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domenica 29 luglio 2018

IL #NICARAGUA E LA LOTTA ANTIMPERIALISTA




..Al fine di fare chiarezza sulla storia recente del Nicaragua, da qualche mese colpito da una nuova “rivoluzione colorata” organizzata dall'imperialismo. Gramsci diceva che “la Storia insegna ma non ha scolari”. Spero che queste pagine possano mostrare che qualche scolaro ce l'ha ancora, aiutando anzitutto il movimento comunista a cogliere il nesso tra quanto sta accadendo oggi in Nicaragua e la storia recente non soltanto sua, ma più in generale dell'America Latina e dell'intero “Terzo Mondo” posto sotto costante attacco da parte dell'Imperialismo Statunitense. ..




Estratto da Alessandro Pascale (a cura di), “A Cent'anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. In Difesa del Socialismo Reale e del Marxismo-Leninismo”, Volume II, dicembre 2017, pp. 450-460; il libro è scaricabile gratuitamente su www.intellettualecollettivo.it.
 Il testo viene messo a disposizione dell'Associazione Politico-Culturale “Marx21” al fine di fare chiarezza sulla storia recente del Nicaragua, da qualche mese colpito da una nuova “rivoluzione colorata” organizzata dall'imperialismo. Gramsci diceva che “la Storia insegna ma non ha scolari”. Spero che queste pagine possano mostrare che qualche scolaro ce l'ha ancora, aiutando anzitutto il movimento comunista a cogliere il nesso tra quanto sta accadendo oggi in Nicaragua e la storia recente non soltanto sua, ma più in generale dell'America Latina e dell'intero “Terzo Mondo” posto sotto costante attacco da parte dell'Imperialismo Statunitense.
Su questi temi ricordo che nel libro sono presenti ampi materiali, concentrati soprattutto nel secondo volume. Alessandro Pascale 20 luglio 2018

5. IL NICARAGUA E LA GUERRIGLIA ANTIMPERIALISTA DI SANDINO.

“Quando accetta la riunione con Sacasa, Sandino nomina Ramón Raudales come capo del distaccamento di Wiwilí e si dirige verso Managua in compagnia di suo fratello Socrate e dei generali Estrada ed Umanzor, (16 febbraio). Dichiara che la Guardia Nazionale è incostituzionale (17 febbraio). Si riunisce infine con Sacasa e Somoza nella casa Casa Presidenziale (18 febbraio). Il quotidiano La Prensa afferma che Sandino deve consegnare le armi senza condizioni (18 febbraio). Sacasa nomina il generale Horacio Portocarrero delegato presidenziale nei dipartimenti del nord, con l'aperta opposizione di Somoza (20 febbraio). Dopo una conversazione telefonica, Arthur Bliss Lane e Somoza concedono un'intervista (21 febbraio). Successivamente Lane pranza con Moncada. Alle sei del pomeriggio dello stesso giorno, Somoza si riunisce con sedici ufficiali della guardia nazionale per concludere il piano criminale. Dopo una cena con Sacasa Sandino, scendendo dalla Casa Presidenziale, viene rapito e portato al campo di aviazione a nordest di Managua dove viene assassinato in compagnia del generale Francisco Estrada e Juan Pablo Umanzor (21 febbraio); pochi istanti prima la stessa sorte toccò a suo fratello Sócrates. La Guardia Nazionale attacca la cooperativa agricola di Sandino a Wiwilí. Molti sandinisti vengono assassinati e il generale Abraham Rivera si arrende (3 marzo). Il Congresso Nazionale approva un decreto di amnistia per coloro che commisero qualsiasi delitto dal 16 di febbraio del 1933 in avanti (25 di agosto).” (cronistoria della morte di Sandino) (1) “Andremo verso il sole della libertà o verso la morte; se moriamo, la nostra causa continuerà a vivere.” (Augusto Cesar Sandino)2 Nell'agosto del 1925 i marines statunitensi lasciavano il Nicaragua dopo 13 anni di occupazione ma per mantenere alla presidenza Adolfo Dìaz, ex impiegato di una compagnia mineraria yankee e uomo di fiducia del Dipartimento di Stato, tornò con 2000 soldati per pacificare gli animi di ribellione nello stesso Esercito. Uno dei capi liberali, Augusto Nicolás Calderón Sandino (Niquinohomo, 18 maggio 1895 – Managua, 21 febbraio 1934), guadagnò la via delle montagne e da lì guidò la resistenza rivoluzionaria alla presenza militare statunitense dal 1927 al 1933, diventando uno precursori della guerriglia contro gli eserciti professionali e tenendo in scacco le truppe invasori che nel frattempo si davano ai saccheggi e bombardavano campagne e villaggi: “Lotto per espellere dalla mia patria l'invasione straniero. Il solo modo di mettere fine a questa lotta è che le forze che hanno invaso il territorio nazionale si ritirino immediatamente”. Di fronte all'impossibilità di una vittoria militare, gli USA di Roosevelt capitolarono, accettando il cambio di governo e ritirando le forze armate statunitensi. Ma l'autentico uomo forte, il capo della Guardia nazionale Anastasio Somoza, ex giocatore di poker e falsario, era devoto agli yankee e fu lui, il 21 febbraio 1934, a far rapire e assassinare Sandino, aprendosi le porte per il potere sotto il buon auspicio di Washington, che poté imporlo come presidente senza ulteriori resistenze nel 1936. Riportiamo quanto scrive Paco Pena: “Fedele agli interessi imperialistici, il suo governo fu una

1 - Aporrea.org, “Si compiono 76 anni dall'assassinio di Augusto César Sandino, Generale degli Uomini Liberi”, 22 febbraio 2010, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/poniab22-006395.htm.
 2 - Citato in Cubainformazione, “Sandino, un esempio di resistenza”, 18 maggio 2017, disponibile su http://www.cubainformazione.it/?p=23484.

successione di crimini e corruttele. Rimase al potere fino al 1956, quando venne crivellato di pallottole dal poeta Rigoberto Perez. Il presidente Franklin D. Roosevelt disse di Somoza, l'uomo degli USA: “Somoza sarà pure un figlio di puttana, ma è un figlio di puttana che sta dalla nostra parte”.” (Paco Pena) (3) Su Sandino ha scritto Bianca Braccitorsi (4 ): “Cesar Sandino ragazzo e adolescente, assisté alla caduta del presidente Zelaya, liberale blandamente progressista ma geloso dell'indipendenza del suo paese, al primo sbarco dei marines Usa a sostegno del colpo di stato del partito conservatore, alla ribellione del generale indio Zeledon, schiacciata nel sangue. Giovane e già esperto meccanico nel 1920 fu coinvolto in una rissa e costretto ad espatriare in Honduras, in Guatemala, e infine in Messico a Tampico, città operaia con una vivace presenza sindacale, dove ebbe la possibilità di dare uno sbocco politico alle sue confuse idee di giustizia sociale e indipendenza nazionale, scoprendo il legame fra i discorsi di Simon Bolivar, letti nella biblioteca paterna, e le miserabili condizioni di vita di sua madre. Individuò anche il nemico da battere, l'imperialismo USA. Con questo bagaglio, più qualche risparmio ed una pistola, nel 1926 tornerà nel Nicaragua ancora una volta invaso dai marines accorsi a sostenere i conservatori minacciati da una rivolta liberale. Cesar Sandino fu accolto con diffidenza da patrioti sinceri che volevano l'indipendenza nazionale, ma mantenendo ben ferme le distinzioni di classe: “Terra ai contadini” è una parola d'ordine “bolscevica” e i bolscevichi non hanno buona fama nella borghesia latino americana. Rispondono invece con slancio, contadini operai e ragazze di vita di Puerto Cabezas, con l'aiuto dei quali vengono recuperati fucili e munizioni gettati in mare per ordine degli statunitensi. Di queste armi e di trecento uomini è fatto il nucleo iniziale dell'esercito sandinista che ha nel suo programma politico, oltre alla fine di ogni intromissione militare, politica e economica degli Usa in Nicaragua, la riforma agraria, il controllo del lavoro di donne e minori, l'istruzione e la sanità pubbliche e gratuite. Aderiscono i vecchi militanti delusi dai vecchi capi nazionalisti, uomini e donne dei villaggi indios depredati, operai, studenti e anche rivoluzionari provenienti da tutta l'area latinoamericana, tra i quali il salvadoregno Farabundo Martì, più tardi fondatore del partito comunista del suo paese e fucilato dal dittatore Martinez. “Avremo in Nicaragua il nostro trionfo definitivo” scrive Sandino “con cui si accenderà la miccia dell'esplosione proletaria contro gli imperialisti della terra”.”
Ha scritto righe altrettanto intense Dante Liano (5 ): “Forse la magia di Augusto César Sandino sta nel

3 - P. Pena, “Gli interventi statunitensi in America Latina”, cit., pp. 344-345.
4 - B. Braccitorsi, “Il generale degli uomini liberi”, 23 febbraio 2004, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/poni4b23.htm.
 5 Dalla prefazione di M. Campisi, “Sandino. Il generale degli uomini liberi”, Fratelli Frilli editori, 2003.

fatto che non rappresenta l’eroe tipico, lontano e irraggiungibile. Nei murales, il volto meticcio deve essere colorato di marrone, non di arancione come si fa coi bianchi, e i suoi tratti regolari non denunciano nessuna bellezza cinematografica. Ha il volto segnato di qualunque contadino centroamericano. Il cappello, poi, bianco alato con una striscia alla base, è quello di tutti i lavoratori che si recano al lavoro, sotto le stelle mattutine. Sandino è un eroe, non un mito, e per questo lo troviamo molto più vicino a noi. Non una vita stupenda né cinematografica, ma l’eterna esistenza degli umili. La sua grandezza è la sua ribellione. Sandino imparò a dire di no agli americani in Messico, coi rivoluzionari di quel paese, e vide che si poteva mantenere la dignità e la vita contemporaneamente. Forse, il gesto più significativo della sua vita fu dire di no al padre. Volano via in questo episodio terribile tutti i trattati di psicoanalisi e di sociologia prodotti dai nostri scienziati. Il padre, uomo semplice e tranquillo, che segue gli ordini del governo senza riflettere, va dal figlio a dirgli: “Arrenditi”. La frase deve essere stata ancora più comica, dato il nome di Sandino: “Augusto César, arrenditi!”. E Sandino, che è sicuro dei suoi ideali, manda a quel paese suo padre e i generali che gliel’hanno mandato. Sandino è uomo libero, è “il generale degli uomini liberi”, e gli uomini liberi sono un esercito di straccioni, donne e bambini, che lo seguono per le montagne del Nicaragua. “Qui non si arrende nessuno!” gridano con le bandiere sandiniste sporche del fango e rotte dalle intemperie. Sopra di loro, il cielo stellato di Kant e del Nicaragua. Sandino abbraccia gli uomini, non gli dà la mano. Fa parte delle sue credenze spiritiste. Sandino porta con sé l’aura della dignità. A un certo punto, per sempre, Sandino diventa la dignità dei centroamericani. Un uomo buono e deciso, testardo e tutto d’un pezzo come può indovinare il tradimento di uno dei più malvagi uomini politici dell’America Centrale, il servo Anastasio Somoza? Avvolto nella sua dignità, Augusto César Sandino va incontro alla morte. […] Conoscere la storia di questo eroe semplice è imparare cosa è il Centroamerica e dove scorrono le sue arterie più nascoste, le sue “vene profonde”, là dove la gente ricorda e recupera il suo statuto di umanità. Augusto César Sandino, la storia del nostro orgoglio e la nostra libertà.
5.1. I SANDINISTI AL POTERE IN NICARAGUA
Il 19 luglio 1979 il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale riesce ad entrare a Managua, capitale, e a porre fine alla dittatura della famiglia dei Somoza, istruita e armata dagli americani, di cui era fedele ed ubbidiente alleata. Il Frente Sandinista de Liberacion Nacional (FSLN), era stato fondato nel 1961 e aveva aggiunto nel 1963 la denominazione sandinista in onore al comandante guerrigliero Augusto César Sandino. Il Fronte gode di un vastissimo appoggio popolare, soprattutto tra i contadini (che più scontavano la repressione degli sgherri di Somoza e il durissimo sfruttamento a cui erano sottoposti dalle multinazionali nordamericane), tra gli studenti, gli intellettuali, e molti cristiani della chiesa povera, convinti assertori della teologia di liberazione. L'esasperazione creata dai Somoza, che avevano creato una dittatura che basata sul massacro e sul terrore, sullo sfruttamento dei territori e sull'abbandono della popolazione (più del 75% di analfabeti e due terzi della popolazione che guadagnava meno di 300 dollari all'anno, mentre Somoza, in esilio di Miami, aveva cumulato secondo l'intelligence statunitense circa 900 milioni di dollari), ha negli anni spesso portato a gesti individuali estremi e azioni di rivolta, susseguitesi per i decenni successivi, e creano sempre più consenso nei confronti dell'organizzazione sandinista: tanto per fare degli esempi, la liquidazione dell'odiato generale Perez Vega, caduto nella trappola tesagli dall'avvocatessa militante Nora Astorga o la spettacolare operazione di occupazione del Palazzo Nazionale, con il sequestro di 76 membri del congresso. Il 10 gennaio 1978 Pedro Joaquin Chamorro, editore di uno dei giornali di opposizione al regime, La Prensa, viene assassinato da sicari di Somoza, di fatto facendo crescere l'indignazione popolare e preparando il terreno per l'offensiva finale. A seguito di questo omicidio la rivolta popolare dilaga in tutte le città del Paese, mentre l'offensiva sandinista parte alla conquista delle campagne. Il presidente USA Carter non riesce nell'intento di promuovere dal nulla un'alternativa “moderata” ai sandinisti, facendo promuovere all'ultimo momento dalla stampa e dai sindacati controllati dalla CIA la necessità di un nuovo movimento politico: in poco più di un anno la dittatura è rovesciata e il FSLN sale al potere. A questo punto Carter “autorizzò la CIA a offrire un sostegno finanziario e di altro genere agli oppositori” e iniziarono a far “pressioni sui sandinisti affinché includessero nel nuovo governo alcuni personaggi”. Si continuò il finanziamento “a organizzazioni non governative e al settore privato, compreso l'American Institute for Free Labor Development, da lungo tempo avamposto della CIA”, con l'obiettivo evidente di rinsaldare le posizioni per “rafforzare gli uomini della cosiddetta opposizione moderata e indebolire l'influenza dei paesi socialisti in Nicaragua”. Ogni aiuto militare venne rifiutato, mentre nel frattempo i sostenitori di Somoza si organizzarono come contras, nell'attuare azioni terroristiche contro il governo che nel frattempo attuò una politica da subito incentrata sull'alfabetizzazione di massa, sul miglioramento del sistema sanitario nazionale e in genere nel miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Il nuovo governo espropriò naturalmente i beni di Somoza (le sole proprietà agricole corrispondevano a un quarto dell'arativo totale) e le aree non coltivate, ridistribuendo le terre confiscate a circa 60.000 famiglie contadine; nazionalizzò le banche private, le compagnie di assicurazione, i settori minerario, forestale e ittico, istituì una serie di enti pubblici, come l'ENAL (Empresa Nicaragüense del Algodón), la BANANIC (Empresa Nicaragüense del Banano), l'ANAZUCAR (Empresa Nicaragüense del Azúcar), l'ENMAR (Empresa Nicaragüense de Productos del Mar) ecc., per incrementare le principali produzioni e controllare il relativo commercio.
Un rapporto di Amnesty International riguardante i primi tre anni della Giunta al potere (1979-1981) giudicò la situazione dei diritti dell'uomo in Nicaragua notevolmente migliorata. Nell'agosto 1979 venne emanato lo Statuto dei diritti e garanzia dei nicaraguensi e abolita la pena di morte e fu promulgato lo Statuto Fondamentale della Repubblica di Nicaragua; quest'ultimo abolì la costituzione, la presidenza, il congresso e tutte le corti; garantì il pieno rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e del Patto Internazionale sui diritti civili e politici dell’ONU e della Dichiarazione Diritti e Doveri dell’Uomo dell’Organizzazione degli Stati Americani, sancì l'uguaglianza incondizionata di tutti i nicaraguensi, la libertà di coscienza e di religione, di unione e organizzazione politica, sciolse la Guardia Nazionale e gli organi di spionaggio, istituì un Esercito Nazionale composto dai combattenti del FSLN e dagli ufficiali della disciolta Guardia Nazionale che si erano uniti alla lotta per il rovesciamento di Somoza. Lo Statuto precisava, inoltre, che l'Esercito assumeva temporaneamente le funzioni di polizia in tutto il paese. Chiaramente iniziava il boicottaggio economico da parte statunitense con le strategie che ormai ben già conosciamo, e quando salì al potere Reagan, condannò “la scalata al potere del Nicaragua dei marxisti-leninisti” e si affrettò a trovare ogni mezzo, legale o illegale, per finanziare i Contras nella guerriglia.(6)

6 -  W. Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti”, cit., pp. 432-452. 5.2. L'AIUTO DEL BLOCCO SOCIALISTA CONTRO I CONTRAS DELLA CIA.

5.2. L'AIUTO DEL BLOCCO SOCIALISTA CONTRO I CONTRAS DELLA CIA.

A questo punto diamo la parola a Andrew e Gordievskij7 per mostrare l'atteggiamento del blocco socialista: “Malgrado l'appoggio cubano […] Mosca non si precipitò a soccorrere i sandinisti. Apprezzava il loro sostegno morale” riguardo all'azione sovietica “dell'Afghanistan, e trovava di suo gusto il loro inno nazionale che stigmatizzava gli yankees come “nemici dell'umanità”. Tuttavia il Cremlino continuò per due anni a nutrire la speranza che il conformista partito comunista nicaraguense potesse prendere il posto dei meno ortodossi sandinisti come forza dominante del nuovo regime. Alla fine del 1981 Castro e i rapporti del KGB avevano convinto Mosca della genuinità dello spirito rivoluzionario dei sandinisti […]. Con l'assistenza dei cubani e dei sovietici, i sandinisti potenziarono l'esercito del Nicaragua portandone gli effettivi da 5.000 a 119.000, facendone pertanto la maggiore forza militare nella storia dell'America centrale. (Malgrado il sostegno americano, gli inetti guerriglieri antisandinisti Contras non superarono mai, neppure nelle stime più ottimistiche, la forza complessiva di 20.000 unità) Il Centro di Mosca fu svelto a concludere un accordo con i servizi d'informazione di Managua e mandare alcuni ufficiali del Ventesimo Dipartimento a stabilire il contatto con “i nostri amici nicaraguensi” […] il direttore del servizio [di intelligence del Nicaragua, ndr] era un ufficiale della DGI cubana che usava lo pseudonimo di Renan Montero. Il Centro mandò settanta consiglieri e istituì in Nicaragua una scuola per la sicurezza dello Stato. […] il Nicaragua permise ai sovietici di installare sul suo territorio quattro basi per la sigint.” Manovre ingiustificate? Forse no, visto “l'aiuto degli USA ai Contras (guerriglieri antisandinisti) e la rivelazione, nel 1984, che la CIA aveva collaborato a minare i porti nicaraguensi e alla distruzione dei serbatoi di petrolio nel porto di Corinto sulla costa del Pacifico. […] Nell'America latina, e anche altrove, si alzò un'ondata di sdegno contro gli Stati Uniti, facendo convergere la solidarietà internazionale sulla lotta antisandinista contro l'imperialismo americano. Malgrado la popolarità personale di Reagan, i suoi appelli per maggiori finanziamenti ai Contras non convinsero né il Congresso né l'opinione pubblica americana. Gli aiuti ai Contras cessarono ufficialmente nel 1984. I tentativi di continuarli in forma ufficiosa invischiarono la Casa Bianca […].” Dunque il supporto offerto dall'URSS e da Cuba, e pienamente accettato dal governo nicaraguense, è stato determinante per proteggere il Nicaragua dai tentativi golpisti degli USA, che in questo caso persero per il resto del periodo della guerra fredda un tassello del puzzle del Centro America. I supporti sovietici proseguirono anche dopo, così come la guerra sotterranea degli USA (solo nel 1986 il Congresso degli Stati Uniti approvò lo stanziamento di cento milioni di dollari per

7- C. Andrew & O. Gordievskij, “La storia segreta del KGB”, cit., pp. 593-594.

finanziare i Contras) proseguì finché non riuscì a vincerla ottenendo la vittoria delle elezioni nella prima tornata elettorale pluripartitica del 1990 (nella quale vinse l'Unione Nazionale di Opposizione, ampiamente finanziata con milioni di dollari dagli USA). Nel frattempo però, nel 1987, il leader sovietico Michail Gorbaciov aveva proposto di sospendere gli aiuti militari sovietici al Nicaragua se gli USA avessero interrotto l'appoggio militare ai contras: “non esistono indicazioni di sorta che il presidente abbia dato alcun seguito alla proposta”. Per spiegare la sconfitta alle elezioni del 1990, i sandinisti ritennero che “i dieci anni di guerra su tutti i fronti avevano logorato la popolazione. Temevano che, finché i sandinisti fossero restati al potere, i contras e gli Stati Uniti non avrebbero mai moderato la campagna per rovesciarli. La gente votò per la pace. (Come la popolazione della Repubblica Dominicana aveva votato nel 1966 per il candidato appoggiato dagli Stati Uniti per prevenire un ulteriore intervento militare americano). […] Aquì no se rinde nadie. Per dieci anni la gente del Nicaragua aveva gridato questo slogan: “Qui nessuno si arrende”. Ma nel febbraio 1990, fecero esattamente questo.” Si apriva così per il Paese un periodo di transizione e di assestamento della vita politica, caratterizzato dal contrasto fra gli orientamenti del potere governativo e quelli di istituzioni a predominante composizione sandinista (esercito, sindacati, ecc.), e si dava avvio a una politica economica neoliberista. Profondi dissidi si verificavano ben presto sia all'interno della coalizione di maggioranza, sia nel Fronte di Liberazione Nazionale Sandinista (FLNS), che si scisse. La corrente sandinista moderata, capeggiata da Sergio Ramírez, infatti si separava nel 1994, dando origine nel 1995 a un nuovo gruppo politico, il Movimento Rinnovato Sandinista (MRS). Anche le elezioni del 1996 vedevano la sconfitta del leader sandinista Daniel Ortega e l'avvento del candidato della destra, il neosomozista Arnoldo Alemán Lacayo, rappresentante della grande proprietà terriera, guardato con simpatia dalle gerarchie ecclesiastiche locali. Assunta la carica nel gennaio 1997, Alemán confermava la politica economica delle privatizzazioni adottata dall'amministrazione precedente e cercava di trovare una soluzione legale alle richieste di quanti, primi fra tutti la famiglia Somoza, si erano visti confiscare le proprietà durante il periodo della rivoluzione sandinista. Trovato un accordo fra la maggioranza e l'opposizione sandinista per la restituzione delle terre espropriate e arresosi l'ultimo movimento di guerriglia attivo nel Paese, il Fronte unito Andrès Castro, il processo di pacificazione nazionale si concludeva nel 1997. La politica neoliberista di Alemán e la drastica riduzione del deficit del Paese, attuata per realizzare il rigido programma strutturale imposto dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, facevano però precipitare il Nicaragua in uno stato di grave recessione economica. Bisogna aspettare il novembre 2006 per veder tornare i sandinisti, molto moderatisi nel tempo, al potere: nelle elezioni presidenziali vince Daniel Ortega con il 38,07% dei voti; il candidato “liberale” Eduardo Montealegre, appoggiato da Washington, si ferma al 29%. Nel 2011 Ortega viene rieletto con il 62,6% dei consensi. Nel 2014 il Parlamento approvava una modifica alla Costituzione che rafforza il potere legislativo del presidente, permettendogli di ricandidarsi per un terzo mandato nel 2016 stravinto addirittura con il 72,44% dei voti. Nonostante alcune critiche giunte da sinistra (8 ), analisti sostengono che i motivi della larga riconferma ottenuta da Ortega sono da ricercarsi nelle politiche sociali portate avanti in favore dei meno abbienti, oltre che negli investimenti pubblici nelle infrastrutture, per l’elettrificazione del paese, per la salute e l’educazione. Politiche di sostegno alla cultura e allo sport sono state implementate con forza e convinzione. Da non dimenticare lo sviluppo e il rafforzamento della cooperazione con la Cina, come si evince dai lavori per la realizzazione del canale del Nicaragua che sta attraendo numerosi investimenti nel paese. Tra i messaggi di congratulazioni per questa nuova vittoria ottenuta dal Comandante Ortega, vi sono quello del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro che parla di “vittoria della Patria Grande in Nicaragua”; così come il leader cubano Raul Castro che afferma come con questa schiacciante vittoria “Nuestra America potrà continuare a contare sul Nicaragua per avanzare verso la giustizia e la prosperità per i nostri popoli”.(9)

8 - Ad esempio M. Urbano Rodrigues, “Daniel Ortega ha tradito la Rivoluzione sandinista”, 12 novembre 2016, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/ponigm14-018557.htm.
 9 - Fonti ulteriori usate per il capitolo: W. Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti”, cit., pp. 431-452; Enciclopedia DeAgostini-Sapere.it, “Nicaragua”, disponibile su http://www.sapere.it/enciclopedia/Nicar %C3%A0gua.html#id_dfffb -8043-36e9-b406-343c721fab91; Infoaut, “19 luglio 1979 come i sandinisti rovesciarono la dittatura di Somoza”, 19 luglio 2017, disponibile su https://www.infoaut.org/storia-di-classe/19-luglio-1979-isandinisti-rovesciano-la-dittatura-di-somoza
; Autore Ignoto, “Nicaragua: nuovo trionfo elettorale per Daniel Ortega e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale”, 7 novembre 2016, disponibile su http://www.lantidiplomatico.it/dettnewsnicaragua_nuovo_trionfo_elettorale_per_daniel_ortega_e_il_fronte_sandinista_di_liberazione_nazionale/5694_177 67/.

5.3. IL RUOLO DESTABILIZZATORE DELLE ONG

“Né il governo degli Stati Uniti né i suoi alleati europei vedono bene il modello di commercio e cooperazione inspirato dal socialismo che si sviluppa nei paesi dall'Alba. Appoggiano la campagna di destabilizzazione dell'opposizione nicaraguense come appoggiarono quelle che ebbero luogo in Venezuela e Bolivia. Tutte questi campagne fanno parte dello sforzo dei governi degli Stati Uniti e dei suoi alleati di ostacolare i tentativi dei paesi dell'America Latina di avanzare verso un'integrazione progressista e sovrana al di fuori della logica capitalista della globalizzazione corporativa.” (Associazione Amicizia e Solidarietà Italia-Nicaragua, 2008)10 In un articolo uscito su Misiòn Verdad nel 201611, si accusa gli USA di aver attuato per anni, con la fine della guerriglia dei Contras, una nuova tipologia di operazione clandestina. Leggiamo: “Le ONG sono le facciate “indipendenti” che beneficiano dell’aiuto finanziario, e che operano con obiettivi chiari, nel contesto della guerra con risorse asimmetriche. Ma anche partiti politici sono attenti al portafoglio dei dollari. Non è per pura speculazione che Misión Verdad ha riportato i casi che si riferiscono al contesto venezuelano […]. E il caso nicaraguense, come quello venezuelano, non è esente dai finanziamenti di enti governativi statunitensi. […] I dati forniti dal giornalista svedese Dick Emanuelsson confermano il finanziamento da parte del Dipartimento di Stato (via NED e USAID) e del National Democratic Institute (IND, del partito di Hillary Clinton), per citarne solo due, ai partiti principali di quella che è definita “Coalizione Democratica” e alle ONG in Nicaragua. La ONG “Movimento per il Nicaragua”, che si dice difensora dei diritti della “società civile” contro la “dittatura sandinista” e che riunisce più i mascalzoni dei media che la gente nelle strade, ha come finanziatore, oltre la NED, la USAID e l’IND, come già si è detto, anche l’ambasciata degli Stati Uniti a Managua (città capitale del Nicaragua), la Open Society Foundation di George Soros, attraverso la rete “Probidad”, l’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI) e l’ambasciata del Giappone, paese rivale – geopoliticamente parlando – della Repubblica Popolare Cinese. Anche la ONG “Comisión Permanente de Derechos Humanos”, rappresentata dal suo direttore esecutivo Marcos Carmona, ha ricevuto un buon mazzo di bigliettoni (20.000 dollari, non di più nel 2008, ma Emanuelsson fa notare che tale somma equivale a 25.671 salari minimi al mese) da parte della USAID. Un’altra ONG, l’“Istituto di Studi Strategici e Politiche Pubbliche”, ha

10 -Associazione Amicizia e Solidarietà Italia-Nicaragua, “Le chiavi per capire il conflitto sandinista”, 2 luglio 2008, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/poni8g14-003462.htm.
 11 - Misiòn Verdad, “Il ruolo di istituzioni statunitensi e ONG nella destabilizzazione del Nicaragua”, 31 agosto 2016, traduzione a cura di Marx21 e disponibile su http://www.marx21.it/index.php/internazionale/america-latina-ecaraibi/27139-il-ruolo-di-istituzioni-statunitensi-e-ong-nella-destabilizzazione-del-nicaragua.

ricevuto dalla NED più di 50.000 dollari dal 2005, e ha contato sull’appoggio del NDI, della Banca Interamericana di Sviluppo (BID) e dell’IRI per l’organizzazione di manifestazioni. Tanto il Partito Liberale quanto il Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS) si sono impantanati nella stessa cloaca finanziaria, e gli stessi dirigenti del MRS hanno dichiarato pubblicamente che ci sono state marce e riunioni sotto l’auspicio dell’IRI. Gli interessi di diversi repubblicani nella storia del Nicaragua sono stati rivelati fin dal decennio del 1980. Riassume il giornalista svedese: “Questo organismo (IRI) è stato diretto fino alla sua morte (7 dicembre 2006) dalla fervente anticomunista Jean Jordan Kirkpatrick. Questa signora era l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU nel 1983 quando il suo capo, il presidente Ronald Reagan, aveva disseminato di mine il golfo di Fonseca e impedito alle navi di entrare nel principale porto del Nicaragua sulla costa pacifica, il porto di Corinto. […] I repubblicani e Reagan&Kirkpatrick cercavano con le mine di soffocare il piccolo paese centramericano. Il popolo nicaraguense fu vittima di innumerevoli massacri da parte dei “Contras”, diretti da un altro repubblicano, l’ambasciatore John Negroponte, dalla capitale honduregna. Più di 50.000 nicaraguensi furono vilmente assassinati dalla guerra di Reagan e dei repubblicani durante il decennio del 1980”. La lista delle organizzazioni finanziate da differenti organismi del governo di Wall Street, scusate, dalla Casa Bianca, è lunga, ma non per questo meno pericolosa.”

5.4. PREGI E LIMITI DELL'ESPERIENZA SANDINISTA

“Nei momenti di gioia e nel momenti di dolore ho invocato sempre Dio e ho ringraziato Dio. Le nostre radici sono il cristianesimo, di lì vengono i nostri valori: dal cristianesimo”. “Per arrivare a Sandino sono prima dovuto arrivare a Cristo, per arrivare alla Rivoluzione Cubana prima sono arrivato a Cristo, per arrivare a Marx, a Lenin, ad Engels, prima sono arrivato a Cristo, per arrivare al popolo, prima sono arrivato a Cristo.” (Daniel Ortega, 2014)(12) Di seguito un giudizio politico fatto nel 2009 da Gilberto López y Rivas(13) sull'importanza e sui

12 -  RedGlobe, “Celebrati a Managua i 35 anni della Rivoluzione Sandinista”, 20 luglio 2014, traduzione in italiano del Centro di Cultura e Documentazione Popolare e pubblicazione su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/ponieg21- 014847.htm.
 13 - G. López y Rivas, “Il significato attuale della Rivoluzione Popolare Sandinista in America Latina”, 19 luglio 2009, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/poni9g21-005408.htm.

limiti che ha avuto il sandinismo. Manca un giudizio adeguato sugli anni del ritorno al potere di Ortega, su cui al momento è difficile esprimersi con un occhio storico: “La Rivoluzione Popolare Sandinista (RPS), che ha trionfato il 19 luglio del 1979, è stato il primo movimento armato rivoluzionario vincente dopo la rivoluzione cubana. Si è trattato di una rottura del cordone sanitario statunitense sui processi rivoluzionari in America Latina, seguito alla sconfitta politico militare della Baia dei Porci e al brutale golpe contro il governo costituzionale di Unità Popolare in Cile. In Nicaragua avvenne una rivoluzione contro la dittatura e con chiari contenuti sociali, in un paese strategico per il controllo economico, politico e militare degli USA sul continente. Fu questo il motivo che scatenò l’imperialismo, il quale reagì alla vittoria rivoluzionaria con tutta la sua violenza, organizzando una sanguinosa guerra d’aggressione durata per tutti gli anni '80, con un tragico bilancio di morti e feriti. Sul piano strettamente militare, la Rivoluzione riuscì ad organizzare una difesa basata sulla partecipazione popolare, una guerra di tutto il popolo che impedì la presa del potere da parte dei controrivoluzionari in ogni porzione del territorio nazionale. Nonostante le risorse fornite dagli Stati Uniti, i sabotaggi all’economia e all’infrastruttura, le frequenti imboscate a miliziani, soldati e funzionari del governo rivoluzionario, gli USA in Nicaragua non hanno vinto militarmente. La Rivoluzione Popolare Sandinista, nonostante questa pressione, riuscì a riscattare la dignità nazionale nicaraguese, cambiando radicalmente le condizioni economiche, sociali, culturali e politiche del paese. Concependo la nazione non soltanto come la somma di territorio, lingua, economia e cultura o carattere nazionale, ma come un fenomeno dinamico in cui classi, frammenti di classe e gruppi socio-etnici lottano per l’egemonia. La vittoria rese possibile un processo formativo e di consolidamento della nazione che era stato visibilmente sospeso e deformato durante il somozismo. Alla base di queste trasformazioni vi fu l’eliminazione dal potere politico della famiglia Somoza e il passaggio a una democrazia di maggioranze popolari, che rigenerò la natura stessa della nazione e dei suoi elementi costitutivi. Il rapporto fra Stato nazionale e la sua base, il popolo e il territorio, cambiò qualitativamente. Il somozismo manteneva solo una sovranità formale sulle sue frontiere, mentre la Rivoluzione nazionalizzò il territorio e le sue risorse naturali, aprendo una profonda presa di coscienza della sua identità, riconoscendo le varie realtà etnico-culturali, le diverse confluenze linguistiche e, per la prima volta, s’identificò come una nazione multietnica e multiculturale. Il Nicaragua fu una scuola di quadri per tutto il continente. La presenza internazionalista di latinoamericani prima, durante l’insurrezione e nei dieci anni di governo rivoluzionario, costituì un importante contributo ai processi di cambiamento in America Latina.
Persino l’EZLN non lo si potrebbe capire senza l’esperienza nicaraguese. Il Nicaragua provocò un movimento di solidarietà popolare di proporzioni mai viste e pure l’aiuto di governi (in modo aperto o discreto) fra cui si distinsero Cuba e Messico. La vittoria sandinista stimolò anche la propagazione dell’erronea teoria del “domino rivoluzionario”, con effetti negativi nelle lotte armate di El Salvador e Guatemala, con un trionfalismo senza fondamento. La Repubblica Popolare Sandinista ruppe con molti schemi dominanti nel movimento rivoluzionario latinoamericano: a) la presenza importante del settore cristiano; b) la direzione collettiva, anche se si ebbe la deriva dell’orteguismo dentro il FSLN; c) le elezioni del 1984 e il mantenimento della pluralità politica in un contesto di costruzione del potere popolare; d) gli sforzi (falliti) di non allineamento; e) l’irriverenza di forme e contenuti; f) le radici nazionali (Sandino, la storia di resistenza antisomozista, ecc.). La RPS affrontò il problema etnico-nazionale dopo quattro anni di sconfitte, con una prospettiva interculturale e autonomista che ruppe con gli schemi del marxismo schematico basato sul riduzionismo classista e proletarizzante. Il Nicaragua divenne così un esempio d’autonomia per molti dei movimenti indigenisti in formazione. Tanto che, di nuovo, non si potrebbe capire il processo d’autonomie in America Latina, senza tenere conto dell’importante progresso realizzato su questo terreno durante la rivoluzione sandinista. La sconfitta elettorale nel 1990 e la perdita del potere fu per i sandinisti un duro colpo, ma lo fu anche per tutti i processi rivoluzionari armati in corso (El Salvador, Guatemala, Colombia) e influì nelle prospettive di altri movimenti politici non armati che assunsero le strategie elettorali come la loro ragion d’essere (PRD, in Messico, PT, in Brasile, ecc). Ciò che seguì la sconfitta elettorale colpì anche i partiti e i movimenti in America Latina. Si trattò di una fase di corruzione che nella rivoluzione cubana non era avvenuta; in questa fase vennero coinvolti importanti quadri del sandinismo, che si appropriarono di beni e risorse pubbliche gettando via l’eredità di riferimento etico che la RPS aveva conservato durante i dieci anni di guerra.” Nel 2014 Ortega ha celebrato il 35° anniversario della rivoluzione sandinista affrontando una serie di questioni politiche importanti. Ha “ringraziato il presidente del Venezuela Nicolás Maduro per la presenza […] e ha assicurato che quest'ultimo ha in atto una sfida gigantesca tanto con il popolo venezuelano, quanto con gli altri popoli dell'America. “Egli sta di fronte ad una rivoluzione che oggi è l'avanguardia nella lotta dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi. È una forza determinante per continuare a fortificare l'integrazione, l'unità dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi, la lotta per la sovranità dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi. L'unità dei popoli dell'America latina e dei Caraibi è una forza determinante per continuare a rinforzare l'integrazione e la lotta per la sovranità di questi popoli”, ha sottolineato. Ha dichiarato inoltre che ciò spiega l'odio dell'impero e dei suoi sodali contro Nicolás. […] Il comandante Daniel ha anche approfittato del suo discorso per chiedere la sospensione dell'occupazione della Palestina da parte delle forze militari dell'esercito di Israele […]. Daniel ha affermato che benché in questi ultimi anni della seconda tappa della Rivoluzione si siano fatti grandi progressi, restano ancora molte sfide davanti”. Pur avendo fatto “progressi nella lotta alla povertà, nella lotta alla povertà estrema, nella lotta alla denutrizione, nella sanità e nell'istruzione, nella costruzione di strade e di vie di comunicazione, nelle politiche produttive, nei diritti della gioventù, nel protagonismo del popolo” e “nella pratica della solidarietà" indicava come obiettivi la lotta all'analfabetismo e alla povertà nelle zone rurali sostenendo la necessità di portare avanti lo sviluppo delle forze produttive del Paese.(14)

14 - RedGlobe, “Celebrati a Managua i 35 anni della Rivoluzione Sandinista”, cit

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venerdì 25 maggio 2018

Piano golpista contro il Nicaragua Sandinista/Plan golpista contra el Nicaragua Sandinista



La persistenza della violenza in Nicaragua, le dilazioni nel Dialogo di Pace ed i condizionamenti dell’ ultima ora nelle negoziazioni da parte della chiamata opposizione e la "mediatrice" Conferenza Episcopale Nazionale (CEN), fanno sospettare che è in sviluppo un piano golpista contro il governo Sandinista del presidente Daniel Ortega in quella nazione centroamericana.

Dallo scatenamento dei fatti vandalici in Nicaragua il 18 aprile passato che hanno causato morti e considerevoli danni economici , poco o niente si è avanzati nella ricerca di una soluzione al conflitto in un paese che , risalta per la sua prosperità e la sua vocazione pacifica.

Analisti politici coincidono in che la debole destra nazionale e vescovi della CEN sono perfino complici di un piano coperto orchestrato negli Stati Uniti, in collusione con l'oligarchia, diretto a detronizzare la Rivoluzione Sandinista.

Benché la CEN occupi la posizione di "mediatrice" nel dialogo tra il governo ed i suoi avversari, e si sia pronunciato per una via negoziata alla controversia, la cosa certa è che nella pratica non sembra assumere quella condotta.

Gli avvenimenti, le condizioni dell’ ultima ora esposte all ‘esecutivo di Ortega e la sospensione mercoledì dei negoziati tra le parti, mettono in discussione la CEN che secondo gli osservatori sta cercando di trasformarsi in una forza politica di opposizione del Nicaragua .

La CEN, in un comunicato, ha condizionato la sua permanenza nel Dialogo di Pace con la presenza del Segretario Generale dell'Organizzazione di Stati Americani (OEA), Luis Almagro, poco dopo l’interruzione delle conversazioni, ha presentato un'agenda di quasi 40 punti che tra numerose domande, esige l'anticipo di comizi presidenziali, no la rielezione, ed una riforma alla Costituzione.

Il cancelliere nicaraguense, Denis Moncada, ha denunciato che la riferita agenda è il desegno di una rotta mascherata per un Colpo di Stato, una rotta per cambiare il Governo di Riconciliazione ed Unità Nazionale, al margine dell'ordinamento giuridico, e violando la Costituzione e la democrazia che vige nel paese.

Continua Moncada ad avere ragione perché più che sospetti ci sono chiare evidenze che il Nicaragua è oggi obiettivo di un'altra operazione contro i processi progressisti nella Patria Grande, a giudicare dallo stesso modus operandi applicato in varie nazioni di questo emisfero.

Mentre il governo Sandinista e la maggioranza del paese insiste nella pace, l'unità e la ricerca di un'uscita negoziata alla violenza, la malconcia destra nicaraguense incoraggia ai gruppi vandalici, Washington li finanzia, ed altri subdoli tentano di guadagnare tempo per ottenere vantaggi politici.

 Plan golpista contra Nicaragua Sandinista

La persistencia de la violencia en Nicaragua, las dilaciones en el Diálogo de Paz y los condicionamientos de última hora en las negociaciones por parte de la llamada oposición y la “mediadora” Conferencia Episcopal Nacional (CEN), hacen sospechar que está en desarrollo un plan golpista contra el gobierno Sandinista del presidente Daniel Ortega en esa nación centroamericana.

Desde el desencadenamiento de los hechos vandálicos en Nicaragua el 18 de abril pasado, que han causado muertes y daños económicos de consideración, poco o nada se ha avanzado en la búsqueda de una solución al conflicto en un país que ha resaltado por su prosperidad y su vocación pacífica.

Analistas políticos coinciden en que la débil derecha nacional y obispos de la CEN son incluso cómplices de un plan encubierto orquestado en Estados Unidos, en contubernio con la oligarquía, dirigido a destronar a la Revolución Sandinista.

Aunque la CEN ocupe la posición de “mediadora” en el diálogo entre el gobierno y sus contrincantes, y se haya pronunciado por una vía negociada al diferendo, lo cierto es que en la práctica no parece asumir esa conducta.

Los acontecimientos, específicamente condiciones de última hora expuestas al ejecutivo de Ortega y la suspensión este miércoles de las negociaciones entre las partes, ponen en tela de juicio a la CEN, que según observadores puede estar apostando a convertirse en una fuerza política de oposición en Nicaragua.

La CEN, en un comunicado, condicionó su permanencia en el Diálogo de Paz a la presencia del Secretario General de la Organización de Estados Americanos (OEA), Luis Almagro, poco después de interrumpirse las conversaciones, y tras presentarse una agenda de casi 40 puntos que exige, entre numerosas demandas, el adelanto de comicios presidenciales, la no reelección, y una reforma a la Constitución.

Precisamente, el canciller nicaragüense, Denis Moncada, denunció que la referida agenda es el diseño de una ruta camuflada para un Golpe de Estado, la ruta para cambiar el Gobierno de Reconciliación y Unidad Nacional, al margen del ordenamiento jurídico, y violando la Constitución y la democracia que rige en el país.

Y no deja de tener razón Moncada porque más que sospechas hay claras evidencias de que Nicaragua es hoy blanco de otra operación contra los procesos progresistas en la Patria Grande, a juzgar por el mismo modus operandi aplicado en varias naciones de este hemisferio.

Mientras el gobierno Sandinista y la mayoría del pueblo insiste en la paz, la unidad y la búsqueda de una salida negociada a la violencia, la maltrecha derecha nicaragüense alienta a los grupos vandálicos, Washington los financia, y otros ladinos tratan de ganar tiempo para obtener réditos político



Tratto da
http://www.pensandoamericas.com/plan-golpista-contra-la-nicaragua-sandinista

martedì 10 ottobre 2017

Venezuela :La guerra economica spiegata ai principianti (e ai giornalisti).



Parte 1
Il 18 gennaio 2013, mentre l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (in inglese FAO) ha da poco pubblicato il suo rapporto annuale [1], il suo ambasciatore Marcelo Resende de Souza visita in Venezuela un mercato di Valencia (Stato di Carabobo), accompagnato dall'allora vicepresidente Nicolás Maduro. "Possediamo tutti i dati sulla fame nel mondo - dichiara. Ottocento milioni di persone soffrono per fame; 49 milioni in America latina e nei Caraibi, ma nessuna in Venezuela perché qui la sicurezza alimentare è assicurata".

Stranamente, passati appena quattro mesi, avendo la malattia portato via Hugo Chávez ed essendo stato eletto capo dello Stato il suo ex-vice-presidente, il quotidiano (e portavoce ufficioso delle multinazionali spagnole) El País intona tutta un'altra canzone: "La penuria mette in difficoltà Maduro" [2].

Certo, la penuria riguardava principalmente, in quel momento, la carta igienica (che, nelle settimane successive diventerà un appassionante argomento di dissertazione per i piscia-copie del mondo intero), ma, dice El País, si aggiunge a "un'assenza ciclica (…) di farina, polli, deodoranti, olio di mais, zucchero e formaggio (…) nei supermercati"

Così esordisce mediaticamente ciò che diventerà "la peggiore crisi economica" conosciuta da questo paese, "potenzialmente uno dei più ricchi al mondo", a causa della sua "dipendenza dall'oro nero", del "calo del prezzo del barile di petrolio" e dello "sperpero del governo". Mentre i portavoce dell'opposizione incolpano di ciò l'eccessivo intervento dello Stato, la regolazione "autoritaria" dei prezzi, l'impossibilità che ne consegue per l'impresa privata di coprire i suoi costi di produzione, la mancanza di valute concesse dal potere per importare materie prime e prodotti finiti, la penuria diventa cronica, i reparti dei supermercati desolatamente vuoti, le file in attesa interminabili, il "mercato nero" onnipresente. "In Venezuela, il ribasso del petrolio fa divampare i prezzi dei preservativi" potrà ben presto titolare Le Figaro (17 febbraio 2015). Anche i medicinali diventano introvabili, attizzando l'angoscia e le sofferenze della popolazione.

Una tale situazione ha di che commuovere gli umanitaristi del mondo intero. "Se c'è una crisi umanitaria importante, ovvero un cedimento dell'economia, al punto che loro [i venezuelani] abbiano disperatamente bisogno di alimenti, di acqua e di cose simili, allora potremmo reagire", annuncia alla CNN, il 28 ottobre 2015, il capo del Comando sud dell'esercito degli Stati Uniti , (Southern Command), il generale John Kelly, in risposta agli appelli "disperati" della "società civile" venezuelana. Fin da 2014, mentre il Tavolo di unità democratica (MUD) chiamava al rovesciamento del capo dello Stato, lanciando l'operazione "La Salida" ("l'uscita"), una delle sue dirigenti, María Corina Machado, aveva tracciato la via: "Certi dicono che dobbiamo aspettare le elezioni fra qualche anno. Ma chi non riesce a dar da mangiare ai suoi bambini può aspettare? (…) Il Venezuela non può più aspettare!". La violenta sequenza sovversiva fallisce, ma si chiude con 43 morti e oltre 800 feriti. Ed i venezuelani continuarono a trovare ogni giorno difficoltà sempre più insopportabili per rifornirsi.

Il 6 dicembre 2015, al momento delle elezioni legislative, avendo le preoccupazioni, le privazioni e il malcontento eroso il morale dei cittadini di ogni parte, il chavismo perde 1.900.000 voti e diventa minoritario in parlamento. Invertendo i termini dell'equazione, la grande internazionale neoliberale celebra questo trionfo della "democrazia" sul "caos". Sottomessi a un'informazione scelta e raccolta per rinforzare questa visione a priori, ben pochi, in particolare all'estero, hanno consapevolezza che questa vittoria si è fondamentalmente adagiata sul torpore della "rivoluzione bolivariana", con una destabilizzazione economica simile a quella utilizzata negli anni 1970 in Cile contro Salvador Allende. Denunciata a suo tempo dai progressisti (più organizzati, lucidi e coraggiosi all'epoca rispetto a oggi) quest'ultima fu confermata ufficialmente, trentacinque anni più tardi, dalla declassificazione di ventimila documenti provenienti dagli archivi segreti del governo degli Stati Uniti. Per la "crisi venezuelana", si può sperare quindi di vedere cessato lo scollamento tra discorso mediatico e realtà tra circa tre decenni. Cosa che, purtroppo, arriverà un po' tardi per la comprensione degli avvenimenti e la difesa urgente, sulla terra di Bolivar, di una democrazia particolarmente minacciata. Ma permetterà probabilmente a quelli che oggi, per vendere giornali, chiudono intenzionalmente gli occhi o deviano vilmente lo sguardo, di pubblicare e commentare con indignazione queste "stupefacenti rivelazioni".

Niente di nuovo sotto il sole, pertanto. In materia di "destabilizzazione economica" con sbocco in un colpo di Stato, il Cile dell'Unità popolare (4 settembre 1970, 11 settembre1973), resta evidentemente un riferimento indiscusso. Niente di più chiaro dell'ordine dato da Richard Nixon alla Central Intelligence Agency (CIA): "Make the economy scream!" (fate urlare - di dolore - l'economia). Così come la moltiplicazione delle misure di ritorsione messe in atto contro Santiago: blocco dei beni e averi cileni negli Stati Uniti, sparizione di macchine e pezzi di ricambio per le miniere, manovre a livello internazionale per impedire il consolidamento del debito cileno, pressioni sul corso del rame, sequestro-arresto delle esportazioni di questo metallo verso l'Europa... Nel 1972, a causa delle misure sociali e dell'aumento del potere di acquisto, il consumo popolare aumenta considerevolmente. Sospendendo la messa in vendita delle scorte, trattenendo le merci, le imprese private provocano deliberatamente problemi di rifornimento. File d'attesa interminabili si formano all'entrata dei negozi. La maggior parte dei beni di prima necessità - fra cui l'inevitabile carta igienica! - non si trovano che al mercato nero. Il quotidiano cileno "di riferimento", El Mercurio, si rallegra: "Il socialismo è penuria". Casseruole vuote alla mano, migliaia di oppositori si radunano nelle strade. Il 25 luglio 1973, abbondantemente "innaffiata" con 2 milioni di dollari dalla CIA, la potente federazione dei camionisti dichiara un sciopero illimitato e immobilizza il proprio parco di automezzi pesanti per impedire agli alimenti di giungere alla popolazione. In pochissimo tempo, al generale Augusto Pinochet non resterà che intervenire per porre termine al crollo della "economia socialista".

Le difficoltà del popolo costituiscono un costante fermento di rivolte. Tecniche che seguono la stessa filosofia erano state già utilizzate contro Cuba. Prendendo atto che non si poteva contare su un sollevamento popolare per rovesciare Fidel Castro, il sottosegretario di Stato americano agli affari internazionali Lester D. Malory consigliava nel suo rapporto del 6 aprile 1960: "Il solo mezzo ipotizzabile per ridurre il sostegno interno passa per il disincanto e lo scoraggiamento basato sull'insoddisfazione e le difficoltà economiche (…) Tutti i mezzi per indebolire l'economia di Cuba devono essere utilizzati rapidamente (...) allo scopo di provocare la fame, la disperazione e il rovesciamento del governo". Il 3 febbraio 1962, allo scopo di strangolare l'isola, John Fitzgerald Kennedy annuncerà la messa in atto dell'embargo - attualmente sempre in vigore. Senza esito in questo caso, eccettuate le inutili sofferenze inflitte al popolo cubano.

Vent'anni dopo Cuba con Fulgencio Batista, il Nicaragua sandinista si sbarazzava nel 1979 del suo dittatore, Anastasio Somoza. Nel momento in cui si dovevano tenere le prime elezioni libere, il 4 novembre 1984, e mentre le truppe controrivoluzionarie - i "contras" - finanziate, addestrate ed equipaggiate dagli Stati Uniti, tormentavano il paese dopo quelli vicini di Honduras e Costa Rica, agenti delle forze speciali americane minavano le acque dei porti nicaraguensi. Numerose navi furono danneggiate facendo aumentare i premi assicurativi e spingendo le navi commerciali straniere a evitare quella destinazione, colpendo pesantemente l'economia per la riduzione drastica delle importazioni e delle esportazioni. Obiettivo raggiunto! "La penuria al cuore delle elezioni", titola Libération, il 2 novembre 1984: "Al mercato nero si può praticamente acquistare tutto, a condizione di mettere il prezzo: 65 cordobas due pile per radio (prodotto raro), 160 il tubo di dentifricio. L'occupazione principale di alcune centinaia di "gufi" consiste nel procurarsi dollari al mercato nero (circa dieci volte il tasso ufficiale) poi partire per rifornirsi in Costa Rica o Guatemala. I prodotti sono quindi rivenduti fino a venti volte il prezzo ufficiale sui banchi [del mercato] de "l'Oriental" di Managua. (…) La statalizzazione economica si rafforza di giorno in giorno. (…) I partiti di opposizione affermano che i problemi di approvvigionamento hanno costituito il tema più mobilitante [enfasi nostra]. "

Il fatto che i nicaraguensi non fossero caduti nella trappola e che il sandinista Daniele Ortega malgrado tutto fu eletto presiede della Repubblica con il 67% dei voti, spinse Washington a raddoppiare gli sforzi imponendo al Nicaragua un embargo commerciale totale nel 1985. Questa aggressione militare ed economica aggravò di molto la situazione. Il paese si indebiterà, arenandosi in una gestione di sopravvivenza, fino a cedere "vinto dalla fame e dalla guerra" al momento delle elezioni presidenziali del 25 febbraio 1990.

In Venezuela, se Hugo Chávez ha evocato il concetto di "guerra economica" fin da 2010, il primo a teorizzarla, nel 2013, è stato Luis Salas. La fonte di ispirazione iniziale di questo ricercatore del Centro strategico latino-americano di geopolitica (Celag), fugace ministro dell'economia nel 2016, è sorprendente: lontano dagli esempi latino-americani precedentemente citati, egli spiega di avere fondato l'inizio della sua riflessione sul lavoro Aspetti politici del pieno impiego [3] che l'autore polacco Michal Kalecki (1899-1970) scrisse basandosi sull'esperienza vissuta... in Francia, sotto il Fronte popolare. "Dice che, da un punto di vista marxista convenzionale, non si può comprendere ciò che è accaduto. Perché, paradossalmente, durante i suoi tre anni, attraverso i rialzi salariali e l'aumento dei consumi, così come la crescita registrata, il governo di Léon Blum aveva permesso un arricchimento degli imprenditori e dei commercianti".

Ora, anche supponendo che questi abbiano ogni interesse a che un governo, attraverso il pieno impiego, aumenti il potere d'acquisto della popolazione, questo tipo di politica pone al capitale un problema fondamentale. "Per i padroni, il pieno impiego rende la manodopera più cara e i lavoratori meno docili, meno disposti ad accettare un impiego qualunque. Tra gli altri inconvenienti, il capitale non può più giocare sulla minaccia del licenziamento. Peraltro, il governo Blum aveva cominciato ad assumere numerose funzioni che normalmente appartenevano ai padroni, come la distribuzione degli alimenti. Il loro potere poggiava su questo...". Politica a breve termine, il problema diventa economico a lungo termine. "Il loro potere, in quanto classe, poteva essere spostato". La stampa di destra si scatenò allora contro i "mascalzoni col berretto" che approfittavano delle ferie pagate; finanzieri e industriali specularono e trasferirono i loro capitali all'estero. Il seguito appartiene alla storia di Francia. Ma presenta di fatto alcune similitudini con ciò che accade in Venezuela dove, stimandosi minacciato, il "mondo dell'impresa" partecipa attivamente al sabotaggio dell'economia.

"Nel 2013, quando Maduro è arrivato al potere, ricorda Salas, la legge sul lavoro, l'ultima firmata da Chávez [il 30 aprile 2012], era appena stata approvata. E questa legge, sebbene non alteri la relazione capitale/lavoro, crea un nuovo rapporto che complica il dominio sui lavoratori. Concede la stabilità salariale, riduce la durata del lavoro a quaranta ore settimanali, sanziona i licenziamenti ingiustificati, rende le vacanze obbligatorie, crea dei vantaggi nuovi, ecc. Da allora, padronato e commercianti hanno affinato le loro tecniche per sbarazzarsi di Maduro".

"Affinare" è un eufemismo, perché non erano degli esordienti. Nel 2001, dopo la firma di 49 decreti-legge emblematici - legge sugli idrocarburi, legge sulla terra e lo sviluppo agrario, legge sulla pesca, ecc. -, e soprattutto, dal 2002, dopo il fallimento dell'effimero colpo di Stato americano-militare-mediatico-padronale d'aprile, Chávez stesso ha dovuto fronteggiare questo tipo di destabilizzazione. Dal 2 dicembre 2002 al 9 febbraio 2003, mentre i suoi alti quadri dirigenti paralizzavano la compagnia petrolifera PDVSA e il paese affondava, vittima non di uno "sciopero generale" ma di una "serrata" padronale, gli alimenti ed altri beni di prima necessità sparirono dai "barrios". È l'epoca in cui, nello Stato di Zulia, si potevano vedere i produttori di latte gettare nei fiumi milioni di litri del loro prodotto per generare la penuria.

Particolarmente colpita e apertamente spinta a rivoltarsi, come fece, spontaneamente, all'epoca del "caracazo" nel 1989 [4], la popolazione modesta, base sociale del chavismo, mantenne il sangue freddo, senza cadere nella provocazione. Al termine di una battaglia di 63 giorni, il "comandante" riprese il controllo, ma la paralisi dell'attività economica era costata 20 miliardi di dollari al paese e una risalita spettacolare della povertà - passata da 60% nel 1997 a 39% nel 2001, raggiunse il 48% nel 2002, quindi il 55,1% nel 2003. Quasi 590 000 lavoratori, principalmente donne, si ritrovarono senza lavoro dal 2001 al 2003; le morti per denutrizione aumentarono del 31%.

La ripresa del controllo di PDVSA [compagnia petrolifera statale venezuelana, ndt] e l'indirizzamento degli introiti petroliferi al finanziamento delle politiche sociali permetterà di rovesciare la situazione (il 21,2% di povertà nel 2012), fino all'attuale fase di destabilizzazione.

Così, dunque, a credere alle vulgate in voga, da quando la crisi finanziaria internazionale ha orientato al ribasso il corso del petrolio nel 2008, la rendita non basta più a coprire la spesa per le importazioni. Stupendo, no? Dopo essere arrivato ai vertici a metà 2008 (150 dollari il barile), l'oro nero è certo ridisceso a 38 dollari nel 2015, prima di oscillare tra 21 e 24 dollari nel 2016, ma si vendeva a... 7 dollari il barile nel 1998, al momento dell'arrivo al potere di Chávez. E nessuno si ricorda di avere visto all'epoca lunghe file in attesa davanti dai luoghi di commercio, dai chioschi fino ai supermercati.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in una situazione di povertà di massa, i venezuelani consumavano molto meno all'epoca che oggi (che è vero!). Ma questa obiezione la fanno in pochi perché sarebbe evidentemente un omaggio reso implicitamente dal vizio alla virtù. Ma ad ogni modo, con un petrolio risalito nel 2017 a quota 40 dollari, la teoria della popolazione "sul ciglio della carestia" a causa di un "paese in fallimento" esce malconcia dalla riflessione (per poco, certo, che ci sia una riflessione).

Cominciamo dall'inizio - secondo il portavoce ufficiale ed ufficioso del padronato, il governo non concede alle imprese i dollari necessari all'importazione e alla produzione - e tentiamo di analizzare la situazione...

Il 95% delle valute del paese proviene dall'esportazione del petrolio. Questa situazione strutturale data 1920, anno in cui è stata approvata la prima legge sugli idrocarburi e dove si è stabilito il meccanismo attraverso cui lo Stato trattiene una parte, più o meno importante secondo i periodi, della rendita petrolifera. Dall'inizio del XX secolo, la borghesia si è ingegnata per riappropriarsi di questa rendita scambiando i suoi bolivar contro dollari e utilizzandoli essenzialmente per importare - cosa che non presenta alcun rischio e non richiede investimento. Ne risulta che, per tornare al periodo attuale, il 10% delle esportazioni non petrolifere del Venezuela sono costituite da prodotti minerali (26%), chimici (45%), di plastica e gomma (3%), di metallo (10%), tutti prodotti dalle... imprese pubbliche. Il contributo del settore privato, in media, non supera l'1% del totale delle esportazioni [5].

Non è dunque il petrolio che costituisce un problema, ma il fatto che se le valute si trovano inizialmente e quasi totalmente nelle mani dello Stato, è perché il settore privato, autoproclamatosi motore di un'economia "dinamica" ed "efficace", si è limitato (nel migliore dei casi) a fornire l'importazione per il mercato interno, prendendo un comodo margine dalla transazione, e non partecipando quasi all'incremento della ricchezza nazionale. Piuttosto che nell'investire, la preoccupazione sta nel riprendere il gruzzolo e utilizzarlo a proprio profitto.

Una volta stabilito questo quadro globale, si cercherà l'errore: da quando nel 2003 è stato instaurato un controllo dei cambi per evitare la fuga dei capitali, le imprese private hanno ricevuto dello Stato 338,341 miliardi di dollari per l'importazione di beni e di servizi. Nel 2004, quando hanno potuto disporre a questo fine di 15,75 miliardi di dollari, non si è constatata alcuna penuria. Nel 2013, mentre la somma attribuita è quasi raddoppiata, raggiungendo 30,859 miliardi di dollari, i principali beni essenziali spariscono [6]. Si deve parlare di magia? Forse, ma in questo caso di magia nera.

Se la crisi economica mondiale e l'abbassamento dei prezzi del petrolio hanno evidentemente un ruolo nella degenerazione della situazione, essi non sono in nessun modo la causa principale. La convinzione dei neoliberali nazionali e internazionali che bisognava approfittare della morte di Chávez per dare "il colpo di grazia" alla " rivoluzione bolivariana" ha incontestabilmente segnato il punto di svolta verso l'organizzazione del disastro. Da allora, secondo Pascualina Curcio, professore di scienze economiche all'Università Simón Bolivar, si articolano quattro fenomeni: una penuria programmata e selettiva dei beni di prima necessità; un'inflazione artificialmente provocata; un embargo commerciale camuffato; un blocco finanziario internazionale. Ai quali si aggiungerà, da aprile 2017, la violenza insurrezionale sostenuta da Stati Uniti, i loro alleati regionali (Argentina, Brasile, Messico) e dall'Unione europea, santificata dai commissari politici dei media. Quella che alcuni chiamano "guerra di quarta generazione".

Nel 2004, mentre erano importati beni alimentari per 2,1 miliardi di dollari, ciascuno poteva nutrirsi in condizioni normali. Nel 2014, con 7,7 miliardi, un aumento del 91% - sapendo che, dal 2004, il governo concede dollari a un tasso preferenziale per l'acquisto dei beni essenziali - sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini non si trovavano più né burro, né olio, né farina di mais precotta, né riso, né latte in polvere, né mais alimentare, né latte pastorizzato, né carne di manzo, né formaggio, né maionese, né zucchero, né caffè. In compenso, abbondano le bevande gassose, i biscotti, i dolci, leccornie e altri prodotti zuccherati, le conserve esotiche, i surgelati sofisticati. Cosa che lascia dubbi sulla curiosa "crisi umanitaria" di cui il mondo intero ha sentito parlare.

Il 20 maggio 2016, Agustín Otxotorena, un imprenditore basco non particolarmente "chavista" residente a Caracas, stanco di rispondere ai suoi amici e parenti che, dalla Spagna, si allarmavano per la sua salute in un paese afflitto da una carestia simile a quelle che colpiscono la Somalia o l'Etiopia, si è deciso a pubblicare sulla sua pagina Facebook una serie di fotografie particolarmente edificanti prese negli stabilimenti commerciali dei settori delle classi media e superiore dell'est e del sud-est di Caracas, i feudi dell'opposizione.

"Se hai del denaro - scrive - c'è del whisky invecchiato 18 anni, del rum venezuelano squisito, del champagne francese, della vodka russa o svedese, delle caramelle belghe, delle carni saporite, delle aragoste, dei vestiti di marca, dei ristoranti esclusivi, delle discoteche spettacolari, delle spiagge con gli yacht, dei club di golf ed ippici, dei campi da tennis e di calcio, e tutto un paese dentro ad un altro paese, dove non ci sono poveri, dove le donne e i bambini sono biondi, vanno nei collegi esclusivi, nelle università esclusive, e si divertono a Isla La Tortuga o nell'arcipelago di Los Roques, là dove gli unici Neri o poveri sono i servitori, il personale dei servizi o della sicurezza", prima di concludere (e in maiuscolo): "SONO STANCO DELLE MENZOGNE! [7]"

Da qui la domanda che ciascuno, a patto di non essere un giornalista, si pone necessariamente: perché c'è penuria di certi prodotti e non di altri, perché degli alimenti sono così difficili da ottenere e altri no? Perché la frutta e la verdura, per esempio, non sono scomparse?

Note

1. « Panorama de la Seguridad Alimentaria y Nutricional en América Latina y el Caribe 2012 », FAO, Rome, 2012.

2. Alfredo Meza, « El desabastecimiento acorrala a Maduro », El País, Madrid, 16 mai 2013.

3. Essai initialement publié en 1943 dans le Political Quarterly, fondé à Londres en 1930 par Leonard Woolf (époux de Virginia Woolf).

4. Révolte populaire brutalement réprimée par le gouvernement du social-démocrate Carlos Andrés Pérez – 3 000 morts – en février 1989, à la suite d'un ajustement structurel imposé par le Fonds monétaire international (FMI).

5. Pascualina Curcio, « Mitos sobre la economia venezolana », 15 y ultimo, Caracas, 17 juin 2017.

6. Pascualina Curcio, La Mano visible del Mercado. Guerra económica en Venezuela, Editorial Nosotros Mismos, Caracas 2016. De nombreux chiffres mentionnés dans cet article proviennent de cette étude. Voir également sur le Web : « Venezuela : tout comprendre sur l'inflation et les pénuries », Venezuela Infos, 29 mai 2017.

8. Voir : https://www.youtube.com/watch?v=p447jwE7lac

Parte 2
Contrariamente a un'idea ampiamente diffusa, il settore agricolo ha subito una profonda trasformazione. "Coloro che lo hanno conosciuto prima della legge sulle terre del 2001", ha dichiarato l'ex ministro dell'Agricoltura Iván Gil, "sanno che è un settore costituito da lavoratori agricoli che lavorano per grandi aziende. Da allora l'ascesa sociale dei contadini è stata spettacolare". Dal 2001 sono stati regolarizzati più di 7 milioni di ettari – avendo i contadini ottenuto i titoli di proprietà - e 3,5 milioni di ettari prelevati dal "latifondo". Un milione di nuovi ettari sono stati messi in produzione [1]. Questo, naturalmente, non risolve tutti i problemi. "Dopo una crescita sostenuta fino al 2008, il paese ha sofferto una siccità disastrosa dal 2008 al 2010, ha cominciato a riprendersi dal 2011, per ottenere una produzione significativa nel 2013 e nel 2014, quindi le difficoltà nel 2015 e nel 2016 poiché l'agricoltura è molto sensibile alle variazioni economiche nazionali. Sono quelli che dipendono dai fertilizzanti e da fattori produttivi importati che soffrono di più". I grandi proprietari tradizionali che sentiamo lamentarsi.

Tuttavia, grazie agli investimenti di Chávez, il mondo agricolo è quello che regge meglio la guerra economica. Infatti, sono i piccoli produttori nazionali che riforniscono il paese di prodotti alimentari.

Se tra i cibi che scompaiono ci sono i venti alimenti più consumati dai venezuelani, sono quelli prodotti dal settore agroindustriale, dove il capitale controlla la tecnologia e la trasformazione delle materie prime in prodotti elaborati. "Oltre ad essere molto consumati - osserva Curcio - la loro produzione e distribuzione sono concentrate in poche mani: quelle dei monopoli e degli oligopoli nazionali e internazionali". Vale a dire solo il 10% delle aziende private, ben sapendo che il potere di queste ultime è ancora più grande quando si tratta di prodotti molto difficili da sostituire, come ad esempio alimenti e medicinali. Oppure, in un altro settore, i pezzi di ricambio per veicoli, macchinari e attrezzature.

Gli studi quantitativi dimostrano che sia la produzione che il consumo dei prodotti assenti nel mercato sono rimasti relativamente stabili dal 2012. Inoltre, le importazioni totali nel 2014, in piena crisi delle "guarimbas", sono state del 91% superiori rispetto al 2004. "C'è un trucco!", potrebbe dire qualcuno.

In questo Venezuela ormai deprivato di tutto, tonnellate di cibo e di altri prodotti giacciono negli hangar, da dove sono diretti verso canali illegali. Ci accontenteremo qui di una manciata di esempi raccolti quotidianamente dalla stampa venezuelana - inclusa quella d'opposizione. Il 18 ottobre 2013 (qualche settimana prima delle elezioni municipali dell'8 dicembre) a Maracaibo, la polizia bolivariana ha sequestrato 10 tonnellate di zucchero, 3,5 tonnellate di riso, 1,5 tonnellate di farina di grano, 4.500 litri di olio, ecc., nascosti in un deposito del grande supermercato Súper tienda Caribe. Il 5 febbraio 2014, nel Táchira, un'operazione dei servizi è riuscita a recuperare da parecchi hangar... 939,2 tonnellate (!) di alimenti di prima necessità sovvenzionati dallo Stato e sottratti al mercato (648 tonnellate di riso, 246 di zucchero, 37 di grano, 2 di burro, 54.000 litri di olio, 300 chili di caffè, ecc.).

L'arrivo di altre merci è stato opportunamente sabotato. Il 14 luglio 2016, nel porto di La Guaira, grazie all'avvio della "Grande missione di approvvigionamento sicuro", un'ispezione ha permesso di scoprire 81 container abbandonati. Destinati tanto a imprese private quanto ad amministrazioni pubbliche, erano pieni di prodotti per l'igiene personale, computer, stampanti, fertilizzanti per l'agricoltura e prodotti chimici necessari alla produzione di medicinali.

Il 31 agosto 2016, 57 tonnellate di carne, pollo e pesce, in decomposizione sono state trovate presso le strutture di Biangi Mar e di Avicomar C.A., situate a Los Teques (Stato di Miranda). Lo stesso fenomeno si è verificato nel mese di giugno, quando Distribuidora y Procesadora de Huevos Ovomar C.A. ha abbandonato in una discarica di Santa Cruz (Stato di Aragua) tre milioni di uova stoccate dall'ottobre precedente.

Casi estremi gli ultimi tre, giacché i circoli padronali hanno tratto lezioni dallo "sciopero generale" del dicembre 2002-gennaio 2003. In quell'occasione, mentre si erano registrati i livelli storicamente più bassi di produzione dal 1999, il settore pubblico aveva visto diminuire i propri ricavi del 12% e quello privato del... 15%. Ed era quest'ultimo che, al momento, più soffriva del suo brillante sabotaggio dell'economia!

Non si deve ripetere lo stesso errore. Le merci che erano scomparse dal mercato per rendere impossibile la vita della popolazione dovevano tuttavia ricomparire, ma dopo mille deviazioni, mille tormenti e a un prezzo allucinante.

Un ritorno alla legge della giungla. Sottratti su larga scala dal mercato formale, i prodotti a prezzo regolamentato finiscono nelle mani di quelli che vengono chiamati "bachaqueros", rivenditori informali che, nelle strade, nei mercati comunali, nei luoghi più improbabili, vendono le materie prime gonfiando i prezzi – cosa che, come effetto collaterale, fa crescere l'inflazione. I grandi imprenditori hanno dato l'esempio, i subalterni seguono la scia. Sia per spirito lucro che per ragioni puramente politiche, le piccole imprese, farmacie, piccoli supermercati si gettano in questo traffico. Per aumentare i profitti, deviano le loro merci al "bachaqueo", per poi alzare le braccia al cielo dinanzi ai consumatori lamentando ritardi nelle consegne o mancanze dovute al governo.

Per definizione, su disordini di questo tipo, si innesta e proliferano le mafie. Mentre code impossibili si formano sin dall'alba davanti alle saracinesche dei negozi, gruppi di delinquenti organizzati appaiono al momento dell'apertura e occupano con forza le prime posizioni o fanno passare prima i loro "protetti", che poi si dedicheranno loro stessi al "bachaqueo". Tutto sotto l'occhio talvolta impassibile delle forze dell'ordine - polizia municipale, nazionale o guardia nazionale.

Che una parte della popolazione povera si dedichi all'acquisto massiccio di beni di prima necessità per poi rivenderli ai poveri a prezzi moltiplicati per cento, lascia abbastanza esterrefatti. I quindici anni di pedagogia rivoluzionaria del defunto Chávez non hanno prodotto frutti? "Ci ha anche sorpreso", ci confida uno dei nostri interlocutori. "È necessario uno studio sociologico per capire perché questa lebbra si sia sviluppata, allorché un certo numero di bisogni oggettivi della popolazione erano stati risolti. Questo fenomeno, iniziato localmente, avrebbe dovuto essere trattato immediatamente come un problema di ordine pubblico. È stato sottovalutato, gli è stato permesso di crescere e, mentre la crisi economica si aggravava, ha fatto sempre più adepti, poiché la gente ha visto in questa attività un mezzo per aumentare il proprio reddito. Ma in un primo momento non era spontaneo. C'è stata una deliberata intenzione di sabotare le reti della distribuzione".

E solo quelle. "Le cifre fornite dalle stesse aziende private dimostrano che la produzione alimentare non è diminuita", osserva Curcio. E' il caso del precotto di farina di mais, l'alimento più solitamente consumato dai venezuelani. Dal 2013, si trovano ad affrontare le più estreme difficoltà per ottenerlo. Tuttavia, statisticamente, il suo consumo rimane ai livelli abituali. E sia Alimentos Polar - il primo produttore alimentare del paese, ma che non produce un ettaro del cereale in questione - che le aziende che si spartiscono il restante 50% del mercato hanno mantenuto i loro livelli di importazione/produzione. Comportamento che si ripete per tutti gli alimenti fuori portata a causa del "disapprovvigionamento".

Così, l'8 gennaio 2017, la polizia era in grado di sequestrare 3 tonnellate di farina di mais precotto in un residence di Barcellona (capitale dello Stato di Anzoátegui). Denunciati dai vicini esasperati, i due speculatori arrestati, recidivi, rivendevano questa merce diventata introvabile a dieci volte il suo valore a prezzo regolamentato.

Il 17 marzo 2017, in Avenida Baralt, nel centro di Caracas, il panificio di Maison Bakery è occupato da un gruppo di abitanti del distretto, poi requisito dallo Stato. Per un certo tempo i clienti avevano chiesto che i prezzi regolamentati fossero rispettati. Lo stabilimento riceveva la farina sovvenzionata, ma offriva ai consumatori - quando accadeva - solo pagnotte più piccole, passate da 180 a 140 grammi per lo stesso prezzo.

Con gli Stati Uniti, il Canada e l'Argentina, il Venezuela è il paese del continente che consuma più pane, dunque grano, cereale che, a causa del suo clima e della sua storia, praticamente non viene prodotto. Chi importa il grano dai mercati internazionali? Lo Stato venezuelano. Una volta giunto nei porti, attraverso Casa, una società pubblica, il grano è fornito a dodici impianti per la macinazione privati - i quattro più importanti dei quali controllano il 78% del mercato: la multinazionale Cargill (27%), la messicana Monaca (26%), Mocasa (15%) e Molvenca (10%).

Il presidente di Cargill Venezuela, Jon Ander Badiola, presiede anche la Camera venezuelano-americana di commercio e dell'industria (Venamcham), che, come suggerisce il nome, rappresenta gli interessi delle società statunitensi nel paese; su Monaca, va ricordato che il sindacato dei suoi dipendenti ha presentato una denuncia nell'aprile 2016 e chiesto un'indagine sulla sorte di 550 tonnellate di grano presente negli inventari della società, ma non trovato nei magazzini; il presidente di Mocasa, Giovanni Basile Passalacqua ha il dubbio privilegio di apparire nei "Panama Papers" per due dei suoi affari, Gold Lake LLC e Diamond Lake LLC, registrati nel paradiso fiscale del Nevada (Stati Uniti); Molvenca appartiene al multimilionario italiano Giuseppe Sindoni [2]. Tutti ardenti "difensori del popolo", chiaramente.

"La verità è che non abbiamo materie prime", dichiarava lo scorso marzo José Sanchez, portavoce di Fevipan, la federazione del settore. "Il Venezuela ha bisogno di 120.000 tonnellate di farina al mese. Il governo ci fornisce solo 30.000 tonnellate". Segue quindi il refrain universalmente noto: "Purtroppo non ha la valuta necessaria per acquistare la farina di cui il paese ha bisogno".

Naturalmente c'è verità e verità. Succede, a volte e puntualmente, che il Venezuela manchi di questa materia prima, è un dato di fatto. "Il governo ha annunciato ieri che è in procinto di comprare il grano dalla Russia", ci è stato detto il 19 maggio. "E' interessante. Tuttavia, il problema non è la quantità importata, ma come viene distribuita la farina dopo la trasformazione". In realtà, è durante questo passaggio che viene organizzata la scarsità. Sviando le tracce e mantenendo in apparenza le mani pulite, gli impianti per la macinazione di cui sopra delegano a terzi la distribuzione della merce ai subappaltatori. La maggior parte delle diecimila panetterie del paese non viene rifornita regolarmente. Altre, con forte potere economico e legate a certe mafie, ricevono più merce del necessario, rivendendo a un prezzo elevato, ma con una tempistica del tutto casuale, parte del loro superfluo a quelli che ne sono privi. D'altra parte possiamo vedere - come abbiamo visto – sulle vetrine di un certo numero di rivendite cartelli con su scritto "Non c'è pane". Curiosamente, i loro banchi sono ricolmi di torte, brioches, "cachitos" (pane farcito di prosciutto e formaggio), sandwich e pizze. Venduta a prezzo più caro, questa produzione secondaria compensa le perdite dovute alla mancata produzione del pane tanto atteso dalla popolazione. Popolazione che vede la sua vita trasformarsi in calvario, tra privazioni o tempo trascorso in fila.

Da qui l'annuncio del presidente Maduro, lo scorso marzo, dell'apertura di un centinaio di panetterie popolari, sotto la responsabilità dei Comitati locali per l'approvvigionamento e la produzione (CLAP).

Note

1. Ciò si riflette nei risultati elettorali: mentre il Chavismo è indietreggiato nelle città, il sostegno alla rivoluzione resta intatto nel settore rurale.

2. Misión Verdad, Caracas, 13 febbraio 2017.

Parte 3
Dai leader dell'opposizione ai (ben pasciuti!) prelati della Conferenza Episcopale Venezuelana, attraverso il segretario generale dell'Organizzazione degli Stati Americani (OAS), il grande amico di Washington Luis Almagro, si alza uno stesso grido: si deve urgentemente aprire un "canale umanitario" per consentire al paese l'approvvigionamento di materiale e prodotti medicali. Secondo Freddy Ceballos, presidente della Federazione farmaceutica del Venezuela, il debito dello Stato verso il settore sarebbe enorme: più di 5 miliardi di dollari. Di conseguenza, le scorte di farmaci disponibili corrispondono solo il 15% delle necessità.

Nel maggio 2012, sotto Chávez, gli stessi attori avevano già denunciato un taglio del 42% delle valute nel settore sanitario; nel 2013, annunciavano un livello di scarsità del 40%; nel 2014 del 60%, nel 2015 del 70%. Al che, dopo aver esaminato i numeri e le statistiche, Pasqualina Curcio ha notato: "Ciò non corrisponde al livello delle importazioni registrate (...) e ancor meno ai rapporti finanziari annuali delle grandi corporazioni transnazionali responsabili dell'importazione di tali prodotti".

Queste "grandi corporazioni" ricevono valuta a tassi di cambio preferenziali, acquistano i prodotti all'estero e li vendono in bolivar tanto al Sistema sanitario pubblico nazionale (SPNS) che alle imprese private. Mentre dal 2003 al 2014 l'importazione di prodotti farmaceutici ha conosciuto un aumento del 463%, Henry Ventura, ex ministro della Sanità e attuale direttore della Scuola di Medicina Salvador Allende, cifre alla mano , riportava a gennaio: "Nel 2004 i laboratori hanno ricevuto 608 milioni di dollari senza alcun problema di scarsità". D'altra parte, nulla accade quando ottengono "un totale di 3,2 miliardi di dollari nel 2013 e 2,4 miliardi nel 2014 [1]". Ragion per cui, un anno fa, allora deputato, aveva già esortato il procuratore della Repubblica Luisa Ortega a indagare "dal momento che non si trovano più farmaci da nessuna parte". Però senza grandi risultati, sembra.

"Alcune delle grandi corporazioni responsabili dell'importazione del 50% dei prodotti farmaceutici in Venezuela non hanno registrato perdite, riduzione dei profitti o calo delle vendite nel corso del 2015 - nota Curcio - non più che nel 2012, 2013 e 2014". Considerazione difficilmente contestabile come confermato nel suo libro sui rapporti finanziari delle imprese in questione - Abbott Laboratories C.A., Productos Roche, Novartis de Venezuela S.A., Bayer S.A., Pfizer Venezuela S.A., Sanofi-Aventis de Venezuela S.A., Merck S.A., ecc. [2].

Il 2 settembre 1973, nove giorni prima del colpo di stato di Pinochet, i cileni potevano leggere sul quotidiano Clarín: "'Grazie al lavoro volontario, il sabato e la domenica e al lavoro notturno, aumenteremo la produzione di siero di cui il nostro paese ha bisogno', dicono unanimemente i 45 lavoratori dei Laboratori Sanderson, unico produttore di questo farmaco vitale in Cile", mentre il loro sindacato, riferendosi alla penuria creata artificialmente da questo monopolio, aggiungeva: "Noi affermiamo dinanzi all'opinione pubblica che il nostro movimento legittimo (...) vuole difendere il potere esecutivo allorché intenda requisire le imprese che boicottano la produzione e che sono vitali e strategiche per il paese" [3].

Il confronto non calza? Nel giugno 2017, in Venezuela, i rappresentanti della Federazione dei lavoratori dell'industria chimica farmaceutica (Fetrameco) hanno accusato i laboratori Calox, Leti Vargas, Behrens e Cofasa di ridurre la loro produzione di farmaci prioritari per la popolazione. Da parte sua, Richard Briceño, dei sindacato dei laboratori Calox, denunciava: "Usano la materia prima per la fabbricazione di prodotti veterinari e abbandonano lo sviluppo di farmaci essenziali [4]".

A partire dal febbraio scorso, a seguito di un'inchiesta dei servizi segreti, più di sei tonnellate di medicinali e materiale chirurgico sono stati sequestrati in due case a Maracaibo (Stato di Zulia). Importati grazie ai dollari preferenziali, erano destinati al contrabbando, così come le enormi quantità deviate verso la Colombia.

Niente è più demoralizzante per chiunque che l'essere privato di ciò che rende la vita degna di essere vissuta - sapone, deodorante, shampoo, dentifricio o crema da barba. Quattro grandi aziende controllano il mercato dei prodotti per l'igiene in Venezuela: Procter & Gamble, Colgate, Kimberly Clark e Johnson & Johnson. Secondo i loro rapporti finanziari annuali, compresi quelli del 2015, non si segnalano perdite o riduzioni delle vendite. Tra il 2004 e il 2011, Johnson & Johnson ha ricevuto dal governo circa 2,8 milioni di dollari al mese; nel 2014, ha intascato 11,6 milioni per lo stesso periodo, quattro volte più di quanto riceveva di solito: tutti i suoi prodotti mancano nei luoghi di abituale approvvigionamento.

Nel 2014, Procter & Gamble ha ricevuto 58,7 milioni di dollari a tasso preferenziale, 5,3 volte più rispetto a quanto ricevuto tra il 2004 e il 2011 (11 milioni di dollari). Pur menzionando le difficoltà e le incertezze dovute ai tassi di cambio (e talvolta irregolarità), le sue relazioni annuali non registrano né cali delle vendite, né perdite operative in Venezuela [5]. A luglio 2015, con i consumatori in pieno caos, la società pubblicava questo comunicato: "Negli ultimi anni la compagnia ha compiuto importanti investimenti nel paese destinati ad aumentare la capacità produttiva locale e per offrire innovazioni nei nostri prodotti. Di conseguenza, la nostra capacità di produzione locale è aumentata di oltre il 50% e ora godiamo di una preferenza assoluta fra i consumatori venezuelani, che ha reso i nostri marchi leader delle categorie in cui competono [6]".

Per quanto riguarda la carta igienica, verrà offerto un soggetto di inchiesta ai giornalisti affascinati da questo argomento e che hanno difficoltà a rinnovarsi: nel 2014 la società responsabile della sua importazione e distribuzione, Kimberley Clark de Venezuela, ha ricevuto il 958% in più di valute rispetto a quelle assegnatele tra il 2004 e il 2011. Si potrebbe anche suggerire un titolo: "Chi ha rubato i rotoli?". Un'altra indagine: come mai in tutti i ristoranti, dalla più modesta "cantina" alla struttura più lussuosa, passando per gli innumerevoli "fast food", si trovano su tutti i tavoli, a profusione, le salviette di carta?

Come quello di Chávez, il governo di Maduro sarebbe caratterizzato da una violenta ostilità verso il mondo degli affari. Come prova si adduce l'approvazione di una legge organica sui "prezzi equi" nel 2011 (Chávez), con cui il potere impone un massimale sui prezzi dei bei di prima necessità, e la fissazione nel febbraio 2014 (Maduro) di un margine di profitto massimo del 30% sui beni e sui servizi venduti, che rovinerebbero i commercianti. Nessuno produce o lavora, i prezzi sono ora inferiori ai costi di produzione.

Guardata da un altro punto di vista, non si può dire che l'occupazione della catena Daka nel novembre 2013 fosse totalmente ingiustificata: dopo aver ottenuto oltre 400 milioni di dollari di denaro pubblico dal 2004 al 2012 per importare elettrodomestici a basso prezzo, questa catena presente a Caracas, Punto Fijo, Barquisimeto e Valencia sovraccaricava fino al 1000% il prezzo dei suoi prodotti. Per quanto riguarda i problemi dei magazzini di elettronica e audiovisivi Pablo Electronica con le autorità, sono cominciati nello stesso momento in cui si è scoperto un aumento ingiustificato, dal 400 al 2.000%, dei prezzi.

Creazione del chavismo nel 2003, i controlli sono stati a lungo limitati ai prodotti di prima necessità. Oltre alla lotta contro usurai e speculatori, l'obiettivo di Maduro era di limitare l'inflazione (la più alta dell'America Latina).

Le piccole o medie imprese hanno effettivamente dei problemi perché sono in concorrenza, in un contesto iper-speculativo, contro potenti rivali, molto spesso dei veri monopoli. Ma più in generale, l'analisi dei dati di qualsiasi azienda, ovunque essa operi nel mondo, permette di constatare che il margine di profitto medio [rapporto tra guadagno e fatturato, ndt] si situa non al 30%, ma a circa il 10% o l'11% . Per ogni capitalista, questo è un buon risultato. Gli economisti neoliberali, costretti ad ammettere che i margini di profitto in Venezuela sono alti, obiettano che è "a causa del rischio" - argomento teorico della speculazione.

Di quarantadue merci immesse sul mercato da Polar , solo quattro hanno un prezzo "regolamentato": farina di mais, riso, olio e pasta. Tuttavia, prima delle elezioni presidenziali dell'aprile 2013, la sua produzione, e non solo i prodotti, è diminuita del 37%; al momento de "La Salida" (2014), del 34%; prima delle elezioni legislative di dicembre, del 40% [7].

Per importare, come abbiamo visto, i commercianti devono comprare i loro dollari dal governo. Nessuno negherà che il complesso processo burocratico o il cambiamento di regole costituiscano un mal di testa per un individuo di normale costituzione [8], né che la massa totale della valuta estera da concedere sia diminuita, cosa che ha causato - o meglio accentuato - un mercato parallelo in cui la valuta statunitense è scambiata al di sopra del tasso ufficiale.

Nel dicembre 2012, un dollaro era scambiato legalmente contro 4,30 bolivar e, al tasso parallelo, contro 10 Bolivar. Nel 2013, si è registrato un aumento da 6,30 bolivar a corso legale a 20 sul mercato nero. Negli ultimi due mesi del 2014, il dollaro "libero" è stato 28 volte superiore al dollaro "governativo". Alla vigilia delle elezioni legislative del 6 dicembre 2015 raggiunge il culmine a quasi 900 bolivar per dollaro, un aumento di 8.900% in soli due anni! Attualmente si attesta a 5.000 bolivar (contro i 10 del corso ufficiale).

In assenza di valute ottenute attraverso meccanismi statali, chi cerca un valore rifugio acquista dollari sul mercato nero. Da parte loro, alcuni attori economici - soprattutto le piccole imprese - sono costretti a rivolgersi anch'essi a questo mondo parallelo. Una volta che la loro merce viene acquistata all'estero, stabiliscono il loro prezzo di vendita: salari, costi fissi e l'importo della fattura in dollari riconvertiti in bolivar, ma secondo il tasso di cambio proibitivo, facendo esplodere il valore finale del prodotto . In questo caso, è legittimo attribuire una parte della responsabilità dell'esplosione dei prezzi "alla crisi" e a un governo superato dagli eventi.

Tuttavia, il fenomeno non si chiude qui, il che renderebbe gli effetti relativamente limitati. Peggiora quando gli importatori maggiori, pur avendo ricevuto valute a tassi preferenziali, calcolano i loro prezzi... in funzione del tasso illegale. Per l'esplosione dei loro profitti illeciti, per la più grande disgrazia del consumatore, che vede crollare il potere d'acquisto. Sapendo inoltre che molte aziende, quando ricevono cinque dollari dal potere, ne utilizzano solo uno per l'importazione e speculano con gli altri quattro su questo mercato mafioso. Il loro "business" non è quello di fornire cibo al paese, ci è stato detto, ma "acquistare e vendere dollari, con il pretesto di acquistare cibo".

Le difficoltà diventano sicuramente non risolvibili per le autorità quando, invece, il tasso di cambio parallelo esplode perché manipolato.

Su questo famoso mercato, il tasso di cambio ha registrato una costante tendenza al rialzo dal 1999 al luglio 2012. Ma, da una media del 26%, questa variazione annuale si impenna dal 2012 al 2015, raggiungendo il 223% (423% tra 2014 e 2015), influenzando il consumo finale ed i processi produttivi. "I cambiamenti più importanti - ricorda Curcio nel suo libro - sono stati registrati nell'ottobre 2012 (presidenza Chavez), dicembre dello stesso anno (elezione dei governatori dei 24 Stati del paese), aprile 2013 (nuova presidenza) e dicembre 2013 (elezioni comunali)". A partire dalla fine del 2013, l'aumento sarà sostenuto e sproporzionato fino al gennaio 2016 (le elezioni legislative perdute dal chavismo nel dicembre 2015).

"Il valore della moneta sul mercato illegale – denuncia Curcio - non corrisponde a nessun criterio economico né alle variabili associate, non corrisponde alla realtà, ma obbedisce a un'intenzione politica che ricerca la destabilizzazione attraverso la distorsione dei mercati e dell'economia in generale".

Lo strumento di questa guerra (non davvero) invisibile si chiama Dollar Today (DT).

(continua)

Note

1. El Universal, Caracas, 29 janvier 2017.

2.  La Mano visible del Mercado. Guerra económica en Venezuela, op. cit (pages 101 à 106).

3. Miguel González Pino et Arturo Fontaine, Los mil días de Allende, Centro de Estudios Públicos, Santiago, 1997.

4. Últimas Noticias, Caracas, 6 juin 2017.

5. P & G, 2015, Annual Report.

6. « Comunicado de P & G », La Patilla, Caracas, 30 juillet 2015.

7. El Telégrafo, Quito, 19 novembre 2016.

8. Nel corso del 2013, si è passati da due tassi di cambio (uno ufficiale e uno sul mercato nero) a quattro (tre ufficiali e uno sul mercato nero).

Parte 4
Il valore della moneta americana annunciato ogni mattina attraverso questo sito web sin dalla sua creazione nel 2010 è diventato "il" riferimento per chi vuole acquistare dollari sul mercato nero (e per chi li vende). In quale modo i creatori di Dollar Today stabiliscono il prezzo della moneta? Sulla base della variazione sui tassi praticati dagli uffici di cambio di... Cúcuta (città di frontiera, lato colombiano)!

Tale bizzarria ha origine nella "résolution numéro 8" emanata dalla Banca della Repubblica (la banca centrale colombiana) il 25 maggio 2000, durante il governo di Andrés Pastrana. Di conseguenza, se questa stabilisce la parità del peso, sua moneta nazionale, con il bolivar, essa consente agli operatori di confine, al di fuori di ogni controllo, di fissare i propri tassi. Cosa che fanno, manipolandoli arbitrariamente e in modo sproporzionato.

Ci sono diverse centinaia di questi uffici di cambio legali e illegali a Cúcuta. In virtù di un'altra legge colombiana altrettanto sorprendente, questi uffici possono eseguire qualsiasi transazione senza riferire alle autorità di vigilanza, a condizione che siano inferiori a 10.000 dollari - meccanismo utile per riciclare il denaro del narcotraffico.

È dunque questa mafia che, teoricamente, alimenta i dati di Dollar Today. I suoi funzionari vivono, come si conviene, a Miami, dove svolgono la loro attività. Il più famoso di questi è Gustavo Díaz. Ex militare, ha partecipato al colpo di stato del'11 aprile 2002 contro Chavez e fu nominato vice capo dell'ufficio militare (Casa Militar) durante il breve "governo" del presidente de facto Pedro Carmona. Espulso dall'esercito, nel 2005 ha chiesto asilo politico negli Stati Uniti e naturalmente lo ha ottenuto.

Esaminando questa configurazione mafiosa, si impone una conclusione: è con il sostegno di Washington e delle autorità di Bogotá che è stata messa in atto questa distorsione economica, permettendo di svalutare artificiosamente la moneta venezuelana e di aumentare l'inflazione (720% nel 2016, dati FMI). Il 10 luglio 2015, l'economista e analista politico Tony Boza ha spiegato che DT non è una pagina web, "ma il meccanismo che la Colombia ha inventato per aggredire l'economia venezuelana; è un atto di guerra; è l'equivalente di un Plan Colombia, economico, contro il Venezuela [1]". Intervistato lo scorso giugno, Luis Salas dice la stessa cosa: "Per riuscire a posizionarsi come tasso di cambio di riferimento, sono necessarie capacità organizzative e di comunicazione che una pagina web, di per sé, non ha".

Cosa che Gustavo Díaz conferma a modo suo. Mentre la Banca centrale del Venezuela accusa i responsabili di DT di ricadere sotto i colpi della legge federale americana Racketeer Influenced and Corrupt Organizations (RICO), egli afferma: "Il nostro timore è che ci sia un processo, che si conoscano così tutte le persone che lavorano con noi e che il governo [venezuelano] possa attaccarle direttamente. C'è molta gente dietro di noi [2]".

Storicamente, sugli oltre 2.300 chilometri di frontiera comune, gran parte della vita "sociale" venezuelano-colombiana si è basata sul contrabbando. Un contrabbando "tradizionale", simile a quello osservabile in qualsiasi area di confine, indipendentemente dal continente. Ovviamente si entra in un traffico di natura diversa, allorché se ne rileva l'ampiezza, quando 12.210 tonnellate - 12.210 tonnellate! - di beni alimentari, di cui sono crudelmente lasciati sprovvisti i venezuelani vengono intercettate al confine, tra gennaio e novembre 2014, da parte delle forze della Commissione nazionale per la lotta al contrabbando. Per una tonnellata recuperata di questo "contrabbando d'asportazione", quante giungono a destinazione (con la complicità in un certo numero di casi, di guardie nazionali o militari venezuelani)? Dato il loro prezzo sovvenzionato in Venezuela, il valore di latte, zucchero o... della carta igienica, può essere moltiplicato per dieci arrivando da paesi vicini.

Nel 2016, tra 8.000 e 22.000 litri di benzina illegali sono stati sequestrati quotidianamente prima che giungessero a destinazione. Può essere accusata la differenza abissale del prezzo di vendita tra i due paesi. Ma, ancora una volta, il governo colombiano ha una responsabilità diretta per il saccheggio organizzato della ricchezza del Venezuela. Dal 10 agosto 2001 la legge (colombiana) 681 autorizza i "piccoli importatori di benzina" - come vengono definiti! - a distribuire il combustibile a margine della società nazionale Ecopetrol. Meglio: rendendo legale il contrabbando di combustibile, Ecopetrol si riserva il diritto di acquistare benzina a un prezzo ridotto.

Il 3 maggio 2016, dopo 5.087 ispezioni in oltre 1.500 stabilimenti privati, ma anche pubblici, di distribuzione alimentare e di beni di prima necessità in tutto il paese, il Difensore civico Tarek William Saab dichiara pubblicamente: "Abbiamo riscontrato molti atti illeciti, con la sospetta complicità di funzionari e individui legati a imprese private. La giustizia deve agire con forza e applicare la legge con rigore".

Il 14 agosto, il quotidiano Ultimas Noticias, l'editorialista Eleazar Díaz Rangel inveiva:" In due settimane, ci hanno detto in un rapporto della Grande missione di approvvigionamento sovrano, abbiamo arrestato settanta bachaqueros in questa zona [di Petare; distretto della capitale] (...) Che si sappia, nessuno è stato incriminato anche se ha commesso crimini menzionati nella Costituzione nella Legge sui prezzi equi. Non siamo a conoscenza di alcuna condanna. (...) Non capiamo questa contraddizione. Se non possiamo esigere che i banconi siano forniti e che la produzione aumenti, penso che, sì, dovremmo poter mostrare i risultati delle sanzioni inflitte ai colpevoli di questi delitti previsti dalla nostra Costituzione".

La corruzione? Esiste. Troppo. E a tutti i livelli, anche tra i "chavisti". Le storie abbondano di commercianti stranieri che devono trattare con i "Señores 10%" per ottenere un mercato o fare affari nel paese. Nei porti, non è raro che alcuni doganieri, militari o funzionari richiedano la loro decima per far sbarcare i cargo. "Se gli importatori cercano di sfuggire alle tangenti - denuncia Luis Peña, direttore delle operazioni di Premier Foods, la cui sede si trova a Caracas -, gli alimenti rimangono lì a marcire".

Qui, assistiamo al rinvio a giudizio di un ex manager del Fondo sino-venezuelano per presunta appropriazione indebita di 84 milioni destinati alla produzione di alimenti nel 2011 e nel 2012. La, è l'ex presidente e responsabile dell'impresa mista socialista Leguminosas del Alba, Oscar Pérez Fuentes, che è stato incriminato per la sua responsabilità nel contrabbando di 120 tonnellate di fagioli secchi (maggio 2016). Laggiù, a Miami, il 18 luglio 2014, il "boliborghese" Benny Palmeri-Bacchi è stato fermato all'aeroporto da agenti della Drug Enforcement Administration (DEA). Accusato di traffico di cocaina e riciclaggio di denaro, apparteneva al comitato direttivo della Camera degli imprenditori venezuelani del Mercato comune del Sud (Mercosur) e possedeva, tra il sud della Florida e il Venezuela, una mezza dozzina società di importazione di alimenti.

A Miami, appunto, e nelle ricche città che la circondano, si concentra anche la più grande comunità dei venezuelani della diaspora, soprattutto esuli "anti-chavisti" con conti bancari in alcuni casi alimentati a colpi di traffici, tangenti e bustarelle. La delinquenza non ha colore né ideologia. "Boliborghesi" e borghesi tradizionali lavorano senza difficoltà mano nella mano.

Il 26 maggio 2014, il deputato Ricardo Sandino, presidente della Commissione finanze e sviluppo economico dell'Assemblea nazionale, allora dominata dal Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), informava i suoi colleghi che l'ex Commissione di amministrazione delle valute (Cadivi) aveva approvato lo sblocco di 20 miliardi di dollari per importazioni mai giunte nel paese. Nel giugno del 2014, dopo essere stato rimosso dal governo, Jorge Giordani, che da ministro della Pianificazione e delle Finanze di Chavez, ha regnato sulla vita economica venezuelana dal 1999 al 2014, denunciava che per il solo anno 2012, 25 miliardi di dollari erano stati rubati e sperperati attraverso i meccanismi delle valute.

Nel febbraio 2016, accompagnato da Héctor Navarro, ex ministro espulso dal PSUV nel 2014, alzerà il tiro evocando la somma di 300 miliardi di dollari deviati in dieci anni attraverso l'importazione fittizia e la pratica della sovrafatturazione. Peccato che non abbia approfittato di questo scandalo per fare autocritica sulla sua parte di responsabilità e di certo non fornisce alcuna prova utile a smascherare e rintracciare i delinquenti.

Più stravagante sarà la recente dichiarazione in conferenza stampa del Procuratore della Repubblica Luisa Ortega quando, dopo aver rotto con il potere, affermerà in tono minaccioso, dopo aver accusato il presidente Maduro di "crimini contro l'umanità" per la repressione delle manifestazioni e la convocazione di un'Assemblea costituente, di avere tra le mani "36.124 indagini per casi di corruzione [3]". Senza cadere in facili polemiche, ci domandiamo: com'è possibile che così pochi casi siano stati giudicati durante la sua carica - è stata nominata nel 2007 - e il motivo per cui abbia fatto questa dichiarazione sensazionale dopo essersi unita alle file dell'opposizione e non prima?

In realtà, questa corruzione endemica partecipa all'anarchia della distribuzione dei beni essenziali e al saccheggio dello Stato. Tuttavia, essa non dovrebbe essere considerata l'alfa e l'omega della crisi, imputata per definizione al defunto Chávez o al presidente Maduro. Interrogato sulle famose "società fittizie" ("empresas de maletín"), l'economista Luis Salas risponde: "In un mio lavoro ho dimostrato che, con il controllo dei cambi, le società fittizie create da chavisti o da altri esistono. Ma se esaminiamo la contabilità delle divise emesse dal governo tra il 2003 e il 2012, ci rendiamo conto che sono state monopolizzate dalle grandi imprese, dai monopoli, Polar, Cargill, dai laboratori farmaceutici, dalle aziende automobilistiche... Grosso modo, le aziende fittizie che non hanno importato nulla e che intercettano il denaro rappresentano il 10% della valuta estera concessa. La grande frode è quella delle transnazionali. La destra pone l'accento sulle 'empresas de maletín' per nascondere questa responsabilità" [4].

Attraverso vari meccanismi, la sovrafatturazione esiste, per citarne solo una. Ad esempio, quando le transnazionali acquistano propri prodotti e la società madre applica all'estero prezzi gonfiati. Nel 2012, ultimo anno della gestione Chávez, le importazioni sono state appena di un quinto superiori rispetto al 2003 in termini materiali, per tonnellata o per chilogrammo. Però, sono costate cinque volte di più. "Questo significa che, anche se importiamo quasi la stessa cosa, la crescita non è stata in quantità ma nei prezzi. In un contesto globale di deflazione! Il livello di domanda di valuta è stato totalmente ingiustificato".

Passata inosservata o tollerata quando i prezzi del petrolio erano alti, l'anomalia balza agli occhi non appena diminuiscono le entrate dello Stato e si deve badare al centesimo.

"Lo dico in forma di autocritica, c'era una mancanza di controllo - ammette Iván Gil, evocando quella che viene definita 'intossicazione da valuta' -. Tuttavia, c'è una ragione. Quando Chávez è arrivato al potere, il paese conosceva una povertà superiore al 50%. I venezuelani non mangiavano. Abbiamo vissuto il paradosso dei negozi pieni e degli stomaci vuoti, le persone non avevano soldi. La prima reazione di Chavez è stata dunque quella di dar da mangiare alla popolazione. E questo è stato fatto con tutti i mezzi, attraverso la semina e aumentando le importazioni. Eravamo in grado di acquistare all'estero qualsiasi quantità, avevamo i soldi. Dovevamo farlo e lo abbiamo fatto, ma il costo era molto alto perché a una tale velocità di pagamento del debito sociale, era molto difficile controllare tutto. Sapendo inoltre che, in materia di alimenti, per esempio, lo Stato mancava di strutture per la trasformazione e la distribuzione, abbandonate al settore privato. La sfida di oggi è riconquistarne il controllo, ma non accade dalla sera alla mattina".

Nel frattempo, nel 2014, Freddy Bernal, attuale segretario generale dei Comitati locali di approvvigionamento e produzione (CLAP) e ministro dell'agricoltura urbana, non ha esitato a "mettere i piedi nel piatto": "Non sarebbe cosa malvagia per il governo avere consulenti economici che siano non solo chavisti ma anche economisti! [5]". Vale a dire che non è questione di assolvere da ogni colpa o errore la gestione dei presidenti Chávez e Maduro. Lucidamente, un ex membro del governo guarda la cosa in prospettiva: "Sono consapevole che il potere abbia talvolta esagerato imputando alla guerra economica errori che di cui era esso stesso responsabile - ma aggiunge immediatamente - tuttavia esiste una realtà: una guerra economica esiste, non è né una scusa né una paranoia".

Mentre media dominanti la occultano sistematicamente, questa operazione di destabilizzazione è responsabile del 70% della crisi mortale che colpisce il paese. Non è accidentale che le principali fasi di "disaprovvigionamento" capitino in momenti specifici, alla vigilia di eventi elettorali - referendum costituzionale (2007), elezioni presidenziali del 2012 e 2013, comunali del 2013, elezioni parlamentari del 2015 - e nella fase attuale battezzata "ora zero" dall'opposizione.

I sacri media: si è tentati di sorridere se trascurassimo la loro enorme responsabilità nella manipolazione dell'opinione pubblica... "In Venezuela, la scarsità di cibo spinge gli abitanti a mangiare gli animali dello zoo", titolava VSD il 16 agosto, 2016. "Cani sono stati abbattuti e macellati in strada per la loro carne", annuncia lo stesso giorno Atlantico. Secondo La Dépêche (19 agosto 2016), "ogni abitante ha perso in media dai tre ai cinque chili", mentre per i suoi colleghi de L'Express", il venezuelano medio ha perso 8,5 kg nel 2016 a causa della crisi alimentare " (22 febbraio 2017) [6]. Erano ovviamente obesi dall'inizio a giudicare dalla sagoma dei partecipanti alle proteste dell'opposizione – gente che muore di fame con super-sofisticate maschere antigas sul naso [7].

Più seriamente, "la penuria ha avuto un impatto significativo su vita quotidiana, abitudini e modelli di consumo" testimonia un "chavista" di base che vive nel centro di Caracas, a La Candelaría. Stimando di aver perso due buoni chili, aggiunge: "C'è ovviamente fatica, una caduta di morale, soprattutto perché veniamo da un'enorme accessibilità in materia di consumi negli ultimi dieci anni..."

Contrariamente a quanto affermano le agenzie di propaganda, il Venezuela non è la nuova Somalia. Secondo l'Istituto nazionale della nutrizione, il paese importa annualmente 138 dollari di alimenti per persona all'anno (82,5 nel 2004) [8]. Aggiungendo la produzione nazionale, ogni cittadino ha una capacità statistica di alimentarsi per 476 kg l'anno (396,3 nel 1999). Tuttavia, fatta eccezione per le classi medie e superiori dove, ad eccezione dei periodi ciclici nei quali scompare un particolare prodotto, il potere d'acquisto permette loro di continuare a rifornirsi qualunque sia il prezzo, tutti i venezuelani sono senza dubbio colpiti dalla crisi. Mentre la "disponibilità energetica" del paese era arrivata nel 2012 a 3.200 calorie/giorno (l'indicatore di un paese sviluppato), questa media è scesa a 2.883 calorie/giorno - una significativa riduzione, ma ancora sopra le raccomandazioni della FAO (2.720).

Senza cadere in un umorismo fuori luogo a causa delle sofferenze dei loro compatrioti, alcuni trovano anche alcuni vantaggi: "Siamo abituati a indici di consumo esagerati. Mentre l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda una disponibilità di 15 chili di zucchero l'anno a persona, noi siamo a 40! Un consumo eccessivo per la salute, ma era un prodotto molto economico perché sovvenzionato...".

Per rispondere all'aggressione multiforme di questa guerra economica, il potere ha ripreso l'offensiva. "Stiamo andando verso un consumo quotidiano più pianificato per razionalizzare l'uso delle valute" - spiega Ivan Gil. Ma stiamo affrontando una sfida. Mentre lo Stato ha drasticamente tagliato la valuta verso privati per l'importazione di alimenti, che ora importa da solo, come possiamo fare per farli arrivare a tutti e allo stesso modo?".

Amministrati dai collettivi degli abitanti, i CLAP forniscono una risposta iniziale, anche se provvisoria e limitata. Distribuendo ogni quindici giorni ai residenti dei quartieri popolari, per 10.870 bolivares, un paniere alimentare che per strada avrebbe un costo di 140.000, cosa che ha riportato il sorriso su molti volti e allentato la morsa della penuria.

Non è insignificante che, nel contesto di violenza esercitata dai commandos dell'opposizione dall'inizio di aprile, il sequestro di camion alimentari e l'attacco a depositi Mercal (magazzini alimentari a prezzi bassi dello Stato e depositi dei CLAP) e dei "Centri di approvvigionamento bicentenario" sembrano essere una priorità. A metà luglio, a Lecheria (Stato di Anzoategui) tra le 50 e 60 tonnellate di burro, pasta, carne, zucchero, latte, riso e così via, sono andate in fumo [9]. Devono far morire di fame le persone per raggiungere il loro fine.

Tanto il FMI che la Banca Mondiale (BM) o la Banca di sviluppo interamericana (IDB) lanciano l'allarme. Secondo le loro ultime dichiarazioni, a metà luglio, "i cento giorni di dimostrazioni hanno lasciato un saldo molto negativo per l'economia venezuelana". A causa di "ore non lavorate, perdite all'esportazione, diminuzione della produzione di energia, riduzione delle vendite, difficoltà di approvvigionamento in siti problematici e costi in salute e sicurezza", stimano un calo del 5% del PIL - l'equivalente del "paro petrolero" (sciopero del petrolio) del dicembre 2002 - gennaio 2003, causando una perdita di 21 miliardi di dollari [10].

Allo stesso tempo e dopo il 2013, mentre Caracas pagava sull'unghia – cosa che le è costata le critiche della sinistra del chavismo – 63,56 miliardi di dollari per il servizio sul suo debito, il "rischio paese" è aumentato del 202%, passando da 768 nel 2012 a 2.323 nel 2016, rendendo proibitivi i prestiti sul mercato bancario internazionale. Se aggiungiamo che la City Bank americana ha chiuso i conti del Venezuela (non quelli individuali, solo quelli del governo), una conclusione s'impone: si tratta precisamente di uno strangolamento economico. Fatte salve le sanzioni annunciate dal "padrone della Casa Bianca", Donald Trump...

E' con la forza del suo avallo che l'opposizione "golpista" ha indetto uno sciopero generale e ha paralizzato il paese, il 26 e 27 luglio, per opporsi all'elezione dell'Assemblea Nazionale Costituente (ANC). Pronti a sorridere, molti dei suoi leader hanno spinto la popolazione a farsi delle riserve di cibo e di prodotti di base per tutta la settimana. Curioso, vero? Dove approvvigionarsi quando, secondo loro, non si trova nulla da nessuna parte, sia nei negozi che nei supermercati?

Senza possibilità di dialogo con un'opposizione unicamente votata al suo rovesciamento, il presidente Maduro, basandosi sull'articolo 348 della Costituzione, ha infatti convocato e fatto eleggere il 30 luglio questa ANC per dare la parola al popolo, "ripristinare l'ordine, fare giustizia e difendere la pace". Il tempo ci dirà se questa grande "raccolta di idee", oltre alla riuscita ri-mobilitazione del "chavismo storico" riuscirà a rispondere alle sfide dell'economia e porterà a una più ampia riflessione collettiva.

In ogni caso, le domande abbondano. Come diversificare le esportazioni? Con che cosa e dove? Come rendere efficaci i controlli? Come possiamo garantire che le merci concesse in valuta estera siano importate? Come, dopo aver democratizzato i consumi, democratizzare la produzione? Come normalizzare la distribuzione dei beni essenziali? Perché non usare misure più radicali e "prendere in mano le cose" quando è necessario: quando manca artificiosamente il pane, è più difficile impacchettare farina che produrre petrolio, cosa che lo Stato fa perfettamente? E perché non nazionalizzare l'industria farmaceutica? Aprire la transizione a dei nuovi attori economici? Aumentare e rendere efficace la proprietà sociale dei mezzi di produzione? Creare delle imprese alternative piuttosto che statalizzare dei settori che sabotano l'economia?

Le risposte a queste domande non devono necessariamente essere introdotte nella Costituzione aggiornata. Ma questa ripresa di iniziativa del chavismo e questo grande progetto senza dubbio renderà possibile porre tali questioni. E parare gli attacchi di una guerra implacabile e sottovalutata contro il popolo e contro l'economia.

Note 

1. « Cultura al día », Alba Ciudad, Caracas, 10 juillet 2015.

2. BBC Mundo, 7 mars 2016.

3. El Universal, Caracas, 31 juillet 2017.

4. On peut entre autres suivre les travaux de Luis Salas sur le site 15yultimo.com

5. Entretien sur la chaîne Globovisión rapporté dans El Nacional du 30 juin 2014.

6. D'après une « étude » réalisée par des « scientifiques » de l'Université centrale du Venezuela, l'Université catholique Andrés Bello, l'Université Simón Bolivar, le groupe alimentaire Fundación Bengoa et d'« autres » ONG.

7. « Au Venezuela, la fable des manifestations pacifiques », Mémoire des luttes, 15 juin 2017.

8. « Venezuela : estadísticas alimentarias », Caracas, 8 mai 2017.

9. Lire Marco Teruggi, « Brûler la nourriture : nouvelle tactique de la bataille des trente jours », Venezuela Infos, 13 juillet 2017.

10. El Mundo, Caracas, 17 juillet 2017.

Maurice Lemoine | medelu.org



Traduzione per 
Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Testo completo in francese
La « guerre économique » pour les Nuls (et les journalistes)