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domenica 13 ottobre 2019

Trump e il suo cortile in profonda crisi: controrivoluzione, ciclo breve e pericoloso

Clodovaldo Hernández, Laiguana TVHistoire et Societé,

Trump, Ecuador, Argentina, Perù e l’opposizione venezuelana soffrono di crisi simultanee: un momento di grande pericolo
Donald Trump deve affrontare l’impeachment. Ivan Duque è stato ridicolizzato col suo dossier contro il Venezuela. Jair Bolsonaro ha dato il peggior discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (anche se aveva seri concorrenti dai due che lo precedevano). L’élite politica del Perù, sede del gruppo infuriato di Lima, continua a collassare. Macri (Argentina neoliberista) è al conto alla rovescia con una crisi economica monumentale. Il presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, è stato smascherato come narcos. Il cileno Sebastien Piñera è screditato. E, per completare, l’Ecuador del rinnegato Lenin Moreno è entrato nel vortice del conflitto economico, sociale e politico e ha deciso di affrontare questa situazione con la risposta classica dei governi di destra: dichiarare lo stato d’emergenza. In sintesi, tutto ciò dà l’impressione che Trump e l’appendice della sua politica contro il Venezuela, cioè il gruppo di Lima, attraversano crisi simultanee, alcune più intense di altre, ma tutte legate ai loro scenari interni, di quelli di cui parlano così raramente quanto persistono nel dimostrare che l’unica questione urgente del continente è rovesciare Nicolas Maduro. La crisi è anche quella subita dall’opposizione venezuelana, in particolare la parte che cercava di assumere il controllo da mesi contro la volontà del popolo e prima di tutto la giustizia. Ciò configura un momento di grande pericolo per i popoli dei Paesi citati e anche per il Venezuela, perché è sempre stato il sotterfugio di tali capi distogliere l’attenzione e cercare di sfuggirvi incolumi. Nella trance in cui si trovano, non sarebbe strano che essi provino a riutilizzarlo come distrazione.
Opposizione in rotta completa
Il settore dell’opposizione più direttamente collegato agli Stati Uniti e al gruppo di Lima ha appena subito sconfitte consecutive e devastanti, come la trasmissione delle foto di Juan Guaidó coi capi dei gruppi narcoparamilitari e la confessione di Lilian Tintori su tali relazioni vergognose. In precedenza, c’erano state le insolite dichiarazioni dello pseudoambasciatrice nel Regno Unito, Vanessa Neumann, in cui raccomandava di rinunciare al territorio esequibo in cambio del sostegno politico internazionale al “presidente ad interim”. Durante la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i risultati furono disastrosi per il campo antichavista, perché ancora una volta creavano aspettative tutt’altro che soddisfatte. Loro, che vantano così tanto il controllo della scena internazionale, uscivano dai forum diplomatici con la coda tra le gambe. La crisi interna fu espressa anche da sintomi come le dimissioni (non a Guaidó, ma al suo capo politico Leopoldo Lopez) del presunto rappresentante della Banca interamericana di sviluppo Ricardo Hausmann che, secondo alcuni analisti, doveva dimostrare fino a che punto Guaido è riconosciuto a livello internazionale secondo la borghesia venezuelana. Le crisi di Centro imperiale, suoi satelliti e classe politica dell’opposizione venezuelana sono simultanee, anche se è forse la stessa crisi espressa in sintomi specifici in ciascun caso.
Trump nelle corde
L’apertura dell’impeachment di Trump avveniva subito dopo il suo famigerato discorso all’ONU in cui, ancora una volta, cercava di attribuire tutti i mali del pianeta ai Paesi che definisce nemici, un elenco in cui c’erano superpotenze come Cina e Russia e nazioni più piccole ma ribelli al suo comando, come Iran, Corea democratica, Cuba e Venezuela. Messo personalmente alle corde, la pericolosità di tale personaggio aumenta esponenzialmente.
Macri in spirale
Il governo di Mauricio Macri, in Argentina, era sopravanzato sin dalle ultime elezioni, in cui chiaramente affermava lo status di minoranza contro l’opzione Alberto Fernández e Cristina Fernández. Questo fatto politico scatenava la peggiore crisi economica ed perciò l’Argentina arriverà alle elezioni presidenziali in un quadro che ricorda alcuni dei suoi periodi peggiori, prima della leadership dei Kirchner.
Il ridicolo Duque
La crisi colpiva l’élite al potere della Colombia da mesi, a causa delle politiche dannose del governo di Ivan Duque. Da lì, i suoi grandi sforzi per distogliere lo sguardo sul Venezuela. Ma i suoi tentativi erano anche molto goffi, specialmente quello di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, usando foto che non corrispondevano alle accuse che avrebbero dovuto supportare. Tale scandalo causava gravi danni alla sua immagine già fortemente oscurata e ciò mentre si trovava all’antivigilia delle elezioni regionali e municipali. Questa situazione, come nel caso di Trump, rende la Colombia un avversario particolarmente pericoloso per il Venezuela.
Lima decapitata di nuovo
Se qualcosa mostra la crisi del gruppo di Lima (che la diplomazia venezuelana chiama “manifesto di Lima”) è l’instabilità del Paese assediato. Questa caratteristica fu già stata evidenziata quando fu licenziato, per corruzione, il presidente Pedro Pablo Kuzcinski, persona particolarmente ligia agli ordini di Washington. Al suo posto fu chiamato Martin Voyer, che mantenne la linea antichavista e la subordinazione agli Stati Uniti. I problemi interni esplosero e Voyer scelse di sciogliere il Parlamento, provocando la lotta di potere che la stampa globale, al servizio del capitalismo egemonico, cerca di mascherare a tutti i costi.
Narcopolítica a fior di pelle
Il discorso degli Stati Uniti e dei suoi sostenitori contro l’influenza del traffico di droga nei governi latinoamericani andava a benedirsi nei giorni scorsi. Alle accuse diffamatorie di Duque (smentite dalla stessa stampa colombiana) si aggiungono le vere foto di Guaidó coi capi del narcoparamilitarismo. Inoltre, è ormai chiaro il rapporto di Juan Orlando Hernández, imposto dagli Stati Uniti all’Honduras, col maggior narcotrafficante dell’emisfero negli ultimi tempi, il messicano Joaquín “El chapo” Guzman. È ovvio che chi insulta costantemente il governo venezuelano con la falsa pretesa che sia una narcodictadura sono proprio quelli che hanno più spiegazioni da dare sui loro legami coi grandi capi del traffico di droga.
Ecuador, cambia rotta
Nelle ultime ore, un altro allarme si accedeva per la destra dell’emisfero. L’Ecuador, il cui popolo si ribella al governo sempre più neoliberista di Lenin Moreno. Le ultime misure economiche, chiaramente ispirate dal Fondo Monetario Internazionale, esaurivano la pazienza delle masse, in particolare di chi aveva votato Moreno nella convinzione che continuasse, in linea generale, le politiche economiche di Rafael Correa. Di fronte alle manifestazioni popolari, Moreno reagiva nel migliore stile dei regimi di destra dell’America Latina nella storia, decretando lo stato di eccezione e ordinando l’escalation della repressione. Questa è una risposta che, in Venezuela, fu nota in tutta la sua drammatica intensità nel febbraio 1989, col secondo governo di Carlos Andrés Pérez. Ancora una volta, ci si chiede quale sarebbe stato l’atteggiamento degli altri governi nella regione se Maduro avesse dichiarato uno stato di emergenza o la sospensione delle garanzie costituzionali, in circostanze in cui molte persone lo raccomandavano, come nel caso dei quattro mesi di violenze terroristiche nel 2017 o dopo l’attentato del 2018.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

giovedì 6 dicembre 2018

Confessioni di un mercenario contro il Venezuela / Las confesiones de García Palomo y la agenda mercenaria contra #Venezuela



“Il mondo sosterrebbe le Forze Armate in Venezuela se decidessero di proteggere la loro gente e ripristinare la democrazia eliminando un dittatore”, scrisse il senatore Marco Rubio il 9 febbraio 2018. Otto giorni prima, l’ex-segretario del dipartimento di Stato, Rex Tillerson, suggerì all’Università di Austin, in Texas, che l’esercito venezuelano prendesse in mano la situazione nel Paese. “Nella storia del Venezuela e, di fatto, di altri Paesi dell’America Latina, è spesso l’esercito a occuparsene, quando le cose vanno molto male e quando i capi militari capiscono che non possono più servire il popolo, s’incaricano della transizione pacifica”, aveva detto Tillerson il giorno prima di iniziare un tour in America Latina. Poi, ancora una volta, gli Stati Uniti negarono di conoscere un piano militare per rovesciare il Presidente Nicolás Maduro proprio nel contesto dello smantellamento della cellula armata di Óscar Pérez, ispirato da motivi politici e religiosi evangelici, e sostenuto dai portavoce anti-Chavez di Miami e Florida.
La richiesta per un nuovo colpo di Stato
Ancora una volta, Bloomberg pubblicava la storia dell’ex colonnello Oswaldo García Palomo, che affermava di chiedere il sostegno dei “governi amici” per un nuovo golpe contro il Presidente Maduro. Dopo l’omicidio fallito, Miraflores avvertì che García Palomo continuava coi piani insurrezionali dopo aver partecipato alla cosiddetta “Operazione Costituzione” e al tentativo di assassinare il presidente coi droni esplosivi d’agosto. “I nostri colleghi in Venezuela dovrebbero sapere che lavoriamo ogni giorno per unire le forze internazionali e nazionali ed eliminare il governo usando le armi in modo che il Paese non continui a sanguinare e morire”, disse l’ex- colonnello che mira al modo ideale per installare un consiglio di transizione con guida civile per chiamare le elezioni come Tillerson disse pubblicamente a febbraio. Su questo, Garcia Palomo riconosceva di avere contatti coi capi dell’opposizione e consultazioni sui prossimi piani. Secondo il rapporto firmato da Andy Rosati ed Ezra Fieser, l’ex-membro della Guardia Nazionale Bolivariana aveva deciso di alzare il proprio profilo per scuotere l’opinione pubblica su ciò che considera “banda criminale, non governo”. In un recente video, Garcia Palomo esortava le Forze Armate Nazionali Bolivariane ad “assumersi la responsabilità di propria famiglia, dio, legge, Paese e resto del mondo”, ripetendo la stessa diatriba politica religiosa con cui l’ex-pilota Oscar Perez era solito invocare il rovesciamento di Maduro. D’altra parte, l’ex-colonnello non negava di essere il collegamento dei gruppi dissidenti in Venezuela coi governi di Colombia e Stati Uniti, come denunciò ad agosto il presidente in una conferenza stampa sui collegamenti internazionali delle persone coinvolte nel fallito omicidio. L’ex-colonnello ammise di lavorare in modo che i “governi amici” aiutino i golpisti a realizzare i loro piani.
Cospirazioni vecchie e nuove con connessioni internazionali
Garcia Palomo riconosceva che la cosiddetta “Operazione Costituzione” è fallita perché il suo gruppo fu “infiltrato” dalle agenzie di sicurezza statali per impedire la rivolta militare. L’operazione consisteva nell’assediare Caracas, occupare importanti strutture militari e logistiche, come aeroporti, basi e ministeri, e catturare Maduro, insieme ai leader civili-militari di alto rango, da giudicare a livello internazionale alla vigilia delle elezioni presidenziali del 20 maggio. Secondo Bloomberg, dopo il fallito omicidio, il gruppo di Garcia Palomo si incontrò in Colombia con la cellula che cercò di assassinare il Presidente Maduro con due droni. Sebbene l’ex colonnello lo neghi, le indagini delle agenzie di sicurezza statali sostengono che anche lui ne fosse coinvolto. Dopo tale attentato, Maduro espresse in una conferenza stampa ad agosto che Garcia Palomo ancora “cerca di reclutare soldati per le sue avventure criminali e fasciste” viaggiando in diversi Paesi della regione. Secondo il rapporto, l’ex-colonnello persino attraversò il confine tra Colombia e Venezuela per partecipare alla prima delle operazioni, così come la famiglia lasciava il Paese con l’aiuto del governo dell’ex-presidente Juan Manuel Santos. Il ruolo della Colombia, insieme agli Stati Uniti, così come riconosciuto, è fin troppo evidente dato che García Palomo organizzò i suoi piani golpistici dal Paese vicino dopo essere diventato un latitante per la partecipazione all’attentato a Fort Paramacay, Valencia, realizzato da un gruppo di ex-soldati legati all’ex-capitano Juan Carlos Caguaripano e ad Óscar Pérez, ex-ispettore del Corpo investigativo scientifico, criminale e forense.
Florida, gruppi irregolari e denunce del Venezuela
Dalla fine delle Guarimbas nel 2017, è sempre più evidente la collocazione centrale delle cellule armate paramilitari ed irregolari che pretendono di essere l’avanguardia nel conflitto contro lo Stato venezuelano. Le dichiarazioni di García Palomo, insieme allo smantellamento del gruppo di Óscar Pérez, mostrano che tali cellule sono costituite da militari, poliziotti, delinquenti comuni e membri della cosiddetta “Resistenza”, proclamatasi fondamentalista in politica e religione similmente ad altre organizzazioni terroristiche nel mondo impiegate per attaccare gli Stati che si oppongono agli Stati Uniti. Pensate ai “ribelli” siriani o libici, prima di far parte dello SIIL. La costante richiesta di Marco Rubio del colpo di Stato militare, come il sostegno a tali piani della Casa Bianca, dimostra anche il ruolo fondamentale svolto dalla Florida come base finanziaria, politica e operativa di tali gruppi, noti per aver ricevuto soldi dai gruppi anti-chavisti in esilio per sviluppare le operazioni nel paese, specialmente dopo il clamoroso fallimento del colpo di Stato nel 2017. Il governo venezuelano ha ripetutamente affermato che tali gruppi hanno il sostegno da Colombia e Stati Uniti, come la protezione di Garcia Palomo mentre cerca altre adesioni ai piani per far deragliare la Costituzione del Venezuela. Tuttavia, di fronte all’ipotesi del nuovo mandato di Maduro, si sottolinea l’evidente cartellizzazione tra tali gruppi e le diverse frazioni antichaviste che aderiscono al pseudo-“ufficio di transizione” che dopo il colpo di Stato pretenderebbe nuove elezioni. Perciò, coll’elevazione del profilo pubblico di García Palomo dal media finanziario Bloomberg è più che evidente che cerchi di fare credere un imminente epilogo del nuovo tentativo di golpsita. Ciò che viene ripetuto non cessa di essere pericoloso nell’attuale contesto venezuelano, dove la via della forza sembra l’unica alternativa lasciata dai fattori sfavorevoli nel Paese divenuto uno Stato difficile da rioccupare dal 1998.
Traduzione di Alessandro Lattanzio
Tratto da:
 Las confesiones de García Palomo y la agenda mercenaria contra Venezuela

"El mundo apoyaría a las Fuerzas Armadas en Venezuela si deciden proteger a su gente y restaurar la democracia eliminando a un dictador", escribió el senador Marco Rubio el 9 de febrero de 2018.
Ocho días antes, el ex secretario del Departamento de Estado, Rex Tillerson, había sugerido en la Universidad de Austin, Texas, que los militares venezolanos podrían hacerse cargo de la situación en el país.
"En la historia de Venezuela y, de hecho, en la historia de otros países de América Latina y América del Sur, muchas veces los militares son los que se encargan de eso. Cuando las cosas están muy mal y los líderes militares se dan cuenta de que ya no pueden servir al pueblo, ellos se encargan de una transición pacífica", afirmórelajado Tillerson un día antes de comenzar su gira por América Latina.
Luego, una vez más, Estados Unidos desmintió conocer la existencia de un plan militar para derrocar al presidente Nicolás Maduro justamente en el contexto de ladesarticulación de la célula armada de Óscar Pérez, inspirada en motivos políticos y religiosos evangélicos, y respaldadas por voceros antichavistas desde Miami y Florida.
El llamado a un nuevo golpe de Estado
Este martes, nuevamente, Bloomberg publicó un reportaje donde el ex coronel Oswaldo García Palomo afirma buscar el apoyo de "gobiernos amigos" para un nuevo plan golpista contra el presidente Maduro. Desde el fallido magnicidio, Miraflores había alertado que García Palomo continuaba con sus planes insurrecionales después de haber participado de la llamada "Operación Constitución" y el intento de asesinar al presidente con drones con explosivos en agosto de este año.
"Nuestros colegas en Venezuela deben saber que estamos trabajando todos los días para unir fuerzas internacionales y nacionales, y eliminar al gobierno mediante el uso de armas para que el país no siga sangrando y muriendo", dijo a Bloomberg este ex coronel que plantea como objetivo ideal de su grupo instalar una junta de transición con cabeza civil para eventualmente convocar a elecciones de la misma forma que en febrero Tillerson lo había marcado públicamente. Sobre esto, García Palomo reconoció tener contactos con líderes opositores y una línea de consulta sobre próximos planes.
Según el reportaje firmado por Andy Rosati y Ezra Fieser, el ex miembro de la Guardia Nacional Bolivariana decidió elevar su perfil para agitar la opinión pública ante lo que considera como "una banda criminal, no un gobierno". En un video reciente, García Palomo insta a los miembros de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana a "asumir su responsabilidad su familia, dios, la ley, su país y el resto del mundo", repitiendo la misma diatriba política religiosa que el ex piloto Óscar Pérez utilizó para llamar al derrocamiento de Maduro.
Por otro lado, el ex coronel no negó que sea el enlace de los grupos disidentes en Venezuela con los gobiernos de Colombia y Estados Unidos, como denunció el presidente el pasado mes de agosto en una conferencia de prensa acerca de las conexiones internacionales de los involucrados con el fallido magnicidio. El propio ex coronel afirmó, incluso, que trabaja para que "gobiernos amigos" ayuden a los golpistas a concretar sus planes.
Viejas y nuevas conspiraciones con conexiones internacionales
García Palomo reconoció que la denominada "Operación Constitución" falló porque su grupo fue "infiltrado" por los organismos de seguridad del Estado que se anticiparon a la insurrección militar. Esta operación consistía en sitiar Caracas, apoderarse de instalaciones militares y logísticas claves, como aeropuertos, bases y ministerios públicos, y capturar a Maduro, junto con altos mandos del directorio cívico-militar, para que sean juzgados internacionalmente en las vísperas de las elecciones presidenciales del 20 de mayo.
Según un reportaje de Bloomberg, posterior al fallido magnicidio, el grupo de García Palomo incluso se reunió en Colombia con la célula que intentó asesinar al presidente Maduro con dos drones. Aunque el ex coronel lo niega, las investigaciones de los organismos de seguridad del Estado sostienen que también estuvo involucrado en este fallido plan.
Luego de este intento de asesinato, Maduro expresó en una conferencia de prensa en agosto que García Palomo aún estaba "tratando de reclutar soldados para sus aventuras criminales y fascistas" viajando por varios países de la región. De acuerdo al reportaje, el ex coronel, incluso, atravesó la frontera entre Colombia y Venezuela para participar en la primera de las operaciones, al igual que su familia que se fue del país con la ayuda del gobierno del ex presidente Juan Manuel Santos.
El papel de Colombia, junto con Estados Unidos, además de reconocido, es por demás evidente dado que García Palomo organizó gran parte de sus planes golpistas desde el país vecino luego de que se convirtiera en prófugo de la justicia por su participación en el ataque armado al Fuerte Paramacay, Valencia, realizado por un grupo de ex militares relacionados con el ex capitán Juan Carlos Caguaripano y Óscar Pérez, ex inspector del Cuerpo de Investigaciones Científicas, Penales y Criminalísticas.
La Florida, los grupos irregulares y las denuncias de Venezuela
Desde finales de las guarimbas en 2017, se hace cada vez más evidente la puesta en el centro de la escena de células armadas paramilitares e irregulares que pretenden asumir el papel de vanguardia en el conflicto contra el Estado venezolano. Las declaraciones de García Palomo, junto con la desarticulación del grupo de Óscar Pérez, muestran que estas células se encuentran integradas por militares, policías, delincuentes comunes y miembros de la denominada "Resistencia", entre los que se pregona un discurso fundamentalista en lo político y lo religioso de una forma similar a otras organizaciones terroristas a nivel mundial que son empleadas para atacar a Estados que adversan a Estados Unidos. Piense en los "rebeldes" sirios o libios, antes de formar parte del Daesh.
Los constantes llamados de Marco Rubio a un golpe militar, como el apoyo de estos planes por parte de la Casa Blanca, también evidencia el papel fundamentalque juega la Florida como base financiera, política y operativa de estos grupos, que según se sabe han recibido dinero de grupos de antichavistas en el exilio para desarrollar sus operaciones en el país, sobre todo desde el rotundo fracaso del golpe de color en 2017.
El gobierno venezolano en reiteradas oportunidades denunció además que estos grupos cuentan con el respaldo, principalmente, de Colombia y Estados Unidos, incluso, protegiendo a García Palomo para que continúe buscando mayores adhesiones a sus planes para descarrillar el hilo constitucional en Venezuela. Sin embargo, de cara a la asunción del nuevo mandato de Maduro, destaca la evidente cartelización que existe entre estos grupos y las distintas fracciones antichavistas en confluir en una mal llamada "Junta de Transición" que luego de un golpe convoque a nuevas elecciones.
Por eso, la elevación del perfil público de García Palomo en un medio financiero como Bloomberg es más que claro que busca proyectar la percepción de que se acerca un inminente desenlace devenido de un nuevo intento golpista. Lo que por manido y repetido no deja de ser peligroso en el actual contexto venezolano, donde la vía de la fuerza parece ser la única alternativa que le ha quedado a los factores adversos del país para hacerse de un Estado que se les hace difícil de reconquistar desde 1998

Tratto da: 


giovedì 26 giugno 2014

Intervista esclusiva al comandante delle Farc, Jesús Santrich


Tony Lopez 

Il giornalista cubano Tony Lopez, collaboratore
Jesús Santrich FARC-EP
abituale di Resumen Latinoamericano sulle questioni della Colombia, intervista il comandante delle Farc-Ep, Jesús Santrich, della Delegazione per i colloqui con il governo di Juan Manuel Santos, a L'Avana
.



In occasione del completamento del 25° ciclo dei colloqui di pace tra il governo colombiano e le Forze armate rivoluzionarie di Colombia - Esercito del popolo e allo stesso tempo in occasione della chiusura del terzo punto dell'Agenda dell'Accordo generale dell'Avana, vorremmo chiederle di presentarci un bilancio generale di ciò che finora è compreso nell'insieme del concordato tra le parti. Inizierei col chiederle se si può dire che il processo di dialogo abbia già affrontato la metà dei punti in discussione?

Prima di tutto il mio ringraziamento per la gentile concessione della possibilità di questa intervista e per il riconoscimento del successo ottenuto con questo nuovo passo nella ricerca della pace per i colombiani. Per quanto riguarda la sua domanda, possiamo dire che si è affrontata la metà dei punti contenuti nell'Accordo generale dell'Avana, e aggiungo che questo non significa essere a metà strada nell'affrontare i problemi del paese e che sono la causa dello scontro che sosteniamo.

Sebbene l'Agenda abbia sei punti che indirizzano le discussioni, nessuno deve dimenticare che esiste un preambolo dell'Accordo che ne rappresenta lo spirito stesso. Faccio questa precisazione perché ci sono una serie di questioni non registrate in modo esaustivo nel testo dell'Agenda, ma che rappresentano una parte essenziale delle questioni da risolvere. Un chiaro esempio è il modello economico che influisce direttamente sulle condizioni di vita di tutti i colombiani, generando grandi disuguaglianze e miseria a cui, ovviamente, vanno cercate alternative se si vuole veramente porre fine allo scontro. Dobbiamo anche aggiungere che in generale si parla - soprattutto i mezzi di comunicazione - del raggiungimento di tre dei sei punti. Di certo è molta la strada che resta da percorrere se consideriamo che abbiamo raggiunto degli accordi parziali e che tale è la caratteristica di questi tre accordi, cioè soltanto una parte del totale. Nulla è stato ancora completato e ciò che resta irrisolto lo è perché su quello non abbiamo trovato un'intesa; è stato da noi indicato come eccezione, in modo chiaro, affinché dopo si riprenda la discussione. Per ora, diciamo che rappresentano discussioni rinviate, che ad un certo punto dovremo concludere e che se non risolte dovranno essere sottoposte all'esame del meccanismo della controfirma, che dal nostro punto di vista dovrebbe riguardare l'Assemblea nazionale costituente.


Bene, ma se parliamo di fare un bilancio, anche se le Farc alla fine di ogni ciclo presenta le proprie analisi della situazione in una prospettiva d'insieme, come va giudicato quanto si è raggiunto? Vorrei che nel rispondere iniziasse con il primo punto, quello che si riferisce alla questione della Riforma rurale integrale.

Come ha già detto, le Farc, alla fine di ogni ciclo, presentano il loro resoconto e bilancio di ciò che è stata l'attività. Per ogni punto concluso è stato fatto lo stesso. Nelle nostre pagine e siti web e in vari documenti pubblicati abbiamo riferito i nostri punti di vista e le preoccupazioni, particolari e complessive, intendendo con ciò quello che fin dall'inizio abbiamo detto al governo, e cioè che sebbene per metodologia dividiamo la discussione di ogni tema come questione a parte, è certo che ogni punto è interconnesso con l'altro e che ciò va preso in considerazione, perché ad esempio non si può parlare di riforma agraria senza parlare dei Trattati di libero commercio o senza alludere a problemi come quello della proprietà straniera della terra. Abbiamo finora avuto progressi tangibili sulle questioni dell'Agenda che non erano mai stati raggiunti.

Devo riconoscere che durante i colloqui di La Uribe col governo di Belisario Betancur, i progressi furono enormi e di fatto si concordò una tregua che fu molto importante per lo sviluppo della vita politica nazionale. Soprattutto per quanto riguarda la creazione di spazi di partecipazione democratica che ora non è il caso di raccontare. Ma la partecipazione stessa dell'insurrezione all'attività politica aperta, al fianco di molti settori popolari e sociali che si riunirono nel progetto di pace che fu l'Unione Patriottica, mostra quanto quel processo fu importante che purtroppo è stato liquidato dal terrorismo di stato e dal militarismo.

Diciamo che ogni processo ha le sue peculiarità. Sono stati periodi di speranza per i colombiani, perché in questi momenti si ripone fiducia nella reale possibilità di una democratizzazione del paese. Tuttavia, come una costante, subentrano le frustrazioni quando l'estrema destra, i settori guerrafondai interni ed esterni al paese e soprattutto la meschinità degli imperi economici, premono con tutta la loro forza per la difesa degli interessi particolari sopra l'interesse comune. Questa volta penso che il progresso sia sostanziale, relativamente maggiore che in altri momenti rispetto ai temi più specifici affrontati.

Ricordiamo che nel primo rapporto congiunto fatto tra Farc e governo, il 21 giugno 2013, si spiegava che dopo sette mesi di trattative erano stati raggiunti una serie di accordi, evidenziando ciò che noi definiamo "Verso una nuova campagna colombiana: Riforma rurale integrale". Il punto sulla questione agraria lo chiudiamo con gli accordi parziali del 26 maggio 2013 e già ha un anno. All'epoca di quel primo rapporto, avevamo impiegato dieci cicli, in media di undici giorni ciascuno. A volte si abbrevia a volte si prolunga. Solitamente sono undici giorni distribuiti in mini-cicli di tre giorni di lavoro, con uno solo di pausa e alla fine una settimana di ritiro, più o meno. Faccio questo conteggio, che è stato comune per lo sviluppo di ogni punto, per mostrare l'intensità del lavoro, che è maggiore se si considera che durante le pause le delegazioni devono preparare i materiali, i dibattiti, consultare gli esperti, in modo che le discussioni siano davvero profonde e raccolgano le preoccupazioni e la volontà del Paese. Ad esempio, il Tavolo di colloqui per arricchire il dialogo, riguardo la questione agraria, ha approvato la realizzazione di due forum nazionali al Sistema delle Nazioni unite in Colombia e all'Università nazionale - Centro di pensiero e prosecuzione dei colloqui di pace. Dalle conclusioni, le Farc-Ep hanno ricavato gli elementi che hanno permesso la costruzione delle nostre 100 proposte minime riguardo a questo problema.

Il primo Forum nazionale sulla Politica di sviluppo agricolo integrale (Focus territoriale), è stato realizzato durante i giorni 17, 18 e 19 dicembre 2012. Tale evento ha contato sulla partecipazione di 1.314 persone provenienti da 522 organizzazioni dei 32 dipartimenti del paese, nel quale si sono raccolte le proposte di 411 persone intervenute ai tavoli di lavoro. Si è trattato, senza dubbio, di momenti molto importanti di partecipazione popolare al processo, ma per ciò che riguarda la definizione del destino del paese, è stato molto limitato e mediatizzato. Noi continuiamo a pensare che il protagonismo delle persone debba esser maggiore. E qui, a proposito, mi riferisco a quello che è stato il concorso della popolazione nel processo. E ripeto che questo meccanismo dei forum, integrato alle proposte ricevute via web al Tavolo sia importante, ma molto limitato. A noi è servito molto per elaborare le iniziative rispettando la volontà della popolazione, ma la voce delle comunità all'interno del Tavolo non si integra con queste procedure.

Vorrei aggiungere che su questa stessa tematica, pensando che gli input forniti dai forum non giungano estemporaneamente ma al momento dell'apertura di ogni punto, il secondo forum sulla Partecipazione politica si è tenuto a Bogotà, il 28, 29 e 30 aprile 2013, su richiesta del Tavolo dei colloqui, con l'appoggio dell'ufficio dell'Onu in Colombia e il Centro di pensiero per la pace dell'Università nazionale.

Questo evento ha contato sulla partecipazione di 1600 persone in rappresentanza dei 32 dipartimenti. Il 70% dei partecipanti proveniva da diverse regioni del paese, il 30% era di Bogotá. C'erano rappresentanti di partiti e movimenti politici, organizzazioni contadine e delle donne. Come nel forum agrario, è stata notevole la presenza di rappresentanti dei movimenti sociali e politici, partiti politici, sindacati e del settore imprenditoriale, di organizzazioni e movimenti di contadini, indigeni, afro-discendenti, difensori dei diritti umani, vittime, profughi, raizal [originari del dipartimento colombiano di San Andrés, Providencia e Santa Catalina, ndr], giovani, ecc, ma ora con maggiore presenza urbana, insieme al movimento Lgbti e alla forte presenza di centrali e organizzazioni sindacali, del Programma di sviluppo e pace e le iniziative nazionali e territoriali di pace, delle chiese, del settore accademico, delle università e centri di ricerca, di spazi istituzionali di partecipazione cittadina, di organizzazioni non governative coinvolte nelle questioni legate alla partecipazione politica, dei mezzi di comunicazione e delle loro associazioni.

Concentrandoci sul punto uno dell'Agenda dell'Accordo generale, "Politica di sviluppo agrario integrale", ribadisco che la chiave è stata il raggiungimento di un documento di una ventina di pagine che abbiamo intitolato "Verso una nuova campagna colombiana: Riforma rurale integrale", dove in generale viene dichiarato che la Riforma rurale integrale (Rri) deve essere l'inizio di trasformazioni strutturali della realtà rurale e agraria della Colombia, sulla base di equità e democrazia, per contribuire in tal modo alla non ripetizione del conflitto e alla costruzione di una pace stabile e duratura, che riconosce le ingiustizie che derivano dalla disuguaglianza e la miseria che hanno generato lo scontro, ed è per questo che bisogna eliminare queste cause affinché cessi il conflitto.

Questa idea di Riforma rurale integrale, in teoria è incentrata sul benessere e buon vivere delle popolazioni rurali, delle comunità contadine, indigene, nere, afro-discendenti, palanquero [creolo] e raizal, e delle persone che vivono negli spazi interetnici e interculturali, con l'obiettivo di integrare le regioni, di sradicare la povertà, promuovere l'uguaglianza, eliminare la divisione tra città e campagna, la protezione e godimento dei diritti della cittadinanza e la riattivazione della campagna, soprattutto dell'economia contadina, famigliare e comunitaria. E qui c'è la questione di fondo della visione neoliberista della campagna contro quella dell'insurrezione, che prevede la difesa dei diritti di queste masse impoverite che vivono nelle zone rurali. Nella prima, la prospettiva è provocare l'emigrazione dei contadini dalle loro terre allo scopo di venderle alle grandi multinazionali e lo sviluppo sotto la mano di questi grandi imperi. Nella seconda visione, vi è l'enfasi sull'economia contadina, famigliare, comunitaria, mettendo nelle mani della gente della campagna i moderni strumenti tecnologici e le risorse per consentirgli un lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di sovranità. E preciso questo perché, sebbene il documento abbia molti aspetti positivi che raccolgono questa filosofia, le carenze sono lo stesso immense, a cominciare dal dibattito in corso sulla necessità di porre fine al latifondo, o quello dei limiti alla cessione della terra agli stranieri. Ci sono grossi problemi come quello dei conflitti per l'uso della terra, che includono temi come il trasferimento dei grandi centri di allevamento dai suoli che devono esser destinati alla semina per garantire la sovranità alimentare. Ma un terzo del territorio nazionale è nelle mani del settore zootecnico e il governo non osa toccare un centimetro di terra in funzione della Riforma rurale integrale.


Quindi, è o no definito il fatto che il paese si sposti sulla prima o la seconda via? Questa Riforma rurale integrale concordata non risolve dunque la contraddizione?

Come ho detto poco fa, l'accordo riconosce e si concentra sul ruolo chiave dell'economia contadina, famigliare e comunitaria per lo sviluppo della campagna, e nello stesso scenario promuoverà diverse forme di associazione e cooperativismo al fine di generare reddito e occupazione, dignità e formalizzazione del lavoro, produzione alimentare e conservazione dell'ambiente. Sempre come Farc, quando parliamo di associazione, insistiamo sul fatto che dovrà essere un'associazione solidale, e non quella che c'è tra la volpe e la gallina, che di solito opera in Colombia, con i signori del "muscolo finanziario" che schiacciano i contadini con le loro fortune e finiscono per togliergli la terra in modo "legale". Non neghiamo la necessità di articolare forme di produzione agricola e zootecnica diverse come condizione per garantire lo sviluppo rurale, ma prima di tutto bisogna garantire che alle popolazioni conradine non sia strappata la terra attraverso meccanismi bancari o altri trucchi che vengono dispiegati all'interno di una dannosa concezione di associazione capitalista.

In questa prospettiva, è importante che l'altro proposito centrale sia quello di democratizzare l'accesso alla terra in beneficio dei contadini senza terra o con terra insufficiente, e delle comunità rurali più colpite dalla miseria, l'abbandono e il conflitto. Qui sarà fondamentale che il Fondo delle terre che si progetta di creare si faccia prontamente e che la distribuzione gratuita, che è quella concordata, non ritardi. Si è parlato di un processo di regolarizzazione dei diritti di proprietà, di decentrare e promuovere una distribuzione equa della terra, di promuovere le Zone di riserva contadina senza ulteriori ostacoli, che tra le altre cose sono aspetti coperti dalla legge in Colombia, ma che non si rispettano. Ancora dobbiamo aspettare per vedere se questo procederà effettivamente come è stato detto. Finora ci sono solo promesse, con l'avvertenza che fino a che non si giunge alla firma dell'accordo finale, tali accordi non procedono, cosa assurda se pensiamo che stiamo parlando non delle necessità dell'insorgenza, ma di rivendicazioni della popolazione più emarginata, di soluzioni ai problemi che hanno a che fare con la vita delle persone.

Bene, in questo accordo è inclusa la necessità di garantire uno sviluppo sostenibile con particolare attenzione all'importanza di proteggere e preservare l'acqua e l'ambiente, si è concluso un piano per delimitare la frontiera agricola e proteggere le aree di particolare interesse ambientale che includono le zone di riserva forestale, sempre ricercando alternative per le persone che confinano con esse o le occupano e garantendo i principi di partecipazione delle comunità rurali e lo sviluppo sostenibile.

Come dicevo, nonostante il ministro della Difesa abbia, durante tutto il tempo in cui avvenivano i dibattiti, sparato contro il processo, l'accordo riconosce le Zone di riserva contadina come una struttura che lo Stato ha per promuovere l'economia contadina e contribuire alla chiusura della frontiera agricola e la produzione alimentare. Per questo motivo, si è stabilito che il governo nazionale darà effettivo appoggio ai piani di sviluppo delle zone costituite e di quelle da costituire, in risposta alle iniziative delle comunità e delle organizzazioni agrarie che considerano rappresentative, seguendo ciò che è disposto nelle norme vigenti, e promuoverà la partecipazione attiva delle comunità alla realizzazione di questi piani. Si è parlato della creazione di infrastrutture, della costruzione della rete di strade terziarie, dell'elettrificazione e la connettività nelle comunicazioni, di ampliare e recuperare l'infrastruttura di irrigazione e drenaggio dell'economia contadina, famigliare e comunitaria, di ampliare la copertura sanitaria, l'assistenza completa in materia di istruzione, edilizia sociale, acqua e servizi igienico-sanitari di base, di incentivi all'economia contadina, famigliare e comunitaria, di promuovere l'economia solidale e cooperativa rurale che rafforza la capacità delle comunità contadine organizzate di commercializzare i prodotti, accedere a beni e servizi e, più in generale, migliorare le loro condizioni di vita, lavoro e produzione.

Si è concordato un piano di assistenza integrale tecnica, tecnologica e la promozione della ricerca, si è incluso di mettere in marcia un piano per appoggiare e consolidare la generazione di reddito dell'economia contadina, famigliare e comunitaria e dei produttori medi con redditi minori; si è accordato un piano per promuovere le condizioni adeguate per la commercializzazione dei prodotti provenienti dalla produzione dell'economia contadina, famigliare e comunitaria e si è convenuto di rafforzare il sistema di protezione e sicurezza sociale della popolazione rurale e garantire condizioni di lavoro dignitose e la protezione dei diritti dei lavoratori agricoli.

In materia di alimentazione e nutrizione, si è convenuto di assicurare la disponibilità e l'accesso sufficiente in opportunità, quantità, qualità e prezzo agli alimenti necessari per una buona nutrizione. Si è parlato del progressivo aumento della produzione alimentare da parte dell'economia contadina, famigliare e comunitaria e della creazione di condizioni che consentano ai lavoratori della campagna di migliorare i loro redditi, per la realizzazione delle varie iniziative si è concordato la messa in marcia di programmi di sviluppo con un approccio territoriale che permetteranno di implementare i piani nazionali con maggiori celerità e risorse.

Tutto questo è molto promettente, ma ci sono esortazioni senza la cui soluzione le Farc considerano che nella scelta tra neoliberismo o benessere sociale, il regime finirà per inclinarsi sul primo. Speriamo che ciò abbia una soluzione perché, come già detto, è un sofisma pensare che tutte le cose buone approvate, concordate, saranno realtà se non si prendono misure risolutive contro il latifondo, che riflette un coefficiente Gini allo 0.87, quasi il regno della disuguaglianza assoluta se si considera che la proprietà straniera della terra è straripante. L'accordo sarà solo un sogno se non si rinegoziano i Trattati di libero scambio o non si definisce in modo chiaro e in funzione della nazione l'ordinamento territoriale, ecc.


Potremmo dire allora che vi è incertezza circa la direzione del processo?

Non voglio con alcun aggettivo o con qualsiasi espressione conclusiva dare l'impressione di incertezza o semplicemente respingere le enormi


Jesús Santrich durante i colloqui di pace all'Avana
 possibilità di pace che ha questo processo. Sto semplicemente facendo una descrizione della realtà affinché l'ottimismo che abbiamo, stia con i piedi ben saldi sulla terra, intendendo che la maggior parte degli aspetti essenziali che genereranno una vera riforma rurale integrale, come un vero processo di partecipazione politica in democrazia, sono da definire e che queste definizioni sono possibili solo con il concorso della popolazione. Ciò non si fa ad un tavolo di colloqui. La popolazione deve fare suoi questi problemi e combattere per le sue soluzioni con il coraggio e l'audacia dimostrata in quest'ultimo lustro, nonostante la guerra sporca.

Finora, i progressi raggiunti sono significativi, ma non sono la panacea. Molto resta ancora da raggiungere, e stiamo parlando di un minimo, perché in realtà le proposte che abbiamo fatto puntano alla democratizzazione e modernizzazione del paese dentro parametri che nessuno potrà dire che sono quelli del socialismo, ma semplicemente quelli di un moderno stato sociale di diritto, dal quale la Colombia è ancora molto distante.



Quante proposte avete fatto e in che percentuale negli accordi raggiunti?

Le nostre proposte sono pubbliche, le presentiamo sempre all'opinione nazionale prima di porle al Tavolo. Facciamo questo per far conoscere alla gente le nostre posizioni, ciò che sosteniamo. Rendendole pubbliche la gente ha l'opportunità di osservare che realmente l'insurgencia sta portando a dibattito le sue proposte, le proposte che le comunità hanno lanciato nei forum. Questo significa che la nostra posizione politica, anche se le discussioni sono avvolte dal segreto, è di dominio della popolazione. E' molto importante per noi che la gente sappia che siamo a L'Avana non per parlare delle FARC come organizzazione, ma che lo siamo soprattutto per discutere delle loro necessità. Se si osserva, fino a questo momento non c'è nulla in ciò che è stato concordato che si riferisca ai guerriglieri. Prima devono essere le comunità. A questo proposito, nel punto agrario abbiamo fatto centinaia di proposte minime che sono pubblicate, come pubblicata è la totalità dell'accordo con le eccezioni, che nel caso del primo punto sono dieci e nel caso del punto sulla partecipazione politica, attorno al quale abbiamo anche fatto un centinaio di proposte minime, le eccezioni sono quattordici. Il punto che ha meno eccezioni è il terzo, che ne ha accumulate solo quattro per un totale di cinquanta proposte minime che abbiamo fatto. Di tutto il nostro cumulo di proposte, escluso il terzo punto che ancora richiede una piccola analisi di riflessione, penso che riflettano più o meno l'8-10 %, che è molto basso, soprattutto se si tiene conto che alcuni accordi sono posticipati e trasferiti in altri scenari, come la questione dello Statuto per l'opposizione politica o la definizione di norme che riconoscano il movimento sociale essere un soggetto di opposizione politica. Queste questioni saranno trattate in eventi nazionali in cui le organizzazioni politiche e sociali prenderanno le decisioni che danno gli strumenti per la creazione di questi corpi.


Come, in modo pratico, vedete nel governo la volontà di portare avanti il processo e la volontà di realizzare i cambiamenti su cui c'è l'accordo?

Quando si sono compiuti i quattordici cicli di scambi con il governo, le FARC -EP avevano messo sul tavolo circa 200 proposte minime per risolvere i problemi rurali e quelli relativi alla partecipazione Politica e cittadina. Già si era fatto il primo accordo parziale ed eravamo profondamente impegnati in quello della partecipazione politica. Di fatto stavamo completando le nostre centinaia di proposte minime per questo punto e avevamo cinque pagine d'accordo che si sommavano alle venti della riforma rurale. In quel momento abbiamo detto che si trattava di accordi molto importanti, ma modesti, la maggior parte dei quali non sono altro che rivendicazioni, le cui soluzioni si possono materializzare compiendo le norme legali e costituzionali. Tuttavia, negli stessi giorni quello che si vedeva per le strade e autostrade della Colombia era lo sviluppo dello sciopero nazionale agrario e popolare, corroborando l'insoddisfazione e il disagio sociale.

In pieno dibattito sulla partecipazione politica, che altro non è che il dibattito sul vero esercizio della democrazia; sullo smontamento della dottrina della sicurezza nazionale e del nemico interno. Il dibattito sulla ridefinizione delle libertà e delle norme di sicurezza cittadina; allo stesso tempo che ci offrivano di barattare pallottole con voti, il risultato delle giornate di protesta fu di 19 morti, 850 feriti e centinaia di detenuti e processati.

E dico questo per esprimere che nella pratica, il governo non si è preoccupato di riportare nella realtà ciò che promette per il futuro. Di fatto, l'attività legislativa neoliberista contraddice ciò che viene approvato a L'Avana e ciò si è mantenuto per tutto il tempo dei colloqui.

Ecco perché esprimiamo nei rapporti che facciamo come FARC, che nel tavolo e nel paese si scontrano due visioni cercando di trovare punti di coincidenza. Da un lato, diciamo, c'è l'approccio neoliberista di sviluppo del paese, promosso dal governo dando la priorità agli interessi delle multinazionali e dall'altro lato l'approccio dell'insugercia che mette in cima le rivendicazioni della maggioranza, per esempio, per una riforma rurale integrale, per la giustizia sociale e la democrazia in termini di pace con sovranità. Queste visioni si sono scontrate nelle strade, quando sono a capo della gente inerme, non incontrano l'odio aperto e attento del governo per affrontare le lamentele, ma trovano la brutalità del ESMAD e la morte.


Toccando il bilancio del primo punto penso che abbiamo affrontato aspetti degli altri punti che ci danno una visione molto ampia di quello che pensano le FARC sull'intero processo, ma vorrei che adesso ti riferissi più specificatamente a ciò che è stato concordato nel secondo e terzo punto di discussione del Tavolo.

I dibattiti sul punto della partecipazione politica iniziano dalla metà di giugno, forse l'11, momento in cui iniziano anche a insistere sulla necessità di creare una Commissione d'indagine della storia del conflitto, al fine di seguire criteri di verità che ci permetteranno di avanzare nel processo, ma soprattutto accumulare informazioni per affrontare la questione delle vittime, che per noi è fondamentale.

Come ho già spiegato negli eventi di partecipazione cittadina che si sono realizzati a Bogotá, sono emerse proposte minime, un centinaio in tutto, che portiamo al Tavolo e va sottolineato che una delle principali proposte è stata quella di convocare un'Assemblea Nazionale Costituente che richiederà un accordo politico prima dell'impulso e della realizzazione.

Negli stessi cicli in cui si dibattevano gli aspetti della partecipazione politica e cittadina, abbiamo toccato aspetti relativi al quadro giuridico per la pace o ai meccanismi di controfirma degli accordi, approfittando per stabilire posizioni chiare che stiamo ribadendo in ogni ciclo. Ad esempio, abbiamo espresso le posizioni che mettono in chiaro la nostra opposizione alla definizione unilaterale sia del quadro giuridico per la pace come la definizione unilaterale di un meccanismo di controfirma, che in questo caso, il governo ha insistito sul fatto che fosse il referendum. In quei giorni e poi, in altre occasioni, ci riferiamo particolarmente alla questione delle vittime dello scontro, interrogando sulla responsabilità storica di chi ha generato e partecipato a questa guerra, ma promuovendo la realizzazione di un atto di contrizione di tutti.

Per quanto riguarda questi temi e per la validità che hanno per questa epoca, voglio trascrivere ciò che testualmente abbiamo espresso in un rapporto che ha fatto per il paese il comandante Timoleon Jimenez:

"Sul denominato Quadro Giuridico. In Colombia si è dichiarato ufficialmente che c'è un conflitto tra due parti con responsabilità da parte di ognuno, ma anche si rivela la terribile circostanza che il conflitto continua attraverso l'ingerenza di basi militari statunitensi che calpestano la nostra sovranità. Si richiede quindi che ogni transizione o normativa per la stessa, sia il prodotto di un accordo e non di una imposizione".

"Si deve tenere in conto che a nulla serve l'unilateralismo soprattutto se si osserva che l'accettazione della responsabilità del conflitto toglie allo Stato la legittimità necessaria per essere giudice. Non si può essere giudice e parte, soprattutto quando si tratta di uno Stato responsabile; e per di più quando la guerra interna persiste senza vincitori né vinti. Un processo di pace necessita di assoluta sovranità giuridica, senza ingerenze esterne che ostacolano la riconciliazione".

"Sulle vittime. Ciò di cui si tratta è l'aprire nei colloqui de L'Avana il capitolo che permetterà di stabilire la verità storica che ha condotto a più di 60 anni di dissanguamento nazionale, all'identificazione delle vittime e alla loro necessaria riparazione. Il tutto con l'obiettivo di evidenziare la necessità che il risarcimento comprenda l'obbligo per le parti, del perdono collettivo, nel senso che dopo aver raggiunto la pace finale, ci obblighiamo tutti ad un "mai più".

"In conseguenza, abbiamo proposto che si proceda immediatamente all'integrazione della commissione di revisione e chiarificazione della verità della storia del conflitto interno colombiano fatta da esperti nazionali e stranieri per stabilire la verità di ciò che è accaduto durante la violenza di parte, l'origine dell'attuale contesa come risultato dello scontro fratricida, il perché dell'emergere delle guerriglie e l'innesco da allora del conflitto sociale armato interno".

"Abbiamo invitato l'intero paese ad una giornata di riflessione e di contrizione, nella quale tutti i responsabili del conflitto sociale armato facciano presenza massiva in ogni angolo della Patria addolorata. Una giornata affinché si esprimano i partiti tradizionali e coloro che si evidenziano di questi come responsabili; Lo Stato con in testa il signor Presidente e i suoi ministri, facendo eco alle dichiarazioni del Dr. Juan Manuel Santos davanti alla Corte Costituzionale; i capi delle forze di sicurezza pubblica; i paramilitari dai luoghi in cui si trovano; i capi degli altri organismi costituiti; coloro che furono ai comandi delle forze insurgenti oggi in pensione; gli ex presidenti ed ex comandanti delle forze, sindacati e datori di lavoro, i mezzi di comunicazione, le potenze straniere che hanno sostenuto i governi nella guerra contro il popolo e la chiesa del regime".

"Il giorno che si sceglierà per i fini preposti, l'insurgencia si manifesterà ugualmente da ogni angolo della Patria colombiana".

"Sulla proposta di referendum del governo. Nel Tavolo deve prevalere il principio di uguaglianza in momenti in cui il destino del bene supremo della pace è in gioco. E' con il concorso del popolo, attraverso meccanismi affidabili, evitando che si cedano attribuzioni ad una singola persona o a istituzioni in discussione, che si devono approvare gli accordi.

I colombiani devono cercare un organo con reali attribuzioni per conoscere la riforma della giustizia, dell'indipendenza organica della giurisdizione, del riordinamento territoriale, della creazione di un organo elettorale indipendente. Un ente che risolva il problema della sicurezza giuridica che richiede il futuro della pace".

Bene, ora sul tema in sé della partecipazione politica e cittadina è maggiormente conosciuto il concordato intorno allo statuto per l'opposizione, l'ampliamento dei meccanismi di partecipazione cittadina, il rafforzamento della democrazia, la creazione di distretti speciali elettorali per le zone rurali o più emarginate del paese, la maggiore partecipazione delle comunità nei media locali e regionali, la maggiore presenza negli organi di controllo, ecc.

Abbiamo poi completato accordi importanti come l'impegno di convocare senza indugio i partiti e i portavoce delle organizzazioni sociali per tracciare le linee guida per sviluppare finalmente uno statuto per l'opposizione politica e anche una normalizzazione che dia un vero riconoscimento, con garanzie, all'esistenza e ai diritti del movimento sociale.

Questo scenario di dibattito è stato impiegato a fondo per parlare della necessità di riformare la legge dei meccanismi di partecipazione cittadina (Legge 134 del 1994) e l'urgenza di ripensare le leggi di sicurezza cittadina: in merito, si è raggiunto l'impegno di generare garanzie per la mobilitazione e la protesta, rafforzando il rispetto per le forme di azione politica, l'esercizi legittimi del diritto di riunione, alla libertà di movimento, alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza e all'opposizione in democrazia; che queste pratiche devono essere osservate come apporto all'integrazione politica e pertanto il governo deve garantire gli spazi per incanalare le domande dei cittadini, senza violazioni. In questo stesso senso si è raggiunto l'impegno della revisione e che è necessaria la modifica di tutte le norme che si applicano alla mobilitazione e alla protesta sociale. Questo sommando l'impegno di ampliare e rafforzare le istanze di partecipazione cittadina per l'interlocuzione e costruzione delle agende di lavoro in tutti i livelli che consentano l'attenzione rapida delle petizioni e proposte dei cittadini.

Oltre venti pagine di accordi includono questi impegni verso l'espansione della democrazia. Tuttavia, insistiamo sulla soluzione urgente a problemi come la corruzione, alla quale bisogna porre fine urgentemente, come fine bisogna porre all'interferenza delle mafie che in un modo o nell'altro hanno assediato lo Stato in tutti i suoi organi: esecutivo, legislativo e giudiziario. Crediamo urgente la necessità di porre un freno alla criminalità del colletto bianco di un settore finanziario che si dedica a distruggere il paese, depredando le risorse naturali del paese, mentre saccheggia le tasche di tutti i colombiani e consegna la patria alle multinazionali.

Sono tutti aspetti che hanno a che fare con la democrazia e su di essi insistiamo come abbiamo fatto anche ed è una delle eccezioni, sul fatto che i mezzi di comunicazione non possano continuare ad essere nelle mani di tre o quattro ricconi che hanno preso il sopravvento sequestrando la democrazia per manipolare la coscienza nazionale. Abbiamo detto e lo ripetiamo, che si possono avere ogni sorta di meccanismi di partecipazione se si vuole mostrare il paese come una democrazia sulla carta, ma l'informazione è quella che conduce al fatto che questi meccanismi finiscano per essere canali di espressione di pensieri precedentemente cucinati e venduti da tre o quattro individui, che sono sempre i detentori del potere.

Si tratta di una necessità vitale per la democrazia ridefinire il possesso dei mezzi di comunicazione. E così, in questa questione penso che siano raccolti gli aspetti nodali di questo punto, dando risalto ad una delle principali eccezioni che è nel tema della Sicurezza Nazionale, rispetto alla quale esigiamo la sua cancellazione nel quadro della necessaria smilitarizzazione della società e dello Stato che richiede la pace.


Infine, perché non ci dà alcuni dettagli su quello che è stato l'accordo sul terzo punto.

Credo che questo sia quello più fresco nella testa della gente, così che non voglio dare molti dettagli. Qui l'essenziale è che si definirà una nuova politica per la lotta contro le droghe e un trattamento differenziato agli anelli più deboli che coinvolge il fenomeno e ci riferiamo soprattutto alla popolazione o comunità che nella terra sono legate alla coltivazione e dall'altro lato ai consumatori. Noi crediamo che l'accento della persecuzione debba concentrarsi sui narcotrafficanti. Quindi, succede, che all'interno di questo schema, il proibizionismo o il mero trattamento punitivo, poliziesco o militarista della questione sarà relegato e si assumerà una visione incentrata sul rispetto dei diritti umani considerando che si tratta di un problema sociale che richiede misure sociali per la sua soluzione, la quale, tra le altre cose, non dipende dalla Colombia ma da tutte le nazioni toccate dal flagello. Quindi, in questo scenario che comporta l'impegno di generare un nuovo quadro istituzionale per promuovere i piani, al di fuori delle azioni di contro-insurrezione, si è concordato di creare un Programma nazionale integrale di sostituzione delle coltivazioni d'uso illecito (PNIS), che mediante Piani integrali di sostituzione e sviluppo alternativo (PISDA) mettano in marcia le azioni che hanno a che fare con la nuova politica. Ciò che è essenziale è il concorso, il protagonismo delle comunità, la base delle decisioni sono le Assemblee Comunitarie e l'essenza del programma e dei Piani sono le soluzioni sociali ai problemi della povertà dei contadini e delle popolazioni rurali impegnate nelle colture. Pertanto questo programma e i Piani fanno parte strutturale della Riforma Rurale Integrale.

Accanto a questo si è concordato la creazione di un Programma Nazionale d'Intervento Integrale contro il Consumo di Droghe, integrato al sistema sanitario pubblico, che di per sé sarebbe una istanza di alto livello, per articolare le istituzioni con competenze nella materia e coordinare un processo partecipativo di revisione, aggiustamento e messa in marcia della politica contro il consumo, come una priorità e una politica di Stato che richiede, tra l'altro, il rafforzamento delle capacità, sia nazionali che territoriali, nel quadro del sistema di protezione sociale e la corrispondente disposizione delle risorse.

In esso il Governo Nazionale ha l'impegno di progettare e implementare un Sistema Nazionale di Attenzione al Consumatore di Droghe Illecite che include azioni complementari di riabilitazione e integrazione sociale.

E infine c'è la questione della soluzione al fenomeno della produzione e commercializzazione di stupefacenti, terza voce del punto 3 dell'Agenda, per la cui analisi si è partiti dal riconoscere che il problema è di ordine transnazionale e quindi la sua soluzione implica agire contemporaneamente sia all'interno del paese, che in coordinamento e con l'impegno della comunità internazionale.

Internamente, l'impegno è quello di progettare politiche e programmi per eliminare i fattori e i meccanismi che stimolano e mantengono il problema, la produzione e la commercializzazione di droghe illecite lucrando su di esse. L'obiettivo centrale, disarticolare le organizzazioni criminali compromesse con questo flagello, includendo le reti dedicate al riciclaggio di denaro.

Lo scopo più grande, comune, è un paese senza narcotraffico e questo significa che nella lotta venga posta una nuova visione per affrontare la questione del chiarimento del rapporto tra produzione e commercializzazione di droghe illecite e conflitto, tra cui il rapporto tra i paramilitari e il narcotraffico e la volontà di tutti di contribuire a questo chiarimento.

Per questo comma, abbiamo discusso del Giudizio effettivo, della strategia contro le attività coinvolte nel narcotraffico e riciclaggio di denaro, nel controllo degli ingressi, della strategia di lotta contro la corruzione, della realizzazione di una conferenza Internazionale e di spazi di dialoghi regionali per trattare la questione e si è concordato di continuare a parlare in punti successivi, probabilmente nel quadro della discussione del punto 5.2 dell'Agenda dell'Accordo Generale dei meccanismi che dovrà, tra l'altro, affrontare il problema del chiarimento del rapporto tra produzione e commercializzazione di droghe illecite e conflitto, tra cui il rapporto tra il paramilitarismo e il narcotraffico, come espresso prima, che è un aspetto importante da sottolineare.


Per quanto riguarda questa questione del conflitto e del narcotraffico, la destra a cui hanno fatto eco i media internazionali, tra cui il presidente Santos riferendosi alla questione, ha detto che le FARC con questo accordo si impegnano a svincolarsi dal narcotraffico. Cosa vuol dire questa affermazione? che si ammette che ci siano dei legami con il narcotraffico?

No, assolutamente no. E' chiaro che le FARC-EP sono una organizzazione politica, militare, rivoluzionaria, non un'organizzazione di narcotrafficanti. Altra cosa è la propaganda sporca che fa ogni giorno il regime per screditarci e toglierci la nostra condizione di combattenti popolari. Il problema con l'argomento che contiene la tua domanda è la falsità, la manipolazione, la distorsione con la quale generalmente agiscono i mezzi di comunicazione che rispondono agli interessi dei loro proprietari, dei conglomerati economici o agli interessi del regime e peggio ancora, agli interessi statunitensi. All'interno di tutte queste matrici l'insorgenza deve essere screditata e da qui deriva l'atteggiamento per cui perfino un accordo così tanto importante quale è l'intesa che abbiamo appena firmato, viene distorta.

La prima cosa da chiarire è che in questo accordo non si dice che il conflitto in Colombia deriva dal narcotraffico, no. Ci sono cause di ordine sociale precedenti alla nascita del fenomeno della produzione e commercializzazione delle droghe illecite. Anche il fenomeno delle coltivazioni di coca e il collegamento di contadini e di altri settori rurali nelle fasi primarie della produzione è legata alla situazione di miseria che soffrono. Poi, il conflitto politico, sociale, armato in Colombia non inizia né finisce con l'agire contro il narcotraffico, ma contro le cause della miseria che l'hanno generato. Un'altra cosa è che in questo scenario di miseria  il fenomeno del narcotraffico aggrava le cose e in questo modo si tratta  di un flagello ha permeato le istituzioni e le parti essenziali di tutto il tessuto sociale.

Poi, ci sono aspetti chiave come ad esempio il riconoscimento che si fa in modo testuale e primario relativo al fatto che "Il conflitto interno in Colombia ha una lunga storia di vari decenni e ha cause che esulano dalla comparsa delle coltivazioni di uso illecito su larga scala e alla produzione e commercializzazione di droghe illecite nel territorio". E' anche importante sottolineare che ciò che analizziamo è che "la persistenza delle colture è legata in parte all'esistenza di condizioni di povertà, di emarginazione, di debole presenza istituzionale", questo senza scartare che in mezzo ci sta anche "l'esistenza di organizzazioni criminali dedicate al narcotraffico". Ma il fenomeno non lo possiamo risolvere da soli e per questo abbiamo detto che "siamo consapevoli che il raggiungimento di questo obiettivo dipende anche da consensi e definizioni di portata globale da parte di tutti gli Stati, in particolare quelli che direttamente o indirettamente sono interessati da questo problema di carattere transnazionale".

In ogni caso si tratta di un accordo tra il governo e un'organizzazione politica, non un accordo con un'organizzazione di narcos e questo accordo si è fatto perché si è ottenuto di definire il problema come una questione di tutti e anche la sua soluzione; cioè stiamo parlando di una responsabilità collettiva per la sua soluzione e per questo il primo impegno che chiediamo è quello che il Governo Nazionale a partire dalla comprensione che ci sia corruzione nelle istituzioni causata dal problema delle droghe illecite, metta in marcia le politiche ed i programmi che abbiamo concordato, tra cui quello di guidare un processo nazionale efficace per rompere definitivamente qualsiasi tipo di rapporto di questo flagello con i diversi ambiti della vita pubblica. Da tale impegno, le FARC –EP, hanno detto che l'impegno è quello di contribuire in modo efficace, con la massima determinazione e in forme diverse e attraverso azioni pratiche per la soluzione definitiva del problema delle droghe illecite, che si riferisce alla nostra capacità di convocazione politica e persuasione nello scenario rurale, delle persone che si fidano delle nostre capacità per aiutare a stimolare un processo di cambiamento in questo e ogni altro aspetto degli accordi. Dall'altra parte abbiamo anche detto che metteremo fine a ogni relazione, che in funzione della ribellione, si fosse presentata con questo fenomeno.

Quindi succede che tutto ciò che facciamo per quanto riguarda la ricerca di finanziamenti è in funzione della ribellione e in effetti, come abbiamo detto prima, in alcune aree del paese abbiamo stabilito dei meccanismi impositivi a coloro che si avvalgono di questo business capitalista transnazionale.

Non si tratta né di produzione, né di commercializzazione, ma di una imposta così come si fa con qualsiasi capitale che si muove nelle aree d'influenza, dove allo stesso tempo abbiamo stabilito controlli per impedire che i contadini siano colpiti dai mercanti di qualsiasi natura.

Infine, vorrei dire che è diverso che diciamo "cessare ogni rapporto che, in funzione della ribellione, si fosse presentato con questo fenomeno", dal dire come ha espresso il Presidente Santos il 16 maggio, che il nostro impegno è quello di "cessare ogni rapporto con questo fenomeno". Pertanto, ciò che viene detto è che abbiamo un rapporto con l'intero fenomeno e che adesso lo cesseremo, questo è falso. Quello che diciamo è che si porrà fine se si presenterà, perché quello di cui si tratta è che siamo disposti ad analizzare qualsiasi situazione in qualsiasi area ma in relazione alle imposte, ripeto, a questo business transnazionale capitalista e questo il governo lo sa bene.

E per non finire con i riferimenti ai pregiudizi, vorrei ribadire che in questo punto restano alcune eccezioni:
1. Nuova Politica criminale. Nel processo di ridefinizione della politica anti-droghe si deve procedere con la progettazione di una nuova politica criminale dello Stato che concentri i propri sforzi sulla persecuzione e l'incarcerazione dei principali beneficiari del mercato delle droghe illecite, così come lo smantellamento delle reti di traffico transnazionali e di riciclaggio di denaro. Le FARC-EP insistono sulla formazione della "Commissione per la progettazione di una politica nazionale anti-droghe democratica e partecipativa", con gruppi di lavoro di accademici ed esperti per formulare gli orientamenti generali per queste nuove politiche dello Stato in questo settore. Soprattutto in momenti in cui tutto il paese mette in discussione il sistema giudiziario.

2. Sospensione immediata delle irrorazioni aeree con glifosato e riparazione integrale delle sue vittime. Le FARC-EP considerano che nello sviluppo degli orientamenti generali della Nuova politica anti-droghe si deve procedere con l'immediata sospensione delle irrorazioni aeree con glifosato, o qualsiasi altro agente chimico e il pieno risarcimento delle sue vittime. Questo comporta: l'identificazione delle vittime delle irrorazioni aeree con agenti chimici; pieno risarcimento delle vittime delle irrorazioni aeree con agenti chimici; l'istituzione di un fondo per risarcimenti per le vittime delle irrorazioni aeree con sostanze chimiche.

In definitiva, il vecchio sistema di sradicamenti forzati con la fumigazione, ha fallito causando enormi danni al tessuto ambientale e sociale, il che significa che si devono cercare alternative urgenti.

3. Sulla salute pubblica: Riconoscendo l'importanza dell'accordo in questo comma, le FARC-EP considerano necessario definire l'impegno di trasformazione strutturale del sistema sanitario pubblico, che permetta di inquadrare lo sviluppo del programma e dei piani.

4. Necessità di una Conferenza Nazionale: le FARC-EP, ritengono che sia necessaria la creazione, su istanze del Tavolo dei Dialoghi, di una Conferenza Nazionale sulla politica di lotta contro le droghe, per progredire, anche, nella realizzazione degli aggiustamenti e adattamenti normativi e delle azioni richieste da questa lotta, considerando le nuove tendenze internazionali che enfatizzano l'attenzione sui diritti umani di fronte al fenomeno di produzione, consumo e commercializzazione di droghe illecite.

Uno dei principali compiti di questa Conferenza Nazionale deve essere quello di analizzare e trarre conclusioni sulla questione della commercializzazione e produzione di droghe illecite, come fenomeno legato al paramilitarismo. La Conferenza affronterà anche la questione relativa al rapporto tra conflitto, narcotraffico e impatto sulle istituzioni.





Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 espanol :
 



giovedì 17 aprile 2014

Intervista esclusiva alla Delegazione di Pace delle FARC-EP a L'Avana - Entrevista exclusiva a la Delegación de Paz de las FARC-EP en La Habana



   La pace è un diritto di tutti i   colombiani

12/04/2014

Il 26 Agosto 2012, a L'Avana, Cuba, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia - Esercito del Popolo (FARC - EP) e il governo della Colombia hanno firmato uno storico e speranzoso "
Accordo generale per la fine del conflitto".

Il 18 ottobre di quell'anno diedero inizio alle "conversazioni dirette e ininterrotte sui punti dell'agenda", conosciuti come i dialoghi de L'Avana, "
al fine di raggiungere un Accordo Finale per la risoluzione del conflitto che contribuisce alla costruzione di una pace stabile e duratura".

I punti dell'agenda sono: 1) Politica di sviluppo agrario integrale; 2) Partecipazione politica; 3) Fine del conflitto; 4) Soluzione al problema delle droghe illecite; 5) Vittime; 6) Attuazione, verifica e controfirma.

Diverse sfide si devono superare nell'obiettivo di garantire "l'efficacia del processo e completare il lavoro sui punti dell'agenda in maniera spedita e nel più breve tempo possibile" e, nonostante le diverse visioni di ciò che significa "nel più breve tempo possibile", sono stati raggiunti una serie d'accordi nei primi due punti dell'agenda.

Le più diverse organizzazioni politiche e sociali, dentro e fuori la Colombia, seguono e sostengono in modo solidale e attivo questi dialoghi, essendo parte delle ampie, massicce e popolari mobilitazioni per fare pressione al governo di Juan Manuel Santos perché assuma seriamente la generazione di condizioni e garanzie per raggiungere un accordo di pace su una solida base di vera democrazia, giustizia sociale e sovranità.

Le FARC-EP evidenziano che le loro bandiere storiche "sono in primo ordine della lotta politica", in modo che il governo sappia che "non siamo né staremo in piani di resa", e che "l'unica via d'uscita è quella di risolvere i problemi che hanno generato il conflitto".

Assumendo l'impegno con i colloqui di pace, una Commissione del Partito Comunista del Venezuela (PCV), guidata dal suo Segretario Generale, Oscar Figuera, ha tenuto riunioni nella capitale cubana con la Delegazione di Pace delle FARC-EP, organizzazione guerrigliera che il prossimo 27 maggio arriverà ai suoi 50 anni.

Nel quadro di queste riunioni,
Tribuna Popolar ha realizzato una intervista esclusiva con Iván Márquez, membro della Segreteria delle FARC-EP e Jesús Santrich, dello Stato Maggiore Centrale, che riproduciamo integralmente di seguito:
TP: L'accordo generale sottoscritto con il Governo colombiano si pone l'obiettivo di "porre fine al conflitto", la conquista del Potere politico e la costruzione del Socialismo sono ancora gli obiettivi delle FARC-EP?

- Ciò che stiamo discutendo sono punti di approccio per risolvere essenzialmente le cause della miseria, della disuguaglianza e della mancanza di democrazia, raccogliendo in particolare le iniziative popolari in questo campo.

Siamo consapevoli che al tavolo non andiamo a fare la rivoluzione, ma nemmeno si tratta che il governo ottenga una pace conveniente senza cambiamento nelle ingiuste strutture. Questo dipende dall'azione organizzata delle masse; è per questo che quelle che stiamo discutendo sono le proposte minime e non il nostro programma rivoluzionario fino al Socialismo, al quale non rinunceremo mai.
TP: Che cosa intendete per "fine del conflitto"?

- La fine del conflitto ha due livelli specifici: uno è la fine dello scontro militare propriamente detto e l'altro, la fine dello scontro sociale che deriva dai profondi problemi d'ordine politico, economico e sociale che patisce la maggioranza.

Combinando i due fattori, la fine del conflitto significherà l'inizio di un lungo periodo di tregua bilaterale che permetta di materializzare gli impegni concreti di cambiamento che si raggiungeranno al tavolo, ma con la partecipazione attiva, protagonista del movimento popolare.

Ciò sarà sicuramente accompagnato da un processo costituente per riconfigurare l'ordinamento politico e sociale del paese. In Colombia si devono creare le condizioni e le garanzie per l'esistenza di una democrazia reale che permetta la soluzione civile delle aspettative delle comunità.
TP: E' passato un anno e mezzo dalla firma dell'accordo generale, rimanete ottimisti circa le possibilità di raggiungere una "pace stabile e duratura"?

- Abbiamo raggiunto due accordi parziali, molto importanti sulla trasformazione agraria e sulla partecipazione politica e siamo in procinto di realizzare qualcosa di simile sulla questione della sostituzione delle coltivazioni illecite che è parte di un problema sociale maggiore rappresentato dal narcotraffico, che tocca l'intero tessuto sociale e attraversa l'insieme delle istituzioni in Colombia.

Questo ed il grande sostegno sia a livello nazionale che internazionale, che ha il processo, ci danno l'ottimismo per restare al tavolo del dialogo.
TP: In quali temi del dialogo vi sono grandi differenze con il Governo? Quali sono i nodi che sembrano più difficili da superare?

- Tra il primo e il secondo punto abbiamo accumulato 24 titoli che raccolgono temi rispetto ai quali vi è l'impegno a ridiscutere e trovare soluzioni, perché sono elementi nodali, insormontabili, senza i quali non si potrà concludere un accordo definitivo.

Essi sono pubblicati in dettaglio nei nostri siti di diffusione, ma possiamo dirvi che i primi ruotano attorno la proprietà, possesso ed uso della terra, concretamente sulla necessità di porre fine al latifondo, arginare la proprietà straniera della terra per realizzare una vera e propria redistribuzione, che ponga fine a questo scandaloso accaparramento della terra che esiste nel settore.

Su questo stesso piano si pone il problema dei conflitti d'uso della terra, che hanno a che fare con la nefasta presenza degli allevamenti di bestiame e che riguarda quasi 40 milioni di ettari (un terzo del territorio nazionale) e la pericolosa espansione delle miniere energetiche che minaccia pericolosamente l'equilibrio ambientale e la sostenibilità dell'economia. Annessa vi è la presenza rifiutata dei trattati di libero scambio, al fine di stabilire il cosiddetto diritto reale di superficie, tra gli altri elementi che mirano ad una campagna senza contadini per fare spazio agli interessi delle multinazionali. Su questo punto, il riordinamento territoriale è di interesse fondamentale.

I secondi riguardano l'esercizio della democrazia, la ristrutturazione istituzionale e dello Stato, che con urgenza reclama la Colombia in materia elettorale, giustizia, politica economica, organismi di controllo, salute, istruzione, ecc., ma soprattutto l'aspetto della Dottrina della Sicurezza Nazionale, in particolar modo le modifiche che richiedono le norme di sicurezza cittadina, che oggi criminalizzano in modo estremo la protesta sociale.

Non vediamo alcuna difficoltà che tutto quello menzionato possa essere risolto, perché dopo un progresso come quello già raggiunto, si deve dare una maggiore partecipazione della cittadinanza, della sovranità ed è logico che sia una Assemblea Nazionale Costituente che, dopo aver risolto le differenze, ci dia un trattato di pace.
TP: Perché questi colloqui di pace si tengono fuori dalla Colombia? Vi è la partecipazione reale ed effettiva del popolo colombiano?

- Non sempre le FARC hanno dialogato in territorio colombiano; ci sono stati colloqui a Caracas e poi a Tlaxcala, Messico. L'insistenza che i colloqui si facessero in Colombia era per avere una maggiore partecipazione della comunità nel definire i problemi che sono di interesse nazionale. Ma l'intransigenza del governo ad ammettere che i dialoghi si sviluppassero nel paese, potrebbe vanificare la possibilità della riconciliazione.

Per questo abbiamo deciso di non rendere questo tema una questione di principio, soprattutto quando siamo riusciti a concordare il fatto che sarebbero stati realizzati sul territorio nazionale forum di discussione e meccanismi per far sì che la gente potesse presenziare a L'Avana, fino alla promessa di voli charter per i connazionali che volevano partecipare; promessa che, finora, non si è materializzata e piuttosto si è minacciato di perseguire coloro che si spostavano a Cuba per parlare con la Delegazione di Pace della guerriglia.

D'altra parte, l'idea che la sede fosse Cuba, paese garante, con il forte sostegno del Venezuela, ha fornito un carattere di sicurezza e di fiducia assoluta nella fase dei colloqui. Siamo pienamente soddisfatti che questi colloqui di pace si svolgono nell'Isola della libertà. Le FARC sono molto grate a Cuba, al suo governo e al suo popolo, che hanno accolto con rispetto e imparzialità le parti.

Infine, riteniamo che per quanto riguarda la partecipazione delle persone alla costruzione degli accordi, l'ostacolo non è la geografia, ma la disposizione che esiste nel governo a includere le proposte che le organizzazioni sociali e politiche del paese hanno trasmesso al tavolo. E' necessario che i cittadini conoscano i progressi e le questioni in cui non c'è accordo, in modo da poter decidere sulle soluzioni; in questo modo ciò su cui ci si accorda risponde alle aspirazioni della maggioranza che vuole cambiamenti strutturali nel nostro paese.
TP: Perché sono falliti i dialoghi precedenti? Quali sono le differenze con il processo in corso?

- Uribe [1984] fallì perché, dopo la firma dell'accordo e dell'emergere dell'Unione Patriottica per far politica in condizioni di democrazia, ci furono incompiutezze, violazioni al cessate il fuoco bilaterale ed una ondata di assassini contro dirigenti e militanti del nuovo movimento che divenne il più grande genocidio politico della storia recente dell'America Latina.

Caracas [1991] e Tlaxcala [1992] fallirono perché invece di risolvere i profondi problemi sociali che hanno generato lo scontro, il governo decise di soddisfare l'accordo di Washington e dare corso all'apertura economica neoliberale che approfondì le condizioni di miseria e disuguaglianza in Colombia.

Come lo stesso presidente Pastrana ha confessato nelle sue memorie del processo, il governo non ha cercato la riconciliazione a Caguan [1998-2002], ma cercava di guadagnare tempo per riprogettare l'esercito. Necessitava di frenare la dinamica di sconfitte successive di quell'esercito per mano della guerriglia ed eliminare ogni espressione di insoddisfazione relativa all'approfondimento del neoliberismo. Non c'era alcun desiderio di pace in quel governo; infatti, in pieno sviluppo dei dialoghi, tollerò massacri paramilitari contro la popolazione e una volta che gli strateghi di Washington avevano pronto il Plan Colombia, con un qualsiasi pretesto ruppe il dialogo e scatenò la guerra.

Nonostante tutto questo, abbiamo persistito nella ricerca di soluzioni politiche, perché la pace è il nostro proposito strategico. Vediamo che è possibile avere formule per risolvere i problemi essenziali sulla proprietà e l'utilizzo della terra, aprire le porte alla partecipazione politica dei cittadini e generare cambiamenti strutturali che favoriscano la maggioranza sociale; per questo siamo a L'Avana.

Se si osserva bene, il fattore comune di blocco e fallimento nei tre tentativi di pace attraverso il dialogo, è stato pretendere la smobilitazione dell'insurgencia senza cambiamenti nelle ingiuste strutture politiche, economiche e sociali.

La differenza sta nel fatto che il governo ha un'esperienza; sa che non siamo mai stati e mai saremo per i piani di resa e ciò gli dà abbastanza elementi per capire che l'unica via d'uscita è quella di risolvere i problemi che hanno causato il conflitto, se si vuole costruire la pace su solide fondamenta.
TP: Il governo colombiano ha negato di accettare un cessate il fuoco bilaterale e ha persistito nella sua linea militarista, pensate che abbia reale volontà di raggiungere accordi di pace?

- Il militarismo è uno degli elementi da rimuovere da qualsiasi scenario di dibattito politico. Quando il governo deciderà di lasciarsi alle spalle l'aspetto già citato della Dottrina di Sicurezza Nazionale, la concezione del nemico interno e il paramilitarismo, vale a dire, della guerra sporca, potremmo dire che si è passati dalla retorica alla pratica, per quanto concerne una volontà di pace certa.

Nel frattempo noi, con le dichiarazioni di tregua unilaterale e molti altri segnali di volontà di riconciliazione, abbiamo cercato di contribuire a creare l'ambiente migliore per approcciare ed alleviare la popolazione dalle dure conseguenze della guerra. Speriamo che a un certo punto il governo assuma lo stesso atteggiamento e abbandoni l'idea vana che con la pressione militare raggiungerà vantaggi al Tavolo, perché qui i vantaggi non devono essere per nessuna delle parti in particolare, ma per l'intera società.
TP: Permetterà l'oligarchia colombiana che avanzino gli sforzi di pace e le garanzie di partecipazione politica democratica?

- L'idea del dialogo è precisamente costruire gli spazi di partecipazione democratica. Questo non è facile, perché al di là di esprimere la disponibilità a parole, bisogna esprimerla nella pratica ed è questo ultimo aspetto su cui noi richiamiamo attenzione. Per questo abbiamo detto che sono obbligatori cambiamenti di fatto, che trascendono dalla retorica del governo.

Finora gli assassini non si sono fermati, la persecuzione dei dirigenti popolari, l'incarcerazione e la criminalizzazione della protesta sociale, nemmeno, quindi il nostro ottimismo è moderato perché la realtà nella quale costantemente appaiono i denti del militarismo, riempie il cammino d'incertezze.

Non abbiamo mai dimenticato che le élites colombiane, sono élite sanguinarie. Ci auguriamo che la controparte rettifichi e che i fattori fascisti che alimentano la guerra e la degradano, come l'uribismo, affoghino nel loro fango.
TP: L'accordo sottoscritto stabilisce che il Governo dovrebbe combattere le organizzazioni criminali, ma sono noti i suoi legami storici con il paramilitarismo, che aspettative avete che si compia questo punto?

- Questo ha a che fare con la questione della dottrina di Sicurezza. Se questa non cambia è impossibile che il paramilitarismo o il nome che gli danno, come l'attuale di bande criminali (BACRIM), finisca. Se non c'è una decisione politica tagliente, saremo semplicemente condannati ad un altro fallimento, perché la guerra sporca si erigerà, come previsto dal Procuratore Generale della Nazione, Eduardo Montealegre, nel principale ostacolo alla pace. Quindi questo è un aspetto che implica non solo aspettative.

In questo non possiamo fare affidamento solo a promesse, ma a fatti palpabili. La disattivazione del paramilitarismo deve essere visibile a tutti e questo implica una depurazione delle istituzione armata compresa la smilitarizzazione dello Stato e della società.
TP: Avete previsto il tempo in cui potrà avvenire la firma dell'Accordo Finale?

- In questo impegno dobbiamo spendere tutto il tempo necessario senza dipendere da premure elettorali, legislative o di qualsiasi altro tipo. Inoltre, la pace deve essere una politica di Stato e non ubbidire agli interessi o capricci di alcun governo in particolare, perché questo è un confronto che già compie mezzo secolo e quindi richiede un'analisi riposante delle sue cause e soluzioni. Da parte nostra, lavoriamo instancabilmente perché si realizzi nel più breve tempo possibile.
TP: Per rafforzare il processo di pace, che ruolo deve avere il Congresso eletto lo scorso 9 marzo?

- Il Congresso della Repubblica recentemente eletto, con poche eccezioni, è la riedizione di una istituzione screditata e corrotta con la quale, purtroppo, si avrà a che fare per realizzare qualsiasi accordo politico a favore della pace, ma non per realizzare le trasformazioni che sono necessarie, perché qui non vi è alcuna autorità né volontà per rendere questo possibile.

Tuttavia il meccanismo di controfirma per il processo, deve contare, se seguiamo la via delle formalità, sul parlamento. E' già chiaro che non sarà attraverso il referendum [proposto da Santos lo scorso anno] che si mirava ad imporre per realizzarlo in queste elezioni. Quel tentativo definitivamente si è affondato. Ma ancora si deve trovare una soluzione che concili il senso del governo e delle FARC, ma soprattutto che apra ampi spazi di partecipazione dei cittadini.

La nostra proposta è la Costituente, ma questo è qualcosa da discutere, per farlo convergere con quello che pensa il governo e qualsiasi altra iniziativa che possa dare protagonismo alla sovranità, perché in definitiva è il popolo che deve avere l'ultima parola.
TP: Il prossimo 25 maggio vi sono le elezioni presidenziali in Colombia, quanto dipende da queste elezioni il processo di pace?

- Come abbiamo detto poco fa, la pace come proposito superiore dovrà contare su una politica statale e non fare affidamento su congiunture legislative o elettorali o capricci di partiti o governi. Tutti i candidati dovranno essere impegnati con l'obiettivo di portare avanti i dialoghi.

Ci auguriamo che questo sia proprio così, con la consapevolezza che la pace non deve essere di destra o di sinistra, per liberali, conservatori, verdi o comunisti; la pace è un diritto per tutti i colombiani. E deve essere costruita sulle basi della vera democrazia, la giustizia sociale e la sovranità.
TP: Già è definita la figura o il tipo di organizzazione con il quale si agirà politicamente nella vita civile? Quali tattiche - differenti alla lotta guerrigliera - si propongono di sviluppare?

- La transizione verso forme di lotta che non richiedono l'uso delle armi dipende dai cambiamenti di fatto che saranno raggiunti in materia di democrazia e redistribuzione della ricchezza; dipende se la Colombia riprende la sua indipendenza e sovranità e se il governo che si stabilisce attende agli interessi popolari.

Questo non accadrà da un giorno all'altro, ma implica che dobbiamo sperimentare, in mezzo alla tregua, nella pratica, che l'impegno dello Stato verso la pace, è vero. Per questo, senza dubbio, si agirà con gli strumenti della lotta politica aperta, in un'ampia convergenza con i settori popolari e democratici del paese che finora il sistema mantiene in una situazione di esclusione o emarginazione. In questo esercizio, sicuramente il nome storico delle FARC manterrà la sua presenza.
TP: La prospettiva reale di porre fine al conflitto ha inciso nella disposizione al combattimento della guerriglia?

- Nella coscienza dei guerriglieri delle FARC quello che si inculca, come costante, è che il proposito maggiore della nostra lotta è la pace con giustizia sociale e che le armi sono solo uno strumento per raggiungerla in circostanze difficili, di guerra sporca, di chiusura degli spazi di partecipazione, di terrorismo di Stato e asimmetrie, ma le armi non sono un fine in sé; la cosa più importante sono le finalità per cui lotta la nostra gente, in modo che sia preparata ad agire in qualsiasi campo, con le armi o senza armi. Ricordiamo che le FARC sono un esercito, ma soprattutto, sono un Partito politico rivoluzionario.
TP: Dopo 50 anni di lotta, il progetto politico delle FARC-EP continua ad essere valido e con prospettive di futuro?

- Il programma politico delle FARC è assolutamente valido, soprattutto considerando che le cause che generarono il confronto, piuttosto che risolversi, si sono approfondite. Le ragioni per l'utilizzo delle armi si mantengono e speriamo che questi dialoghi pongano le basi per convincerci che in futuro non sarà più necessario il loro utilizzo, ma le bandiere che solleviamo per la terra e il territorio, per la fondazione della democrazia, il cambiamento della politica economica, la difesa della sovranità, ecc., sono in primo ordine della lotta politica, perché sono le principali aspirazioni della maggioranza.

Dopo 50 anni di lotta, non hanno mai avuto così tante possibilità di trionfo le bandiere rivoluzionarie delle FARC.
TP: Come si garantisce la continuità politico-militare delle FARC-EP nella sua direzione?

- Questa è un organizzazione politico-militare bolivariana, con struttura organizzativa leninista, che implica la direzione collettiva, l'accumulazione ordinata delle esperienze, la permanenza di scuole di formazione quadri, l'esistenza di strutture centralizzate, una forte democrazia interna, ma anche con significativi livelli di partizionamento che consentono la preparazione e la preservazione di una componente umana di elevata morale, pronta ad assumersi le responsabilità che corrispondano indipendentemente dal fatto che le circostanze siano favorevoli o avverse.

La conduzione delle FARC non è unipersonale in nessuno dei livelli, non si trovano dei signori della guerra e per questo nelle sue strutture di direzione si ottiene un'adeguata preparazione della militanza. Essa si proietta verso tutti i combattenti, che oltre ad agire in squadre, guerriglie, compagnie e colonne militari, funzionano come cellule politiche che danno vita all'esistenza di un Partito rivoluzionario che supera la componente strettamente militare.
TP: Come si coniuga l'ideale bolivariano e la concezione marxista- leninista nelle file delle FARC -EP?

- Come marxisti e leninisti abbiamo una formazione che ci dà la convinzione della possibilità reale di conquistare un mondo migliore. Crediamo nella necessità di superare il capitalismo come modo di produzione, attualmente in crisi sistemica e decadenza, che sta mettendo a rischio l'esistenza stessa del pianeta.

E siamo certi che l'alternativa è il socialismo come formazione economico-sociale che mette fine alla mercificazione dell'esistenza, con la sua reificazione e mette in cima alle sue preoccupazioni l'essere umano in armonia con i suoi simili e la natura.

Questo tipo di pensiero coincide pienamente con l'insegnamento dell'ideale del Libertador nel piano della solidarietà umana, il senso della patria e la sommatoria della felicità.

La convergenza di questi due pensieri ci dà il senso di quello che dovrebbe essere l'unità della Nostra America secondo un nuovo ordine sociale che beneficia la maggioranza sociale, soprattutto gli oppressi; per questo la nostra parola d'ordine è Patria Grande e Socialismo, nel miglior senso bolivariano e marxista che possono avere queste categorie.


Tribuna Popular | prensapcv.wordpress.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

 
Entrevista exclusiva a la Delegación de Paz de las FARC-EP en La Habana

LA PAZ ES UN DERECHO DE TODOS LOS COLOMBIANOS

Tribuna Popular.- El 26 de agosto de 2012, en La Habana, Cuba, las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejército del Pueblo (FARC-EP) y el Gobierno de Colombia suscribieron un histórico y esperanzador “Acuerdo general para la terminación del conflicto”.
El 18 de octubre de ese año dieron inicio “conversaciones directas e ininterrumpidas sobre los puntos de la agenda”, que se han conocido como los diálogos de La Habana, “con el fin de alcanzar un Acuerdo Final para la terminación del conflicto que contribuya a la construcción de la paz estable y duradera”.
Los puntos de la agenda son: 1. Política de desarrollo agrario integral; 2. Participación política; 3. Fin del conflicto; 4. Solución al problema de las drogas ilícitas; 5. Víctimas; e, 6. Implementación, verificación y refrendación.
Distintos retos se han tenido que superar en el objetivo de garantizar “la efectividad del proceso y concluir el trabajo sobre los puntos de la agenda de manera expedita y en el menor tiempo posible”, y, a pesar de las visiones distintas de lo que significa “en el menor tiempo posible”, se han alcanzado una serie de acuerdos en los primeros dos puntos de agenda.
Las más diversas organizaciones políticas y sociales, dentro y fuera de Colombia, siguen y apoyan solidaria y activamente estos diálogos, haciendo parte de las amplias, masivas y populares movilizaciones para presionar al gobierno de Juan Manuel Santos para que asuma seriamente la generación de condiciones y garantías para lograr un acuerdo de paz sobre bases sólidas de democracia verdadera, justicia social y soberanía.
Las FARC-EP resaltan que sus banderas históricas “están en el primer orden de la lucha política”, por lo que el gobierno sabe que “nunca hemos estado ni estaremos en plan de rendición”, y que “la única salida que queda es resolver los problemas que generaron el conflicto”.
Patentizando el compromiso con los diálogos de paz, una Comisión del Partido Comunista de Venezuela (PCV), encabezada por su Secretario General, Oscar Figuera, sostuvo reuniones en la capital cubana con la Delegación de Paz de las FARC-EP, organización guerrillera que el próximo 27 de mayo arribará a sus 50 años.
En el marco de estas reuniones, Tribuna Popular realizó una entrevista exclusiva a Iván Márquez, Miembro del Secretariado de las FARC-EP, y Jesús Santrich, del Estado Mayor Central, que seguidamente reproducimos de manera íntegra:

TP: El acuerdo general suscrito con el Gobierno colombiano se plantea la “terminación del conflicto”, ¿la toma del Poder político y la construcción del Socialismo son aún los objetivos de las FARC-EP?
- Lo que en la mesa estamos debatiendo son puntos de aproximación para resolver lo esencial en cuanto a las causas de la miseria, la desigualdad y la falta de democracia, recogiendo sobre todo las iniciativas populares en este campo.
Tenemos claro que no vamos a hacer la revolución en la mesa, pero tampoco se trata de que el gobierno vaya a obtener una paz barata, sin cambios en las injustas estructuras. Estos dependen de la acción organizada de las masas; por ello lo que colocamos como material de discusión, son propuestas mínimas, y no nuestro programa revolucionario hacia el Socialismo, al cual no vamos a renunciar nunca.
TP: ¿Qué entienden ustedes por “terminación del conflicto”?
- El fin del conflicto tiene dos niveles precisos: uno es la terminación de la confrontación militar propiamente dicha, y otro, el fin de la confrontación social que se deriva de los profundos problemas de orden político, económico y social que padecen las mayorías.
Combinando ambos factores, la terminación del conflicto significaría iniciar un largo periodo de tregua bilateral que permita materializar los compromisos concretos de cambio que se logren en la Mesa, pero contando con la participación activa, protagónica del movimiento popular.
Esto seguramente tendrá que estar acompañado de un proceso constituyente que reconfigure el ordenamiento político-social del país. En Colombia se deben crear condiciones y garantías para la existencia de una democracia real que posibilite la solución civilizada de las expectativas de las comunidades.
TP: Ha pasado un año y medio desde la firma del acuerdo general, ¿ustedes se mantienen optimistas con las posibilidades de lograr una “paz estable y duradera”?
- Hemos alcanzado dos acuerdos parciales, muy importantes sobre transformación agraria y participación política, y estamos a punto de lograr algo similar respecto al tema de la sustitución de los cultivos de uso ilícito que hace parte de un problema social mayor, que es el narcotráfico, el cual ha tocado a todo el tejido social y cruza el conjunto de la institucionalidad en Colombia.
Esto, y el respaldo inmenso, que tanto a nivel nacional como internacional tiene el proceso, nos dan el optimismo para mantenernos en la mesa de diálogo.
TP: ¿En qué temas del diálogo hay mayores diferencias con el Gobierno? ¿Cuáles son los nudos que parecen más difíciles de superar?
- Entre el primero y el segundo punto hemos acumulado 24 salvedades que recogen temas respecto a los cuales hay el compromiso de rediscutirlos y encontrarles salidas, porque en ellos están elementos nodales, insalvables, sin los cuales no se podría cerrar un acuerdo definitivo.
Estas salvedades están publicadas en detalle en nuestros sitios de difusión, pero podemos decirle que las primeras giran en torno a la propiedad, tenencia y uso de la tierra, concretamente en la necesidad de acabar con el latifundio, ponerle freno a la extranjerización de la tierra, para alcanzar una verdadera redistribución que ponga fin a ese escandaloso acaparamiento de tierra que existe en el campo.
En este mismo plano se ubica el problema de los conflictos de uso dela tierra que tienen que ver con la nefasta presencia del latifundio ganadero que acumula casi 40 millones de hectáreas (un tercio del territorio nacional) y con la peligrosa expansión minero-energética que amenaza de manera seria el equilibrio ambiental y la sostenibilidad de la economía. Anexo está la presencia rechazada de los tratados de libre comercio, la pretensión de establecer el llamado derecho real de superficie, entre otros elementos que apuntan a un campo sin campesinos para abrirle espacio a los intereses de las trasnacionales. En este punto, el reordenamiento territorial es de interés fundamental.
Las segundas salvedades se refieren al ejercicio de la democracia, a la reestructuración institucional o del Estado, que de manera urgente reclama Colombia en materia electoral, de justicia, de política económica, de organismos de control, salud, educación, etc., pero especialmente el aspecto de la Doctrina de la Seguridad Nacional, incluyendo los cambios que requieren las normas de seguridad ciudadana, que hoy han criminalizado de manera extrema la protesta social.
No vemos mayor dificultad en que lo mencionado se pueda resolver, porque después de un avance como el que ya tenemos, se debe dar una mayor participación de la ciudadanía, del soberano, y lo lógico es que sea una Asamblea Nacional Constituyente, la que, luego de dirimir las diferencias, nos dé un tratado de paz.
TP: ¿Por qué se realizan estos diálogos de paz fuera de Colombia? ¿Hay participación real y efectiva del pueblo colombiano?
- No siempre las FARC han dialogado en territorio colombiano; recuerde que hubo diálogos en Caracas y luego en Tlaxcala, México. La insistencia en que los diálogos se hicieran en Colombia obedecía a que se lograra la mayor participación de las comunidades en la definición de problemas que son de interés nacional. Pero la intransigencia del gobierno a admitir que los diálogos se desarrollaran en el país, podía frustrar una posibilidad de reconciliación.
Por esto decidimos no hacer de este tema un asunto de principios, sobre todo cuando se logró convenir que se harían en el territorio nacional, foros de discusión y se generarían mecanismos para que la gente pudiera hacer presencia en La Habana. Hasta se nos llegó a prometer vuelos chárter con compatriotas que quisieran participar, lo cual, hasta el momento, no se ha concretado, y más bien se amenazó con judicializar a quienes se trasladaran a Cuba a hablar con la Delegación de Paz de la guerrilla.
Por otro lado, la idea de que la sede fuera Cuba, país garante, con el acompañamiento decidido de Venezuela, brindaba un carácter de seguridad y absoluta confianza respecto al escenario de las conversaciones. De verdad estamos totalmente satisfechos de que estos diálogos de paz se escenifiquen en la isla de la libertad. Las FARC están altamente agradecidas con Cuba, su gobierno y su pueblo, que han acogido con absoluto respeto e imparcialidad a las partes.
Finalmente, creemos que lo que concierne a la participación de la gente en la construcción de acuerdos, ya no tendría como obstáculo la geografía, sino la disposición que exista en el gobierno para incluir las propuestas que las organizaciones sociales y políticas del país han hecho llegar a la Mesa. Es necesario que la ciudadanía conozca de los avances y salvedades para que pueda decidir frente a las soluciones, de tal manera que lo que se acuerde, responda a los anhelos de las mayorías que claman por cambios estructurales en nuestro país.
TP: ¿Por qué fracasaron los diálogos anteriores? ¿Qué diferencias hay con el proceso actual?
- La Uribe [1984] fracasó porque, luego de firmado el acuerdo y del surgimiento de la Unión Patriótica para hacer política en condiciones de democracia, se produjeron incumplimientos, violaciones a la tregua bilateral y una ola de asesinatos contra dirigentes y militantes del nuevo movimiento, que se convirtió en el genocidio político más grande de la historia reciente de América Latina.
Caracas [1991] y Tlaxcala [1992] fracasaron porque en vez de resolver los profundos problemas sociales que han generado la confrontación, el gobierno decidió atender al consenso de Washington y darle curso a la apertura económica neoliberal que profundizó las condiciones de miseria y desigualdad en Colombia.
Como lo confesó el propio presidente Pastrana en sus memorias del proceso, el gobierno no buscaba la reconciliación en el Caguán [1998-2002], sino ganar tiempo para la reingeniería del ejército. Necesitaba frenar la dinámica de derrotas sucesivas de ese ejército a manos de la guerrilla y eliminar cualquier expresión de inconformidad relacionada con la profundización del neoliberalismo. No había voluntad de paz en ese gobierno; de hecho, en pleno desarrollo de los diálogos toleró masacres paramilitares contra la población, y una vez los estrategas de Washington tuvieron listo el Plan Colombia, con cualquier pretexto rompió los diálogos y desencadenó la guerra.
A pesar de todo esto, persistimos en encontrar salidas políticas, porque la paz es nuestro propósito estratégico. Vemos que es posible convenir fórmulas para solucionar problemas esenciales sobre la tenencia y uso de la tierra, abrir las puertas a la participación política ciudadana, y generar cambios estructurales que favorezcan a las mayorías; por eso estamos en La Habana.
Si se observa bien, lo común que ha operado como factor de obstrucción y fracaso en los tres intentos de paz a través del diálogo, fue pretender la desmovilización de la insurgencia sin cambios en las injustas estructuras políticas, económicas y sociales.
La diferencia radica en que el gobierno tiene una experiencia; sabe que nunca hemos estado ni estaremos en plan de rendición, y eso le da elementos suficientes para entender que la única salida que queda es resolver los problemas que generaron el conflicto si se quiere edificar la paz sobre bases sólidas.
TP: El gobierno colombiano se ha negado a aceptar un cese al fuego bilateral y ha persistido en su línea militarista ¿piensan ustedes que tiene voluntad real de lograr acuerdos de paz?
- El militarismo es uno de los elementos que habría que eliminar de cualquier escenario de debate político. Cuando el gobierno resuelva dejar atrás el aspecto ya mencionado de la Doctrina de Seguridad Nacional, la concepción del enemigo interno y el paramilitarismo, es decir, la guerra sucia, podríamos decir que ha pasado de la retórica a la práctica en lo que concierne a una voluntad de paz cierta.
Entre tanto nosotros, con las declaratorias de tregua unilateral y muchas otras muestras de deseo de reconciliación, lo que hemos pretendido es contribuir a crear el mejor ambiente para los acercamientos y amainar para la población las duras consecuencias de la guerra. Ojalá el gobierno en algún momento asuma la misma actitud y abandone la vana idea que con presiones militares va a lograr ventajas en la Mesa, pues aquí las ventajas no deben ser para ninguna de las partes en particular, sino para el conjunto de la sociedad.
TP: ¿Permitirá la oligarquía colombiana que avancen los esfuerzos de paz y las garantías de participación política democrática?
- La idea de dialogar es precisamente construir los espacios de participación democrática. Esto no es fácil, porque más allá de expresar disposición en el discurso, hay que expresarla en la práctica, y sobre este último aspecto es que estamos llamando la atención. Por eso hemos dicho que se requieren cambios fácticos que trasciendan la retórica gubernamental.
Hasta el momento los asesinatos no cesan, la persecución de los dirigentes populares, los encarcelamientos y la criminalización de la protesta social, tampoco, así que nuestro optimismo es moderado porque la realidad, en la que con constancia asoman los dientes del militarismo, llena el camino de incertidumbres.
Nunca hemos olvidado que las élites colombianas, son unas élites sanguinarias. Esperamos que la contraparte rectifique, y que factores fascistas que atizan la guerra y la degradan, como el uribismo, se terminen de ahogar en su propio fango.
TP: El acuerdo suscrito establece que el Gobierno deberá combatir a las organizaciones criminales, pero son conocidos sus nexos históricos con el paramilitarismo ¿qué expectativas tienen de que cumpla este punto?
- Esto tiene que ver con el tema de la doctrina de Seguridad. Si ésta no cambia es imposible que el paramilitarismo o la denominación que le den, como la actual de bandas criminales (BACRIM), culmine. Si no hay una decisión política tajante, sencillamente estaríamos abocados a un nuevo fracaso, porque la guerra sucia se erigiría, como lo prevé el Fiscal General de la Nación, Eduardo Montealegre, en el principal obstáculo para la paz. Entonces este es un aspecto que implica no solamente expectativas.
En esto no podemos atenernos sólo a promesas, sino a hechos palpables. La desactivación del paramilitarismo tiene que estar a la vista de todos, y ello implica una depuración de la institucionalidad armada que incluya la desmilitarización del Estado y de la sociedad.
TP: ¿Tienen previsto el tiempo que podrá tomar la firma del Acuerdo Final?
- A este empeño hay que dedicarle todo el tiempo que se requiera sin ponerlo a depender de premuras electorales, legislativas o de cualquier otro tipo. Es más, la paz debe ser una política de Estado y no obedecer a intereses o caprichos de algún gobierno en particular, pues esta es una confrontación que ya completa medio siglo, y por eso mismo requiere de un análisis reposado de sus causas y soluciones. De nuestra parte, trabajamos incansablemente para que ello suceda en el menor tiempo posible.
TP: Para fortalecer el proceso de paz, ¿qué papel debe jugar el Congreso electo el pasado 9 de marzo?
- El Congreso de la República recién elegido, con pocas excepciones, es la reedición de una institución desprestigiada y corrupta con la que desafortunadamente habrá que contar para hacer cualquier acuerdo político en favor de la paz, pero no en cuanto a que es éste quien va hacer las transformaciones que se necesitan, pues ahí no hay autoridad ni voluntad para que esto sea posible.
No obstante el mecanismo de refrendación para el proceso, debe contar, si seguimos el camino de las formalidades, con el parlamento. Ya está claro que no será a través del referendo [propuesto por Santos el año pasado] que se pretendía imponer para realizarse en estas elecciones. Ese intento definitivamente se hundió. Pero de todas maneras hay que buscar una salida que concilie el sentir del gobierno y el de las FARC, pero sobre todo que abra amplios espacios de participación ciudadana.
Nuestra propuesta es la Constituyente, pero esto es algo para debatirlo, para hacerlo converger con lo que piensa el gobierno y cualquier otra iniciativa que pueda darle protagonismo al soberano, porque en definitiva es el pueblo quien debe sentar la última palabra.
TP: El próximo 25 de mayo son las elecciones presidenciales en Colombia, ¿qué tanto depende de estas elecciones el proceso de paz?
- Como dijimos hace un rato, la paz como propósito superior debiera contar con una política de Estado y no depender de coyunturas legislativas o electorales o de caprichos de partidos o gobiernos. Todos los candidatos debieran estar comprometidos con el objetivo de sacar adelante los diálogos.
Esperamos que esto sea así, en el entendido que la paz no debe ser de derecha ni de izquierda, para liberales, conservadores, verdes o comunistas; la paz es un derecho de todos los colombianos. Y debe edificarse sobre bases de democracia verdadera, justicia social y soberanía.
TP: ¿Ya han definido la figura o el tipo de organización con el que actuarán políticamente en la vida civil? ¿Qué tácticas –distintas a la lucha guerrillera– se proponen desarrollar?
- El tránsito hacia formas de lucha que no requieran del uso de las armas depende de los cambios fácticos que se logren en materia de democracia y de redistribución de la riqueza; depende de que Colombia retome su independencia y soberanía y el gobierno que se establezca atienda los intereses populares.
Esto no se dará de un día para otro, pero sí implica que debamos experimentar, en medio de la tregua, de manera práctica, que el compromiso del Estado con la paz, sea cierto. Para ello, sin duda, tendremos que actuar con los instrumentos de la lucha política abierta, en amplia convergencia con los sectores populares y democráticos del país que hasta ahora el sistema mantiene en situación de exclusión o marginalidad. En ese ejercicio, con seguridad el nombre histórico de las FARC mantendrá su presencia.
TP: ¿La perspectiva real de lograr el fin del conflicto ha incidido en la disposición combativa de la guerrillerada?
- En la conciencia de los guerrilleros de las FARC lo que se inculca, como constante, es que el propósito mayor de nuestra lucha es la paz con justicia social y que las armas son solamente un instrumento para lograrlo en unas circunstancias difíciles, de guerra sucia, de cierre de los espacios de participación, de terrorismo de Estado y asimetrías, pero las armas no son un fin en sí; lo más importante son los propósitos por los que lucha nuestra gente, de tal manera que hay preparación para actuar en cualquier campo, con armas o sin armas. Recuérdese que las FARC son un ejército, pero ante todo, son un Partido político revolucionario.
TP: Tras 50 años de lucha, ¿el proyecto político de las FARC-EP sigue vigente y con perspectivas de futuro?
- El programa político de las FARC tiene absoluta vigencia, sobre todo si consideramos que las causas que engendraron la confrontación, en vez de resolverse, se han profundizado. Las razones para utilizar las armas se mantienen y aspiramos que estos diálogos coloquen las bases para convencernos de que a futuro ya no será necesario su uso, pero las banderas que levantamos por la tierra y el territorio, por la fundación de la democracia, el cambio de la política económica, la defensa de la soberanía, etc., están en el primer orden de la lucha política, porque son los anhelos principales de las mayorías.
Después de 50 años de lucha, nunca antes habían tenido tantas posibilidades de triunfo las banderas revolucionarias de las FARC.
TP: ¿Cómo garantizan las FARC-EP la continuidad político-militar en su Dirección?
- Esta es una organización político-militar bolivariana, con estructura leninista de organización, que implica dirección colectiva, acumulación ordenada de experiencias, permanencia de escuelas de formación de cuadros, existencia de estructuras centralizadas, una democracia interna fuerte, pero también con importantes niveles de compartimentación que permiten la preparación y la preservación de un componente humano de elevada moral, listo para asumir las responsabilidades que correspondan independientemente de que las circunstancias sean favorables o adversas.
La conducción de las FARC no es unipersonal en ninguno de los niveles, no se abrigan los caudillismos, y por eso en sus estructuras de dirección se logra una preparación adecuada de la militancia. Eso se proyecta hacia el conjunto de los combatientes, que además de actuar en escuadras, guerrillas, compañías y columnas militares, funcionan como células políticas que le dan vida a la existencia de un Partido revolucionario que sobrepasa el componente estrictamente militar.
TP: ¿Cómo se conjugan el ideario bolivariano y la concepción marxista-leninista en las filas de las FARC-EP?
- Como marxistas y leninistas tenemos una formación que nos da convencimiento de la
posibilidad real de lograr un mundo mejor. Creemos en la necesidad de superar el capitalismo como modo de producción, actualmente en crisis sistémica y decadencia, que está poniendo en riesgo la existencia misma del planeta.
Y tenemos la certeza de que la alternativa está en el Socialismo como formación económica-social que acabe con la mercantilización de la existencia, con su cosificación y ponga en primer plano de sus preocupaciones al ser humano en armonía con sus congéneres y la naturaleza.
Este tipo de pensamiento coincide plenamente con lo que enseña el ideario del Libertador en el plano de la solidaridad humana, el sentido de patria y la sumatoria de felicidad.
La convergencia de estos dos pensamientos nos da el rumbo de lo que debe ser la unidad de Nuestra América en función de un nuevo orden social que beneficie a las mayorías, sobre todo a los oprimidos; por eso nuestra consigna de Patria Grande y Socialismo, en el mejor sentido bolivariano y marxista que puedan tener estas categorías.




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