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domenica 4 aprile 2021

Ecuador: Lenin Moreno e la CIA contro Andres Arauz / Ecuador: Lenin Moreno and the CIA against Andres Arauz


 Ecuador: Lenin Moreno e la CIA contro Andres Arauz

Si avvicina il secondo turno delle elezioni ecuadoriane tra il candidato della rivoluzione cittadina pro-Correa Arauz e il banchiere Lasso, e le cose accelerano sull’asse formato da Lenin Moreno e gli Stati Uniti, coi servizi di intelligence in prima linea. Recentemente si è svolto un incontro segreto nelle Isole Galapagos tra il governo ecuadoriano e quello statunitense. Da parte ecuadoriana partecipavano il presidente Lenin Moreno, la vicepresidente María Alejandra Muñoz e il segretario generale del gabinetto di presidenza Jorge Wated; da parte degli Stati Uniti, il loro ambasciatore Michael Fitzpatrick e alti ufficiali statunitensi. In tale incontro, Moreno ringraziava gli Stati Uniti per il sostegno dato dall’ambasciata degli Stati Uniti a Quito, per sottoporre al poligrafo tutti i funzionari governativi e diplomatici ecuadoriani a Washington che potrebbero aver fatto trapelare le informazioni rese pubbliche il 4 febbraio sui piani di destabilizzazione per impedire la vittoria dei sostenitori di Andrés Arauz e Correa. Allo stesso modo, il segretario di gabinetto Jorge Wated fu incaricato di monitorare le e-mail e gli account sui social media di tutti i funzionari del Carondelet, il palazzo del governo ecuadoriano. Da parte sua, l’ambasciatore Fitzpatrick consegnava a Lenin Moreno un rapporto segreto che dà ad Andrés Arauz un vantaggio di 20 punti sul banchiere Lasso, sulla base dell’analisi delle agenzie di intelligence statunitensi. Fu anche deciso di rimuovere il ministro degli Esteri Luis Gallegos dal gabinetto, poiché si opponeva agli ordini di Moreno-Fitzpatrick di intensificare il conflitto diplomatico con Buenos Aires. Gallegos avrebbe dovuto redigere una nota di protesta all’omologo argentino per le dichiarazioni di Alberto Fernández su Lenin Moreno. Ma il vero obiettivo era mettere a dura prova i rapporti tra Ecuador e Argentina, per le simpatie che Rafael Correa e Andrés Arauz hanno per Alberto e Cristina Fernández. Inoltre, su sollecitazione di diversi senatori statunitensi, a Lenin Moreno fu chiesto di sbarazzarsi dell’ex Segretario della Presidenza Juan Sebastián Roldan per aver consentito la vittoria di Arauz al primo turno e non aver attuato le misure concordate col governo colombiano per collegare Correa ai Guerriglieri del ELN.
Da parte sua, l’ex-ministro del governo María Paula Romo insisteva per preparare la partenza di Moreno, utilizzando una presunta condizione cardiaca come giustificazione, per poi annunciarne dagli Stati Uniti le dimissioni. Da settimane ormai, nelle prime ore del mattino, è in atto al Carondelet l’evacuazione di informazioni riservate e denaro di Moreno e famiglia, nonché la distruzione di informazioni sensibili dai funzionari di fiducia dell’attuale governo. È nella stessa Carondelet che l’ambasciatore nordamericano Fitzpatrick ha un ufficio permanente, molto vicino all’ufficio presidenziale. Ed è proprio in questi corridoi che, visto l’imminente deterioramento della situazione nazionale, si pensa che a guidare il Paese sia un Comitato di crisi composto da María Paula Romo, vicepresidente María Alejandra Vicuña, OAS e ambasciatore Fitzpatrick. Continuano anche gli incontri tramite Zoom guidati da Romo per analizzare la situazione nel Paese. Partecipano Lenin Moreno, i senatori degli Stati Uniti Marco Rubio e Robert “Bob” Menendez e la funzionaria del dipartimento di Stato Martha Constanza Youth.
Sempre a marzo si ebbero incontri con dirigenti dei media pubblici e privati e membri della Segreteria per la Comunicazione (SECOM). L’obiettivo era elaborare una strategia mediatica per il secondo turno elettorale, con istruzioni per creare una campagna mediatica nazionale che riduca l’accesso ai sostenitori di Correa. Le accuse principali sono che Arauz trasformerà l’Ecuador in un nuovo Venezuela, il finanziamento della campagna di Correa da parte dei guerriglieri colombiani e sua presunta corruzione. A tal fine, arruolavano 250000 falsi account twitter. In modo complementare, Lenin Moreno analizzava con Drug Enforcement Agency (DEA) e Polizia Nazionale come collegare le attività di traffico aereo e marittimo della droga, recentemente rilevate ai confini dell’Ecuador con la Colombia, con la campagna di Arauz. Questo coll’obiettivo di contestare le elezioni e impedire che si svolgano l’11 aprile. Un’altra strada esplorata in questi giorni da Lenin Moreno, in collaborazione con la coordinatrice nazionale del movimento Pachakutik, Cecilia Velázquez, è utilizzare manifestazioni e richiesta presentata al Tribunale delle controversie elettorali per impedire la vittoria del Correismo. Fu anche fatto un appello affinché questo movimento voti nullo al secondo turno l’11 aprile, sebbene nel Pachakutik ci siano membri che non condividono le posizioni da mercenario di Yaku Pérez, rifiutando l’alleanza Yaku Pérez-Lasso-Moreno, e in particolare tra Yaku e l’ambasciata degli Stati Uniti, e preferiscono sostenere Andrés Arauz. Nelle scorse ore la nazionalità shuar (provincia di Sucumbíos) decise di sostenere la lista guidata da Arauz.
L’11 aprile è in gioco il futuro dell’Ecuador: da una parte, il banchiere Lasso, sostenuto da Lenin Moreno, ambasciata nordamericana e burocrazia di destra; dall’altra Andrés Arauz e un progetto di giustizia sociale basato sulla rivoluzione cittadina promossa da Rafael Correa. Una volta sconfitto il golpe in Bolivia, è tempo che l’Ecuador si unisca alla nuova fase di cambiamento epocale e al nuovo ciclo progressista guidato dall’Argentina di Alberto e Cristina Fernández de Kirchner e dal Messico di López Obrador.

 Traduzione di Alessandro Lattanzio

Tratto da :

http://aurorasito.altervista.org/?p=16301

 


Ecuador: Lenin Moreno and the CIA against Andres Arauz

 The second round of the Ecuadorian election between the candidate of the pro-Correa citizen revolution Arauz and the banker Lasso is approaching, and things are accelerating in the axis formed by Lenin Moreno and the United States, with its intelligence services at the forefront.

Recently, a secret meeting took place in the Galapagos Islands between the Ecuadorian and US governments. On the Ecuadorian side, President Lenin Moreno, Vice President María Alejandra Muñoz, and the Secretary-General of the Cabinet of the Presidency Jorge Wated took part; on the US side, its Ambassador Michael Fitzpatrick and senior US military commanders.

In this meeting, Moreno thanked the United States for the support given by the US Embassy in Quito, to submit to polygraph all his government officials and Ecuadorian diplomats in Washington who may have leaked the information we made public on February 4 about the destabilizing plans to prevent the victory of Andrés Arauz and Correa’s supporters.

Likewise, Cabinet Secretary Jorge Wated was instructed to monitor the email and social media accounts of all officials in the Carondelet, the Ecuadorian government palace.

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For his part, Ambassador Fitzpatrick gave Lenin Moreno a secret report that gives Andrés Arauz a 20-point lead over banker Lasso, based on analysis by US intelligence agencies.

It was also agreed to remove Foreign Minister Luis Gallegos from the Cabinet, as he opposed Moreno-Fitzpatrick’s orders to escalate the diplomatic conflict with Buenos Aires. Gallegos was supposed to draft a note of protest to his Argentine counterpart over Alberto Fernández’s statements about Lenin Moreno. But the real objective was to strain relations between Ecuador and Argentina, due to the sympathies that both Rafael Correa and Andrés Arauz have for Alberto and Cristina Fernández.

Also, at the urging of several US senators, Lenin Moreno was asked to get rid of former Secretary of the Presidency Juan Sebastián Roldan for allowing Arauz’s victory in the first round and not implementing all the measures agreed with the Colombian government to link Correa with the ELN guerrillas.

For her part, former Minister of Government María Paula Romo insists on preparing Moreno’s departure, using an alleged heart condition as a justification, in order to later announce from the US, Moreno’s resignation.

For weeks now, in the early hours of the morning, the evacuation of classified information and money belonging to Moreno and his family has been taking place in the Carondelet, as well as the destruction of sensitive information by trusted officials of the current government.

It is in the Carondelet itself where US Ambassador Fitzpatrick has a permanent office, very close to the presidential office. And it is in these corridors where, given the imminent deterioration of the national situation, a Crisis Committee is being considered to lead the country, made up of María Paula Romo herself, Vice President María Alejandra Vicuña, the OAS, and Ambassador Fitzpatrick.

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Meetings also continue to be held via Zoom led by Romo to analyze the situation in the country. Lenin Moreno, US Senators Marco Rubio, and Robert “Bob” Menendez, and State Department official Martha Constanza Youth are taking part.

Also in March, meetings were held with public and private media executives and members of the Communications Secretariat (SECOM). The objective was to draw up a media strategy for the second round of elections, with instructions to create a national media campaign that would reduce the chances of Correa’s supporters. The main accusations are that Arauz will turn Ecuador into a new Venezuela, the financing of the Correa campaign by Colombian guerrillas, and the alleged corruption of the Correa campaign. To this end, they hired 250,000 fake Twitter accounts.

In a complementary manner, Lenin Moreno analyzed with the Drug Enforcement Agency (DEA) and the National Police how to link aerial and maritime drug trafficking activities, recently detected on Ecuador’s borders with Colombia, with Arauz’s campaign. This with the aim of challenging the elections and preventing the April 11 election to take place.

Another avenue explored these days by Lenin Moreno, in conjunction with the national coordinator of the Pachakutik movement, Cecilia Velázquez, is to use the demonstrations and the request presented to the Electoral Disputes Tribunal to prevent the victory of Correism.

A call was also made for this movement to vote null and void in the second round on April 11, although within Pachakutik there are members who do not share Yaku Pérez’s mercenary positions, reject the Yaku Pérez-Lasso-Moreno alliance, especially the alliance between Yaku and the US Embassy, and prefer to support Andrés Arauz. In recent hours the Shuar nationality (Sucumbíos province) has decided to support list 1 headed by Arauz.

On April 11, the future of Ecuador is at stake: on one side, the banker Lasso, supported by Lenin Moreno, the US Embassy, and the right-wing indigenous bureaucracy; on the other, Andrés Arauz and a project of social justice based on the citizens’ revolution promoted by Rafael Correa.

Once the coup d’état in Bolivia has been defeated, it is time for Ecuador to rejoin this new phase of epochal change, and the new progressive cycle led by the Argentina of Alberto and Cristina Fernández de Kirchner, and the Mexico of López Obrador.

https://orinocotribune.com/ecuador-lenin-moreno-and-the-cia-against-andres-arauz/

domenica 13 ottobre 2019

Trump e il suo cortile in profonda crisi: controrivoluzione, ciclo breve e pericoloso

Clodovaldo Hernández, Laiguana TVHistoire et Societé,

Trump, Ecuador, Argentina, Perù e l’opposizione venezuelana soffrono di crisi simultanee: un momento di grande pericolo
Donald Trump deve affrontare l’impeachment. Ivan Duque è stato ridicolizzato col suo dossier contro il Venezuela. Jair Bolsonaro ha dato il peggior discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (anche se aveva seri concorrenti dai due che lo precedevano). L’élite politica del Perù, sede del gruppo infuriato di Lima, continua a collassare. Macri (Argentina neoliberista) è al conto alla rovescia con una crisi economica monumentale. Il presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, è stato smascherato come narcos. Il cileno Sebastien Piñera è screditato. E, per completare, l’Ecuador del rinnegato Lenin Moreno è entrato nel vortice del conflitto economico, sociale e politico e ha deciso di affrontare questa situazione con la risposta classica dei governi di destra: dichiarare lo stato d’emergenza. In sintesi, tutto ciò dà l’impressione che Trump e l’appendice della sua politica contro il Venezuela, cioè il gruppo di Lima, attraversano crisi simultanee, alcune più intense di altre, ma tutte legate ai loro scenari interni, di quelli di cui parlano così raramente quanto persistono nel dimostrare che l’unica questione urgente del continente è rovesciare Nicolas Maduro. La crisi è anche quella subita dall’opposizione venezuelana, in particolare la parte che cercava di assumere il controllo da mesi contro la volontà del popolo e prima di tutto la giustizia. Ciò configura un momento di grande pericolo per i popoli dei Paesi citati e anche per il Venezuela, perché è sempre stato il sotterfugio di tali capi distogliere l’attenzione e cercare di sfuggirvi incolumi. Nella trance in cui si trovano, non sarebbe strano che essi provino a riutilizzarlo come distrazione.
Opposizione in rotta completa
Il settore dell’opposizione più direttamente collegato agli Stati Uniti e al gruppo di Lima ha appena subito sconfitte consecutive e devastanti, come la trasmissione delle foto di Juan Guaidó coi capi dei gruppi narcoparamilitari e la confessione di Lilian Tintori su tali relazioni vergognose. In precedenza, c’erano state le insolite dichiarazioni dello pseudoambasciatrice nel Regno Unito, Vanessa Neumann, in cui raccomandava di rinunciare al territorio esequibo in cambio del sostegno politico internazionale al “presidente ad interim”. Durante la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i risultati furono disastrosi per il campo antichavista, perché ancora una volta creavano aspettative tutt’altro che soddisfatte. Loro, che vantano così tanto il controllo della scena internazionale, uscivano dai forum diplomatici con la coda tra le gambe. La crisi interna fu espressa anche da sintomi come le dimissioni (non a Guaidó, ma al suo capo politico Leopoldo Lopez) del presunto rappresentante della Banca interamericana di sviluppo Ricardo Hausmann che, secondo alcuni analisti, doveva dimostrare fino a che punto Guaido è riconosciuto a livello internazionale secondo la borghesia venezuelana. Le crisi di Centro imperiale, suoi satelliti e classe politica dell’opposizione venezuelana sono simultanee, anche se è forse la stessa crisi espressa in sintomi specifici in ciascun caso.
Trump nelle corde
L’apertura dell’impeachment di Trump avveniva subito dopo il suo famigerato discorso all’ONU in cui, ancora una volta, cercava di attribuire tutti i mali del pianeta ai Paesi che definisce nemici, un elenco in cui c’erano superpotenze come Cina e Russia e nazioni più piccole ma ribelli al suo comando, come Iran, Corea democratica, Cuba e Venezuela. Messo personalmente alle corde, la pericolosità di tale personaggio aumenta esponenzialmente.
Macri in spirale
Il governo di Mauricio Macri, in Argentina, era sopravanzato sin dalle ultime elezioni, in cui chiaramente affermava lo status di minoranza contro l’opzione Alberto Fernández e Cristina Fernández. Questo fatto politico scatenava la peggiore crisi economica ed perciò l’Argentina arriverà alle elezioni presidenziali in un quadro che ricorda alcuni dei suoi periodi peggiori, prima della leadership dei Kirchner.
Il ridicolo Duque
La crisi colpiva l’élite al potere della Colombia da mesi, a causa delle politiche dannose del governo di Ivan Duque. Da lì, i suoi grandi sforzi per distogliere lo sguardo sul Venezuela. Ma i suoi tentativi erano anche molto goffi, specialmente quello di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, usando foto che non corrispondevano alle accuse che avrebbero dovuto supportare. Tale scandalo causava gravi danni alla sua immagine già fortemente oscurata e ciò mentre si trovava all’antivigilia delle elezioni regionali e municipali. Questa situazione, come nel caso di Trump, rende la Colombia un avversario particolarmente pericoloso per il Venezuela.
Lima decapitata di nuovo
Se qualcosa mostra la crisi del gruppo di Lima (che la diplomazia venezuelana chiama “manifesto di Lima”) è l’instabilità del Paese assediato. Questa caratteristica fu già stata evidenziata quando fu licenziato, per corruzione, il presidente Pedro Pablo Kuzcinski, persona particolarmente ligia agli ordini di Washington. Al suo posto fu chiamato Martin Voyer, che mantenne la linea antichavista e la subordinazione agli Stati Uniti. I problemi interni esplosero e Voyer scelse di sciogliere il Parlamento, provocando la lotta di potere che la stampa globale, al servizio del capitalismo egemonico, cerca di mascherare a tutti i costi.
Narcopolítica a fior di pelle
Il discorso degli Stati Uniti e dei suoi sostenitori contro l’influenza del traffico di droga nei governi latinoamericani andava a benedirsi nei giorni scorsi. Alle accuse diffamatorie di Duque (smentite dalla stessa stampa colombiana) si aggiungono le vere foto di Guaidó coi capi del narcoparamilitarismo. Inoltre, è ormai chiaro il rapporto di Juan Orlando Hernández, imposto dagli Stati Uniti all’Honduras, col maggior narcotrafficante dell’emisfero negli ultimi tempi, il messicano Joaquín “El chapo” Guzman. È ovvio che chi insulta costantemente il governo venezuelano con la falsa pretesa che sia una narcodictadura sono proprio quelli che hanno più spiegazioni da dare sui loro legami coi grandi capi del traffico di droga.
Ecuador, cambia rotta
Nelle ultime ore, un altro allarme si accedeva per la destra dell’emisfero. L’Ecuador, il cui popolo si ribella al governo sempre più neoliberista di Lenin Moreno. Le ultime misure economiche, chiaramente ispirate dal Fondo Monetario Internazionale, esaurivano la pazienza delle masse, in particolare di chi aveva votato Moreno nella convinzione che continuasse, in linea generale, le politiche economiche di Rafael Correa. Di fronte alle manifestazioni popolari, Moreno reagiva nel migliore stile dei regimi di destra dell’America Latina nella storia, decretando lo stato di eccezione e ordinando l’escalation della repressione. Questa è una risposta che, in Venezuela, fu nota in tutta la sua drammatica intensità nel febbraio 1989, col secondo governo di Carlos Andrés Pérez. Ancora una volta, ci si chiede quale sarebbe stato l’atteggiamento degli altri governi nella regione se Maduro avesse dichiarato uno stato di emergenza o la sospensione delle garanzie costituzionali, in circostanze in cui molte persone lo raccomandavano, come nel caso dei quattro mesi di violenze terroristiche nel 2017 o dopo l’attentato del 2018.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

domenica 7 maggio 2017

Rafael Correa ultimo viaggio a Cuba prima delle consegne a Lenin Moreno il 24 Maggio.



Santa Clara – Cuba  7 maggio 2017  Barrio Condado Nord


Nei giorni scorsi mi trovavo in Santiago di Cuba e non volendo mi sono ritrovato  a seguire Rafael Correa, Presidente dell’Ecuador fino al prossimo 24 di maggio, giorno in cui Lenin Moreno riceverà il passaggio delle consegne, sono arrivato poco dopo di lui alla tomba di Fidel,  così come a quella di Josè Martì,..sono arrivato dopo anche alla casema Moncada, però lo ho anticipato al Santuario della Virgen del Cobre, …il compagno Adolfo Rosales (incredibile la sua somiglianza con il compagno cubano Raul Capote) che con la sua Plimouth verde del ’56 mi ha accompagnato in un itinerario che avevo posto avanti a tutto  dopo che è venuto a mancare FIDEL, un punto di riferimento della mia vita, ….. mi ha informato appunto che al Cobre stavano aspettando l’arrivo di Correa,………

Rafael Correa nei suoi interventi durante la visita in terra cubana, ha dichiarato :”E’ la mia ultima visita come Presidente dell’Ecuador in questa fraterna terra, in questa terra graziosa e terra amica.
Ho vissuto 10 anni molto intensi, sono stati anni molto felici, e il miglior modo di terminare il mio mandato è visitando la mia cara Cuba, se qualcosa ho potuto realizzare in questi 10 anni, usando l’ anologia che scrisse Newton : se sono arrivato lontano è perché mi appoggiai  alle spalle dei giganti; ..si giganti come Bolivar, giganti come i CHE, giganti come Eloy Alfaro Delgado  e il suo amico Josè Martì , e giganti che  la vita mi ha dato la opportunità di conoscere, di essere suo amico e di ascoltare direttamente i loro consigli come Nestor Kirchner, come Hugo Chavez, come Fidel….tutta la vita sono stato Martiano, credo che fu un uomo straordinario,  avanti per la sua epoca, primo nella riflessione, primo nella azione, un latinoamericano che fa parte  della storia regionale così come di quella universale…. Durante la conferenza all’Università dell’Avana, entrando nel merito del suo Paese Rafael Correa ha affermato inoltre :L’Ecuador oggi è una Repubblica di opportunità dove comanda il popolo” ed ha continuato dicendo che quando arrivò al potere incontro un paese paralizzato, senza speranze, invece dopo 10 anni di Rivoluzione Ciudadana il 24 maggio consegnerà al suo successore  Lenin Moreno una realtà con una economia in crescita e stabile, ciò grazie a fattori importanti come le tre misure che furono prese all’inizio del suo primo mandato : ricomprare il debito estero, i rinnovi dei contratti petroliferi, la lotta contro l’evasione tributaria,……..Nell’aula magna dell’università dell’Havana Rafael Correa ha ricevuto il titolo di DOCTOR HONORIS CAUSA IN SCIENZE ECONOMICHE, il rettore Gustavo Cobreiro nella consegna del titolo ha messo in risalto il lavoro svolto dal Presidente Ecuadoriano che ha posto l’essere umano avanti al capitalismo e difeso un sistema internazionale più giusto e equo,…Correa da parte sua ha dichiarato di essere orgoglioso di ricevere tale onorificenza nella Patria di Fidel, Paese la cui Rivoluzione ha ispirato movimenti progressisti del Mondo Intero……Nel palazzo  della Rivoluzione, Correa ha terminato il suo intervento prendendo come suo il pensiero del vecchio lottatore general Eloy Alfaro : Nulla sono, nulla valgo , nulla pretendo, nulla cerco per me, tutto è per voi, popolo, que si è fatto degno di essere libero.
Moltissime grazie , Cuba.
Hasta la vittoria Siempre Companeros!!


Il Documento sopra redatto è un sunto tratto da articoli tratti dal quotidiano Granma (organo del Partito comunista Cubano) del 6 maggio 2017 .
Il Granma  quando sono in Cuba mi arriva in casa direttamente da sotto la porta, o addirittura dalla finestra volando.

 Maurizio Cerboneschi (Sandino)

martedì 28 maggio 2013

Fidel Castro si congratula con il presidente rieletto dell'Ecuador /ECUADOR EN EL NUEVO MANDATO DE RAFAEL CORREA (espanol)


Fidel Castro si congratula con il presidente rieletto dell'Ecuador



L'Avana, 27 mag (Prensa Latina) Il leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, si è congratulato con il presidente rieletto dell'Ecuador, Rafael Correa, che ha assunto l'incarico per un nuovo mandato fino al 2017.

"Caro Rafael, mi congratulo per il tuo discorso coraggioso e per la grande autorità morale e politica con la quale assumi nuovamente la presidenza dell'Ecuador", dice il messaggio del venerdì, inviato da L'Avana.

"Ho sentito la fermezza della tua voce quando condannava inconfutabilmente il bloqueo economico contro Cuba", ha aggiunto.

"Qualunque sia la durata della movimentata storia della nostra specie, nessuno potrà mai dimostrare che i grossolani interessi materiali saranno in grado di creare cittadini più virtuosi ed onesti", dice il leader cubano nella sua lettera al dignitario ecuadoriano.

“Una idea giusta dal fondo di una grotta è più potente di un esercito, ha detto l'apostolo della nostra indipendenza”, ha ricordato.

Nella conclusione del suo messaggio con un abbraccio di saluto, il presidente Fidel Castro ha detto: "Mi congratulo con te per il tributo giusto e sentito ad Hugo Chavez, che ha amato tanto l'Ecuador".

Ig/ogt/yp

ECUADOR EN EL NUEVO MANDATO DE RAFAEL CORREA

Entrevista de la Revista Bohemia de Cuba a Alexis Ponce
Periodista Susadny González  24.05.2013

¿Podría especificarme su cargo actual o función dentro del Gobierno?

Soy defensor de DDHH y en la actualidad, asesor social del compañero Walter Solís, Secretario Nacional del Agua.

Ciertos analistas sostienen que después de la muerte de Chávez, Rafael Correa emerge como el nuevo líder del continente. ¿Comparte este criterio o vislumbra un liderazgo más colegiado en la región?

Comparto el criterio de mi Presidente, quien
públicamente expresó su desacuerdo con que la oligarquía mediática global lo sitúe como “el nuevo caudillo” a la muerte de Chávez. Rafael ha dicho claramente que no le interesa liderar absolutamente nada, sino “servir a nuestras patrias pequeñas y a la Patria Grande, nuestra Latinoamérica”.

Ahora bien, en una perspectiva histórica, e independientemente de la correcta postura personal manifestada por nuestro “Mashi”, como lo llamamos muchos en Ecuador (“mashien quichua: amigo, compañero), es indudable que el Presidente Rafael Correa se ha ido convirtiendo, a pasos acelerados, en un referente del nuevo liderazgo continental, reconocido así por aliados y adversarios en buena parte del mundo.  

Hace seis años escribí algo que me parece sigue vigente y se potencia cada día: sostuve que Correa tiene una cualidad regional inédita: ser un líder que, por su personalidad natural y su sólida formación académica, unifica como una bisagra geopolítica las identidades de las grandes regiones del continente: el norte y el centro de Sudamérica, el Caribe y el Cono Sur.

A propósito del liderazgo colegiado, es acertada la tesis de nuestro querido compañero Álvaro García Linera, Vicepresidente de Bolivia, quien señaló en octubre de 2012 que “nuestros procesos no amarran a un modelo exclusivo, sino que son búsquedas plurales con velocidades y densidades diferenciadas para desmontar la maquinaria neoliberal y que se juntan unos con otros y forman un torrente que converge. Es obvio que, bajo esa dimensión, como sucedió en las luchas de la Primera Independencia con Bolívar, San Martín, Morelos, Artigas, Sucre, Martí, Morazán y otros, hoy tenemos en Latinoamérica un potente liderazgo colegiado: Rafael, Lula, Nicolás, Evo, Cristina, Raúl, Dilma, Daniel, Mauricio, Pepe...

El Mashi”, como todos los heterogéneos jefes de estado de la nueva Latinoamérica, es un líder en proceso permanente de construcción regional: se va formando cada día como un estadista supranacional con fuerte impacto generacional y en la gente sencilla, de a pie, en lugares tan disímiles como Caracas, Milán, Madrid, Buenos Aires o La Habana.

¿Cuál es la visión que en su país se tiene hoy del presidente Rafael Correa? En su opinión cuáles son algunas de sus fortalezas para conducir un proyecto de gobierno como la Revolución Ciudadana y el Buen vivir que defiende.

La visión del ciudadano de a pie es que tenemos, y así es, un presidente 100% ecuatoriano, que lleva en sí mismo las identidades de las cinco regiones del país, que siendo costeño tiene mucho de serrano, que siempre cumple lo que dice, que trabaja de sol a sol, sin descanso (recuerdo que a Fidel en Cuba el pueblo le decía “el Caballo”, por la forma de trabajar y de darse), que se conoce cada palmo del territorio como pocos presidentes (quizás Alfaro o Velasco Ibarra), que es muy tierno y delicado con los humildes y muy severo, casi “un diablo” con los poderosos, que es amoroso con los pobres y los niños, y  a la vez apasionado y enérgico ante las injusticias y las trabas del día a día, con una voluntad indomable, un pragmatismo que no eclipsa su gran idealismo, y sólidos conocimientos de estadista del nuevo tiempo. El 30-S lo vi crecer a la altura conmovedora de la historia de América Latina. Si fuese colombiano, la gente le diría “¡es un berraco!”. Creo que sintetiza un acumulado nacional de décadas, eso es lo que no entiende la oligarquía mediática golpista, es decir reúne las fortalezas históricas y ‘ese misterio humano’ que es el carisma, de tres hombres que lo antecedieron: Eloy Alfaro, Velasco Ibarra y Jaime Roldós.

Sus ideas, frases y decires, se repiten y recuerdan en muchos espacios, publicaciones y eventos por doquier. Y si “las ideas son a prueba de balas”, es que el hombre ha vencido. Quizás, ya como cosa mía, digo que le hace falta, un poco, volver a recuperar, después de algunos años de ejercicio del poder, esa cautivadora ironía sonriente que enamoró a tantos y tantas, cuando era el ministro de Economía más joven en la historia del país.

Su principal fortaleza es el apoyo popular, real e impresionante, que ha mantenido y aumentado con el paso de los años. Esa fortaleza determina las demás: en primer lugar, la progresiva radicalización, que en todo líder consecuente es notoria, como en el Fidel de 1961, el Perón de 1955, el Chávez del 2001. Para conducir la Revolución Ciudadana, el Gobierno y el horizonte estratégico del Socialismo del Buen Vivir, esas fortalezas garantizan el avance, no sin dificultades objetivas y subjetivas, de nuestro proceso, que es propio, sin anclas a modelos previos, autóctono, que se hace al andar, y que, al decir de Mariátegui, es creación heroica.

En unos de sus artículos usted alude a la manera en que algunos gobiernos progresistas parecen abocados a la búsqueda de un camino alternativo al neoliberalismo. ¿De qué manera se ilustra ese horizonte estratégico en su país?

Es una inusitada ‘tríada’ la que vivimos hace años en el continente y Ecuador: por un lado, es un momento de superación definitiva del neoliberalismo, la fase salvaje del capitalismo global; por otro lado, es un ‘tempo’ histórico de integración irreversible y unidad continental como solamente tuvimos a inicios del siglo XIX, en la ruptura definitiva con el imperio español al cual derrotamos; y, finalmente, es un espacio de diversidades juntadas como lo manifiesta ese intelectual ejemplar que es Álvaro García Linera, para estructurar modelos, estados y sociedades post-neoliberales.

Ese horizonte estratégico y esa tríada, se ilustran en el país en el desmantelamiento progresivo, pero acelerado, del neoliberalismo, en las esferas económica, política, institucional, ideológica y cultural -éstas dos últimas, las más complejas siempre-; el desplazamiento de la oligarquía del control centenario del aparato del Estado; la derrota táctico-estratégica de sus operadores clásicos: los viejos partidos políticos y gremios corporativos más emblemáticos; la configuración, también paulatina y acelerada, del nuevo Estado, en un tiempo histórico donde conviven aún, como es obvio, las dos formas estatales; la superación del “ethos” neoliberal en la distribución de los ingresos y recursos, hoy generados y multiplicados hacia la prioridad gubernamental que son los derechos, obras y servicios sociales; la construcción de una cada vez más sólida agenda exterior soberana, independentista, multi-polar y latinoamericanista que dejó atrás, en el cajón del olvido, al viejo colonialismo mental de la política internacional ecuatoriana del período 1999-2005; los crecientes beneficios estructurales y materiales a los más pobres, las capas populares del país y, factor importante, presente en Ecuador como en el resto de procesos gubernamentales de nuevo tipo, los crecientes beneficios a la clase media, que se amplía inusitadamente. Pero quizás, lo que mejor ilustra el horizonte estratégico, es el factor subjetivo: la recuperación del amor propio, de la autoestima nacional, del orgullo de saberse parte del Ecuador, la identidad de saberse un pueblo en un país diferente y, en muchas cosas, mejor que el que tuvieron las generaciones pasadas. Este país, más que edificios y obras materiales, necesitaba esperanza. Y la empezó a retomar.

Nos falta, obviamente, avanzar en esa necesidad de construir la discursiva y praxis que “baje hacia” y “empodere” a la población en la bandera estratégica más relevante que debemos construir entre todos: el socialismo del buen vivir. Cuando ese proyecto de largo plazo sea asumido profusamente por un pueblo ansioso de participar, la cuenta regresiva del capitalismo marcará un hito en la historia republicana. Pero considero impostergable señalar que ese camino, cualquiera sea el nombre que adopte en el resto de naciones fraternas, debe ser colectivo, regional, es decir global, paso indispensable para vencer a escala continental.

Ud. decía: “la Revolución Ciudadana se halla, paradójicamente, en la hora crucial de las potencialidades y las encrucijadas”. ¿Pudiera argumentar esa afirmación?

Esa afirmación, en rigor, la sostuve en un trabajo que escribí en noviembre del 2008; es decir, han pasado cinco veloces y profundos años, razón por la cual deben contextualizarse y entenderse a la luz de aquel primer año de Revolución Ciudadana. Aún no ocurría entonces, el intento de golpe y magnicidio del 30-S, ni se manifestaban, con la elocuencia de Angostura, los sectores fascistas como el representado por el coronel (r) Mario Pazmiño en FFAA y, sobre todo, en ciertas estructuras de la Policía; aún el partido mediático no se consolidaba como la poderosa vanguardia global de la reacción contra este proceso; tampoco se clarificaba, como hoy, el papel que la historia habrá de calificar, de las ONG’s, los partidos de la autollamada “única y verdadera izquierda” y los movimientos indigenistas y obreristas que abandonaron la lucidez y generosidad de los 80as y 90as, para ensombrecerse en la neblina de sus propios límites, que los convirtió en un “Polifemo anti-correísta” de mirada corta y odios estrechos, que les llevó a apostar a favor de la intentona fascista del 30 de Septiembre. La Revolución Ciudadana, en su difícil viaje colectivo hacia el nuevo país, ha recibido las rocas, ataques y conjuras de este cíclope que tiene, como en la mitología griega, varios otros hermanos en el continente: los cíclopes que, con su solo ojo con que ven la realidad, se oponen a Rafael, Evo, Nicolás, Cristina, Dilma, Pepe y Daniel.
Ahora bien, hay que entender que toda revolución -más aún las que van surgiendo en el siglo 21- siempre camina entre potencialidades y encrucijadas. No creo en la irreversibilidad definitiva de los procesos, ni en la vida ni en la historia. Estamos en un momento aún no definido ni definitivo de los procesos progresistas de América Latina. Luego de lo ocurrido en Honduras y Paraguay nadie puede sostener que tiene certeza de qué ocurrirá más tarde con los intentos desestabilizadores en Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina, etcétera.
No sería marxista -y creo serlo- si dijera que nuestro proceso es ‘irreversible’. Caminamos entre potencialidades y encrucijadas: es el signo del destino latinoamericano. Apuesto a las potencialidades, no faltaba más, pero las encrucijadas existen siempre, menos para las estatuas de sal. Con todo ello, veo que las encrucijadas se pueden definir y resolver a través de lo que hemos dado en llamar, tanto por parte del gobierno y una gran porción de la militancia de PAIS, como por parte de los movimientos sociales, obreros, poblacionales y campesinos aliados, la Radicalización del proceso.

¿Cuáles se esbozan como tareas impostergables para el ejecutivo de Correa? ¿Dónde estriban a su juicio los desafíos de la nueva Asamblea?

En el corto plazo la tarea impostergable para el Ejecutivo y Legislativo, se estima que será la aprobación de las leyes estratégicas, trabadas por la oligarquía mediática y la partidocracia criolla antes de su derrota del 17 de febrero. Es decir, las leyes de Comunicación, de Agua, de Tierras y, finalmente, el nuevo Código Penal (y aparejado a éste, tendrá que aportar al cambio estructural de la Fiscalía del Estado, que aún sigue anclada a la vieja dimensión represiva de los 80as y a la visión policial de la DEA).

En el nuevo período presidencial del 2013 al 2017, teniendo como nuestro sur (meta estratégica) al socialismo del buen vivir, veo en el horizonte la construcción inicial de los pilares de aquellas nuevas estructuras del país: el cambio de matriz productiva, la democratización de la economía y los medios de producción; el cambio de la matriz energética; la revolución científica-tecnológica; el desarrollo de un estado democrático del buen vivir desde los territorios; la revolución cultural y del conocimiento (“Ciudad Yáchay” es la piedra fundacional de aquella); y el fortalecimiento participativo de la sociedad.

Pero considero esencial que en todos los plazos: corto, mediano y largo, nuestro proceso genere más democracia que la ya generada y más participación de la que ya existe, pues en este nuevo período abierto por el triunfo aplastante del 17 de febrero, profundizar el proceso de cambio político, social y económico, significa cuidarlo, ahondándolo, puesto que por él hemos luchado millones de ecuatorianos y ecuatorianas, para que no fracase ni en el cuatrienio, ni tampoco en la siguiente década del 2020 al 2030, donde los pilares fundacionales del socialismo del buen vivir empezarán a dar los nuevos frutos.

En esa perspectiva, los desafíos de la nueva Asamblea estriban en la capacidad de generar una elocuente y masiva participación social y ciudadana extra-parlamentaria, ampliando espacios incluyentes inusitados a las organizaciones sociales y permitiendo que las disidencias internas y externas se expresen para cualificar ese salto dialéctico que implica el socialismo del siglo 21. La humildad y la modestia son más bellas cuando más fuerte eres.

Hace unas semanas el presidente hablaba de la necesidad de la crítica y autocrítica a favor del proyecto en construcción. ¿Cuáles son a su entender los principales señalamientos que se le pudiera hacer a su Gobierno?

Solo los dogmáticos y los sectarios desconocen el humilde poder de la autocrítica. Rafael, semanas atrás, con acierto conceptual y valentía corazonal llamó públicamente “a ejercer la autocrítica para revolucionar la revolución”. No podemos dejar solo al presidente Correa en este llamado. Es necesario hacerle saber que cuenta con el apoyo militante, crítico y autocrítico, de PAIS, de los funcionarios, de todas las fuerzas sociales organizadas del país y Latinoamérica que apoyan la profundización participativa y democrática del proceso.

Así que más que señalamientos, que los hay, deberíamos hablar de tareas a fortalecer y deudas a pagar: creo que a mayor ataque de los golpistas, es pertinente más radicalización del proceso. El 30-S la mayoría de la gente, que no tiene título Ph.D, fue la que salió a morir por su presidente y a defender en la calle su vida. Así que a mayor intolerancia del imperio, más participación social y democracia, hacia y desde abajo. A mayor defensa del statu-quo, más democracia participativa. A mayor ataque mediático, más democracia comunicacional y entrega masiva de frecuencias, canales, radios y periódicos a las organizaciones sociales y comunidades.

Las mujeres deben tener su canal de televisión, las organizaciones de trabajadores contar con una frecuencia nacional de radio, los intelectuales con espacios propios en los canales incautados de televisión, los defensores de DDHH que apostamos a este proceso debemos obtener un programa de televisión propio, los comités de la revolución ciudadana contar con periódicos y revistas de tiraje nacional. Entre el 2013 al 2017 será necesario concretar esos espacios de revolución cultural y democratización comunicacional.

¿De qué manera se articula en Ecuador la ofensiva estratégica de las elites luego de su intento por erosionar y desconocer las elecciones presidenciales?

Aquí ese intento “murió en el intento” como Lucio Gutiérrez. Los estamentos fascistas y los grandes medios mercantilistas se aislaron. Quisieron intentarlo, pero fracasaron. La derecha intelectual, los grupos económicos más responsables y el candidato que quedó en segundo lugar, estuvieron a la altura del momento, fueron muy responsables y no cayeron en la trampa gutierrista, socialcristiana y bucaramista. Por lo tanto, éstos no lograron “caprilizar” al país.

Obviamente, hay una matriz hemisférica y trasatlántica, no solo criolla, de embate colectivo contra Rafael y todos los procesos gubernamentales progresistas del continente, que activa un poderoso “lobby” político-económico-mediático-académico-trasnacional (los 'think-tank’ de la reacción) que converge en estrategias de acción mancomunada entre sus pares de la región para desestabilizar al Mashi y también a los otros gobiernos del Eje del Mal, bajo el esquema de las ‘revoluciones naranja´, con una coordinación regional cuyas puntas de lanza son el Partido Popular de España, la USAID, la NED, la Fundación CATO, la Fundación Ecuador Libre, la Sociedad Interamericana de Prensa, el Grupo de Diarios de las Américas, el Canal NTN24 de Colombia y, en la orilla de “los derechos humanos del norte”, las ONG’s, la CIDH-OEA, su Relatoría de Libertad de Expresión y las cortes que dan la razón a las transnacionales y no a los pueblos.

Es decidor que sectores fanáticos de ultraderecha que han perdido espacio desde la consulta por la Constituyente en 2008, y que perdieron abrumadoramente el reciente 17 de febrero, decidieran (como entrenados en iguales matrices de las revoluciones de terciopelo) cambiar el esquema y los escenarios. Apenas perdieron, aparecen enquistados en redes sociales y parapetados en espacios religiosos fundamentalistas, tanto católicos como cristianos, han decidido “migrar” su discurso antigubernamental a otras esferas, mutar como camaleones en pieles diferentes y dar la pelea desestabilizadora con otras identidades: el grupúsculo “14 millones”, inflado mediáticamente ex-profeso, abandera la lucha contra “el diablo” (léase el Gobierno) en todas las iglesias donde reparten octavillas contra la Revolución Ciudadana promocionando movilizaciones contra supuestos, en el pasado reivindicados -en la era febrescorderista (1984-1988)- por el ultramontano grupo “Tradición, Familia y Propiedad”; supuestos que han vuelto a resucitar, a través de ataques falaces contra el Presidente por “alentar” la promiscuidad sexual, la pastilla del día después, el matrimonio gay, etcétera, cuando es notorio, en Ecuador y el mundo, que “el Mashi” es un católico practicante.

Los grupos pro-vida, financiados por lo más exacerbado de la extrema derecha estadounidense del partido Republicano, Sarah Palin y los pastores que dieron “hurras” a Bush, en su momento apoyaron la campaña tendenciosa contra la Constituyente de Montecristi, atizando un discurso cavernario a través de dos mujeres asambleístas que tuvieron enorme caja de resonancia en los medios, para evitar la democratización temática de los derechos. Y hoy, cuando perdieron todo espacio público político, cuando han sido desplazados por una nueva derecha, más homogénea, intelectual y  moderna, salieron del sepulcro para vestir sus blancas túnicas donde incuban el golpismo de nuevo cuño.

Es diciente que lo hagan a sabiendas que tenemos un nuevo Papa, latinoamericano, y un jefe de Estado que fue el primero en saludar y emocionarse con tal nombramiento. Es inevitable que estos embates de hoy, me recuerden la sombra de las operaciones sicológicas montadas por la CIA y sus agentes internos en el Ecuador de los 60as, cuando promovían desde las iglesias y lo religioso, el ataque y la desestabilización a los nuevos vientos que soplaban en el país y el continente.

La oposición, en todo el continente, se nos presenta desideologizada, sin embargo, a propósito de la figura de Guillermo Lasso (segundo en las elecciones de febrero) Correa formula su deseo de que “en este período tengamos una verdadera oposición democrática”. ¿Qué criterios permiten sostener esa expectativa?

Entiendo muy bien y apoyo esa tesis del Presidente cuando la formuló, apenas enterado del impresionante triunfo la noche del 17 de febrero.

Lo que se desconoce en el exterior y por parte de “las verdaderas izquierdas”, es que durante el tiempo de campaña, los sectores más retardatarios no solo lanzaron sus ataques a Rafael, sino a Guillermo Lasso, el candidato presidencial de CREO, endilgándolo de “tibio” y “traidor”. Es esa misma extrema derecha que asume desde el fundamentalismo el ataque de nuevo tipo contra el gobierno en estos días, la que endilgó tales calificativos contra Guillermo. Son los sectores más ultra-derechistas, incluso en los medios oligárquicos como “El Universo” y “El Comercio”, los que en la coyuntura electoral llegaron a condenar sin disimulo a Guillermo Lasso, renegando de su temperamento dialogal y su culta manera de comportarse en política, distante y distinta de la conducta, de matones de barrio, de Lucio, Noboa, Nebot o Bucaram.

Si esto fuera Caracas, esos sectores serían caprilistas, contrarios a todo diálogo y a toda moderación.

Aquí tuvimos, y aún tenemos, una oposición mediocre, inculta, fundamentalista y poco preparada, gansteril en sus métodos, tristísima por su total falta de ética, lumpen por sus costumbres consuetudinarias en el quehacer político. Hasta los jefes editoriales de la prensa oligárquica, que se pretende que son gente medianamente preparada, han hecho gala de escaso conocimiento y gansterismo. En estos cinco años no tuvimos una oposición política seria, sino caricatural, garrotera, golpista y cavernícola. No tuvimos al frente un polo ideológico de ‘intelectuales orgánicos’ que representen mejor y bien sus posiciones, intereses y visiones del mundo. Hoy eso sí se percibe, por fin, en Guillermo Lasso, un adversario al cual se le respeta por ser, en efecto, distinto y distante de aquella cultura politiquera de la vieja república. Defenderá sus opciones y enfoques, obviamente, pero guardo la esperanza de que él representará desde el 24 de mayo, la inauguración de la oposición orgánica e intelectual conservadora a la Revolución Ciudadana, con argumentos y conceptos serios y con respeto caballeresco a las reglas del juego democrático. No es el cavernícola coronel Mario Pazmiño, ni el inculto reptilíneo Lucio Gutiérrez, ni el triste clown oligárquico Álvaro Noboa. No es Capriles ni Uribe. En esa tesis, que no la entiende la ultraizquierda interna y externa, coincido con el Mashi.

Recientemente el presidente Rafael Correa notificó el inicio de las negociaciones para su adhesión al MERCOSUR. Desde su perspectiva, ¿qué importancia tendría para el país su inserción en ese bloque comercial del Sur?

En mi opinión, sería un hito más en la construcción de esa agenda internacional soberana, integracionista y multi-polar que tanto ansié que tuviéramos en el Ecuador. Correa ha hecho posibles muchos de esos escenarios que elaboramos y por los cuales luchamos en una década. Falta avanzar mucho más, por supuesto: me gustaría que en breve nuestro Presidente fuera a Moscú y Pekín, los dos nuevos polos del mapamundi que está por nacer en lo que queda de la década. Desearía que estuviéramos en el MERCOSUR para evitarnos un tratado de libre comercio asimétrico con la UE y el renovado imperio alemán. Imagino verlo en Sudáfrica y la India, para trazar hasta allá la línea ecuatorial, que desde Nuestra América la empezara Fidel y continuara Chávez con el África y la gran nación de Gandhi. Y si de soñar se trata, quisiera que un día, entre 2013 y 2017, el Mashi reciba a los máximos representantes del herido y digno Estado de Palestina.

Pero, en el corto y mediano plazo, que Ecuador sume nombre y destino al MERCOSUR, es un desafío y una utopía imposible de imaginar en la era del colonialismo mental que nos tocó padecer con Mahuad, Gustavo Noboa y el dúo Gutiérrez-Zuquilanda. Tan solo pensar que podríamos formar parte del bloque económico (y geopolítico, he de insistir) más fuerte del Sur del mundo, debería motivarnos a apoyar ese esfuerzo y que, a la vez, debamos defender la consolidación temática de la UNASUR, la cristalización  comunicacional del ALBA (en auxilio concreto, no discursivo, a nuestra lucha inminente por la democratización de la comunicación, la tierra y el agua), y el crecimiento acelerado de la CELAC en el concierto internacional de naciones.

Creo que una referencia para saber avanzar en el camino correcto, nos lo da, paradójicamente, el reciente Informe de la CIA sobre Escenarios globales hasta el 2030. Si no apostamos al mundo multi-polar, a la alianza con China, Rusia, India, los países árabes, África, al Mercosur y a la Patria Grande, todo el sacrificio de una década en Ecuador y Latinoamérica, servirían de poco: volverían a mandar en estas tierras los herederos de la doctrina Monroe.

Como parte de la renovación del ejecutivo es notable la presencia de las mujeres en el Parlamento. ¿Qué lecturas le podemos dar a este hecho? ¿Podría tal vez ser una forma de enfocarse  hacia la violencia de género, una realidad histórica todavía patente a pesar de los avances constitucionales y legales en ese orden?

La feminización de la conducción parlamentaria y en la composición del gabinete ejecutivo, pone contra las cuerdas a una oposición mediática y social conservadora que siempre tiene respuestas descreídas a todo. Si lanzamos el primer satélite al espacio, los “huasicamas” del imperio, caricaturizan, amargados, el inédito despegue del país hacia el futuro. Si la prensa europea sostiene que Ecuador es “el nuevo jaguar de América”, los “felipillos” de la burguesía caricaturizan, envenenados, diciendo que el país no llega a tanto, solo a “danta” o “tapir”. Si ahora tenemos tres mujeres al frente de la Asamblea Legislativa, los “malinches” de los medios, caricaturizan, con odio en el fondo, esta inédita experiencia política, citando que se trata de “una treta”.

La realidad histórica de relegamiento a la mujer, de discriminación de género y de machismo marcado, evidentes en nuestra sociedad patriarcal, son confrontadas así por una revolución política como la nuestra, que envía mensajes de superación y ampliación de la democracia, de feminización de la política y del ejercicio de poder, y que ojalá, es mi deseo, coadyuve a  sancionar al feminicidio, delito que aumentó en el país, y a fortalecer las políticas de inclusión, de igualdad de género y los derechos de las mujeres.

¿Una revolución puede avanzar sin la participación de los sujetos históricos y las comunidades sociales?” ¿De qué manera esta pregunta esbozada por usted se cumple al interior del proceso ecuatoriano?

He sostenido lo contrario: “Una revolución NO puede avanzar sin la participación de los sujetos históricos y las comunidades sociales”. Creo que toda revolución, y más un proceso revolucionario del siglo 21 donde las diversidades son su cualidad, se mide por el grado de ejercicio participativo de su gente y por una virtud escasa en toda revolución que no ensancha sus espacios: en que no le tiene miedo a las comunidades, al pueblo, a la gente, y en que abre ‘las anchas alamedas’ como dijo Allende, para la participación directa, crítica y abierta de la sociedad movilizada. Al neoliberalismo en retroceso y a la democracia minimalista de la partidocracia, debemos anteponer más democracia participativa y directa.

En esa dimensión, en este proceso hemos conquistado muchos niveles, canales y espacios de participación, desde antes de la Constituyente, y luego de ella, amparados en la Constitución más vital del planeta: la que consignó por vez primera que tuviéramos derechos de la naturaleza, la silla vacía, el cuarto poder ciudadano, los consejos sectoriales participativos, entre otros.

Obviamente, dolorosamente en mi opinión, toda institucionalización de la participación es inevitable, pero si se acartona y formaliza, se corre el peligro de ‘formolizarla´, promoviendo el consentimiento callado y obediente. Sin organización ni participación ‘ilegal y ruidosa’, quiero decir sin la activa presencia de la gente, de las organizaciones y militantes que están o nacieron con este proceso, se ritualizan los espacios de movilización y los instrumentos de participación. Y “una revolución sin baile, no es una revolución.

Las organizaciones sociales comprometidas con este proceso han cometido muchos errores, demasiados, en tan pocos años. Por eso opino que tenemos por delante varios quehaceres, tanto las organizaciones sociales, cuanto las comunidades, y también las militancias, PAIS, los CDRs, los funcionarios revolucionarios, el Ejecutivo y el Legislativo, el Gobierno en sí:

- Construir un Eje Nacional de la Revolución Ciudadana que amplíe la participación social y garantice la continuidad del proceso.

- No dejar solo al Mashi en su tesis de que es necesario asumir la autocrítica (y la crítica añadiría yo) para revolucionar la revolución. Es crucial acompañarlo, defenderlo y ayudarlo a profundizar la revolución.

- Saber que los procesos revolucionarios del siglo 21 son como ríos, y un río trae de todo: no puede mirarse ese río como “izquierda y derecha”. Se debe entender que lleva y concentra al ‘todo nacional’, que fue fragmentado en la era neoliberal.

- Estar conscientes que ésta es una ventana de oportunidad histórica de un pueblo: no podemos desperdiciarla ni dejar que la desperdicien nuestras propias autoridades, ministros, funcionarios, técnicos, militantes y medios públicos.

- Impulsar la movilización permanente de todos los actores comprometidos con este proceso: una revolución que se profundiza, no lo hace desde la inercia y la inmovilidad. No se puede movilizar la gente solamente cada 30 de septiembre, cada 17 de febrero y cada 1º de mayo.

- Hay que dotar de seguridad a los cuadros dirigentes, tanto en el Estado cuanto en las comunidades y militancia, porque estimo que la reacción más violenta buscará golpear selectivamente y escalar a nuevos escenarios la confrontación entre el 2013 y 2017.

- Alentar la organización popular lo más masivamente que se pueda. Es crucial construir “las otras Ciudades Yáchay”. Abajo y arriba, al este y al oeste, al norte y al sur, hay que constituir los epicentros de los otros conocimientos, de las sabidurías populares, de las experticias militantes y de las experiencias de formación política, organización, historia y vida, valiosas y potentes que tenemos en un pueblo tan ejemplarmente insurrecto como el nuestro, reivindicando las venidas a menos ciencias sociales, los espacios de discusión en calles e instituciones, espacios que pudimos abrir en la efervescente etapa pre-revolucionaria de noviembre de 2004 a abril de 2005. Las amas de casa dialogaban sobre política petrolera del país en asambleas barriales; los trabajadores discutían la Constituyente en las empresas estatales; los y las “guambras” (quichuismo por jóvenes) reivindicaban el sexo, el baile y el humor como ejes nodales de la lucha contra la vieja república, y los activistas conspirábamos en público para derribar al viejo régimen.

Ese “ambiente” revolucionario debe respirarse, otra vez, cada vez más, superando el “te doy haciendo” al que a veces están acostumbrados los funcionarios y militantes. Parafraseando a “V” (el héroe del famoso film) “el pueblo no teme a los cenáculos que desconfían de la gente; son ellos los que temen a la ciudadanía revolucionada”.