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mercoledì 16 marzo 2016

La Rivoluzione cubana e il processo emancipatore d’ America Latina ...(Simposio Internazionale Cuba nella Storia, Lima febbraio 2016)


abbiamo assolutamente chiaro che questo “cambio” degli Stati Uniti
ha come fine ultimo promuovere la ricostruzione del capitalismo a Cuba

 Basilio Gutiérrez García,  dipartimento internazionale Comitato Centrale Partito Comunista di Cuba

Il Partito Comunista di Cuba è profondamente grato agli organizzatori di questo evento internazionale dedicato al 57° anniversario della vittoria della Rivoluzione Cubana ed al suo contributo alla conquista della seconda e definitiva indipendenza della Nostra America, come l’ha chiamata José Martí. (…)
La realtà dell’isola è sistematicamente deformata, nel miglior caso silenziata dai grandi media che influenzano l’opinione pubblica mondiale. Oggi si cerca di spogliare i popoli della loro memoria storica: è la strategia imperialista per stabilire un governo globale.
Nella sua relazione al Primo Congresso del PCC, Fidel Castro sottolineò: “Cuba fu l’ultima colonia della Spagna in America Latina ed oggi è il primo Paese socialista di questo emisfero. Per costruire questo singolare destino la nostra patria ha dovuto saltare ostacoli che fino ad allora erano parsi invincibili”.
Per più di trenta anni la nascente nazione cubana ha combattuto e vinto militarmente l’esercito coloniale spagnolo, ben più forte in armi e risorse per la guerra (…).  
José Martí fu la figura più alta di quell’impresa. Ha lasciato insegnamenti fondamentali per le presenti e future generazioni di cubani: la necessità dell’unione nella lotta, la necessità di conquistare tutta la giustizia, il pericolo che per Cuba e l’America Latina rappresenta l’impero del Nord.
Martí si rese conto che l’unico modo di garantire la sovranità, non solo di Cuba ma del resto dell’America Latina, era: “impedire per tempo, con l’indipendenza di Cuba che gli Stati Uniti si allarghino sulle Antille e calino con maggior forza sulle nostre terre d’America”.
Quando noi cubani eravamo sul punto di raggiungere l’indipendenza dalla Spagna, a prezzo di tanto dolore, il Presidente nordamericano dell’epoca fu autorizzato dal suo Congresso ad intervenire militarmente nel nostro Paese, frustrando la nostra ricerca di libertà e imponendo con il ricatto militare il cosiddetto “Emendamento Platt”, che legalizzò nella sostanza la perdita della nostra sovranità, fondamento illegittimo dell’attuale Base Navale di Guantánamo.
Ci venne imposta una Repubblica fantoccio ed un capitalismo sottosviluppato, mono- produttore e dipendente dall’economia nordamericana. (…)
Esattamente 60 anni dopo che l’esercito interventista yankee impedì l’ingresso a Santiago de Cuba delle truppe mambisas(NdT-combattenti indipendentisti cubani), Fidel Castro e los barbudos entrarono in quella stessa città, il 1° gennaio 1959, per cambiare definitivamente la storia di Cuba ed in buona parte quella dell’America Latina.
La Rivoluzione trasformò la vita del nostro popolo in modo radicale. Cuba non solo recuperò la sua sovranità, ma raggiunse in breve tempo, sotto le bandiere del socialismo, impressionanti risultati economici e sociali. Il Paese è riuscito a collocarsi fra quelli con un alto indice di sviluppo umano, la speranza di vita ha superato i 78 anni, la mortalità infantile si è ridotta a meno di 5 su mille nati vivi, sono riconosciuti internazionalmente i successi della medicina e della scienza cubana, l’educazione, lo sport e la cultura sono alla portata di tutti.
Nonostante le nostre risorse limitate, la Rivoluzione è sempre stata coerente con la sua politica solidale e internazionalista. Migliaia dei suoi migliori figli hanno combattuto e sono morti per la causa libertaria di altri popoli d’Africa e America Latina. Oggi migliaia di collaboratori della sanità e dell’educazione prestano servizio in più di 60 Paesi.  
Cuba ed il suo eroico popolo hanno superato il terribile colpo rappresentato dalla caduta dell’Unione Sovietica, che ha significato un crollo del PIL del 35% e la perdita in pochi mesi del 70% del suo commercio estero.
Cuba non ha ammainato le sue bandiere socialiste né i suoi principi, mentre l’imperialismo nordamericano ha rafforzato il suo criminale blocco economico, finanziario e commerciale con la Legge Torricelli e la Legge Helms-Burton.
Però la resistenza di Cuba è stata possibile anche grazie alla solidarietà internazionale, che ha scritto la sua pagina più recente e brillante per la liberazione dei nostri Cinque Eroi, combattenti antiterroristi. (…)
Il Governo degli USA ha usato il suo ampio arsenale nel tentativo ossessivo di distruggere la Rivoluzione cubana ed il suo esempio. Ricordiamo solo la Baia dei Porci, l’imposizione del blocco nel 1962, la minaccia di sterminio nucleare nella crisi dell’ottobre 1962, la guerra imposta con bande controrivoluzionarie, sradicate dopo 10 anni di dura battaglia, il terrorismo che ha lasciato 3.478 morti e 2.099 disabili, oltre a enormi danni materiali.
La storia è nota. Cuba è arrivata fin qua in piedi. Gli USA hanno fallito e lo stesso Presidente Obama lo ha riconosciuto il 17 dicembre 2014, all’inizio dell’attuale processo fra i due Paesi.
Il ristabilirsi delle relazioni diplomatiche, l’attuale fase di apertura delle Ambasciate, non comporta la normalizzazione delle relazioni stesse.
La normalizzazione è un processo lungo e complesso che comporta, fra l’altro, l’eliminazione del blocco economico, commerciale e finanziario, la restituzione del territorio occupato dalla base di Guantánamo, il risarcimento dei danni provocati dalle politiche aggressive, la sospensione delle trasmissioni illegali radio e TV del Governo nordamericano contro Cuba, in violazione di accordi internazionali e, in generale, la cessazione dei programmi sovversivi.
Questi aspetti spiegano perché Cuba non ha motivi per fare concessioni ad un Paese che non ha mai aggredito, e di cui mai ha provato a modificare il regime socio-económico e politico, e ancor meno ad abbatterne il Governo.
Ci confrontiamo da pari a pari, secondo il diritto internazionale. Abbiamo espresso la nostra determinazione ad avanzare su tutto ciò che sia di interesse comune, siamo mossi da volontà collaborativa e lavoriamo per raggiungere relazioni civili fra i nostri Paesi.  
Molti amici, giustamente preoccupati, ci avvertono sui rischi che la Rivoluzione si trova davanti. A loro chiediamo di aver fiducia: alla fin fine abbiamo una vasta esperienza dopo aver affrontato negli ultimi 100 anni l’ostilità del nord, “agitato e brutale, che ci disprezza”, come diceva José Martí.
In questo senso è opportuno ribadire che abbiamo assolutamente chiaro che questo “cambio” degli Stati Uniti ha come fine ultimo promuovere la ricostruzione del capitalismo a CubaNoi, è importante tornare a dirlo, andiamo nella direzione contraria.
La rivoluzione cubana vive un momento cruciale, il cui dato essenziale è la determinazione a continuare a costruire il socialismo, secondo le condizioni e le necessità che conformano il mondo reale in cui siamo immersi, e secondo le esigenze imposte dal nostro processo rivoluzionario.
Tutto quel che stiamo facendo nel nostro Paese è assolutamente coerente con il proposito strategico di sviluppare un socialismo prospero e sostenibile.
Nel quadro di quel che abbiamo chiamato processo di attualizzazione del modello economico e sociale, concentriamo i nostri sforzi nel dare impulso a tutte le potenzialità che il Paese può dispiegare con le sue scarse risorse naturali: per esempio, lo sviluppo scientifico, educazionale e culturale accumulalo grazie alla Rivoluzione e lo sfruttamento più efficiente delle risorse economiche.
Nel VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, dell’aprile 2011, abbiamo approvato un documento, discusso in modo massivo con la popolazione, che offre totale chiarezza sui fondamenti della nostra politica economica, ed afferma: “La politica economica del Partito si conformerà al principio secondo cui solo il socialismo è capace di vincere le difficoltà e preservare le conquiste della Rivoluzione, e che nell’attualizzazione del modello economico primeggerà la panificazione, considerando le tendenze del mercato”.
I fondamenti del nostro socialismo prevedono di garantire l’uguaglianza delle opportunità, la maggior giustizia sociale possibile ed il predominio della democrazia popolare e partecipativa nell’ordinamento del sistema politico.
Nel prossimo aprile abbiamo programmato il VII Congresso del Partito, dove verificheremo quanto già attuato e tracceremo una strategia di sviluppo fino al 2030, approvando una concettualizzazione teorica del socialismo a Cuba.
Dobbiamo ribadire che le trasformazioni di ordine economico hanno come ultima istanza il fine che abbiamo saputo sostenere anche in tempi difficili: la salute pubblica e l’educazione, gratuite ed universali, che costituiscono diritti umani inalienabili, in definitiva: principi della Rivoluzione.
Il Governo a Cuba è stato e continuerà ad essere dei lavoratori. Tutto quel che si è fatto e si farà sarà in funzione della grande maggioranza. 
Nel contesto attuale al Partito Comunista di Cuba tocca assumere il compito di fortificare il lavoro politico e ideologico per chiarire in seno al nostro popolo quanto necessario, lo star attenti a tendenze negative che possono formarsi in gruppi sociali, come la gioventù, o nel settore della gestione non statale dell’economia, che sembra siano gliobiettivi scelti dal lavorio sovversivo.
I problemi che arriveranno non ci troveranno impreparati. Contiamo sulla forza che spiega come siamo arrivati fino qui: l’unità del popolo, agglutinato nelle sue organizzazioni sociali, il nostro partito e la coesione politica nella militanza.
La nostra dignità davanti alla prepotenza dell’impero, questa è la questione; prima di tutto la nostra capacità di resistere come abbiamo fatto finora, insieme alla convinzione che sta dalla nostra parte la verità e la ragione.
D’altro lato non è negoziabile l’amicizia che la Rivoluzione cubana ha prodotto in questi duri anni di resistenza. Gli amici storici di Cuba possono contare sulla nostra lealtà.
Manterremo il più deciso appoggio alle cause giuste dell’umanità. Lo sa la rivoluzione bolivariana in Venezuela; non dimentichiamo il diritto di Puerto Rico alla piena indipendenza, né il sofferente popolo palestinese nella sua titanica lotta, tanto per citare solo alcuni casi che palesemente e irreparabilmente ci differenziano dalla politica estera statunitense. 
La controffensiva dell’imperialismo e le destre locali acquisiscono una singolare dimensione nella Nuestra América. Con diversi strumenti di sovversione si cerca di invertire i processi rivoluzionari e progressisti in Venezuela, Brasile, Ecuador, Bolivia, fra gli altri.
Com’è stato già denunciato, si tratta di un elaborato programma di destabilizzazione, combinato con azioni di guerra economica ed attacchi mediatici, che vittimizzano prima di tutto la verità, mirando a quel che chiamano il cambio di regime in modo diretto o in sua vece, una strategia di indebolimento di lungo periodo, per imporre soluzioni elettorali che passano sopra alla vera volontà democratica dei popoli.
Molto ci siamo domandati cosa fare per affrontare queste sfide. E giustamente è nella nostra storia  che può stare la risposta, quando dall’inizio i nostri padri fondatori ci chiamarono all’unità e all’integrazione.
Bolívar lo affermò: “L’unità dei nostri popoli non è semplice chimera, ma inesorabile decreto del destino. Uniamoci e saremo invincibili”… Oggi sappiamo che è urgente necessità lavorare per la piena integrazione come obbiettivo strategico per garantirci un futuro sicuro.
Non partiamo da zero. Non è inutile insistere che nella nostra regione abbondano gli effetti negativi dei TLC, però abbiamo anche accumulato esperienze organizzative e di lotta (…).
Possiamo sentirci orgogliosi della nascita dell’ALBA, che come suggerisce il suo nome, vuole essere il mattino di una forma più elevata d’integrazione basata sulla cooperazione; del CARICOM e della UNASUR con una formidabile capacità di coordinare volontà e sciogliere conflitti fra sudamericani; del MERCOSUR, piattaforma di articolazione commerciale più datata, ed infine, al punto più alto, la CELAC.
Alla fondazione della Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici, CELAC, nel dicembre 2011, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba, compañero Raúl Castro, disse: “Abbiamo il privilegio di assistere ad un atto fondativo trascendentale… rivendichiamo più di due secoli di lotte e speranze. Arrivare fin qui è costato sforzi en anche sangue e sacrificio. I colonizzatori di un tempo e le potenze imperiali di oggi sono stati i nemici di questo obbiettivo. La CELAC è la nostra opera più preziosa. Simbolicamente, consolida l’idea di una regione unita e sovrana, impegnata su un destino comune”. (…)
L’unità e la solidarietà saranno decisive per avanzare nell’ottenimento della seconda e definitiva Indipendenza dell’America Latina e dei Caraibi. Le recenti sconfitte elettorali della sinistra sono temporanee e non devono generare smobilitazione o demoralizzazione (…). Riprendiamo l’iniziativa con la convinzione della vittoria delle nostre giuste idee.
Infine, compañeros, Cuba continuerà nel suo cammino verso il socialismo, con la normalizzazione dei rapporti con gli USA, che indubbiamente può facilitare molto questo processo, però anche senza, così com’è stato finora. Questo significa che cammineremo senza abbandonare i principi che ci hanno permesso di fare una rivoluzione come la nostra. Come la provata vocazione solidale verso altri popoli, valore intrinseco all’idea universale del socialismo.
Il leader storico della Rivoluzione Fidel Castro, in una lettera al Presidente de la Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, dello scorso dicembre, riaffermò la determinazione irremovibile del nostro popolo, dicendo: “I rivoluzionari cubani, a poche miglia dagli Stati Uniti, che sempre hanno sognato di appropriarsi di Cuba per convertirla in casinò e postribolo…, non rinunceranno mai alla piena indipendenza e al rispetto totale della loro dignità”…
(Simposio Internazionale Cuba nella Storia, Lima – 4/ 6 febbraio 2016, tratto da Rebelión)

traduzione e sottolineature a cura di AsiCubaUmbria –asicubaumbria@libero.it
fatti parte dell’esercito difensore della verità contro il sistema di disinformazione di massa


giovedì 31 gennaio 2013

La gioventù cubana è un arcobaleno molto diversificato-La juventud cubana es un arcoiris muy diverso


La gioventù cubana è un arcobaleno molto diversificato

Cubainformacion| cubainformacion.tv
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/01/2013

Intervista a Leira Sánchez Valdivia, responsabile delle Relazioni Internazionali dell'Unione dei Giovani Comunisti di Cuba, a cura di cubainformacion.tv

- Poiché tutti i media internazionali danno una versione molto distorta, sia della gioventù cubana che delle organizzazioni del paese, come è possibile spiegare a chi sta all'estero, permeabile ai miti mediatici, cos'è la UJC e il suo ruolo nella società cubana?

- La UJC è un'organizzazione politica, l'ala giovanile del Partito Comunista di Cuba, con più di 50 anni di lavoro. Ha due responsabilità principali: una responsabilità statale, come affermato nella Costituzione della Repubblica, all'articolo 6, dove si riconosce l'UJC come responsabile di rappresentare la gioventù del paese, con piena capacità di contribuire alla costruzione del nostro sistema socialista; ed è anche l'organizzazione politica giovanile del nostro Partito.

La nostra organizzazione è attualmente composta da più di 400.000 giovani militanti. Si è dovuta articolare con le nuove generazioni per poter contribuire alla formazione professionale, all'orientamento vocazionale, in modo che ognuno degli interessi risponda alle richieste e esigenze della Rivoluzione oggi. I temi discussi nel nostro IX Congresso sono strettamente legati al ruolo che l'organizzazione deve sviluppare per essere in grado di raggiungere l'efficienza economica in ogni posto di lavoro, in ogni campo coltivato. Ci sono stati più di 30.000 giovani che hanno beneficiato della legge 2/59 della consegna della terra in usufrutto, per esempio.

Abbiamo diversi movimenti, uno di essi è quello delle Brigate Tecniche Giovanili, che si articola con tutti i giovani del settore produttivo fino ai 35 anni di età, che ha la missione di far si che i giovani si avvicinino a una crescita permanente, alla formazione vocazionale, essendo adesso lavoratori. C'è anche la Brigata Giovanile Contadina, un movimento che non è emerso in parallelo all'Associazione Nazionale dei Piccoli Agricoltori (ANAP), ma la necessità propria di avere i giovani delle zone rurali identificati, impegnati, ci ha portato a formare questo gruppo, che ci permette inoltre di salvare le tradizioni culturali dei nostri mambises [ndr, guerriglieri cubani e filippini che nel XIX secolo hanno partecipato alle guerre di indipendenza di Cuba e Filippine] che rispondono all'eredità storica della Rivoluzione Cubana. Pertanto ritengo che la nostra Organizzazione sia in corrispondenza con ogni tappa storica della stessa.

Gli organismi dell'Amministrazione Centrale dello Stato riconoscono nell'UJC l'organizzazione responsabile di rappresentare i giovani e gli studenti del paese. Nel documento di base approvato nell'ultima Conferenza Nazionale del Partito, è stato dato un ruolo centrale all'UJC, e conferma che è la volontà del partito e del nostro Stato rispondere in modo differente alla gioventù.

- I media internazionali disegnano una Cuba e un processo rivoluzionario senza rilievo storico. Qual è il ruolo delle nuove generazioni, non solo dell'UJC, in questo rilievo e per l'immediato futuro?

- Penso che a questa domanda si debba rispondere guardando ai 54 anni della Rivoluzione. Ci sono giovani leader nelle direzioni territoriali di governo, nelle nostre organizzazioni che sono riflesso di questa continuità storica. Sono 53 anni che puntiamo sulla continuità della Rivoluzione, sviluppando tutte le nostre organizzazioni studentesche, le nostre organizzazioni sociali e la nostra organizzazione politica. Credo che la continuità sia assicurata dalla capacità che ha avuto la Rivoluzione di formare i propri dirigenti in modo che oggi ci siano giovani nei posti chiave del paese. Abbiamo sempre avuto possibilità, nel Parlamento cubano, nel paese con le nostre organizzazioni sociali, dove vi sono molti giovani che le dirigono. L'abbiamo dimostrato nella nostra capacità di dirigere con assoluta autonomia le nostre organizzazioni studentesche, i Pionieri, la FEU, o la FEEM.

- Il presidente Raul Castro ha enfatizzato molto, negli ultimi tempi, la cultura della differenza, di diversità di opinioni, di costruire da differenti posizioni una unità superiore. Come si lavora su questo nella UJC?

- Ciò che ha caratterizzato l'Organizzazione è il dialogo con le sue basi e questo significa che ogni leader studentesco o giovanile lo è nella misura della capacità di scambiare, di rappresentare e di garantire che il suo nucleo giovanile partecipi, si mobiliti e sia impegnato.

Lo sguardo giovanile alla discussione delle linee guida del Partito è stata critico ma accurato, impegnato, di fiducia nel futuro della Rivoluzione. Non usiamo il metodo di segregare chi non è d'accordo. Quello che però abbiamo ben chiaro è che non possiamo far concessioni sui principi, perché essi disciplinano le norme sociali. Questo lo abbiamo applicato fin dalla genesi stessa dell'UJC ma diventa sempre più necessario rafforzarlo, capirlo, implementarlo. Siamo in una società molto più diversificata, molto più arcobaleno, in mezzo a un mondo molto più diverso, con un livello di influenza dei media molto intenso, in cui ogni giovane deve decidere le posizioni che assume.

Tutti i movimenti giovanili sono aperti a tutti i giovani fino ai 35 anni di età, e dobbiamo essere in grado di dialogare con l'associazione che raggruppa l'avanguardia artistica e culturale giovane, di parlare con gli scienziati che si trovano all'interno delle Brigate tecniche giovanili, per parlare con i contadini che sono dentro le brigate giovanili contadine, essendo settori completamente diversi. Dobbiamo avere la capacità di dialogo e, dentro la stessa, continuare ad agire come organizzazione reggente e politica.

- Come funziona l'UJC con quei settori della gioventù cubana non tanto contrari al processo rivoluzionario, ma indifferenti, che non ci credono?

- Voglio partire da un criterio molto personale: i cosiddetti "settori informali" della gioventù è importante averli studiati, sapere ciò che li muove, perché non è un segreto che ci sia una politica di sovversione ideologica nei confronti della Rivoluzione cubana, che si rivolge specificamente a influenzare le giovani generazioni della Rivoluzione, insistendo sul fatto che questa generazione sarà quella che abbandonerà la Rivoluzione cubana.

Ma non esiste "marchio" alcuno in quanto ognuno è di un settore diverso, perché qualcuno rappresenta questo tipo di movimento o questo un altro. In realtà, questi giovani interagiscono in un modo o nell'altro in una organizzazione studentesca, in uno spazio istituzionale, in una scuola, in un quartiere, in cui vi sono le organizzazioni sociali, le organizzazioni studentesche, e il modo che abbiamo di agire è quello di riconoscerli come parte di tutto questo arcobaleno che è la società cubana, e che non sfugge dallo stesso arcobaleno delle società del mondo. Ha a che fare con lo sviluppo che ha avuto il mondo, con la globalizzazione delle culture emergenti e anche di pseudoculture. A Cuba non si sfugge a questo tipo di manifestazioni, non siamo un urna di cristallo, le abbiamo e bisogna accettarle.

Dopo venti anni di "periodo speciale" di una profonda crisi economica che ha colpito a fondo il nostro paese, gli spazi ricreativi erano molto vulnerabili, e abbiamo creato nuovi spazi, feste universitarie del libro e della lettura, festival del libro per tutto il popolo, festival culturali, il movimento di artisti dilettanti, ecc. Nella misura in cui noi andiamo recuperando economicamente, più possibilità abbiamo di poter coprire la domanda culturale e di intrattenimento per tutta la popolazione, giacché non è l'unico e esclusivo problema della gioventù cubana.

La Rivoluzione cubana, purtroppo, non ha potuto svilupparsi normalmente in campo economico, politico e sociale, perché per 54 anni abbiamo avuto la presenza del blocco ostile e genocida, che ha fortemente lacerato il pieno sviluppo della gioventù a Cuba.

- L'UJC ha oltre 400.000 militanti ed è un'organizzazione il cui ingresso è volontario ma selettivo. Spiegaci questo.

- Bisogna partire dal principio che l'UJC è un'organizzazione d'avanguardia e, pertanto, non siamo una organizzazione di massa. Bisogna capire che significa l'UJC come organizzazione giovanile del Partito, come organizzazione d'avanguardia all'interno della gioventù cubana, nella quale si necessita sempre che stiano coloro che hanno maggiori capacità di condurre i principi della Rivoluzione, per far si che il resto dei giovani abbiamo uno sguardo certo verso la Rivoluzione. Per questo è volontaria ma anche selettiva, perché non si può avere una militanza forzata nell'UJC, vale a dire, che non si forma una squadra di militanti comunisti in una scuola, o in qualsiasi posto di lavoro, questo avviene perché ogni giovane decide di essere militante dell'UJC. Il militante dell'UJC deve articolarsi come un giovane esemplare nel centro studentesco, sul posto di lavoro così come lo deve essere nella sua comunità, se ciò non avviene nella sua comunità, è limitato per esser un giovane d'avanguardia.

Nella misura in cui la nostra organizzazione riconosce in sé i migliori giovani cubani, sta anche riconoscendo i migliori membri del Partito per il futuro e garantisce in tal modo chiarezza e certezza che il Partito, che naturalmente è composto dal popolo, deve continuare ad essere l'avanguardia politica del popolo cubano.

- In una recente intervista con il Primo Segretario dell'UJC, che era un testo molto interessante per l'autocritica, afferma che l'UJC ha sofferto a volte di settarismo e formalismo, alcuni mali contro i quali si sta lottando.

- Il nostro Presidente Raul Castro è stato il primo che, dal 2008, sta chiedendo al popolo di essere molto più aperto alle discussioni, di accettare che ci siano delle differenze. I metodi che abbiamo stabilito possono darci la possibilità di essere rigidi nell'applicazione di alcune politiche. Bisogna continuare a insegnare alla gioventù che cosa significa lavorare nella diversità, rompendo lo schematismo e il settarismo, perché siamo responsabili di garantire l'unità del popolo cubano in pochi anni. La società che abbiamo oggi è molto più diversificata e molto più variabile di quella che avevamo venti anni fa, allo stesso modo che è sopravvissuta la Rivoluzione, che ha dovuto superare tutti gli attacchi per aver affermato 54 anni fa: "ci costituiamo come Rivoluzione Cubana e questi sono i nostri principi".

Stiamo facendo in modo che tutto il nostro popolo partecipi e che lo faccia da un attitudine cosciente, critica e costruttiva verso la nostra Rivoluzione. Proseguiamo prendendo misure per poter modificare e contribuire a questo cambiamento di mentalità, a partire dagli accordi del VI Congresso del PCC. E' necessaria la trasformazione e il cambiamento del nostro modo di reagire davanti ai fenomeni che abbiamo nella nostra società, che naturalmente nella gioventù acquisiscono una tonalità di colori più ampia.

Intervista: Joseph Manzaneda
Trascrizione / Redazione: Maite Sanchez


La juventud cubana es un arcoiris muy diverso

- Dado que todos los medios internacionales dan una versión muy sesgada, tanto de la juventud cubana como de las organizaciones del país, ¿cómo explicarías a ese público que está en el exterior, permeable a los mitos mediáticos, lo que es la UJC y su papel en la sociedad cubana?
- La UJC es una organización política, el ala juvenil del Partido Comunista de Cuba, con más de 50 años de trabajo. Tiene dos responsabilidades fundamentales: una responsabilidad estatal, porque está indicado en la Constitución de la República, en el artículo 6, donde se reconoce a la UJC como la responsable de representar a la juventud del país, con la capacidad plena de contribuir en la edificación de nuestro sistema socialista; y además, es la organización política juvenil de nuestro Partido.
Nuestra Organización está formada en la actualidad por más de 400.000 jóvenes militantes. Se ha tenido que articular con las nuevas generaciones para poder contribuir en la formación profesional, en la orientación vocacional, en que cada uno de los intereses responda a las demandas y necesidades que tiene hoy la Revolución. Los temas que discutimos en nuestro IX Congreso están muy relacionados con el papel protagónico que tiene que desarrollar la Organización, en aras de poder lograr una eficiencia económica en cada puesto de trabajo, en cada campo de cultivo. Han salido más de 30.000 jóvenes que se han acogido a la Ley 2/59 de la entrega de la tierra en usufructo, por ejemplo.
Tenemos distintos movimientos, uno de ellos es el de las Brigadas Técnicas Juveniles, que se articula con todos los jóvenes del sector productivo hasta los 35 años de edad, que tiene la misión de que los jóvenes se aproximen de manera permanente a la superación, a la formación vocacional, ya siendo trabajadores. Está también la Brigada Juvenil Campesina, que es un movimiento que no surge en paralelo a la Asociación Nacional de Agricultores Pequeños (ANAP), pero la propia necesidad de tener a los jóvenes campesinos identificados, comprometidos, nos llevó a formar este grupo, que nos permitiera también rescatar las tradiciones culturales de nuestros mambises que responden al legado histórico de la Revolución cubana. Por tanto creo que nuestra Organización ha estado en correspondencia con cada etapa histórica de la misma.
Los organismos de la Administración Central del Estado reconoce en la UJC la organización responsable de representar a los jóvenes y estudiantes del país. En el documento base aprobado en la última Conferencia Nacional del Partido, se le ha dado un papel protagónico a la UJC, y ratifica que es una voluntad del Partido y de nuestro Estado atender diferenciadamente a la juventud.
- Los medios internacionales dibujan una Cuba y un proceso revolucionario sin relevo histórico. ¿Cuál es el papel de las jóvenes generaciones, no solo de la UJC, en este relevo y en este futuro inmediato?
- Creo que esa pregunta uno la debe responder mirando a los 54 años que tiene la Revolución. Hay líderes jóvenes en las direcciones territoriales de gobierno, en nuestras organizaciones que son reflejo de esa continuidad histórica. Llevamos 53 años apostando por la continuidad de la Revolución, se han ido desarrollando todas nuestras organizaciones estudiantiles, nuestras organizaciones sociales y nuestra propia organización política. Creo que la continuidad está asegurada por la capacidad que ha tenido la Revolución de formar a sus líderes para que hoy haya gente joven en puestos clave del país. Hemos tenido siempre posibilidades, en el Parlamento cubano, en el barrio con nuestras organizaciones sociales, donde hay muchos jóvenes que las dirigen. Lo demostramos en la capacidad que tenemos de dirigir con absoluta autonomía nuestras propias organizaciones estudiantiles, léase los Pioneros, la FEU, o la FEEM.
- El presidente Raúl Castro ha enfatizado mucho, en los últimos tiempos, la cultura de la discrepancia, de la diversidad de opiniones, de construir desde diferentes posiciones una unidad superior. ¿Cómo se trabaja esto dentro de la UJC?
- Lo que ha caracterizado a la Organización es el diálogo con sus bases y esto significa que cada líder estudiantil o juvenil lo es en la medida en la que tenga capacidad para intercambiar, para representar y para lograr que su núcleo juvenil participe, se movilice y esté comprometido.
La mirada juvenil ante la discusión de los lineamientos del Partido fue crítica pero certera, comprometida, de confianza en el futuro de la Revolución. No utilizamos el método de segregar al que no esté de acuerdo. Lo que sí tenemos que tener claro es que no nos podemos permitir hacer concesiones con los principios, porque ellos rigen las normas sociales. Algo que hemos aplicado desde la misma génesis de la UJC pero que se hace más necesario reforzar, entender, implementar. Estamos en una sociedad mucho más diversa, mucho más arcoíris, en medio de un mundo mucho más diverso, con un nivel de influencia con los medios muy intenso, en el cual cada joven tiene que decidir las posturas que asume.
Todos los movimientos juveniles son abiertos a todos los jóvenes hasta los 35 años de edad, y debemos tener capacidad para dialogar con la asociación que agrupa a la vanguardia artística y cultural joven, para hablar con los científicos que están dentro de las brigadas técnicas juveniles, para hablar con los campesinos que están dentro de las brigadas juveniles campesinas, siendo sectores totalmente diferentes. Tenemos que tener una capacidad de diálogo y, dentro de la misma, seguir erigiéndonos como organización rectora y política.
- ¿Cómo trabaja la UJC con aquellos sectores de la juventud cubana no tanto contrarios al proceso revolucionario, pero sí indiferentes, incluso descreídos?
- Voy a partir de un criterio muy personal: a los llamados “sectores informales” de la juventud es importante tenerlos estudiados, saber qué les mueve, porque para nadie es un secreto que existe una política de subversión ideológica hacia la Revolución cubana que va dirigida específicamente a influir en la generación más joven de la Revolución, conminando a que esta generación sea la que entregue la Revolución cubana.
Pero no existe “marca” alguna que pongamos porque alguien sea de un sector diferente, o porque alguien represente a este tipo de movimiento o a este otro. De hecho, estos jóvenes interactúan de una manera u otra en una organización estudiantil, en un espacio institucional, en una escuela, en un barrio, donde están las organizaciones sociales, las organizaciones estudiantiles, y la manera que tenemos de actuar es la de reconocerlos como parte de todo ese arcoiris que es la sociedad cubana, y que no escapa al mismo arcoiris que tienen las sociedades del mundo. Tiene que ver con el desarrollo que ha tenido el mundo, con la globalización de culturas emergentes y también de pseudoculturas. En Cuba no escapamos a este tipo de manifestaciones, no somos una urna de cristal, las tenemos y hay que aceptarlas.
Tras veinte años de “período especial”, de una profunda crisis económica que tocó fondo en nuestro país, los espacios de recreación fueron muy vulnerables, y hemos ido creando nuevos espacios, festivales universitarios del libro y la lectura, festivales del libro para todo el pueblo, festivales culturales, el movimiento de artistas aficionados, etc. En la medida en que vayamos recuperándonos económicamente, más posibilidades tendremos para poder cubrir la demanda cultural y de ocio de toda la población, ya que no es única y exclusivamente problema de la juventud cubana.
La Revolución cubana, lamentablemente, nunca ha podido desarrollarse normalmente en el orden económico, político y social, porque hemos tenido durante 54 años la presencia del bloqueo hostil y genocida, que ha lacerado vertiginosamente el desarrollo pleno de la juventud en Cuba.
- La UJC tiene más de 400.000 militantes y es una organización cuyo ingreso es voluntario pero selectivo. Explícanos esto.
- Hay que partir del principio que la UJC es una organización de vanguardia y por ello no somos una organización masiva. Pasa por entender qué significa la UJC como organización juvenil del Partido, como organización de vanguardia dentro de la juventud cubana, en la que se necesita siempre que estén los que tengan más capacidad de liderar los principios de la Revolución, que nos corresponde contribuir a que el resto de los jóvenes tengan una mirada acertada hacia la Revolución. Por eso es voluntaria y también selectiva, pues no puede haber una militancia en la UJC obligada, es decir, que no se forma a un pelotón de militantes comunistas en una escuela, o en ningún centro de trabajo, sino que pasa porque cada joven decida ser militante de la UJC. El militante de la UJC tiene que articularse como un joven ejemplar en el centro estudiantil, en el laboral y también lo tiene que ser en su comunidad, si eso no pasase en su comunidad, lo limita para ser ese joven de vanguardia.
En la medida en que nuestra organización reconozca en sí a los mejores jóvenes cubanos, está también reconociendo a los mejores miembros del Partido en el futuro y asegura por tanto la claridad y la certeza de que el Partido, que por supuesto está conformado por el pueblo, tiene que seguir siendo la vanguardia política del pueblo cubano.
- En una entrevista reciente a la Primera Secretaria de la UJC, que era un texto muy interesante por lo autocrítico, decía que la UJC había adolecido en algunos momentos de sectarismo y formalismo, unos males contra los que estáis luchando.
- Nuestro presidente Raúl Castro ha sido el primero que, desde el año 2008, está pidiendo al pueblo que sea mucho más abierto en las discusiones, que acepte que hay discrepancias. Los métodos que teníamos establecidos podían darnos la posibilidad de ser rígidos en la aplicación de algunas políticas. Se tiene que seguir enseñando a la juventud qué significa trabajar en la diversidad, romper con el esquematismo y con el sectarismo, porque somos los responsables de asegurar la unidad del pueblo cubano dentro de unos años. La sociedad que tenemos hoy es mucho más diversa y mucho más cambiante que la que tuvimos veinte años atrás, de la misma manera que ha tenido que subsistir la Revolución, que ha tenido que sobreponerse a todos los embates por haber dicho hace 54 años: “vamos a constituirnos como Revolución cubana y éstos son nuestros principios”.
Nosotros estamos abocados a que todo nuestro pueblo participe y lo haga desde una actitud consciente, crítica y constructiva hacia nuestra Revolución. Estamos en el camino de poder seguir dando pasos para poder modificar y contribuir a este cambio de mentalidad, a partir de los acuerdos del VI Congreso del PCC. Es necesaria la transformación y modificación de nuestra manera de actuar ante los fenómenos que tenemos en nuestra sociedad, que por supuesto en la juventud adquieren un matiz de colores más amplio.
Entrevista: José MANZANEDA
Transcripción/redacción: Maite SÁNCHEZ


Leira Sánchez Valdivia, responsable de Relaciones Internacionales de la Unión de Jóvenes Comunistas de Cuba. Hablamos sobre el relevo histórico en Cuba y sobre la cultura del debate y la discrepancia en la Unión de Jóvenes Comunistas (UJC) con su responsable de Relaciones Internacionales.

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lunedì 6 febbraio 2012

“L’unità dei cubani ha fatto realtà dei sogni di indipendenza e giustizia sociale per i quali hanno lottato tante generazioni di patrioti, da Hatuey fino a Cespedes, Martì e Fidel.”




L’unità dei cubani ha fatto realtà dei sogni di indipendenza e giustizia sociale per i quali hanno lottato tante generazioni di patrioti, da Hatuey fino a Cespedes, Martì e Fidel.”

febbraio 2012


I manipolatori della grande stampa occidentale continuino pure ad illudere con le loro campagne anti cubane, ma le scelte e i fatti che giungono dall’isola sono molto chiari nella difesa e rafforzamento del socialismo.

Nello scorso fine settimana, alla presenza di oltre 800 delegati di tutto il paese, si è celebrata nella storica cornice del Palazzo delle Convenzioni de La Habana, la Prima Conferenza Nazionale del Partito Comunista Cubano decisa nel VI Congresso dell’aprile scorso.
A conclusione dei lavori, il Primo Segretario del Partito Raul Castro Ruz ha rivolto con estrema chiarezza un messaggio a quanti, fuori da Cuba, si illudevano o in maniera non disinteressata auspicavano che la Conferenza segnasse l’inizio dello smantellamento politico e sociale della Rivoluzione reclamando la restaurazione del modello multipartitico.
Tralasciando quindi gli “illusi” e le “illusioni” e analizzando le questioni reali sul tappeto, è bene partire dal dato che la prima Conferenza Nazionale dell’organizzazione è stata pianificata per cominciare una prima verifica sulla concreta attuazione delle linee di perfezionamento socio-economiche adottate dal VI Congresso, a nove mesi di distanza dal suo svolgimento.
La missione di questa Conferenza è riassumere il frutto dei criteri, delle opinioni e dei suggerimenti di centinaia di migliaia di militanti e far sì che si trasformino in obiettivi di lavoro, impegni e orientamenti per garantire il completo compimento degli accordi del VI Congresso del Partito e soprattutto le Tesi di Politica Economica e Sociale del Partito e della Rivoluzione”, ha dichiarato il secondo segretario del PCC, José Ramón Machado Ventura, aprendo l’importante incontro dei comunisti cubani.
Il dibattito ha preso in esame il ruolo del Partito nella direzione e nel controllo sistematico del processo di attualizzazione e di implementazione del modello economico e la necessità di rendere il lavoro del Partito stesso sempre più dinamico, stimolando il confronto ma anche la battaglia politica di fronte a schemi e atteggiamenti burocratici, a vecchi vizi, come l’improvvisazione, il formalismo, la falsa unanimità e l’opportunismo.
Nel suo intervento conclusivo, Raul ha ribadito che non è esistita e non esisterà mai una rivoluzione senza errori, perché sono opera di uomini e popoli che hanno dovuto affrontare e misurarsi con enormi e smisurate minacce. Così come non si può pensare che le decisioni prese dalla Conferenza nazionale e dal VI Congresso possano costituire la soluzione magica ai problemi di Cuba e proprio per questo andranno sottoposte a verifica due volte l’anno dal Burò Politico e dei comitati provinciali e comunali dell’organizzazione.
Fondamentale quindi è il lavoro a cui è chiamato il Partito, i compiti nuovi e la necessità di una chiara distinzione dei ruoli nella direzione del Partito, del governo, dello Stato e delle imprese.
La confusione e la duplicazione dei ruoli ha prodotto in passato rallentamenti e difetti sia nel lavoro politico che deve compiere il Partito che nell’autorità e nei compiti dello Stato e del Governo, perché con questo approccio anche i funzionari finiscono con il non sentirsi responsabili nelle loro decisioni.
Liberare quindi il Partito da tutte le attività che non corrispondono al suo carattere di organizzazione politica, a partire dalle funzioni amministrative. Chiamare ognuno a svolgere i propri compiti in base alla propria collocazione è l’orientamento che è stato assunto dal Congresso e ribadito nella Conferenza, a partire dal maggiore impegno che viene assegnato ai dirigenti delle imprese che in un modello meno centralizzato e legato a specifici obbiettivi di produzione, per contribuire a una maggiore efficienza del sistema economico, dovranno prendere decisioni e assumersi maggiori responsabilità.
Infine è bene ricordare che un importante documento teorico e politico del Partito Comunista di Cuba sulla natura e la funzione di un partito comunista nelle sfide di questa fase storica (che abbiamo tradotto e pubblicato sui nostri siti), è stato posto come base di discussione della Prima Conferenza di organizzazione.
La versione iniziale del documento base, è stata discussa in 65.000 riunioni dei nuclei del Partito e nei comitati di base della UJC (Unione dei Giovani Comunisti), ha prodotto più di un milione di opinioni con modifiche e cambi di obbiettivi che sono stati presi in esame dagli 811 delegati della Conferenza.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, recita la conosciuta massima, ma avremmo gradito che almeno per una volta, al solito coro dei soliti sordi, non si unisse la sempre più sbandata e confusa informazione di sinistra. E non stiamo parlando del “mitico” Omero Ciai de La Repubblica che di sinistra non è mai stato e che inventa notizie basate sul nulla, come spunto per poter parlar male di Cuba. Questa volta (ne parliamo in un altro articolo su Contropiano) la notizia è la presunta conversione di Fidel Castro alla religione cattolica. Peraltro molti comunisti non solo cubani, ma dell’intero continente latino-americano sono cristiani, cattolici o di altre religioni e non vediamo dove sia il problema.
E’ invece poco sopportabile la continua distorsione dei fatti e delle scelte politiche del PC cubano, che in modo più sottile, indiretto, ma non meno subdolo leggiamo ad esempio sulle pagine del Manifesto.
Non si capisce, dato che è lì, a quali fonti attinga il corrispondente all’Avana di questo giornale, visto che contro ogni evidenza continua a raccontarci come ha fatto durante il VI Congresso di un Partito impegnato nell’attuazione di riforme, aperture al mercato, perestroike o al contrario come ci dice oggi a commento della Conferenza Nazionale di mancate aperture, di obbiettivi non raggiunti, della “asfittica economia cubana” o della crisi di egemonia politica nella società.
L’unica spiegazione a tutto ciò va forse ricercata nella disperazione di una sinistra eurocentrica che ha perso la bussola e non sapendo indicare alcuna prospettiva di trasformazione se la prende con chi, anche nelle difficoltà di questa fase, difende e preserva le conquiste della Rivoluzione e del socialismo.
In conclusione, non se ne abbiano a male i manipolatori della grande stampa occidentale, continuino pure ad illudere con le loro campagne anti cubane, ma le scelte e i fatti che giungono dall’isola sono altri e ci sembra molto chiari.
Rinunciare al principio di un solo partito, ha detto Raul, equivarrebbe, semplicemente, a legalizzare il partito o i partiti dell’imperialismo in suolo patrio e sacrificare l’arma strategica dell’unità dei cubani che ha fatto realtà dei sogni di indipendenza e giustizia sociale per i quali hanno lottato tante generazioni di patrioti, da Hatuey fino a Cespedes, Martì e Fidel.”
E’ sempre più viva, quindi, la volontà di preservare la nazione cubana e le conquiste economiche e sociali sul vincolo dell’indissolubile unità tra la Patria, la Rivoluzione e il Socialismo, per “migliorare il sistema socialista e non permettere mai il ritorno del regime capitalistico”.


Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti


Immagini inserite da amici di Cuba gruppo "Italo Calvino" Piombino Tratte da Internet

“Nostro dovere è promuovere la maggior democrazia nella nostra società,cominciando a dare l’esempio dentro le fila del Partito”




L'Avana 6 febbraio (Granma internacional)
Nostro dovere è promuovere la maggior democrazia nella nostra società, cominciando a dare l’esempio dentro le fila del Partito”

Discorso del Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, nella chiusura della Prima Conferenza Nazionale del Partito, nel Palazzo delle Convenzioni, il 29 gennaio del 2012, “54º Anno della Rivoluzione”.
Compagne e compagni:
La Prima Conferenza Nazionale del Partito che oggi conclude le sue sessioni, è stata dedicata, in corrispondenza con la convezione fatta nel 6º Congresso, ad una valutazione, con obiettività e senso critico del lavoro del Partito e per determinare con volontà rinnovatrice le trasformazioni necessarie per situarlo all’altezza che richiedono le circostanze attuali. Non dimentichiamo che solo il Partito, come istituzione che raggruppa l’avanguardia rivoluzionaria, garanzia certa dell’unità dei cubani in tutti i tempi, solo il Partito, ripeto, può essere degno erede della fiducia depositata dal popolo nell’unico Comandante in Capo della Rivoluzione cubana, il compagno Fidel Castro Ruz! (Applausi).
Non esporrò i dati dei partecipanti al processo di discussione del progetto del Documento Base nè le molte modifiche risultate dello stesso, considerando la relazione informe del Secondo Segretario del Comitato Centrale, compagno José Ramón Machado Ventura, nell’inaugurazione di questo evento, che come tutti sanno, non è cominciato ieri, ma quasi immediatamente dopo la chiusura del Congresso del Partito.
Dopo l’elaborazione della prima stesura del Documento e la successiva analisi in molteplici riunioni del Burò Politico e della Segreteria, prima della discussione nelle organizzazioni di base del Partito e dell’Unione dei Giovani Comunisti (UJC), nei mesi di ottobre e novembre dell’anno scorso, i suoi risultati sono stati analizzati nel Terzo Plenum del Comitato Centrale, il 21 dicembre del 2011.
Anche nelle prime settimane di questo mese, a livello provinciale sono stati realizzati lo studio e la discussione da parte dei delegati alla conferenza e di altri quadri, e in totale sono state elaborate nuove versioni del Documento.
A differenza del progetto delle Tesi della Politica Economica e Sociale del Partito e la Rivoluzione, il cui dibattuto ha incluso in vari modi tutta la popolazione, il Documento Base della Conferenza, data la sua portata meno estesa e la sua messa a fuoco indirizzata più al funzionamento interno del partito, è stato analizzato da tutta la militanza, anche se il nostro popolo ha conosciuto integralmente il suo contenuto attraverso i media della stampa. Nel processo preparatorio della Conferenza è stato è stato dibattuto il ruolo dei militanti con l’interesse di perfezionare le relazioni del partito con la UJC, la Centrale dei Lavoratori di Cuba e le altre organizzazioni di massa, per far sì che le stesse incrementino, nelle attuali condizioni, il loro protagonismo e l’influenza nella società.
Come si sperava, dalla pubblicazione del Documento, non sono mancate le critiche e le esortazioni di coloro che, confondendo le proprie più intime aspirazioni con la realtà, si erano illusi che la Conferenza significava l’inizio della disgregazione del sistema politico e sociale, conquistati dalla Rivoluzione da più di mezzo secolo, con l’appoggio della maggioranza dei cubani.
In questo senso non è casuale che il primo obiettivo dica: “Il Partito Comunista di Cuba, forza dirigente superiore della società e dello Stato, è frutto legittimo della Rivoluzione e nello stesso tempo la sua avanguardia organizzata, che garantisce, con il popolo, la sua continuità storica. Questo concetto, al quale non rinunceremo mai, è in piena corrispondenza con l’Articolo 5 della Costituzione della Repubblica, approvata con un Referendum dal 97,7 % degli elettori, con voto libero, diretto e segreto.
I nostri avversari, e anche alcuni che simpatizzano con noi, come ignorando la storia di permanente aggressione, blocco economico, ingerenza e assedio mediatico, espresso nella continua campagna della stampa detta libera, subordinata in maggioranza agli interessi imperiali dominanti, tutto quello che la Rivoluzione ha dovuto affrontare, esigono da noi, come si trattasse di un paese in condizioni normali e non un luogo assediato, il ritorno del modello multipartitico che esisteva in Cuba sotto il dominio neocoloniale degli Stati Uniti.
Rinunciare al principio di un solo partito, equivarrebbe semplicemente a legalizzare il partito o i partiti dell’imperialismo nel suolo patrio e sacrificare l’arma strategica dell’unità dei cubani, che ha reso una realtà i sogni d’indipendenza e giustizia sociale per i quali hanno lottato tante generazioni di patrioti, da Hatuey a Céspedes, Martí e Fidel.
Con il fine d’organizzare la lotta per l’indpendenza di Cuba e Porto Rico, Martí concepì la creazione di un solo partito politico, il Partito Rivoluzionario Cubano, come disse lui stesso: “Per fomentare la Rivoluzione in modo che vi possano entrare tutti i cubani di buona volontà, tutti coloro che amano Cuba, o la rispettano”.
Quando già la vittoria sulla Spagna era imminente, dopo 30 anni di guerra, ci fu l’intervento nordamericano e una delle prime misure fu dissolvere quel partito, come il glorioso Esercito di Liberazione, per lasciare spazio a quello che venne poi, il multi- partitismo della repubblica borghese e la creazione di un nuovo esercito con la sua repressiva guardia rurale inclusa, garanzia del dominio assoluto su tutte le ricchezze della nazione, di cui si appropriarono nei quattro anni della prima occupazione militare.
Quella fu la triste fine dei due pilastri della rivoluzione indipendentista: il Partito e l’Esercito di Liberazione, risorti 60 anni dopo, con la guida di Fide, ispirato dall’insegnamento di Martí. Non permetteremo mai che quella storia si ripeta.
Non farò in questo intervento un riassunto dell’evoluzione storica del termine Democrazia, come si concepiva dell’antica Gracia, come ‘potere del popolo’, anche se la maggioranza schiava non contava niente. Non voglio nemmeno filosofare sulla vigenza e utilità della detta democrazia rappresentativa, che in definitiva è anche troppo nota ed è divenuta invariabilmente la concentrazione del potere politico nella classe che detiene l’egemonia economica e finanziaria di ogni nazione, dove le maggioranze non contano e quando manifestano, come accade attualmente in molti paesi, sono brutalmente represse e ridotte al silenzio con la complicità della grande stampa al loro servizio, anch’essa multi-nazionalizzata. Il miglior argomento è quello che ci offre la democrazia nordamericana, che pretende d’imporsi come modello a tutto il mondo, nella quale si alternano il potere dei partiti Democratico e Repubblicano difendendo, senza maggiori differenze, gli interessi dello stesso grande capitale, al quale i due sono subordinati.


Per citare alcuni esempi, ci sono la Base Navale di Guantánamo, territorio occupato dagli Stati Uniti illegalmente, contro la volontà del popolo cubano che è rimasta così da più di 100 anni indipendentemente dal partito al potere in questo paese, che tanto proclama la difesa dei diritti umani e che, nonostante le promesse dell’attuale presidente, mantiene lì da un decennio un prigione dove attualmente circa 170 cittadini stranieri sono sottoposti a torture e vessazioni, in un limbo legale.
Il secondo esempio, l’invasione di Playa Girón, concepita e pianificata da un presidente repubblicano, Eisenhower, e realizzata dal presidente Kennedy, solo tre mesi dopo la sua elezione, e che era del Partito Democratico e per ultimo, il blocco economico, che dura da mezzo secolo, e non importa se è repubblicano o democratico chi occupa la Casa Bianca.
Senza il minimo disprezzo verso altri paesi che hanno il sistema multipartitista, con tutto il rispetto della libera determinazione e della non ingerenza nei temi interni di altri Stati, consacrati nella Carta delle Nazioni Unite, in Cuba, partendo dalle esperienze fatte nella lunga storia delle lotte per l’indipendenza e la sovranità nazionali, difendiamo il sistema del partito unico, di fronte al gioco della demagogia e al mercantilismo della apolitica.
Se abbiamo scelto sovranamente, con la partecipazione e il supporto del popolo, l’opzione martiana del partito unico, quello che ci corrisponde è promuovere la maggior democrazia nella nostra società, cominciando a dare l’esempio dentro le fila del Partito, e questo presuppone fomentare un clima di massima fiducia e la creazione delle condizioni necessarie a tutti i livelli, per il più ampio e sincero scambio di opinioni nel seno dell’ organizzazione e nei suoi vincoli con i lavoratori e la popolazione, per far si che le discrepanze siano assunte con naturalezza e rispetto, includendo i media di comunicazione di massa, citati varie volte negli Obiettivi approvati in questa Conferenza, che si dovranno coinvolgere con responsabilità e la più stretta veracità in questo impegno, non in modo borghese sensazionalista e pieno menzogne, ma con provata obiettività e senza inutili segreti.
Per questo è necessario incentivare una maggior professionalità tra i lavoratori della stampa, compito in cui, ne siamo sicuri, conteremo con l’appoggio della Unione dei Giornalisti di Cuba (UPEC), i media di comunicazione e degli organismi e istituzioni che devono offrire informazioni fedeli e opportune per, tra tutti, con pazienza e unità di criterio, perfezionare ed elevare in continuazione l’efficacia dei messaggi e l’orientamento ai compatrioti.
Nello stesso tempo la formazione d’una società più democratica contribuirà a superare atteggiamenti simulatori e opportunistici, sorti al riparo di una falsa unanimità e il formalismo nel trattare differenti situazioni della vita nazionale.
Ci dobbiamo abituare tutti a dire le verità di fronte, guardandoci negli occhi, discutere e obiettare, criticare anche quello che dicono i capi, quando pensiamo d’avere la ragione, com’è logico, nel luogo adeguato, nel momento opportuno e in forma corretta, ossia nelle riunioni e non nei corridoi. Dobbiamo essere disposti a considerare i problemi, difendendo le nostre idee ed affrontando con fermezza quello che è malfatto.
Abbiamo già detto in altre occasioni, e si legge anche nella Relazione Centrale del 6º Congresso, che la sola cosa che potrebbe condurre ad una sconfitta la Rivoluzione, e il Socialismo in Cuba, potrebbe essere la nostra incapacità di sradicare gli errori commessi nei più di 50 anni passati dal 1º gennaio del 1959, e i nuovi in cui potremmo incorrere nel futuro. Non esiste e non esisterà una rivoluzione senza errori, perchè sono opera elle azioni degli uomini e dei popoli, che non sono perfetti e che affrontano inoltre per la prima volta nuove ed enormi sfide. Per questo credo che non ci dobbiamo vergognare degli errori; grave e vergognoso sarebbe non avere il valore d’approfondirli e analizzarli per estrarre un insegnamento da ognuno e correggerli a tempo.
Per la sua permanente vigenza, è opportuno ricordare le parole del compagno Fide, del 28 settembre del 1986, nella chiusura del 3º Congresso dei CDR, quando segnalò: "La lotta contro le tendenze negative e la lotta contro gli errori commessi continuerà
ininterrottamente, perchè abbiamo il sacro dovere di perfezionare tutto quello che facciamo, di perfezionare la Rivoluzione; abbiamo il sacro dovere di non essere mai soddisfatti, nemmeno quando crediamo che stiamo facendo bene le cose, e molto di meno sentirci soddisfatti quando sappiamo che non stiamo facendo le cose bene come dovrebbe essere”.
La generazione che ha la Rivoluzione ha avuto il privilegio storico, visto poche volte, di poter fare le rettifiche degli errori commessi da lei stessa, mostra eloquente che non ci fu una ripercussione strategica, al contrario, non saremmo qui oggi. Non pensiamo, anche se non siamo più tanto giovani, di scartare quest’ultima opportunità.
Riferendomi a questo tema, sento il dovere d’avvertire ancora una volta, che non ci dobbiamo illudere che le decisioni adottate in questa Conferenza Nazionale, e nemmeno gli accordi di portata strategica adottati dal 6º Congresso, costituiscono la soluzione magica di tutti i nostri problemi.
Per impedire che le istruzioni del Partito cadano nel nulla nuovamente, il Burò Politico ha deciso, com’è stato indicato nel suo momento a proposito della marcia dell’attualizzazione del modello economico e del compimento dei piani annuali e del bilancio, che i Plenum del Comitato Centrale analizzino due volte l’anno l’applicazione degli Obiettivi di Lavoro del Partito approvati in questa Conferenza; procederanno ugualmente i Comitati provinciali e municipali del Partito, nella forma e frequenza stabilita dal Comitato Centrale.
L’esperienza ci ha insegnato che quello che non si controlla con efficacia non si compie o si esegue superficialmente. È d’obbligo lavorare e perseverare con Ordine, Disciplina ed Esigenza per rendere realtà le Tesi di Politica Economica e Sociale come gli Obiettivi approvati in questo evento e gettare alle spalle la vecchia mentalità, forgiare con intenzioni trasformatrici e molta sensibilità politica la visione verso il presente e il futuro della Patria, senza abbandonare nemmeno per un istante il legato martiano e la dottrina del marxismo-leninismo, che costituiscono le fondamenta ideologiche principali del nostro processo rivoluzionario.
Per avere successo in questo impegno è indispensabile, come si legge nell’Obiattivo N.º 37: “Rinforzare l’unita nazionale attorno al Partito e alla Rivoluzione, stringere il vincolo permanente con le masse e consolidare la convinzione di preservare la nazione cubana e le conquiste economico sociali, sulla base che Patria, Rivoluzione e Socialismo sono vincolati indissolubilmente.
Così, il midollo del tema non sta nell’aver formulato adeguatamente questo obiettivo o altri, ma nel determinare le vie e le forme con cui lo portiamo nella pratica, con la massima fermezza, in modo di poter valutare integralmente quanto e come avanziamo, vedendo a tempo le tendenze negative, ed essendo capaci di mobilitare la militanza e il popolo per conseguire l’obiettivo in questione.
Questo è applicabile negli enunciati relazionati alla Politica dei Quadri, area che, come indica anche la Relazione Centrale del 6º Congresso, ha sofferto gli effetti dell’improvvisazione e della mancanza di previsione e sistematicità, portando come sequela che ancora non contiamo su una riserva di sostituti sperimentati e maturi, con una preparazione sufficiente per assumere le complesse funzioni di direzione nel Partito, nello Stato e nel Governo, compito che per ovvie ragioni, come tutti comprenderanno, riveste un’importanza strategica per la Rivoluzione e alla quale lavoriamo, senza precipitazione, ma senza interruzioni, nel compimento degli accordi del Congresso.
Approfitto dell’occasione per ratificare che, nella misura in cui nella definizione di tutte le correzioni che sarà necessario introdurre alla Costituzione della Repubblica e nella cornice legislativa complementare, tra gli altri temi, implementeremo la decisione di limitare ad un massimo di due periodi consecutivi di cinque anni il disimpegno degli incarichi politici e statali principali. Per questo considero che una volta definite e accordate le politiche nelle istanze pertinenti, potremo iniziare una lenta applicazione senza aspettare la riforma costituzionale, risorsa a cui non si ricorre spesso, ossia fare modifiche alla Costituzione, anche se lo fa lo stesso Parlamento senza necessita di referendum.
Ugualmente si dovranno modificare in questo senso gli Statuti e altri documenti rettori del Partito.
Parlando di questi temi non si può tralasciare di citare l’importanza d’assicurarsi che l’autorità morale del Partito, dei suoi militanti e sopratutto dei dirigenti, a tutti i livelli, si fonda nell’esempio personale, partendo da dimostrate qualità etiche, politiche, ideologiche e dal permanente contatto con le masse.
La Rivoluzione degli umili, per gli umili e con gli umili che è costata tanto sangue al nostro valoroso popolo smetterebbe d’esistere senza un solo sparo del nemico, se la sua direzione cadesse un giorno nelle mani d’individui corrotti o vigliacchi.
Questi concetti non sono certo nuovi, ma vale la pena di tenerli sempre presenti per il danno reale e potenziale che, nel presente e per il futuro della nazione, significa il fenomeno della corruzione.
Nelle ultime settimane i deputati dell’Assemblea nazionale e numerosi quadri e funzionari di tutto il paese hanno ricevuto abbondanti informazioni su alcuni processi investigativi svolti dagli organismi specializzati del Ministero degli Interni, in stretta armonia con la Procura e la Corte dei Conti della Repubblica. A tempo debito, dopo le decisioni dei tribunali corrispondenti, tutta la popolazione conoscerà ampiamente questi fatti.


Non molto tempo fa, intervenendo nella chiusura delle sessioni del Parlamento, nel dicembre scorso, ho fatto riferimento alla convinzione che la corruzione è, nella tappa attuale, uno dei principali nemici della Rivoluzione, molto più pericoloso del milionario programma sovversivo e d’ingerenza del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati, dentro e fuori dal paese. Inoltre ho detto che d’ora in avanti non permetteremo che le azioni contro il delitto siano effimere, come sicuramente è avvenuto in altre occasioni.
Fortunatamente, senza la minima intenzione di togliere gravità a questo male abbastanza generalizzato nel pianeta, considero che il nostro paese può vincere la battaglia contro la corruzione, prima frenarla e poi liquidarla, senza riguardi d alcun tipo. Abbiamo già avvertito che nella cornice della legge saremo implacabili con il fenomeno della corruzione.
Con frequenza, diversi tra gli implicati nei casi scoperti, erano militanti del Partito dimostrando vergognosamente la loro doppia amorale e l’uso di questa condizione per ottenere posizioni nelle strutture di direzione, violando in maniera flagrante i doveri di un militante comunista stabiliti negli Statuti.
Per questo, senza aspettare le revisione che si effettua nella cornice dell’attualizzazione dei documenti rettori del Partito, il Terzo Plenum del Comitato Centrale, svolto nel dicembre scorso, ha precisato che la sanzione da applicare a coloro che hanno partecipato a fatti di corruzione non può essere altra che l’espulsione dalle fila del Partito, senza eliminare le responsabilità amministrative o penali che corrispondono, dato che sinora, come pratica, questa misura - quella dell’espulsione- era eccezionale e si riservava ai casi di tradimento della Patria o per delitti gravi.
Non abbiamo dubbi che l’enorme maggioranza dei cittadini e dei quadri di direzione sono persone oneste, ma sappiamo che questo non è sufficiente e non basta essere onorati e sembrarlo: si deve lottare e scontrarsi, passare dalle parole ai fatti.
È vero che il Partito da anni stava sferrando la lotta contro questo flagello; senza dubbio però, questa andava per un lato e il Governo per un altro. Per assicurare un risultato positivo il Partito deve assumere definitivamente la conduzione del processo, anche se questo non significa che sostituirà minimamente le funzioni che riguardano ad ogni istituzione.
Il Partito, prima di tutto, esigerà da tutti responsabilità nel compimento degli obblighi, senza intervenire nell’amministrazione, ma richiamando l’attenzione, avvisando e lottando da lì, dal nucleo, dal municipio, stimolando, pensando e tornando a pensare su come mobilitare l’insieme delle forze in questo impegno. Ogni volta che si fa questo, proviamo che la correlazione delle forze in tutti i sensi ci favorisce nell’impegno d’eliminare la corruzione. L’importanza va data all’organizzazione e alla costanza di questa lotta.
Inoltre questa non è una funzione esclusiva dei militanti, ma anche un dovere di ogni cittadina e cittadino militante onesto, che si preoccupa del suo paese.
Vale la pena, in questo ambito, riprendere nell’attualità, concetti definiti dal 1973, quasi 40 anni fa, come parte del processo preparatorio del Primo Congresso.
Il Partito deve avere la capacità di dirigere lo Stato e il Governo, controllare il loro funzionamento e il compimento degli orientamenti tracciati, stimolare, dare impulsi, coadiuvare il miglior lavoro degli organi di Govero, ma, in nessun caso sostituirli. Li dirige mediante il controllo e questo termine si deve intendere nell’accezione di constatare, esaminare e controllare, mai nel senso d’intervenire o comandare.
Anche se non c’è nel testo, c’è nel pensiero di tutti, di tutta la massa dei militanti che nel Partito si deve smettere definitivamente “ il gusto del comando”, perchè la sua forza è morale e non giuridica e per questo si deve avere morale per dirigere il Partito e portare alle masse dei militanti questo spirito, che è “La Forza Morale”.
Il Partito dirige controllando che le sue direttive, con quelle dello Stato e del Governo, siano eseguite in modo appropriato da color a cui corrisponde.
L’organizzazione del Partito controlla per mezzo delle sue strutture e di tutti i suoi militanti, dall’alto al basso e viceversa, e questo non nega il ruolo di controllo che il Governo realizza sulle attività amministrative a suo carico.
Il controllo è simultaneo, ma non prevede interferenze. In un’impresa di produzione o dei servizi, questo lo esercita l’amministrazione dell’entità e per gli organismi statali o di Governo, come compete, la Corte dei Conti, la Procura, le banche, gli Uffici d’ amministrazione tributaria, ecc. Le organizzazioni del Partito, alla base, svolgono il controllo con le azioni dei loro militanti, siano semplici lavoratori o dirigenti, obbligando con l’esempio che emana dalla loro autorità che l’amministrazione si attenga strettamente al compimento delle norme giuridiche vigenti, senza tralasciare di trasmettere agli organismi politici superiori le informazioni pertinenti. Il Partito controlla che i piani economici e il bilancio si elaborino in maniera corretta e dopo l’approvazione dal Governo e del Parlamento si compiano con rigore.


Questi concetti sono ben chiari da tempo, dal Primo Congresso, ma noi poi ci siamo dimenticati di quelle risoluzioni, di quegli accordi, di quel magnifico Congresso e li abbiamo messi in un cassetto e per questo quasi mezzo secolo dopo, dobbiamo levare la polvere a quelle carte su quel che facevamo 40 anni fa, perchè ci siamo dedicati ad altre cose, per una ragione o per l’altra.
Per questo difenderemo tanto l’istituzionalità e che ognuno faccia quello che gli corrisponde, senza interferire sugli altri ma anzi appoggiandoci. Questi concetti inoltre sono stati attualizzati per cui è imprescindibile dalla base, ossia dallo stesso nucleo del Partito e dal Comitato di Base della Gioventù, educare i militanti con questi principi e su come si realizzano questi compiti: ognuno nella cornice in cui svolge le sue attività; come si fa questo che abbiamo orientato nei differenti Congressi o nella Conferenza, come in questo caso, ossia educare i militanti negli stessi, per incorporarli nelle attività quotidiane. Non si deve diventare filosofi, non c’è bisogni d’essere filosofi!
Questo è quel che dobbiamo insegnare, semplice e poco a poco, educare nelle riunioni corrispondenti, in brevi corsi, o in quel che è, che si sappia qual’è la funzione, qual’è il proprio ruolo; ma per disimpegnarsi in questo ruolo si deve avere morale in ogni senso. E dicevo che questo è, nella mia modesta opinione, un tema abbastanza discusso in alcune delle commissioni, ieri: l’aspetto essenziale del detto lavoro politico-ideologico e non le parole d’ordine vuote e le frasi prefabbricate.
Prima di concludere queste parole considero necessario denunciare, ancora una volta, le brutali campagne anticubane istigate dal governo degli Stati Uniti e da alcuni altri tradizionalmente impegnati con la sovversione contro il nostro paese, con la partecipazione della grande stampa occidentale e la collaborazione dei loro salariati nell’Isola, con il proposito di screditare la Rivoluzione, giustificare l’ostilità e il blocco contro la popolazione cubana e creare una quinta colonna, che faciliti le aspirazioni di privarci dell’indipendenza e della sovranità nazionali.
Come diceva l’editoriale del quotidiano Granma di lunedì 23 gennaio, i fatti parlano più delle parole. Le campagne anticubane non danneggeranno nè la Rivoluzione, nè il popolo che continuerà a perfezionare il suo socialismo. Si dimostrerà nuovamente che le menzogne, per quante volte le ripetano, non necessariamente si trasformano in verità, “perchè un principio giusto, dal fondo d’una caverna, è più forte di un esercito”.
Compagne e compagni:
In meno di un anno abbiamo effettuato due eventi del Partito, questa Prima Conferenza Nazionale e soprattutto il 6º Congresso, con accordi trascendentali per il presente e il futuro della Rivoluzione e del Socialismo in Cuba. La rotta è stata tracciata e avanzeremo quindi con la stesa decisione, la fermezza ideologica, il valore e la serenità dimostrate in più di 13 anni d’ingiusta reclusione dai nostri Cinque Eroi, per la cui libertà non smetteremo mai di lottare, e ai quali mandiamo il saluto fraterno dei comunisti e di tutto il popolo cubano.
Molte grazie. Applausi.
(Vers. stenografica del Cons.di Stato/Traduzione Gioia Minuti)