domenica 15 settembre 2013

Il presidente chavista racconta il nuovo corso del governo bolivariano e lancia la sfida alla destra in vista delle difficilissime comunali dell'8 dicembre


Ignacio Ramonet - Nicolas Maduro un governo di strada
Il presidente chavista racconta il nuovo corso del governo bolivariano e lancia la sfida alla destra in vista delle difficilissime comunali dell'8 dicembre


Dopo aver fallito nel tentativo di delegittimare il presidente del Venezuela democraticamente eletto, Nicolas Maduro, l'opposizione già prepara le elezioni comunali dell'8 dicembre. In questa prospettiva, circola di recente la frottola - alimentata da alcuni media internazionali - che Maduro non sarebbe nato in Venezuela e pertanto, come previsto dalla Costituzione, la sua elezione non sarebbe valida. Su questa nuova campagna di «intossicazione» e su vari altri argomenti abbiamo conversato con Nicolás Maduro - a bordo di un elicottero che ci portava da Caracas a Tiguanes (nello stato venezuelano di Guárico) - il giorno stesso in cui si compivano i suoi primi cento giorni di governo come presidente della Repubblica Bolivariana.

Presidente, l'opposizione venezuelana ha lanciato una campagna per affermare che lei non è nato in Venezuela, ma a Cucuta, in Colombia, ed è in possesso della doppia cittadinanza, ciò che, secondo la Costituzione, la invaliderebbe come presidente. Come commenta questa accusa?
Lo scopo di questa follia lanciata da un demente dell'ultradestra panamense è di creare le condizioni per una destabilizzazione politica. Cercano di ottenere ciò che non hanno ottenuto né con le elezioni, né con colpi di stato, né con sabotaggi economici. Sono disperati. E si basano su un'ideologia anticolombiana che la borghesia e la destra venezuelane hanno sempre avuto contro il popolo della Colombia. A questo proposito, se io fossi nato a Cúcuta o Bogotá, mi sentirei felice di essere colombiano. È una nazione fondata da Bolívar. Se fossi nato a Quito o a Guayaquil, mi sentirei parimenti orgoglioso di essere ecuadoriano, perché è una terra liberata da Bolívar, o a Lima, Potosí o La Paz o a Cochabamba, sarei felice di essere peruviano e boliviano; e se fossi nato a Panama, terra di Omar Torrijos, terra di dignità che faceva parte della Gran Colombia di Bolívar, mi sentirei allo stesso modo orgoglioso di essere panamense. Ma io sono nato e cresciuto a Caracas, luogo di nascita del Libertador, in quella Caracas sempre turbolenta, ribelle, rivoluzionaria. Ed eccomi qui come presidente. Queste follie verranno ricordate come parte della crisi di disperazione schizofrenica in cui a volte precipita la destra internazionale per farla finita con questo faro di luce che è la rivoluzione bolivariana.

Per altro verso, il presidente della Assemblea nazionale, Diosdado Cabello, ha detto di recente che sono stati scoperti complotti contro di lei, con l'intenzione di assassinarla.

Sì, con il ministro dell'interno, Rodríguez Torres, e il presidente della Assemblea nazionale, Diosdado Cabello, abbiamo rivelato uno dei piani di omicidio che si stavano preparando per il 24 luglio, anniversario della nascita di Simón Bolívar, e la commemorazione dei 190 anni della battaglia navale di Maracaibo. Erano in possesso di un insieme di piani che abbiamo potuto neutralizzare e che hanno sempre la loro origine nella destra internazionale. Vi appare, per esempio, il nome di Álvaro Uribe (ex presidente della Colombia, nda), che ha un'ossessione contro il Venezuela e contro i figli di Chávez. Vi appare anche la vecchia mafia di Miami, quella di Posada Carriles, che ha il sostegno di importanti organi di potere negli Stati uniti. L'amministrazione Obama non ha voluto smantellare la mafia di Posada Carriles, un terrorista condannato e confesso, perseguito dalle leggi del nostro paese perché ha fatto saltare in aria un aereo della Cubana de Aviación nell'ottobre del 1976... Posso assicurarle che continueremo a difenderci, neutralizzando tali piani... e prevalendo. Se raggiungessero il loro obiettivo si creerebbe una situazione a cui non voglio nemmeno pensare. A chi meno conviene che capiti qualcosa del genere è la destra venezuelana. Scomparirebbe dalla mappa politica del nostro paese per 300 anni... Perché la rivoluzione prenderebbe un altro carattere, senza dubbio, molto più profondo, molto più socialista, molto più anti-imperialista. Speriamo che questi piani non abbiano mai successo, perché a loro andrebbe molto male. E io lo vedrei dal cielo...

Pensa che il fallimento del tentativo di destabilizzazione si debba alla politica che lei ha promosso, o a un cambiamento di atteggiamento della stessa opposizione in vista delle comunali dell'8 dicembre?

Si deve soprattutto alla forza istituzionale della democrazia venezuelana, e alla decisione che ho preso, appoggiandomi su quella forza, di sconfiggere tempestivamente il tentativo insurrezionale e la violenza. Non lasciare che si diffondesse. Non dimentichiamo che lo scorso aprile hanno tentato una sorta di insurrezione nelle principali città del paese.

Qual è il grado di violenza che è stato raggiunto?

Hanno ucciso undici persone, persone umili, tra cui una bambina e un bambino. E hanno causato quasi cento feriti, dei quali poco si parla. L'opposizione ha svelato il suo vero volto golpista. Mostrava buone maniere democratiche ma quando (il 5 marzo, nda) è morto il Comandante Chávez, ha deciso di disconoscere i risultati delle elezioni e di cercare di imporre con la forza - con il presunto supporto internazionale degli Stati Uniti e di altri governi di destra - un'operazione per destabilizzare la Rivoluzione. Siamo riusciti a sconfiggerli. Ora non hanno altro modo che riprovare, attraverso le elezioni, a occupare spazio nei comuni. Li abbiamo costretti a questo. Se non fosse stato per la nostra decisione di far rispettare la Costituzione, avrebbero spinto il paese in una situazione guerra civile.

Lei però ha lanciato l'allarme su possibili crepe nell'unità della Rivoluzione. Teme divisioni nel chavismo?

Le forze della divisione hanno sempre minacciato qualunque rivoluzione. Le aspirazioni al potere di gruppi e di individui sono la negazione del progetto stesso della Rivoluzione Bolivariana, che ha un carattere socialista, ed esige abnegazione e sacrificio. (...) Io sono il presidente, non per ambizione individuale o perché rappresento un gruppo economico o politico, no, io sono presidente perché il Comandante Chávez mi ha preparato, mi ha designato e il popolo venezuelano mi ha confermato in elezioni libere e democratiche. Quindi tutte queste forze dissolutrici esistono sempre. Ma la Rivoluzione ha la capacità morale, politica e ideologica per superare ogni tentativo di dividere le sue forze. Ho detto queste cose nel Llano venezuelano (una regione del paese, ndt), perché stavo vedendo lì, proprio di fronte a me, una persona che afferma di essere chavista ma, sotto sotto, è finanziato dai latifondisti, e che fa un discorso chavista per dividere. Non è impossibile che, quando questo individuo constati di non essere designato dalla Rivoluzione come candidato a sindaco del comune, si lanci per proprio conto... Siamo però nelle condizioni di presentare candidati unitari in quasi tutti i comuni del paese; e ci toccherà fare un grande sforzo per sconfiggere le forze disgregatrici di chi si dice chavista ma alla fine è alleato della controrivoluzione.

Rispetto alla prassi del precedente governo lei ha introdotto diversi cambiamenti: critica dell'insicurezza, denuncia della corruzione e, soprattutto, ciò che lei chiama il «governo della strada». Perché ha sentito il bisogno di insistere su questi temi? E qual è il suo bilancio del «governo della strada»?

In primo luogo, il «governo della strada» è un metodo perché vi sia una direzione collettiva della Rivoluzione. In secondo luogo, si è creato un sistema di governo in cui non ci sono intermediari tra il potere popolare locale e il governo nazionale. Questo fornisce una soluzione a problemi specifici ma soprattutto contribuisce alla costruzione del socialismo, delle comuni, di un'economia socialista, e al consolidamento di un sistema di salute pubblica integrale, gratuito, di qualità, e di un sistema educativo pubblico e gratuito di qualità... «Il governo della strada» è una rivoluzione nella rivoluzione.

Se l'opposizione vincesse le elezioni comunali di dicembre è probabile che chiederà un referendum per revocarla nel 2015. Come si prepara?

Siamo preparati a tutti gli scenari. Al popolo stiamo dicendo sempre la verità. Se l'opposizione dovesse prendere molti voti, cercherà di intensificare la destabilizzazione per disgregare la nostra patria, porre fine all'indipendenza e cancellare la Rivoluzione del Comandante Chávez e il concetto di Repubblica bolivariana. Imporrebbero scenari di destabilizzazione violenta, per prima cosa, e gli Stati uniti cercheranno di annullare i livelli di indipendenza e di unità che l'America Latina ha oggi. Abbiamo una grande responsabilità, perché noi difendiamo un progetto che può rendere possibile un altro mondo nella nostra regione e può contribuire a creare un mondo multipolare, senza egemonie economiche e militari né politiche dell'imperialismo statunitense. Un altro mondo, che rispetti i diritti dei popoli del Sud- e anche dei popoli d'Europa, perché l'Europa si scuota di dosso il neoliberismo - dipende da questo: che in America latina trionfino definitivamente i progetti per costruire un blocco di forze tali da consolidare l'idea che non siamo più un «cortile» degli Stati Uniti. Tutto questo però dipende in gran parte da quel che accade qui in Venezuela.

Come pensa di vincere alle comunali del prossimo 8 dicembre?


C'è un elettorato che ha sempre votato per l'opposizione. (...) e chi non ha votato per noi lo ha fatto perché scontento, per le cose fatte male, i problemi accumulati... Tuttavia, questi elettori non hanno mai sostenuto le avventure golpiste e antibolivariane della destra. A quei venezuelani e a quelle venezuelane noi, in modo permanente, diciamo che stiamo lavorando per la strada a migliorare le cose. Sanno che non è stato facile. E che l'epopea più grande è stata, alla vigilia del 14 aprile, superare la tragedia storica della morte del Comandante Hugo Chávez. Superare il lutto collettivo. Quando una persona entra in lutto può perdere la speranza, non credere più in nulla. E buona parte del popolo venezuelano è entrata in un profondo lutto. (...) Perciò la nostra vittoria del 14 aprile è stata veramente eroica. Quello che stiamo facendo - il «governo della strada», la ripresa dell'economia, l'attenzione a problemi improrogabili come l'insicurezza cittadina, la corruzione... - ci darà la forza per una grande vittoria l'8 dicembre. (...)

Fin dove pensa di arrivare nella sua lotta contro la corruzione?


Fino alle estreme conseguenze. Ci serviremo di tutto. Siamo di fronte a una destra molto corrotta. (...) Ma siamo anche di fronte alla corruzione annidata all'interno del campo rivoluzionario o all'interno dello stato. Non ci sarà tregua! Ho costituito una squadra segreta di ricercatori incorruttibili che hanno già scoperto casi enormi. Abbiamo già arrestato persone al più alto livello e continueremo ad attaccare duramente. Tutti saranno giudicati e andranno dove devono andare: in galera.

Come vede la situazione economica? Diverse analisi mettono in guardia circa l'alto livello di inflazione.

L'economia del Venezuela è in transizione verso un nuovo modello di produzione, diversificato e «socialista del XXI secolo», nell'ambito della costruzione di un nuovo quadro economico costituito dall'integrazione sudamericana e latinoamericana. Non si deve dimenticare che ora siamo membri del Mercosur (...), membri di Alba (Alleanza Bolivariana per i popoli della nostra América, ndt) e guidiamo Petrocaribe. Si tratta di un blocco di 24 paesi del continente che potrebbe rappresentare - mettendo insieme Mercosur, Alba e Petrocaribe - quasi la quarta economia mondiale... Perciò dobbiamo trasformare l'economia venezuelana e collegarla con lo sviluppo di questo nuovo quadro economico, e a nostra volta integrarci nell'economia mondiale in una situazione di vantaggio. Non di dipendenza. Per questo dico che siamo in fase di transizione. Sull'inflazione le dirò che abbiamo subito un attacco molto duro, speculativo, contro la nostra moneta, e lo stiamo superando. C'è anche un sabotaggio sulla fornitura di vari prodotti. Tutto questo produce inflazione. Ma abbiamo cominciato a controllare, a equilibrare, e sono sicuro che supereremo questa situazione nel resto del secondo semestre. Stabilizzeremo la moneta. Già abbiamo iniziato a stabilizzare l'approvvigionamento, ma la chiave principale per uscire da questo modello di rendita, dipendente, è di diversificare la nostra produzione. Stiamo realizzando grandi investimenti in settori chiave della produzione alimentare, dell'agro-industria e dell'industria pesante. (...) Recentemente abbiamo fatto un giro in Europa e siamo molto ottimisti sul fatto che il capitale arrivi da Francia, Italia, Portogallo... Desideriamo che arrivi capitale anche da Brasile, India, Cina, con la loro tecnologia, per sviluppare l'industria intermedia in Venezuela, e diversificare. Affinché il Venezuela non faccia più affidamento solo sul petrolio, (...) anche se non dimentichiamo che qui abbiamo le maggiori riserve del mondo e la quarta più grande riserva di gas. Il Venezuela è un'economia con molto potere economico e finanziario. A partire dal 2014 sono sicuro che torneremo a crescere.

Come si spiega però la carenza di merci?

Fa parte della «guerra silenziosa» di attori politici ed economici, nazionali e internazionali, iniziata nel dicembre dell'anno scorso quando le condizioni del Comandante Chávez hanno cominciato ad aggravarsi. In più, ci sono stati errori nel sistema di cambio delle valute, errori che abbiamo corretto. Queste forze antibolivariane hanno cominciato a colpire la fornitura dei prodotti che importiamo. Inoltre, per spiegare la scarsità di alcuni prodotti, si deve rilevare che il potere d'acquisto dei venezuelani ha continuato a salire. Abbiamo solo un 6 per cento di disoccupazione e il salario minimo urbano qui è il più alto dell'America latina. Un altro punto importante riconosciuto dalla Fao è che siamo il paese che ha fatto di più per combattere la fame. Tutto questo - è molto importante tenerlo in conto - ha generato un aumento della capacità di consumo della popolazione, che sta crescendo ogni anno di oltre il 10 per cento. I consumi crescono a un ritmo superiore alla capacità produttiva del paese e della capacità che abbiamo di rifornirci con le importazioni. Il Comandante Chávez, l'ultima volta che ho parlato con lui personalmente, il 22 febbraio scorso, quando valutammo la situazione economica e parlammo della penuria, disse: «Si è scatenata una 'guerra economica' per approfittare della mia malattia nella speranza di arrivare a un'elezione presidenziale». Ma oggi stiamo uscendo da questi problemi. Al popolo venezuelano non è mai mancato il cibo. Mai. Vada in qualunque quartiere popolare, di quelli che ho conosciuto negli anni Ottanta, dove i bambini morivano di fame, dove la gente mangiava una volta al giorno e qualche volta era cibo buono per i cani ... Vada nel quartiere più umile che può trovare, non importa dove, si metta lì, apra la dispensa, e vedrà carne, riso, olio, latte... Il popolo ha la garanzia del cibo, e l'ha avuta nelle peggiori circostanze della «guerra economica» che ci hanno fatto. (...) Per questo abbiamo la stabilità sociale e politica. Oggi questa guerra è molto diversa da quella di undici anni fa. (...) È tutto morbido, nascosto, e la destra fascistoide arriva sorridendo: «Questo governo è incapace perché non può rifornirsi di prodotti». (...) Ma lo stiamo superando e ci stiamo vaccinando (...).

In economia quale ruolo vede per il settore privato?

Storicamente, il settore privato è poco sviluppato in Venezuela. Non c'è mai stata una borghesia nazionale. Il settore privato, in via principale, si è sviluppato quando si è scoperto come fattore molto legato all'appropriazione dei proventi petroliferi. Quasi tutte le grandi ricchezze della borghesia venezuelana sono legate alla manipolazione del dollaro, sia per importare i prodotti (la borghesia commerciale) che per appropriarsi della rendita e collocarla nei conti delle grandi banche all'estero. Quindi, in cento anni, non abbiamo avuto una borghesia produttiva come l'ha avuta il Brasile, per esempio, o l'Argentina. Ora è il momento in cui stiamo vedendo sorgere settori privati legati alla vera produzione di ricchezza per il paese. Nel modello socialista venezuelano, il settore privato ha un ruolo da giocare nella diversificazione dell'economia. Da sempre il Comandante Hugo Chávez ha favorito i rapporti con il settore privato, sia nella piccola come nella media o grande impresa. Ha favorito lo sviluppo di imprese miste e l'arrivo di capitale straniero. Il Venezuela ha una politica economica: per selezionare in quale area sono necessari investimenti esteri e che capitale può venire e a quali condizioni. Per esempio, benché il nostro petrolio sia nazionalizzato, ci sono modi diversi che permettono investimenti nella Cintura dell'Orinoco da parte di tutto il capitale mondiale; là ci sono aziende di tutto il mondo, imprese miste: il 40% capitale internazionale, il 60% Venezuela. Facciamo pagare le tasse dovute - in precedenza si pagava l'1 per cento, oggi il 33. Il Venezuela offre tutte le garanzie costituzionali per ricevere il capitale internazionale.

Come vanno i rapporti con Washington?

Vorrei dire, innanzitutto, che l'elezione di Obama a presidente è l'effetto di alcune circostanze. Si tratta di una circostanza all'interno della classe dirigente degli Stati uniti. Perché Obama arriva alla presidenza? Perché conveniva agli interessi degli complesso militare-finanziario e delle comunicazioni che dirige gli Stati uniti con un progetto imperiale. Chi conosce a fondo la storia della fondazione degli Usa e del loro espansionismo riconoscerà che è il più potente impero che sia esistito, con un progetto di dominazione mondiale. Le élites degli Usa hanno eletto Obama in funzione dei loro interessi. E hanno raggiunto parte dell'obiettivo che si proponevano: far sì che un paese isolato e screditato, ossia gli Stati uniti nell'era di George W. Bush, si trasformasse, grazie a Obama, in una potenza che possiede di nuovo capacità di influenza e di dominio. Vediamo il caso dell'Europa, soggetta ai dettami di Washington come mai prima. Quel che è successo al presidente della Bolivia Evo Morales quando quattro stati europei gli hanno negato il proprio spazio aereo, è una dimostrazione gravissima di come, da Washington, vengono diretti i governi europei. È davvero molto sconcertante. Non so se i popoli europei lo sanno, perché a volte, con il controllo della comunicazione che c'è, queste notizie vengono banalizzate e lasciate ai margini. Ma è molto grave. Obama è riuscito a far sì che l'Impero cresca in influenza politica. Gli Stati Uniti si stanno preparando per una nuova fase, che consiste nella crescita del dominio militare ed economico. In America latina, il loro progetto è rovesciare i processi progressisti di cambiamento per farci tornare a essere il loro cortile. Perciò stanno tornando - con un altro nome - al progetto dell'Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe): per dominarci economicamente e riprendere gli stessi metodi del passato. Guardi cosa è successo sotto la presidenza Obama: colpo di stato in Honduras diretto dal Pentagono; tentato colpo di stato contro il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, teleguidato dalla Cia; colpo di stato in Paraguay gestito da Washington per rimuovere il presidente Fernando Lugo... Che nessuno si illuda, se gli Stati uniti vedono che ci sono condizioni favorevoli tornerebbero subito a riempire di oscurità e morte l'America Latina. Perciò il rapporto dell'amministrazione Obama con noi è schizofrenico. Pensano di poterci ingannare con la «diplomazia soft», che ci lasceremo dare il «bacio della
morte». Ma noi lo abbiamo sempre detto molto chiaramente: voi là con il vostro progetto imperialista, noi qui con il nostro progetto di liberazione. L'unico modo per instaurare una relazione stabile e permanente è che ci rispettino. Perciò ho detto: «Tolleranza zero verso la mancanza di rispetto gringa e delle sue élites. Non lo tollereremo più». Se continuano ad attaccarci, risponderemo a ogni aggressione con maggiore forza. È il tempo della tolleranza zero.

Ignacio Ramonet è il direttore di Le Monde Diplomatique spagnolo su cui, a settembre, è comparsa questa intervista realizzata il 31 luglio, di cui pubblichiamo ampi stralci.

Fonte: www.ilmanifesto.it
14.09.2013

Traduzione dallo spagnolo a cura di www.democraziakmzero.org .



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mercoledì 11 settembre 2013

QUARANT'ANNI FA IL CILE / SERGIO VUSKOVIC ROJO, IL PRIMO DELLA LISTA INTERVISTA - Geraldina Colotti


QUARANT'ANNI FA IL CILE

Nuestra querida Geraldina COLOTTI nos envía la edición de ayer de IL MANIFESTO, con su reportaje sobre los 40 años del golpe en Chile (ver la pag 16 del anexo). Destaco el recuadro "La primavera allendista rinasce per le vie di Caracas" y, más abajo transcribo la entrevista a Sergio Vuskovic Roja, militante comunista y, para la época, Alcalde de Valparaiso.


La primavera allendista rinasce per le vie di Caracas

Ai tempi del golpe, sui muri di Valparaiso l'estrema destra cilena scriveva: «Giacarta». Alludendo al milione di comunisti massacrati in Indonesia nel '65, chiariva i termini della partita che si stava giocando nel pieno del Novecento, in Cile e nel mondo. «In questo momento definitivo, l'ultimo in cui potrò rivolgermi a voi, voglio che impariate la lezione: il capitale straniero, l'imperialismo, unito alla reazione, ha creato il clima affinché le Forze armate rompessero la loro tradizione», disse alla radio Salvador Allende. Poi, nel palazzo presidenziale della Moneda bombardato dai militari golpisti, scelse di suicidarsi con l'Ak 47 regalatogli da Fidel Castro. Il colpo di stato in Cile costituì uno spartiacque, dentro e fuori il paese. E il regime civico-militare che gestirà la dittatura per 17 anni diventerà un laboratorio per le politiche neoliberiste a livello mondiale, tutt'altro che scomparse nel nuovo secolo.

E così, nel Cile delle lotte studentesche o nell'America
latina che scommette sul Socialismo del XX secolo, a quarant'anni da quel tragico giorno la breve stagione deallendista fa ancora discutere. È possibile liberarsi del modo di produzione capitalista per la via parlamentare? Si deve approfondire il cambiamento o privilegiare le alleanze a destra? Si può governare la globalizzazione economica con l'autorità politica degli stati? E quale incidenza può avere una nuova alleanza continentale di segno progressista nell'articolazione del mondo multipolare? I presidenti di quella parte di America latina che sta vivendo oggi una nuova stagione hanno studiato a fondo l'eredità di quella primavera. È stato così per l'ex operaio metallurgico Lula da Silva, come Allende eletto alla presidenza del Brasile dopo tre tentativi, nel 2002. È stato così per Hugo Chávez nel Venezuela bolivariano, il paese che ha elaborato la lezione cilena superando a sinistra le titubanze di Allende o i conflitti che egli ebbe con la sua parte più radicale.
In Venezuela il golpe intentato dalla Cia e dalle destre nel 2002 è stato neutralizzato dopo 48 ore: dalla reazione popolare e dalla "forza armata socialista", perno di un'unione civico-militare con vocazione alla pace e alla giustizia sociale. Un'alleanza che ha tenuto anche nei nuovi tentativi destabilizzanti, messi in atto dalle destre dopo la morte di Chávez e l'elezione di Nicolas Maduro, ad aprile. La formazione delle milizie popolari, mobilitate a fini difensivi e sociali costituisce un altro contrappeso importante. Per commemorare i 40 anni dal golpe cileno, da domani al 13 a Caracas si svolge l'Incontro internazionale antifascista per la pace e la vita. Una iniziativa decisa sabato scorso durante il vertice straordinario contro l'aggressione armata alla Siria,
organizzato dai paesi dell'Alba, l'Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America ideata da Fidel Castro e Chávez nel 2004. Se Allende, aderendo al Movimento dei paesi non allineati aveva denunciato le grandi manovre compiute dalle multinazionali e auspicato misure di emancipazione dal dollaro, l'Alba ha istituito una moneta comune già parzialmente alternativa al dollaro, il Sucre.
«Se dei grandi uomini si è soliti dire che sono stati uomini del loro tempo, di Allende bisogna dire che è stato uomo di un tempo più lungo», ha scritto Jesus Manuel Martinez nella biografia che ha dedicato a Salvador Allende, edita da Castelvecchi.





SERGIO VUSKOVIC ROJO, IL PRIMO DELLA LISTA
INTERVISTA - Geraldina Colotti


11 settembre '73. Pinochet ha preso il potere, Allende si è ucciso. A poche ore dal golpe, il sindaco di Valparaiso viene condotto nella nave scuola della Marina militare e torturato per 9 giorni
Cile, 11 settembre 1973. Sergio Vuskovic Rojo, sindaco comunista di Valparaiso, viene condotto nella nave scuola della Marina militare cilena alle due del pomeriggio. Da poche ore, il generale Pinochet ha preso il potere con un colpo di stato. Il presidente socialista Salvador Allende ha preferito uccidersi piuttosto che arrendersi. Per nove giorni, Vuskovic non sarà che un corpo in catene nelle mani dei torturatori. Cosa succede alla mente sotto tortura? Vuskovic, da noi intervistato nel 2007, lo racconta in poche pagine di intensa riflessione dal titolo Un viaggio molto particolare, pubblicato nei Quaderni di via Montereale (N. 19-2007).

Cosa ricorda del periodo precedente il colpo di stato militare?
La grande partecipazione popolare alla vita pubblica, l'enorme consenso, le nazionalizzazioni. Ricordo il presidente Allende, un uomo di grande spessore politico e umano. Lo avevo conosciuto nel '52 insieme a Neruda, che era appena tornato dall'esilio. Ricordo il mio ultimo incontro con il poeta. Come sindaco di Valparaiso, ero andato a portargli una medaglia d'oro a nome del comune. Era malato, ma continuava a fare progetti. Mi ha detto: guarda, l'anno prossimo avrò 70 anni, sto scrivendo 7 libri, uno per ogni decade. Dopo, quando è morta la moglie Matilde, li ha pubblicati, era riuscito a finirli prima di morire. Il 26 giugno del 2008, i cento anni dalla nascita, torneremo a chiederci come abbia potuto Pinochet, un essere che sapeva solo latrare, guidare una rivoluzione conservatrice di quelle proporzioni.

Cosa accadde nelle ore del golpe?
All'epoca ero un dirigente operaio del Partito comunista cileno, membro del comitato regionale di Valparaiso, di cui ero sindaco. Per questo motivo, mi hanno arrestato subito dopo il golpe, faceva parte del piano generale. Sembrava fosse scoppiata la Terza guerra mondiale, arrestavano chiunque senza motivo. Mi hanno portato alla nave scuola della Marina militare cilena e torturato per tre giorni. Ero legato a un palo, in mutande, le mani dietro la schiena. Mi applicavano scariche di corrente elettrica su tutto il corpo, soprattutto sui testicoli, il petto e la schiena. Poi, arrivava la gragnuola di colpi, calci e pugni, che mi lasciava lividi violacei dappertutto. Gli ufficiali facevano a turno, non so chi fossero, né quanti, perché avevamo tutti la testa coperta da un cappuccio. Alcuni torturavano ferocemente, altri meno. Quando entravano nei camerotti per colpirci, alcuni lo facevano con violenza, altri mettevano il piede in modo da farti meno male. Sono stato lì fino al 19 settembre. Poi, insieme ad altri compagni, sono stato trasferito sull'isola di Dawson, a sud del Canale di Magellano.

Come vi trattavano sull'isola?
Era un campo di concentramento per soli uomini, l'isola apparteneva alla Marina militare. Eravamo ai lavori forzati. Ogni 15 giorni cambiava la guardia, la peggiore era quella dell'esercito, la forza armata il cui comandante in capo era Pinochet, quando era di turno la Marina o la forza aerea o i carabinieri era meno peggio. Cercavamo di riunirci e parlare, lontano dai soldati. Pioveva sempre, oppure grandinava o nevicava. Eravamo 42, due o tre sono morti per il freddo, i postumi delle torture e la cattiva alimentazione. Se non ci avessero trasferito in un campo di concentramento al centro del paese, saremmo morti tutti. Dopo, sono rimasto 8 mesi in un campo e altri sei in un altro prima di andare in prigione a Valparaiso. Ho fatto tre anni.

Già in quei primi mesi del golpe, molti prigionieri venivano uccisi o fatti scomparire nelle prigioni segrete. Lei come ha fatto a salvarsi?
Giocarono, credo, alcuni fattori d'ordine generale e personale. Intanto, il nostro era stato un governo giusto, che non aveva avuto prigionieri politici, aveva rispettato i diritti dell'opposizione, compreso il ruolo della chiesa cattolica. Anche nelle forze armate, certi ammiragli erano d'accordo con le nazionalizzazioni del rame, perché pensavano che se lo stato cileno avesse avuto più soldi, ne sarebbero andati di più alla difesa. E non tutti i militari erano fascisti, solo che, da noi, le forze armate seguono gli alti comandi in modo prussiano. Quanto a me, non avevo mai rimosso un funzionario dell'opposizione, ed ero amico del comandante in capo della Marina militare. So che aveva chiesto di non torturarmi. Non gli hanno dato retta, e hanno torturato anche mio figlio di 17 anni, che era studente ed è rimasto 9 mesi in carcere. A mia moglie e a mia figlia, però, non hanno fatto del male. A casa ho ancora tutte le mie opere marxiste: questo almirante Merin ne aveva fatto una questione fra uomini, di riconoscimento del coraggio e così non mi aveva distrutto la casa. Intanto, l'università di Bologna mi aveva inviato al campo di concentramento un contratto di lavoro che avevo firmato, e il regime mi ha lasciato uscire dal paese. L'importante, per loro, era che non andassimo a chiedere rifugio in un'ambasciata, che non ci fosse troppo rumore sul piano internazionale.

Il suo libro racconta le astuzie della mente per resistere alla tortura, la lotta psichica fra il comunista prigioniero e quello che lei chiama l'Uccello torturatore. Un'esperienza quasi mistica.
Quando due torturati si incontrano non si parlano, si abbracciano, e così si dicono tutto. Io, però, ho voluto che anche altri potessero capire. Dopo aver vissuto un'esperienza-limite, percepisci in modo diverso la realtà. Ti senti portatore di un'intima presenza, estranea al mondo quotidiano com'era per te prima. All'esiliato che sia passato attraverso la tortura, nei primi tempi di libertà, capita di rifiutare tutto ciò che è straniero. In quel modo distorto, rifiuta l'"altro" che lo ha torturato, l'altro-carnefice. Ma poi, si è preda di un sentimento ambivalente: da una parte si prova estraneità verso chi non ha vissuto quell'esperienza, dall'altra si avverte il bisogno di comunicarla. E però ci si accorge che mancano le parole: soprattutto quando la lingua del dolore è ormai solo un'invocazione, un modo di testimoniare un'esperienza, senza odio o vendetta. Quei codici della cultura comune, che appiattisce tutto, che rende incomunicabile l'esperienza del poeta, la vera percezione dell'altro, non sono adatti a trasmetterla.

Forse perché la tortura, come la morte, è un viaggio nel dolore dai tratti unici che nessuna tecnica di resistenza può anticipare fino in fondo.
Il linguaggio ha difficoltà a far capire la tortura perché chi la subisce è di fronte a un mistero, al terrore psicologico nell'immaginare la scarica elettrica - soprattutto i colpi ai genitali - verso cui l'esperienza del dolore precedente non fornisce abbastanza difese. Il corpo anticipa quel terrore durante le sessioni di interrogatorio in cui un carnefice minaccia, e magari un altro fa la parte del "buono". Teso fino al parossismo, il corpo immagina l'arrivo del colpo. L'Io più nascosto sente che la malvagità di quello che ti interroga "con le buone" è in agguato. "Dov'è nascosto tuo figlio?" mi chiedevano. "E come faccio a saperlo se sono sempre stato qui?" rispondevo. "Ti rinfresco io la memoria" diceva l'Uccello Torturatore. Allora io cercavo di ricordare dei versi in lingua basca che avevo letto tanto tempo prima. In quale romanzo si trovavano? Forse in un'opera di Baroja. Com'era la traduzione? Per cercarla, dovevo assolutamente ricordare tutto il romanzo dal principio. Poi, arrivavano altre scariche. "Dove sono le armi?" mi chiedevano. "Ve lo dirò", rispondevo. "Ecco, così va bene". "Si trovano in caserma", dicevo. "Ci prendi per i fondelli", urlavano, e giù altre scariche. E allora facevo finta di gridare di più quando la corrente mi colpiva sulla schiena, dove invece sopportavo meglio, e a volte ci cascavano, ma non sempre. Quello che vale sempre, è però la determinazione iniziale: la libera scelta di non consegnarsi al carnefice e di andare fino in fondo. Per me, questo ha voluto dire viaggiare fino al limite della spoliazione dell'Io, verso il vuoto mentale assoluto: il pensiero svanisce, l'Io si paralizza e il suo ultimo attimo cosciente è quello in cui constata la perdita della sua identità ontologica. Dopo aver accolto il dolore, gli opposti si uniscono, diversi ma coesistenti, in una sintesi perenne che si riproduce. L'unità essenziale è completa: mentre una delle due parti soffre, l'altra prova piacere; mentre una cammina, l'altra rimane immobile; mentre una parte scende nella tomba, l'altra rinasce a nuova vita. Se la morte è solo una parte di questo corpo generale, non è così terribile. Se la tua carne è parte della carne del mondo che vive e si trasforma, ti chiedi: esiste forse anche una mente universale, in cui la tua coscienza non è che una piccola goccia nel mare? E allora, ecco che non hai più paura. Provi pietà persino per l'Uccello Torturatore, che ti costringe a un breve viaggio di ritorno per riadeguare il tuo sistema di difesa. Ora ti appare per quello che è: lo strumento di un sistema sociale dominante che per esistere deve ridurre le persone al grado zero dell'umano. Ma un sistema così è storicamente condannato

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lunedì 2 settembre 2013

Nasce il circolo Bolivariano alta Maremma "Alessio Martelli"

Nasce il circolo Bolivariano alta MaremmaAlessio Martelli

Durante la 17° festa internazionalista è stata annunciata la nascita del circolo Bolivariano alta MaremmaAlessio Martelli. Per il gruppo promotore la rivoluzione Bolivariana portata avanti da Hugo Chavez Frias e proseguita dal Presidente Nicolas Maduro, fa del Venezuela un esempio per quei paesi del mondo che sono alla ricerca di una rivoluzione socialista che li porti alla definitiva indipendenza dal giogo imperialista.
In questa Italia allo sbando con una destra feroce e una sinistra che non cè bisogna lavorare duro per la costruzione di un nuovo modello di società basato sulluguaglianza, lequità e la giustizia sociale, quindi è importante realizzare un movimento
internazionale che difenda e diffonda il Socialismo Bolivariano che, in questi anni, ha portato alla crescita altri paesi latino americani come :Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Cuba (faro che ha illuminato la strada di Chavez),ma che ha influenzato positivamente quasi tutto il contenente latino americano. La nascita dellALBA, del CELAC, le conquiste sociali dei popoli, hanno inferocito gli Stati Uniti e i suoi paesi satelliti che cercano di
abbattere la svolta Bolivariana che ha fatto capire chiaramente che un altro mondo è possibile.
Il CircoloBolivarianoAlessio Martellisarà
presente nel territorio dellalta Maremma Toscana dove ancora esistono gruppi e movimenti di sinistra che credono nella Rivoluzione Bolivariana , nella sua lotta per la costruzione del Socialismo del XXI secolo.


Il circolo è dedicato a Alessio Martelli vedi Link


C.lo Bolivariano alta Maremma “Alessio Martelli "
 C/O Rifondazione Comunista Piombino – isola Elba
Via M.Polo 4, 57025 Piombino(LI) italia tel/fax0565221429 maremmabolivariana@gmail.com



giovedì 11 luglio 2013

Le bugie dell'Impero: Non credere a una sola parola di quello che dicono



Le bugie dell'Impero: Non credere a una sola parola di quello che dicono

blackagendareport | mltoday.com
Traduzione cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare


I governanti vorrebbero farci credere che il mondo, a ogni momento che passa, sta diventando più complesso e pericoloso, costringendo gli Stati Uniti ad abbandonare le precedenti (e in larga parte fittizie) norme di legalità nazionale e internazionale, per preservare la civiltà.

In verità, stanno disperatamente cercando di mantenere il dominio globale del capitale finanziario statunitense ed europeo e l'ordine mondiale razzista da cui è scaturito.

Le contraddizioni di secoli sono maturate, travolgendo la capacità dell'"Occidente" di contenere le forze emergenti. Si prospetta quindi una guerra incessante e incondizionata: incessante nel senso che si tratta della battaglia finale e disperata per respingere la fine dell'imperialismo, incondizionata in quanto gli imperialisti non conoscono confini giuridici o morali all'uso della forza militare, il loro unico vantaggio rimasto. Per occultare queste semplici verità, gli Stati Uniti e i loro servizi di propaganda inventano contro-realtà, scenari apocalittici imminenti, colmi di esseri malvagi ed eserciti delle tenebre, più di quanti JRR Tolkien ne possa mai immaginare.

In effetti, si lascia libera l'immaginazione, per timore che le menti delle persone che vagano nel regno della verità inciampino in una presa di coscienza del proprio interesse personale, che è molto diverso da quello dei destini di Wall Street o del Progetto per un Nuovo Secolo Americano (aggiornato nella versione "umanitaria" di Obama).

E' una guerra dove troneggiano rappresentazioni deformate.

Saddam "deve andarsene", e così se ne è andato, insieme a un altro milione di iracheni. Gheddafi "deve andarsene", e ben presto anche lui è finito ("Siamo venuti, abbiamo visto, è morto", ha commentato Hillary), insieme a decine di migliaia di neri libici destinati allo sterminio.

"Assad deve andarsene". Assad non ha ancora lasciato: è necessario che gli USA e i loro alleati aumentino il flusso di armi per gli eserciti jihadisti, i cui motti tradotti approssimativamente suonano come "dopo tocca agli infedeli occidentali". Il governo filosovietico dell'Afghanistan è stato il primo della lista USA ad "andarsene", rovesciato dalla rete internazionale jihadista, creata come joint venture tra americani, sauditi e pakistani all'inizio degli anni Ottanta: una rete la cui esistenza ora richiede che diritto costituzionale sia liquidato in territorio statunitense.

Naturalmente, al fine di facilitare tutte queste uscite di governi di Stati sovrani, il diritto internazionale, come lo abbiamo conosciuto, "deve andarsene". Viene sostituito dalla dottrina dell'intervento militare "umanitario" o della "responsabilità di proteggere" (R2P), una riedizione della "responsabilità dell'uomo bianco", progettata per annullare i diritti degli stati minori alla sovranità nazionale, per il capriccio della superpotenza.

L'intero continente africano è caduto sotto l'ombrello R2P (senza mai essere completamente uscito dalla sfera coloniale: ma è proprio questo il punto). La Somalia ha raggiunto un breve periodo di pace nel 2006, sotto il regime delle Corti Islamiche, ampiamente radicate, che aveva sconfitto una schiera di signori della guerra sostenuti dagli Stati Uniti.

Washington ha colpito di nuovo nel corso dello stesso anno attraverso l'Etiopia, suo stato clientelare. Gli americani hanno invocato sia il nemico islamista, sia la "responsabilità di proteggere" per giustificare un'invasione che ha fatto precipitare la Somalia in quella che gli osservatori delle Nazioni Unite definiscono "la peggiore crisi umanitaria in Africa, peggiore del Darfur". Alla fine, gli Stati Uniti hanno arruolato anche l'Unione Africana, in quanto autorità nominale nella missione della CIA sulla Somalia, militarizzando l'intero Corno d'Africa.

Legati statunitensi hanno avviato il massacro fratricida in Ruanda nel 1994, un incendio che è servito come pretesto all'invasione ruandese e ugandese della ricca Repubblica democratica del Congo e la perdita di sei milioni di vite: il tutto sotto la protezione, il finanziamento e la guida dei governi statunitensi susseguitisi, in una finta espiazione per il molto più piccolo "genocidio" in Ruanda.

Il presidente Obama ha inviato Forze Speciali in servizio permanente nella regione alla ricerca di un altro personaggio caricaturale, Joseph Kony, il cui unico difetto è il suo cristianesimo rabbioso ma la cui presenza strategica nella mischia giustifica lo stazionamento dei Berretti Verdi in Congo, Uganda, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan.

Con l'esorcismo ai danni di Muammar Gheddafi in Libia, gli jihadisti in tutta l'Africa del nord fino alla Nigeria settentrionale si sono rivitalizzati, dando il via libera alla rinascita coloniale francese e all'ulteriore espansione di AFRICOM, il Comando USA Africa.

Solo cinque anni dopo la sua nascita ufficiale, AFRICOM regna sovrana nel continente, con legami con i militari di tutti gli stati africani, tranne l'Eritrea e lo Zimbabwe. (Prima o poi anche loro "devono andare").

La nuova era del diritto euro-americano regna sull'Africa nella forma della Corte penale internazionale. Le attenzioni della Corte sono riservate per gli africani, il cui presunto deficit di civiltà monopolizza le risorse del sistema giudiziario globale. Anche questo è R2P.

Tornando alla riluttante Siria, gli jihadisti, nel loro impiego di dimostrare che Assad deve davvero andare, inviano agli americani campioni di sangue prelevati da presunte vittime di armi chimiche. Obama annuncia che ha intenzione di fare quello che effettivamente avrebbe dovuto fare da tempo: inviare armi ai "ribelli".

Il Washington Post, dimenticando il suo dovere di seguire le veline dell'amministrazione, documenta che la decisione di trasferire armi agli jihadisti era stata fatta due settimane prima che la "prova" arrivasse. Le menzogne diventano confuse e sono rapidamente sostituite da nuove storie.

Solo le menzogne fanno apparire queste situazioni complesse: falsità per coprire i plurimi genocidi USA ai danni dell'Africa, per tessere una tela di preoccupazione umanitaria, quando la semplice verità è che gli americani e gli europei hanno stabilito il dominio militare sul continente per i loro avidi scopi.

Le bugie che hanno tentato di camuffare un susseguirsi di aggressioni sfrontate contro un inoffensivo governo laico arabo al fine di rimuovere eventuali ostacoli alla dominazione USA del Nord Africa e del Vicino Oriente. Inganni a corollario della menzogna centrale nell'offensiva globale degli Stati Uniti dal 9/11: che gli Stati Uniti siano impegnati in una guerra globale contro gli jihadisti armati.

In realtà, gli jihadisti sono contractor assoldati dagli americani nel mondo arabo, mondo in cui gli Stati Uniti sono ampiamente invisi. Washington è stato il padrino dello jihadismo internazionale, almeno dai primi anni Ottanta in Afghanistan, e ora lo è, ancora una volta e piuttosto apertamente, in Siria come in Libia, almeno per il momento.

La semplice verità è che gli Stati Uniti sono in guerra per perpetuare l'egemonia sul pianeta, per la conservazione del sistema imperiale e dei suoi dominatori. In una tale guerra, ognuno e ovunque è un potenziale nemico, compresa la popolazione a casa.

Ecco perché Bradley Manning e Julian Assange e, ora, Edward Snowden sono considerati così pericolosi, perché minano il consenso popolare verso le politiche menzognere del governo.

L'amministrazione ha inviato i suoi agenti a Capitol Hill e tutte le testate pseudo-giornalistiche di regime per spiegare come l'intercettazione del traffico cellulare e Internet ha impedito "più di 50 potenziali eventi terroristici dall'11/9", tra cui almeno 10 "minacce con base in patria", per bocca del Generale Keith Alexander della National Security Agency. I dettagli sono, naturalmente, segreti.

Tuttavia, ciò che sappiamo circa lo spionaggio interno al "terrore" è sufficiente per respingere l'intero presupposto per le vaste imprese algoritmiche della NSA. La minaccia "terrorista" reale sul suolo americano è chiaramente relativamente lieve. Altrimenti, perché mai l'FBI si sarebbe applicata alla fabbricazione di jihadisti nostrani, inscenando elaborate coperture per uomini neri senzatetto a Miami, che non riuscirebbero a mettere insieme il biglietto dell'autobus per Chicago, tanto meno una bomba alla Sears Tower?

Perché devono attrarre e intrappolare degli emarginati, senza capacità e alcuna inclinazione per la guerra clandestina, in piani per attacchi dinamitardi a sinagoghe e per abbattere aerei militari, a Newburgh e New York? Perché questo flusso costante di invenzioni terrorizzanti da parte del governo, se la realtà è così copiosa?

Se l'FBI, con l'assistenza della NSA, sta scoprendo un numero significativo di terroristi veri, non stiamo forse assistendo ad un numero corrispondente di arresti "perp walk"? [prassi della polizia Usa di eseguire un arresto in un luogo pubblico e dopo un po' di tempo per dare l'opportunità ai media di ritrarre foto e video dell'evento, ndr]. Certo che si. L'unica conclusione logica è che il terrorismo è una minaccia interna pressoché trascurabile, del tutto inidonea a giustificare lo spionaggio della NSA praticamente su ogni americano.

Quindi, cosa stanno cercando? Schemi, modelli di pensiero e di comportamento che combinati rivelano l'esistenza di coorti di persone che potrebbero, come gruppo, o come rete vivente, creare problemi allo Stato in futuro. Persone che non necessariamente si conoscono tra loro, ma i cui modelli di vita le rendono potenzialmente problematiche per i governanti, tendenzialmente in qualche futura crisi.

Una propensione al dissenso, per esempio. La
dimensione di queste corti sospette, di questi gruppi che rispondono a modelli simili, possono essere grandi o piccoli, a seconda dei criteri immessi dal programmatore. Quindi, a quale tipo di americani sono interessati i programmatori?

Chiedetelo a Edward Snowden. Lui è l'unico a parlare.

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mercoledì 3 luglio 2013

Datagate, il volo di Morales "dirottato" a Vienna. Presidente furioso: "Non sono un criminale"

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Datagate, il volo di Morales "dirottato" a Vienna. Presidente furioso: "Non sono un criminale"

Il ministro degli Esteri boliviano, David Choquehuanca, ha riunito una conferenza stampa di emergenza per denunciare quella che ha definito "un'ingiustizia nata da sospetti senza fondamento", negando che Edward Snowden si trovi a bordo dell'aereo con il quale il presidente Evo Morales stava rientrando nel suo Paese. Choquehuanca ha raccontato che circa mezz'ora prima di arrivare a Lisbona per uno scalo tecnico sul volo Mosca-La Paz, le autorità portoghesi hanno segnalato all'equipaggio che avevano revocato il suo permesso di atterrare nell'aeroporto della Capitale. Poco dopo, ha aggiunto, anche le autorità francesi hanno comunicato ai responsabili del volo una decisione analoga, obbligando l'aereo a volare fino a Vienna, dove finalmente è potuto atterrare. La polizia dell'aeroporto di Vienna, in mattinata, ha perquisito l'aereo di Morales e non ha trovato traccia a bordo dell'ex analista della Cia. Dopo oltre dieci ore a bordo del suo aereo, Morales si è chiesto - visibilmente stanco - se fosse stato sequestrato o arrestato. Poi ha dato sfogo a una durissima reazione: "Non sono un criminale" ha sbottato il presidente boliviano.



L'ambasciatore boliviano presso le Nazioni Unite, Sacha Llorenti, ha detto oggi che il suo Paese ha presentato una denuncia al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, perché il presidente Evo Morales è stato vittima di "un atto di agressione" da parte di vari paesi europei e che "la vita del presidente, della sua delegazione e dell'equipaggio è stata messa in pericolo". "Denunciamo dinanzi alla comunità internazionale un atteggiamento non amichevole e di palese aggressione'' da parte di Francia e Portogallo nei confronti di Evo Morales: l'aver negato l'accesso all'aereo presidenziale costituisce una ''violazione della Convenzione di Vienna'', ha ribadito l'ambasciatore boliviano a Roma Antolin Ayaviri Gomez.  ''Non c'è giustificazione. Non soltanto il popolo boliviano, ma tutti sono dispiaciuti di quanto accaduto'' che testimonia ''ciò che l'imperialismo fa con i popoli''. Così anche il vicepresidente boliviano, Alvaro Garcia Linera, che ha denunciato il sequestro di Evo Morales "da parte dell'imperialismo in Europa".



Kirchner: ''Tutti pazzi''. "Sono tutti pazzi": con queste parole la presidente argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, ha criticato la vicenda sul suo account Twitter. ''Sono tutti pazzi, ed è un giudizio definitivo. I capi di Stato e il loro aereo godono di una immunità totale, non è possibile questo grado di impunità'', ha scritto Kirchner.



Il divieto di entrare nel proprio spazio aereo di Francia e Portogallo al volo con il presidente boliviano Evo Morales, per il timore cha a bordo ci fosse Edward Snowden, ha subito suscitato le reazioni della Bolivia, oltre al Venezuela e all'Ecuador. La Paz e Caracas hanno chiesto una riunione di urgenza dell'Unasur, il gruppo regionale sudamericano creato anni fa dal Hugo Chavez. Su Twitter il ministro degli Esteri dell'Ecuador, Ricardo Patino, scrive: "Ho appena parlato con il ministro degli esteri del Perù, Eda Rivas. Il Perù (presidente pro tempore dell'Unione delle nazioni sudamericane, ndr) ha chiesto ai paesi dell'Unasur la disponibilità per una riunione urgente dei presidenti domattina". Qualche ora fa, il presidente del Venezuela Nicolas Maduro (che su Twitter ha manifestato il proprio appoggio al collega boliviano, affermando che ''sono state violate tutte le immunità internazionali che proteggono i capi di Stato'' a causa dell' ''ossessione imperiale''), aveva detto che Snowden deve essere "protetto", ricordando che si tratta di un giovane "che ha osato dire delle verità sul tentativo dell'impero americano di controllare il mondo".



da Liberazione on lone in data:03/07/2013