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giovedì 13 aprile 2017

Il Pentagono ha addestrato i "ribelli" di Al Qaeda in Siria all'uso di armi chimiche



Michel Chossudovsky | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

07/04/2017
I media occidentali confutano le loro stesse bugie

Non solo confermano che il Pentagono ha sinora addestrato i terroristi nell'uso di armi chimiche, ma riconoscono anche l'esistenza di un neppure così segreto piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche in Siria e addebitarlo al regime di Assad.

Il London Daily Mail in un articolo del 2013 confemava l'esistenza di un progetto anglo-americano, appoggiato dalla Casa Bianca (con il sostegno del Qatar) per lanciare un attacco con armi chimiche sulla Siria ed addossare la colpa su Bashar al-Assad.

Aggiornamento; 8 aprile 2017. La decisione di Trump di bombardare la base aerea siriana come rappresaglia all'asserito uso di armi chimiche da parte di Assad sul suo stesso popolo conferma che lo scenario d'operazione sotto falsa bandiera dell'attacco con armi chimiche è ancora "sul tavolo".

La nostra analisi (che include una grande mole di pezzi investigativi di Global research) conferma inequivocabilmente che Trump sta mentendo, i media occidentali stanno mentendo e molti degli alleati americani stanno mentendo.

Il seguente articolo del Mail Online è stato pubblicato e successivamente rimosso. Notate il discorso contraddittorio:

"Obama ha inviato un avvertimento al Presidente siriano Bashar al-Assad, La Casa Bianca ha dato luce verde all'attacco con armi chimiche".

Questo pezzo del Mail Online, pubblicato nel gennaio 2013 è stato successivamente rimosso da Mail Online. Per ulteriori dettagli vai a questo link.


L'addestramento dei "ribelli" (alias i terroristi di Al Qaeda) da parte del Pentagono nell'uso delle armi chimiche. 

La CNN accusa Bashar al-Assad di uccidere il suo stesso popolo mentre riconosce anche che i "ribelli" non solo sono in possesso di armi chimiche, ma che questi "terroristi moderati" affiliati ad Al Nusra sono addestrati nell'uso delle armi chimiche da esperti sotto contratto del Pentagono.

In una logica contorta, il mandato del Pentagono era quello di assicurare che i ribelli allineati con Al Qaeda non acquisissero od usassero armi di distruzione di massa, addestrandoli attualmente all'uso di armi chimiche (suona contraddittorio):

"L'addestramento [nell'uso di armi chimiche] che ha luogo in Giordania e Turchia, riguarda il modo di monitorare e mettere in sicurezza scorte nonché maneggiare armi, siti e materiali, secondo le fonti. Alcuni dei contractors sono sul terreno siriano che lavorano con i ribelli per monitorare alcuni siti, secondo uno dei funzionari. La nazionalità degli addestratori non è stata rivelata, sebbene gli ufficiali si guardavano dal dare per scontato che fossero tutti americani.(CNN, 9 dicembre 2012)





L'articolo qui sopra della giornalista Elise Labott (relegata alla status di blog CNN), vincitrice del Premio CNN confuta le numerose accuse della CNN dirette contro Bashar al-Assad.

Chi sta portando avanti l'addestramento dei terroristi nell'uso delle armi chimiche? Direttamente dalla fonte: la CNN



Fonti: l'aiuto coperto degli USA nell'addestramento dei ribelli nel mettere in sicurezza le armi chimiche.

E questi sono gli stessi terroristi (addestrati dal Pentagono) che sono l'asserito bersaglio della campagna di bombardamenti finalizzati al controterrorismo di Washington iniziata da Obama nell'Agosto 2014:

"Lo schema del Pentagono stabilito nel 2012 consiste nell'equipaggiare ed addestrare ribelli di Al Qaeda nell'uso di armi chimiche, col supporto di contractors militari ingaggiati dal Pentagono, e quindi nel ritenere il governo siriano responsabile per l'uso di armi di distruzione di massa contro il popolo siriano.

Quello che si sta rivelando è uno scenario diabolico - che è parte integrale della pianificazione militare - vale a dire una situazione dove i terroristi dell'opposizione supportati dai contractors occidentali della difesa sono attualmente in possesso di armi chimiche.

Questo non è un addestramento dei ribelli nella non proliferazione. Mentre il Presidente Obama dice che "sarete ritenuti responsabili", se userete (intendendo il governo siriano) armi chimiche, ciò che è contemplato come parte dell'operazione coperta è il possesso di armi chimiche da parte dei terroristi supportati da USA e NATO, vale a dire "dai nostri" operativi affiliati di Al Qaeda, incluso il Fronte di Al Nusra che costituisce il più attivo gruppo di combattimento finanziato ed addestrato dall'Occidente, largamente integrato da mercenari stranieri. In un amaro risvolto, Jabat al Nusra, una risorsa dell'intelligence, supportato dagli USA, è stato recentemente messo sull'elenco delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato.

L'Occidente afferma che viene in soccorso del popolo siriano, le cui vite sono presumibilmente minacciate da Bashar al-Assad.

La verità della questione sta nel fatto che l'alleanza militare occidentale non solo sta supportando i terroristi, incluso il fronte di Al Nusra, ma sta anche rendendo disponibili armi chimiche alle sue vicine forze ribelli "di opposizione".

La fase successiva di questo diabolico scenario è che le armi chimiche nelle mani degli operativi di Al Qaeda saranno usate sui civili, il che potrebbe portare un'intera nazione dentro un disastro umanitario. La questione ulteriore è: chi è una minaccia per il popolo siriano? Il governo siriano di Bashar al-Assad o l'alleanza militare tra USA, NATO e Israele che sta reclutando forze terroristiche "di opposizione" che vengono attualmente addestrate nell'uso di armi chimiche?" (Michel Chossudovsky, 8 maggio 2013, minor edit)





venerdì 11 aprile 2014

La Nato, 65 anni dopo - Le operazioni militari su vasta scala della NATO (galleria fotografica)



Rick Rozoff, Stop Nato | rickrozoff.wordpress.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


Quando gli Stati uniti reclutarono i loro alleati militari europei occidentali e canadesi per creare l'Organizzazione del trattato nord atlantico nel 1949, fu con lo scopo di perpetuare la presenza militare americana sul continente europeo e introdurre per la prima volta le armi nucleari in Europa.

Attualmente, 65 anni dopo, il Pentagono continua a mantenere basi aeree, navali e truppe in Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Germania, Italia, Norvegia, Grecia, Turchia e in altri stati membri della Nato. Per di più, in conseguenza degli ultimi quindici anni di espansione, l'Alleanza atlantica ha acquisito il diretto controllo di nuove basi in Kosovo, Bulgaria, Romania, Polonia, Lituania, Estonia, Ungheria e Repubblica ceca. Queste strutture militari permettono l'utilizzo permanente di basi aeree in Ungheria, Bulgaria, Romania, Lituania, Estonia e Polonia, per le quali negli ultimi dieci anni gli Stati uniti hanno speso milioni di dollari per il loro ammodernamento ed ampliamento.

Washington, che per prima schierò le bombe nucleari in Europa nel 1949, subito dopo la fondazione della Nato e prima che l'Unione sovietica avesse sviluppato la sua bomba atomica, ancora oggi mantiene le bombe nucleari B61 nelle basi aeree di Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Olanda e Turchia, secondo le disposizioni di quello che viene alternativamente chiamato il burden sharing (condivisione degli oneri) della Nato o l'accordo di condivisione nucleare. Le bombe nucleari tattiche in questione sono statunitensi, ma, in base agli accordi Nato, devono essere portate a destinazione dalle forze aeree delle rispettive nazioni ospitanti.

Con l'annuncio da parte di Washington del cosiddetto Approccio adattativo graduale europeo (European Phased Adaptive Approach) per il sistema di missili intercettori nel 2009 e con la sua successiva approvazione da parte della Nato, l'Alleanza atlantica è diventata il meccanismo che fa capo al Pentagono per la diffusione e la copertura dello scudo missilistico "figlio delle Guerre stellari" su tutta l'Europa (ad eccezione di Russia e Bielorussia), sui mari confinanti con il continente, nonché l'elemento costitutivo di un Programma globale (e spaziale) di missili intercettori.

Gli stati membri della Nato spendono complessivamente oltre mille miliardi di dollari l'anno in armi e forze militari.
 
Quando la Turchia invase Cipro del Nord, nel 1974, l'Organizzazione del trattato nord atlantico non agì per impedirlo, né criticò questo atto di aggressione perché la Turchia era membro della Nato mentre Cipro no. Quaranta anni dopo, quando il popolo della Crimea ha votato in massa per lasciare l'Ucraina post-golpe e associarsi alla Federazione russa, un processo del tutto pacifico, la Nato come risposta ha suonato minacciosi tamburi di guerra in relazione a quanto disposto dall'articolo 5, in materia di "difesa collettiva", vale a dire sforzi militari concertati. Nel linguaggio comune, la guerra.

Con la sconfitta di AKEL al governo di Cipro lo scorso anno e con la formazione di un governo filo-Nato, che ha subito dato ai suoi sostenitori statunitensi e occidentali quello che avevano chiesto (cioè di unirsi al programma Nato del Partenariato per la pace, utilizzato per preparare le 12 nazioni dell'Europa orientale che la Nato ha assorbito come membri a pieno titolo nel decennio 1999-2009), ora tutte le 39 nazioni europee (42 includendo i paesi del Caucaso meridionale ed escludendo i mini o micro-stati di Andorra, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Città del Vaticano) sono membri a piano titolo della Nato o aderenti ad uno o più dei suoi programmi di partenariato militare: il Partenariato per la Pace, la Carta dell'Adriatico, la categoria di Paesi aspiranti, Piano d'azione di partenariato individuale, Piano d'azione per l'adesione, Programmi nazionali annuali, ecc.

Con altri programmi di partenariato - il Dialogo Mediterraneo (in Nord Africa e Medio Oriente), l'Iniziativa di cooperazione di Istanbul (nel Golfo Persico), la nuova Partners di tutto il mondo (Afghanistan, Australia, Iraq, Giappone, Mongolia, Nuova Zelanda, Pakistan e Corea del Sud per cominciare) e i singoli accordi in continua evoluzione con le nazioni dell'America Latina (ad oggi Colombia ed El Salvador) - i membri e partner della Nato costituiscono ormai più di 70 nazioni, oltre un terzo dei paesi del mondo, in ogni continente abitato.

Inoltre, negli ultimi anni la Nato ha cercato di stabilire partnership con i 10 paesi dell'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), i 54 dell'Unione africana, l'India, la Cina e altre nazioni di tutto il mondo. La Nato, insomma, in epoca di post-guerra fredda si è trasformata nel più grande e primo nella storia blocco militare globale al mondo. Un blocco che negli ultimi quindici anni ha intrapreso guerre a pieno titolo in tre continenti - Europa (Jugoslavia nel 1999), Asia (Afghanistan fino ai giorni nostri) e Africa (Libia nel 2011) - e che ha successivamente inglobato le nazioni sconfitte e conquistate, o i loro frammenti, nella sua rete internazionale di collaborazioni militari.

Come per molti lavoratori negli Stati uniti e negli altri paesi, i 65 anni dovrebbero essere l'età del pensionamento obbligatorio per questa pericolosa minaccia, la più pericolosa di tutte, alla pace mondiale.
Le operazioni militari su vasta scala della NATO (galleria fotografica)
Il Trattato del Nord Atlantico fu siglato 65 anni fa, il 4 aprile 1949


Itar-Tass | en.itar-tass.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


La Nato è un'alleanza militare che ha come scopo la difesa collettiva. La Nato conduce operazioni militari di due tipi: quelle per il mantenimento della pace (peacekeeping) e quelle per l'applicazione della pace (peace enforcing). La differenza è che le azioni di mantenimento della pace sono realizzate con il comune accordo delle parti coinvolte. Il presupposto per l'ingerenza con operazioni di "peace enforcing" è una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. In realtà, tali operazioni si sono svolte senza l'approvazione dell'Onu: nel 1995, le forze della Nato sono intervenute nel conflitto in Bosnia-Erzegovina, senza l'approvazione dell'Onu, né è stato sanzionato dalle Nazioni unite il bombardamento Nato della Jugoslavia nel 1999. Di seguito, in questa galleria fotografica di ITAR-TASS, le operazioni militari su larga scala più conosciute della Nato
Prima operazione della Nato in Bosnia-Erzegovina nel 1994-1995.

Foto 1 - Cittadini si nascondono dietro un peacekeeper a Sarajevo.
Foto 2 - La Nato bombarda un arsenale serbo a Pale, nei pressi di Sarajevo il 30 Agosto 1995.
Operazione "Allied Force" in Jugoslavia, 1999

Foto 3 - La Nato dirige la missione di peacekeeping Kfor in Kosovo, 14 luglio 1999
Foto 4 - Operazione "Allied Force" in Jugoslavia, 1999
Foto 5 - Centrale elettrica in fiamme a Belgrado, 24 marzo 1999
Foto 6 - Ponte sul Danubio distrutto dai bombardamenti della Nato a Novi Sad
Foto 7 - Ponte sul Danubio distrutto dai bombardamenti della Nato a Novi Sad
Foto 8 - Conseguenze dei bombardamenti Nato sulla città di Surdulica, Jugoslavia
Foto 9 - Conseguenze dei bombardamenti Nato sulla città di Aleksinac
Foto 10 - Serbatoio carburante di un aereo da combattimento della Nato nel villaggio di Aleksandrovac, 80 km da Belgrado

 
Operazione "Active Endeavour" nel Mar Mediterraneo, 2001

Foto 11 - Operazione "Active Endeavour" nel Mediterraneo, 2001
Foto 12 - Operazione "Active Endeavour" nel Mediterraneo, 2001
Foto 13 - Operazione "Active Endeavour" nel Mediterraneo, 2001
La Nato guida la missione di sicurezza internazionale Isaf, in Afghanistan, nel 2003.

Foto 14 - Studenti fermano un camion della Nato durante una protesta contro l'ingresso delle truppe
Foto 15 - Rastrellamento dei soldati Nato in un villaggio
Foto 16 - Soldati della Nato sparano colpi di mortaio nella provincia di Kunar, Afghanistan
Foto 17 - Soldato della Nato perquisisce un bambino nel villaggio di Host, Afghanistan
Missione Nato di addestramento militare in Iraq, iniziata nel 2005.

Foto 18 - Addestramento di una recluta irachena
Foto 19 - Istruttore Nato addestra reclute irachene
La Nato partecipa dal 2008 alle operazioni sulle coste del Corno africano.

Foto 20 - Soldato della Nato perquisisce un lavoratore a Gibuti
Foto 21 - Le navi militari Nato "Hamburg" e "Köln" lasciano una base in Germania nel 2011
La Nato conduce l'operazione "Unified Protector" in Libia.

Foto 22 - Soldato della Nato controlla l'equipaggiamento di un caccia in una base in Sicilia nel 2011
Foto 23 - Jet da combattimento della Nato decolla dalla portaerei francese Charles de Gaulle
Foto 24 - Bombardamenti durante "Unified Protector"
Foto 25 - Funerali di massa delle vittime degli attacchi aerei della Nato
Foto 26 - Rovine in seguito ai bombardamenti Nato
                              

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giovedì 20 marzo 2014

Le guerre di Washington - Las guerras de Washington


 
Una buona analisi sulla situazione mondiale anche se il documento  è stato redatto il 05/03/2014, cioè prima dell'aggravarsi delle relazioni tra USA/UnioneEuropea e Russia per la questione del golpe in Ucraina.
 
 




 Higinio Polo

Il generale Wesley K. Clark, che fu il comandante supremo della Nato alla fine degli anni novanta, riconosceva nel 2001 (e pubblicò nel 2003 "Winning Modern Wars: Iraq, Terrorism and the American Empire) che i piani nordamericani per attaccare l'Iraq avrebbero trovato continuità in Siria, Libano, Iran, Somalia e Sudan. Dietro questa pianificazione c'era buona parte dell'establishment statunitense, nel governo, nel Pentagono, negli istituti di pensiero o think-tank e nelle corporation, con attori come il corrotto Paul Wolfowitz (che arrivò ad essere sottosegretario alla difesa e, precedentemente, ambasciatore in Indonesia, dove sostenne il sinistro Suharto), portatore della cosiddetta "dottrina Wolfowitz", che postulava l'unilateralismo nelle relazioni internazionali e le "guerre preventive" al fine di garantire il predominio nordamericano nel XXI secolo. In generale, l'intero settore neoconservatore americano, da Dick Cheney a Donald Rumsfeld passando per lo stesso George W. Bush, da William Kristol e Richard Perle, aveva questa visione guerrafondaia, partecipando allo sviluppo dei piani e delle guerre d'aggressione che hanno insanguinato il primo decennio del secolo e la cui dinamica è proseguita sotto la presidenza Obama.

Gli anni di Bush hanno conosciuto un'offensiva generalizzata nelle diverse aree del mondo, diretta a imporre il "nuovo secolo americano". Afghanistan e Iraq sono state le guerre più importanti, conflitti sanguinosi non ancora chiusi, ma non furono le uniche: guerre segrete di bassa intensità come quelle imposta a Iran e Pakistan, le operazioni punitive condotte in diversi paesi di Africa e Asia (Somalia, Sudan, Yemen, Libia, Siria), i programmi di destabilizzazione nella periferia russa e nelle regioni cinesi tramite movimenti nazionalisti attestano la determinazione degli Stati uniti a voler mantenere la propria egemonia globale con l'uso della forza e della guerra. Alcune di queste guerre a bassa intensità sono letali: solo in Pakistan, secondo le stime di Amnesty international, gli Stati uniti hanno ucciso con i droni oltre quattromila persone negli ultimi dieci anni. E il presidente Obama non ha affatto chiuso con questa prassi, anzi.

All'ambizione di rimodellare il Medio oriente, affossare l'Iran e distruggere gli ultimi alleati di Mosca, sono stati aggiunti i piani concreti per includere l'Asia centrale nella zona di influenza di Washington, riducendo la Russia a status di potenza regionale impotente, e la progettazione di un nuovo "cordone sanitario" intorno alla Cina, il paese che più di un decennio fa era ancora la sesta economia mondiale, ma che già si profilava come una importante sfida strategica per gli Stati uniti. E questo per una buona ragione: quando incominciò l'invasione nordamericana dell'Afghanistan, nel 2001, non solamente il Pil degli Stati uniti superava abbondantemente quello cinese, ma anche Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna avevano un potere economico maggiore della Cina. Tuttavia, come già temevano gli analisti dell'establishment nordamericano, l'impressionante crescita economica cinese avrebbe cambiato la situazione e tutte le tendenze indicano, secondo le stime del Fmi, che la Cina sorpasserà (a parità di potere d'acquisto) il Pil nordamericano nel 2017: tre anni al temuto momento che Washington ha voluto ostacolare in ogni modo. I problemi si accumulano per Washington: l'elevato indebitamento (17mila miliardi di dollari di debito governativo, che salgono a 60mila miliardi se si aggiungono i debiti dei governi locali degli stati e delle istituzioni finanziarie), il deplorevole stato delle infrastrutture negli Stati uniti (ponti, rete viaria, mancanza di nuove comunicazioni), e la prevedibile fine del ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale non preannunciano tempi migliori.

Tuttavia, la pianificazione strategica nordamericana per fermare la propria relativa decadenza si è rivelata fallimentare, a dispetto di vittorie regionali, come in Libia, e nonostante mantenga un potere economico e militare non disprezzabile. L'esplosione della crisi economica nel 2008 ha acuito le tendenze negative negli Stati uniti, mostrando il loro graduale indebolimento economico e il fatto di possedere una percentuale ogni volta minore del Pil mondiale. L'arrivo di Obama alla presidenza ha fatto supporre una rielaborazione della politica estera, benché si sia rassegnato ad accettare molte delle decisioni di Bush (a cominciare dal mantenimento di Guantánamo e dalle operazioni speciali di assassinio senza alcun tipo di controllo giudiziale) e sia stato assorbito nelle dispute domestiche, mentre i circoli di potere si dibattono tra l'ambizione di mantenere il predominio e la graduale accettazione che l'ascesa cinese rende inevitabile la negoziazione di un nuovo disegno strategico mondiale. Con Obama, Washington, senza abbandonare la vecchia inerzia degli anni di Bush, ha rinunciato a spingere in modo deciso per l'apertura di una nuova tappa nelle relazioni tra le grandi potenze, a dispetto dell'annuncio di grandi iniziative (come quella presentata nel giugno 2013, a Berlino, che offriva un disarmo nucleare alla Russia e che Mosca non ha preso sul serio per via dei piani nordamericani per sviluppare lo scudo antimissili) che sono poco più che operazioni di propaganda.

Il 2013 cominciava con una tensione senza precedenti tra Stati uniti e Russia, per la legge Magnitski, appoggiata da Obama (che poneva il veto a diciotto magistrati e alti funzionari russi), misura a cui la Duma russa rispose con la legge Dima Yakovlev, (chiamata così per il bambino russo che morì abbandonato in un'automobile dal padre adottivo nordamericano), mentre, in cambio, il ministero di esteri russo pubblicò una lista dove apparivano i nomi dei capi militari di Guantánamo implicati in torture, come quelli dei consiglieri del governo e agenti della Dea. Le controversie si aggravavano.

Nell'aprile 2013, il consigliere per la sicurezza nazionale nordamericano, Tom Donilon, consegnò una nota di Obama al presidente russo che affrontava le differenze politiche e militari sullo scudo antimisili e l'armamento atomico, presentando alcune proposte commerciali. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, sostiene che la normalizzazione delle relazioni con Washington è una questione centrale per Mosca, benché sia cosciente che la Russia in varie occasioni è stata ingannata dagli Stati uniti, i quali sono venuti meno agli impegni. Lo ha fatto con l'integrazione dell'Europa orientale nella Nato, con l'incorporazione delle repubbliche baltiche e continua a farlo col persistente tentativo di impadronirsi di Ucraina e Georgia, oltre alle operazioni portate avanti in Asia centrale, alcune pubbliche, altre coperte. Lo ha fatto anche con l'imposizione di una forza Nato in Afghanistan, con la bugia sullo scudo antimisili per "difendersi" dall'Iran, e con le operazioni militari contro Libia e Siria, paesi che mantenevano buoni rapporti con Mosca. È ovvio che Mosca non possa fidarsi della serietà delle parole di Washington. L'ultimo rapporto elaborato dal dipartimento di stato nordamericano sul compimento degli accordi di disarmo, gettava sale sulle ferite accusando la Russia di non rispettare la Convenzione sulla proibizione di armi batteriologiche e tossiche, la Convenzione sulle armi chimiche e gli accordi sulle armi convenzionali in Europa. La relazione evitava di citare la mancata ratifica del Trattato sulla proibizione dei test nucleari che Washington si era impegnata a fare. Non ci sono avanzamenti nei negoziati sul disarmo, nonostante siano apparse, perfino negli Stati uniti, serie critiche allo scudo antimisili, come sostenuto da un gruppo di scienziati del Mit, in particolare dal fisico Theodore Postol, e a dispetto della proposta di disarmo esposta pubblicamente da Obama a Berlino.

Putin, come una dimostrazione di buona volontà, ha accettato di cedere una base alla Nato, a Ulianosvsk, per la campagna militare nordamericana in Afghanistan, anche se le differenze sulla Siria (Ginevra 2), sui negoziati con Iran, sullo scudo antimissili o il previsto ampliamento della Nato verso oriente e l'intromissione in Ucraina, Moldavia e Georgia, continuano a deteriorare le loro relazioni. Afghanistan, origine delle rotte della droga, ha somma importanza per Mosca, e il governo russo è molto interessato alla pacificazione del paese e alla lotta contro il narcotraffico, ma niente è certo. Il generale John R. Allen, capo militare della Nato in Afghanistan (a cui Obama aveva riservato la direzione dell'alleanza), si è dimesso ed è stato sostituito da Joseph Dunford Jr, l'uomo che dovrà organizzare il ritiro, mentre le attività segrete della Cia, dei commandos delle operazioni speciali di Washington e della stessa Nato hanno alimentato i canali dei trafficanti di droga afgani e dei signori della guerra. Non bisogna dimenticare che settori
della Cia e del Pentagono hanno collaborato con organizzazioni di narcotrafficanti per controllare a distanza le loro azioni e metterli al servizio dei loro obiettivi di predominio politico in Asia. Mosca è molto interessata a limitare il flusso di droghe. La Russia, dove causano migliaia di morti ogni anno, è uno dei paesi più colpiti del mondo. È certo che in Afghanistan, gli Stati uniti hanno cercato di combattere le coltivazioni di oppio, ma la loro politica si trasformata in un evidente fallimento che ha aggravato la situazione nel paese (molti contadini poveri finiscono nelle mani dei narcotrafficanti per debiti, dovendo perfino consegnare in pagamento le proprie figlie), e che diventa una minaccia per la Russia. Senza dimenticare la sua implicazione nelle guerre: buona parte delle attività dei gruppi armati che combattono il governo siriano di Bachar al-Assad si finanziano col narcotraffico afgano. Víctor Ivanov, responsabile del Fskn russo (l'organismo preposto al contrasto del narcotraffico), ha affermato che circa ventimila mercenari presenti in Siria dipendono dal denaro ottenuto con la vendita di eroina in diversi paesi asiatici ed europei, come la Russia.

Mentre si indebolisce il potere economico e politico statunitense, si rafforza la sua macchina bellica. Lo spiegamento della Nato in Asia intende assicurare il predominio nordamericano. Le ambizioni su basi militari permanenti in Afghanistan, Iraq, Kirghizistan (e anche in Uzbekistan), oltre a Filippine, Indonesia, Giappone e Corea del sud, seguono questa logica, con la collaborazione della Nato. Inoltre, la diplomazia nordamericana lavora per inserire nel suo ambito di influenza Kazakistan e Turkmenistan. Questa strategia non è nuova. Già nel 1997, sotto Yeltsin, e su iniziativa del senatore repubblicano Sam Brownback, gli Stati uniti approvarono il "Silk road strategy act" per consolidare i nuovi stati centroasiatici, stimolare le tendenze di rottura con Mosca, ed attrarli verso la loro sfera di influenza utilizzando ogni mezzo diplomatico e le operazioni segrete di Cia, Pentagono e dei servizi segreti alleati, come Arabia, Israele o Turchia.

Questo ricorso ad operazioni segrete è utilizzato anche dalle compagnie petrolifere che ingaggiano imprese di mercenari, fatto che, unito in molte zone all'intervento militare aperto e al sistematico utilizzo da parte del governo Obama di compagnie di mercenari ("contractors", secondo l'ipocrita linguaggio del Pentagono e del dipartimento di stato), ha creato grande confusione in molte zone alimentando il terrorismo come reazione, terrorismo che paesi come Cina o Russia si sforzano di contenere perché temono che aumenti all'interno dei loro paesi. I recenti attentati in Xinjiang e nel Caucaso russo lo dimostrano. Questa condotta viene da lontano. Baku, per esempio, è stata utilizzata per anni dai servizi segreti nordamericani (col governo azero che chiudeva volontariamente gli occhi), per introdurre mercenari islamisti nelle regioni russe di Cecenia e Daghestan, molte volte in collaborazione con la mafia cecena dedita al narcotraffico. Non bisogna dimenticare che il presidente Ilham Aliyev (come prima suo padre, il defunto Gueidar Aliyev), che ha ricevuto l'appoggio delle imprese petrolifere occidentali, dirige un governo-cliente degli Stati uniti. Le compagnie petrolifere nordamericane (e britanniche) si riparano dietro lo scudo dei mercenari e la loro capacità di corrompere funzionari e ministri è una risorsa in più nello sviluppo dell'influenza politica nordamericana.

La Cina è il terzo protagonista del triangolo strategico. Le riforme spinte dal nuovo governo cinese che pretendono, tra le altre cose, la diminuzione del peso delle esportazioni nella propria economia e lo sviluppo del mercato interno, si accompagnano a differenti progetti strategici, in maggioranza orientati al suo rafforzamento economico e a dare impulso ad un mondo multipolare. La pressione cinese, per quanto anche russa e di altri paesi, per riformare il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e perfino l'Organizzazione mondiale del commercio, va di pari passo con lo sviluppo di nuovi accordi commerciali della Cina in differenti aree del pianeta, come nell'Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), in paesi americani come Perù, Cile e Costa Rica, in Asia e Oceania (Nuova Zelanda). La retrocessione del dollaro come moneta, unita alla crescente internazionalizzazione dello yuan, inaugura nuovi scenari quasi impensabili fino a pochi anni fa: la Cina ha stipulato accordi per commerciare nelle rispettive monete, senza utilizzare la valuta nordamericana, con paesi alquanto rilevanti come Brasile o Giappone e altri.

Gli Stati uniti rispondono alla nuova realtà con il " pivot to Asia", proclamato dalla diplomazia nordamericana che altro non è se non il riconoscimento della progressiva perdita di influenza nel continente più grande e popolato. Washington è cosciente che il consolidamento cinese in Asia limita la sua presenza, benché non rinunci al suo storico protagonismo conquistato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Per questo motivo, l'apparizione di fuochi di conflitto nel sud-est asiatico, la periodica ripresa della crisi nella penisola coreana, le decisioni giapponesi o filippine in materia di dispute marittime, sono espressione della politica nordamericana di contenimento della Cina, senza dimenticare l'utilizzo della carta dell'individualismo nazionalista in Tibet, Xinjiang, o perfino in Mongolia. Washington continua a contare su solidi alleati in Asia (Giappone, Corea del Sud, Filippine e Tailandia) e cerca di rafforzare i suoi accordi con Indonesia, India e Malesia, allettando perfino il Vietnam. Mentre la Cina vuole aprire canali diplomatici di contrattazione sulle controversie asiatiche, gli Stati uniti incoraggiano lo scontro e pretendono inoltre di essere presenti nei negoziati bilaterali tra paesi. La rivendicazione cinese delle isole Diaoyu (Senkaku, per il Giappone), occupate dagli Stati uniti alla fine della Seconda guerra mondiale e trasferite a Tokyo nel 1972, ha dato luogo a nuove divergenze, potenzialmente pericolose. Pechino esige che i velivoli che attraversino lo spazio aereo delle isole si identifichino, fatto che ha portato il segretario per la difesa nordamericano, Chuck Hagel, a dare garanzie al governo giapponese che Washington proteggerà militarmente la sovranità nipponica sulle isole, e a dare istruzioni affinché aerei da guerra pattuglino la zona e ignorino lo spazio aereo cinese sulle isole. Dei portavoce del governo nordamericano hanno mostrato la loro preoccupazione per la condotta cinese che, secondo Washington, "preoccupa i suoi vicini".

Tra gli obiettivi della diplomazia cinese e russa vi è un nuovo quadro di relazioni internazionali, che contemplano anche l'apporto dell'India. In occasione della dodicesima riunione dei ministri degli esteri cinese, russo ed indiano, a Nuova Delhi, Wang Yi, il ministro degli esteri cinese proponeva alla fine del 2013 che Cina, Russia e India spingessero avanti la loro cooperazione per raggiungere lo status di alleati strategici, coordinandosi davanti alle crisi e alle dispute internazionali più rilevanti (con particolare attenzione a Siria, Iran, Afghanistan e penisola della Corea), con l'obiettivo di democratizzare le relazioni internazionali ed avanzare verso un mondo multipolare. Il ministro cinese non ha dimenticato di commentare l'importanza della cooperazione per sviluppare la proposta di una nuova via della seta, con le possibilità economiche che essa può aprire. La Cina ha proposto anche di sviluppare un "corridoio economico" fra Bangladesh, India, Birmania e Cina, con speciale attenzione al trasporto ferroviario e alla costruzione di impianti energetici.

La Cina non punta a sostituirsi agli Stati uniti nella posizione egemonica sul mondo, ma lavora per sviluppare un nuovo ordine mondiale che superi la fase di predominio nordamericano, fonte di molti dei problemi attuali. Non vuole neanche essere trascinata in confronti militari, benché non smetta per questo di tracciare linee rosse che gli Stati uniti non devono oltrepassare. Il vecchio mondo vigilato dal gendarme americano sta giungendo alla fine e le strutture politiche internazionali scricchiolano. L'ampliamento del vecchio G-7 e la sua conversione nel G-8 non ha risolto la pratica inoperosità di questo gruppo che, un quarto di secolo fa, pretendeva di essere un governo mondiale de facto, diretto dagli Stati uniti. In realtà, il nuovo G-20 è il riconoscimento del fallimento e dell'inutilità pratica del G-7, tratto che, unito al rafforzamento dell'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), asse della politica estera cinese, e all'apparizione di piattaforme informali come gli incontri dei Brics, annunciano già il nuovo mondo multipolare. Di fronte a ciò, non è per caso che Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale del governo Obama, insistesse, alla fine del 2013, sul fatto che l'Asia era "il principale centro d'attenzione" del suo paese, assicurando il dispiegamento del sessanta percento della flotta Usa nel Pacifico entro un termine di cinque o sei anni. Corea del Nord, Giappone, Filippine ed il Mare della Cina meridionale saranno gli scenari di nuove controversie.

Gli Stati uniti non hanno ancora rinunciato a conservare la loro supremazia globale e a questo fine continuano ad utilizzare la loro capacità diplomatica, l'influenza negli organismi internazionali, il peso economico e l'impressionante forza militare. Continuano ad essere la maggiore potenza militare del pianeta, ma questa circostanza, paradossalmente, non gli consente di vincere le guerre moderne né di aumentare la propria influenza strategica. Ciò ha anche creato problemi tra gli alleati di Washington: le relazioni con Arabia, Israele, Egitto o Pakistan hanno conosciuto tempi migliori, ed è ovvio che i negoziati aperti con l'Iran sono il riconoscimento implicito dei limiti della sua politica estera. Le guerre sono combattute come nel passato, ma anche con droni, operazioni segrete, commandos per rapire persone, con la tutela dei gruppi terroristici, il finanziamento di gruppi politici, con lo spionaggio planetario della Nsa, come evidenziato dal caso Snowden: gli Stati uniti si sono assegnati lo status di modello da seguire, di democrazia esemplare, che ha diritto di giudicare il resto dei paesi, di esigere cambiamenti e decisioni e perfino di imporre la sua opinione con la forza. Così, è Washington che decide il grado di democrazia di ogni paese, la giustizia di una decisione e la bontà di qualunque politica. Chi si oppone alla sua visione e strategia, è qualificato come tiranno.

Mentre l'Europa non riesce ad uscire dalla crisi ed emergere come protagonista internazionale, il nuovo ordine mondiale in arrivo sarà organizzato, con ogni probabilità, sulla base di tre grandi potenze, Cina, Stati uniti e Russia, e di una seconda corona di paesi che, con status di potenze regionali, avranno anche protagonismo internazionale: India, Brasile, Unione europea (o, in alternativa, la Germania) e Giappone. Gli Stati Uniti sono riluttanti ad accettarlo, tuttavia, la realtà si impone e le guerre moderne delle quali parlava il generale Wesley K. Clark non hanno portato al rafforzamento del potere del cowboy litigioso che è stato sempre Washington, ed altri fronti hanno fatto la loro comparsa, fino al punto che il veterano Henry Kissinger, vecchio criminale di guerra ed attento lettore del mondo che verrà, si mostra cosciente della diminuzione del potere nordamericano sostenendo che il nuovo ordine internazionale ruoterà intorno a Stati uniti, Cina e Russia e ben sapendo che Washington dovrà condividere l'alba di una nuova era.


Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Las guerras de Washington

El general Wesley K. Clark, que fue comandante supremo de la OTAN a finales de los años noventa, reconoció en 2001 (y publicó en 2003: Winning Modern Wars: Iraq, Terrorism and the American Empire) que los planes norteamericanos para atacar Iraq tendrían continuidad en Siria, Líbano, Irán, Somalia y Sudán. Detrás de esa planificación estaba buena parte del establishment norteamericano, en el gobierno, en el Pentágono, los institutos de pensamiento o think-tanks, y las corporaciones, con protagonistas como el corrupto Paul Wolfowitz (que llegó a ser subsecretario de Defensa (y, antes, embajador en Indonesia, donde apoyó al siniestro Suharto), quien elaboró la denominada “doctrina Wolfowitz” que postulaba el unilateralismo en las relaciones internacionales y las “guerras preventivas” para asegurar el predominio norteamericano en el siglo XXI. En general, todo el sector neoconservador norteamericano, desde Dick Cheney hasta Donald Rumsfeld pasando por el propio George W. Bush, por William Kristol y Richard Perle, mantenía esa visión belicista y participaron en el desarrollo de los planes y guerras de agresión que han ensangrentado la primera década del siglo XXI, y cuya inercia ha continuado durante el mandato de Obama.
Los años de Bush vieron una ofensiva generalizada en diferentes áreas del mundo, dirigida a imponer el “nuevo siglo americano”. Afganistán e Iraq fueron las guerras más relevantes, sangrientos conflictos que todavía no se han cerrado, pero no fueron los únicos: guerras secretas de baja intensidad como las impuestas a Irán y Pakistán, y operaciones punitivas desarrolladas en diferentes países de África y Asia (Somalia, Sudán, Yemen, Libia, Siria), y programas de desestabilización en la periferia rusa y en las regiones chinas que cuentan con movimientos nacionalistas, dan fe de la determinación norteamericana de sostener su hegemonía planetaria con el recurso a la fuerza y a la guerra. Algunas de esas guerras de baja intensidad son letales: solamente en Pakistán, según los cálculos de Amnistía Internacional, Estados Unidos ha asesinado con sus drones a más de cuatro mil personas en la última década. Y la presidencia de Obama no ha roto, ni mucho menos, con esa dinámica.
A la ambición de remodelar Oriente Medio, ahogar a Irán y acabar con los últimos aliados de Moscú, se añadieron planes concretos para incluir Asia central en el área de influencia de Washington, reduciendo a Rusia a la condición de una potencia regional impotente, y el diseño de un nuevo “cinturón sanitario” alrededor de China, el país que, hace más de una década, aún era la sexta economía mundial, pero que se perfilaba ya como un desafío estratégico de envergadura para Estados Unidos. No era para menos: cuando se inició la invasión norteamericana de Afganistán, en 2001, no solamente Estados Unidos superaba con creces el PIB chino; también Japón, Alemania, Francia y Gran Bretaña tenían un poder económico mayor que China. Sin embargo, como ya temían los analistas del establishment norteamericano, el impresionante crecimiento económico chino iba a cambiar la situación, y todas las tendencias indican, s egún las estimaciones del FMI, que China sobrepasará (en PPA) el PIB norteamericano en 2017: tres años de plazo para el temido momento que Washington ha querido impedir por todos los medios. Los problemas se acumulan para Washington: el elevado endeudamiento (17 billones de dólares para la deuda gubernamental… que asciende a 60 billones si se añaden las deudas de gobiernos locales y Estados e instituciones financieras), el lamentable estado de las infraestructuras en Estados Unidos (puentes, red viaria, falta de nuevas comunicaciones), y el previsible fin del papel del dólar como moneda de reserva internacional no auguran mejores tiempos.
Sin embargo, la planificación estratégica norteamericana para detener su relativa decadencia se ha revelado fallida, pese a victorias regionales, como Libia, y pese a que mantiene un poder económico y militar que no es, precisamente, desdeñable. El estallido de la crisis económica en 2008 agudizó las tendencias negativas en Estados Unidos, mostrando su paulatino debilitamiento económico y el hecho de que posee un porcentaje cada vez menor del PIB mundial. La llegada de Obama a la presidencia supuso la reelaboración de la política exterior, aunque resignándose a aceptar muchas de las decisiones de Bush (empezando por el mantenimiento de Guantánamo, y por la actuación de los grupos de operaciones especiales que asesinan sin ningún tipo de control judicial), ensimismándose en las disputas domésticas mientras los círculos de poder se debaten entre la ambición de mantener el predominio y la paulatina aceptación de que el ascenso chino hace inevitable la negociación de un nuevo diseño estratégico mundial. Con Obama, Washington, sin abandonar la vieja inercia de los años de Bush, ha renunciado a impulsar de forma decidida la apertura de una nueva etapa en las relaciones entre las grandes potencias, pese al anuncio de grandes iniciativas (como la presentada en junio de 2013, en Berlín, ofreciendo un desarme nuclear a Rusia, que Moscú no tomó en serio a la vista de los planes norteamericanos de desarrollar escudos antimisiles), que son poco más que operaciones de propaganda.
El año 2013, se iniciaba con una tensión sin precedentes entre Estados Unidos y Rusia, por
la ley Magnitski, apoyada por Obama (que vetaba a dieciocho magistrados y altos funcionarios rusos), medida que la Duma rusa contestó con la ley Dima Yákovlev, (llamada así por un niño ruso adoptado que murió abandonado en un coche por su padre adoptivo norteamericano), al tiempo que, en reciprocidad, el Ministerio de Exteriores ruso publicó una lista donde aparecían los nombres de los jefes militares de Guantánamo, implicados en torturas, así como asesores del gobierno y agentes de la DEA. Las disputas se encarnizaban.
En abril de 2013, el asesor de seguridad nacional norteamericano, Tom Donilon, entregó una nota de Obama al presidente ruso, abordando las diferencias políticas y militares, sobre los escudos antimisiles y el armamento atómico, y presentó algunas propuestas comerciales. El ministro de Exteriores ruso, Lavrov, mantiene que la normalización de las relaciones con Washington es una cuestión central para Moscú, aunque es consciente de que Rusia ha sido engañada en varias ocasiones por Estados Unidos, faltando a sus compromisos: lo hizo con la integración del Este de Europa a la OTAN, con incorporación de las repúblicas bálticas, y continúa haciéndolo con el persistente intento de apoderarse de Ucrania y Georgia, además de las operaciones que desarrolla en Asia central, algunas públicas, otras encubiertas. También lo hizo con la imposición de una fuerza de la OTAN en Afganistán, con la mentira sobre el escudo antimisiles para, supuestamente, defenderse de Irán, y con las operaciones militares contra Libia y Siria, países que mantenían buenas relaciones con Moscú. Es obvio que Moscú no puede confiar en la seriedad de las palabras de Washington. El último informe elaborado por el Departamento de Estado norteamericano sobre el cumplimiento de los acuerdos de desarme, añadía sal a las heridas acusando a Rusia de incumplir la Convención sobre prohibición de armas bacteriológicas y tóxicas, así como la Convención sobre armas químicas, y los acuerdos sobre armas convencionales en Europa. El informe obviaba citar la falta de ratificación del Tratado de Prohibición de Ensayos Nucleares, que Washington se comprometió a hacer. No hay avances en las negociaciones de desarme, pese a que, incluso en Estados Unidos, han aparecido serias críticas al escudo antimisiles, como las defendidas por un grupo de científicos del MIT, donde destaca el físico Theodore Postol, y pese a la propuesta de desarme planteada públicamente por Obama en Berlín.
No obstante, Putin, como una muestra de buena voluntad, aceptó a ceder una base a la OTAN, en Ulianosvsk, para la campaña militar norteamericana en Afganistán, aunque las diferencias sobre Siria (Ginebra 2), sobre las negociaciones con Irán, el escudo antimisiles o la prevista ampliación de la OTAN hacia el Este, y la intromisión en Ucrania, Moldavia y Georgia, siguen dañando sus relaciones. Afganistán, origen de las rutas de la droga, tiene suma importancia para Moscú, y el gobierno ruso está muy interesado en la pacificación del país y en la lucha contra el narcotráfico, pero nada es seguro: el general John R. Allen, jefe militar de la OTAN en Afganistán (y a quien Obama le había reservado la jefatura de la alianza), presentó su renuncia y fue sustituido por Joseph Dunford Jr., el hombre que deberá organizar la retirada, mientras las actividades secretas de la CIA, de los comandos de operaciones especiales de Washington, y de la propia OTAN, han alimentado los canales de los traficantes de drogas afganos y de los señores de la guerra. No hay que olvidar que sectores de la CIA y del Pentágono han colaborado con organizaciones de narcotraficantes para teledirigir sus acciones y ponerlas al servicio de sus propios objetivos: el predominio político en Asia. Moscú está muy interesada en limitar el flujo de drogas: Rusia, donde causan miles de muertes cada año, es uno de los países más afectados del mundo. Es cierto que, en Afganistán, Estados Unidos ha intentado combatir los cultivos de opio, pero su política se ha saldado con un evidente fracaso, que ha agravado la situación en el país (muchos campesinos pobres acaban en manos de los narcotraficantes por deudas, y deben, incluso, entregar en pago a sus propias hijas) y que amenaza a Rusia. Sin olvidar su implicación en las guerras: buena parte de las actividades de los grupos armados que combaten al gobierno sirio de Bachar al-Asad se financian con el narcotráfico afgano: Víctor Ivanov, responsable del FSKN ruso (el organismo para combatir el narcotráfico) ha afirmado que unos veinte mil mercenarios presentes en Siria dependen del dinero conseguido con la venta de heroína en diferentes países asiáticos y europeos, como Rusia.
Mientras se debilita el poder económico y político estadounidense, se fortalece su maquinaria bélica. El despliegue de la OTAN en Asia pretende asegurar el predominio norteamericano: las ambiciones sobre bases militares permanentes en Afganistán, Iraq, Kirguizistán (e, incluso, en Uzbekistán), además de en Filipinas, Indonesia, Japón y Corea del sur, tienen esa lógica, y la OTAN colabora con ella. Además, la diplomacia norteamericana trabaja para atraerse a su ámbito de influencia a Kazajastán y Turkmenistán. Esa estrategia no es nueva: ya en 1997, bajo Yeltsin, y a iniciativa del senador republicano Sam Brownback, Estados Unidos aprobó la Silk Road Strategy Act para consolidar los nuevos Estados centroasiáticos, estimular las tendencias de ruptura con Moscú, y atraerlos hacia su ámbito de influencia, utilizando todo tipo de medios diplomáticos y también operaciones secretas de la CIA, el Pentágono y de servicios de inteligencia aliados, como Arabia, Israel o Turquía.
Ese recurso a operaciones secretas es utilizado también por las compañías petroleras, que contratan empresas de mercenarios, hecho que, junto a la intervención militar abierta en muchas zonas, y la sistemática utilización por parte del gobierno de Obama de compañías de mercenarios (“contratistas”, según el hipócrita lenguaje del Pentágono y del Departamento de Estado), ha creado una mayor confusión en muchas zonas y alimenta el terrorismo como reacción, terrorismo que países como China o Rusia se esfuerzan por contener porque temen que aumente en el interior de sus países: los recientes atentados en Xinjiang y en el Cáucaso ruso así lo muestran. Ese proceder viene de lejos: Bakú, por ejemplo, ha sido utilizada desde hace años por los servicios secretos norteamericanos (con el gobierno azerí cerrando voluntariamente los ojos) para introducir mercenarios islamistas en las regiones rusas de Chechenia y Daguestán, muchas veces en colaboración con la mafia chechena dedicada al narcotráfico. No hay que olvidar que el presidente Ilham Aliyev (como antes su padre, el ya fallecido Gueidar Aliyev), que recibió apoyo de las empresas petrolíferas occidentales, dirige un gobierno-cliente de Estados Unidos. Las compañías petroleras norteamericanas (y británicas) permanecen tras esas pantallas de mercenarios, y su capacidad para corromper funcionarios y ministros es un recurso más en el desarrollo de la influencia política norteamericana.
China es el tercer protagonista del triángulo estratégico. Las reformas impulsadas por el nuevo gobierno chino, que pretenden, entre otras cosas, la disminución del peso de las exportaciones en su economía, y el desarrollo del mercado interno, se acompañan de diferentes proyectos estratégicos, la mayoría orientados a su reforzamiento económico y al impulso de un mundo multipolar. La presión china, aunque también rusa y de otros países, para reformar el FMI, el Banco Mundial e incluso la OMC, va de la mano del desarrollo de nuevos acuerdos comerciales de China en diferentes áreas del planeta, como en la ASEAN, en países americanos como Perú, Chile y Costa Rica, y en Asia y Oceanía (Nueva Zelanda); y del retroceso del dólar como moneda, junto a la creciente internacionalización del yuan, inaugura nuevos escenarios casi impensables hace pocos años: China ha cerrado acuerdos para comerciar en las respectivas monedas, sin utilizar la divisa norteamericana, con países tan relevantes como Brasil o Japón, y otros.
Estados Unidos responde a la nueva realidad con el “giro hacia Asia”, proclamado por la diplomacia norteamericana, cuya expresión no deja de ser el reconocimiento de su pérdida progresiva de influencia en el mayor continente y el más poblado. Washington es consciente de que el fortalecimiento chino en Asia va a limitar su presencia, aunque no renuncia a perder su histórico protagonismo conquistado desde el fin de la Segunda Guerra Mundial: por eso, la aparición de focos de conflicto en el sudeste asiático, la periódica reactivación de crisis en la península coreana, decisiones japonesas o filipinas a propósito de disputas marítimas, son la expresión de la política norteamericana de contención a China, sin olvidar que también utiliza las cartas del particularismo nacionalista en Tíbet, Xinjiang, o incluso en Mongolia interior. Washington sigue contando con sólidos aliados en Asia: Japón, Corea del Sur, Filipinas y Thailandia, y pretende reforzar sus acuerdos con Indonesia, India y Malaisia, tentando incluso a Vietnam. Mientras China pretende abrir canales diplomáticos de negociación de las disputas asiáticas, Estados Unidos estimula enfrentamientos y pretende, además, estar presente en las negociaciones bilaterales entre países. La reclamación china de las islas Diaoyu (Senkaku, para Japón), ocupadas por Estados Unidos al final de la Segunda Guerra Mundial, y traspasadas a Tokio en 1972, ha dado lugar a nuevos enfrentamientos, potencialmente peligrosos. Pekín exige que los aviones que atraviesen el espacio aéreo de las islas se identifiquen, lo que ha llevado al secretario de Defensa norteamericano, Chuck Hagel, a dar garantías al gobierno japonés de que Washington protegerá militarmente la soberanía nipona sobre las islas, y a dar instrucciones para que sus aviones de guerra patrullen la zona e ignoren el espacio aéreo chino sobre las islas. Portavoces del gobierno norteamericano mostraron su preocupación por el proceder chino que, según Washington, “inquieta a sus vecinos”.
Un nuevo marco de relaciones internacionales está entre los objetivos de la diplomacia china y rusa, que contemplan también la aportación de la India. Con ocasión de la duodécima reunión de los ministros de exteriores chino, ruso e indio, en Nueva Delhi, Wang Yi, ministro de Asuntos Exteriores chino, proponía a finales de 2013 que China, Rusia y la India impulsaran su cooperación para alcanzar la condición de aliados estratégicos, coordinándose ante las crisis y disputas internacionales más relevantes (con especial atención a Siria, Irán, Afganistán y la península de Corea), con el objetivo de democratizar las relaciones internacionales y avanzar hacia un mundo multipolar. El ministro chino no olvidó reseñar la importancia de la cooperación para desarrollar la propuesta de la nueva ruta de la seda, con las posibilidades económicas que puede abrir. China ha propuesto también desarrollar un “corredor económico” que una Bangla Desh, India, Birmania y China, con especial atención a los transportes ferroviarios y la construcción de plantas energéticas.
China no apuesta por sustituir a Estados Unidos en una posición hegemónica en el mundo, pero trabaja por desarrollar un nuevo orden mundial, que supere la etapa de predominio norteamericano, fuente de muchos de los problemas actuales. Tampoco quiere verse arrastrada a enfrentamientos militares, aunque no deja por ello de definir las líneas rojas que Estados Unidos no debe traspasar. El viejo mundo vigilado por el gendarme americano está llegando a su fin, y las estructuras políticas internacionales crujen. La ampliación del viejo G-7 y su conversión en el G-8 no han resuelto la práctica inoperancia de este grupo que, hace un cuarto de siglo, pretendía ser un gobierno mundial de facto, dirigido por Estados Unidos. De hecho, el nuevo G-20 es el reconocimiento del fracaso y de la inutilidad práctica del G-7, rasgo que, unido al reforzamiento de la OCS, eje de la política exterior china, y a la aparición de plataformas informales como los encuentros de los BRICS, anuncian ya el nuevo mundo multipolar. Ante ello, no es ninguna casualidad que Susan Rice, asesora para la Seguridad Nacional del gobierno de Obama, insistiese, a finales de 2013, en que Asia era “el principal foco de atención” de su país, asegurando que el sesenta por ciento de su flota estaría centrado en el Pacífico en un plazo de cinco o seis años. Corea del Norte, Japón, Filipinas y el Mar de la China meridional serán escenarios de nuevas disputas.
Estados Unidos todavía no ha renunciado a mantener la supremacía global, y sigue utilizando para ello su capacidad diplomática, su influencia en los organismos internacionales, su peso económico y su impresionante fuerza militar. Continúa siendo la mayor potencia militar del planeta, pero esa circunstancia no le permite, paradójicamente, ganar las guerras modernas ni aumentar su influencia estratégica. Incluso le ha creado problemas entre sus aliados: sus relaciones con Arabia, Israel, Egipto o Pakistán, no pasan por sus mejores momentos, y es obvio que las negociaciones abiertas con Irán son el reconocimiento implícito de los límites de su política exterior. Las guerras se libran como en el pasado, pero también con drones, operaciones secretas, comandos para raptar personas, con el pupilaje de grupos terroristas, la financiación de grupos políticos, con el espionaje planetario de la NSA, como ha puesto de manifiesto el caso Snowden: Estados Unidos se ha adjudicado la condición de modelo a seguir, de democracia ejemplar, que tiene derecho a juzgar al resto de los países, a exigir cambios y decisiones, e incluso a imponer su opinión por la fuerza. Así, es Washington quién decide el grado de democracia de cada país, la justicia de una decisión y la bondad de cualquier política. Quienes se oponen a su visión y a su estrategia, son calificados de tiranías.
Mientras Europa no consigue salir de la crisis para emerger como un protagonista internacional, el nuevo orden mundial que llega estará organizado, con toda probabilidad, alrededor de tres grandes potencias, China, Estados Unidos y Rusia, y una segunda corona de países que, con estatus de potencias regionales, tendrán también protagonismo internacional: India, Brasil, Unión Europea (o, en su defecto, Alemania), y Japón. Estados Unidos se resiste a aceptarlo; sin embargo, la realidad se impone, y las guerras modernas de las que hablaba el general Wesley K. Clark no han traído el fortalecimiento del poder del cowboy pendenciero que siempre ha sido Washington, y otros frentes han aparecido, hasta el punto de que el veterano Henry Kissinger, viejo criminal de guerra y atento lector del mundo que viene, se revela consciente de la disminución del poder norteamericano, y mantiene que el nuevo orden internacional girará en torno a Estados Unidos, China y Rusia: sabe que Washington debe compartir la aurora de un tiempo nuevo.


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sabato 14 aprile 2012

Il Pentagono rafforza la sua presenza in America Latina e Caraibi, gli investimenti continuano a crescere/El Pentágono refuerza presencia en Latinoamérica y el Caribe, inversiones no dejan de crecer


Il Pentagono rafforza la sua presenza in America Latina e Caraibi, gli investimenti continuano a crescere

di John Lindsay - Boletín Entorno
Aprile 2012
Nonostante le continue notizie relative a casi di corruzione ed abuso dei diritti umani commessi dall'esercito e dalla polizia, il Pentagono ha incrementato le spese militari in Honduras a 53 milioni di dollari nell'anno fiscale 2011, il che corrisponde ad un aumento del 71 % rispetto all'anno precedente. Inoltre il Presidente Obama propone di accrescere l'assistenza verso i militari honduregni nel bilancio di aiuti esteri amministrato dal Dipartimento di Stato.
Nel 2011 gran parte del budget del Pentagono per l'Honduras (circa 24 milioni di dollari), fu investito nella base aerea di Soto Cano, conosciuta come Palmerola, secondo i dati pubblicati da usaspending.gov e raccolti da Fellowship of Reconciliation (FOR). Lo scorso agosto l'impresa di costruzioni Contracting Consulting Engineering (CCE) con sede ad Annapolis, in Maryland, fu responsabile della costruzione di nuove caserme nella base di Palmerola, per un importo di 15 milioni di dollari. Anteriormente la CCE aveva ricevuto un contratto da 26 milioni di dollari dal Dipartimento di Stato per la lotta contro la droga in Colombia durante l'anno fiscale 2011.
L'esercito degli Stati Uniti utilizza denaro in esercitazioni periodiche che si presume destinate all'addestramento di forze ospiti di quel paese. Queste spese non sono comprese nel totale degli aiuti all'estero, ma sono state utilizzate per fornire addestramento ed agevolazioni all'esercito honduregno. Inoltre tali esercitazioni possono essere usate a beneficio delle elite locali, comprese quelle coinvolte nel colpo di stato in Honduras. Un esempio è l'esercitazione di quattro mesi denominata "Oltre l'Orizzonte" il cui inizio è previsto per il 12 marzo.
Oltre l'Orizzonte comprenderà esercitazioni relazionate con la formazione del battaglione honduregno di fanteria situato a Naco, Cortés, in accordo ad una richiesta di contratto pubblicato dall'esercito del sud degli USA. Contratti precedenti mostrano costruzioni nordamericane di basi a Caratasca (sulla costa atlantica) e Guanaja (nei Caraibi) oltre all'ingente presenza a Soto Cano.
La richiesta indica che le unità d'ingegneria dell'esercito USA si sposteranno da e per la "Nuova Costruzione di Micheletti" per lavorare alla base di Naco. Roberto Micheletti fu nominato presidente nel 2009 durante il colpo di stato, quando le forze militari honduregne rovesciarono il presidente Manuel Zelaya, buttandolo fuori dal paese dopo averlo trattenuto nella base aerea di Soto Cano.
Un'unità della Guardia Nazionale d'Ingegneria con base a Cape Girardeau, parteciperà a "Oltre l'Orizzonte", permanendovi fino al 15 luglio.
Il 14 febbraio L'Agenzia Logistica di Difesa pubblicò un bando di concorso per la consegna di combustibile alle unità della forza aerea USA, ubicate in tre zone dell'Honduras: Naco, Mocoron e Aguacate. Il combustibile sarà recapitato a Naco ogni 7 - 10 giorni, il che indica la continuità di qualunque operazione militare USA o il sostegno alle unità honduregne. Mocoron è localizzato al sud dell'Honduras, vicino alla frontiera col Nicaragua, è un luogo di test ai tropici, nella base di un battaglione honduregno di Fanteria.
Tendenze regionali
I contratti del Pentagono nella regione dell'America Latina e dei Caraibi aumentarono nell'insieme da 31.5 milioni di dollari nel 2011 (8.7 %) a 417 milioni di dollari, contratti per combustibili esclusi. I contratti nelle Bahamas fuori dall'isola di Andros ammontarono a 93 milioni di dollari, regione in cui la Marina statunitense opera col Centro Sottomarino di Valutazione e Prove AUTEC (sigla inglese). AUTEC include una gamma di armi d'acque profonde, ed è inoltre collegata alla sede in West Palm Beach, a 283.2 chilometri verso nordovest.
L'anno scorso l'esercito firmò contratti stimati in 163 milioni di dollari per lavori a Cuba, dove nella base navale di Guantanamo continua ad operare una prigione per sospetti terroristi incarcerati senza giudizio. Similmente, la spesa per Guantanamo comprende 2.9 milioni di dollari per riparare il centro di lancio.
Le prove sottomarine della marina statunitense vicino alle Bahamas e a Guantánamo possono avere obiettivi politici relazionati coi Caraibi e l'America Latina, ma sono orientati principalmente verso altri luoghi. Inoltre, se si eliminassero le spese del Pentagono per Cuba e Bahamas, i contratti militari nella regione diminuirebbero di un 13.7 % nel 2011.
Le cifre dei contratti del Pentagono non includono le spese pagate negli Stati Uniti, relative al personale usato dal Governo Federale, come le migliaia di marinai dell'armata dispiegati nella regione. Né includono la vendita di armi o gli aiuti militari degli Stati Uniti mediante i tradizionali programmi di aiuti all'estero amministrati dal Dipartimento di Stato. I fatti pubblicati in un'analisi della richiesta di stanziamento del presidente Obama per l'aiuto militare ed economico verso l'America Latina nel 2013, mostrano un aumento degli aiuti militari all'estero degli USA in Honduras ed una diminuzione in Colombia.
I contratti del Dipartimento della Difesa ad Haiti salirono a oltre 50 milioni di dollari nell'anno 2010, quando il Pentagono condusse operazioni di riscatto dopo il terremoto, in seguito dette spese scesero a 36 milioni di dollari, quantunque ancora maggiori che nella decade precedente, quando i contratti del Pentagono si aggiravano intorno ad una media di un milione di dollari annuali.
I contratti del Pentagono in Messico e Colombia diminuirono rispettivamente di 24 milioni e 12 milioni di dollari. La Colombia continua ancora ad essere dominata dai contratti del Pentagono in America del Sud, con 77 dei 99 milioni di dollari investiti nel continente.
I contratti militari in Guatemala includono: fondi per il progetto e la costruzione nel 2012 del "Centro di Operazioni di Lotta contro il Narcoterrorismo", situato a Champerico, mantenimento delle installazioni di lotta contro il narcotraffico e del molo del porto San José e delle installazioni per l'addestramento e la protezione delle forze a Cobán.
Presenza militare e di armi in Messico
Durante l'anno 2010 il contratto militare d'investimenti in Messico crebbe enormemente fino a 57.8 milioni di dollari, dopo che nella decade anteriore aveva avuto una media di soli 1.7 milioni di dollari. I contratti del 2011, stimati in 33 milioni di dollari, rappresentano un grado di presenza del Pentagono in Messico, ancora maggiore rispetto a prima dell'avvio dell'Iniziativa Merida nel 2008.
Uno dei maggiori contratti del Pentagono in Messico negli ultimi due anni fu assegnato alla Blackwater nel settembre del 2010, per un ammontare di 13.5 milioni di dollari, per installare radio, internet, e centri di comunicazione tramite microonde in dieci punti situati lungo la frontiera Messico-Stati Uniti. FOR ha ottenuto una copia della dichiarazione d'adempimento del lavoro del contratto della Blackwater, rilasciato dall'Ufficio del Programma Contro il Narcoterrorismo CNTPO (sigla inglese). Il CNTPO attirò una certa attenzione nel novembre del 2011, per la richiesta di un contratto pluriennale vicino al miliardo di dollari, per la guerra contro la droga in molti paesi, inclusi Colombia e Messico. Molti di questi fondi pare siano utilizzati in aree fuori dall'America Latina, come l'Afghanistan.
Il Messico inoltre, ottiene armi da parte degli Stati Uniti attraverso vendite commerciali tramite il Ministero Messicano della Difesa. Secondo l'ufficio del Censimento della Divisione del Commercio Estero, nel 2010 le suddette vendite ammontarono a più di 15 milioni di dollari, corrispondenti ad oltre 34.000 carabine d'assalto e mitragliatrici. Ciò rappresentò un cospicuo aumento in confronto al periodo 2002-2007, in cui tali vendite non superarono mai i 3.6 milioni di dollari. 

El Pentágono refuerza presencia en Latinoamérica y el Caribe, inversiones no dejan de crecer

A pesar de los persistentes reportes sobre casos de corrupción y abuso de los derechos humanos cometidos por el ejército y la policía, el Pentágono aumentó su gasto militar en Honduras
A pesar de los persistentes reportes sobre casos de corrupción y abuso de los derechos humanos cometidos por el ejército y la policía, el Pentágono aumentó su gasto militar en Honduras a $ 53 millones de dólares durante el año fiscal 2011, lo que corresponde un aumento del 71% con respecto al año anterior. Además, el Presidente Obama propone aumentar la asistencia hacia los militares hondureños en el presupuesto de ayuda exterior administrado por el Departamento de Estado.
En el 2011, gran parte del presupuesto del Pentágono para Honduras (cerca de $ 24 millones) fue invertido en la base aérea Soto Cano conocida como Palmerola, de acuerdo a los datos publicados en usaspending.gov y compilado por Fellowship of Reconciliation (FOR). El pasado Agosto la empresa de construcción Contracting Consulting Engineering (CCE) ubicada en Annapolis, Maryland fue responsable de construir nuevos cuarteles en la base de Palmerola por un monto de $15 millones. Anteriormente CCE recibió un contrato de $26 millones del Departamento de Estado para la lucha contra las drogas en Colombia durante el año fiscal 2011.
El ejército de Estados Unidos utiliza dinero en ejercicios periódicos que supuestamente son para el entrenamiento de fuerzas visitantes de ese país. Estos gastos no son incluidos en el total de ayuda exterior, pero han sido usados para brindar entrenamiento y construir facilidades para el ejército Hondureño. Además, estos ejercicios pueden ser usados para el beneficio de las élites locales incluyendo los involucrados en el golpe de estado de Honduras. Un ejemplo es el ejercicio de cuatro meses llamado “Mas Allá del Horizonte” previsto para iniciar el 12 de marzo.
Más Allá del Horizonte incluirá ejercicios relacionados con la construcción en el batallón hondureño de infantería ubicado en Naco, Cortés, de acuerdo con una solicitud de contrato publicado por el ejército del sur de EE.UU. Contratos anteriores muestran construcciones norteamericanas de bases en Caratasca (ubicado en la costa atlántica) y Guanaja (en el Caribe) además, de la gran presencia en Soto Cano.
La solicitud muestra que las unidades de ingeniería del ejército de EE.UU. se trasladarán desde y hacia la “Nueva Construcción de Micheletti” para el trabajo en la base de Naco. Roberto Micheletti fue nombrado presidente en 2009 durante el golpe de estado cuando las fuerzas militares hondureñas derrocaron al presidente Manuel Zelaya, sacándolo del país después de detenerse en la base aérea Soto Cano.
Una unidad de la Guardia Nacional de Ingeniería con base en Cape Girardeau, participará en “Mas Allá de los Horizontes”, la cual permanecerá hasta el 15 de Julio.
El 14 de Febrero La Agencia Logística de Defensa publicó una convocatoria para entrega de combustibles a las unidades de la fuerza aérea de EE.UU., localizadas en tres áreas de Honduras: Naco, Mocoron y Aguacate. El combustible será entregado a Naco de cada 7 a 10 días, lo que indica la continuidad de cualquier operación militar de EE.UU. o el apoyo a las unidades Hondureñas. Mocoron está localizada en el sur de Honduras cerca de la frontera con Nicaragua y es un sitio de pruebas en el trópico con base en un batallón Hondureño de Infantería.
TENDENCIAS REGIONALES
Los contratos del Pentágono en la región de Latinoamérica y el Caribe en su conjunto aumentaron de $31.5 millones en 2011 (8.7%) a $417 millones, excluyendo los contratos por combustibles. Los contratos en las Bahamas fuera de la isla Andros sumaron $93 millones, región en que la Marina estadounidense opera el Centro Submarino de Evaluación y Pruebas AUTEC (por sus siglas en inglés). AUTEC incluye una gama de armas de aguas profundas, además, está ligada a la sede en West Palm Beach 283.2 kilómetros al noroeste.
El año pasado el ejército firmó contratos valorados en $163 millones para trabajos en Cuba, donde la base naval de Guantamo continua operando una prisión para sospechosos de terrorismo encarcelados sin juicio. Asimismo, el gasto en Guantamo incluye $ 2.9 millones para reparar el centro de lanzamiento.
Las pruebas submarinas de la marina estadounidense cerca de las Bahamas y Guantánamo pueden tener objetivos políticos relacionados con el Caribe y Latinoamérica, pero están orientados principalmente a otros lugares. Además, si se eliminan los gastos del Pentágono en Cuba y Bahamas los contratos militares en la región se reducirían en un 13.7% en 2011.
Las cifras de los contratos del Pentágono no incluyen los gastos pagados en Estados Unidos que incluyen el personal empleado por el Gobierno Federal así como los miles de marineros de la armada desplegados en la región. Tampoco incluyen venta de armas o la ayuda militar de Estados Unidos a través de los tradicionales programas de ayuda exterior administrados por el Departamento de Estado. Los hechos publicados en un análisis de la solicitud de presupuesto del presidente Obama para la ayuda militar y económica hacia Latinoamérica en 2013 mostraron un aumento de la ayuda militar exterior de EE.UU. en Honduras y una disminución en Colombia.
Los contratos del Departamento de Defensa en Haití se dispararon más de $50 millones en el año 2010 cuando el Pentágono condujo operaciones de rescate después del terremoto, posteriormente dichos gastos cayeron a $36 millones aunque todavía más que en la década anterior, cuando los contratos del Pentágono promediaban menos de un millón de dólares anuales.
Los contratos del Pentágono en México y Colombia disminuyeron en $24 millones y $12 millones respectivamente. Colombia todavía sigue dominada por los contratos del Pentágono en América del Sur con $77 millones de los $99 millones invertidos en el continente.
Los contratos militares en Guatemala incluyen: fondos para el diseño y construcción en 2012 del “Centro de Operaciones de Lucha contra el Narcoterrorismo” ubicado en Champerico, mantenimiento de las instalaciones de lucha contra el narcotráfico y el muelle de puerto San José y las instalaciones para el entrenamiento y protección de las fuerzas en Cobán.
PRESENCIA MILITAR Y DE ARMAS EN MÉXICO
Durante el año 2010 el contrato militar invertido en México creció enormemente a $ 57.8 millones, después de haber tenido un promedio de solo $1.7 millones en la década anterior, los contratos del 2011 valorados en $33 millones aún representan una categoría mayor de la presencia del Pentágono en México que antes del inicio de la Iniciativa Mérida en el 2008.
Uno de los mayores contratos del Pentágono en México en los últimos dos años fue adjudicado a Blackwater en Septiembre de 2010 por un monto de $ 13.5 millones para instalar radio, internet, y centros de comunicación de microondas en diez puntos a lo largo de la frontera México-Estados Unidos. FOR obtuvo una copia de la declaración de desempeño para el trabajo del contrato de Blackwater, el cual fue emitido por la Oficina del Programa Contra el Narcoterrorismo CNTPO (por sus siglas en inglés). CNTPO atrajo cierta atención en Noviembre de 2011 por la solicitud de un contrato por varios años cercano al billón de dólares para la guerra contra las drogas en muchos países incluyendo Colombia y México. Muchos de esos fondos aparentemente son utilizados en áreas fuera de Latinoamérica, como Afganistán.
Además, México obtiene armas por parte de Estados Unidos a través de ventas comerciales con el Ministerio mexicano de Defensa. De acuerdo con la oficina del Censo de la División de Comercio Exterior en el 2010 dichas ventas sumaron más de $15 millones correspondientes a más de 34, 000 rifles de asalto y ametralladoras. Esto representó un amplio aumento comparado con el periodo 2002-2007 en donde dichas ventas nunca superaron los $3.6 millones.

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