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domenica 7 maggio 2017

Rafael Correa ultimo viaggio a Cuba prima delle consegne a Lenin Moreno il 24 Maggio.



Santa Clara – Cuba  7 maggio 2017  Barrio Condado Nord


Nei giorni scorsi mi trovavo in Santiago di Cuba e non volendo mi sono ritrovato  a seguire Rafael Correa, Presidente dell’Ecuador fino al prossimo 24 di maggio, giorno in cui Lenin Moreno riceverà il passaggio delle consegne, sono arrivato poco dopo di lui alla tomba di Fidel,  così come a quella di Josè Martì,..sono arrivato dopo anche alla casema Moncada, però lo ho anticipato al Santuario della Virgen del Cobre, …il compagno Adolfo Rosales (incredibile la sua somiglianza con il compagno cubano Raul Capote) che con la sua Plimouth verde del ’56 mi ha accompagnato in un itinerario che avevo posto avanti a tutto  dopo che è venuto a mancare FIDEL, un punto di riferimento della mia vita, ….. mi ha informato appunto che al Cobre stavano aspettando l’arrivo di Correa,………

Rafael Correa nei suoi interventi durante la visita in terra cubana, ha dichiarato :”E’ la mia ultima visita come Presidente dell’Ecuador in questa fraterna terra, in questa terra graziosa e terra amica.
Ho vissuto 10 anni molto intensi, sono stati anni molto felici, e il miglior modo di terminare il mio mandato è visitando la mia cara Cuba, se qualcosa ho potuto realizzare in questi 10 anni, usando l’ anologia che scrisse Newton : se sono arrivato lontano è perché mi appoggiai  alle spalle dei giganti; ..si giganti come Bolivar, giganti come i CHE, giganti come Eloy Alfaro Delgado  e il suo amico Josè Martì , e giganti che  la vita mi ha dato la opportunità di conoscere, di essere suo amico e di ascoltare direttamente i loro consigli come Nestor Kirchner, come Hugo Chavez, come Fidel….tutta la vita sono stato Martiano, credo che fu un uomo straordinario,  avanti per la sua epoca, primo nella riflessione, primo nella azione, un latinoamericano che fa parte  della storia regionale così come di quella universale…. Durante la conferenza all’Università dell’Avana, entrando nel merito del suo Paese Rafael Correa ha affermato inoltre :L’Ecuador oggi è una Repubblica di opportunità dove comanda il popolo” ed ha continuato dicendo che quando arrivò al potere incontro un paese paralizzato, senza speranze, invece dopo 10 anni di Rivoluzione Ciudadana il 24 maggio consegnerà al suo successore  Lenin Moreno una realtà con una economia in crescita e stabile, ciò grazie a fattori importanti come le tre misure che furono prese all’inizio del suo primo mandato : ricomprare il debito estero, i rinnovi dei contratti petroliferi, la lotta contro l’evasione tributaria,……..Nell’aula magna dell’università dell’Havana Rafael Correa ha ricevuto il titolo di DOCTOR HONORIS CAUSA IN SCIENZE ECONOMICHE, il rettore Gustavo Cobreiro nella consegna del titolo ha messo in risalto il lavoro svolto dal Presidente Ecuadoriano che ha posto l’essere umano avanti al capitalismo e difeso un sistema internazionale più giusto e equo,…Correa da parte sua ha dichiarato di essere orgoglioso di ricevere tale onorificenza nella Patria di Fidel, Paese la cui Rivoluzione ha ispirato movimenti progressisti del Mondo Intero……Nel palazzo  della Rivoluzione, Correa ha terminato il suo intervento prendendo come suo il pensiero del vecchio lottatore general Eloy Alfaro : Nulla sono, nulla valgo , nulla pretendo, nulla cerco per me, tutto è per voi, popolo, que si è fatto degno di essere libero.
Moltissime grazie , Cuba.
Hasta la vittoria Siempre Companeros!!


Il Documento sopra redatto è un sunto tratto da articoli tratti dal quotidiano Granma (organo del Partito comunista Cubano) del 6 maggio 2017 .
Il Granma  quando sono in Cuba mi arriva in casa direttamente da sotto la porta, o addirittura dalla finestra volando.

 Maurizio Cerboneschi (Sandino)

giovedì 16 aprile 2015

Raul Castro :Cuba continuerà a difendere le idee per le quali il nostro popolo ha sopportato i maggiori rischi e sacrifici





Discorso del Generale d'Esercito Raúl Castro Ruz, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, nel VII Vertice delle Americhe, Panama, 11 aprile del 2015


Raúl Castro Ruz | granma.cu

13/04/2015

Era ora che io parlassi qui a nome di Cuba.
Mi hanno informato al principio che potevo fare un discorso di otto minuti; anche se ho fatto un grande sforzo con il mio ministro degli Esteri per ridurlo a otto minuti e dato che mi devono sei Vertici dai quali ci avevano escluso, 6 per 8 fa 48 (risate e applausi). Ho chiesto il permesso al presidente Varela, poco prima di entrare in questo magnifico salone perchè mi concedessero qualche minuto di più, soprattutto dopo tanti discorsi interessanti che stiamo ascoltando e non mi riferisco solo al presidente Obama, ma anche al presidente ecuadoriano, Rafael Correa, alla Presidentessa Dilma Rousseff e ad altri.
Senza altri preamboli comincerò.

Eccellentissimo Signor Juan Carlos Varela, Presidente della Repubblica dei Panama;
Presidentesse e Presidentii:
Prime e Primi Ministri;
Distinti invitati:

Prima di tutto esprimo la nostra solidarietà con la Presidentessa Bachelet e il popolo del Cile, per i disastri naturali che hanno sofferto.

Ringrazio per la solidarietà di tutti i paesi dell'America Latina e dei Caraibi che hanno reso possibile che Cuba partecipasse in assoluta uguaglianza a questo Forum emisferico e il presidente della Repubblica di Panama per l'invito che ci fatto tanto amabilmente. Porto un abbraccio fraterno al popolo panamense e a quelli di tutte le nazioni qui rappresentate.

Quando il 2 e 3 dicembre del 2011 si creò la Comunità degli Stati Latinoamericani e Cariabici (CELAC), a Caracas, s' inaugurò una nuova tappa nella storia di Nuestra América, che ha fissato il loro ben guadagnato diritto a vivere in pace e a svilupparsi come decidono liberamente i loro popoli, ed è stato tracciato per il futuro un cammino di sviluppo e integrazione basato nella cooperazione, la solidarietà e la volontà comuni di preservare l'indipendenza, la sovranità e l'identità.

L'ideale di Simón Bolívar di creare una "grande Patria Americana" ha ispirato vere epopee indipendentiste.

Nel 1800 si pensò di aggregare Cuba all'Unione del Nord come limite sud dell' esteso impero. Nel XIX secolo si crearono la Dottrina del Destino Manifesto con il proposito di dominare le Americhe e il mondo, e l'idea della Frutta Matura per la gravitazione inevitabile di Cuba verso l'Unione nordamericana, che disdegnava la nascita e lo sviluppo di un pensiero proprio ed emancipatore.

Poi, con guerre, conquiste e interventi, questa forza espansionista ed egemonica spogliò territori di Nuestra América e si estese sino al Río Bravo.

Dopo lunghe lotte che si frustrarono, José Martí organizzò la "guerra necessaria" del 1895 - la Grande Guerra, come inoltre fu chiamata , cominciò nel 1868 - e creò il Partito Rivoluzionario Cubano per condurla e fondare una Repubblica "con tutti e per il bene di tutti" che si propose di conquistare "la dignità piena dell'uomo".

Definendo con certezza e anticipando le caratteristiche della sua epoca, Martí si consacrò al dovere "d'impedire a tempo con l' indipendenza di Cuba che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e ricadano, con questa maggiore forza, sulle nostre terre d' America"  - furono le sue parole testuali.

Nuestra América era per lui quella del cubano,dell'indio, del negro e del mulatto, l'America meticcia e lavoratrice che doveva fare causa comune con gli oppressi e i saccheggiati.

Ora, al di là della geografia, questo è un ideale che comincia a diventare una realtà, ha detto Raúl, aggiungendo che 117 anni fa l'11 aprile del 1898, l'allora presidente degli USA chiese al Congresso l'autorizzazione per intervenire militarmente nella guerra d'indipendenza già vinta con fiumi di sangue cubano e questi scrisse la sua ingannatrice Risoluzione Congiunta, che riconosce l'indipendenza dell'isola di fatto e di diritto.

Entrarono come alleati e s'impadronirono del paese come occupanti.

A Cuba fu imposta come un'appendice della sua Costituzione l'Emendamento Platt, che la spogliò della sovranità e che autorizzava il poderoso vicino ad intervenire nei temi interni e diede origine alla Base Navale di Guantánamo, che usurpa ancora parte del nostro territorio. In quel periodo s'incrementò l'invasione del capitale del nord e ci furono due interventi militari e l'appoggio a crudeli dittature.

Quando i cubani, all'inizio del ventesimo secolo, realizzarono il progetto della Costituzione e la presentarono al governatore, auto-nominato dal suo paese, un generale nordamericano, lui rispose loro che mancava qualcosa, e quando i cubani delegati alla Costituzione chiesero che cosa , lui rispose: "Questo emendamento che ha presentato il senatore Platt, che ci dà il diritto d'intervenire in Cuba ogni volta che gli Stati Uniti lo considereranno necessario".

Fecero uso di questo diritto; ovviamente i cubani lo respinsero e la risposta fu: Molto bene, ci fermeremo qui! Questo si mantenne sino al 1934. Ci furono inoltre due interventi militari e l'appoggio a crudeli dittature nel periodo citato.

Predominò verso l'America Latina la "politica delle cannoniere" e poi quella del "Buon Vicino". Successivi interventi fecero cadere i governi democratici e istallarono terribili dittature in 20 paesi, dodici in forma simultanea. Chi di noi non ricorda questa tappa abbastanza recente di dittature da tutte le parti, sopratutto in Sudamerica, che assassinarono centinaia di migliaia di persone? Il Presidente Salvador Allende ci ha lasciato come legato un esempio immortale.

Esattamente 13 anni fa avvenne il colpo di Stato contro l'indimenticabile Presidente Hugo Chávez Frías, ma il popolo lo fece fallire. Poi venne, quasi d'immediato, il costoso colpo petrolifero.

Il 1º gennaio de 1959, 60 anni dopo l'entrata dei soldati nordamericani a l'Avana, trionfò la Rivoluzione cubana, e l'Esercito Ribelle comandato da Fidel Castro Ruz giunse nella capitale nello stesso giorno, esattamente sessanta anni dopo.

Queste sono le incomprensibili ironie della storia.

Il popolo cubano, ad alto prezzo, iniziava il pieno esercizio della sua sovranità. Furono sei decenni di assoluto dominio.

Il 6 aprile del 1960, un anno dopo il trionfo della Rivoluzione, il vice segretario di Stato Léster Mallory scrisse in un perverso memorandum reso pubblico decine di anni dopo. "La maggioranza dei cubani appoggia Castro. Non c'è un'opposizione politica effettiva. L'unico mezzo prevedibile per costruire un appoggio interno è attraverso la delusione e la frustrazione basate nell'insoddisfazione e le penurie economiche (..) debilitare la vita economica (... ) privare Cuba di denaro e rifornimenti con il fine di ridurre i salari nominali e reali, provocare fame, disperazione e la caduta del governo",. Fine della citazione.

Il 77% della popolazione cubana è nato sotto i rigori che impone il blocco, più terribile di quello che si immaginano anche molti cubani, ma le nostre convinzioni patriottiche hanno prevalso, l'aggressione ha aumentato la resistenza e accelerato il processo rivoluzionario. Questo succede quando si attacca il processo rivoluzionario naturale dei popoli. L'aggressione apporta più rivoluzione, la storia lo dimostra e non solo nel caso del nostro continente o di Cuba.

Il blocco non comincio quando lo firmò il Presidente Kennedy nel 1962 - dopo farò un breve riferimento a lui per l'iniziativa positiva di porsi in contatto con il capo della nostra Rivoluzione, per cominciare quello che adesso stiamo cominciando il Presidente Obana ed io - ma quasi simultaneamente giunse la notizia del suo assassinio, proprio quando giunse un suo messaggio.

Cioè l'aggressione aumentò. L'aggressione a Playa Girón fu nel 1961, un'invasione mercenaria voluta e organizzata dagli Stati Uniti.

Sei anni di guerra contro gruppi armati che in due occasioni erano dispersi per tutto il paese. Non avevamo neanche un radar, e l'aviazione clandestina – non si sa da dove veniva – lanciava armi con i paracadute. Quel processo ci costò migliaia di vite e il costo economico non siamo ancora riusciti a calcolarlo esattamente.

Fu nel gennaio del 1965 quando concluse e avevano cominciato ad appoggiarlo alla fine del 1959, dieci o undici messi dopo il trionfo della Rivoluzione, quando non era ancora stato dichiarato il socialismo, fatto che avvenne nel 1961 con i funerali delle vittime dei bombardamenti agli aeroporti, il giorno prima dell'invasione.

Il giorno dopo, il nostro allora piccolo esercito e tutto il nostro popolo furono a combattere l'aggressione, compiendo l'ordine del Capo della Rivoluzione di farla fallire prima di 72 ore. Perchè se riuscivano a consolidarsi li, nel luogo dello sbarco protetto dalla più grande palude dei Caraibi insulari, avrebbero trasferito un governo già costituito con un primo ministro e la nomina di altri ministri, che si trovava in una base militare nordamericana nella Florida.

Se riuscivano a consolidare la posizione occupata inizialmente, trasferire quel governo a Playa Girón era facile. E immediatamente la OSA che ci aveva già sanzionato per aver proclamato idee estranee al continente, gli avrebbe dato il suo avallo. Quel governo costituito in Cuba, ubicato in un pezzettino di terra, avrebbe chiesto aiuto alla OSA e questo aiuto si trovava sulle navi da guerra statunitensi a 3 miglia dalla costa, che era il limite che esisteva allora per le acque territoriali, che adesso è a 12 miglia.

E la Rivoluzione continuo a rinforzarsi, più radicale. Altrimenti era la rinuncia.

Cosa sarebbe successo? Che cosa sarebbe avvenuto in Cuba? Quante centinaia di migliaia di cubani sarebbero morti? Perchè avevamo già centinaia di migliaia di armi leggere, e avevamo ricevuto i primi carri armati, ma non sapevamo usarli bene.

Con l'artiglieria sapevamo tirare cannonate, ma non sapevamo dove colpivano, per cui alcuni miliziani imparavano di mattina e dovevano insegnarlo agli altri nel pomeriggio. Ma ci fu molto coraggio.

Si poteva seguire un solo itinerario perchè era una palude dove le truppe non potevano avanzare e non potevano transitarvi i carri armati o i veicoli pesanti. Abbiamo contato più morti e feriti degli attaccanti, ma compimmo l'ordine di Fidel: liquidarli prima delle 72 ore. 

E fu la stessa flotta americana quella che accompagnò la spedizione dall'America Centrale, ed era li, e dalla costa si vedevano, a sole tre miglia, alcune delle loro navi.

Quanto costò al Guatemala la famosa invasione del 1954? La ricordo bene perché ero recluso nel carcere dell'Isola della Gioventù – allora de Pinos – per l'attacco alla Caserma Moncada di un anno prima. Quante centinaia di migliaia di indios maya, aborigeni e altri cittadini guatemaltechi morirono in un lungo processo da recuperare in molti anni? Quello fu l'inizio. Quando avevamo già proclamato il socialismo e il popolo aveva combattuto a Playa Girón per difenderlo, il Presidente John F. Kennedy - che ho citato un istante fa - fu assassinato precisamente nello stesso momento, nello stesso giorno in cui il leader dellaRivoluzione cubana Fidel Castro, riceveva un suo messaggio – di John Kennedy – cercando di iniziare il dialogo.

Dopo l'Alleanza per il Progresso e dopo aver pagato varie volte il debito estero senza evitarne la moltiplicazione, c'imposero un neo liberismo selvaggio e globalizzante, come espressione dell'imperialismo in quell'epoca, che fece perdere un decennio alla regione.

"La proposta allora di una "Associazione Matura" fu il tentativo di imporci l'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), associata all'inizio di questi Vertici, che avrebbe distrutto l'economia, la sovranità e il destino comune delle nostre nazioni, se non l'avessero fatta naufragare nel 2005, a Mar del Plata, con la guida dei Presidenti Chávez, Kichner e Lula.

Un anno prima Chàvez e Fidel avevano creato l'Alternativa Bolivariana, oggi Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra América.

Eccellenze:

Abbiamo espresso e lo ripeto adesso, al Presidente Barack Obama, la nostra disposizione al dialogo rispettoso e alla convivenza civile tra i due Stati, con le nostre profonde differenze.

Apprezzo come un passo positivo la sua recente dichiarazione che deciderà rapidamente sulla presenza di Cuba in una lista di paesi patrocinatori del terrorismo, nella quale non avrebbe mai dovuto stare, imposta durante il governo del Presidente Reagan.

Noi, un paese terrorista! Sì, abbiamo realizzato alcune azioni di solidarietà con altri popoli che si possono considerare di terrorismo, quando eravamo accerchiati, isolati e aggrediti all'infinito, ed esisteva una sola alternativa: arrendersi o lottare.

Voi sapete cosa abbiamo scelto con l'appoggio del nostro popolo.

Chi può pensare che si possa obbligare tutto un popolo a fare il sacrificio che ha fatto il popolo cubano per sussistere, per aiutare altre nazioni? (Applausi).

Ma la "dittatura dei Castro li aveva obbligati," così come obbligò i cubani a votare per il socialismo, con l'appoggio del 97,5% della popolazione.

Ripeto che apprezzo come un passo positivo la recente dichiarazione del Presidente Obama che deciderà rapidamente sulla presenza di Cuba in una lista di paesi patrocinatori del terrorismo nella quale non avrebbe mai dovuto stare, dicevo, perchè quando ci è stato imposto questo, risulta che come terroristi noi eravamo quelli che mettevano i morti – non mi ricordo il numero preciso – ma solo per il terrorismo in Cuba e in alcuni casi di diplomatici cubani che furono assassinati in altre parti del mondo – mi portano adesso il dato – in quella tappa contammo 3478 morti e 2099 invalidi, oltre a tutti i feriti.

I terroristi erano quelli che mettevano i morti. Da dove veniva allora il terrore?

Chi lo provocava? Alcuni di coloro che erano qui a Panama in questi giorni, come l'agente della CIA, Rodríguez, quello che assassinò il Che e prese le sue mani mozzate per mostrarne le impronte digitali, non so dove, e dimostrare che si trattava del cadavere del Che, che recuperammo poi con la gestione di un governo amico in Bolivia. Però, "bueno", da allora siamo terroristi!

Realmente chiedo scusa al Presidente Obama e agli altri presenti in questo incontro per aver parlato così. Ho detto anche a lui che la passione mi esce da tutti i pori quando si tratta della Rivoluzione. Chiedo scusa, perchè il presidente Obama non ha alcuna responsabilità con tutto questo. Quanti Presidenti abbiamo avuto? Dieci prima di lui, e tutti hanno dei debiti con noi, meno il Presidente Obama.

Dopo aver detto tante cose dure di un sistema è giusto che chieda scusa, perchè io sono uno di quelli che pensano – e lo ho detto a diversi capi di Stato e di governo che vedo qui durante le riunioni private che ho avuto con loro, ricevendoli nel mio paese – che secondo il mio criterio, il Presidente Obama è un uomo onesto.

Ho letto qualcosa della sua biografia in due libri pubblicati, non completi, e lo farò con più calma. Ammiro la sua origine umile e penso che il suo modo d'essere obbedisce a questa origine umile (Applausi prolungati).

Ho meditato molto prima di dirle, le ho scritte e le ho cancellate. Le ho messe di nuovo e alla fine le ho dette e sono soddisfatto.

Sino ad oggi il blocco economico, commerciale e finanziario si applica in tutta la sua intensità contro l'Isola, provoca danni e carenze al popolo ed è l'ostacolo essenziale allo sviluppo della nostra economia. Costituisce una violazione del diritto internazionale e la portata extraterritoriale danneggia gli interessi di tutti gli Stati. 

Non è casuale il voto quasi unanime meno Israele e gli stessi Stati Uniti nella ONU, per tanti anni continuati. E finche esisterà il blocco, che non è responsabilità del presidente e che per accordi e leggi successive è stato codificato con una legge nel Congresso, che il presidente non può modificare, dobbiamo continuare a lottare, appoggiando il presidente Obama nelle sue intenzioni di liquidare il blocco (Applausi).

Una questione è stabilire relazioni diplomatiche e una questione è il blocco. Per questo chiedo a tutti, e la vita li obbliga inoltre, di continuare ad appoggiare questa lotta contro il blocco.

Eccellenze :

abbiamo espresso pubblicamente al Presidente Obama, nato anche lui sotto la politica del blocco a Cuba, il nostro riconoscimento per la sua coraggiosa decisione di coinvolgersi in un dibattito con il Congresso del suo paese, per mettergli fine.

Questi ed altri elementi si potranno risolvere nel processo verso la futura normalità delle relazioni bilaterali.

Da parte nostra continueremo immersi nel processo d'aggiornamento del modello economico cubano, con l'obiettivo di perfezionare il nostro socialismo e avanzare verso lo sviluppo, consolidare le conquiste di una Rivoluzione che si è proposta di conquistare tutta la giustizia per il nostro popolo.

Quello che faremo a compreso in un programma del 2011, approvato nel Congresso del Partito e nel prossimo Congresso, l'anno prossimo, lo amplieremo, rivedremo quello che abbiamo fatto e quello che manca per realizzare l'impegno.

Stimati colleghi devo avvisarvi che sto alla metà e se volete taglio, ma se v'interessa continuo (Risate).

Il Venezuela non è nè può essere una minaccia per la sicurezza nazionale di una super potenza come gli Stati Uniti (Applausi).

È positivo che il Presidente Obama lo abbia riconosciuto.

Devo riaffermare tutto il nostro appoggio in maniera risoluta e leale alla fraterna Repubblica Bolivariana del Venezuela, al governo legittimo e all'Unione Civico Militare guidata dal Presidente Nicolás Maduro, al popolo bolivariano e chavista, che lotta per seguire il proprio cammino e affronta tentativi di destabilizzazione e sanzioni unilaterali che devono essere cancellate, e lo reclamiamo, così come l'ordine esecutivo dev'essere derogato, anche se è difficile per la legge, ma sarebbe apprezzato dalla nostra comunità come un contributo al dialogo e all'intesa emisferica.

Noi ci conosciamo. Credo che io posso essere tra tutti quelli che stiamo qui riuniti, uno dei pochi che conosce bene il processo del Venezuela, non perchè stavamo lì e potevamo influire e loro ci raccontavano tutto. Lo sappiamo perchè stanno percorrendo lo stesso nostro cammino e stanno soffrendo le stesse aggressioni che abbiamo sofferto noi, o una parte.

Manterremo il nostro apporto agli sforzi della Repubblica Argentina per recuperare le isole Malvine, leGeorge del Sud e le Sandwich del Sud, e continueremo a sostenere la sua legittima lotta in difesa della sovranità finanziaria.

Continueremo ad appoggiare le azioni della Repubblica dell'Ecuador nei confronti delle imprese multi nazionali che provocano danni ecologici al sui territorio y pretendono d'imporre le condizioni abusive.

Desidero riconoscere il contributo del Brasile, e della Presidentessa Dilma Rousseff, il rafforzamento dell'integrazione regionale e lo sviluppo di politiche sociali che hanno apportato passi avanti e beneficio di ampli settori popolari, che con un'offensiva contro diversi governi di si sinistra della regione si vogliono rovesciare.

Sarà invariabile il nostro appoggio al popolo latinoamericano e caraibico di Puerto Rico nel suo impegno per conquistare l'autodeterminazione e l'indipendenza, come ha dichiarato decine di volte il Comitato di Decolonizzazione delle Nazioni Unite.

Inoltre continueremo a dare il nostro contributo al processo di pace in Colombia sino alla sua felice conclusione.

Dovremmo tutti moltiplicare gli aiuti ad Haiti, non solo con l'assistenza umanitaria, ma con risorse che permettano il suo sviluppo e far sì che i paesi dei Caraibi ricevano un trattamento giusto e differenziato nelle loro relazioni economiche nella riparazione per i danni provocati dalla schiavitù e dal colonialismo.

Viviamo sotto la minaccia di enormi arsenali nucleari che si dovrebbero eliminare e del cambio climatico che ci lascia senza tempo.

S'incrementano le minacce alla pace e proliferano i conflitti.

Come disse allora il Presidente Fidel Castro, "le cause fondamentali si torvazo nella povertà e nel sottosviluppo, nell'ingiusta distribuzione delle ricchezze e delle conoscenze che imperano nel mondo

Non si può dimenticare che il sottosviluppo e la povertà attuali sono una conseguenza delle conquiste della colonizzazione, della schiavitù e del saccheggio della maggior parte della terra da parte delle potenze coloniali, del sorgere dell'imperialismo e delle sanguinose guerre in nuovi luoghi del mondo.

"L'umanità deve prendere coscienza di quello che siamo stati e che non possiamo continuare ad essere. Oggi - continuava Fidel - la nostra specie ha acquisito conoscenze, valori etici e risorse scientifiche sufficienti per marciare verso una tappa storica di vera giustizia e umanesimo Niente di quello che esiste oggi in ordine economico e politico serve agli interessi dell'umanità, Non si può sostenere. Va cambiato", aveva concluso Fidel.

Cuba continuerà a difendere le idee per le quali il nostro popolo ha sopportato i maggiori sacrifici ed ha lottato, assieme ai poveri, ai malati senza assistenza, ai disoccupati, ai bambini e le bambine abbandonati alla loro sorte o obbligati a prostituirsi, agli affamati, ai discriminati, gli oppressi e gli sfruttati, che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. 

La speculazione finanziaria, i privilegi di Bretton Woods e la rimozione unilaterale della conversione in orodel dollaro sono sempre più asfissianti.

Necessitiamo un sistema finanziario trasparente ed equo.

Non è accettabile che meno di una decina di empori soprattutto nordamericani - quattro o cinque di sette o otto - determinino quello che si legge, si vede o si ascolta nel pianeta.

Internet dev'essere governato internazionalmente, democráticamente e in modo partecipativo, soprattutto nella generazione dei contenuti

È inaccettabile la militarizzazione del ciber spazio e l'uso segreto e illegale dei sistemi informatici per aggredire altri Stati. Non permetteremo che ci accechino o ci colonizzino di nuovo, su Internet, una delle invenzioni favolose e tra le più importanti degli ultimi anni potremmo dire cose ricordando l'esempio della lingua nella favola di Esopo che Internet serve per il meglio, ed è molto utile, ma serve anche per il peggio. 

Signor Presidente:

le relazioni emisferiche secondo me devono cambiare profondamente, e in particolare negli ambiti politico, economico e culturale perchè, basate nel Diritto Internazionale e nell'esercizio dell'autodeterminazione e l'uguaglianza sovrana, si centrino nello sviluppo di vincoli mutuamente vantaggiosi, nella cooperazione per servire gli interessi di tutte le nostre nazioni e i loro obiettivi proclamati.

L'approvazione nel gennaio del 2014, nel Secondo Vertice della CELAC, a L'Avana, della Proclamazione dell' America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace, è stata un trascendente apporto a questo proposito, marcato dall'unità latinoamericana e caraibica nella sua diversità.

Lo dimostra il fatto che avanziamo verso processi d'integrazione genuinamente latinoamericani e caraibici attraverso la CELAC, UNASUR, CARICOM, MERCOSUR, ALBA-TCP, ilSICA e l'Associazione degli Stati dei Caraibi, che sottolineano la crescente coscienza della necessità di unirci, per garantire il nostro sviluppo.

Questa proclamazione ci impegna a far sì che "le differenze tra le nazioni si risolvano in forma pacifica per la via del dialogo e il negoziato, o altre forme di soluzione e in piena consonanza con il Diritto Internazionale".

Vivere in pace, cooperando gli uni con gli altri per affrontare le sfide e dare soluzioni ai problemi che alla fine dei conti ci danneggiano e danneggiano tutti, è oggi una necessità imperiosa.

Va rispettato, come dice la Proclamazione dell'America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace, firmata da tutti i capi di Stato e di Governo di Nuestra America, il diritto inalienabile di ogni Stato di scegliere il suo sistema politico, economico, sociale e culturale come condizione essenziale per assicurare la convivenza pacifica tra le nazioni.

Con questo ci impegniamo a rispettare i nostri obblighi "di non intervenire direttamente o indirettamente nei temi interni di qualsiasi altro Stato e osservare i principi di sovranità nazionale, l'uguaglianza dei diritti, la libera determinazione dei popoli e a rispettare i principi e le norme del Diritto Internazionale (...) e i principi e i propositi della carta delle Nazioni Unite.   

Questo storico documento invita "tutti gli Stati membri della Comunità Internazionale a rispettare pienamente questa dichiarazione nelle sue relazioni con gli Stati membri della CELAC"

Ora abbiamo l'opportunità per tutti coloro che sono qui di apprendere, come dice la proclamazione, a praticare la tolleranza e convivere in pace, come buoni vicini.

Esistono discrepanze sostanziali sì, ma anche punti in comune nei quali possiamo cooperare per rendere possibile la vita in un mondo pieno di minacce alla pace e alla sopravvivenza umana.

Che cosa impedisce a livello emisferico – come hanno già riferito alcuni presidenti che mi hanno preceduto nei loro discorsi – di cooperare per affrontare il cambio climatico?

Perchè non possiamo – i paesi delle due Americhe, quella del nord e quella del sud – lottare uniti contro il terrorismo, il narcotraffico e il crimine organizzato senza posizioni politicamente oblique?

Perchè non cercare insieme le risorse necessarie per dotare l'emisfero di scuole, ospedali- anche se non lussuosi – piccoli ospedali modesti nei luoghi in cui la gente muore perchè non ci sono medici – offrire lavoro e avanzare nello sradicamento della povertà?

Non si potrebbe diminuire l'iniquità nella distribuzione della ricchezza, ridurre la mortalità infantile, eliminare la fame, sradicare le malattie prevenibili ed eliminare l'analfabetismo?

L'anno scorso abbiamo stabilito una cooperazione emisferica nello scontro e la prevenzione dell'Ebola e i paesi delle due Americhe lavoriamo insieme e questo deve servirci da stimolo per impegni maggiori.

Cuba, un paese piccolo e sprovvisto di risorse naturali, che si è barcamenato in un contesto molto ostile, ha realizzato la piena partecipazione dei suoi cittadini nella vita poltica e sociale della nazione; una copertura dell'educazione e della salute universali e in forma gratuita; un sistema di sicurezza sociale che garantisce che nessun cubano resta abbandonato; significativi progressi verso l'uguaglianza di opportunità e nella lotta contro ogni forma di discriminazione; il pieno esercizio dei diritti dell' infanzia e della donna; l'accesso allo sport, alla cultura, e il diritto alla vita e alla sicurezza cittadina.

Nonostante le carenze e le difficoltà, continuiamo a condividere quello che abbiamo. Attualmente 65.000 cooperatori cubani lavorano in 89 paesi, soprattutto nelle sfere della medicina e l'educazione. Si sono laureati a Cuba 68.000 professionisti e tecnici, tra loro 3000 in medicina, di 157 paesi.

Se con risorse molto scarse Cuba ha potuto, cosa potrebbe fare l'emisfero con la volontà politica di riunire gli sforzi per contribuire con i paesi con maggiori necessità?

Grazie a Fidel e all'eroico popolo cubano siamo venuti a questo Vertice a compiere il mandato di Martì con la libertà conquistata con le nostre stesse mani.

"Orgogliosi di Nuestra Amrica per servirla e onorarla... con la determinazione e la capacità di contribuire a che la si stimi per i suoi meriti e la si rispetti per i suoi sacrifici", come segnalò Martí.

Signor Presidente:
Chiedo scusa, a tutti voi per il tempo preso.
Molte grazie a tutti (Applausi).

(Versione stenografica - Consiglio di Stato /Traduzione Gioia Minuti)


www.resistenze.org


Foto Tratta da  :




domenica 15 settembre 2013

Il presidente chavista racconta il nuovo corso del governo bolivariano e lancia la sfida alla destra in vista delle difficilissime comunali dell'8 dicembre


Ignacio Ramonet - Nicolas Maduro un governo di strada
Il presidente chavista racconta il nuovo corso del governo bolivariano e lancia la sfida alla destra in vista delle difficilissime comunali dell'8 dicembre


Dopo aver fallito nel tentativo di delegittimare il presidente del Venezuela democraticamente eletto, Nicolas Maduro, l'opposizione già prepara le elezioni comunali dell'8 dicembre. In questa prospettiva, circola di recente la frottola - alimentata da alcuni media internazionali - che Maduro non sarebbe nato in Venezuela e pertanto, come previsto dalla Costituzione, la sua elezione non sarebbe valida. Su questa nuova campagna di «intossicazione» e su vari altri argomenti abbiamo conversato con Nicolás Maduro - a bordo di un elicottero che ci portava da Caracas a Tiguanes (nello stato venezuelano di Guárico) - il giorno stesso in cui si compivano i suoi primi cento giorni di governo come presidente della Repubblica Bolivariana.

Presidente, l'opposizione venezuelana ha lanciato una campagna per affermare che lei non è nato in Venezuela, ma a Cucuta, in Colombia, ed è in possesso della doppia cittadinanza, ciò che, secondo la Costituzione, la invaliderebbe come presidente. Come commenta questa accusa?
Lo scopo di questa follia lanciata da un demente dell'ultradestra panamense è di creare le condizioni per una destabilizzazione politica. Cercano di ottenere ciò che non hanno ottenuto né con le elezioni, né con colpi di stato, né con sabotaggi economici. Sono disperati. E si basano su un'ideologia anticolombiana che la borghesia e la destra venezuelane hanno sempre avuto contro il popolo della Colombia. A questo proposito, se io fossi nato a Cúcuta o Bogotá, mi sentirei felice di essere colombiano. È una nazione fondata da Bolívar. Se fossi nato a Quito o a Guayaquil, mi sentirei parimenti orgoglioso di essere ecuadoriano, perché è una terra liberata da Bolívar, o a Lima, Potosí o La Paz o a Cochabamba, sarei felice di essere peruviano e boliviano; e se fossi nato a Panama, terra di Omar Torrijos, terra di dignità che faceva parte della Gran Colombia di Bolívar, mi sentirei allo stesso modo orgoglioso di essere panamense. Ma io sono nato e cresciuto a Caracas, luogo di nascita del Libertador, in quella Caracas sempre turbolenta, ribelle, rivoluzionaria. Ed eccomi qui come presidente. Queste follie verranno ricordate come parte della crisi di disperazione schizofrenica in cui a volte precipita la destra internazionale per farla finita con questo faro di luce che è la rivoluzione bolivariana.

Per altro verso, il presidente della Assemblea nazionale, Diosdado Cabello, ha detto di recente che sono stati scoperti complotti contro di lei, con l'intenzione di assassinarla.

Sì, con il ministro dell'interno, Rodríguez Torres, e il presidente della Assemblea nazionale, Diosdado Cabello, abbiamo rivelato uno dei piani di omicidio che si stavano preparando per il 24 luglio, anniversario della nascita di Simón Bolívar, e la commemorazione dei 190 anni della battaglia navale di Maracaibo. Erano in possesso di un insieme di piani che abbiamo potuto neutralizzare e che hanno sempre la loro origine nella destra internazionale. Vi appare, per esempio, il nome di Álvaro Uribe (ex presidente della Colombia, nda), che ha un'ossessione contro il Venezuela e contro i figli di Chávez. Vi appare anche la vecchia mafia di Miami, quella di Posada Carriles, che ha il sostegno di importanti organi di potere negli Stati uniti. L'amministrazione Obama non ha voluto smantellare la mafia di Posada Carriles, un terrorista condannato e confesso, perseguito dalle leggi del nostro paese perché ha fatto saltare in aria un aereo della Cubana de Aviación nell'ottobre del 1976... Posso assicurarle che continueremo a difenderci, neutralizzando tali piani... e prevalendo. Se raggiungessero il loro obiettivo si creerebbe una situazione a cui non voglio nemmeno pensare. A chi meno conviene che capiti qualcosa del genere è la destra venezuelana. Scomparirebbe dalla mappa politica del nostro paese per 300 anni... Perché la rivoluzione prenderebbe un altro carattere, senza dubbio, molto più profondo, molto più socialista, molto più anti-imperialista. Speriamo che questi piani non abbiano mai successo, perché a loro andrebbe molto male. E io lo vedrei dal cielo...

Pensa che il fallimento del tentativo di destabilizzazione si debba alla politica che lei ha promosso, o a un cambiamento di atteggiamento della stessa opposizione in vista delle comunali dell'8 dicembre?

Si deve soprattutto alla forza istituzionale della democrazia venezuelana, e alla decisione che ho preso, appoggiandomi su quella forza, di sconfiggere tempestivamente il tentativo insurrezionale e la violenza. Non lasciare che si diffondesse. Non dimentichiamo che lo scorso aprile hanno tentato una sorta di insurrezione nelle principali città del paese.

Qual è il grado di violenza che è stato raggiunto?

Hanno ucciso undici persone, persone umili, tra cui una bambina e un bambino. E hanno causato quasi cento feriti, dei quali poco si parla. L'opposizione ha svelato il suo vero volto golpista. Mostrava buone maniere democratiche ma quando (il 5 marzo, nda) è morto il Comandante Chávez, ha deciso di disconoscere i risultati delle elezioni e di cercare di imporre con la forza - con il presunto supporto internazionale degli Stati Uniti e di altri governi di destra - un'operazione per destabilizzare la Rivoluzione. Siamo riusciti a sconfiggerli. Ora non hanno altro modo che riprovare, attraverso le elezioni, a occupare spazio nei comuni. Li abbiamo costretti a questo. Se non fosse stato per la nostra decisione di far rispettare la Costituzione, avrebbero spinto il paese in una situazione guerra civile.

Lei però ha lanciato l'allarme su possibili crepe nell'unità della Rivoluzione. Teme divisioni nel chavismo?

Le forze della divisione hanno sempre minacciato qualunque rivoluzione. Le aspirazioni al potere di gruppi e di individui sono la negazione del progetto stesso della Rivoluzione Bolivariana, che ha un carattere socialista, ed esige abnegazione e sacrificio. (...) Io sono il presidente, non per ambizione individuale o perché rappresento un gruppo economico o politico, no, io sono presidente perché il Comandante Chávez mi ha preparato, mi ha designato e il popolo venezuelano mi ha confermato in elezioni libere e democratiche. Quindi tutte queste forze dissolutrici esistono sempre. Ma la Rivoluzione ha la capacità morale, politica e ideologica per superare ogni tentativo di dividere le sue forze. Ho detto queste cose nel Llano venezuelano (una regione del paese, ndt), perché stavo vedendo lì, proprio di fronte a me, una persona che afferma di essere chavista ma, sotto sotto, è finanziato dai latifondisti, e che fa un discorso chavista per dividere. Non è impossibile che, quando questo individuo constati di non essere designato dalla Rivoluzione come candidato a sindaco del comune, si lanci per proprio conto... Siamo però nelle condizioni di presentare candidati unitari in quasi tutti i comuni del paese; e ci toccherà fare un grande sforzo per sconfiggere le forze disgregatrici di chi si dice chavista ma alla fine è alleato della controrivoluzione.

Rispetto alla prassi del precedente governo lei ha introdotto diversi cambiamenti: critica dell'insicurezza, denuncia della corruzione e, soprattutto, ciò che lei chiama il «governo della strada». Perché ha sentito il bisogno di insistere su questi temi? E qual è il suo bilancio del «governo della strada»?

In primo luogo, il «governo della strada» è un metodo perché vi sia una direzione collettiva della Rivoluzione. In secondo luogo, si è creato un sistema di governo in cui non ci sono intermediari tra il potere popolare locale e il governo nazionale. Questo fornisce una soluzione a problemi specifici ma soprattutto contribuisce alla costruzione del socialismo, delle comuni, di un'economia socialista, e al consolidamento di un sistema di salute pubblica integrale, gratuito, di qualità, e di un sistema educativo pubblico e gratuito di qualità... «Il governo della strada» è una rivoluzione nella rivoluzione.

Se l'opposizione vincesse le elezioni comunali di dicembre è probabile che chiederà un referendum per revocarla nel 2015. Come si prepara?

Siamo preparati a tutti gli scenari. Al popolo stiamo dicendo sempre la verità. Se l'opposizione dovesse prendere molti voti, cercherà di intensificare la destabilizzazione per disgregare la nostra patria, porre fine all'indipendenza e cancellare la Rivoluzione del Comandante Chávez e il concetto di Repubblica bolivariana. Imporrebbero scenari di destabilizzazione violenta, per prima cosa, e gli Stati uniti cercheranno di annullare i livelli di indipendenza e di unità che l'America Latina ha oggi. Abbiamo una grande responsabilità, perché noi difendiamo un progetto che può rendere possibile un altro mondo nella nostra regione e può contribuire a creare un mondo multipolare, senza egemonie economiche e militari né politiche dell'imperialismo statunitense. Un altro mondo, che rispetti i diritti dei popoli del Sud- e anche dei popoli d'Europa, perché l'Europa si scuota di dosso il neoliberismo - dipende da questo: che in America latina trionfino definitivamente i progetti per costruire un blocco di forze tali da consolidare l'idea che non siamo più un «cortile» degli Stati Uniti. Tutto questo però dipende in gran parte da quel che accade qui in Venezuela.

Come pensa di vincere alle comunali del prossimo 8 dicembre?


C'è un elettorato che ha sempre votato per l'opposizione. (...) e chi non ha votato per noi lo ha fatto perché scontento, per le cose fatte male, i problemi accumulati... Tuttavia, questi elettori non hanno mai sostenuto le avventure golpiste e antibolivariane della destra. A quei venezuelani e a quelle venezuelane noi, in modo permanente, diciamo che stiamo lavorando per la strada a migliorare le cose. Sanno che non è stato facile. E che l'epopea più grande è stata, alla vigilia del 14 aprile, superare la tragedia storica della morte del Comandante Hugo Chávez. Superare il lutto collettivo. Quando una persona entra in lutto può perdere la speranza, non credere più in nulla. E buona parte del popolo venezuelano è entrata in un profondo lutto. (...) Perciò la nostra vittoria del 14 aprile è stata veramente eroica. Quello che stiamo facendo - il «governo della strada», la ripresa dell'economia, l'attenzione a problemi improrogabili come l'insicurezza cittadina, la corruzione... - ci darà la forza per una grande vittoria l'8 dicembre. (...)

Fin dove pensa di arrivare nella sua lotta contro la corruzione?


Fino alle estreme conseguenze. Ci serviremo di tutto. Siamo di fronte a una destra molto corrotta. (...) Ma siamo anche di fronte alla corruzione annidata all'interno del campo rivoluzionario o all'interno dello stato. Non ci sarà tregua! Ho costituito una squadra segreta di ricercatori incorruttibili che hanno già scoperto casi enormi. Abbiamo già arrestato persone al più alto livello e continueremo ad attaccare duramente. Tutti saranno giudicati e andranno dove devono andare: in galera.

Come vede la situazione economica? Diverse analisi mettono in guardia circa l'alto livello di inflazione.

L'economia del Venezuela è in transizione verso un nuovo modello di produzione, diversificato e «socialista del XXI secolo», nell'ambito della costruzione di un nuovo quadro economico costituito dall'integrazione sudamericana e latinoamericana. Non si deve dimenticare che ora siamo membri del Mercosur (...), membri di Alba (Alleanza Bolivariana per i popoli della nostra América, ndt) e guidiamo Petrocaribe. Si tratta di un blocco di 24 paesi del continente che potrebbe rappresentare - mettendo insieme Mercosur, Alba e Petrocaribe - quasi la quarta economia mondiale... Perciò dobbiamo trasformare l'economia venezuelana e collegarla con lo sviluppo di questo nuovo quadro economico, e a nostra volta integrarci nell'economia mondiale in una situazione di vantaggio. Non di dipendenza. Per questo dico che siamo in fase di transizione. Sull'inflazione le dirò che abbiamo subito un attacco molto duro, speculativo, contro la nostra moneta, e lo stiamo superando. C'è anche un sabotaggio sulla fornitura di vari prodotti. Tutto questo produce inflazione. Ma abbiamo cominciato a controllare, a equilibrare, e sono sicuro che supereremo questa situazione nel resto del secondo semestre. Stabilizzeremo la moneta. Già abbiamo iniziato a stabilizzare l'approvvigionamento, ma la chiave principale per uscire da questo modello di rendita, dipendente, è di diversificare la nostra produzione. Stiamo realizzando grandi investimenti in settori chiave della produzione alimentare, dell'agro-industria e dell'industria pesante. (...) Recentemente abbiamo fatto un giro in Europa e siamo molto ottimisti sul fatto che il capitale arrivi da Francia, Italia, Portogallo... Desideriamo che arrivi capitale anche da Brasile, India, Cina, con la loro tecnologia, per sviluppare l'industria intermedia in Venezuela, e diversificare. Affinché il Venezuela non faccia più affidamento solo sul petrolio, (...) anche se non dimentichiamo che qui abbiamo le maggiori riserve del mondo e la quarta più grande riserva di gas. Il Venezuela è un'economia con molto potere economico e finanziario. A partire dal 2014 sono sicuro che torneremo a crescere.

Come si spiega però la carenza di merci?

Fa parte della «guerra silenziosa» di attori politici ed economici, nazionali e internazionali, iniziata nel dicembre dell'anno scorso quando le condizioni del Comandante Chávez hanno cominciato ad aggravarsi. In più, ci sono stati errori nel sistema di cambio delle valute, errori che abbiamo corretto. Queste forze antibolivariane hanno cominciato a colpire la fornitura dei prodotti che importiamo. Inoltre, per spiegare la scarsità di alcuni prodotti, si deve rilevare che il potere d'acquisto dei venezuelani ha continuato a salire. Abbiamo solo un 6 per cento di disoccupazione e il salario minimo urbano qui è il più alto dell'America latina. Un altro punto importante riconosciuto dalla Fao è che siamo il paese che ha fatto di più per combattere la fame. Tutto questo - è molto importante tenerlo in conto - ha generato un aumento della capacità di consumo della popolazione, che sta crescendo ogni anno di oltre il 10 per cento. I consumi crescono a un ritmo superiore alla capacità produttiva del paese e della capacità che abbiamo di rifornirci con le importazioni. Il Comandante Chávez, l'ultima volta che ho parlato con lui personalmente, il 22 febbraio scorso, quando valutammo la situazione economica e parlammo della penuria, disse: «Si è scatenata una 'guerra economica' per approfittare della mia malattia nella speranza di arrivare a un'elezione presidenziale». Ma oggi stiamo uscendo da questi problemi. Al popolo venezuelano non è mai mancato il cibo. Mai. Vada in qualunque quartiere popolare, di quelli che ho conosciuto negli anni Ottanta, dove i bambini morivano di fame, dove la gente mangiava una volta al giorno e qualche volta era cibo buono per i cani ... Vada nel quartiere più umile che può trovare, non importa dove, si metta lì, apra la dispensa, e vedrà carne, riso, olio, latte... Il popolo ha la garanzia del cibo, e l'ha avuta nelle peggiori circostanze della «guerra economica» che ci hanno fatto. (...) Per questo abbiamo la stabilità sociale e politica. Oggi questa guerra è molto diversa da quella di undici anni fa. (...) È tutto morbido, nascosto, e la destra fascistoide arriva sorridendo: «Questo governo è incapace perché non può rifornirsi di prodotti». (...) Ma lo stiamo superando e ci stiamo vaccinando (...).

In economia quale ruolo vede per il settore privato?

Storicamente, il settore privato è poco sviluppato in Venezuela. Non c'è mai stata una borghesia nazionale. Il settore privato, in via principale, si è sviluppato quando si è scoperto come fattore molto legato all'appropriazione dei proventi petroliferi. Quasi tutte le grandi ricchezze della borghesia venezuelana sono legate alla manipolazione del dollaro, sia per importare i prodotti (la borghesia commerciale) che per appropriarsi della rendita e collocarla nei conti delle grandi banche all'estero. Quindi, in cento anni, non abbiamo avuto una borghesia produttiva come l'ha avuta il Brasile, per esempio, o l'Argentina. Ora è il momento in cui stiamo vedendo sorgere settori privati legati alla vera produzione di ricchezza per il paese. Nel modello socialista venezuelano, il settore privato ha un ruolo da giocare nella diversificazione dell'economia. Da sempre il Comandante Hugo Chávez ha favorito i rapporti con il settore privato, sia nella piccola come nella media o grande impresa. Ha favorito lo sviluppo di imprese miste e l'arrivo di capitale straniero. Il Venezuela ha una politica economica: per selezionare in quale area sono necessari investimenti esteri e che capitale può venire e a quali condizioni. Per esempio, benché il nostro petrolio sia nazionalizzato, ci sono modi diversi che permettono investimenti nella Cintura dell'Orinoco da parte di tutto il capitale mondiale; là ci sono aziende di tutto il mondo, imprese miste: il 40% capitale internazionale, il 60% Venezuela. Facciamo pagare le tasse dovute - in precedenza si pagava l'1 per cento, oggi il 33. Il Venezuela offre tutte le garanzie costituzionali per ricevere il capitale internazionale.

Come vanno i rapporti con Washington?

Vorrei dire, innanzitutto, che l'elezione di Obama a presidente è l'effetto di alcune circostanze. Si tratta di una circostanza all'interno della classe dirigente degli Stati uniti. Perché Obama arriva alla presidenza? Perché conveniva agli interessi degli complesso militare-finanziario e delle comunicazioni che dirige gli Stati uniti con un progetto imperiale. Chi conosce a fondo la storia della fondazione degli Usa e del loro espansionismo riconoscerà che è il più potente impero che sia esistito, con un progetto di dominazione mondiale. Le élites degli Usa hanno eletto Obama in funzione dei loro interessi. E hanno raggiunto parte dell'obiettivo che si proponevano: far sì che un paese isolato e screditato, ossia gli Stati uniti nell'era di George W. Bush, si trasformasse, grazie a Obama, in una potenza che possiede di nuovo capacità di influenza e di dominio. Vediamo il caso dell'Europa, soggetta ai dettami di Washington come mai prima. Quel che è successo al presidente della Bolivia Evo Morales quando quattro stati europei gli hanno negato il proprio spazio aereo, è una dimostrazione gravissima di come, da Washington, vengono diretti i governi europei. È davvero molto sconcertante. Non so se i popoli europei lo sanno, perché a volte, con il controllo della comunicazione che c'è, queste notizie vengono banalizzate e lasciate ai margini. Ma è molto grave. Obama è riuscito a far sì che l'Impero cresca in influenza politica. Gli Stati Uniti si stanno preparando per una nuova fase, che consiste nella crescita del dominio militare ed economico. In America latina, il loro progetto è rovesciare i processi progressisti di cambiamento per farci tornare a essere il loro cortile. Perciò stanno tornando - con un altro nome - al progetto dell'Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe): per dominarci economicamente e riprendere gli stessi metodi del passato. Guardi cosa è successo sotto la presidenza Obama: colpo di stato in Honduras diretto dal Pentagono; tentato colpo di stato contro il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, teleguidato dalla Cia; colpo di stato in Paraguay gestito da Washington per rimuovere il presidente Fernando Lugo... Che nessuno si illuda, se gli Stati uniti vedono che ci sono condizioni favorevoli tornerebbero subito a riempire di oscurità e morte l'America Latina. Perciò il rapporto dell'amministrazione Obama con noi è schizofrenico. Pensano di poterci ingannare con la «diplomazia soft», che ci lasceremo dare il «bacio della
morte». Ma noi lo abbiamo sempre detto molto chiaramente: voi là con il vostro progetto imperialista, noi qui con il nostro progetto di liberazione. L'unico modo per instaurare una relazione stabile e permanente è che ci rispettino. Perciò ho detto: «Tolleranza zero verso la mancanza di rispetto gringa e delle sue élites. Non lo tollereremo più». Se continuano ad attaccarci, risponderemo a ogni aggressione con maggiore forza. È il tempo della tolleranza zero.

Ignacio Ramonet è il direttore di Le Monde Diplomatique spagnolo su cui, a settembre, è comparsa questa intervista realizzata il 31 luglio, di cui pubblichiamo ampi stralci.

Fonte: www.ilmanifesto.it
14.09.2013

Traduzione dallo spagnolo a cura di www.democraziakmzero.org .



Foto inserite da internet da autore blog

martedì 28 maggio 2013

Fidel Castro si congratula con il presidente rieletto dell'Ecuador /ECUADOR EN EL NUEVO MANDATO DE RAFAEL CORREA (espanol)


Fidel Castro si congratula con il presidente rieletto dell'Ecuador



L'Avana, 27 mag (Prensa Latina) Il leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, si è congratulato con il presidente rieletto dell'Ecuador, Rafael Correa, che ha assunto l'incarico per un nuovo mandato fino al 2017.

"Caro Rafael, mi congratulo per il tuo discorso coraggioso e per la grande autorità morale e politica con la quale assumi nuovamente la presidenza dell'Ecuador", dice il messaggio del venerdì, inviato da L'Avana.

"Ho sentito la fermezza della tua voce quando condannava inconfutabilmente il bloqueo economico contro Cuba", ha aggiunto.

"Qualunque sia la durata della movimentata storia della nostra specie, nessuno potrà mai dimostrare che i grossolani interessi materiali saranno in grado di creare cittadini più virtuosi ed onesti", dice il leader cubano nella sua lettera al dignitario ecuadoriano.

“Una idea giusta dal fondo di una grotta è più potente di un esercito, ha detto l'apostolo della nostra indipendenza”, ha ricordato.

Nella conclusione del suo messaggio con un abbraccio di saluto, il presidente Fidel Castro ha detto: "Mi congratulo con te per il tributo giusto e sentito ad Hugo Chavez, che ha amato tanto l'Ecuador".

Ig/ogt/yp

ECUADOR EN EL NUEVO MANDATO DE RAFAEL CORREA

Entrevista de la Revista Bohemia de Cuba a Alexis Ponce
Periodista Susadny González  24.05.2013

¿Podría especificarme su cargo actual o función dentro del Gobierno?

Soy defensor de DDHH y en la actualidad, asesor social del compañero Walter Solís, Secretario Nacional del Agua.

Ciertos analistas sostienen que después de la muerte de Chávez, Rafael Correa emerge como el nuevo líder del continente. ¿Comparte este criterio o vislumbra un liderazgo más colegiado en la región?

Comparto el criterio de mi Presidente, quien
públicamente expresó su desacuerdo con que la oligarquía mediática global lo sitúe como “el nuevo caudillo” a la muerte de Chávez. Rafael ha dicho claramente que no le interesa liderar absolutamente nada, sino “servir a nuestras patrias pequeñas y a la Patria Grande, nuestra Latinoamérica”.

Ahora bien, en una perspectiva histórica, e independientemente de la correcta postura personal manifestada por nuestro “Mashi”, como lo llamamos muchos en Ecuador (“mashien quichua: amigo, compañero), es indudable que el Presidente Rafael Correa se ha ido convirtiendo, a pasos acelerados, en un referente del nuevo liderazgo continental, reconocido así por aliados y adversarios en buena parte del mundo.  

Hace seis años escribí algo que me parece sigue vigente y se potencia cada día: sostuve que Correa tiene una cualidad regional inédita: ser un líder que, por su personalidad natural y su sólida formación académica, unifica como una bisagra geopolítica las identidades de las grandes regiones del continente: el norte y el centro de Sudamérica, el Caribe y el Cono Sur.

A propósito del liderazgo colegiado, es acertada la tesis de nuestro querido compañero Álvaro García Linera, Vicepresidente de Bolivia, quien señaló en octubre de 2012 que “nuestros procesos no amarran a un modelo exclusivo, sino que son búsquedas plurales con velocidades y densidades diferenciadas para desmontar la maquinaria neoliberal y que se juntan unos con otros y forman un torrente que converge. Es obvio que, bajo esa dimensión, como sucedió en las luchas de la Primera Independencia con Bolívar, San Martín, Morelos, Artigas, Sucre, Martí, Morazán y otros, hoy tenemos en Latinoamérica un potente liderazgo colegiado: Rafael, Lula, Nicolás, Evo, Cristina, Raúl, Dilma, Daniel, Mauricio, Pepe...

El Mashi”, como todos los heterogéneos jefes de estado de la nueva Latinoamérica, es un líder en proceso permanente de construcción regional: se va formando cada día como un estadista supranacional con fuerte impacto generacional y en la gente sencilla, de a pie, en lugares tan disímiles como Caracas, Milán, Madrid, Buenos Aires o La Habana.

¿Cuál es la visión que en su país se tiene hoy del presidente Rafael Correa? En su opinión cuáles son algunas de sus fortalezas para conducir un proyecto de gobierno como la Revolución Ciudadana y el Buen vivir que defiende.

La visión del ciudadano de a pie es que tenemos, y así es, un presidente 100% ecuatoriano, que lleva en sí mismo las identidades de las cinco regiones del país, que siendo costeño tiene mucho de serrano, que siempre cumple lo que dice, que trabaja de sol a sol, sin descanso (recuerdo que a Fidel en Cuba el pueblo le decía “el Caballo”, por la forma de trabajar y de darse), que se conoce cada palmo del territorio como pocos presidentes (quizás Alfaro o Velasco Ibarra), que es muy tierno y delicado con los humildes y muy severo, casi “un diablo” con los poderosos, que es amoroso con los pobres y los niños, y  a la vez apasionado y enérgico ante las injusticias y las trabas del día a día, con una voluntad indomable, un pragmatismo que no eclipsa su gran idealismo, y sólidos conocimientos de estadista del nuevo tiempo. El 30-S lo vi crecer a la altura conmovedora de la historia de América Latina. Si fuese colombiano, la gente le diría “¡es un berraco!”. Creo que sintetiza un acumulado nacional de décadas, eso es lo que no entiende la oligarquía mediática golpista, es decir reúne las fortalezas históricas y ‘ese misterio humano’ que es el carisma, de tres hombres que lo antecedieron: Eloy Alfaro, Velasco Ibarra y Jaime Roldós.

Sus ideas, frases y decires, se repiten y recuerdan en muchos espacios, publicaciones y eventos por doquier. Y si “las ideas son a prueba de balas”, es que el hombre ha vencido. Quizás, ya como cosa mía, digo que le hace falta, un poco, volver a recuperar, después de algunos años de ejercicio del poder, esa cautivadora ironía sonriente que enamoró a tantos y tantas, cuando era el ministro de Economía más joven en la historia del país.

Su principal fortaleza es el apoyo popular, real e impresionante, que ha mantenido y aumentado con el paso de los años. Esa fortaleza determina las demás: en primer lugar, la progresiva radicalización, que en todo líder consecuente es notoria, como en el Fidel de 1961, el Perón de 1955, el Chávez del 2001. Para conducir la Revolución Ciudadana, el Gobierno y el horizonte estratégico del Socialismo del Buen Vivir, esas fortalezas garantizan el avance, no sin dificultades objetivas y subjetivas, de nuestro proceso, que es propio, sin anclas a modelos previos, autóctono, que se hace al andar, y que, al decir de Mariátegui, es creación heroica.

En unos de sus artículos usted alude a la manera en que algunos gobiernos progresistas parecen abocados a la búsqueda de un camino alternativo al neoliberalismo. ¿De qué manera se ilustra ese horizonte estratégico en su país?

Es una inusitada ‘tríada’ la que vivimos hace años en el continente y Ecuador: por un lado, es un momento de superación definitiva del neoliberalismo, la fase salvaje del capitalismo global; por otro lado, es un ‘tempo’ histórico de integración irreversible y unidad continental como solamente tuvimos a inicios del siglo XIX, en la ruptura definitiva con el imperio español al cual derrotamos; y, finalmente, es un espacio de diversidades juntadas como lo manifiesta ese intelectual ejemplar que es Álvaro García Linera, para estructurar modelos, estados y sociedades post-neoliberales.

Ese horizonte estratégico y esa tríada, se ilustran en el país en el desmantelamiento progresivo, pero acelerado, del neoliberalismo, en las esferas económica, política, institucional, ideológica y cultural -éstas dos últimas, las más complejas siempre-; el desplazamiento de la oligarquía del control centenario del aparato del Estado; la derrota táctico-estratégica de sus operadores clásicos: los viejos partidos políticos y gremios corporativos más emblemáticos; la configuración, también paulatina y acelerada, del nuevo Estado, en un tiempo histórico donde conviven aún, como es obvio, las dos formas estatales; la superación del “ethos” neoliberal en la distribución de los ingresos y recursos, hoy generados y multiplicados hacia la prioridad gubernamental que son los derechos, obras y servicios sociales; la construcción de una cada vez más sólida agenda exterior soberana, independentista, multi-polar y latinoamericanista que dejó atrás, en el cajón del olvido, al viejo colonialismo mental de la política internacional ecuatoriana del período 1999-2005; los crecientes beneficios estructurales y materiales a los más pobres, las capas populares del país y, factor importante, presente en Ecuador como en el resto de procesos gubernamentales de nuevo tipo, los crecientes beneficios a la clase media, que se amplía inusitadamente. Pero quizás, lo que mejor ilustra el horizonte estratégico, es el factor subjetivo: la recuperación del amor propio, de la autoestima nacional, del orgullo de saberse parte del Ecuador, la identidad de saberse un pueblo en un país diferente y, en muchas cosas, mejor que el que tuvieron las generaciones pasadas. Este país, más que edificios y obras materiales, necesitaba esperanza. Y la empezó a retomar.

Nos falta, obviamente, avanzar en esa necesidad de construir la discursiva y praxis que “baje hacia” y “empodere” a la población en la bandera estratégica más relevante que debemos construir entre todos: el socialismo del buen vivir. Cuando ese proyecto de largo plazo sea asumido profusamente por un pueblo ansioso de participar, la cuenta regresiva del capitalismo marcará un hito en la historia republicana. Pero considero impostergable señalar que ese camino, cualquiera sea el nombre que adopte en el resto de naciones fraternas, debe ser colectivo, regional, es decir global, paso indispensable para vencer a escala continental.

Ud. decía: “la Revolución Ciudadana se halla, paradójicamente, en la hora crucial de las potencialidades y las encrucijadas”. ¿Pudiera argumentar esa afirmación?

Esa afirmación, en rigor, la sostuve en un trabajo que escribí en noviembre del 2008; es decir, han pasado cinco veloces y profundos años, razón por la cual deben contextualizarse y entenderse a la luz de aquel primer año de Revolución Ciudadana. Aún no ocurría entonces, el intento de golpe y magnicidio del 30-S, ni se manifestaban, con la elocuencia de Angostura, los sectores fascistas como el representado por el coronel (r) Mario Pazmiño en FFAA y, sobre todo, en ciertas estructuras de la Policía; aún el partido mediático no se consolidaba como la poderosa vanguardia global de la reacción contra este proceso; tampoco se clarificaba, como hoy, el papel que la historia habrá de calificar, de las ONG’s, los partidos de la autollamada “única y verdadera izquierda” y los movimientos indigenistas y obreristas que abandonaron la lucidez y generosidad de los 80as y 90as, para ensombrecerse en la neblina de sus propios límites, que los convirtió en un “Polifemo anti-correísta” de mirada corta y odios estrechos, que les llevó a apostar a favor de la intentona fascista del 30 de Septiembre. La Revolución Ciudadana, en su difícil viaje colectivo hacia el nuevo país, ha recibido las rocas, ataques y conjuras de este cíclope que tiene, como en la mitología griega, varios otros hermanos en el continente: los cíclopes que, con su solo ojo con que ven la realidad, se oponen a Rafael, Evo, Nicolás, Cristina, Dilma, Pepe y Daniel.
Ahora bien, hay que entender que toda revolución -más aún las que van surgiendo en el siglo 21- siempre camina entre potencialidades y encrucijadas. No creo en la irreversibilidad definitiva de los procesos, ni en la vida ni en la historia. Estamos en un momento aún no definido ni definitivo de los procesos progresistas de América Latina. Luego de lo ocurrido en Honduras y Paraguay nadie puede sostener que tiene certeza de qué ocurrirá más tarde con los intentos desestabilizadores en Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina, etcétera.
No sería marxista -y creo serlo- si dijera que nuestro proceso es ‘irreversible’. Caminamos entre potencialidades y encrucijadas: es el signo del destino latinoamericano. Apuesto a las potencialidades, no faltaba más, pero las encrucijadas existen siempre, menos para las estatuas de sal. Con todo ello, veo que las encrucijadas se pueden definir y resolver a través de lo que hemos dado en llamar, tanto por parte del gobierno y una gran porción de la militancia de PAIS, como por parte de los movimientos sociales, obreros, poblacionales y campesinos aliados, la Radicalización del proceso.

¿Cuáles se esbozan como tareas impostergables para el ejecutivo de Correa? ¿Dónde estriban a su juicio los desafíos de la nueva Asamblea?

En el corto plazo la tarea impostergable para el Ejecutivo y Legislativo, se estima que será la aprobación de las leyes estratégicas, trabadas por la oligarquía mediática y la partidocracia criolla antes de su derrota del 17 de febrero. Es decir, las leyes de Comunicación, de Agua, de Tierras y, finalmente, el nuevo Código Penal (y aparejado a éste, tendrá que aportar al cambio estructural de la Fiscalía del Estado, que aún sigue anclada a la vieja dimensión represiva de los 80as y a la visión policial de la DEA).

En el nuevo período presidencial del 2013 al 2017, teniendo como nuestro sur (meta estratégica) al socialismo del buen vivir, veo en el horizonte la construcción inicial de los pilares de aquellas nuevas estructuras del país: el cambio de matriz productiva, la democratización de la economía y los medios de producción; el cambio de la matriz energética; la revolución científica-tecnológica; el desarrollo de un estado democrático del buen vivir desde los territorios; la revolución cultural y del conocimiento (“Ciudad Yáchay” es la piedra fundacional de aquella); y el fortalecimiento participativo de la sociedad.

Pero considero esencial que en todos los plazos: corto, mediano y largo, nuestro proceso genere más democracia que la ya generada y más participación de la que ya existe, pues en este nuevo período abierto por el triunfo aplastante del 17 de febrero, profundizar el proceso de cambio político, social y económico, significa cuidarlo, ahondándolo, puesto que por él hemos luchado millones de ecuatorianos y ecuatorianas, para que no fracase ni en el cuatrienio, ni tampoco en la siguiente década del 2020 al 2030, donde los pilares fundacionales del socialismo del buen vivir empezarán a dar los nuevos frutos.

En esa perspectiva, los desafíos de la nueva Asamblea estriban en la capacidad de generar una elocuente y masiva participación social y ciudadana extra-parlamentaria, ampliando espacios incluyentes inusitados a las organizaciones sociales y permitiendo que las disidencias internas y externas se expresen para cualificar ese salto dialéctico que implica el socialismo del siglo 21. La humildad y la modestia son más bellas cuando más fuerte eres.

Hace unas semanas el presidente hablaba de la necesidad de la crítica y autocrítica a favor del proyecto en construcción. ¿Cuáles son a su entender los principales señalamientos que se le pudiera hacer a su Gobierno?

Solo los dogmáticos y los sectarios desconocen el humilde poder de la autocrítica. Rafael, semanas atrás, con acierto conceptual y valentía corazonal llamó públicamente “a ejercer la autocrítica para revolucionar la revolución”. No podemos dejar solo al presidente Correa en este llamado. Es necesario hacerle saber que cuenta con el apoyo militante, crítico y autocrítico, de PAIS, de los funcionarios, de todas las fuerzas sociales organizadas del país y Latinoamérica que apoyan la profundización participativa y democrática del proceso.

Así que más que señalamientos, que los hay, deberíamos hablar de tareas a fortalecer y deudas a pagar: creo que a mayor ataque de los golpistas, es pertinente más radicalización del proceso. El 30-S la mayoría de la gente, que no tiene título Ph.D, fue la que salió a morir por su presidente y a defender en la calle su vida. Así que a mayor intolerancia del imperio, más participación social y democracia, hacia y desde abajo. A mayor defensa del statu-quo, más democracia participativa. A mayor ataque mediático, más democracia comunicacional y entrega masiva de frecuencias, canales, radios y periódicos a las organizaciones sociales y comunidades.

Las mujeres deben tener su canal de televisión, las organizaciones de trabajadores contar con una frecuencia nacional de radio, los intelectuales con espacios propios en los canales incautados de televisión, los defensores de DDHH que apostamos a este proceso debemos obtener un programa de televisión propio, los comités de la revolución ciudadana contar con periódicos y revistas de tiraje nacional. Entre el 2013 al 2017 será necesario concretar esos espacios de revolución cultural y democratización comunicacional.

¿De qué manera se articula en Ecuador la ofensiva estratégica de las elites luego de su intento por erosionar y desconocer las elecciones presidenciales?

Aquí ese intento “murió en el intento” como Lucio Gutiérrez. Los estamentos fascistas y los grandes medios mercantilistas se aislaron. Quisieron intentarlo, pero fracasaron. La derecha intelectual, los grupos económicos más responsables y el candidato que quedó en segundo lugar, estuvieron a la altura del momento, fueron muy responsables y no cayeron en la trampa gutierrista, socialcristiana y bucaramista. Por lo tanto, éstos no lograron “caprilizar” al país.

Obviamente, hay una matriz hemisférica y trasatlántica, no solo criolla, de embate colectivo contra Rafael y todos los procesos gubernamentales progresistas del continente, que activa un poderoso “lobby” político-económico-mediático-académico-trasnacional (los 'think-tank’ de la reacción) que converge en estrategias de acción mancomunada entre sus pares de la región para desestabilizar al Mashi y también a los otros gobiernos del Eje del Mal, bajo el esquema de las ‘revoluciones naranja´, con una coordinación regional cuyas puntas de lanza son el Partido Popular de España, la USAID, la NED, la Fundación CATO, la Fundación Ecuador Libre, la Sociedad Interamericana de Prensa, el Grupo de Diarios de las Américas, el Canal NTN24 de Colombia y, en la orilla de “los derechos humanos del norte”, las ONG’s, la CIDH-OEA, su Relatoría de Libertad de Expresión y las cortes que dan la razón a las transnacionales y no a los pueblos.

Es decidor que sectores fanáticos de ultraderecha que han perdido espacio desde la consulta por la Constituyente en 2008, y que perdieron abrumadoramente el reciente 17 de febrero, decidieran (como entrenados en iguales matrices de las revoluciones de terciopelo) cambiar el esquema y los escenarios. Apenas perdieron, aparecen enquistados en redes sociales y parapetados en espacios religiosos fundamentalistas, tanto católicos como cristianos, han decidido “migrar” su discurso antigubernamental a otras esferas, mutar como camaleones en pieles diferentes y dar la pelea desestabilizadora con otras identidades: el grupúsculo “14 millones”, inflado mediáticamente ex-profeso, abandera la lucha contra “el diablo” (léase el Gobierno) en todas las iglesias donde reparten octavillas contra la Revolución Ciudadana promocionando movilizaciones contra supuestos, en el pasado reivindicados -en la era febrescorderista (1984-1988)- por el ultramontano grupo “Tradición, Familia y Propiedad”; supuestos que han vuelto a resucitar, a través de ataques falaces contra el Presidente por “alentar” la promiscuidad sexual, la pastilla del día después, el matrimonio gay, etcétera, cuando es notorio, en Ecuador y el mundo, que “el Mashi” es un católico practicante.

Los grupos pro-vida, financiados por lo más exacerbado de la extrema derecha estadounidense del partido Republicano, Sarah Palin y los pastores que dieron “hurras” a Bush, en su momento apoyaron la campaña tendenciosa contra la Constituyente de Montecristi, atizando un discurso cavernario a través de dos mujeres asambleístas que tuvieron enorme caja de resonancia en los medios, para evitar la democratización temática de los derechos. Y hoy, cuando perdieron todo espacio público político, cuando han sido desplazados por una nueva derecha, más homogénea, intelectual y  moderna, salieron del sepulcro para vestir sus blancas túnicas donde incuban el golpismo de nuevo cuño.

Es diciente que lo hagan a sabiendas que tenemos un nuevo Papa, latinoamericano, y un jefe de Estado que fue el primero en saludar y emocionarse con tal nombramiento. Es inevitable que estos embates de hoy, me recuerden la sombra de las operaciones sicológicas montadas por la CIA y sus agentes internos en el Ecuador de los 60as, cuando promovían desde las iglesias y lo religioso, el ataque y la desestabilización a los nuevos vientos que soplaban en el país y el continente.

La oposición, en todo el continente, se nos presenta desideologizada, sin embargo, a propósito de la figura de Guillermo Lasso (segundo en las elecciones de febrero) Correa formula su deseo de que “en este período tengamos una verdadera oposición democrática”. ¿Qué criterios permiten sostener esa expectativa?

Entiendo muy bien y apoyo esa tesis del Presidente cuando la formuló, apenas enterado del impresionante triunfo la noche del 17 de febrero.

Lo que se desconoce en el exterior y por parte de “las verdaderas izquierdas”, es que durante el tiempo de campaña, los sectores más retardatarios no solo lanzaron sus ataques a Rafael, sino a Guillermo Lasso, el candidato presidencial de CREO, endilgándolo de “tibio” y “traidor”. Es esa misma extrema derecha que asume desde el fundamentalismo el ataque de nuevo tipo contra el gobierno en estos días, la que endilgó tales calificativos contra Guillermo. Son los sectores más ultra-derechistas, incluso en los medios oligárquicos como “El Universo” y “El Comercio”, los que en la coyuntura electoral llegaron a condenar sin disimulo a Guillermo Lasso, renegando de su temperamento dialogal y su culta manera de comportarse en política, distante y distinta de la conducta, de matones de barrio, de Lucio, Noboa, Nebot o Bucaram.

Si esto fuera Caracas, esos sectores serían caprilistas, contrarios a todo diálogo y a toda moderación.

Aquí tuvimos, y aún tenemos, una oposición mediocre, inculta, fundamentalista y poco preparada, gansteril en sus métodos, tristísima por su total falta de ética, lumpen por sus costumbres consuetudinarias en el quehacer político. Hasta los jefes editoriales de la prensa oligárquica, que se pretende que son gente medianamente preparada, han hecho gala de escaso conocimiento y gansterismo. En estos cinco años no tuvimos una oposición política seria, sino caricatural, garrotera, golpista y cavernícola. No tuvimos al frente un polo ideológico de ‘intelectuales orgánicos’ que representen mejor y bien sus posiciones, intereses y visiones del mundo. Hoy eso sí se percibe, por fin, en Guillermo Lasso, un adversario al cual se le respeta por ser, en efecto, distinto y distante de aquella cultura politiquera de la vieja república. Defenderá sus opciones y enfoques, obviamente, pero guardo la esperanza de que él representará desde el 24 de mayo, la inauguración de la oposición orgánica e intelectual conservadora a la Revolución Ciudadana, con argumentos y conceptos serios y con respeto caballeresco a las reglas del juego democrático. No es el cavernícola coronel Mario Pazmiño, ni el inculto reptilíneo Lucio Gutiérrez, ni el triste clown oligárquico Álvaro Noboa. No es Capriles ni Uribe. En esa tesis, que no la entiende la ultraizquierda interna y externa, coincido con el Mashi.

Recientemente el presidente Rafael Correa notificó el inicio de las negociaciones para su adhesión al MERCOSUR. Desde su perspectiva, ¿qué importancia tendría para el país su inserción en ese bloque comercial del Sur?

En mi opinión, sería un hito más en la construcción de esa agenda internacional soberana, integracionista y multi-polar que tanto ansié que tuviéramos en el Ecuador. Correa ha hecho posibles muchos de esos escenarios que elaboramos y por los cuales luchamos en una década. Falta avanzar mucho más, por supuesto: me gustaría que en breve nuestro Presidente fuera a Moscú y Pekín, los dos nuevos polos del mapamundi que está por nacer en lo que queda de la década. Desearía que estuviéramos en el MERCOSUR para evitarnos un tratado de libre comercio asimétrico con la UE y el renovado imperio alemán. Imagino verlo en Sudáfrica y la India, para trazar hasta allá la línea ecuatorial, que desde Nuestra América la empezara Fidel y continuara Chávez con el África y la gran nación de Gandhi. Y si de soñar se trata, quisiera que un día, entre 2013 y 2017, el Mashi reciba a los máximos representantes del herido y digno Estado de Palestina.

Pero, en el corto y mediano plazo, que Ecuador sume nombre y destino al MERCOSUR, es un desafío y una utopía imposible de imaginar en la era del colonialismo mental que nos tocó padecer con Mahuad, Gustavo Noboa y el dúo Gutiérrez-Zuquilanda. Tan solo pensar que podríamos formar parte del bloque económico (y geopolítico, he de insistir) más fuerte del Sur del mundo, debería motivarnos a apoyar ese esfuerzo y que, a la vez, debamos defender la consolidación temática de la UNASUR, la cristalización  comunicacional del ALBA (en auxilio concreto, no discursivo, a nuestra lucha inminente por la democratización de la comunicación, la tierra y el agua), y el crecimiento acelerado de la CELAC en el concierto internacional de naciones.

Creo que una referencia para saber avanzar en el camino correcto, nos lo da, paradójicamente, el reciente Informe de la CIA sobre Escenarios globales hasta el 2030. Si no apostamos al mundo multi-polar, a la alianza con China, Rusia, India, los países árabes, África, al Mercosur y a la Patria Grande, todo el sacrificio de una década en Ecuador y Latinoamérica, servirían de poco: volverían a mandar en estas tierras los herederos de la doctrina Monroe.

Como parte de la renovación del ejecutivo es notable la presencia de las mujeres en el Parlamento. ¿Qué lecturas le podemos dar a este hecho? ¿Podría tal vez ser una forma de enfocarse  hacia la violencia de género, una realidad histórica todavía patente a pesar de los avances constitucionales y legales en ese orden?

La feminización de la conducción parlamentaria y en la composición del gabinete ejecutivo, pone contra las cuerdas a una oposición mediática y social conservadora que siempre tiene respuestas descreídas a todo. Si lanzamos el primer satélite al espacio, los “huasicamas” del imperio, caricaturizan, amargados, el inédito despegue del país hacia el futuro. Si la prensa europea sostiene que Ecuador es “el nuevo jaguar de América”, los “felipillos” de la burguesía caricaturizan, envenenados, diciendo que el país no llega a tanto, solo a “danta” o “tapir”. Si ahora tenemos tres mujeres al frente de la Asamblea Legislativa, los “malinches” de los medios, caricaturizan, con odio en el fondo, esta inédita experiencia política, citando que se trata de “una treta”.

La realidad histórica de relegamiento a la mujer, de discriminación de género y de machismo marcado, evidentes en nuestra sociedad patriarcal, son confrontadas así por una revolución política como la nuestra, que envía mensajes de superación y ampliación de la democracia, de feminización de la política y del ejercicio de poder, y que ojalá, es mi deseo, coadyuve a  sancionar al feminicidio, delito que aumentó en el país, y a fortalecer las políticas de inclusión, de igualdad de género y los derechos de las mujeres.

¿Una revolución puede avanzar sin la participación de los sujetos históricos y las comunidades sociales?” ¿De qué manera esta pregunta esbozada por usted se cumple al interior del proceso ecuatoriano?

He sostenido lo contrario: “Una revolución NO puede avanzar sin la participación de los sujetos históricos y las comunidades sociales”. Creo que toda revolución, y más un proceso revolucionario del siglo 21 donde las diversidades son su cualidad, se mide por el grado de ejercicio participativo de su gente y por una virtud escasa en toda revolución que no ensancha sus espacios: en que no le tiene miedo a las comunidades, al pueblo, a la gente, y en que abre ‘las anchas alamedas’ como dijo Allende, para la participación directa, crítica y abierta de la sociedad movilizada. Al neoliberalismo en retroceso y a la democracia minimalista de la partidocracia, debemos anteponer más democracia participativa y directa.

En esa dimensión, en este proceso hemos conquistado muchos niveles, canales y espacios de participación, desde antes de la Constituyente, y luego de ella, amparados en la Constitución más vital del planeta: la que consignó por vez primera que tuviéramos derechos de la naturaleza, la silla vacía, el cuarto poder ciudadano, los consejos sectoriales participativos, entre otros.

Obviamente, dolorosamente en mi opinión, toda institucionalización de la participación es inevitable, pero si se acartona y formaliza, se corre el peligro de ‘formolizarla´, promoviendo el consentimiento callado y obediente. Sin organización ni participación ‘ilegal y ruidosa’, quiero decir sin la activa presencia de la gente, de las organizaciones y militantes que están o nacieron con este proceso, se ritualizan los espacios de movilización y los instrumentos de participación. Y “una revolución sin baile, no es una revolución.

Las organizaciones sociales comprometidas con este proceso han cometido muchos errores, demasiados, en tan pocos años. Por eso opino que tenemos por delante varios quehaceres, tanto las organizaciones sociales, cuanto las comunidades, y también las militancias, PAIS, los CDRs, los funcionarios revolucionarios, el Ejecutivo y el Legislativo, el Gobierno en sí:

- Construir un Eje Nacional de la Revolución Ciudadana que amplíe la participación social y garantice la continuidad del proceso.

- No dejar solo al Mashi en su tesis de que es necesario asumir la autocrítica (y la crítica añadiría yo) para revolucionar la revolución. Es crucial acompañarlo, defenderlo y ayudarlo a profundizar la revolución.

- Saber que los procesos revolucionarios del siglo 21 son como ríos, y un río trae de todo: no puede mirarse ese río como “izquierda y derecha”. Se debe entender que lleva y concentra al ‘todo nacional’, que fue fragmentado en la era neoliberal.

- Estar conscientes que ésta es una ventana de oportunidad histórica de un pueblo: no podemos desperdiciarla ni dejar que la desperdicien nuestras propias autoridades, ministros, funcionarios, técnicos, militantes y medios públicos.

- Impulsar la movilización permanente de todos los actores comprometidos con este proceso: una revolución que se profundiza, no lo hace desde la inercia y la inmovilidad. No se puede movilizar la gente solamente cada 30 de septiembre, cada 17 de febrero y cada 1º de mayo.

- Hay que dotar de seguridad a los cuadros dirigentes, tanto en el Estado cuanto en las comunidades y militancia, porque estimo que la reacción más violenta buscará golpear selectivamente y escalar a nuevos escenarios la confrontación entre el 2013 y 2017.

- Alentar la organización popular lo más masivamente que se pueda. Es crucial construir “las otras Ciudades Yáchay”. Abajo y arriba, al este y al oeste, al norte y al sur, hay que constituir los epicentros de los otros conocimientos, de las sabidurías populares, de las experticias militantes y de las experiencias de formación política, organización, historia y vida, valiosas y potentes que tenemos en un pueblo tan ejemplarmente insurrecto como el nuestro, reivindicando las venidas a menos ciencias sociales, los espacios de discusión en calles e instituciones, espacios que pudimos abrir en la efervescente etapa pre-revolucionaria de noviembre de 2004 a abril de 2005. Las amas de casa dialogaban sobre política petrolera del país en asambleas barriales; los trabajadores discutían la Constituyente en las empresas estatales; los y las “guambras” (quichuismo por jóvenes) reivindicaban el sexo, el baile y el humor como ejes nodales de la lucha contra la vieja república, y los activistas conspirábamos en público para derribar al viejo régimen.

Ese “ambiente” revolucionario debe respirarse, otra vez, cada vez más, superando el “te doy haciendo” al que a veces están acostumbrados los funcionarios y militantes. Parafraseando a “V” (el héroe del famoso film) “el pueblo no teme a los cenáculos que desconfían de la gente; son ellos los que temen a la ciudadanía revolucionada”.