’associazione amicizia Italia Cuba Alta Maremma Circolo”Italo Calvino”  e circolo di Pisa ancora una volta erano  presenti al nutrito  Presidio contro la guerra davanti la entrata della storica quanto nefasta base militare USA di Camp Darby a Pisa, base logistica  che va ricordato è  la più grande d’Europa , gli amici di Cuba già il 23 ottobre si concentrarono davanti la base in occasione della partenza del tuor ciclistico  pacifista che da Camp Darby  in tre tappe arrivò in un presidio pacifista organizzato in  piazza Pantheon a Roma  e successivamente il 22 novembre  2015 , dopo 6 tappe in Cuba  arrivò  al IV seminario per la pace di Guantanamo, dove erano presenti 43 paesi e i cui esponenti  nella stesura finale  di un documento rinnovarono la chiusura delle basi militari straniere di tutto il mondo. Gli internazionalisti amici di Cuba possono affermare che l’isola rivoluzionaria è da sempre in prima linea per la costruzione di un mondo più giusto dove i popoli vivano in pace e nella reciproca cooperazione solidale.  Per questo organizza manifestazioni  e seminari  di alto spessore  legati a tematiche pacifiste internazionaliste ,….  per Cuba la  chiusura delle basi militari straniere all’estero è fondamentale per liberare i Paesi da condizionamenti armati esterni. 

Al presidio hanno aderito.
Rete dei Comunisti - Partito Comunista dei Lavoratori - Ross@ Pisa - Associazione La Rossa Lari - USB Toscana - Comitato livornese No guerra No Nato - Circolo agorà Pisa - Laboratorio per un futuro senza guerre Viareggio - Unione Inquilini Pisa - Coordinamento Regionale della Rifondazione Comunista Toscana - Movimento Liberazione Popolare programma 101 - Giovani Comunisti Prc Pisa/Siena/Grosseto - CARC Toscana - Il Sindacato è un’altra cosa/Opposizione in CGIL Toscana - CSOA Casa Rossa Massa - Progetto Rebeldìa - Comitato Fermiamo la guerra Firenze - Assemblea fiorentina contro la guerra e la Nato - Statunitensi contro la guerra Firenze - RSU Ateneo fiorentino - FLC CGIL Università di Firenze - Una Città in Comune Pisa - Cobas Pisa - Coordinamento Basta morti nel Mediterraneo Firenze - Archivi della Resistenza Circolo Edoardo Bassignani - Coordinamento antifascista antirazzista aretino- Collettivo Licio Nencetti Arezzo - Comunità curda Toscana - Link Siena - Ass. Restiamo umani Piombino - Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista di Livorno - WILPF (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà) - Associazione La Comune di Bagnaia - Spazio Antagonista Resistenza Sociale (SARS) di Viareggio - Centro Solidarietà Internazionalista Alta Maremma - Associazione Controcanto pisano - Associazione Italia Nicaragua Livorno – Sinistra Anticapitalista Toscana – Circolo Bolivariano A. Martelli Piombino Val di Cecina – Osservatorio antiproibizionista Canapisa Crew - Associazione Italia Cuba Alta Maremma / Pisa / Livorno - Eurostop Toscana



giovedì 20 marzo 2014

Le guerre di Washington - Las guerras de Washington


 
Una buona analisi sulla situazione mondiale anche se il documento  è stato redatto il 05/03/2014, cioè prima dell'aggravarsi delle relazioni tra USA/UnioneEuropea e Russia per la questione del golpe in Ucraina.
 
 




 Higinio Polo

Il generale Wesley K. Clark, che fu il comandante supremo della Nato alla fine degli anni novanta, riconosceva nel 2001 (e pubblicò nel 2003 "Winning Modern Wars: Iraq, Terrorism and the American Empire) che i piani nordamericani per attaccare l'Iraq avrebbero trovato continuità in Siria, Libano, Iran, Somalia e Sudan. Dietro questa pianificazione c'era buona parte dell'establishment statunitense, nel governo, nel Pentagono, negli istituti di pensiero o think-tank e nelle corporation, con attori come il corrotto Paul Wolfowitz (che arrivò ad essere sottosegretario alla difesa e, precedentemente, ambasciatore in Indonesia, dove sostenne il sinistro Suharto), portatore della cosiddetta "dottrina Wolfowitz", che postulava l'unilateralismo nelle relazioni internazionali e le "guerre preventive" al fine di garantire il predominio nordamericano nel XXI secolo. In generale, l'intero settore neoconservatore americano, da Dick Cheney a Donald Rumsfeld passando per lo stesso George W. Bush, da William Kristol e Richard Perle, aveva questa visione guerrafondaia, partecipando allo sviluppo dei piani e delle guerre d'aggressione che hanno insanguinato il primo decennio del secolo e la cui dinamica è proseguita sotto la presidenza Obama.

Gli anni di Bush hanno conosciuto un'offensiva generalizzata nelle diverse aree del mondo, diretta a imporre il "nuovo secolo americano". Afghanistan e Iraq sono state le guerre più importanti, conflitti sanguinosi non ancora chiusi, ma non furono le uniche: guerre segrete di bassa intensità come quelle imposta a Iran e Pakistan, le operazioni punitive condotte in diversi paesi di Africa e Asia (Somalia, Sudan, Yemen, Libia, Siria), i programmi di destabilizzazione nella periferia russa e nelle regioni cinesi tramite movimenti nazionalisti attestano la determinazione degli Stati uniti a voler mantenere la propria egemonia globale con l'uso della forza e della guerra. Alcune di queste guerre a bassa intensità sono letali: solo in Pakistan, secondo le stime di Amnesty international, gli Stati uniti hanno ucciso con i droni oltre quattromila persone negli ultimi dieci anni. E il presidente Obama non ha affatto chiuso con questa prassi, anzi.

All'ambizione di rimodellare il Medio oriente, affossare l'Iran e distruggere gli ultimi alleati di Mosca, sono stati aggiunti i piani concreti per includere l'Asia centrale nella zona di influenza di Washington, riducendo la Russia a status di potenza regionale impotente, e la progettazione di un nuovo "cordone sanitario" intorno alla Cina, il paese che più di un decennio fa era ancora la sesta economia mondiale, ma che già si profilava come una importante sfida strategica per gli Stati uniti. E questo per una buona ragione: quando incominciò l'invasione nordamericana dell'Afghanistan, nel 2001, non solamente il Pil degli Stati uniti superava abbondantemente quello cinese, ma anche Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna avevano un potere economico maggiore della Cina. Tuttavia, come già temevano gli analisti dell'establishment nordamericano, l'impressionante crescita economica cinese avrebbe cambiato la situazione e tutte le tendenze indicano, secondo le stime del Fmi, che la Cina sorpasserà (a parità di potere d'acquisto) il Pil nordamericano nel 2017: tre anni al temuto momento che Washington ha voluto ostacolare in ogni modo. I problemi si accumulano per Washington: l'elevato indebitamento (17mila miliardi di dollari di debito governativo, che salgono a 60mila miliardi se si aggiungono i debiti dei governi locali degli stati e delle istituzioni finanziarie), il deplorevole stato delle infrastrutture negli Stati uniti (ponti, rete viaria, mancanza di nuove comunicazioni), e la prevedibile fine del ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale non preannunciano tempi migliori.

Tuttavia, la pianificazione strategica nordamericana per fermare la propria relativa decadenza si è rivelata fallimentare, a dispetto di vittorie regionali, come in Libia, e nonostante mantenga un potere economico e militare non disprezzabile. L'esplosione della crisi economica nel 2008 ha acuito le tendenze negative negli Stati uniti, mostrando il loro graduale indebolimento economico e il fatto di possedere una percentuale ogni volta minore del Pil mondiale. L'arrivo di Obama alla presidenza ha fatto supporre una rielaborazione della politica estera, benché si sia rassegnato ad accettare molte delle decisioni di Bush (a cominciare dal mantenimento di Guantánamo e dalle operazioni speciali di assassinio senza alcun tipo di controllo giudiziale) e sia stato assorbito nelle dispute domestiche, mentre i circoli di potere si dibattono tra l'ambizione di mantenere il predominio e la graduale accettazione che l'ascesa cinese rende inevitabile la negoziazione di un nuovo disegno strategico mondiale. Con Obama, Washington, senza abbandonare la vecchia inerzia degli anni di Bush, ha rinunciato a spingere in modo deciso per l'apertura di una nuova tappa nelle relazioni tra le grandi potenze, a dispetto dell'annuncio di grandi iniziative (come quella presentata nel giugno 2013, a Berlino, che offriva un disarmo nucleare alla Russia e che Mosca non ha preso sul serio per via dei piani nordamericani per sviluppare lo scudo antimissili) che sono poco più che operazioni di propaganda.

Il 2013 cominciava con una tensione senza precedenti tra Stati uniti e Russia, per la legge Magnitski, appoggiata da Obama (che poneva il veto a diciotto magistrati e alti funzionari russi), misura a cui la Duma russa rispose con la legge Dima Yakovlev, (chiamata così per il bambino russo che morì abbandonato in un'automobile dal padre adottivo nordamericano), mentre, in cambio, il ministero di esteri russo pubblicò una lista dove apparivano i nomi dei capi militari di Guantánamo implicati in torture, come quelli dei consiglieri del governo e agenti della Dea. Le controversie si aggravavano.

Nell'aprile 2013, il consigliere per la sicurezza nazionale nordamericano, Tom Donilon, consegnò una nota di Obama al presidente russo che affrontava le differenze politiche e militari sullo scudo antimisili e l'armamento atomico, presentando alcune proposte commerciali. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, sostiene che la normalizzazione delle relazioni con Washington è una questione centrale per Mosca, benché sia cosciente che la Russia in varie occasioni è stata ingannata dagli Stati uniti, i quali sono venuti meno agli impegni. Lo ha fatto con l'integrazione dell'Europa orientale nella Nato, con l'incorporazione delle repubbliche baltiche e continua a farlo col persistente tentativo di impadronirsi di Ucraina e Georgia, oltre alle operazioni portate avanti in Asia centrale, alcune pubbliche, altre coperte. Lo ha fatto anche con l'imposizione di una forza Nato in Afghanistan, con la bugia sullo scudo antimisili per "difendersi" dall'Iran, e con le operazioni militari contro Libia e Siria, paesi che mantenevano buoni rapporti con Mosca. È ovvio che Mosca non possa fidarsi della serietà delle parole di Washington. L'ultimo rapporto elaborato dal dipartimento di stato nordamericano sul compimento degli accordi di disarmo, gettava sale sulle ferite accusando la Russia di non rispettare la Convenzione sulla proibizione di armi batteriologiche e tossiche, la Convenzione sulle armi chimiche e gli accordi sulle armi convenzionali in Europa. La relazione evitava di citare la mancata ratifica del Trattato sulla proibizione dei test nucleari che Washington si era impegnata a fare. Non ci sono avanzamenti nei negoziati sul disarmo, nonostante siano apparse, perfino negli Stati uniti, serie critiche allo scudo antimisili, come sostenuto da un gruppo di scienziati del Mit, in particolare dal fisico Theodore Postol, e a dispetto della proposta di disarmo esposta pubblicamente da Obama a Berlino.

Putin, come una dimostrazione di buona volontà, ha accettato di cedere una base alla Nato, a Ulianosvsk, per la campagna militare nordamericana in Afghanistan, anche se le differenze sulla Siria (Ginevra 2), sui negoziati con Iran, sullo scudo antimissili o il previsto ampliamento della Nato verso oriente e l'intromissione in Ucraina, Moldavia e Georgia, continuano a deteriorare le loro relazioni. Afghanistan, origine delle rotte della droga, ha somma importanza per Mosca, e il governo russo è molto interessato alla pacificazione del paese e alla lotta contro il narcotraffico, ma niente è certo. Il generale John R. Allen, capo militare della Nato in Afghanistan (a cui Obama aveva riservato la direzione dell'alleanza), si è dimesso ed è stato sostituito da Joseph Dunford Jr, l'uomo che dovrà organizzare il ritiro, mentre le attività segrete della Cia, dei commandos delle operazioni speciali di Washington e della stessa Nato hanno alimentato i canali dei trafficanti di droga afgani e dei signori della guerra. Non bisogna dimenticare che settori
della Cia e del Pentagono hanno collaborato con organizzazioni di narcotrafficanti per controllare a distanza le loro azioni e metterli al servizio dei loro obiettivi di predominio politico in Asia. Mosca è molto interessata a limitare il flusso di droghe. La Russia, dove causano migliaia di morti ogni anno, è uno dei paesi più colpiti del mondo. È certo che in Afghanistan, gli Stati uniti hanno cercato di combattere le coltivazioni di oppio, ma la loro politica si trasformata in un evidente fallimento che ha aggravato la situazione nel paese (molti contadini poveri finiscono nelle mani dei narcotrafficanti per debiti, dovendo perfino consegnare in pagamento le proprie figlie), e che diventa una minaccia per la Russia. Senza dimenticare la sua implicazione nelle guerre: buona parte delle attività dei gruppi armati che combattono il governo siriano di Bachar al-Assad si finanziano col narcotraffico afgano. Víctor Ivanov, responsabile del Fskn russo (l'organismo preposto al contrasto del narcotraffico), ha affermato che circa ventimila mercenari presenti in Siria dipendono dal denaro ottenuto con la vendita di eroina in diversi paesi asiatici ed europei, come la Russia.

Mentre si indebolisce il potere economico e politico statunitense, si rafforza la sua macchina bellica. Lo spiegamento della Nato in Asia intende assicurare il predominio nordamericano. Le ambizioni su basi militari permanenti in Afghanistan, Iraq, Kirghizistan (e anche in Uzbekistan), oltre a Filippine, Indonesia, Giappone e Corea del sud, seguono questa logica, con la collaborazione della Nato. Inoltre, la diplomazia nordamericana lavora per inserire nel suo ambito di influenza Kazakistan e Turkmenistan. Questa strategia non è nuova. Già nel 1997, sotto Yeltsin, e su iniziativa del senatore repubblicano Sam Brownback, gli Stati uniti approvarono il "Silk road strategy act" per consolidare i nuovi stati centroasiatici, stimolare le tendenze di rottura con Mosca, ed attrarli verso la loro sfera di influenza utilizzando ogni mezzo diplomatico e le operazioni segrete di Cia, Pentagono e dei servizi segreti alleati, come Arabia, Israele o Turchia.

Questo ricorso ad operazioni segrete è utilizzato anche dalle compagnie petrolifere che ingaggiano imprese di mercenari, fatto che, unito in molte zone all'intervento militare aperto e al sistematico utilizzo da parte del governo Obama di compagnie di mercenari ("contractors", secondo l'ipocrita linguaggio del Pentagono e del dipartimento di stato), ha creato grande confusione in molte zone alimentando il terrorismo come reazione, terrorismo che paesi come Cina o Russia si sforzano di contenere perché temono che aumenti all'interno dei loro paesi. I recenti attentati in Xinjiang e nel Caucaso russo lo dimostrano. Questa condotta viene da lontano. Baku, per esempio, è stata utilizzata per anni dai servizi segreti nordamericani (col governo azero che chiudeva volontariamente gli occhi), per introdurre mercenari islamisti nelle regioni russe di Cecenia e Daghestan, molte volte in collaborazione con la mafia cecena dedita al narcotraffico. Non bisogna dimenticare che il presidente Ilham Aliyev (come prima suo padre, il defunto Gueidar Aliyev), che ha ricevuto l'appoggio delle imprese petrolifere occidentali, dirige un governo-cliente degli Stati uniti. Le compagnie petrolifere nordamericane (e britanniche) si riparano dietro lo scudo dei mercenari e la loro capacità di corrompere funzionari e ministri è una risorsa in più nello sviluppo dell'influenza politica nordamericana.

La Cina è il terzo protagonista del triangolo strategico. Le riforme spinte dal nuovo governo cinese che pretendono, tra le altre cose, la diminuzione del peso delle esportazioni nella propria economia e lo sviluppo del mercato interno, si accompagnano a differenti progetti strategici, in maggioranza orientati al suo rafforzamento economico e a dare impulso ad un mondo multipolare. La pressione cinese, per quanto anche russa e di altri paesi, per riformare il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e perfino l'Organizzazione mondiale del commercio, va di pari passo con lo sviluppo di nuovi accordi commerciali della Cina in differenti aree del pianeta, come nell'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), in paesi americani come Perù, Cile e Costa Rica, in Asia e Oceania (Nuova Zelanda). La retrocessione del dollaro come moneta, unita alla crescente internazionalizzazione dello yuan, inaugura nuovi scenari quasi impensabili fino a pochi anni fa: la Cina ha stipulato accordi per commerciare nelle rispettive monete, senza utilizzare la valuta nordamericana, con paesi alquanto rilevanti come Brasile o Giappone e altri.

Gli Stati uniti rispondono alla nuova realtà con il " pivot to Asia", proclamato dalla diplomazia nordamericana che altro non è se non il riconoscimento della progressiva perdita di influenza nel continente più grande e popolato. Washington è cosciente che il consolidamento cinese in Asia limita la sua presenza, benché non rinunci al suo storico protagonismo conquistato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Per questo motivo, l'apparizione di fuochi di conflitto nel sud-est asiatico, la periodica ripresa della crisi nella penisola coreana, le decisioni giapponesi o filippine in materia di dispute marittime, sono espressione della politica nordamericana di contenimento della Cina, senza dimenticare l'utilizzo della carta dell'individualismo nazionalista in Tibet, Xinjiang, o perfino in Mongolia. Washington continua a contare su solidi alleati in Asia (Giappone, Corea del Sud, Filippine e Tailandia) e cerca di rafforzare i suoi accordi con Indonesia, India e Malesia, allettando perfino il Vietnam. Mentre la Cina vuole aprire canali diplomatici di contrattazione sulle controversie asiatiche, gli Stati uniti incoraggiano lo scontro e pretendono inoltre di essere presenti nei negoziati bilaterali tra paesi. La rivendicazione cinese delle isole Diaoyu (Senkaku, per il Giappone), occupate dagli Stati uniti alla fine della Seconda guerra mondiale e trasferite a Tokyo nel 1972, ha dato luogo a nuove divergenze, potenzialmente pericolose. Pechino esige che i velivoli che attraversino lo spazio aereo delle isole si identifichino, fatto che ha portato il segretario per la difesa nordamericano, Chuck Hagel, a dare garanzie al governo giapponese che Washington proteggerà militarmente la sovranità nipponica sulle isole, e a dare istruzioni affinché aerei da guerra pattuglino la zona e ignorino lo spazio aereo cinese sulle isole. Dei portavoce del governo nordamericano hanno mostrato la loro preoccupazione per la condotta cinese che, secondo Washington, "preoccupa i suoi vicini".

Tra gli obiettivi della diplomazia cinese e russa vi è un nuovo quadro di relazioni internazionali, che contemplano anche l'apporto dell'India. In occasione della dodicesima riunione dei ministri degli esteri cinese, russo ed indiano, a Nuova Delhi, Wang Yi, il ministro degli esteri cinese proponeva alla fine del 2013 che Cina, Russia e India spingessero avanti la loro cooperazione per raggiungere lo status di alleati strategici, coordinandosi davanti alle crisi e alle dispute internazionali più rilevanti (con particolare attenzione a Siria, Iran, Afghanistan e penisola della Corea), con l'obiettivo di democratizzare le relazioni internazionali ed avanzare verso un mondo multipolare. Il ministro cinese non ha dimenticato di commentare l'importanza della cooperazione per sviluppare la proposta di una nuova via della seta, con le possibilità economiche che essa può aprire. La Cina ha proposto anche di sviluppare un "corridoio economico" fra Bangladesh, India, Birmania e Cina, con speciale attenzione al trasporto ferroviario e alla costruzione di impianti energetici.

La Cina non punta a sostituirsi agli Stati uniti nella posizione egemonica sul mondo, ma lavora per sviluppare un nuovo ordine mondiale che superi la fase di predominio nordamericano, fonte di molti dei problemi attuali. Non vuole neanche essere trascinata in confronti militari, benché non smetta per questo di tracciare linee rosse che gli Stati uniti non devono oltrepassare. Il vecchio mondo vigilato dal gendarme americano sta giungendo alla fine e le strutture politiche internazionali scricchiolano. L'ampliamento del vecchio G-7 e la sua conversione nel G-8 non ha risolto la pratica inoperosità di questo gruppo che, un quarto di secolo fa, pretendeva di essere un governo mondiale de facto, diretto dagli Stati uniti. In realtà, il nuovo G-20 è il riconoscimento del fallimento e dell'inutilità pratica del G-7, tratto che, unito al rafforzamento dell'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), asse della politica estera cinese, e all'apparizione di piattaforme informali come gli incontri dei Brics, annunciano già il nuovo mondo multipolare. Di fronte a ciò, non è per caso che Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del governo Obama, insistesse, alla fine del 2013, sul fatto che l'Asia era "il principale centro d'attenzione" del suo paese, assicurando il dispiegamento del sessanta percento della flotta Usa nel Pacifico entro un termine di cinque o sei anni. Corea del Nord, Giappone, Filippine ed il Mare della Cina meridionale saranno gli scenari di nuove controversie.

Gli Stati uniti non hanno ancora rinunciato a conservare la loro supremazia globale e a questo fine continuano ad utilizzare la loro capacità diplomatica, l'influenza negli organismi internazionali, il peso economico e l'impressionante forza militare. Continuano ad essere la maggiore potenza militare del pianeta, ma questa circostanza, paradossalmente, non gli consente di vincere le guerre moderne né di aumentare la propria influenza strategica. Ciò ha anche creato problemi tra gli alleati di Washington: le relazioni con Arabia, Israele, Egitto o Pakistan hanno conosciuto tempi migliori, ed è ovvio che i negoziati aperti con l'Iran sono il riconoscimento implicito dei limiti della sua politica estera. Le guerre sono combattute come nel passato, ma anche con droni, operazioni segrete, commandos per rapire persone, con la tutela dei gruppi terroristici, il finanziamento di gruppi politici, con lo spionaggio planetario della Nsa, come evidenziato dal caso Snowden: gli Stati uniti si sono assegnati lo status di modello da seguire, di democrazia esemplare, che ha diritto di giudicare il resto dei paesi, di esigere cambiamenti e decisioni e perfino di imporre la sua opinione con la forza. Così, è Washington che decide il grado di democrazia di ogni paese, la giustizia di una decisione e la bontà di qualunque politica. Chi si oppone alla sua visione e strategia, è qualificato come tiranno.

Mentre l'Europa non riesce ad uscire dalla crisi ed emergere come protagonista internazionale, il nuovo ordine mondiale in arrivo sarà organizzato, con ogni probabilità, sulla base di tre grandi potenze, Cina, Stati uniti e Russia, e di una seconda corona di paesi che, con status di potenze regionali, avranno anche protagonismo internazionale: India, Brasile, Unione europea (o, in alternativa, la Germania) e Giappone. Gli Stati Uniti sono riluttanti ad accettarlo, tuttavia, la realtà si impone e le guerre moderne delle quali parlava il generale Wesley K. Clark non hanno portato al rafforzamento del potere del cowboy litigioso che è stato sempre Washington, ed altri fronti hanno fatto la loro comparsa, fino al punto che il veterano Henry Kissinger, vecchio criminale di guerra ed attento lettore del mondo che verrà, si mostra cosciente della diminuzione del potere nordamericano sostenendo che il nuovo ordine internazionale ruoterà intorno a Stati uniti, Cina e Russia e ben sapendo che Washington dovrà condividere l'alba di una nuova era.


Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Las guerras de Washington

El general Wesley K. Clark, que fue comandante supremo de la OTAN a finales de los años noventa, reconoció en 2001 (y publicó en 2003: Winning Modern Wars: Iraq, Terrorism and the American Empire) que los planes norteamericanos para atacar Iraq tendrían continuidad en Siria, Líbano, Irán, Somalia y Sudán. Detrás de esa planificación estaba buena parte del establishment norteamericano, en el gobierno, en el Pentágono, los institutos de pensamiento o think-tanks, y las corporaciones, con protagonistas como el corrupto Paul Wolfowitz (que llegó a ser subsecretario de Defensa (y, antes, embajador en Indonesia, donde apoyó al siniestro Suharto), quien elaboró la denominada “doctrina Wolfowitz” que postulaba el unilateralismo en las relaciones internacionales y las “guerras preventivas” para asegurar el predominio norteamericano en el siglo XXI. En general, todo el sector neoconservador norteamericano, desde Dick Cheney hasta Donald Rumsfeld pasando por el propio George W. Bush, por William Kristol y Richard Perle, mantenía esa visión belicista y participaron en el desarrollo de los planes y guerras de agresión que han ensangrentado la primera década del siglo XXI, y cuya inercia ha continuado durante el mandato de Obama.
Los años de Bush vieron una ofensiva generalizada en diferentes áreas del mundo, dirigida a imponer el “nuevo siglo americano”. Afganistán e Iraq fueron las guerras más relevantes, sangrientos conflictos que todavía no se han cerrado, pero no fueron los únicos: guerras secretas de baja intensidad como las impuestas a Irán y Pakistán, y operaciones punitivas desarrolladas en diferentes países de África y Asia (Somalia, Sudán, Yemen, Libia, Siria), y programas de desestabilización en la periferia rusa y en las regiones chinas que cuentan con movimientos nacionalistas, dan fe de la determinación norteamericana de sostener su hegemonía planetaria con el recurso a la fuerza y a la guerra. Algunas de esas guerras de baja intensidad son letales: solamente en Pakistán, según los cálculos de Amnistía Internacional, Estados Unidos ha asesinado con sus drones a más de cuatro mil personas en la última década. Y la presidencia de Obama no ha roto, ni mucho menos, con esa dinámica.
A la ambición de remodelar Oriente Medio, ahogar a Irán y acabar con los últimos aliados de Moscú, se añadieron planes concretos para incluir Asia central en el área de influencia de Washington, reduciendo a Rusia a la condición de una potencia regional impotente, y el diseño de un nuevo “cinturón sanitario” alrededor de China, el país que, hace más de una década, aún era la sexta economía mundial, pero que se perfilaba ya como un desafío estratégico de envergadura para Estados Unidos. No era para menos: cuando se inició la invasión norteamericana de Afganistán, en 2001, no solamente Estados Unidos superaba con creces el PIB chino; también Japón, Alemania, Francia y Gran Bretaña tenían un poder económico mayor que China. Sin embargo, como ya temían los analistas del establishment norteamericano, el impresionante crecimiento económico chino iba a cambiar la situación, y todas las tendencias indican, s egún las estimaciones del FMI, que China sobrepasará (en PPA) el PIB norteamericano en 2017: tres años de plazo para el temido momento que Washington ha querido impedir por todos los medios. Los problemas se acumulan para Washington: el elevado endeudamiento (17 billones de dólares para la deuda gubernamental… que asciende a 60 billones si se añaden las deudas de gobiernos locales y Estados e instituciones financieras), el lamentable estado de las infraestructuras en Estados Unidos (puentes, red viaria, falta de nuevas comunicaciones), y el previsible fin del papel del dólar como moneda de reserva internacional no auguran mejores tiempos.
Sin embargo, la planificación estratégica norteamericana para detener su relativa decadencia se ha revelado fallida, pese a victorias regionales, como Libia, y pese a que mantiene un poder económico y militar que no es, precisamente, desdeñable. El estallido de la crisis económica en 2008 agudizó las tendencias negativas en Estados Unidos, mostrando su paulatino debilitamiento económico y el hecho de que posee un porcentaje cada vez menor del PIB mundial. La llegada de Obama a la presidencia supuso la reelaboración de la política exterior, aunque resignándose a aceptar muchas de las decisiones de Bush (empezando por el mantenimiento de Guantánamo, y por la actuación de los grupos de operaciones especiales que asesinan sin ningún tipo de control judicial), ensimismándose en las disputas domésticas mientras los círculos de poder se debaten entre la ambición de mantener el predominio y la paulatina aceptación de que el ascenso chino hace inevitable la negociación de un nuevo diseño estratégico mundial. Con Obama, Washington, sin abandonar la vieja inercia de los años de Bush, ha renunciado a impulsar de forma decidida la apertura de una nueva etapa en las relaciones entre las grandes potencias, pese al anuncio de grandes iniciativas (como la presentada en junio de 2013, en Berlín, ofreciendo un desarme nuclear a Rusia, que Moscú no tomó en serio a la vista de los planes norteamericanos de desarrollar escudos antimisiles), que son poco más que operaciones de propaganda.
El año 2013, se iniciaba con una tensión sin precedentes entre Estados Unidos y Rusia, por
la ley Magnitski, apoyada por Obama (que vetaba a dieciocho magistrados y altos funcionarios rusos), medida que la Duma rusa contestó con la ley Dima Yákovlev, (llamada así por un niño ruso adoptado que murió abandonado en un coche por su padre adoptivo norteamericano), al tiempo que, en reciprocidad, el Ministerio de Exteriores ruso publicó una lista donde aparecían los nombres de los jefes militares de Guantánamo, implicados en torturas, así como asesores del gobierno y agentes de la DEA. Las disputas se encarnizaban.
En abril de 2013, el asesor de seguridad nacional norteamericano, Tom Donilon, entregó una nota de Obama al presidente ruso, abordando las diferencias políticas y militares, sobre los escudos antimisiles y el armamento atómico, y presentó algunas propuestas comerciales. El ministro de Exteriores ruso, Lavrov, mantiene que la normalización de las relaciones con Washington es una cuestión central para Moscú, aunque es consciente de que Rusia ha sido engañada en varias ocasiones por Estados Unidos, faltando a sus compromisos: lo hizo con la integración del Este de Europa a la OTAN, con incorporación de las repúblicas bálticas, y continúa haciéndolo con el persistente intento de apoderarse de Ucrania y Georgia, además de las operaciones que desarrolla en Asia central, algunas públicas, otras encubiertas. También lo hizo con la imposición de una fuerza de la OTAN en Afganistán, con la mentira sobre el escudo antimisiles para, supuestamente, defenderse de Irán, y con las operaciones militares contra Libia y Siria, países que mantenían buenas relaciones con Moscú. Es obvio que Moscú no puede confiar en la seriedad de las palabras de Washington. El último informe elaborado por el Departamento de Estado norteamericano sobre el cumplimiento de los acuerdos de desarme, añadía sal a las heridas acusando a Rusia de incumplir la Convención sobre prohibición de armas bacteriológicas y tóxicas, así como la Convención sobre armas químicas, y los acuerdos sobre armas convencionales en Europa. El informe obviaba citar la falta de ratificación del Tratado de Prohibición de Ensayos Nucleares, que Washington se comprometió a hacer. No hay avances en las negociaciones de desarme, pese a que, incluso en Estados Unidos, han aparecido serias críticas al escudo antimisiles, como las defendidas por un grupo de científicos del MIT, donde destaca el físico Theodore Postol, y pese a la propuesta de desarme planteada públicamente por Obama en Berlín.
No obstante, Putin, como una muestra de buena voluntad, aceptó a ceder una base a la OTAN, en Ulianosvsk, para la campaña militar norteamericana en Afganistán, aunque las diferencias sobre Siria (Ginebra 2), sobre las negociaciones con Irán, el escudo antimisiles o la prevista ampliación de la OTAN hacia el Este, y la intromisión en Ucrania, Moldavia y Georgia, siguen dañando sus relaciones. Afganistán, origen de las rutas de la droga, tiene suma importancia para Moscú, y el gobierno ruso está muy interesado en la pacificación del país y en la lucha contra el narcotráfico, pero nada es seguro: el general John R. Allen, jefe militar de la OTAN en Afganistán (y a quien Obama le había reservado la jefatura de la alianza), presentó su renuncia y fue sustituido por Joseph Dunford Jr., el hombre que deberá organizar la retirada, mientras las actividades secretas de la CIA, de los comandos de operaciones especiales de Washington, y de la propia OTAN, han alimentado los canales de los traficantes de drogas afganos y de los señores de la guerra. No hay que olvidar que sectores de la CIA y del Pentágono han colaborado con organizaciones de narcotraficantes para teledirigir sus acciones y ponerlas al servicio de sus propios objetivos: el predominio político en Asia. Moscú está muy interesada en limitar el flujo de drogas: Rusia, donde causan miles de muertes cada año, es uno de los países más afectados del mundo. Es cierto que, en Afganistán, Estados Unidos ha intentado combatir los cultivos de opio, pero su política se ha saldado con un evidente fracaso, que ha agravado la situación en el país (muchos campesinos pobres acaban en manos de los narcotraficantes por deudas, y deben, incluso, entregar en pago a sus propias hijas) y que amenaza a Rusia. Sin olvidar su implicación en las guerras: buena parte de las actividades de los grupos armados que combaten al gobierno sirio de Bachar al-Asad se financian con el narcotráfico afgano: Víctor Ivanov, responsable del FSKN ruso (el organismo para combatir el narcotráfico) ha afirmado que unos veinte mil mercenarios presentes en Siria dependen del dinero conseguido con la venta de heroína en diferentes países asiáticos y europeos, como Rusia.
Mientras se debilita el poder económico y político estadounidense, se fortalece su maquinaria bélica. El despliegue de la OTAN en Asia pretende asegurar el predominio norteamericano: las ambiciones sobre bases militares permanentes en Afganistán, Iraq, Kirguizistán (e, incluso, en Uzbekistán), además de en Filipinas, Indonesia, Japón y Corea del sur, tienen esa lógica, y la OTAN colabora con ella. Además, la diplomacia norteamericana trabaja para atraerse a su ámbito de influencia a Kazajastán y Turkmenistán. Esa estrategia no es nueva: ya en 1997, bajo Yeltsin, y a iniciativa del senador republicano Sam Brownback, Estados Unidos aprobó la Silk Road Strategy Act para consolidar los nuevos Estados centroasiáticos, estimular las tendencias de ruptura con Moscú, y atraerlos hacia su ámbito de influencia, utilizando todo tipo de medios diplomáticos y también operaciones secretas de la CIA, el Pentágono y de servicios de inteligencia aliados, como Arabia, Israel o Turquía.
Ese recurso a operaciones secretas es utilizado también por las compañías petroleras, que contratan empresas de mercenarios, hecho que, junto a la intervención militar abierta en muchas zonas, y la sistemática utilización por parte del gobierno de Obama de compañías de mercenarios (“contratistas”, según el hipócrita lenguaje del Pentágono y del Departamento de Estado), ha creado una mayor confusión en muchas zonas y alimenta el terrorismo como reacción, terrorismo que países como China o Rusia se esfuerzan por contener porque temen que aumente en el interior de sus países: los recientes atentados en Xinjiang y en el Cáucaso ruso así lo muestran. Ese proceder viene de lejos: Bakú, por ejemplo, ha sido utilizada desde hace años por los servicios secretos norteamericanos (con el gobierno azerí cerrando voluntariamente los ojos) para introducir mercenarios islamistas en las regiones rusas de Chechenia y Daguestán, muchas veces en colaboración con la mafia chechena dedicada al narcotráfico. No hay que olvidar que el presidente Ilham Aliyev (como antes su padre, el ya fallecido Gueidar Aliyev), que recibió apoyo de las empresas petrolíferas occidentales, dirige un gobierno-cliente de Estados Unidos. Las compañías petroleras norteamericanas (y británicas) permanecen tras esas pantallas de mercenarios, y su capacidad para corromper funcionarios y ministros es un recurso más en el desarrollo de la influencia política norteamericana.
China es el tercer protagonista del triángulo estratégico. Las reformas impulsadas por el nuevo gobierno chino, que pretenden, entre otras cosas, la disminución del peso de las exportaciones en su economía, y el desarrollo del mercado interno, se acompañan de diferentes proyectos estratégicos, la mayoría orientados a su reforzamiento económico y al impulso de un mundo multipolar. La presión china, aunque también rusa y de otros países, para reformar el FMI, el Banco Mundial e incluso la OMC, va de la mano del desarrollo de nuevos acuerdos comerciales de China en diferentes áreas del planeta, como en la ASEAN, en países americanos como Perú, Chile y Costa Rica, y en Asia y Oceanía (Nueva Zelanda); y del retroceso del dólar como moneda, junto a la creciente internacionalización del yuan, inaugura nuevos escenarios casi impensables hace pocos años: China ha cerrado acuerdos para comerciar en las respectivas monedas, sin utilizar la divisa norteamericana, con países tan relevantes como Brasil o Japón, y otros.
Estados Unidos responde a la nueva realidad con el “giro hacia Asia”, proclamado por la diplomacia norteamericana, cuya expresión no deja de ser el reconocimiento de su pérdida progresiva de influencia en el mayor continente y el más poblado. Washington es consciente de que el fortalecimiento chino en Asia va a limitar su presencia, aunque no renuncia a perder su histórico protagonismo conquistado desde el fin de la Segunda Guerra Mundial: por eso, la aparición de focos de conflicto en el sudeste asiático, la periódica reactivación de crisis en la península coreana, decisiones japonesas o filipinas a propósito de disputas marítimas, son la expresión de la política norteamericana de contención a China, sin olvidar que también utiliza las cartas del particularismo nacionalista en Tíbet, Xinjiang, o incluso en Mongolia interior. Washington sigue contando con sólidos aliados en Asia: Japón, Corea del Sur, Filipinas y Thailandia, y pretende reforzar sus acuerdos con Indonesia, India y Malaisia, tentando incluso a Vietnam. Mientras China pretende abrir canales diplomáticos de negociación de las disputas asiáticas, Estados Unidos estimula enfrentamientos y pretende, además, estar presente en las negociaciones bilaterales entre países. La reclamación china de las islas Diaoyu (Senkaku, para Japón), ocupadas por Estados Unidos al final de la Segunda Guerra Mundial, y traspasadas a Tokio en 1972, ha dado lugar a nuevos enfrentamientos, potencialmente peligrosos. Pekín exige que los aviones que atraviesen el espacio aéreo de las islas se identifiquen, lo que ha llevado al secretario de Defensa norteamericano, Chuck Hagel, a dar garantías al gobierno japonés de que Washington protegerá militarmente la soberanía nipona sobre las islas, y a dar instrucciones para que sus aviones de guerra patrullen la zona e ignoren el espacio aéreo chino sobre las islas. Portavoces del gobierno norteamericano mostraron su preocupación por el proceder chino que, según Washington, “inquieta a sus vecinos”.
Un nuevo marco de relaciones internacionales está entre los objetivos de la diplomacia china y rusa, que contemplan también la aportación de la India. Con ocasión de la duodécima reunión de los ministros de exteriores chino, ruso e indio, en Nueva Delhi, Wang Yi, ministro de Asuntos Exteriores chino, proponía a finales de 2013 que China, Rusia y la India impulsaran su cooperación para alcanzar la condición de aliados estratégicos, coordinándose ante las crisis y disputas internacionales más relevantes (con especial atención a Siria, Irán, Afganistán y la península de Corea), con el objetivo de democratizar las relaciones internacionales y avanzar hacia un mundo multipolar. El ministro chino no olvidó reseñar la importancia de la cooperación para desarrollar la propuesta de la nueva ruta de la seda, con las posibilidades económicas que puede abrir. China ha propuesto también desarrollar un “corredor económico” que una Bangla Desh, India, Birmania y China, con especial atención a los transportes ferroviarios y la construcción de plantas energéticas.
China no apuesta por sustituir a Estados Unidos en una posición hegemónica en el mundo, pero trabaja por desarrollar un nuevo orden mundial, que supere la etapa de predominio norteamericano, fuente de muchos de los problemas actuales. Tampoco quiere verse arrastrada a enfrentamientos militares, aunque no deja por ello de definir las líneas rojas que Estados Unidos no debe traspasar. El viejo mundo vigilado por el gendarme americano está llegando a su fin, y las estructuras políticas internacionales crujen. La ampliación del viejo G-7 y su conversión en el G-8 no han resuelto la práctica inoperancia de este grupo que, hace un cuarto de siglo, pretendía ser un gobierno mundial de facto, dirigido por Estados Unidos. De hecho, el nuevo G-20 es el reconocimiento del fracaso y de la inutilidad práctica del G-7, rasgo que, unido al reforzamiento de la OCS, eje de la política exterior china, y a la aparición de plataformas informales como los encuentros de los BRICS, anuncian ya el nuevo mundo multipolar. Ante ello, no es ninguna casualidad que Susan Rice, asesora para la Seguridad Nacional del gobierno de Obama, insistiese, a finales de 2013, en que Asia era “el principal foco de atención” de su país, asegurando que el sesenta por ciento de su flota estaría centrado en el Pacífico en un plazo de cinco o seis años. Corea del Norte, Japón, Filipinas y el Mar de la China meridional serán escenarios de nuevas disputas.
Estados Unidos todavía no ha renunciado a mantener la supremacía global, y sigue utilizando para ello su capacidad diplomática, su influencia en los organismos internacionales, su peso económico y su impresionante fuerza militar. Continúa siendo la mayor potencia militar del planeta, pero esa circunstancia no le permite, paradójicamente, ganar las guerras modernas ni aumentar su influencia estratégica. Incluso le ha creado problemas entre sus aliados: sus relaciones con Arabia, Israel, Egipto o Pakistán, no pasan por sus mejores momentos, y es obvio que las negociaciones abiertas con Irán son el reconocimiento implícito de los límites de su política exterior. Las guerras se libran como en el pasado, pero también con drones, operaciones secretas, comandos para raptar personas, con el pupilaje de grupos terroristas, la financiación de grupos políticos, con el espionaje planetario de la NSA, como ha puesto de manifiesto el caso Snowden: Estados Unidos se ha adjudicado la condición de modelo a seguir, de democracia ejemplar, que tiene derecho a juzgar al resto de los países, a exigir cambios y decisiones, e incluso a imponer su opinión por la fuerza. Así, es Washington quién decide el grado de democracia de cada país, la justicia de una decisión y la bondad de cualquier política. Quienes se oponen a su visión y a su estrategia, son calificados de tiranías.
Mientras Europa no consigue salir de la crisis para emerger como un protagonista internacional, el nuevo orden mundial que llega estará organizado, con toda probabilidad, alrededor de tres grandes potencias, China, Estados Unidos y Rusia, y una segunda corona de países que, con estatus de potencias regionales, tendrán también protagonismo internacional: India, Brasil, Unión Europea (o, en su defecto, Alemania), y Japón. Estados Unidos se resiste a aceptarlo; sin embargo, la realidad se impone, y las guerras modernas de las que hablaba el general Wesley K. Clark no han traído el fortalecimiento del poder del cowboy pendenciero que siempre ha sido Washington, y otros frentes han aparecido, hasta el punto de que el veterano Henry Kissinger, viejo criminal de guerra y atento lector del mundo que viene, se revela consciente de la disminución del poder norteamericano, y mantiene que el nuevo orden internacional girará en torno a Estados Unidos, China y Rusia: sabe que Washington debe compartir la aurora de un tiempo nuevo.


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venerdì 15 giugno 2012

Basta con i crimini della NATO guerrafondaia

"Vorrei sapere se tanti "compagni "italiani  favorevoli all' interventismo della NATO in Siria, Iran,....si ricordano  della strategia della tensione in Italia, delle stragi di Stato senza colpevoli, di Gladio superfinanziata per eliminare il comunismo e i comunisti, .....si, la NATO gestiva il tutto e quella che abbiamo davanti  oggi e una NATO/OTAN ancor più criminale e terrorista" (Sandino)


Sulla Siria incombe la minaccia dell'aggressione imperialista

"Avante!", settimanale del Partito Comunista Portoghese
06/2012
Il governo siriano è tornato a smentire il coinvolgimento delle sue forze armate nel massacro di Houla e ha ribadito le sue accuse ai terroristi che operano sul territorio. Mentre prosegue l'inchiesta su quanto è successo, si approfondisce la campagna a favore di un'aggressione imperialista alla Siria, ed emergono informazioni che confermano le manovre preparatorie di una guerra umanitaria sullo stile di quelle scatenate contro la Libia e l'ex Jugoslavia.
In una conferenza stampa svoltasi la settimana scorsa a Damasco, il responsabile della commissione di inchiesta sul massacro, generale Jamal Suleiman, ha sottolineato che le conclusioni preliminari confermano che i gruppi armati sono responsabili dell'attacco che ha ucciso 108 persone a Houla.
Suleiman ha chiarito che "le forze si sicurezza si trovavano lontane dal luogo del massacro" che ha colpito, in maggioranza, "famiglie che rifiutavano di unirsi o appoggiare i ribelli" (EFE, 31.05). Quella zona, ha testimoniato gente del posto ascoltata dalla commissione, si trovava sotto il controllo delle milizie (Prensa Latina, 31.05).
Il responsabile ha precisato che la maggior parte delle vittime è stata massacrata a Taldo, località dove "le truppe del governo non sono entrate né prima né dopo [il massacro]" e che "un grande numero di cadaveri appartiene a terroristi caduti nei combattimenti con le forze dell'ordine scatenati, in seguito, quando dai 600 agli 800 uomini riuniti nelle prossimità di Houla hanno attaccato le truppe governative" (AFP, 31.05). 26 militari siriani sono morti in questi attacchi (Prensa Latina, 31.05), realizzati con mortai, armi anticarro e altro armamento pesante.
Nello stesso tempo, una parte del contingente terrorista abbatteva i civili, usando in particolare armi bianche, ha sostenuto Suleiman (Prensa Latina, 31.05). Gli indizi raccolti fino ad ora rivelano che i cadaveri non presentano segni di qualsiasi bombardamento - fatto del resto constatato anche sul terreno dalla segreteria stampa dell'Alto Rappresentante del Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU (Voce della Russia, 29.05).
Un discorso orientato
Nello stesso incontro con la comunicazione sociale, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Siria, Jihad Maqdisi, ha criticato duramente il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, affermando che egli "ha abbandonato la sua missione di mantenere la pace e la sicurezza nel mondo per rappresentare un messaggero di guerre civili" (EFE, 01.06). Ki-moon ha ritenuto che la Siria possa entrare in una spirale di guerra civile, da cui non potrebbe riprendersi (AFP, 31.05).
Le dichiarazioni del massimo responsabile delle Nazioni Unite vanno ad integrare la campagna di intossicazione dell'opinione pubblica, il cui obiettivo è creare le condizioni per un'aggressione imperialista alla Siria.
Poiché è sempre più evidente che la mattanza di Houla non è derivata da alcun bombardamento dell'esercito siriano, il discorso prevalente attribuisce ora la responsabilità a una presunta milizia filo-governativa.
A questo proposito, è tornata a far sentire la sua voce l'Alto Commissario dei Diritti Umani dell'ONU, Navy Pillay, che pur non essendo presente alla sessione speciale del Consiglio, riunito il 1 giugno, su richiesta di Qatar, Turchia, USA, Arabia Saudita, Danimarca e UE, ha inviato una lettera in cui si fa riferimento ai "crimini commessi contro l'umanità" (Reuters, 01.06).
Hillary Clinton, da parte sua, è tornata a parlare di una transizione urgente del potere, ripetendo, inoltre, il discorso relativo alla Libia e a Muammar Gheddafi, che ha avuto le note conseguenze.
La ricetta usata per promuovere le cosiddette guerre umanitarie contro l'ex Jugoslavia, l'Iraq e la Libia è riscontrabile anche nell'intervista di un presunto leader dell'opposizione siriana al giornale israeliano Haaretz.
L'intervistato, che ha parlato mantenendo l'anonimato, ha assicurato che dopo la caduta di Bashar Al-Assad l'opposizione cercherà di garantirsi il controllo delle armi chimiche. Ma più che di una garanzia, riecheggia il motivo delle presunte armi chimiche detenute dal regime che ricorda le armi di distruzione di massa che gli USA affermavano esistere in Iraq.
Per questo, la fonte del giornale israeliano ha alluso anche a un coinvolgimento dell'Iran, affermando che la nazione persiana "ha inviato in Siria aerei senza pilota per collaborare nell'azione di vigilanza" e "ha aperto un fondo di milioni di dollari per aiutare Al Assad a comperare armi dalla Russia"(EuropaPress, 29.05).
Destabilizzazione di tutta la regione
Dopo l'intervista, il governo di Israele ha accusato apertamente l'Iran di coinvolgimento nel massacro di civili a Houla e di comportamento pericoloso nella regione (EuropaPress, 01.06). Nello stesso senso, un gruppo di "oppositori" chiamato Consiglio Rivoluzionario di Aleppo ha rivendicato il sequestro di 11 pellegrini libanesi. Catturati il 22 maggio nel Nord della Siria, molti di loro avrebbero partecipato alla repressione delle proteste in Siria, dice l'autoproclamato gruppo anti-Assad. Per questa ragione, saranno liberati solo quando il religioso sciita e leader di Hezbollah, Hassan Nashrallah (uomo legato a Teheran), si scuserà pubblicamente (EuropaPress, 01.06).
La Turchia e il Libano sono nodali nella scacchiera dell'aggressione. AFP riferiva alcuni giorni fa che il ministro degli Affari esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha ricevuto il capo del Consiglio Nazionale Siriano, Burhan Ghalioun, con l'obiettivo di rafforzare i legami con gli insorti.
I legami erano già stretti. In Turchia il CNS e l'Esercito Siriano Libero si muovono con disinvoltura e con l'appoggio delle autorità, compresi i militari. Alla frontiera con la Siria, le incursioni sono ricorrenti - almeno 20 soldati governativi, sei civili e sei ribelli sono morti il 28 e 29 maggio a Atareb, località della provincia di Aleppo a pochi chilometri dalla frontiera turca, hanno informato fonti della stessa "opposizione" (Reuters, 29.05).
In Libano, gli USA e l'Arabia Saudita scommettono sulla propagazione del conflitto. Ancora il 31 maggio, l'esercito siriano ha sventato un tentativo di incursione da parte di una banda terrorista nelle vicinanze di Ybak, ha riferito l'agenzia Sana.
Recentemente, l'istituto nordamericano Stratfor notava che, oltre alle incursioni a partire dal Libano, l'obiettivo è incrementare il transito delle armi verso la Siria (Prensa Latina, 29.05), il che già oggi è una realtà, secondo quanto ha appurato in interviste a trafficanti la giornalista di Russia Today Maria Finoshina.
Il coinvolgimento del Libano nel conflitto è un dato di fatto, si sottolinea. Vanno ricordati gli scontri di cui hanno riferito agenzie internazionali tra coloro che vengono denominati filo e anti-Assad.
L'esercito libanese ha sequestrato vari carichi di armamento destinato ai mercenari in azione in Siria. In maggio e aprile, una nave battente bandiera italiana e un'altra bandiera della Sierra Leone (proveniente dal porto egiziano di Alessandria) sono state sottoposte a ispezioni a Tripoli, e si è scoperto che contenevano armamento destinato agli insorti siriani. Alcune casse della prima nave portavano il sigillo del Qatari Army, secondo Press TV.
E' in allestimento una macchina mortale
Un'operazione militare condotta da una coalizione internazionale, sotto comando della NATO, come in Libia, è un'ipotesi molto accreditata. La perdita dell'emirato islamico di Baba Amr, a Homs, da parte dei gruppi siriani armati è stata un contrattempo.
Homs non era la Bengasi siriana. Il tiro dei cecchini contro le manifestazioni non ha raggiunto il suo obiettivo incendiario. Anche gli attentati con le bombe contro siti civili, istituzioni dello Stato, vie di comunicazione e infrastrutture non hanno scatenato la reazione indiscriminata delle autorità di Damasco. Sarà che Houla è il bagno di sangue di cui l'imperialismo ha bisogno per aggredire il paese con il pretesto della protezione dei civili? La verità è che le ultime informazioni segnalano manovre che vanno in questa direzione.
Il 30 maggio, l'ambasciatrice nordamericana all'ONU, Susan Rice, ha fatto intendere che un intervento militare della "comunità internazionale" contro "il regime di Bashar Al-Assad" potrebbe avvenire anche senza l'appoggio del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A tale scopo, si dovrebbe far fallire il piano di pace dell'inviato dell'ONU Kofi Annan e il conflitto dovrebbe andare oltre le frontiere siriane.
Subito dopo, l'Esercito Libero Siriano ha aggiunto che "non si vede obbligato ad alcun impegno del Piano Annan" e che il suo dovere è "difendere i civili".
Le esplosive dichiarazioni della Rice sono state, nel frattempo, smentite dal segretario della Difesa nordamericano. Leon Panetta ha garantito che qualsiasi azione militare contro la Siria presuppone l'appoggio delle Nazioni Unite, dal momento che, ha dichiarato, "gli USA non prevedono di realizzare un'azione militare senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU" (Lusa, 01.06).
Contorsionismi diplomatici a parte, già il 23 maggio l'agenzia di notizie israeliana Debka rendeva noto che gli oppositori siriani avevano cominciato a ricevere armi dagli USA. L'invio era stato approvato segretamente dopo che la Casa Bianca aveva concluso che, che dopo 14 mesi di tira e molla, era necessario fare dei passi avanti. E li ha fatti, inviando armi anticarro di ultima generazione e altro materiale di qualità e in quantità, assicura ancora questa fonte.
Queste informazioni acquistano maggiore consistenza con la denuncia fatta dal Washington Post la terza settimana di maggio, Secondo il quotidiano, che garantisce di avere verificato le informazioni pubblicate insieme ad alti responsabili del governo nordamericano e a diplomatici di altre potenze imperialiste, l'amministrazione Obama ha deciso di cambiare il suo livello di coinvolgimento nel conflitto, in particolare in relazione alla carattere sofisticato dell'armamento concesso all' "opposizione". Mantiene, nel frattempo, il contatto e la logistica attraverso i "paesi del Golfo". Il materiale sarà inoltrato a Damasco, Idleb, vicino alla frontiera turca e Zabadani, vicino alla frontiera libanese, sottolinea il Washington Post.
Nei primi giorni di maggio, Daniel Glaser, membro dell'amministrazione Obama con il suggestivo nome di Segretario del Tesoro per il Finanziamento del Terrorismo (Secretary for Terrorist Financing and Financial Crimes, NdT), ha trascorso 12 giorni visitando Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Israele e Emirati Arabi Uniti, incontrandosi con responsabili governativi e imprenditori (Prensa Latina, 03.05).
I preparativi per l'attacco non si fermano qui. Recentemente, attivisti siriani sono stati nel Kosovo per cercare di installarvi campi di addestramento, il che ha motivato la reazione dell'esecutivo di Mosca (Russia Today, 15.05).
L'agenzia israeliana Debka assicura anche che 12.000 militari di 19 nazioni, tra le quali gli USA, l'Arabia Saudita e la Giordania, ma pure "alleati europei" (l'Italia, NdT) hanno partecipato a esercitazioni militari nella regione. Un responsabile giordano ha chiarito che i giochi di guerra non hanno nulla a che vedere con la Siria e che la sovranità del paese viene rispettata, ma la verità è che il generale James Mattis ha chiesto a Barack Obama l'invio di un'altra portaerei nel Medio Oriente. La richiesta è stata soddisfatta (Russia Today, 29.05).
 Ad avvalorare le preoccupazioni di un'azione militare imperialista su larga scala, il 31 maggio Reuters informava che le riserve di petrolio degli USA sono aumentate per la decima settimana consecutiva e hanno raggiunto il maggior livello dal 1990, quando, ricordiamo, George W. Bush padre affilava i denti per la cosiddetta Prima Guerra del Golfo.

Invasione di droni nei cieli della Sicilia
di Antonio Mazzeo
12/06/2012
Droni, droni e ancora droni. Sarà intensissimo, in estate, il via vai di aerei militari senza pilota sui cieli siciliani. Decine di decolli ed atterraggi nella base USA e NATO di Sigonella che faranno impazzire il traffico aereo nel vicino scalo civile di Catania Fontanarossa. Grandi aerei spia del tipo Global Hawk e i Predator e i Reaper carichi di bombe e missili che sorvoleranno l'isola e solcheranno i mari, pregiudicando la sicurezza dei voli e delle popolazioni.
Le notificazioni ai piloti di aeromobili (NOTAM) emesse lo scorso 4 giugno lasciano presagire tragici scenari di guerra in Siria e nell'intero scacchiere mediterraneo e mediorientale. Tre riguardano lo scalo di Fontanarossa e sono distinti dai codici B4048, B4049 e B4050. Impongono la sospensione delle procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aerei, tutti i giorni sino al prossimo 1 settembre, "causa attività degli Unmanned Aircraft", i famigerati aerei senza pilota in dotazione alle forze armate statunitensi e italiane. "Le restrizioni sopra menzionate verranno applicate su basi tattiche dall'aeroporto di Catania", specificano i NOTAM. Che le operazioni dei droni riguardino la stazione aeronavale di Sigonella, lo si apprende da un altro avviso, codice M3066/12, che ordina la sospensione di tutte le strumentazioni standard al decollo e all'atterraggio nel Sigonella Airport, dal 4 giugno all'1 settembre 2012, "per l'attività di Unmanned Aircraft militari". Il grande scalo delle forze USA e NATO subirà inoltre "restrizioni al traffico aereo", nei giorni 19 e 20 giugno, per una vasta esercitazione aeronavale nel Mediterraneo. Gli ennesimi giochi di guerra alleati che potrebbero annunciare l'attacco finale al regime di Assad.
"Quelle oggetto nei NOTAM relativi all'aeroporto di Catania, sono di aerei militari senza pilota italiani o americani a Sigonella?", chiede l'Associazione Antimafie "Rita Atria" che per prima ha rilevato l'intensissima attività dei droni in Sicilia. "L'Amministrazione Obama usa questi velivoli anche per uccidere presunti terroristi e in queste missioni ci sono sempre i cosiddetti effetti collaterali: uccisioni di bambini, donne e uomini innocenti civili. Conta ancora qualcosa la volontà popolare in Italia? Noi non abbiamo dato mandato a nessuno in Parlamento di autorizzare gli aerei senza pilota a fare quello che vogliono in occasione di guerre come quella in Libia e in Afghanistan, volando nel nostro spazio aereo e ponendo gravi limitazioni al traffico aereo civile. Per questo dobbiamo mobilitarci contro i droni, per smilitarizzare i nostri territori e riprenderci la nostra sovranità che ci hanno dato i Padri Costituenti".
"Con la trasformazione di Sigonella in capitale mondiale degli aerei senza pilota e l'installazione a Niscemi del terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema satellitare della marina militare USA, la Sicilia diviene l'epicentro delle guerre globali e permanenti del XXI secolo", commenta Alfonso Di Stefano della Campagna per la smilitarizzazione. "Attualmente sono schierati a Sigonella due o tre Global Hawk dell'US Air Force. Entro il 2015, però, diverranno operativi l'AGS, il sistema di sorveglianza terrestre della NATO e il Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) di US Navy e i grandi aerei-spia saranno più di una ventina. Che ne sarà allora del traffico aereo civile nell'isola che già oggi è pesantemente limitato dalle spericolate operazioni belliche dei droni italiani e stranieri?".
Due anni fa, l'Aeronautica militare e l'ente nazionale per l'aviazione civile (Enac) siglarono un accordo tecnico per l'attività di aeronavigazione nello spazio aereo italiano dei Global Hawk schierati a Sigonella nell'ambito dell'accordo Italia-Stati Uniti del 2008. Senza attendere una normativa europea che disciplini in via definitiva l'impiego degli aeromobili a pilotaggio remoto nel sistema del traffico aereo generale, l'accordo ha consentito l'impiego dei droni nell'ambito di spazi aerei "determinati" e con l'adozione di procedure di coordinamento tra autorità civili e militari "tese a limitare al massimo l'impatto sulle attività aeree civili". All'Aeronautica militare è stata attribuita la "predisposizione degli spazi aerei necessari all'impiego operativo ed addestrativo dei velivoli militari a pilotaggio remoto", mentre l'Enac dovrebbe curare in coordinamento con l'Enav (ente nazionale per l'assistenza al volo) gli aspetti di gestione e controllo del traffico aereo generale.
Il testo del documento è simile a quello che era stato siglato nel novembre 2008 per le operazioni di volo dei Predator in dotazione al 32° Stormo Ami di Amendola (Foggia), utilizzati nella guerra in Afghanistan e più recentemente in Libia. Secondo gli accordi, i profili delle missioni, le procedure operative, le aree di lavoro e gli equipaggiamenti, dovrebbero essere stabiliti "nel rispetto dei principi della sicurezza del volo", anche se è poi precisato che in caso di "operazioni connesse a situazioni di crisi o di conflitto armato" l'impiego dei droni non può essere sottoposto a limitazioni di alcun genere. E questo nonostante i velivoli telecomandati rappresentino un rischio insostenibile per il traffico civile e le popolazioni che risiedono nelle vicinanze degli scali utilizzati per le manovre di decollo e atterraggio.
"Effettivamente il rateo d'incidenti dei sistemi aerei senza pilota (UAS) non è incoraggiante per poter essere ottimisti sui tempi di integrazione di questi sistemi nello spazio aereo nazionale", ammette il maggiore dell'aeronautica Luigi Caravita in una recente ricerca sui droni pubblicata per il Centro Militare di Studi Strategici (Cemis). "Da fonti ufficiali si apprende che nelle prime 100.000 ore di volo il tasso d'incidente del MQ-1 Predator ammontava a 28, oltre il doppio del cacciabombardiere F16. Altri sistemi a pilotaggio remoto come il Pioneer, l'Hunter e l'RQ-7 Shadow hanno invece un rateo di incidenti di almeno uno-due ordini di grandezza superiore".
"La mancanza di una capacità matura di sense & avoid (senti ed evita) verso altro traffico può diventare ancor più critica se associata alla vulnerabilità o alla perdita del data link tra segmento di terra e segmento di volo: in più di un occasione un Predator è stato perso a seguito d'interruzione del data link", aggiunge il maggiore Caravita. "Ad oggi gli UAS militari non sono autorizzati a volare, se non in spazi aerei segregati, perché non hanno una banda aeronautica protetta, non sono ancora considerati sufficientemente affidabili, non sono dotati di una tecnologia sense & avoid matura, non hanno ancora totalizzato un numero di ore di volo sufficiente da costituire un safety case rappresentativo e convincente, non è stata ancora dimostrata adeguata resistenza da attacchi di cyber warfare".
Analoghe considerazioni sono state fatte dal comando generale di US Air Force nel documento che delinea la visione strategica sull'utilizzo di questi sistemi di guerra(The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle - Strategic Vision). "I velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche", scrivono i militari USA. "Il rischio d'incidente del Predator e del Global Hawk è d'intensità maggiore di quello dei velivoli con pilota dell'US Air Force, anche se al di sotto dei parametri stabiliti nei documenti di previsione operativa per questi sistemi".
In verità, gli incidenti che vedono protagonisti gli aerei senza pilota stanno crescendo in numero e gravità. In particolare si annoverano due collisioni nei cieli dell'Afghanistan, la prima nel 2004 tra un drone ed un Airbus 320 e più recentemente (agosto 2011) tra un aereo da trasporto militare C130 statunitense ed un RQ-7 Shadow. I Predator e i Reaper sembrano avere una certa predisposizione a perdere il controllo e precipitare rovinosamente al suolo o nei mari. E precipitano pure i Global Hawk: nel marzo 1999 un velivolo dell'US Air Force si è schiantato in California da un'altitudine di 12.500 metri dopo aver ricevuto un segnale spurio di "termine missione" dalla base aerea di Nellis. Ieri 11 giugno, è toccato a un dimostratore BAMS di US Navy ad essere inghiottito dalle acque del Nanticoke River, vicino l'isola di Bloodsworth, Maryland. Il velivolo, una versione modificata del Global Hawk RQ-4 operativo con l'aeronautica militare, era stato schierato nella stazione aeronavale di Patuxent River, nell'ambito del cosiddetto programma di sviluppo Broad Area Maritime Surveillance che prevede il trasferimento a breve di cinque aerei UAV di US Navy nella base di Sigonella.

Massacri attiraNato, Cuba, Miami, il Cns
di Marinella Correggia
09/06/2012
Come in un ritornello ogni giorno da mesi la più grande agenzia stampa del mondo - la Reuters- ritualmente travisa le dichiarazioni dell'Onu, pure non certo favorevoli al regime siriano. Facendo di tutto per indurre l'opinione pubblica mondiale ad accettare o meglio a chiedere un intervento armato in Siria, continua a ripetere che "secondo l'Onu" le forze di Assad hanno ucciso diecimila persone, e che, "secondo il governo di Damasco", sono stati uccisi anche 2.600 fra soldati e altre forze dell'ordine. In realtà la stessa Onu non si è mai espressa in questi termini, parlando sempre di "vittime della violenza in Siria"; dove con tutta evidenza gli scontri non sono fra un regime e manifestanti pacifici ma fra due (o più) parti armate, e a questi si aggiungono attentati e stragi.
Con questo depistamento quotidiano che vede Reuters in prima fila, di fronte a ogni nuovo massacro in Siria - l'ultimo nella località Al Kubeir, villaggio di Mazraf, regione di Hama, non è chiaro il numero dei morti ma fra di loro donne e bambini - nessuno si chiede a chi giovi, nessuno si chiede se non sia espressione di un tragico odio settario, o se ci siano squadroni della morte, e tutti continuano a dare per buona una sola delle due versioni: quella dell'opposizione armata e del Cns (Consiglio nazionale siriano) che continuano a chiedere interventi militari dall'esterno (questo ha ri-chiesto a Obama giorni fa un colonnello delle forze "ribelli" siriane, parlando da località non precisata all'Independent e ribadendo di aver rotto il cessate il fuoco. Del resto Qatar e Arabia Saudita, e gli occidentali, che sostengono l'opposizione anche armata, non hanno mai sostenuto davvero il piano di Annan).
I "ribelli" fanno davvero di tutto per attirare le bombe, o almeno ancora più aiuti. Il giornalista britannico Alex Thomson che è a capo dei corrispondenti di Channel 4 (non certo amica del regime: qualcuna ricorda il video fabbricato sui "medici siriani che torturano manifestanti feriti"?) sostiene che durante il suo viaggio in Siria i ribelli siriani lo hanno lasciato in una zona considerata terra di nessuno vicino al confine libanese, sperando che le forze del governo gli sparassero. Thomson ha scritto su un blog che una scorta ribelle ha guidato lui, il suo autista e il suo traduttore in un vicolo cieco in una "free-fire zone" vicino alla città di Qusair. Thomson sostiene che era "piuttosto chiaro che i ribelli ci avessero deliberatamente messo in posizione per essere bersagliati dall'esercito siriano", aggiungendo che se lui e i suoi colleghi fossero stati colpiti tale episodio si sarebbe rivelato uno strumento di propaganda per i ribelli. In una e-mail, Thomson ha scritto che "in alcun modo" è possibile scambiare i fatti di oggi per un incidente (LaPresse News, riportato da http://economia.virgilio.it/notizie/economia/siria_giornalista_gb_ribelli_volevano_farci_sparare_da_esercito,35227622.html
Forse occorrerebbero ascoltare i consigli di Cuba. L'isola ha una certa esperienza di lotta al terrorismo (del quale è stata vittima) e di opposizione alle guerre occidentali (nel 1990 fu l'unico paese, membro di turno del Consiglio di Sicurezza, a votare contro l'ultimatum all'Iraq). E il suo rappresentante permanente all'Onu, ambasciatore Rodolfo Reyes Rodriguez, il primo giugno durante la 19ma sessione speciale del Consiglio dei diritti umani (Cuba è membro di turno) ha parlato chiaro www.granma.cu/italiano/esteri/4-junio-intervento.html
. Ecco le sue parole: "Cuba condivide la preoccupazione per la perdita di vite innocenti in qualsiasi parte del mondo. In accordo con la posizione cubana di condanna del terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni, abbiamo condannato gli attentati terroristici perpetrati contro il popolo della Siria, che hanno provocato decine di morti e centinaia di feriti, ma sui quali questo Consiglio per i diritti umani non ha detto una sola parola. (…) Cuba esprime la sua solidarietà con le vittime e i loro familiari per i fatti di El-Houlah (l'ultimo massacro non era ancora avvenuto, ndr), ma il più elementare senso di giustizia deve impedire che si attribuiscano responsabilità a partire da semplici insinuazioni di parti interessate a promuovere la destabilizzazione e l'intervento militare straniero in Siria, per i quali i paesi della Nato dedicano notevoli risorse, finanziando e armando un'opposizione che soddisfi le loro ansie di cambio di regime in questo paese. (…) Una guerra civile in Siria o un intervento di forze straniere seminerebbero una maggior distruzione e moltiplicherebbero i morti, destabilizzerebbero tutta la regione e avrebbero gravi conseguenze per i popoli del Medio Oriente. (…) Sono allarmanti i richiami di coloro che vogliono l'uso della forza, la violenza e l'intervento militare straniero in Siria e sono necessari più dialogo e una maggior volontà di negoziato. (…) La condotta di alcuni membri della NATO nella regione dell'Africa del nord e del Medio Oriente, i loro ingiustificabili bombardamenti, i crimini contro i civili indifesi e il silenzio complice di fronte alle azioni d'Israele contro il popolo palestinese, sostengono le tesi che non è precisamente la promozione e la protezione dei diritti umani la legittima motivazione del dibattito che oggi ci occupa. (…) Per questo la nostra più ferma posizione è che l'investigazione che si deve realizzare sul massacro di El-Houlah dovrà essere seria, credibile, trasparente e senza pregiudizi e non dovrà essere inquinata da motivazioni politiche: questa sarà l'unica forma per conoscere la verità. (…) Il ruolo della comunità internazionale è appoggiare ogni sforzo che contribuisca alla salvaguardia della pace e della stabilità in Siria".
Va in ben altra direzione il patto stretto fra opposizione cubana e quella siriana, con un seminario al Biltmore Hotel di Coral Gables dell'1 all'8 maggio, scrive Jean Guy Allard (riportato su http://www.peacelink.it/sociale/a/36322.html
: "La Cia ha messo in atto un dispositivo di sabotaggio contro il piano di Annan e qualsiasi altro tentativo di pace in Siria. (…) Ricorrendo alla comunità cubano-americana che controlla a Miami, e agli oppositori siriani che vivono nello stesso territorio, i servizi di intelligence degli Stati Uniti hanno tentato di collegare Cuba ai disordini in corso in Siria, come "rivela" un dispaccio da Miami dell'agenzia di stampa spagnola Efe sui "dissidenti siriani e cubani che stanno creando un fronte per combattere Castro e El-Assad".
L'ultimo massacro a al Kubeir è un fatto. Ma dovrebbe essere considerato un fatto importante anche chi l'ha fatto, alla vigilia di una riunione all'Onu e a due settimane da quando un altro massacro è stato attribuito dal coro mondiale all'esercito e a forze paramilitari. Il poligono (di tiro) dei buoni ha già emesso il verdetto. Le tivù internazionali trasmettono video e interventi di "testimoni" del massacro e ne chiamano altri al telefono: questi accusano esercito e shabiha (gli ormai famosi "miliziani pro-Assad") di bombardamenti ed esecuzioni. Un uomo curiosamente precisa che nel villaggio "non c'erano mai state manifestazioni contro il regime". E proprio il regime ne avrebbe ordinato la morte…
Però la tivù privata siriana Addunia ha intervistato http://www.youtube.com/user/SyriaTruthNetworkEN?feature=watch
il medico legale che esaminando i corpi degli uccisi ha stabilito il momento probabile del decesso: quattro o cinque ore prima che le forze armate arrivassero sul luogo e ingaggiassero scontri con i gruppi armati, dopo essere state chiamate dagli stessi abitanti. Alla tivù siriana alcuni degli abitanti della fattoria al Qubeyr e del villaggio di Maarzaaf hanno detto: "i terroristi armati hanno attaccato il villaggio alle dieci di mattina di mercoledi (6 giugno) sgozzando i bambini e le donne, il che ci ha spinti a fuggire al di fuori del villaggio". Un'altra testimone ha affermato che gli uomini armati hanno terrorizzato gli abitanti del villaggio e li hanno scacciati dalle loro terre, distruggendo i loro raccolti agricoli, saccheggiandoli, e sgozzando i bambini e le donne.
Quanto al massacro di al Houla (due settimane fa), un giornalista russo della Anna News che si trovava nella zona durante il massacro ha raccontato quanto segue: "alle due di notte fra il 25 e il 26 maggio un grosso gruppo di armati catturano la cittadina di al Houla dopo averla attaccata da nordest. Vengono da Ar-Rastan, da Farlaha, da Akraba e da al Houla e sono aiutati da gangster locali. Una volta presi i checkpoint nel centro della cittadina, uccidono membri di famiglie non schierate con l'opposizione e fra queste molte del gruppo Al-Sayed, fra i quali 20 bambini; e la famiglia degli Abdul Razzak, usando coltelli e pistole. Poi l'opposizione accusa l'esercito. Durante l'attacco, gli armati perdono 25 uomini"

  Se la guerra è alle porte di casa
di Sergio Cararo 12/06/2012
Prosegue la campagna "Mediterraneo mare di guerra" della Rete dei Comunisti per comprendere e combattere il nesso tra crisi e guerra. L'escalation in Siria, la minaccia di guerra nucleare all'Iran, gli esiti non positivi della stagione delle rivolte arabe, scuotono quello che l'Europa considera "il cortile di casa" e gli Usa un'area di interesse strategico.
Mercoledì ad Aversa e venerdi a Bologna, si terranno altre due iniziative della campagna "Mediterraneo mare di guerra" che la Rete dei Comunisti sta promuovendo in questi mesi nel tentativo di rimettere al centro dell'agenda politica le conseguenze del nesso tra crisi e guerra, in particolare nell'area mediterranea-mediorientale. La campagna ha inteso e intende coinvolgere altre realtà politiche o personalità che in questi anni - e soprattutto in questi mesi - non hanno esitato a schierarsi contro l'escalation della guerra umanitaria con cui l'alleanza tra potenze della Nato e petromonarchie del Golfo, stanno cercando di ridisegnare la mappa del Medio Oriente e del Mediterraneo Sud. Interessi convergenti e prospettive divergenti convivono dentro questa alleanza tra le maggiori potenze imperialiste dell'occidente e le potenze che paiono governare l'islam politico.
"Una sorta di compromesso storico" lo definì in modo lungimirante due anni un comunista libanese. E' difficile non vedere il nesso tra l'invasione/disgregazione della Libia, l'escalation in Siria, la repressione saudita in Barhein e Yemen e i tentativi di normalizzazione delle rivolte arabe lì dove sono state più impetuose (Tunisia, Egitto). "Evolution but not revolution" aveva decretato il Dipartimento di Stato Usa come sbocco obbligato della Primavera Araba. Ma da queste responsabilità è impossibile tenere fuori l'imperialismo europeo, in particolare di Francia, Gran Bretagna e Italia, che hanno condiviso l'aggressione alla Libia ed oggi condividono lo stessa prospettiva per la Siria.
I movimenti che si oppongono alla guerra in questi mesi hanno dovuto fare i conti con due difficoltà. La prima è stata la rimozione della questione guerra dall'agenda politica dei movimenti o, peggio ancora, una complice inerzia verso le aggressioni militari come quella in Libia e la subordinazione nella lettura della crisi e della guerra civile in Siria. Le iniziative che ci sono state, seppur minoritarie, hanno però ostacolato l'arruolamento attivo di alcuni settori pacifisti nella guerra umanitaria creando una polarizzazione che in qualche modo ha esercitato un punto di tenuta di fronte alla capitolazione politica, culturale e internazionalista.
La seconda difficoltà è stata quella di una lettura superficiale del nesso tra la crisi che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo (Stati Uniti ed Unione Europea) e il ricorso alla guerra come strumento naturale della concertazione/competizione tra le varie potenze e i loro interessi strategici. Concertazione quando si tratta di attaccare e disgregare gli stati deboli, competizione quando si tratta di capitalizzare a proprio favore i risultati delle aggressioni militari. L'alleanza - non certo inedita - tra potenze occidentali e potenze dell'Islam politico ha rimesso in discussione molti schemi, a conferma che il processo storico è in continua mutazione e che limitarsi a fotografare la realtà senza coglierne le tendenze è un errore che rischia di paralizzare l'analisi e l'azione politica.
La campagna "Mediterraneo mare di guerra" in qualche modo intende socializzare alla discussione (e ad una azione politica conseguente) l'elaborazione che la Rete dei Comunisti ha costruito in questi anni sul versante di una analisi aggiornata dell'imperialismo del XXI° Secolo e del suo agire concreto dentro le contraddizioni deflagranti e ormai evidenti del mondo in cui abbiamo vissuto fino ad oggi. L'Europa, nella sua dimensione di Unione Europea come polo imperialista, ha perso la sua innocenza e sta ben dentro una partita tragica che ha avuto come prime vittime i popoli del Maghreb e del Medio Oriente e adesso si sta scatenando sulle classi popolari dell'Europa mediterranea, quella che i grandi gruppi capitalisti definiscono non senza manifesto disprezzo i Piigs. La guerra dentro questo scenario ormai ci sta tutta sia come distruzione di capitali in eccesso, sia come guerra valutaria ed infine come guerra guerreggiata. C'è urgenza di discutere tutto questo.
 
Occidente cerca risposta contro appoggio russo a Siria  
Damasco, 12 giu (Prensa Latina) L'attacco mediatico contro il popolo siriano pianificato dalle potenze occidentali per il venerdì 15 è una risposta alle posizioni della Russia di raggiungere un accordo pacifico della crisi in Siria, considerano oggi gli analisti.
Mezzi di stampa siriani ed internazionali hanno denunciato una presunta trama pianificata dagli Stati Uniti ed i loro alleati per provocare azioni violente ed il rovesciamento del governo del presidente siriano, Bashar al-Assad, attraverso la manipolazione mediatica.
Secondo gli attori occidentali, nella crisi bisogna fare un cambiamento della storia, o in altre parole, il processo di destabilizzazione che doveva aprire la strada ad un intervento militare della NATO appoggiato dall'ONU è terminato in un fallimento.
Il canale Addounia divulgò che gli organizzatori della campagna mediatica contro Siria scelsero il prossimo 15 giugno per occultare i mezzi televisivi locali negli spazi che occupano con le loro trasmissioni via satellite con altri prefabbricati.
In realtà, la gerarchia della Lega Araba, dominata dalla petrol-monarchia del Golfo Persico, oggi acerrima nemica di Damasco, ha proposto di occultare le trasmissioni dei canali siriani dai satelliti Nilesat ed Arabsat, precisamente il 15 giugno.
Quando questo succederà, secondo la fonte, invece dei canali siriani si vedranno trasmissioni pirata, mostrando il popolo attaccando le installazioni del governo ed elementi virtuali della caduta del presidente Al-Assad.
Se succedesse quello che si annuncia per il prossimo venerdì, giorno della preghiera musulmana, questo dimostrerebbe che Washington disattese avvertenze lanciate da Mosca, e che presumibilmente hanno l’appoggio della Cina, sulle implicazioni della crisi nello scatenamento di un conflitto mondiale.
In realtà, è un'intensificazione della guerra mediatica fino ad estremi mai visti prima. Il presidente Vladimir Putin ha assicurato che Siria è la linea rossa che Occidente non deve oltrepassare e non è stato casuale l'ampio spiegamento del potere militare russo osservato nei giorni recenti in atti pubblici e la prova di proiettili balistici per confermare una superiorità in questo terreno, definitivo di qualunque conflitto tra le grandi potenze.
Il giornalista ed investigatore francese, Thierry Meyssan, segnala che Mosca ha appena proposto la creazione di un Gruppo di Contatto con Siria che riunirebbe nel suo seno tutti gli Stati implicati, cioè, tanto i paesi vicini come le potenze regionali ed internazionali.
Si tenta di creare un forum di dialogo invece dell'attuale dispositivo bellico instaurato dagli occidentali sotto la denominazione della Conferenza degli Amici della Siria”, ha affermato.
Per alcuni commentatori politici, se la Casa Bianca e suoi alleati occidentali proseguono cercando risposte all'iniziativa di Mosca per una sistemazione pacifica della crisi, potrebbero dover affrontare decisioni che i russi sembrano disposti ad assumere, perfino al prezzo di un conflitto maggiore.
Ig/lb


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