Visualizzazione post con etichetta Trump. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Trump. Mostra tutti i post

domenica 13 ottobre 2019

Trump e il suo cortile in profonda crisi: controrivoluzione, ciclo breve e pericoloso

Clodovaldo Hernández, Laiguana TVHistoire et Societé,

Trump, Ecuador, Argentina, Perù e l’opposizione venezuelana soffrono di crisi simultanee: un momento di grande pericolo
Donald Trump deve affrontare l’impeachment. Ivan Duque è stato ridicolizzato col suo dossier contro il Venezuela. Jair Bolsonaro ha dato il peggior discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (anche se aveva seri concorrenti dai due che lo precedevano). L’élite politica del Perù, sede del gruppo infuriato di Lima, continua a collassare. Macri (Argentina neoliberista) è al conto alla rovescia con una crisi economica monumentale. Il presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, è stato smascherato come narcos. Il cileno Sebastien Piñera è screditato. E, per completare, l’Ecuador del rinnegato Lenin Moreno è entrato nel vortice del conflitto economico, sociale e politico e ha deciso di affrontare questa situazione con la risposta classica dei governi di destra: dichiarare lo stato d’emergenza. In sintesi, tutto ciò dà l’impressione che Trump e l’appendice della sua politica contro il Venezuela, cioè il gruppo di Lima, attraversano crisi simultanee, alcune più intense di altre, ma tutte legate ai loro scenari interni, di quelli di cui parlano così raramente quanto persistono nel dimostrare che l’unica questione urgente del continente è rovesciare Nicolas Maduro. La crisi è anche quella subita dall’opposizione venezuelana, in particolare la parte che cercava di assumere il controllo da mesi contro la volontà del popolo e prima di tutto la giustizia. Ciò configura un momento di grande pericolo per i popoli dei Paesi citati e anche per il Venezuela, perché è sempre stato il sotterfugio di tali capi distogliere l’attenzione e cercare di sfuggirvi incolumi. Nella trance in cui si trovano, non sarebbe strano che essi provino a riutilizzarlo come distrazione.
Opposizione in rotta completa
Il settore dell’opposizione più direttamente collegato agli Stati Uniti e al gruppo di Lima ha appena subito sconfitte consecutive e devastanti, come la trasmissione delle foto di Juan Guaidó coi capi dei gruppi narcoparamilitari e la confessione di Lilian Tintori su tali relazioni vergognose. In precedenza, c’erano state le insolite dichiarazioni dello pseudoambasciatrice nel Regno Unito, Vanessa Neumann, in cui raccomandava di rinunciare al territorio esequibo in cambio del sostegno politico internazionale al “presidente ad interim”. Durante la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i risultati furono disastrosi per il campo antichavista, perché ancora una volta creavano aspettative tutt’altro che soddisfatte. Loro, che vantano così tanto il controllo della scena internazionale, uscivano dai forum diplomatici con la coda tra le gambe. La crisi interna fu espressa anche da sintomi come le dimissioni (non a Guaidó, ma al suo capo politico Leopoldo Lopez) del presunto rappresentante della Banca interamericana di sviluppo Ricardo Hausmann che, secondo alcuni analisti, doveva dimostrare fino a che punto Guaido è riconosciuto a livello internazionale secondo la borghesia venezuelana. Le crisi di Centro imperiale, suoi satelliti e classe politica dell’opposizione venezuelana sono simultanee, anche se è forse la stessa crisi espressa in sintomi specifici in ciascun caso.
Trump nelle corde
L’apertura dell’impeachment di Trump avveniva subito dopo il suo famigerato discorso all’ONU in cui, ancora una volta, cercava di attribuire tutti i mali del pianeta ai Paesi che definisce nemici, un elenco in cui c’erano superpotenze come Cina e Russia e nazioni più piccole ma ribelli al suo comando, come Iran, Corea democratica, Cuba e Venezuela. Messo personalmente alle corde, la pericolosità di tale personaggio aumenta esponenzialmente.
Macri in spirale
Il governo di Mauricio Macri, in Argentina, era sopravanzato sin dalle ultime elezioni, in cui chiaramente affermava lo status di minoranza contro l’opzione Alberto Fernández e Cristina Fernández. Questo fatto politico scatenava la peggiore crisi economica ed perciò l’Argentina arriverà alle elezioni presidenziali in un quadro che ricorda alcuni dei suoi periodi peggiori, prima della leadership dei Kirchner.
Il ridicolo Duque
La crisi colpiva l’élite al potere della Colombia da mesi, a causa delle politiche dannose del governo di Ivan Duque. Da lì, i suoi grandi sforzi per distogliere lo sguardo sul Venezuela. Ma i suoi tentativi erano anche molto goffi, specialmente quello di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, usando foto che non corrispondevano alle accuse che avrebbero dovuto supportare. Tale scandalo causava gravi danni alla sua immagine già fortemente oscurata e ciò mentre si trovava all’antivigilia delle elezioni regionali e municipali. Questa situazione, come nel caso di Trump, rende la Colombia un avversario particolarmente pericoloso per il Venezuela.
Lima decapitata di nuovo
Se qualcosa mostra la crisi del gruppo di Lima (che la diplomazia venezuelana chiama “manifesto di Lima”) è l’instabilità del Paese assediato. Questa caratteristica fu già stata evidenziata quando fu licenziato, per corruzione, il presidente Pedro Pablo Kuzcinski, persona particolarmente ligia agli ordini di Washington. Al suo posto fu chiamato Martin Voyer, che mantenne la linea antichavista e la subordinazione agli Stati Uniti. I problemi interni esplosero e Voyer scelse di sciogliere il Parlamento, provocando la lotta di potere che la stampa globale, al servizio del capitalismo egemonico, cerca di mascherare a tutti i costi.
Narcopolítica a fior di pelle
Il discorso degli Stati Uniti e dei suoi sostenitori contro l’influenza del traffico di droga nei governi latinoamericani andava a benedirsi nei giorni scorsi. Alle accuse diffamatorie di Duque (smentite dalla stessa stampa colombiana) si aggiungono le vere foto di Guaidó coi capi del narcoparamilitarismo. Inoltre, è ormai chiaro il rapporto di Juan Orlando Hernández, imposto dagli Stati Uniti all’Honduras, col maggior narcotrafficante dell’emisfero negli ultimi tempi, il messicano Joaquín “El chapo” Guzman. È ovvio che chi insulta costantemente il governo venezuelano con la falsa pretesa che sia una narcodictadura sono proprio quelli che hanno più spiegazioni da dare sui loro legami coi grandi capi del traffico di droga.
Ecuador, cambia rotta
Nelle ultime ore, un altro allarme si accedeva per la destra dell’emisfero. L’Ecuador, il cui popolo si ribella al governo sempre più neoliberista di Lenin Moreno. Le ultime misure economiche, chiaramente ispirate dal Fondo Monetario Internazionale, esaurivano la pazienza delle masse, in particolare di chi aveva votato Moreno nella convinzione che continuasse, in linea generale, le politiche economiche di Rafael Correa. Di fronte alle manifestazioni popolari, Moreno reagiva nel migliore stile dei regimi di destra dell’America Latina nella storia, decretando lo stato di eccezione e ordinando l’escalation della repressione. Questa è una risposta che, in Venezuela, fu nota in tutta la sua drammatica intensità nel febbraio 1989, col secondo governo di Carlos Andrés Pérez. Ancora una volta, ci si chiede quale sarebbe stato l’atteggiamento degli altri governi nella regione se Maduro avesse dichiarato uno stato di emergenza o la sospensione delle garanzie costituzionali, in circostanze in cui molte persone lo raccomandavano, come nel caso dei quattro mesi di violenze terroristiche nel 2017 o dopo l’attentato del 2018.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

lunedì 26 marzo 2018

Trump approva 20 milioni di dollari per i programmi sovversivi contro Cuba / Trump aprueba 20 millones de dólares para los programas subversivos contra Cuba


Il presidente degli USA , Donald Trump, venerdì ha approvato 20 milioni di dollari in fondi per la sovversione di Cuba, come parte del presupposto statunitense per quel che rimane dell'anno fiscale 2018,( fino ad ottobre).

Nel suo suggerimento preventivo presentato in maggio 2017, Trump eliminava le partenze destinate a Cuba. Tuttavia, un mese dopo a Miami annunciò  una nuova politica verso la nazione caraibica che induriva il blocco economico e pronosticava maggiore ostilità ed ingerenza.

Nonostante gli ampi tagli che la Casa Bianca fece ai fondi destinati al Dipartimento di Stato, l'USAID ed i programmi di aiuto esterni per questo anno, non ebbe ripari nel caso di Cuba per sostenere la milionaria cifra che negli ultimi anni le amministrazioni di questo paese hanno destinato a programmi sovversivi in Cuba sotto il manto della "promozione" della democrazia.

I congressisti anticubani si attribuiscono di avere influenzato l'amministrazione Trump affinché non tagliasse il finanziamento ai suoi mercenari in Cuba e per i diversi progetti controrivoluzionari.

Gli Stati Uniti dal 1995 con la *Legge Helms-Burton, procurano fondi pubblici per programmi di ingerenza in Cuba. Dall'anno fiscale 2009 fino al 2016 l'amministrazione Obama suggerì $20 milioni annuali per tali scopi. A ciò vanno sommati i fondi destinati a trasmissioni di radio e tv contro Cuba ed il denaro ai rami dell’intelligencia per lavori di penetrazione ed attività sovversiva.




Testo del post tradotto da :



Trump aprueba 20 millones de dólares para los programas subversivos contra Cuba

El presidente de EEUU, Donald Trump, aprobó el viernes 20 millones de dólares en fondos para la subversión en Cuba, como parte del presupuesto estadounidense para la que resta del año fiscal 2018 (hasta octubre).

En su sugerencia presupuestaria presentada en mayo 2017, Trump eliminaba las partidas destinadas a Cuba. Sin embargo, un mes después anunció en Miami una nueva política hacia la naciòn caribeña, que endurecía el bloqueo económico y auguraba mayor hostilidad e injerencismo.

A pesar de los amplios recortes que la Casa Blanca le hizo a los fondos destinados al Departamento de Estado, la USAID y los programas de ayuda al exterior para este año, no tuvo reparos en el caso de Cuba para sostener la millonaria cifra que en los últimos años las administraciones de ese país han destinado a programas subversivos en Cuba bajo el manto de la “promoción de la democracia”.

Los congresistas anticubanos se atribuyen haber influenciado en la administración Trump para que que no se recortara el financiamiento a sus mercenarios en Cuba y para los diversos proyectos contrarrevolucionarios.

Estados Unidos provee desde 1996, con la Ley Helms-Burton, fondos públicos para programas injerencistas en Cuba. Desde el año fiscal 2009 hasta el 2016 la administración Obama sugirió $ 20 millones anuales para esos fines. A ello se suman los fondos destinados a transmisiones de radio y tv contra Cuba y el dinero de los estamentos de inteligencia en labores de penetración y actividad subversiva.

*LA LEGGE HELMS-BURTON : quella approvata nel 1995 dal Governo USA e entrò in vigore lo stesso anno come ulteriore inasprimento de blocco e ingerenza contro Cuba.





venerdì 23 febbraio 2018

Situazione venezuelana - Sobre la Situación Venezolana (por Joao Pedro Stedile)


Il popolo brasiliano viene bombardato ogni giorno da menzogne e manipolazioni della grande stampa sulla situazione in Venezuela. Le accuse vanno da un governo dittatoriale, a migrazioni di massa, a  gente che muore di fame e anche violenza quotidiana per le strade commessa dalla polizia contro tutti. Andiamo ai fatti. Dal momento che Chavez assunze il governo dalle urne nel1999, si sono svolte diciotto anni elezioni. In due ha perso il governo. L’ opposizione di destra governa tre Stati importanti. E’stato il Paese sul pianeta con più elezioni dirette tenute nel corso della storia.

Avrebbero lasciato il paese nel corso dell'ultimo anno circa 30 mila venezuelani verso Colombia e Brasile. Ma ci sono in Venezuela 3 milioni di colombiani e più di 15.000 haitiani. E chi importa sono imprese private ed il governo. Non si sono spesi mai tanti dollari in cibo come ora. Da aprile ad agosto di 2017, la destra adottò la tattica in  stile ucraina per produrre il terrore. La paura, il caos per provocare un colpo di stato, cercando di dividere le forze armate e chiedendo l'intervento militare straniero! Adottò le forme più diverse di violenza fisica e sociale, seguendo i manuali della CIA. Tutto è stato eseguito da giovani mercenari e lumpen, pagati in dollari. Hanno ucciso, 95 persone in questo processo. Cinque sono stati uccisi dalle forze di sicurezza e chavisti gli assassinati dai mercenari.

La risposta del governo è stata di convocare una costituente, di rinegoziare la società. La gente ha capito e si unirono in modo massiccio. Anche se la partecipazione non era obbligatoria, 8 milioni di elettori hanno partecipato, la quota maggiore degli ultimi venti anni. Con l'elezione dell'Assemblea Costituente, la gente sconfisse politicamente il terrore e la tattica ucraina.
L'opposizione ritirò dalle strade i suoi mercenari e ha partecipato con euro e dollari alle elezioni governatoriali il 22 ottobre (15 ottobre).

Ma l'impero non si placa, e Trump minacciò , blocco navale economico e invasione militare! santa pazienza! L’ Imperatore non conosce il popolo del Venezuela ne l’ America Latina, ne le leggi internazionali. Quella minaccia servì per creare una coesione ancora maggiore tra le forze armate ed il paese venezuelano. Ed un'aggressione militare porterebbe a milioni di lavoratori di tutta l'America Latina a manifestare.
In fondo, la controversia non è il governo Maduro, la controversia è che per tutto il 20 ° secolo il reddito del petrolio è stato indebitamente appropriato da società statunitensi e una minoranza di oligarchi venezuelani che vivevano,  come Maraja ! E questo finì.
L'obbligo di tutti i membri di tutti i movimenti popolari e partiti di sinistra è di difendere il popolo del Venezuela e il processo bolivariano.

O assumere chi sta dalla parte dell'impero e dei suoi alleati mercenari in Venezuela! In Brasile, i movimenti popolari e partiti politici si articolano in più di sessanta entità nel comitato Paznavenezuela (Pace in Venezuela) per manifestare e appoggiare in tutti i modi possibili la pace in quel paese. Per voi è possibile ,  ,aderire alla pagina con il proprio nome, e promuovere attività di solidarietà e iniziative  del vostro spazio sociale. Già i golpisti, la loro stampa ed alcuni opportunisti, continuano a vomitare bugie, come se avessero la morale di criticare e qualche governo di un altro golpista . La storia non cede, e nel futuro le generazioni sapranno chi erano i golpisti e i mercenári al servizio del capitale staniero. 

" João Pedro Stedile è coordinatore del MST (Movimento dei Lavoratori Senza Terra) e Via Campesina Brasile.



Resumen Latinoamericano, 22 de febrero 2018

“El pueblo brasilero viene siendo bombardeado todos los días por mentiras y manipulaciones de la gran prensa sobre la situación de Venezuela. Las acusaciones van desde un gobierno dictatorial, migración en masa, pueblo pasando hambre y hasta violencia diária en las calles, cometida por la policía, contra todos.
Vamos a los hechos. Desde que Chávez asumió el gobierno por las urnas en 1999, fueron realizadas dieciocho elecciones. Dos de ellas perdió el gobierno. La oposición derechista gobierna tres estados importantes. Fue el país del planeta que más elecciones directas realizó en toda la historia.
Saldrían del país, en el último año, alrededor de 30 mil venezolanos para Colombia y Brasil. Pero hay en Venezuela 3 millones de colombianos y más de 15 mil haitianos. Venezuela es un gran importador de alimentos, y quienes importan son empresas privadas y el gobierno. Nunca se gastaron tantos dólares en comida como ahora.
De abril a agosto de 2017, la derecha adoptó la táctica ucraniana de producir el terror. El miedo, el caos, para provocar un golpe, intentando dividir las fuerzas armadas y pidiendo intervención militar extranjera! Adoptó las más diversas formas de violencia física y social, siguiendo los manuales de la CIA. Todo era ejecutado por jóvenes mercenarios y lúmpens, pagados en dólares. Mataron, en ese proceso 95 personas. Cinco fueron muertas por las fuerzas del orden y eran chavistas, asesinados por los mercenários.
La respuesta del gobierno fue convocar una constituyente, para repactar la sociedad. El pueblo entendió y se sumó de forma masiva. Aunque la participación no fuese obligatoria, participaron 8 millones de electores, la mayor participación de los últimos veinte años. Con la elección de la constituyente, el pueblo derrotó politicamente el terror y la táctica ucraniana.
La oposición se retiró de las calles con sus mercenários y participó con sus euros y dólares de las elecciones para gobernadores el día 22 de octubre (15 de octubre).
Pero el imperio no se aquietó, y Trump amenazó con bloqueo económico, naval e invasión militar! Santa paciencia! El emperador bocón no conoce al pueblo de Venezuela, ni a América Latina, ni las leyes internacionales. Esa amenaza apenas sirvió para crear una cohesión aún mayor entre las fuerzas armadas y el pueblo venezolano. Y una agresión militar llevaría a millones de trabajadores de toda América Latina a manifestarse.
En el fondo, la disputa no es por el gobierno Maduro, la disputa es por la renta petrolera, que durante todo el siglo 20 fue apropiada indebidamente por las empresas estadounidenses y por una minoría de oligarcas venezolanos, que vivían como marajás! Y eso acabó.
La obligación de todos los militantes, de todos los movimientos populares y partidos de izquierda es defender el pueblo de Venezuela y el proceso bolivariano.
O asumir que está del lado del imperio y de sus aliados mercenários dentro de Venezuela! En Brasil, los movimientos populares y partidos políticos nos articulamos en más de sesenta entidades en el comité Paznavenezuela (Pazenvenezuela), para manifestarnos y apoyar de todas las formas posibles la paz en aquel país. Usted puede adherir, entre en la página con el mismo nombre, y promueva actividades de solidaridad en su espacio social de actuación. Ya los golpistas, su prensa y algunos oportunistas, siguen vomitando mentiras, como si tuviesen alguna moral de criticar y algún gobierno de otro golpista.
La historia no falla, y en el futuro las generaciones sabrán quienes eran los golpistas y mercenários al servicio apenas del capital estranjero.”
João Pedro Stedile es coordinador del MST (Movimiento de los Trabajadores Rurales Sin Tierra) y de la Vía Campesina Brasil
Traducido por José Pausides







venerdì 9 febbraio 2018

La “nuova” strategia USA nella cyber guerra per sovvertire Cuba.


Se l’apparato del Presidente Donald Trump crede che usando nuove tecnologie possa imporre a Cuba un cambio dell’ordinamento interno, ancora una volta non ha capito  nulla o ha perso la memoria, sviluppare e finanziare progetti in rete internet per cambiare la isla grande è un misero ritorno alla già  fallita guerra fredda.
Quando il 16 giugno del 2017 a Miami Trump si riunì con le forze dell’ultradestra di origine cubana per pagare il suo debito elettorale, annunciò al Mondo quello che a suo tempo aveva promesso appunto alla congrega di gusanos della Florida guidati dal senatore  Marco Rubio  :”  fine delle relazioni USA con Cuba iniziate il 17/12/2014  dall’amministrazione Obama ,continuazione e inasprimento del “Bloqueo economico”….
Aver scelto Internet come terreno per la “nuova” aggressione dimostra chiaramente  quali sono i veri obiettivi di Washington quando reclama “libero accesso” alla rete ai paesi che si oppongono al sistema liberista, mentre in casa sua e nei paesi alleati o meglio servi, mantiene un megasistema di controllo sociale che  accumula dati di cittadini “ignari” che navigano nel web.
Tutto rientra in una nuova dottrina di Guerra non convenzionale senza l’uso diretto di forze militari  come  successo nei fallimentari conflitti in Iraq e Afganistan , una dottrina già usata nella dimenticata “primavera Araba” o in piani più recenti come l’ incentivazione alle proteste in Iran  e in Venezuela Bolivariano nel sostenere i settori violenti della destra fascista…. La strategia imperialista di Washington dimostra apertamente di voler usare le reti sociali e internet per i suoi obiettivi geopolitici di dominazione. Attivare un nuovo  cyber attacco dimostra che non c'è mancanza di liquidità, in un governo paralizzato e senza fondi, quando si tratta di finanziare progetti sovversivi contro Cuba, certamente i nuovi piani di Trump non colgono di sorpresa un governo cubano che alle spalle ha oltre mezzo secolo di esperienza su come affrontare programmi di aggressione di tutti i tipi. Progetti  cyber recenti come ZunZuneo, Piramideo, Commotion, Operacion Surf… sbatterono contro la capacità delle autorità cubane di scoprirli e l'unità della sua popolazione davanti alle aggressioni.


ZUNZUNEO :
Progetto finanziato dall’Agenzia Internacional degli Stati Uniti (USAID), l’obiettivo era lanciare una rete di messaggeria che potesse arrivare a centinaia di migliaia di cubani usando  “contenuto no controverso” : notizie di calcio, musica,  clima, pubblicità. Quando riuscirono nel loro scopo inviarono messaggi di contenuto politico per incitare i cubani a sviluppare convocazioni in rete per manifestazioni di massa atte a destabilizzare il paese.

PIRAMIDEO :
Simile a ZunZuneo questo programma stava in carico all’ufficio di trasmissioni a Cuba (OCB), assoggettata a Radio-TV Martì. Lo stesso  promuoveva  la creazione di una rete di “Amici” offrendo loro la possibilità che una persona inviasse ai membri della sua “Piramide” un SMS  di massa al costo di un solo messaggio. Lo  scopo finale era promuovere una piattaforma sovversiva.

COMMOTION:
Fu un meccanismo sviluppato dall’Istituto di tecnologia abierta (OTI) della New America Foundation, con sede a Washington, in origine per usi militari, sviluppava reti senza fili indipendenti. Benchè non si conosca la sua entrata in funzione a Cuba,  fonti del governo USA dichiararono al quotidiano  New York Times che avevano dato fondi milionari per tale fine.

OPERACION SURF :
Programma smascherato dall’agente Raul della sicurezza di Stato, il tutto consisteva nel far entrare in Cuba equipaggiamento e  software per l’installazione di antenne illegali per l’acceso illegale a internet.


Per il governo cubano se l’amministrazione Trump desidera esclusivamente garantire l’accesso dei cubani a internet intanto potrebbe eliminare le restrizioni del bloqueo che impediscono l’acquisto di tecnologia del settore, facilitando gli acquisti di materiale, questo forse gli sarebbe più economico che finanziare una “Fuerza de tarea” che già è destinata al fallimento prima di cominciare.



martedì 10 ottobre 2017

Venezuela :La guerra economica spiegata ai principianti (e ai giornalisti).



Parte 1
Il 18 gennaio 2013, mentre l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (in inglese FAO) ha da poco pubblicato il suo rapporto annuale [1], il suo ambasciatore Marcelo Resende de Souza visita in Venezuela un mercato di Valencia (Stato di Carabobo), accompagnato dall'allora vicepresidente Nicolás Maduro. "Possediamo tutti i dati sulla fame nel mondo - dichiara. Ottocento milioni di persone soffrono per fame; 49 milioni in America latina e nei Caraibi, ma nessuna in Venezuela perché qui la sicurezza alimentare è assicurata".

Stranamente, passati appena quattro mesi, avendo la malattia portato via Hugo Chávez ed essendo stato eletto capo dello Stato il suo ex-vice-presidente, il quotidiano (e portavoce ufficioso delle multinazionali spagnole) El País intona tutta un'altra canzone: "La penuria mette in difficoltà Maduro" [2].

Certo, la penuria riguardava principalmente, in quel momento, la carta igienica (che, nelle settimane successive diventerà un appassionante argomento di dissertazione per i piscia-copie del mondo intero), ma, dice El País, si aggiunge a "un'assenza ciclica (…) di farina, polli, deodoranti, olio di mais, zucchero e formaggio (…) nei supermercati"

Così esordisce mediaticamente ciò che diventerà "la peggiore crisi economica" conosciuta da questo paese, "potenzialmente uno dei più ricchi al mondo", a causa della sua "dipendenza dall'oro nero", del "calo del prezzo del barile di petrolio" e dello "sperpero del governo". Mentre i portavoce dell'opposizione incolpano di ciò l'eccessivo intervento dello Stato, la regolazione "autoritaria" dei prezzi, l'impossibilità che ne consegue per l'impresa privata di coprire i suoi costi di produzione, la mancanza di valute concesse dal potere per importare materie prime e prodotti finiti, la penuria diventa cronica, i reparti dei supermercati desolatamente vuoti, le file in attesa interminabili, il "mercato nero" onnipresente. "In Venezuela, il ribasso del petrolio fa divampare i prezzi dei preservativi" potrà ben presto titolare Le Figaro (17 febbraio 2015). Anche i medicinali diventano introvabili, attizzando l'angoscia e le sofferenze della popolazione.

Una tale situazione ha di che commuovere gli umanitaristi del mondo intero. "Se c'è una crisi umanitaria importante, ovvero un cedimento dell'economia, al punto che loro [i venezuelani] abbiano disperatamente bisogno di alimenti, di acqua e di cose simili, allora potremmo reagire", annuncia alla CNN, il 28 ottobre 2015, il capo del Comando sud dell'esercito degli Stati Uniti , (Southern Command), il generale John Kelly, in risposta agli appelli "disperati" della "società civile" venezuelana. Fin da 2014, mentre il Tavolo di unità democratica (MUD) chiamava al rovesciamento del capo dello Stato, lanciando l'operazione "La Salida" ("l'uscita"), una delle sue dirigenti, María Corina Machado, aveva tracciato la via: "Certi dicono che dobbiamo aspettare le elezioni fra qualche anno. Ma chi non riesce a dar da mangiare ai suoi bambini può aspettare? (…) Il Venezuela non può più aspettare!". La violenta sequenza sovversiva fallisce, ma si chiude con 43 morti e oltre 800 feriti. Ed i venezuelani continuarono a trovare ogni giorno difficoltà sempre più insopportabili per rifornirsi.

Il 6 dicembre 2015, al momento delle elezioni legislative, avendo le preoccupazioni, le privazioni e il malcontento eroso il morale dei cittadini di ogni parte, il chavismo perde 1.900.000 voti e diventa minoritario in parlamento. Invertendo i termini dell'equazione, la grande internazionale neoliberale celebra questo trionfo della "democrazia" sul "caos". Sottomessi a un'informazione scelta e raccolta per rinforzare questa visione a priori, ben pochi, in particolare all'estero, hanno consapevolezza che questa vittoria si è fondamentalmente adagiata sul torpore della "rivoluzione bolivariana", con una destabilizzazione economica simile a quella utilizzata negli anni 1970 in Cile contro Salvador Allende. Denunciata a suo tempo dai progressisti (più organizzati, lucidi e coraggiosi all'epoca rispetto a oggi) quest'ultima fu confermata ufficialmente, trentacinque anni più tardi, dalla declassificazione di ventimila documenti provenienti dagli archivi segreti del governo degli Stati Uniti. Per la "crisi venezuelana", si può sperare quindi di vedere cessato lo scollamento tra discorso mediatico e realtà tra circa tre decenni. Cosa che, purtroppo, arriverà un po' tardi per la comprensione degli avvenimenti e la difesa urgente, sulla terra di Bolivar, di una democrazia particolarmente minacciata. Ma permetterà probabilmente a quelli che oggi, per vendere giornali, chiudono intenzionalmente gli occhi o deviano vilmente lo sguardo, di pubblicare e commentare con indignazione queste "stupefacenti rivelazioni".

Niente di nuovo sotto il sole, pertanto. In materia di "destabilizzazione economica" con sbocco in un colpo di Stato, il Cile dell'Unità popolare (4 settembre 1970, 11 settembre1973), resta evidentemente un riferimento indiscusso. Niente di più chiaro dell'ordine dato da Richard Nixon alla Central Intelligence Agency (CIA): "Make the economy scream!" (fate urlare - di dolore - l'economia). Così come la moltiplicazione delle misure di ritorsione messe in atto contro Santiago: blocco dei beni e averi cileni negli Stati Uniti, sparizione di macchine e pezzi di ricambio per le miniere, manovre a livello internazionale per impedire il consolidamento del debito cileno, pressioni sul corso del rame, sequestro-arresto delle esportazioni di questo metallo verso l'Europa... Nel 1972, a causa delle misure sociali e dell'aumento del potere di acquisto, il consumo popolare aumenta considerevolmente. Sospendendo la messa in vendita delle scorte, trattenendo le merci, le imprese private provocano deliberatamente problemi di rifornimento. File d'attesa interminabili si formano all'entrata dei negozi. La maggior parte dei beni di prima necessità - fra cui l'inevitabile carta igienica! - non si trovano che al mercato nero. Il quotidiano cileno "di riferimento", El Mercurio, si rallegra: "Il socialismo è penuria". Casseruole vuote alla mano, migliaia di oppositori si radunano nelle strade. Il 25 luglio 1973, abbondantemente "innaffiata" con 2 milioni di dollari dalla CIA, la potente federazione dei camionisti dichiara un sciopero illimitato e immobilizza il proprio parco di automezzi pesanti per impedire agli alimenti di giungere alla popolazione. In pochissimo tempo, al generale Augusto Pinochet non resterà che intervenire per porre termine al crollo della "economia socialista".

Le difficoltà del popolo costituiscono un costante fermento di rivolte. Tecniche che seguono la stessa filosofia erano state già utilizzate contro Cuba. Prendendo atto che non si poteva contare su un sollevamento popolare per rovesciare Fidel Castro, il sottosegretario di Stato americano agli affari internazionali Lester D. Malory consigliava nel suo rapporto del 6 aprile 1960: "Il solo mezzo ipotizzabile per ridurre il sostegno interno passa per il disincanto e lo scoraggiamento basato sull'insoddisfazione e le difficoltà economiche (…) Tutti i mezzi per indebolire l'economia di Cuba devono essere utilizzati rapidamente (...) allo scopo di provocare la fame, la disperazione e il rovesciamento del governo". Il 3 febbraio 1962, allo scopo di strangolare l'isola, John Fitzgerald Kennedy annuncerà la messa in atto dell'embargo - attualmente sempre in vigore. Senza esito in questo caso, eccettuate le inutili sofferenze inflitte al popolo cubano.

Vent'anni dopo Cuba con Fulgencio Batista, il Nicaragua sandinista si sbarazzava nel 1979 del suo dittatore, Anastasio Somoza. Nel momento in cui si dovevano tenere le prime elezioni libere, il 4 novembre 1984, e mentre le truppe controrivoluzionarie - i "contras" - finanziate, addestrate ed equipaggiate dagli Stati Uniti, tormentavano il paese dopo quelli vicini di Honduras e Costa Rica, agenti delle forze speciali americane minavano le acque dei porti nicaraguensi. Numerose navi furono danneggiate facendo aumentare i premi assicurativi e spingendo le navi commerciali straniere a evitare quella destinazione, colpendo pesantemente l'economia per la riduzione drastica delle importazioni e delle esportazioni. Obiettivo raggiunto! "La penuria al cuore delle elezioni", titola Libération, il 2 novembre 1984: "Al mercato nero si può praticamente acquistare tutto, a condizione di mettere il prezzo: 65 cordobas due pile per radio (prodotto raro), 160 il tubo di dentifricio. L'occupazione principale di alcune centinaia di "gufi" consiste nel procurarsi dollari al mercato nero (circa dieci volte il tasso ufficiale) poi partire per rifornirsi in Costa Rica o Guatemala. I prodotti sono quindi rivenduti fino a venti volte il prezzo ufficiale sui banchi [del mercato] de "l'Oriental" di Managua. (…) La statalizzazione economica si rafforza di giorno in giorno. (…) I partiti di opposizione affermano che i problemi di approvvigionamento hanno costituito il tema più mobilitante [enfasi nostra]. "

Il fatto che i nicaraguensi non fossero caduti nella trappola e che il sandinista Daniele Ortega malgrado tutto fu eletto presiede della Repubblica con il 67% dei voti, spinse Washington a raddoppiare gli sforzi imponendo al Nicaragua un embargo commerciale totale nel 1985. Questa aggressione militare ed economica aggravò di molto la situazione. Il paese si indebiterà, arenandosi in una gestione di sopravvivenza, fino a cedere "vinto dalla fame e dalla guerra" al momento delle elezioni presidenziali del 25 febbraio 1990.

In Venezuela, se Hugo Chávez ha evocato il concetto di "guerra economica" fin da 2010, il primo a teorizzarla, nel 2013, è stato Luis Salas. La fonte di ispirazione iniziale di questo ricercatore del Centro strategico latino-americano di geopolitica (Celag), fugace ministro dell'economia nel 2016, è sorprendente: lontano dagli esempi latino-americani precedentemente citati, egli spiega di avere fondato l'inizio della sua riflessione sul lavoro Aspetti politici del pieno impiego [3] che l'autore polacco Michal Kalecki (1899-1970) scrisse basandosi sull'esperienza vissuta... in Francia, sotto il Fronte popolare. "Dice che, da un punto di vista marxista convenzionale, non si può comprendere ciò che è accaduto. Perché, paradossalmente, durante i suoi tre anni, attraverso i rialzi salariali e l'aumento dei consumi, così come la crescita registrata, il governo di Léon Blum aveva permesso un arricchimento degli imprenditori e dei commercianti".

Ora, anche supponendo che questi abbiano ogni interesse a che un governo, attraverso il pieno impiego, aumenti il potere d'acquisto della popolazione, questo tipo di politica pone al capitale un problema fondamentale. "Per i padroni, il pieno impiego rende la manodopera più cara e i lavoratori meno docili, meno disposti ad accettare un impiego qualunque. Tra gli altri inconvenienti, il capitale non può più giocare sulla minaccia del licenziamento. Peraltro, il governo Blum aveva cominciato ad assumere numerose funzioni che normalmente appartenevano ai padroni, come la distribuzione degli alimenti. Il loro potere poggiava su questo...". Politica a breve termine, il problema diventa economico a lungo termine. "Il loro potere, in quanto classe, poteva essere spostato". La stampa di destra si scatenò allora contro i "mascalzoni col berretto" che approfittavano delle ferie pagate; finanzieri e industriali specularono e trasferirono i loro capitali all'estero. Il seguito appartiene alla storia di Francia. Ma presenta di fatto alcune similitudini con ciò che accade in Venezuela dove, stimandosi minacciato, il "mondo dell'impresa" partecipa attivamente al sabotaggio dell'economia.

"Nel 2013, quando Maduro è arrivato al potere, ricorda Salas, la legge sul lavoro, l'ultima firmata da Chávez [il 30 aprile 2012], era appena stata approvata. E questa legge, sebbene non alteri la relazione capitale/lavoro, crea un nuovo rapporto che complica il dominio sui lavoratori. Concede la stabilità salariale, riduce la durata del lavoro a quaranta ore settimanali, sanziona i licenziamenti ingiustificati, rende le vacanze obbligatorie, crea dei vantaggi nuovi, ecc. Da allora, padronato e commercianti hanno affinato le loro tecniche per sbarazzarsi di Maduro".

"Affinare" è un eufemismo, perché non erano degli esordienti. Nel 2001, dopo la firma di 49 decreti-legge emblematici - legge sugli idrocarburi, legge sulla terra e lo sviluppo agrario, legge sulla pesca, ecc. -, e soprattutto, dal 2002, dopo il fallimento dell'effimero colpo di Stato americano-militare-mediatico-padronale d'aprile, Chávez stesso ha dovuto fronteggiare questo tipo di destabilizzazione. Dal 2 dicembre 2002 al 9 febbraio 2003, mentre i suoi alti quadri dirigenti paralizzavano la compagnia petrolifera PDVSA e il paese affondava, vittima non di uno "sciopero generale" ma di una "serrata" padronale, gli alimenti ed altri beni di prima necessità sparirono dai "barrios". È l'epoca in cui, nello Stato di Zulia, si potevano vedere i produttori di latte gettare nei fiumi milioni di litri del loro prodotto per generare la penuria.

Particolarmente colpita e apertamente spinta a rivoltarsi, come fece, spontaneamente, all'epoca del "caracazo" nel 1989 [4], la popolazione modesta, base sociale del chavismo, mantenne il sangue freddo, senza cadere nella provocazione. Al termine di una battaglia di 63 giorni, il "comandante" riprese il controllo, ma la paralisi dell'attività economica era costata 20 miliardi di dollari al paese e una risalita spettacolare della povertà - passata da 60% nel 1997 a 39% nel 2001, raggiunse il 48% nel 2002, quindi il 55,1% nel 2003. Quasi 590 000 lavoratori, principalmente donne, si ritrovarono senza lavoro dal 2001 al 2003; le morti per denutrizione aumentarono del 31%.

La ripresa del controllo di PDVSA [compagnia petrolifera statale venezuelana, ndt] e l'indirizzamento degli introiti petroliferi al finanziamento delle politiche sociali permetterà di rovesciare la situazione (il 21,2% di povertà nel 2012), fino all'attuale fase di destabilizzazione.

Così, dunque, a credere alle vulgate in voga, da quando la crisi finanziaria internazionale ha orientato al ribasso il corso del petrolio nel 2008, la rendita non basta più a coprire la spesa per le importazioni. Stupendo, no? Dopo essere arrivato ai vertici a metà 2008 (150 dollari il barile), l'oro nero è certo ridisceso a 38 dollari nel 2015, prima di oscillare tra 21 e 24 dollari nel 2016, ma si vendeva a... 7 dollari il barile nel 1998, al momento dell'arrivo al potere di Chávez. E nessuno si ricorda di avere visto all'epoca lunghe file in attesa davanti dai luoghi di commercio, dai chioschi fino ai supermercati.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in una situazione di povertà di massa, i venezuelani consumavano molto meno all'epoca che oggi (che è vero!). Ma questa obiezione la fanno in pochi perché sarebbe evidentemente un omaggio reso implicitamente dal vizio alla virtù. Ma ad ogni modo, con un petrolio risalito nel 2017 a quota 40 dollari, la teoria della popolazione "sul ciglio della carestia" a causa di un "paese in fallimento" esce malconcia dalla riflessione (per poco, certo, che ci sia una riflessione).

Cominciamo dall'inizio - secondo il portavoce ufficiale ed ufficioso del padronato, il governo non concede alle imprese i dollari necessari all'importazione e alla produzione - e tentiamo di analizzare la situazione...

Il 95% delle valute del paese proviene dall'esportazione del petrolio. Questa situazione strutturale data 1920, anno in cui è stata approvata la prima legge sugli idrocarburi e dove si è stabilito il meccanismo attraverso cui lo Stato trattiene una parte, più o meno importante secondo i periodi, della rendita petrolifera. Dall'inizio del XX secolo, la borghesia si è ingegnata per riappropriarsi di questa rendita scambiando i suoi bolivar contro dollari e utilizzandoli essenzialmente per importare - cosa che non presenta alcun rischio e non richiede investimento. Ne risulta che, per tornare al periodo attuale, il 10% delle esportazioni non petrolifere del Venezuela sono costituite da prodotti minerali (26%), chimici (45%), di plastica e gomma (3%), di metallo (10%), tutti prodotti dalle... imprese pubbliche. Il contributo del settore privato, in media, non supera l'1% del totale delle esportazioni [5].

Non è dunque il petrolio che costituisce un problema, ma il fatto che se le valute si trovano inizialmente e quasi totalmente nelle mani dello Stato, è perché il settore privato, autoproclamatosi motore di un'economia "dinamica" ed "efficace", si è limitato (nel migliore dei casi) a fornire l'importazione per il mercato interno, prendendo un comodo margine dalla transazione, e non partecipando quasi all'incremento della ricchezza nazionale. Piuttosto che nell'investire, la preoccupazione sta nel riprendere il gruzzolo e utilizzarlo a proprio profitto.

Una volta stabilito questo quadro globale, si cercherà l'errore: da quando nel 2003 è stato instaurato un controllo dei cambi per evitare la fuga dei capitali, le imprese private hanno ricevuto dello Stato 338,341 miliardi di dollari per l'importazione di beni e di servizi. Nel 2004, quando hanno potuto disporre a questo fine di 15,75 miliardi di dollari, non si è constatata alcuna penuria. Nel 2013, mentre la somma attribuita è quasi raddoppiata, raggiungendo 30,859 miliardi di dollari, i principali beni essenziali spariscono [6]. Si deve parlare di magia? Forse, ma in questo caso di magia nera.

Se la crisi economica mondiale e l'abbassamento dei prezzi del petrolio hanno evidentemente un ruolo nella degenerazione della situazione, essi non sono in nessun modo la causa principale. La convinzione dei neoliberali nazionali e internazionali che bisognava approfittare della morte di Chávez per dare "il colpo di grazia" alla " rivoluzione bolivariana" ha incontestabilmente segnato il punto di svolta verso l'organizzazione del disastro. Da allora, secondo Pascualina Curcio, professore di scienze economiche all'Università Simón Bolivar, si articolano quattro fenomeni: una penuria programmata e selettiva dei beni di prima necessità; un'inflazione artificialmente provocata; un embargo commerciale camuffato; un blocco finanziario internazionale. Ai quali si aggiungerà, da aprile 2017, la violenza insurrezionale sostenuta da Stati Uniti, i loro alleati regionali (Argentina, Brasile, Messico) e dall'Unione europea, santificata dai commissari politici dei media. Quella che alcuni chiamano "guerra di quarta generazione".

Nel 2004, mentre erano importati beni alimentari per 2,1 miliardi di dollari, ciascuno poteva nutrirsi in condizioni normali. Nel 2014, con 7,7 miliardi, un aumento del 91% - sapendo che, dal 2004, il governo concede dollari a un tasso preferenziale per l'acquisto dei beni essenziali - sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini non si trovavano più né burro, né olio, né farina di mais precotta, né riso, né latte in polvere, né mais alimentare, né latte pastorizzato, né carne di manzo, né formaggio, né maionese, né zucchero, né caffè. In compenso, abbondano le bevande gassose, i biscotti, i dolci, leccornie e altri prodotti zuccherati, le conserve esotiche, i surgelati sofisticati. Cosa che lascia dubbi sulla curiosa "crisi umanitaria" di cui il mondo intero ha sentito parlare.

Il 20 maggio 2016, Agustín Otxotorena, un imprenditore basco non particolarmente "chavista" residente a Caracas, stanco di rispondere ai suoi amici e parenti che, dalla Spagna, si allarmavano per la sua salute in un paese afflitto da una carestia simile a quelle che colpiscono la Somalia o l'Etiopia, si è deciso a pubblicare sulla sua pagina Facebook una serie di fotografie particolarmente edificanti prese negli stabilimenti commerciali dei settori delle classi media e superiore dell'est e del sud-est di Caracas, i feudi dell'opposizione.

"Se hai del denaro - scrive - c'è del whisky invecchiato 18 anni, del rum venezuelano squisito, del champagne francese, della vodka russa o svedese, delle caramelle belghe, delle carni saporite, delle aragoste, dei vestiti di marca, dei ristoranti esclusivi, delle discoteche spettacolari, delle spiagge con gli yacht, dei club di golf ed ippici, dei campi da tennis e di calcio, e tutto un paese dentro ad un altro paese, dove non ci sono poveri, dove le donne e i bambini sono biondi, vanno nei collegi esclusivi, nelle università esclusive, e si divertono a Isla La Tortuga o nell'arcipelago di Los Roques, là dove gli unici Neri o poveri sono i servitori, il personale dei servizi o della sicurezza", prima di concludere (e in maiuscolo): "SONO STANCO DELLE MENZOGNE! [7]"

Da qui la domanda che ciascuno, a patto di non essere un giornalista, si pone necessariamente: perché c'è penuria di certi prodotti e non di altri, perché degli alimenti sono così difficili da ottenere e altri no? Perché la frutta e la verdura, per esempio, non sono scomparse?

Note

1. « Panorama de la Seguridad Alimentaria y Nutricional en América Latina y el Caribe 2012 », FAO, Rome, 2012.

2. Alfredo Meza, « El desabastecimiento acorrala a Maduro », El País, Madrid, 16 mai 2013.

3. Essai initialement publié en 1943 dans le Political Quarterly, fondé à Londres en 1930 par Leonard Woolf (époux de Virginia Woolf).

4. Révolte populaire brutalement réprimée par le gouvernement du social-démocrate Carlos Andrés Pérez – 3 000 morts – en février 1989, à la suite d'un ajustement structurel imposé par le Fonds monétaire international (FMI).

5. Pascualina Curcio, « Mitos sobre la economia venezolana », 15 y ultimo, Caracas, 17 juin 2017.

6. Pascualina Curcio, La Mano visible del Mercado. Guerra económica en Venezuela, Editorial Nosotros Mismos, Caracas 2016. De nombreux chiffres mentionnés dans cet article proviennent de cette étude. Voir également sur le Web : « Venezuela : tout comprendre sur l'inflation et les pénuries », Venezuela Infos, 29 mai 2017.

8. Voir : https://www.youtube.com/watch?v=p447jwE7lac

Parte 2
Contrariamente a un'idea ampiamente diffusa, il settore agricolo ha subito una profonda trasformazione. "Coloro che lo hanno conosciuto prima della legge sulle terre del 2001", ha dichiarato l'ex ministro dell'Agricoltura Iván Gil, "sanno che è un settore costituito da lavoratori agricoli che lavorano per grandi aziende. Da allora l'ascesa sociale dei contadini è stata spettacolare". Dal 2001 sono stati regolarizzati più di 7 milioni di ettari – avendo i contadini ottenuto i titoli di proprietà - e 3,5 milioni di ettari prelevati dal "latifondo". Un milione di nuovi ettari sono stati messi in produzione [1]. Questo, naturalmente, non risolve tutti i problemi. "Dopo una crescita sostenuta fino al 2008, il paese ha sofferto una siccità disastrosa dal 2008 al 2010, ha cominciato a riprendersi dal 2011, per ottenere una produzione significativa nel 2013 e nel 2014, quindi le difficoltà nel 2015 e nel 2016 poiché l'agricoltura è molto sensibile alle variazioni economiche nazionali. Sono quelli che dipendono dai fertilizzanti e da fattori produttivi importati che soffrono di più". I grandi proprietari tradizionali che sentiamo lamentarsi.

Tuttavia, grazie agli investimenti di Chávez, il mondo agricolo è quello che regge meglio la guerra economica. Infatti, sono i piccoli produttori nazionali che riforniscono il paese di prodotti alimentari.

Se tra i cibi che scompaiono ci sono i venti alimenti più consumati dai venezuelani, sono quelli prodotti dal settore agroindustriale, dove il capitale controlla la tecnologia e la trasformazione delle materie prime in prodotti elaborati. "Oltre ad essere molto consumati - osserva Curcio - la loro produzione e distribuzione sono concentrate in poche mani: quelle dei monopoli e degli oligopoli nazionali e internazionali". Vale a dire solo il 10% delle aziende private, ben sapendo che il potere di queste ultime è ancora più grande quando si tratta di prodotti molto difficili da sostituire, come ad esempio alimenti e medicinali. Oppure, in un altro settore, i pezzi di ricambio per veicoli, macchinari e attrezzature.

Gli studi quantitativi dimostrano che sia la produzione che il consumo dei prodotti assenti nel mercato sono rimasti relativamente stabili dal 2012. Inoltre, le importazioni totali nel 2014, in piena crisi delle "guarimbas", sono state del 91% superiori rispetto al 2004. "C'è un trucco!", potrebbe dire qualcuno.

In questo Venezuela ormai deprivato di tutto, tonnellate di cibo e di altri prodotti giacciono negli hangar, da dove sono diretti verso canali illegali. Ci accontenteremo qui di una manciata di esempi raccolti quotidianamente dalla stampa venezuelana - inclusa quella d'opposizione. Il 18 ottobre 2013 (qualche settimana prima delle elezioni municipali dell'8 dicembre) a Maracaibo, la polizia bolivariana ha sequestrato 10 tonnellate di zucchero, 3,5 tonnellate di riso, 1,5 tonnellate di farina di grano, 4.500 litri di olio, ecc., nascosti in un deposito del grande supermercato Súper tienda Caribe. Il 5 febbraio 2014, nel Táchira, un'operazione dei servizi è riuscita a recuperare da parecchi hangar... 939,2 tonnellate (!) di alimenti di prima necessità sovvenzionati dallo Stato e sottratti al mercato (648 tonnellate di riso, 246 di zucchero, 37 di grano, 2 di burro, 54.000 litri di olio, 300 chili di caffè, ecc.).

L'arrivo di altre merci è stato opportunamente sabotato. Il 14 luglio 2016, nel porto di La Guaira, grazie all'avvio della "Grande missione di approvvigionamento sicuro", un'ispezione ha permesso di scoprire 81 container abbandonati. Destinati tanto a imprese private quanto ad amministrazioni pubbliche, erano pieni di prodotti per l'igiene personale, computer, stampanti, fertilizzanti per l'agricoltura e prodotti chimici necessari alla produzione di medicinali.

Il 31 agosto 2016, 57 tonnellate di carne, pollo e pesce, in decomposizione sono state trovate presso le strutture di Biangi Mar e di Avicomar C.A., situate a Los Teques (Stato di Miranda). Lo stesso fenomeno si è verificato nel mese di giugno, quando Distribuidora y Procesadora de Huevos Ovomar C.A. ha abbandonato in una discarica di Santa Cruz (Stato di Aragua) tre milioni di uova stoccate dall'ottobre precedente.

Casi estremi gli ultimi tre, giacché i circoli padronali hanno tratto lezioni dallo "sciopero generale" del dicembre 2002-gennaio 2003. In quell'occasione, mentre si erano registrati i livelli storicamente più bassi di produzione dal 1999, il settore pubblico aveva visto diminuire i propri ricavi del 12% e quello privato del... 15%. Ed era quest'ultimo che, al momento, più soffriva del suo brillante sabotaggio dell'economia!

Non si deve ripetere lo stesso errore. Le merci che erano scomparse dal mercato per rendere impossibile la vita della popolazione dovevano tuttavia ricomparire, ma dopo mille deviazioni, mille tormenti e a un prezzo allucinante.

Un ritorno alla legge della giungla. Sottratti su larga scala dal mercato formale, i prodotti a prezzo regolamentato finiscono nelle mani di quelli che vengono chiamati "bachaqueros", rivenditori informali che, nelle strade, nei mercati comunali, nei luoghi più improbabili, vendono le materie prime gonfiando i prezzi – cosa che, come effetto collaterale, fa crescere l'inflazione. I grandi imprenditori hanno dato l'esempio, i subalterni seguono la scia. Sia per spirito lucro che per ragioni puramente politiche, le piccole imprese, farmacie, piccoli supermercati si gettano in questo traffico. Per aumentare i profitti, deviano le loro merci al "bachaqueo", per poi alzare le braccia al cielo dinanzi ai consumatori lamentando ritardi nelle consegne o mancanze dovute al governo.

Per definizione, su disordini di questo tipo, si innesta e proliferano le mafie. Mentre code impossibili si formano sin dall'alba davanti alle saracinesche dei negozi, gruppi di delinquenti organizzati appaiono al momento dell'apertura e occupano con forza le prime posizioni o fanno passare prima i loro "protetti", che poi si dedicheranno loro stessi al "bachaqueo". Tutto sotto l'occhio talvolta impassibile delle forze dell'ordine - polizia municipale, nazionale o guardia nazionale.

Che una parte della popolazione povera si dedichi all'acquisto massiccio di beni di prima necessità per poi rivenderli ai poveri a prezzi moltiplicati per cento, lascia abbastanza esterrefatti. I quindici anni di pedagogia rivoluzionaria del defunto Chávez non hanno prodotto frutti? "Ci ha anche sorpreso", ci confida uno dei nostri interlocutori. "È necessario uno studio sociologico per capire perché questa lebbra si sia sviluppata, allorché un certo numero di bisogni oggettivi della popolazione erano stati risolti. Questo fenomeno, iniziato localmente, avrebbe dovuto essere trattato immediatamente come un problema di ordine pubblico. È stato sottovalutato, gli è stato permesso di crescere e, mentre la crisi economica si aggravava, ha fatto sempre più adepti, poiché la gente ha visto in questa attività un mezzo per aumentare il proprio reddito. Ma in un primo momento non era spontaneo. C'è stata una deliberata intenzione di sabotare le reti della distribuzione".

E solo quelle. "Le cifre fornite dalle stesse aziende private dimostrano che la produzione alimentare non è diminuita", osserva Curcio. E' il caso del precotto di farina di mais, l'alimento più solitamente consumato dai venezuelani. Dal 2013, si trovano ad affrontare le più estreme difficoltà per ottenerlo. Tuttavia, statisticamente, il suo consumo rimane ai livelli abituali. E sia Alimentos Polar - il primo produttore alimentare del paese, ma che non produce un ettaro del cereale in questione - che le aziende che si spartiscono il restante 50% del mercato hanno mantenuto i loro livelli di importazione/produzione. Comportamento che si ripete per tutti gli alimenti fuori portata a causa del "disapprovvigionamento".

Così, l'8 gennaio 2017, la polizia era in grado di sequestrare 3 tonnellate di farina di mais precotto in un residence di Barcellona (capitale dello Stato di Anzoátegui). Denunciati dai vicini esasperati, i due speculatori arrestati, recidivi, rivendevano questa merce diventata introvabile a dieci volte il suo valore a prezzo regolamentato.

Il 17 marzo 2017, in Avenida Baralt, nel centro di Caracas, il panificio di Maison Bakery è occupato da un gruppo di abitanti del distretto, poi requisito dallo Stato. Per un certo tempo i clienti avevano chiesto che i prezzi regolamentati fossero rispettati. Lo stabilimento riceveva la farina sovvenzionata, ma offriva ai consumatori - quando accadeva - solo pagnotte più piccole, passate da 180 a 140 grammi per lo stesso prezzo.

Con gli Stati Uniti, il Canada e l'Argentina, il Venezuela è il paese del continente che consuma più pane, dunque grano, cereale che, a causa del suo clima e della sua storia, praticamente non viene prodotto. Chi importa il grano dai mercati internazionali? Lo Stato venezuelano. Una volta giunto nei porti, attraverso Casa, una società pubblica, il grano è fornito a dodici impianti per la macinazione privati - i quattro più importanti dei quali controllano il 78% del mercato: la multinazionale Cargill (27%), la messicana Monaca (26%), Mocasa (15%) e Molvenca (10%).

Il presidente di Cargill Venezuela, Jon Ander Badiola, presiede anche la Camera venezuelano-americana di commercio e dell'industria (Venamcham), che, come suggerisce il nome, rappresenta gli interessi delle società statunitensi nel paese; su Monaca, va ricordato che il sindacato dei suoi dipendenti ha presentato una denuncia nell'aprile 2016 e chiesto un'indagine sulla sorte di 550 tonnellate di grano presente negli inventari della società, ma non trovato nei magazzini; il presidente di Mocasa, Giovanni Basile Passalacqua ha il dubbio privilegio di apparire nei "Panama Papers" per due dei suoi affari, Gold Lake LLC e Diamond Lake LLC, registrati nel paradiso fiscale del Nevada (Stati Uniti); Molvenca appartiene al multimilionario italiano Giuseppe Sindoni [2]. Tutti ardenti "difensori del popolo", chiaramente.

"La verità è che non abbiamo materie prime", dichiarava lo scorso marzo José Sanchez, portavoce di Fevipan, la federazione del settore. "Il Venezuela ha bisogno di 120.000 tonnellate di farina al mese. Il governo ci fornisce solo 30.000 tonnellate". Segue quindi il refrain universalmente noto: "Purtroppo non ha la valuta necessaria per acquistare la farina di cui il paese ha bisogno".

Naturalmente c'è verità e verità. Succede, a volte e puntualmente, che il Venezuela manchi di questa materia prima, è un dato di fatto. "Il governo ha annunciato ieri che è in procinto di comprare il grano dalla Russia", ci è stato detto il 19 maggio. "E' interessante. Tuttavia, il problema non è la quantità importata, ma come viene distribuita la farina dopo la trasformazione". In realtà, è durante questo passaggio che viene organizzata la scarsità. Sviando le tracce e mantenendo in apparenza le mani pulite, gli impianti per la macinazione di cui sopra delegano a terzi la distribuzione della merce ai subappaltatori. La maggior parte delle diecimila panetterie del paese non viene rifornita regolarmente. Altre, con forte potere economico e legate a certe mafie, ricevono più merce del necessario, rivendendo a un prezzo elevato, ma con una tempistica del tutto casuale, parte del loro superfluo a quelli che ne sono privi. D'altra parte possiamo vedere - come abbiamo visto – sulle vetrine di un certo numero di rivendite cartelli con su scritto "Non c'è pane". Curiosamente, i loro banchi sono ricolmi di torte, brioches, "cachitos" (pane farcito di prosciutto e formaggio), sandwich e pizze. Venduta a prezzo più caro, questa produzione secondaria compensa le perdite dovute alla mancata produzione del pane tanto atteso dalla popolazione. Popolazione che vede la sua vita trasformarsi in calvario, tra privazioni o tempo trascorso in fila.

Da qui l'annuncio del presidente Maduro, lo scorso marzo, dell'apertura di un centinaio di panetterie popolari, sotto la responsabilità dei Comitati locali per l'approvvigionamento e la produzione (CLAP).

Note

1. Ciò si riflette nei risultati elettorali: mentre il Chavismo è indietreggiato nelle città, il sostegno alla rivoluzione resta intatto nel settore rurale.

2. Misión Verdad, Caracas, 13 febbraio 2017.

Parte 3
Dai leader dell'opposizione ai (ben pasciuti!) prelati della Conferenza Episcopale Venezuelana, attraverso il segretario generale dell'Organizzazione degli Stati Americani (OAS), il grande amico di Washington Luis Almagro, si alza uno stesso grido: si deve urgentemente aprire un "canale umanitario" per consentire al paese l'approvvigionamento di materiale e prodotti medicali. Secondo Freddy Ceballos, presidente della Federazione farmaceutica del Venezuela, il debito dello Stato verso il settore sarebbe enorme: più di 5 miliardi di dollari. Di conseguenza, le scorte di farmaci disponibili corrispondono solo il 15% delle necessità.

Nel maggio 2012, sotto Chávez, gli stessi attori avevano già denunciato un taglio del 42% delle valute nel settore sanitario; nel 2013, annunciavano un livello di scarsità del 40%; nel 2014 del 60%, nel 2015 del 70%. Al che, dopo aver esaminato i numeri e le statistiche, Pasqualina Curcio ha notato: "Ciò non corrisponde al livello delle importazioni registrate (...) e ancor meno ai rapporti finanziari annuali delle grandi corporazioni transnazionali responsabili dell'importazione di tali prodotti".

Queste "grandi corporazioni" ricevono valuta a tassi di cambio preferenziali, acquistano i prodotti all'estero e li vendono in bolivar tanto al Sistema sanitario pubblico nazionale (SPNS) che alle imprese private. Mentre dal 2003 al 2014 l'importazione di prodotti farmaceutici ha conosciuto un aumento del 463%, Henry Ventura, ex ministro della Sanità e attuale direttore della Scuola di Medicina Salvador Allende, cifre alla mano , riportava a gennaio: "Nel 2004 i laboratori hanno ricevuto 608 milioni di dollari senza alcun problema di scarsità". D'altra parte, nulla accade quando ottengono "un totale di 3,2 miliardi di dollari nel 2013 e 2,4 miliardi nel 2014 [1]". Ragion per cui, un anno fa, allora deputato, aveva già esortato il procuratore della Repubblica Luisa Ortega a indagare "dal momento che non si trovano più farmaci da nessuna parte". Però senza grandi risultati, sembra.

"Alcune delle grandi corporazioni responsabili dell'importazione del 50% dei prodotti farmaceutici in Venezuela non hanno registrato perdite, riduzione dei profitti o calo delle vendite nel corso del 2015 - nota Curcio - non più che nel 2012, 2013 e 2014". Considerazione difficilmente contestabile come confermato nel suo libro sui rapporti finanziari delle imprese in questione - Abbott Laboratories C.A., Productos Roche, Novartis de Venezuela S.A., Bayer S.A., Pfizer Venezuela S.A., Sanofi-Aventis de Venezuela S.A., Merck S.A., ecc. [2].

Il 2 settembre 1973, nove giorni prima del colpo di stato di Pinochet, i cileni potevano leggere sul quotidiano Clarín: "'Grazie al lavoro volontario, il sabato e la domenica e al lavoro notturno, aumenteremo la produzione di siero di cui il nostro paese ha bisogno', dicono unanimemente i 45 lavoratori dei Laboratori Sanderson, unico produttore di questo farmaco vitale in Cile", mentre il loro sindacato, riferendosi alla penuria creata artificialmente da questo monopolio, aggiungeva: "Noi affermiamo dinanzi all'opinione pubblica che il nostro movimento legittimo (...) vuole difendere il potere esecutivo allorché intenda requisire le imprese che boicottano la produzione e che sono vitali e strategiche per il paese" [3].

Il confronto non calza? Nel giugno 2017, in Venezuela, i rappresentanti della Federazione dei lavoratori dell'industria chimica farmaceutica (Fetrameco) hanno accusato i laboratori Calox, Leti Vargas, Behrens e Cofasa di ridurre la loro produzione di farmaci prioritari per la popolazione. Da parte sua, Richard Briceño, dei sindacato dei laboratori Calox, denunciava: "Usano la materia prima per la fabbricazione di prodotti veterinari e abbandonano lo sviluppo di farmaci essenziali [4]".

A partire dal febbraio scorso, a seguito di un'inchiesta dei servizi segreti, più di sei tonnellate di medicinali e materiale chirurgico sono stati sequestrati in due case a Maracaibo (Stato di Zulia). Importati grazie ai dollari preferenziali, erano destinati al contrabbando, così come le enormi quantità deviate verso la Colombia.

Niente è più demoralizzante per chiunque che l'essere privato di ciò che rende la vita degna di essere vissuta - sapone, deodorante, shampoo, dentifricio o crema da barba. Quattro grandi aziende controllano il mercato dei prodotti per l'igiene in Venezuela: Procter & Gamble, Colgate, Kimberly Clark e Johnson & Johnson. Secondo i loro rapporti finanziari annuali, compresi quelli del 2015, non si segnalano perdite o riduzioni delle vendite. Tra il 2004 e il 2011, Johnson & Johnson ha ricevuto dal governo circa 2,8 milioni di dollari al mese; nel 2014, ha intascato 11,6 milioni per lo stesso periodo, quattro volte più di quanto riceveva di solito: tutti i suoi prodotti mancano nei luoghi di abituale approvvigionamento.

Nel 2014, Procter & Gamble ha ricevuto 58,7 milioni di dollari a tasso preferenziale, 5,3 volte più rispetto a quanto ricevuto tra il 2004 e il 2011 (11 milioni di dollari). Pur menzionando le difficoltà e le incertezze dovute ai tassi di cambio (e talvolta irregolarità), le sue relazioni annuali non registrano né cali delle vendite, né perdite operative in Venezuela [5]. A luglio 2015, con i consumatori in pieno caos, la società pubblicava questo comunicato: "Negli ultimi anni la compagnia ha compiuto importanti investimenti nel paese destinati ad aumentare la capacità produttiva locale e per offrire innovazioni nei nostri prodotti. Di conseguenza, la nostra capacità di produzione locale è aumentata di oltre il 50% e ora godiamo di una preferenza assoluta fra i consumatori venezuelani, che ha reso i nostri marchi leader delle categorie in cui competono [6]".

Per quanto riguarda la carta igienica, verrà offerto un soggetto di inchiesta ai giornalisti affascinati da questo argomento e che hanno difficoltà a rinnovarsi: nel 2014 la società responsabile della sua importazione e distribuzione, Kimberley Clark de Venezuela, ha ricevuto il 958% in più di valute rispetto a quelle assegnatele tra il 2004 e il 2011. Si potrebbe anche suggerire un titolo: "Chi ha rubato i rotoli?". Un'altra indagine: come mai in tutti i ristoranti, dalla più modesta "cantina" alla struttura più lussuosa, passando per gli innumerevoli "fast food", si trovano su tutti i tavoli, a profusione, le salviette di carta?

Come quello di Chávez, il governo di Maduro sarebbe caratterizzato da una violenta ostilità verso il mondo degli affari. Come prova si adduce l'approvazione di una legge organica sui "prezzi equi" nel 2011 (Chávez), con cui il potere impone un massimale sui prezzi dei bei di prima necessità, e la fissazione nel febbraio 2014 (Maduro) di un margine di profitto massimo del 30% sui beni e sui servizi venduti, che rovinerebbero i commercianti. Nessuno produce o lavora, i prezzi sono ora inferiori ai costi di produzione.

Guardata da un altro punto di vista, non si può dire che l'occupazione della catena Daka nel novembre 2013 fosse totalmente ingiustificata: dopo aver ottenuto oltre 400 milioni di dollari di denaro pubblico dal 2004 al 2012 per importare elettrodomestici a basso prezzo, questa catena presente a Caracas, Punto Fijo, Barquisimeto e Valencia sovraccaricava fino al 1000% il prezzo dei suoi prodotti. Per quanto riguarda i problemi dei magazzini di elettronica e audiovisivi Pablo Electronica con le autorità, sono cominciati nello stesso momento in cui si è scoperto un aumento ingiustificato, dal 400 al 2.000%, dei prezzi.

Creazione del chavismo nel 2003, i controlli sono stati a lungo limitati ai prodotti di prima necessità. Oltre alla lotta contro usurai e speculatori, l'obiettivo di Maduro era di limitare l'inflazione (la più alta dell'America Latina).

Le piccole o medie imprese hanno effettivamente dei problemi perché sono in concorrenza, in un contesto iper-speculativo, contro potenti rivali, molto spesso dei veri monopoli. Ma più in generale, l'analisi dei dati di qualsiasi azienda, ovunque essa operi nel mondo, permette di constatare che il margine di profitto medio [rapporto tra guadagno e fatturato, ndt] si situa non al 30%, ma a circa il 10% o l'11% . Per ogni capitalista, questo è un buon risultato. Gli economisti neoliberali, costretti ad ammettere che i margini di profitto in Venezuela sono alti, obiettano che è "a causa del rischio" - argomento teorico della speculazione.

Di quarantadue merci immesse sul mercato da Polar , solo quattro hanno un prezzo "regolamentato": farina di mais, riso, olio e pasta. Tuttavia, prima delle elezioni presidenziali dell'aprile 2013, la sua produzione, e non solo i prodotti, è diminuita del 37%; al momento de "La Salida" (2014), del 34%; prima delle elezioni legislative di dicembre, del 40% [7].

Per importare, come abbiamo visto, i commercianti devono comprare i loro dollari dal governo. Nessuno negherà che il complesso processo burocratico o il cambiamento di regole costituiscano un mal di testa per un individuo di normale costituzione [8], né che la massa totale della valuta estera da concedere sia diminuita, cosa che ha causato - o meglio accentuato - un mercato parallelo in cui la valuta statunitense è scambiata al di sopra del tasso ufficiale.

Nel dicembre 2012, un dollaro era scambiato legalmente contro 4,30 bolivar e, al tasso parallelo, contro 10 Bolivar. Nel 2013, si è registrato un aumento da 6,30 bolivar a corso legale a 20 sul mercato nero. Negli ultimi due mesi del 2014, il dollaro "libero" è stato 28 volte superiore al dollaro "governativo". Alla vigilia delle elezioni legislative del 6 dicembre 2015 raggiunge il culmine a quasi 900 bolivar per dollaro, un aumento di 8.900% in soli due anni! Attualmente si attesta a 5.000 bolivar (contro i 10 del corso ufficiale).

In assenza di valute ottenute attraverso meccanismi statali, chi cerca un valore rifugio acquista dollari sul mercato nero. Da parte loro, alcuni attori economici - soprattutto le piccole imprese - sono costretti a rivolgersi anch'essi a questo mondo parallelo. Una volta che la loro merce viene acquistata all'estero, stabiliscono il loro prezzo di vendita: salari, costi fissi e l'importo della fattura in dollari riconvertiti in bolivar, ma secondo il tasso di cambio proibitivo, facendo esplodere il valore finale del prodotto . In questo caso, è legittimo attribuire una parte della responsabilità dell'esplosione dei prezzi "alla crisi" e a un governo superato dagli eventi.

Tuttavia, il fenomeno non si chiude qui, il che renderebbe gli effetti relativamente limitati. Peggiora quando gli importatori maggiori, pur avendo ricevuto valute a tassi preferenziali, calcolano i loro prezzi... in funzione del tasso illegale. Per l'esplosione dei loro profitti illeciti, per la più grande disgrazia del consumatore, che vede crollare il potere d'acquisto. Sapendo inoltre che molte aziende, quando ricevono cinque dollari dal potere, ne utilizzano solo uno per l'importazione e speculano con gli altri quattro su questo mercato mafioso. Il loro "business" non è quello di fornire cibo al paese, ci è stato detto, ma "acquistare e vendere dollari, con il pretesto di acquistare cibo".

Le difficoltà diventano sicuramente non risolvibili per le autorità quando, invece, il tasso di cambio parallelo esplode perché manipolato.

Su questo famoso mercato, il tasso di cambio ha registrato una costante tendenza al rialzo dal 1999 al luglio 2012. Ma, da una media del 26%, questa variazione annuale si impenna dal 2012 al 2015, raggiungendo il 223% (423% tra 2014 e 2015), influenzando il consumo finale ed i processi produttivi. "I cambiamenti più importanti - ricorda Curcio nel suo libro - sono stati registrati nell'ottobre 2012 (presidenza Chavez), dicembre dello stesso anno (elezione dei governatori dei 24 Stati del paese), aprile 2013 (nuova presidenza) e dicembre 2013 (elezioni comunali)". A partire dalla fine del 2013, l'aumento sarà sostenuto e sproporzionato fino al gennaio 2016 (le elezioni legislative perdute dal chavismo nel dicembre 2015).

"Il valore della moneta sul mercato illegale – denuncia Curcio - non corrisponde a nessun criterio economico né alle variabili associate, non corrisponde alla realtà, ma obbedisce a un'intenzione politica che ricerca la destabilizzazione attraverso la distorsione dei mercati e dell'economia in generale".

Lo strumento di questa guerra (non davvero) invisibile si chiama Dollar Today (DT).

(continua)

Note

1. El Universal, Caracas, 29 janvier 2017.

2.  La Mano visible del Mercado. Guerra económica en Venezuela, op. cit (pages 101 à 106).

3. Miguel González Pino et Arturo Fontaine, Los mil días de Allende, Centro de Estudios Públicos, Santiago, 1997.

4. Últimas Noticias, Caracas, 6 juin 2017.

5. P & G, 2015, Annual Report.

6. « Comunicado de P & G », La Patilla, Caracas, 30 juillet 2015.

7. El Telégrafo, Quito, 19 novembre 2016.

8. Nel corso del 2013, si è passati da due tassi di cambio (uno ufficiale e uno sul mercato nero) a quattro (tre ufficiali e uno sul mercato nero).

Parte 4
Il valore della moneta americana annunciato ogni mattina attraverso questo sito web sin dalla sua creazione nel 2010 è diventato "il" riferimento per chi vuole acquistare dollari sul mercato nero (e per chi li vende). In quale modo i creatori di Dollar Today stabiliscono il prezzo della moneta? Sulla base della variazione sui tassi praticati dagli uffici di cambio di... Cúcuta (città di frontiera, lato colombiano)!

Tale bizzarria ha origine nella "résolution numéro 8" emanata dalla Banca della Repubblica (la banca centrale colombiana) il 25 maggio 2000, durante il governo di Andrés Pastrana. Di conseguenza, se questa stabilisce la parità del peso, sua moneta nazionale, con il bolivar, essa consente agli operatori di confine, al di fuori di ogni controllo, di fissare i propri tassi. Cosa che fanno, manipolandoli arbitrariamente e in modo sproporzionato.

Ci sono diverse centinaia di questi uffici di cambio legali e illegali a Cúcuta. In virtù di un'altra legge colombiana altrettanto sorprendente, questi uffici possono eseguire qualsiasi transazione senza riferire alle autorità di vigilanza, a condizione che siano inferiori a 10.000 dollari - meccanismo utile per riciclare il denaro del narcotraffico.

È dunque questa mafia che, teoricamente, alimenta i dati di Dollar Today. I suoi funzionari vivono, come si conviene, a Miami, dove svolgono la loro attività. Il più famoso di questi è Gustavo Díaz. Ex militare, ha partecipato al colpo di stato del'11 aprile 2002 contro Chavez e fu nominato vice capo dell'ufficio militare (Casa Militar) durante il breve "governo" del presidente de facto Pedro Carmona. Espulso dall'esercito, nel 2005 ha chiesto asilo politico negli Stati Uniti e naturalmente lo ha ottenuto.

Esaminando questa configurazione mafiosa, si impone una conclusione: è con il sostegno di Washington e delle autorità di Bogotá che è stata messa in atto questa distorsione economica, permettendo di svalutare artificiosamente la moneta venezuelana e di aumentare l'inflazione (720% nel 2016, dati FMI). Il 10 luglio 2015, l'economista e analista politico Tony Boza ha spiegato che DT non è una pagina web, "ma il meccanismo che la Colombia ha inventato per aggredire l'economia venezuelana; è un atto di guerra; è l'equivalente di un Plan Colombia, economico, contro il Venezuela [1]". Intervistato lo scorso giugno, Luis Salas dice la stessa cosa: "Per riuscire a posizionarsi come tasso di cambio di riferimento, sono necessarie capacità organizzative e di comunicazione che una pagina web, di per sé, non ha".

Cosa che Gustavo Díaz conferma a modo suo. Mentre la Banca centrale del Venezuela accusa i responsabili di DT di ricadere sotto i colpi della legge federale americana Racketeer Influenced and Corrupt Organizations (RICO), egli afferma: "Il nostro timore è che ci sia un processo, che si conoscano così tutte le persone che lavorano con noi e che il governo [venezuelano] possa attaccarle direttamente. C'è molta gente dietro di noi [2]".

Storicamente, sugli oltre 2.300 chilometri di frontiera comune, gran parte della vita "sociale" venezuelano-colombiana si è basata sul contrabbando. Un contrabbando "tradizionale", simile a quello osservabile in qualsiasi area di confine, indipendentemente dal continente. Ovviamente si entra in un traffico di natura diversa, allorché se ne rileva l'ampiezza, quando 12.210 tonnellate - 12.210 tonnellate! - di beni alimentari, di cui sono crudelmente lasciati sprovvisti i venezuelani vengono intercettate al confine, tra gennaio e novembre 2014, da parte delle forze della Commissione nazionale per la lotta al contrabbando. Per una tonnellata recuperata di questo "contrabbando d'asportazione", quante giungono a destinazione (con la complicità in un certo numero di casi, di guardie nazionali o militari venezuelani)? Dato il loro prezzo sovvenzionato in Venezuela, il valore di latte, zucchero o... della carta igienica, può essere moltiplicato per dieci arrivando da paesi vicini.

Nel 2016, tra 8.000 e 22.000 litri di benzina illegali sono stati sequestrati quotidianamente prima che giungessero a destinazione. Può essere accusata la differenza abissale del prezzo di vendita tra i due paesi. Ma, ancora una volta, il governo colombiano ha una responsabilità diretta per il saccheggio organizzato della ricchezza del Venezuela. Dal 10 agosto 2001 la legge (colombiana) 681 autorizza i "piccoli importatori di benzina" - come vengono definiti! - a distribuire il combustibile a margine della società nazionale Ecopetrol. Meglio: rendendo legale il contrabbando di combustibile, Ecopetrol si riserva il diritto di acquistare benzina a un prezzo ridotto.

Il 3 maggio 2016, dopo 5.087 ispezioni in oltre 1.500 stabilimenti privati, ma anche pubblici, di distribuzione alimentare e di beni di prima necessità in tutto il paese, il Difensore civico Tarek William Saab dichiara pubblicamente: "Abbiamo riscontrato molti atti illeciti, con la sospetta complicità di funzionari e individui legati a imprese private. La giustizia deve agire con forza e applicare la legge con rigore".

Il 14 agosto, il quotidiano Ultimas Noticias, l'editorialista Eleazar Díaz Rangel inveiva:" In due settimane, ci hanno detto in un rapporto della Grande missione di approvvigionamento sovrano, abbiamo arrestato settanta bachaqueros in questa zona [di Petare; distretto della capitale] (...) Che si sappia, nessuno è stato incriminato anche se ha commesso crimini menzionati nella Costituzione nella Legge sui prezzi equi. Non siamo a conoscenza di alcuna condanna. (...) Non capiamo questa contraddizione. Se non possiamo esigere che i banconi siano forniti e che la produzione aumenti, penso che, sì, dovremmo poter mostrare i risultati delle sanzioni inflitte ai colpevoli di questi delitti previsti dalla nostra Costituzione".

La corruzione? Esiste. Troppo. E a tutti i livelli, anche tra i "chavisti". Le storie abbondano di commercianti stranieri che devono trattare con i "Señores 10%" per ottenere un mercato o fare affari nel paese. Nei porti, non è raro che alcuni doganieri, militari o funzionari richiedano la loro decima per far sbarcare i cargo. "Se gli importatori cercano di sfuggire alle tangenti - denuncia Luis Peña, direttore delle operazioni di Premier Foods, la cui sede si trova a Caracas -, gli alimenti rimangono lì a marcire".

Qui, assistiamo al rinvio a giudizio di un ex manager del Fondo sino-venezuelano per presunta appropriazione indebita di 84 milioni destinati alla produzione di alimenti nel 2011 e nel 2012. La, è l'ex presidente e responsabile dell'impresa mista socialista Leguminosas del Alba, Oscar Pérez Fuentes, che è stato incriminato per la sua responsabilità nel contrabbando di 120 tonnellate di fagioli secchi (maggio 2016). Laggiù, a Miami, il 18 luglio 2014, il "boliborghese" Benny Palmeri-Bacchi è stato fermato all'aeroporto da agenti della Drug Enforcement Administration (DEA). Accusato di traffico di cocaina e riciclaggio di denaro, apparteneva al comitato direttivo della Camera degli imprenditori venezuelani del Mercato comune del Sud (Mercosur) e possedeva, tra il sud della Florida e il Venezuela, una mezza dozzina società di importazione di alimenti.

A Miami, appunto, e nelle ricche città che la circondano, si concentra anche la più grande comunità dei venezuelani della diaspora, soprattutto esuli "anti-chavisti" con conti bancari in alcuni casi alimentati a colpi di traffici, tangenti e bustarelle. La delinquenza non ha colore né ideologia. "Boliborghesi" e borghesi tradizionali lavorano senza difficoltà mano nella mano.

Il 26 maggio 2014, il deputato Ricardo Sandino, presidente della Commissione finanze e sviluppo economico dell'Assemblea nazionale, allora dominata dal Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), informava i suoi colleghi che l'ex Commissione di amministrazione delle valute (Cadivi) aveva approvato lo sblocco di 20 miliardi di dollari per importazioni mai giunte nel paese. Nel giugno del 2014, dopo essere stato rimosso dal governo, Jorge Giordani, che da ministro della Pianificazione e delle Finanze di Chavez, ha regnato sulla vita economica venezuelana dal 1999 al 2014, denunciava che per il solo anno 2012, 25 miliardi di dollari erano stati rubati e sperperati attraverso i meccanismi delle valute.

Nel febbraio 2016, accompagnato da Héctor Navarro, ex ministro espulso dal PSUV nel 2014, alzerà il tiro evocando la somma di 300 miliardi di dollari deviati in dieci anni attraverso l'importazione fittizia e la pratica della sovrafatturazione. Peccato che non abbia approfittato di questo scandalo per fare autocritica sulla sua parte di responsabilità e di certo non fornisce alcuna prova utile a smascherare e rintracciare i delinquenti.

Più stravagante sarà la recente dichiarazione in conferenza stampa del Procuratore della Repubblica Luisa Ortega quando, dopo aver rotto con il potere, affermerà in tono minaccioso, dopo aver accusato il presidente Maduro di "crimini contro l'umanità" per la repressione delle manifestazioni e la convocazione di un'Assemblea costituente, di avere tra le mani "36.124 indagini per casi di corruzione [3]". Senza cadere in facili polemiche, ci domandiamo: com'è possibile che così pochi casi siano stati giudicati durante la sua carica - è stata nominata nel 2007 - e il motivo per cui abbia fatto questa dichiarazione sensazionale dopo essersi unita alle file dell'opposizione e non prima?

In realtà, questa corruzione endemica partecipa all'anarchia della distribuzione dei beni essenziali e al saccheggio dello Stato. Tuttavia, essa non dovrebbe essere considerata l'alfa e l'omega della crisi, imputata per definizione al defunto Chávez o al presidente Maduro. Interrogato sulle famose "società fittizie" ("empresas de maletín"), l'economista Luis Salas risponde: "In un mio lavoro ho dimostrato che, con il controllo dei cambi, le società fittizie create da chavisti o da altri esistono. Ma se esaminiamo la contabilità delle divise emesse dal governo tra il 2003 e il 2012, ci rendiamo conto che sono state monopolizzate dalle grandi imprese, dai monopoli, Polar, Cargill, dai laboratori farmaceutici, dalle aziende automobilistiche... Grosso modo, le aziende fittizie che non hanno importato nulla e che intercettano il denaro rappresentano il 10% della valuta estera concessa. La grande frode è quella delle transnazionali. La destra pone l'accento sulle 'empresas de maletín' per nascondere questa responsabilità" [4].

Attraverso vari meccanismi, la sovrafatturazione esiste, per citarne solo una. Ad esempio, quando le transnazionali acquistano propri prodotti e la società madre applica all'estero prezzi gonfiati. Nel 2012, ultimo anno della gestione Chávez, le importazioni sono state appena di un quinto superiori rispetto al 2003 in termini materiali, per tonnellata o per chilogrammo. Però, sono costate cinque volte di più. "Questo significa che, anche se importiamo quasi la stessa cosa, la crescita non è stata in quantità ma nei prezzi. In un contesto globale di deflazione! Il livello di domanda di valuta è stato totalmente ingiustificato".

Passata inosservata o tollerata quando i prezzi del petrolio erano alti, l'anomalia balza agli occhi non appena diminuiscono le entrate dello Stato e si deve badare al centesimo.

"Lo dico in forma di autocritica, c'era una mancanza di controllo - ammette Iván Gil, evocando quella che viene definita 'intossicazione da valuta' -. Tuttavia, c'è una ragione. Quando Chávez è arrivato al potere, il paese conosceva una povertà superiore al 50%. I venezuelani non mangiavano. Abbiamo vissuto il paradosso dei negozi pieni e degli stomaci vuoti, le persone non avevano soldi. La prima reazione di Chavez è stata dunque quella di dar da mangiare alla popolazione. E questo è stato fatto con tutti i mezzi, attraverso la semina e aumentando le importazioni. Eravamo in grado di acquistare all'estero qualsiasi quantità, avevamo i soldi. Dovevamo farlo e lo abbiamo fatto, ma il costo era molto alto perché a una tale velocità di pagamento del debito sociale, era molto difficile controllare tutto. Sapendo inoltre che, in materia di alimenti, per esempio, lo Stato mancava di strutture per la trasformazione e la distribuzione, abbandonate al settore privato. La sfida di oggi è riconquistarne il controllo, ma non accade dalla sera alla mattina".

Nel frattempo, nel 2014, Freddy Bernal, attuale segretario generale dei Comitati locali di approvvigionamento e produzione (CLAP) e ministro dell'agricoltura urbana, non ha esitato a "mettere i piedi nel piatto": "Non sarebbe cosa malvagia per il governo avere consulenti economici che siano non solo chavisti ma anche economisti! [5]". Vale a dire che non è questione di assolvere da ogni colpa o errore la gestione dei presidenti Chávez e Maduro. Lucidamente, un ex membro del governo guarda la cosa in prospettiva: "Sono consapevole che il potere abbia talvolta esagerato imputando alla guerra economica errori che di cui era esso stesso responsabile - ma aggiunge immediatamente - tuttavia esiste una realtà: una guerra economica esiste, non è né una scusa né una paranoia".

Mentre media dominanti la occultano sistematicamente, questa operazione di destabilizzazione è responsabile del 70% della crisi mortale che colpisce il paese. Non è accidentale che le principali fasi di "disaprovvigionamento" capitino in momenti specifici, alla vigilia di eventi elettorali - referendum costituzionale (2007), elezioni presidenziali del 2012 e 2013, comunali del 2013, elezioni parlamentari del 2015 - e nella fase attuale battezzata "ora zero" dall'opposizione.

I sacri media: si è tentati di sorridere se trascurassimo la loro enorme responsabilità nella manipolazione dell'opinione pubblica... "In Venezuela, la scarsità di cibo spinge gli abitanti a mangiare gli animali dello zoo", titolava VSD il 16 agosto, 2016. "Cani sono stati abbattuti e macellati in strada per la loro carne", annuncia lo stesso giorno Atlantico. Secondo La Dépêche (19 agosto 2016), "ogni abitante ha perso in media dai tre ai cinque chili", mentre per i suoi colleghi de L'Express", il venezuelano medio ha perso 8,5 kg nel 2016 a causa della crisi alimentare " (22 febbraio 2017) [6]. Erano ovviamente obesi dall'inizio a giudicare dalla sagoma dei partecipanti alle proteste dell'opposizione – gente che muore di fame con super-sofisticate maschere antigas sul naso [7].

Più seriamente, "la penuria ha avuto un impatto significativo su vita quotidiana, abitudini e modelli di consumo" testimonia un "chavista" di base che vive nel centro di Caracas, a La Candelaría. Stimando di aver perso due buoni chili, aggiunge: "C'è ovviamente fatica, una caduta di morale, soprattutto perché veniamo da un'enorme accessibilità in materia di consumi negli ultimi dieci anni..."

Contrariamente a quanto affermano le agenzie di propaganda, il Venezuela non è la nuova Somalia. Secondo l'Istituto nazionale della nutrizione, il paese importa annualmente 138 dollari di alimenti per persona all'anno (82,5 nel 2004) [8]. Aggiungendo la produzione nazionale, ogni cittadino ha una capacità statistica di alimentarsi per 476 kg l'anno (396,3 nel 1999). Tuttavia, fatta eccezione per le classi medie e superiori dove, ad eccezione dei periodi ciclici nei quali scompare un particolare prodotto, il potere d'acquisto permette loro di continuare a rifornirsi qualunque sia il prezzo, tutti i venezuelani sono senza dubbio colpiti dalla crisi. Mentre la "disponibilità energetica" del paese era arrivata nel 2012 a 3.200 calorie/giorno (l'indicatore di un paese sviluppato), questa media è scesa a 2.883 calorie/giorno - una significativa riduzione, ma ancora sopra le raccomandazioni della FAO (2.720).

Senza cadere in un umorismo fuori luogo a causa delle sofferenze dei loro compatrioti, alcuni trovano anche alcuni vantaggi: "Siamo abituati a indici di consumo esagerati. Mentre l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda una disponibilità di 15 chili di zucchero l'anno a persona, noi siamo a 40! Un consumo eccessivo per la salute, ma era un prodotto molto economico perché sovvenzionato...".

Per rispondere all'aggressione multiforme di questa guerra economica, il potere ha ripreso l'offensiva. "Stiamo andando verso un consumo quotidiano più pianificato per razionalizzare l'uso delle valute" - spiega Ivan Gil. Ma stiamo affrontando una sfida. Mentre lo Stato ha drasticamente tagliato la valuta verso privati per l'importazione di alimenti, che ora importa da solo, come possiamo fare per farli arrivare a tutti e allo stesso modo?".

Amministrati dai collettivi degli abitanti, i CLAP forniscono una risposta iniziale, anche se provvisoria e limitata. Distribuendo ogni quindici giorni ai residenti dei quartieri popolari, per 10.870 bolivares, un paniere alimentare che per strada avrebbe un costo di 140.000, cosa che ha riportato il sorriso su molti volti e allentato la morsa della penuria.

Non è insignificante che, nel contesto di violenza esercitata dai commandos dell'opposizione dall'inizio di aprile, il sequestro di camion alimentari e l'attacco a depositi Mercal (magazzini alimentari a prezzi bassi dello Stato e depositi dei CLAP) e dei "Centri di approvvigionamento bicentenario" sembrano essere una priorità. A metà luglio, a Lecheria (Stato di Anzoategui) tra le 50 e 60 tonnellate di burro, pasta, carne, zucchero, latte, riso e così via, sono andate in fumo [9]. Devono far morire di fame le persone per raggiungere il loro fine.

Tanto il FMI che la Banca Mondiale (BM) o la Banca di sviluppo interamericana (IDB) lanciano l'allarme. Secondo le loro ultime dichiarazioni, a metà luglio, "i cento giorni di dimostrazioni hanno lasciato un saldo molto negativo per l'economia venezuelana". A causa di "ore non lavorate, perdite all'esportazione, diminuzione della produzione di energia, riduzione delle vendite, difficoltà di approvvigionamento in siti problematici e costi in salute e sicurezza", stimano un calo del 5% del PIL - l'equivalente del "paro petrolero" (sciopero del petrolio) del dicembre 2002 - gennaio 2003, causando una perdita di 21 miliardi di dollari [10].

Allo stesso tempo e dopo il 2013, mentre Caracas pagava sull'unghia – cosa che le è costata le critiche della sinistra del chavismo – 63,56 miliardi di dollari per il servizio sul suo debito, il "rischio paese" è aumentato del 202%, passando da 768 nel 2012 a 2.323 nel 2016, rendendo proibitivi i prestiti sul mercato bancario internazionale. Se aggiungiamo che la City Bank americana ha chiuso i conti del Venezuela (non quelli individuali, solo quelli del governo), una conclusione s'impone: si tratta precisamente di uno strangolamento economico. Fatte salve le sanzioni annunciate dal "padrone della Casa Bianca", Donald Trump...

E' con la forza del suo avallo che l'opposizione "golpista" ha indetto uno sciopero generale e ha paralizzato il paese, il 26 e 27 luglio, per opporsi all'elezione dell'Assemblea Nazionale Costituente (ANC). Pronti a sorridere, molti dei suoi leader hanno spinto la popolazione a farsi delle riserve di cibo e di prodotti di base per tutta la settimana. Curioso, vero? Dove approvvigionarsi quando, secondo loro, non si trova nulla da nessuna parte, sia nei negozi che nei supermercati?

Senza possibilità di dialogo con un'opposizione unicamente votata al suo rovesciamento, il presidente Maduro, basandosi sull'articolo 348 della Costituzione, ha infatti convocato e fatto eleggere il 30 luglio questa ANC per dare la parola al popolo, "ripristinare l'ordine, fare giustizia e difendere la pace". Il tempo ci dirà se questa grande "raccolta di idee", oltre alla riuscita ri-mobilitazione del "chavismo storico" riuscirà a rispondere alle sfide dell'economia e porterà a una più ampia riflessione collettiva.

In ogni caso, le domande abbondano. Come diversificare le esportazioni? Con che cosa e dove? Come rendere efficaci i controlli? Come possiamo garantire che le merci concesse in valuta estera siano importate? Come, dopo aver democratizzato i consumi, democratizzare la produzione? Come normalizzare la distribuzione dei beni essenziali? Perché non usare misure più radicali e "prendere in mano le cose" quando è necessario: quando manca artificiosamente il pane, è più difficile impacchettare farina che produrre petrolio, cosa che lo Stato fa perfettamente? E perché non nazionalizzare l'industria farmaceutica? Aprire la transizione a dei nuovi attori economici? Aumentare e rendere efficace la proprietà sociale dei mezzi di produzione? Creare delle imprese alternative piuttosto che statalizzare dei settori che sabotano l'economia?

Le risposte a queste domande non devono necessariamente essere introdotte nella Costituzione aggiornata. Ma questa ripresa di iniziativa del chavismo e questo grande progetto senza dubbio renderà possibile porre tali questioni. E parare gli attacchi di una guerra implacabile e sottovalutata contro il popolo e contro l'economia.

Note 

1. « Cultura al día », Alba Ciudad, Caracas, 10 juillet 2015.

2. BBC Mundo, 7 mars 2016.

3. El Universal, Caracas, 31 juillet 2017.

4. On peut entre autres suivre les travaux de Luis Salas sur le site 15yultimo.com

5. Entretien sur la chaîne Globovisión rapporté dans El Nacional du 30 juin 2014.

6. D'après une « étude » réalisée par des « scientifiques » de l'Université centrale du Venezuela, l'Université catholique Andrés Bello, l'Université Simón Bolivar, le groupe alimentaire Fundación Bengoa et d'« autres » ONG.

7. « Au Venezuela, la fable des manifestations pacifiques », Mémoire des luttes, 15 juin 2017.

8. « Venezuela : estadísticas alimentarias », Caracas, 8 mai 2017.

9. Lire Marco Teruggi, « Brûler la nourriture : nouvelle tactique de la bataille des trente jours », Venezuela Infos, 13 juillet 2017.

10. El Mundo, Caracas, 17 juillet 2017.

Maurice Lemoine | medelu.org



Traduzione per 
Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Testo completo in francese
La « guerre économique » pour les Nuls (et les journalistes)