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domenica 7 maggio 2017

Rafael Correa ultimo viaggio a Cuba prima delle consegne a Lenin Moreno il 24 Maggio.



Santa Clara – Cuba  7 maggio 2017  Barrio Condado Nord


Nei giorni scorsi mi trovavo in Santiago di Cuba e non volendo mi sono ritrovato  a seguire Rafael Correa, Presidente dell’Ecuador fino al prossimo 24 di maggio, giorno in cui Lenin Moreno riceverà il passaggio delle consegne, sono arrivato poco dopo di lui alla tomba di Fidel,  così come a quella di Josè Martì,..sono arrivato dopo anche alla casema Moncada, però lo ho anticipato al Santuario della Virgen del Cobre, …il compagno Adolfo Rosales (incredibile la sua somiglianza con il compagno cubano Raul Capote) che con la sua Plimouth verde del ’56 mi ha accompagnato in un itinerario che avevo posto avanti a tutto  dopo che è venuto a mancare FIDEL, un punto di riferimento della mia vita, ….. mi ha informato appunto che al Cobre stavano aspettando l’arrivo di Correa,………

Rafael Correa nei suoi interventi durante la visita in terra cubana, ha dichiarato :”E’ la mia ultima visita come Presidente dell’Ecuador in questa fraterna terra, in questa terra graziosa e terra amica.
Ho vissuto 10 anni molto intensi, sono stati anni molto felici, e il miglior modo di terminare il mio mandato è visitando la mia cara Cuba, se qualcosa ho potuto realizzare in questi 10 anni, usando l’ anologia che scrisse Newton : se sono arrivato lontano è perché mi appoggiai  alle spalle dei giganti; ..si giganti come Bolivar, giganti come i CHE, giganti come Eloy Alfaro Delgado  e il suo amico Josè Martì , e giganti che  la vita mi ha dato la opportunità di conoscere, di essere suo amico e di ascoltare direttamente i loro consigli come Nestor Kirchner, come Hugo Chavez, come Fidel….tutta la vita sono stato Martiano, credo che fu un uomo straordinario,  avanti per la sua epoca, primo nella riflessione, primo nella azione, un latinoamericano che fa parte  della storia regionale così come di quella universale…. Durante la conferenza all’Università dell’Avana, entrando nel merito del suo Paese Rafael Correa ha affermato inoltre :L’Ecuador oggi è una Repubblica di opportunità dove comanda il popolo” ed ha continuato dicendo che quando arrivò al potere incontro un paese paralizzato, senza speranze, invece dopo 10 anni di Rivoluzione Ciudadana il 24 maggio consegnerà al suo successore  Lenin Moreno una realtà con una economia in crescita e stabile, ciò grazie a fattori importanti come le tre misure che furono prese all’inizio del suo primo mandato : ricomprare il debito estero, i rinnovi dei contratti petroliferi, la lotta contro l’evasione tributaria,……..Nell’aula magna dell’università dell’Havana Rafael Correa ha ricevuto il titolo di DOCTOR HONORIS CAUSA IN SCIENZE ECONOMICHE, il rettore Gustavo Cobreiro nella consegna del titolo ha messo in risalto il lavoro svolto dal Presidente Ecuadoriano che ha posto l’essere umano avanti al capitalismo e difeso un sistema internazionale più giusto e equo,…Correa da parte sua ha dichiarato di essere orgoglioso di ricevere tale onorificenza nella Patria di Fidel, Paese la cui Rivoluzione ha ispirato movimenti progressisti del Mondo Intero……Nel palazzo  della Rivoluzione, Correa ha terminato il suo intervento prendendo come suo il pensiero del vecchio lottatore general Eloy Alfaro : Nulla sono, nulla valgo , nulla pretendo, nulla cerco per me, tutto è per voi, popolo, que si è fatto degno di essere libero.
Moltissime grazie , Cuba.
Hasta la vittoria Siempre Companeros!!


Il Documento sopra redatto è un sunto tratto da articoli tratti dal quotidiano Granma (organo del Partito comunista Cubano) del 6 maggio 2017 .
Il Granma  quando sono in Cuba mi arriva in casa direttamente da sotto la porta, o addirittura dalla finestra volando.

 Maurizio Cerboneschi (Sandino)

domenica 26 giugno 2016

CUBA – USA : a piano d’attacco, piano di difesa/ CUBA - EE.UU : A plan de ataque, plan de defensa.



Rolando López del Amo,  23 giugno 2016

In un libro pubblicato nel 1953 con il titolo “L’arte della intelligence” l’autore Allan Dulles, allora Direttore della CIA, propone una linea di lavoro che pare essere rimasta nel tempo la stessa.
Vediamo alcune delle raccomandazioni di Dulles a proposito della cultura.
La letteratura, l’arte ed il teatro dovranno riflettere e promuovere i più bassi sentimenti umani… Appoggeremo e pubblicizzeremo con tutti i mezzi quegli artisti che cominceranno a seminare e inculcare nella coscienza umana il culto di sesso, violenza, sadismo, tradimento. In una parola: qualsiasi tipo de immoralità”.

E’ interessante osservare che il signor Dulles conferisce un ruolo importante all’arte e alla letteratura nei disegni di sovversione e dominio su altri Stati.
Propone contenuti che mirano ad attirare l’attenzione di chi lavora su temi politici e sociali verso il banale e il marginale, verso gli aspetti più sordidi dell’essere umano, con l’intento di suscitare l’accettazione della bassezza e della mediocrità, cercando così di oscurare qualsiasi modello positivo, incoraggiante, di speranza, qualsiasi idea di cambiamento verso un mondo ed un essere umano migliori.
Tendenze come il cosiddetto realismo sporco s’incastrano perfettamente nella proposta di Dulles.
La coscienza di scrittori e artisti dev’essere guadagnata a favore di questa visione della società e del ruolo dell’arte e della letteratura: l’esaltazione dei peggiori istinti e sentimenti umani, pensava Dulles, avrebbe influito nella coscienza sociale per distrarla e addormentarla, in modo che nessuno s’interessasse al riscatto sociale, assicurando la permanenza al potere delle classi dominanti.

Dulles dava una grande importanza ai media come strumenti globali del potere e della egemonia degli USA.
Un obiettivo fondamentale era influenzare la gioventù. A riguardo affermava:

La nostra principale scommessa sarà la gioventù. La corromperemo, demoralizzeremo e pervertiremo.”

Per creare le condizioni di dominio attraverso l’esaltazione di anti-valori, Dulles propone di lavorare, impercettibilmente, sui funzionari statali per indebolire, annullare o dirottare la loro funzione e promuovere il dispotismo, la truffa, la corruzione, la mancanza di principi:

l’onore e l’onestà saranno ridicolizzati come innecessari e convertiti in relitti del passato, (a fronte della promozione di ) cinismo, insolenza, inganno, calunnia, alcolismo, droga e paura irrazionale verso i propri simili.”

Dulles dava una gran importanza al lavoro ideologico come strumento di dominio. Ecco come esprime i suoi propositi senza remore: “prima delle portaerei e dei missili arrivano i simboli, quelli che venderemo come universali, fascinosi, moderni, messaggeri di eterna gioventù e felicità illimitata.”

La nostra UNEAC (NdT-Unione Artisti e Scrittori cubani) ha il dichiarato proposito di lottare contro la banalizzazione e mercificazione della cultura e dell’arte.
Sapere quel che pensano i nemici dei popoli, le loro intenzioni, propositi e modi di operare è di grande importanza, in particolare per chi lavora nella sfera ideologica, per non ritrovarsi facili vittime dei loro disegni.

Il nostro José Martí, gran conoscitore delle “viscere del mostro” grazie a un’esperienza vissuta durante tre lustri negli USA, scrisse che tutto quanto aveva fatto era stato per evitare che gli USA s’impadronissero di Cuba per piombare quindi con più forza sul resto delle Nazioni della Nostra America.

Martí segnalava -e questo serve per qualsiasi nemico-  quanto segue:

Ad un piano ubbidisce il nostro nemico: quello di infettarci, disperderci, dividerci, affogarci.
Per questo noi obbediamo ad un altro piano: mostrarci in tutta la nostra statura, stringerci, unirci…, fare libera la nostra patria.

Piano contro piano. Senza piano di resistenza, non si può vincere un piano di attacco.

Post en Espanol :CUBA EE.UU ,A plan de ataque, plan de defensa.


   
traduzione e sottolineature a cura di AsiCubaUmbria –asicubaumbria@libero.it
fatti parte dell’esercito difensore della verità contro il terrorismo mediatico del  sistema di disinformazione di massa, fatti combattente di questa battaglia di idee, la tua azione forgia coscienze, rimanda, diffondi, propaga ogni informazione che consideri  interessante


mercoledì 16 marzo 2016

La Rivoluzione cubana e il processo emancipatore d’ America Latina ...(Simposio Internazionale Cuba nella Storia, Lima febbraio 2016)


abbiamo assolutamente chiaro che questo “cambio” degli Stati Uniti
ha come fine ultimo promuovere la ricostruzione del capitalismo a Cuba

 Basilio Gutiérrez García,  dipartimento internazionale Comitato Centrale Partito Comunista di Cuba

Il Partito Comunista di Cuba è profondamente grato agli organizzatori di questo evento internazionale dedicato al 57° anniversario della vittoria della Rivoluzione Cubana ed al suo contributo alla conquista della seconda e definitiva indipendenza della Nostra America, come l’ha chiamata José Martí. (…)
La realtà dell’isola è sistematicamente deformata, nel miglior caso silenziata dai grandi media che influenzano l’opinione pubblica mondiale. Oggi si cerca di spogliare i popoli della loro memoria storica: è la strategia imperialista per stabilire un governo globale.
Nella sua relazione al Primo Congresso del PCC, Fidel Castro sottolineò: “Cuba fu l’ultima colonia della Spagna in America Latina ed oggi è il primo Paese socialista di questo emisfero. Per costruire questo singolare destino la nostra patria ha dovuto saltare ostacoli che fino ad allora erano parsi invincibili”.
Per più di trenta anni la nascente nazione cubana ha combattuto e vinto militarmente l’esercito coloniale spagnolo, ben più forte in armi e risorse per la guerra (…).  
José Martí fu la figura più alta di quell’impresa. Ha lasciato insegnamenti fondamentali per le presenti e future generazioni di cubani: la necessità dell’unione nella lotta, la necessità di conquistare tutta la giustizia, il pericolo che per Cuba e l’America Latina rappresenta l’impero del Nord.
Martí si rese conto che l’unico modo di garantire la sovranità, non solo di Cuba ma del resto dell’America Latina, era: “impedire per tempo, con l’indipendenza di Cuba che gli Stati Uniti si allarghino sulle Antille e calino con maggior forza sulle nostre terre d’America”.
Quando noi cubani eravamo sul punto di raggiungere l’indipendenza dalla Spagna, a prezzo di tanto dolore, il Presidente nordamericano dell’epoca fu autorizzato dal suo Congresso ad intervenire militarmente nel nostro Paese, frustrando la nostra ricerca di libertà e imponendo con il ricatto militare il cosiddetto “Emendamento Platt”, che legalizzò nella sostanza la perdita della nostra sovranità, fondamento illegittimo dell’attuale Base Navale di Guantánamo.
Ci venne imposta una Repubblica fantoccio ed un capitalismo sottosviluppato, mono- produttore e dipendente dall’economia nordamericana. (…)
Esattamente 60 anni dopo che l’esercito interventista yankee impedì l’ingresso a Santiago de Cuba delle truppe mambisas(NdT-combattenti indipendentisti cubani), Fidel Castro e los barbudos entrarono in quella stessa città, il 1° gennaio 1959, per cambiare definitivamente la storia di Cuba ed in buona parte quella dell’America Latina.
La Rivoluzione trasformò la vita del nostro popolo in modo radicale. Cuba non solo recuperò la sua sovranità, ma raggiunse in breve tempo, sotto le bandiere del socialismo, impressionanti risultati economici e sociali. Il Paese è riuscito a collocarsi fra quelli con un alto indice di sviluppo umano, la speranza di vita ha superato i 78 anni, la mortalità infantile si è ridotta a meno di 5 su mille nati vivi, sono riconosciuti internazionalmente i successi della medicina e della scienza cubana, l’educazione, lo sport e la cultura sono alla portata di tutti.
Nonostante le nostre risorse limitate, la Rivoluzione è sempre stata coerente con la sua politica solidale e internazionalista. Migliaia dei suoi migliori figli hanno combattuto e sono morti per la causa libertaria di altri popoli d’Africa e America Latina. Oggi migliaia di collaboratori della sanità e dell’educazione prestano servizio in più di 60 Paesi.  
Cuba ed il suo eroico popolo hanno superato il terribile colpo rappresentato dalla caduta dell’Unione Sovietica, che ha significato un crollo del PIL del 35% e la perdita in pochi mesi del 70% del suo commercio estero.
Cuba non ha ammainato le sue bandiere socialiste né i suoi principi, mentre l’imperialismo nordamericano ha rafforzato il suo criminale blocco economico, finanziario e commerciale con la Legge Torricelli e la Legge Helms-Burton.
Però la resistenza di Cuba è stata possibile anche grazie alla solidarietà internazionale, che ha scritto la sua pagina più recente e brillante per la liberazione dei nostri Cinque Eroi, combattenti antiterroristi. (…)
Il Governo degli USA ha usato il suo ampio arsenale nel tentativo ossessivo di distruggere la Rivoluzione cubana ed il suo esempio. Ricordiamo solo la Baia dei Porci, l’imposizione del blocco nel 1962, la minaccia di sterminio nucleare nella crisi dell’ottobre 1962, la guerra imposta con bande controrivoluzionarie, sradicate dopo 10 anni di dura battaglia, il terrorismo che ha lasciato 3.478 morti e 2.099 disabili, oltre a enormi danni materiali.
La storia è nota. Cuba è arrivata fin qua in piedi. Gli USA hanno fallito e lo stesso Presidente Obama lo ha riconosciuto il 17 dicembre 2014, all’inizio dell’attuale processo fra i due Paesi.
Il ristabilirsi delle relazioni diplomatiche, l’attuale fase di apertura delle Ambasciate, non comporta la normalizzazione delle relazioni stesse.
La normalizzazione è un processo lungo e complesso che comporta, fra l’altro, l’eliminazione del blocco economico, commerciale e finanziario, la restituzione del territorio occupato dalla base di Guantánamo, il risarcimento dei danni provocati dalle politiche aggressive, la sospensione delle trasmissioni illegali radio e TV del Governo nordamericano contro Cuba, in violazione di accordi internazionali e, in generale, la cessazione dei programmi sovversivi.
Questi aspetti spiegano perché Cuba non ha motivi per fare concessioni ad un Paese che non ha mai aggredito, e di cui mai ha provato a modificare il regime socio-económico e politico, e ancor meno ad abbatterne il Governo.
Ci confrontiamo da pari a pari, secondo il diritto internazionale. Abbiamo espresso la nostra determinazione ad avanzare su tutto ciò che sia di interesse comune, siamo mossi da volontà collaborativa e lavoriamo per raggiungere relazioni civili fra i nostri Paesi.  
Molti amici, giustamente preoccupati, ci avvertono sui rischi che la Rivoluzione si trova davanti. A loro chiediamo di aver fiducia: alla fin fine abbiamo una vasta esperienza dopo aver affrontato negli ultimi 100 anni l’ostilità del nord, “agitato e brutale, che ci disprezza”, come diceva José Martí.
In questo senso è opportuno ribadire che abbiamo assolutamente chiaro che questo “cambio” degli Stati Uniti ha come fine ultimo promuovere la ricostruzione del capitalismo a CubaNoi, è importante tornare a dirlo, andiamo nella direzione contraria.
La rivoluzione cubana vive un momento cruciale, il cui dato essenziale è la determinazione a continuare a costruire il socialismo, secondo le condizioni e le necessità che conformano il mondo reale in cui siamo immersi, e secondo le esigenze imposte dal nostro processo rivoluzionario.
Tutto quel che stiamo facendo nel nostro Paese è assolutamente coerente con il proposito strategico di sviluppare un socialismo prospero e sostenibile.
Nel quadro di quel che abbiamo chiamato processo di attualizzazione del modello economico e sociale, concentriamo i nostri sforzi nel dare impulso a tutte le potenzialità che il Paese può dispiegare con le sue scarse risorse naturali: per esempio, lo sviluppo scientifico, educazionale e culturale accumulalo grazie alla Rivoluzione e lo sfruttamento più efficiente delle risorse economiche.
Nel VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, dell’aprile 2011, abbiamo approvato un documento, discusso in modo massivo con la popolazione, che offre totale chiarezza sui fondamenti della nostra politica economica, ed afferma: “La politica economica del Partito si conformerà al principio secondo cui solo il socialismo è capace di vincere le difficoltà e preservare le conquiste della Rivoluzione, e che nell’attualizzazione del modello economico primeggerà la panificazione, considerando le tendenze del mercato”.
I fondamenti del nostro socialismo prevedono di garantire l’uguaglianza delle opportunità, la maggior giustizia sociale possibile ed il predominio della democrazia popolare e partecipativa nell’ordinamento del sistema politico.
Nel prossimo aprile abbiamo programmato il VII Congresso del Partito, dove verificheremo quanto già attuato e tracceremo una strategia di sviluppo fino al 2030, approvando una concettualizzazione teorica del socialismo a Cuba.
Dobbiamo ribadire che le trasformazioni di ordine economico hanno come ultima istanza il fine che abbiamo saputo sostenere anche in tempi difficili: la salute pubblica e l’educazione, gratuite ed universali, che costituiscono diritti umani inalienabili, in definitiva: principi della Rivoluzione.
Il Governo a Cuba è stato e continuerà ad essere dei lavoratori. Tutto quel che si è fatto e si farà sarà in funzione della grande maggioranza. 
Nel contesto attuale al Partito Comunista di Cuba tocca assumere il compito di fortificare il lavoro politico e ideologico per chiarire in seno al nostro popolo quanto necessario, lo star attenti a tendenze negative che possono formarsi in gruppi sociali, come la gioventù, o nel settore della gestione non statale dell’economia, che sembra siano gliobiettivi scelti dal lavorio sovversivo.
I problemi che arriveranno non ci troveranno impreparati. Contiamo sulla forza che spiega come siamo arrivati fino qui: l’unità del popolo, agglutinato nelle sue organizzazioni sociali, il nostro partito e la coesione politica nella militanza.
La nostra dignità davanti alla prepotenza dell’impero, questa è la questione; prima di tutto la nostra capacità di resistere come abbiamo fatto finora, insieme alla convinzione che sta dalla nostra parte la verità e la ragione.
D’altro lato non è negoziabile l’amicizia che la Rivoluzione cubana ha prodotto in questi duri anni di resistenza. Gli amici storici di Cuba possono contare sulla nostra lealtà.
Manterremo il più deciso appoggio alle cause giuste dell’umanità. Lo sa la rivoluzione bolivariana in Venezuela; non dimentichiamo il diritto di Puerto Rico alla piena indipendenza, né il sofferente popolo palestinese nella sua titanica lotta, tanto per citare solo alcuni casi che palesemente e irreparabilmente ci differenziano dalla politica estera statunitense. 
La controffensiva dell’imperialismo e le destre locali acquisiscono una singolare dimensione nella Nuestra América. Con diversi strumenti di sovversione si cerca di invertire i processi rivoluzionari e progressisti in Venezuela, Brasile, Ecuador, Bolivia, fra gli altri.
Com’è stato già denunciato, si tratta di un elaborato programma di destabilizzazione, combinato con azioni di guerra economica ed attacchi mediatici, che vittimizzano prima di tutto la verità, mirando a quel che chiamano il cambio di regime in modo diretto o in sua vece, una strategia di indebolimento di lungo periodo, per imporre soluzioni elettorali che passano sopra alla vera volontà democratica dei popoli.
Molto ci siamo domandati cosa fare per affrontare queste sfide. E giustamente è nella nostra storia  che può stare la risposta, quando dall’inizio i nostri padri fondatori ci chiamarono all’unità e all’integrazione.
Bolívar lo affermò: “L’unità dei nostri popoli non è semplice chimera, ma inesorabile decreto del destino. Uniamoci e saremo invincibili”… Oggi sappiamo che è urgente necessità lavorare per la piena integrazione come obbiettivo strategico per garantirci un futuro sicuro.
Non partiamo da zero. Non è inutile insistere che nella nostra regione abbondano gli effetti negativi dei TLC, però abbiamo anche accumulato esperienze organizzative e di lotta (…).
Possiamo sentirci orgogliosi della nascita dell’ALBA, che come suggerisce il suo nome, vuole essere il mattino di una forma più elevata d’integrazione basata sulla cooperazione; del CARICOM e della UNASUR con una formidabile capacità di coordinare volontà e sciogliere conflitti fra sudamericani; del MERCOSUR, piattaforma di articolazione commerciale più datata, ed infine, al punto più alto, la CELAC.
Alla fondazione della Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici, CELAC, nel dicembre 2011, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba, compañero Raúl Castro, disse: “Abbiamo il privilegio di assistere ad un atto fondativo trascendentale… rivendichiamo più di due secoli di lotte e speranze. Arrivare fin qui è costato sforzi en anche sangue e sacrificio. I colonizzatori di un tempo e le potenze imperiali di oggi sono stati i nemici di questo obbiettivo. La CELAC è la nostra opera più preziosa. Simbolicamente, consolida l’idea di una regione unita e sovrana, impegnata su un destino comune”. (…)
L’unità e la solidarietà saranno decisive per avanzare nell’ottenimento della seconda e definitiva Indipendenza dell’America Latina e dei Caraibi. Le recenti sconfitte elettorali della sinistra sono temporanee e non devono generare smobilitazione o demoralizzazione (…). Riprendiamo l’iniziativa con la convinzione della vittoria delle nostre giuste idee.
Infine, compañeros, Cuba continuerà nel suo cammino verso il socialismo, con la normalizzazione dei rapporti con gli USA, che indubbiamente può facilitare molto questo processo, però anche senza, così com’è stato finora. Questo significa che cammineremo senza abbandonare i principi che ci hanno permesso di fare una rivoluzione come la nostra. Come la provata vocazione solidale verso altri popoli, valore intrinseco all’idea universale del socialismo.
Il leader storico della Rivoluzione Fidel Castro, in una lettera al Presidente de la Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, dello scorso dicembre, riaffermò la determinazione irremovibile del nostro popolo, dicendo: “I rivoluzionari cubani, a poche miglia dagli Stati Uniti, che sempre hanno sognato di appropriarsi di Cuba per convertirla in casinò e postribolo…, non rinunceranno mai alla piena indipendenza e al rispetto totale della loro dignità”…
(Simposio Internazionale Cuba nella Storia, Lima – 4/ 6 febbraio 2016, tratto da Rebelión)

traduzione e sottolineature a cura di AsiCubaUmbria –asicubaumbria@libero.it
fatti parte dell’esercito difensore della verità contro il sistema di disinformazione di massa


lunedì 8 febbraio 2016

“TRE EROI”, di Josè Martì ,favola per bambini che dovrebbero leggere gli adulti.

Nei primi anni “90 nei banchetti dell’associazione Italia Cuba si potevano trovare mini libri di favole per bambini scritte dall’eroe nazionale di Cuba Josè Martì… tante storie stupende capaci di far crescere e capire la vita ai più giovani. La favola “TRE EROI” credo che  dovrebbero leggerla anche gli adulti, oggi come oggi più che mai in modo che capiscano che solo vivendo con dignità, onestà e lottando contro soprusi e ingiustizie è possibile arrivare ad  un mondo migliore.. Martì iniziò la favola  così : ”.. In America non si poteva essere onesti ne pensare né parlare. Un uomo che nasconde ciò che pensa o che non osa dire ciò che pensa non è un uomo onesto. Un uomo che ubbidisce a un malgoverno, senza operare affinchè il governo sia buono non è un uomo onesto. Un uomo che si sottomette all’ubbidienza di leggi ingiuste e permette che gli uomini che lo maltrattano calpestino il paese in cui nacque, non è un uomo onesto..”

                                                                        Sandino



Raccontano che un viaggiatore arrivò un giorno a Caracas verso l’imbrunire e , senza scuotersi di dosso la polvere del cammino, non domandò dove potesse mangiare o dormire, ma  la strada per raggiungere la strada di Bolivar. E si racconta che il viaggiatore, tutto solo tra gli alberi alti e  profumati della piazza, piangesse di fronte alla statua, che sembrava muoversi come un padre. Bolivar e tutti coloro  che lottarono come lui perché l’America potesse appartenere all’uomo americano. Tutti : l’eroe famoso e ultimo soldato, che è un eroe ignoto. Gli uomini che lottano per vedere libera la propria patria diventano persino formosi di corpo.
Libertà è il diritto che ogni uomo ha di essere onesto, e a pensare e a parlare senza ipocrisia. In America non si poteva essere onesti ne pensare né parlare. Un uomo che nasconde ciò che pensa o che non osa dire ciò che pensa non è un uomo onesto. Un uomo che ubbidisce a un malgoverno, senza operare affinchè il governo sia buono non è un uomo onesto. Un uomo che si sottomette all’ubbidienza di leggi ingiuste e permette che gli uomini che lo maltrattano calpestino il paese in cui nacque, non è un uomo onesto. Il bambino, fin dal momento in cui è capace di pensare, deve pensare a tutto ciò che vede, deve rattristarsi per tutti coloro che non possono vivere onestamente, deve lavorare affinchè tutti gli uomini possano essere onesti, e deve essere un uomo onesto. Il bambino che non pensa a ciò che gli succede attorno e si accontenta di vivere soltanto, senza  sapere se vive onestamente, è come un uomo che vive del lavoro di un furfante ed è, quindi,  sulla strada  di diventarlo. Ci sono uomini peggiori delle bestie , perché le bestie hanno bisogno di essere libere per vivere felici : l’elefante non vuole avere figli quando è prigioniero ; il lama del Perù si butta a terra e muore quando l’indigeno gli parla duramente o lo carica più di quanto possa sopportare. L’uomo de essere  perlomeno tanto dignitoso quanto l’elefante  e il lama. In America, prima della libertà, si viveva come il lama che ha molto carico addosso. Bisognava togliersi il carico  o morire.
Ci sono uomini che vivono contenti anche se vivono senza dignità. Ce ne sono altri  che soffrono come in agonia quando vedono che intorno a loro gli uomini vivono senza dignità. Nel mondo ci deve essere un certa quantità di dignità, come deve esserci una certa quantità di luce. Quando ci sono molti uomini senza dignità, ce ne sono sempre altri che hanno in se la dignità di molti uomini. Sono coloro che si ribellano con forza terribile contro quelli che rubano ai popoli la propria libertà, che equivale rubare agli uomini la loro dignità. In quegli uomini vanno mille uomini, va un popolo intero, va la dignità umana. Quegli uomini sono sacri. Questi tre uomini sacri : Bolivar del Venezuela; San Martin del Rio della Plata; Hidalgo del Messico. Si devono perdonare loro gli errori, perchè il bene che fecero fu superiore degli errori stessi. Gli uomini non possono essere più perfetti del sole. Il sole brucia con la stessa luce con cui scalda. Il sole ha delle macchie. Gli ingrati non parlano che delle macchie. I riconoscenti parlano della luce.
Bolivar aveva un corpo piccolo. Gli occhi mandavano lampi e le parole gli spuntavano dalle labbra. Sembrava che stesse sempre aspettando l’ora di montare a cavallo. Era il suo paese, il suo paese oppresso, che pesava sul cuore e non lo lasciava vivere in pace! L’America intera sembrava svegliarsi . Un uomo solo non vale più di un popolo intero; ma ci sono uomini che non si stancano quando si stanca il suo popolo, e che si decidono alla guerra prima dei popoli, perché non devono consultare nessuno fuorchè se stessi, e i popoli hanno molti uomini e perciò non possono consultarsi tanto in fretta. Questo fu il merito di Bolivar : non si stancò di lottare per la libertà del Venezuela, quando sembrava che il Venezuela si stancasse. Gli spagnoli lo avevano sconfitto ; lo avevano cacciato dal paese. Egli se ne andò in un’isola, per vedere la sua terra da vicino e pensare alla sua terra.
Un negro generoso lo aiutò quando nessuno non lo volle aiutare. Un giorno ritornò per combattere, con trecento eroi, con trecento liberatori, liberò il Venezuela, liberò la Nueva Grenada (Colombia), liberò  l’Equador, liberò il Perù. Fondo una nuova nazione, la nazione di Bolivia. Vinse battaglie sublimi con soldati scalzi e mezzi nudi. Tutt’intorno a lui rabbrividiva, e si colmava di luce. I generali combattevano al suo fianco con coraggio soprannaturale. Era un esercito di giovani. Nel mondo mai si lottò tanto né meglio, per la libertà. Bolivar non difese con tanto fuoco il diritto degli uomini di governarsi da soli, quanto il diritto dell’America di essere libera. Gli invidiosi esagerarono i suoi difetti. Bolivar morì di crepacuore più che di malattia, nella casa di uno spagnolo, a  Santa Marta. Morì povero, e lascio una famiglia di popoli.
Il Messico aveva uomini e donne valorosi che non erano molti, ma che valevano per molti : mezza dozzina di uomini e una donna si accingevano a liberare il paese. Erano alcuni giovani coraggiosi, il marito di una donna generosa e un prete di campagna che amava molto gli indigeni, un prete do sessanta anni. Il prete Hidalgo, fin da bimbo, fu della razza buona, di quelli che vogliono sapere. Coloro che non vogliono sapere sono della razza cattiva. Hidalgo sapeva il francese, che a quei tempi era un gran pregio, perché lo sapevano in pochi. Lesse i libri dei filosofi del secolo diciottesimo, che spiegavano il diritto dell’uomo ad essere onesto, e a parlare senza ipocrisia. Vide schiavi negri, e si colmò di orrore. Vide maltrattare indigeni, che sono tanto docili e generosi, e si sedette in mezzo a loro come un vecchio fratello, ad insegnare le arti raffinate, che l’indigeno impara bene:  la musica, che consola; l’allevamento del baco, che da la seta e quello dell’ape che da il miele. Aveva il fuoco dentro di se e gli piaceva costruire;  creò forni per cuocere mattoni. Ogni tanto gli si vedevano brillare intensamente gli occhi verdi!! Il signor curato di Dolores parlava molto bene, sapeva tante cose nuove, faceva elemosina, e qualche volta andava  a Queretaro a parlare con alcuni coraggiosi e con il marito  della buona signora : lo dicevano tutti!!E un traditore fece la spia a un comandante spagnolo che gli amici di Queretaro volevano  liberare il Messico. Il prete monto a cavallo, con tutto il suo popolo, che lo amava come il proprio cuore ; gli si aggregarono i caporali e gli inservienti delle tenute, che erano la cavalleria; gli indigeni andavano a piedi, con frecce e bastoni, o con fionde o lance. Gli si unì un reggimento ed attaccò e vinse un convoglio di polvere da sparo diretto agli spagnoli. Entrò trionfante a Celaya, con musiche e battimani. Il giorno dopo si riunì il Consiglio Comunale; lo fecero Generale, e un popolo cominciò a nascere. Fabbricò bombe a mano. Pronunciò discorsi che, come diceva un caporale, accalorano e fanno scintille. Dichiarò liberi i negri. Restituì agli indigeni le loro terre. Pubblico un giornale che chiamò  El Dispertador Americano. Vinse e perse battaglie. Un giorno gli si univano settemila indigeni armati di frecce, e un altro lo lasciavano solo. La gente cattiva voleva andare con lui soltanto per rubare e  per vendicarsi  degli spagnoli.  Ma lui avvisava i capi spagnoli che se li avesse vinti in combattimento li avrebbe ricevuti da amico, a casa sua. Questo è essere grande !! Ebbe il coraggio di essere magnanimo, senza paura che lo abbandonasse la truppa, che lo voleva crudele. Il suo compagno Allende fu geloso di lui, e lui gli cedette il comando. Erano insieme, alla ricerca di asilo, durante una sconfitta, quando gli spagnoli gli caddero addosso. Spogliarono Hidalgo delle sue vesti di sacerdote, per offenderlo. Lo condussero dietro un muro e gli spararono in testa. Cadde vivo, rotolando nel sangue, ed in terra finirono di ucciderlo. Gli tagliarono la testa e lo appesero in una gabbia, nello stesso deposito Pubblico di Granaditas, dove ebbe il suo governo. Seppellirono i cadaveri decapitati. Ma il Messico è libero.
San Martin fu il liberatore del Sud, il padre della repubblica Argentina, il padre del Cile. I suoi genitori erano spagnoli e lo mandarono in Spagna perché fosse militare del re. Quando Napoleone invase la Spagna con il suo esercito per togliere agli spagnoli la libertà, tutti gli spagnoli combatterono contro Napoleone : i vecchi, le donne, i bambini ; un bimbo coraggioso, un piccolo catalano, una notte mise in fuga una intera compagnia, sparandole con furia da un angolo della montagna. Il bimbo fu poi trovato morto, di fame e di freddo, ma aveva sul viso come una luce e sorrideva, come se fosse contento. San Martin combattè valorosamente nella battaglia di Bailèn  e lo promossero tenente colonnello. Parlava poco : sembrava di acciaio; guardava come un’aquila; nessuno lo disobbediva; sul campo di battaglia, il suo cavallo andava e veniva come un fulmine nell’aria. Quando seppe che l’America  lottava per liberarsi, venne in America. Non gli importava di perdere la sua carriera  pur di compiere il suo dovere !!Arrivò  a Buenos Aires : non pronunciò discorsi; formò uno squadrone di cavalleria ; San Lorenzo fu la sua prima battaglia ; con la spada sguainata incalzo gli spagnoli che marciavano molto sicuri, suonando il tamburo, e che poi rimasero senza tamburo; senza cannoni, e senza bandiera. Negli altri paesi americani gli spagnoli stavano vincendo :Bolivar era stato cacciato dal Venezuela, da Morillo il crudele ; Hidalgo era morto, O’ Higgins era fuggito dal Cile, ma dove c’era San Martin l’America continuava a essere libera. Esistono degli uomini così, che non possono vedere la schiavitù . San martin non poteva; e, per questo, andò a liberare il Cile ed il Perù. In diciotto giorni, con il suo esercito, attraverso le Ande, altissime e fredde : pareva che gli uomini camminassero per il cielo, assetati, affamati; in basso, molto in basso gli alberi sembravano erba , i torrenti ruggivano  come leoni. San Martin affronta e scompiglia l’esercito spagnolo nella battaglia di Maipù e lo sconfigge per sempre nella battaglia di Chacabuco. Libera il Cile. S’imbarca con la sua truppa e va a  liberare il Perù. Ma in Perù c’era Bolivar, e San Martin gli cede la gloria. Fece ritorno in Europa, triste morì tra le braccia della figlia Mercedes. Scrisse il suo testamento, come fosse il bollettino di una battaglia , Gli avevano regalato lo stendardo che il conquistatore Pizzarro aveva portato 4 secoli prima di lui, e lui, nel testamento,  lo regalò al Perù. Il cuore si riempe di tenerezza, pensando a quei giganteschi fondatori. Quelli  sono eroi!!Quelli che combattono per fare popoli liberi, o  quelli che soffrono in povertà e disgrazia per difendere una grande verità. Coloro che lottano per ambizione, per fare schiavi altri popoli, per avere maggior potere di comando, per togliere ad altri popoli le loro terre, non sono degli eroi, ma dei criminali.

Tratto da :
Collezione per bambini   “l’età d’oro”
Instituto Cubano del libro
Editorial Josè Martì
Publicacione en lengua Extranjeras
Apartado 4208 La Habana

Pubblicato da Synergon SRL  1993
Bologna