Visualizzazione post con etichetta geraldina Colotti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta geraldina Colotti. Mostra tutti i post

domenica 5 novembre 2017

VENEZUELA, L'ANC CONTRO I VIOLENTI - DI GERALDINA COLOTTI.


In Venezuela, l'Assemblea Nazionale Costituente (Anc), operativa da agosto, sta rispettando il programma. Dapprima ha riportato la pace nel paese, disinnescando per la via elettorale quattro mesi di violenze organizzate dalle destre. In secondo luogo ha preparato le condizioni per le regionali del 15 ottobre, che hanno consegnato la vittoria al Psuv e ai suoi alleati. Il chavismo ha vinto in 18 Stati sui 23 in cui si votava. Nei 5 rimanenti ottenuti dall'opposizione, si è aperto un contenzioso tra i governatori del partito Accion Democratica (Ad), che hanno accettato di riconoscere le istituzioni (quindi l'Anc) e uno di Primero Justicia, che non lo ha fatto, mettendosi così fuori legge. Nel Zulia, dov'era stato eletto Juan Paolo Guanipa, quindi, si dovranno ripetere le elezioni.
Il voto si svolgerà a dicembre, in concomitanza con quello per le municipali: ovvero con la 23ma consultazione elettorale di questa ben strana “dittatura” bolivariana, attaccata dagli Usa e dai suoi valletti. Il cartello di opposizione (Mud) si è diviso, o meglio frantumato. E questo è un altro risultato ottenuto dal campo socialista e dall'Anc. Sono anni che, prima con Chavez e poi con Maduro, il governo bolivariano cerca di togliere terreno al golpismo, sempre foraggiato dall'esterno.
E così, anche ora, le destre si sono così divise. Da una parte, i gruppi che seguono le indicazioni di Washington e che cercano di recuperare l'appoggio delle aree giovanili più oltranziste (Voluntad Popular, Primero Justicia, Vente Venezuela). Dopo le regionali, tutti questi partiti hanno gridato alla frode e annunciato che non parteciperanno alle municipali di dicembre. Dall'altra, i più moderati come lo storico partito Copei (equivalente della vecchia Dc per l'Italia), Un nuevo Tiempo e Avanzada Progressista, il partito dell'ex chavista Henry Falcon, che ha perso il governo dello Stato Lara e ora aspira a essere candidato anti-Maduro alle presidenziali del 2018.
Ha invece cercato fino all'ultimo di mantenere il piede in due scarpe, Henry Ramos Allup (Ad), divorato dalla smania di guadagnarsi il primo posto nel variegato e litigioso panorama dell'opposizione venezuelana. Dopo aver quasi alzato la testa contro il Segretario generale dell'Osa, Luis Almagro, per la questione dei 5 governatori, si è rimangiato le parole per paura di essere espulso dalla Mud. E ha affermato che non parteciperà alle comunali.
Con la consueta “coerenza”, tutti gli oltranzisti hanno però annunciato che parteciperanno alle presidenziali e per questo dovranno organizzare le primarie: sempre con quello stesso Consejo Nacional Electoral (Cne) che continuano a screditare... E per di più, secondo i dati del Cne, su 66 organizzazioni politiche a carattere regionale, l'84% (55 partiti) si è iscritto nelle liste elettorali. Per la Mud, parteciperanno 18 su 22 formazioni politiche...
Dalla loro, gli oltranzisti hanno il Gruppo di Lima, che riunisce 12 paesi americani in cui la parola democrazia è appena una foglia di fico: Perù, Colombia, Messico, Paraguay... In una riunione a Toronto, in Canada, i 12 hanno deciso di premere sull'Onu - il cui Segretario generale, Antonio Guterres, sembra di una pasta leggermente diversa da quella di Almagro - , affinché disconosca le istituzioni bolivariane. Intanto, c'è già stata una levata di scudi internazionale perché il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) ha chiesto all'Anc (massimo organo plenipotenziario che agisce in nome del potere fondante la costituzione bolivariana, il potere popolare) di togliere l'immunità parlamentare al deputato di Voluntad Popular Freddy Guevara, vicepresidente del parlamento governato dalle destre.
Guevara verrà perciò giudicato per gli atti di violenza contro lo Stato commessi tra aprile e luglio 2017, durante i quali si è fatto vedere spesso alla testa degli incappucciati che hanno bruciato vive 29 persone, e ne ha vantato pubblicamente le gesta. Guevara verrà giudicato anche per alto tradimento avendo più volte chiesto l'intervento esterno contro il proprio paese, una richiesta votata anche dal parlamento “in ribellione”.
L'accusa di tradimento pende anche sul capo di Julio Borges, presidente del parlamento e dirigente di Primero Justicia. L'Anc sta infatti portando avanti un altro punto importante dell'agenda, agire contro l'impunità. Ha approvato la “legge contro l'odio e il fascismo per la convivenza pacifica” che dovrebbe fornire la base giuridica per includere nella costituzione alcune violazioni gravi che non erano state contemplate nella costituzione del '99.
La scure della legge sta mietendo anche molti corrotti, alcuni dei quali interni al chavismo, e questo da una parte aumenta consenso, dall'altro terremota pericolose incrostazioni e correnti. L'Anc ha anche approvato le 8 leggi proposte dal presidente Maduro per combattere la guerra economica. Subito dopo la vittoria del chavismo alle regionali, c'è stata una nuova impennata dei prezzi, sfacciatamente rivendicata dalle associazioni dei commercianti: che sperano nelle sanzioni decise da Trump per stringere il cappio intorno al collo del popolo venezuelano e aizzarlo contro il governo.
Maduro ha nuovamente aumentato il salario e le pensioni e i buoni alimentari del 30%: per far fronte alla stratosferica inflazione a cui non si riesce a mettere un freno perché in gran parte indotta dalla guerra economica. Il presidente ha anche annunciato la ristrutturazione del debito estero con i principali creditori. Cina e Russia sono disponibili, ma Usa e Canada stanno aumentando il blocco finanziario per impedire le transazioni internazionali e già gridano al default. Borges invita il governo ad affidarsi... al Fondo Monetario Internazionale. La cosiddetta area del “chavismo critico” chiede al governo di non pagare.
Venerdì, a rimorchio degli Usa, il governo canadese ha emesso nuove sanzioni contro Maduro e contro 18 dirigenti chavisti, fra cui il vicepresidente Tareck El Aissami, ai quali sarà impedito l'ingresso nel paese. Già a settembre, il governo canadese aveva imposto una prima tornata di sanzioni, proibendo ogni transazione finanziaria tra il Canada e una quarantina di dirigenti chavisti. Sanzioni che seguono l'approvazione della legge sulla “giustizia per le vittime di dirigenti stranieri corrotti” da parte del parlamento, a ottobre 2017. E la Colombia, sempiterno gendarme degli Usa in America latina, per via del blocco economico, ha impedito l'acquisto di un carico di medicine al Venezuela.
Intanto, proprio dalla Colombia, cerca di intervenire la ex Procuratrice generale Luisa Ortega, ex chavista, che vuole accreditarsi come rappresentante di un “governo parallelo”. Da Bogotà, Ortega ha firmato un decreto di annullamento sulla disposizione di legge che prevede – con l'approvazione delle popolazioni indigene e il dibattito nell'Anc – lo sfruttamento controllato dell'Arco minerario. Una zona in cui imperversano le miniere illegali e le mafie, ma che custodisce straordinarie riserve naturali da proteggere.
Un tema che cavalca, strumentalmente, sia l'opposizione che un'area di centro, tanto ininfluente in Venezuela, quanto sponsorizzata all'estero. In Europa, abbondano, anche a sinistra, i ripetitori del mantra contro il “modello estrattivista”, convinti, naturalmente, di saperla più lunga di tutti: senz'altro degli indigeni e degli ecologisti venezuelani che, per contrastare il ritorno dei poteri forti e per proteggere le proprie risorse, devono assumersi la contraddizione.


Pubblicato con autorizzazione di Geraldina Colotti.




mercoledì 18 febbraio 2015

Il Golpe sventato e la formula “magica” del 31F


In questo secondo editoriale per Caracas ChiAma, Geraldina Colotti ci descrive con una appassionante lucidità lo scenario turbolento che sta affrontando il processo rivoluzionario in Venezuela, tra golpisti filo USA e resistenza popolare. E ci svela la storia del 31F: una formula “matematica” destinata a fare la Storia del ribelle continente latinoamericano.

                                                  ***
Per spiegare quel che stava succedendo, Chávez riprese una“formula matematica” usata dai movimenti allora: 27 Febbraio (il caracazo) + 4 Febbraio(la ribellione civico-militare)= 31 Febbraio: 31F; una terza via, utopica ediversa, un giorno che non esiste sul calendario, “por ahora”.
Prove di golpe in Venezuela. Un gruppo di ufficiali dell’aviazione, in combutta con personaggi dell’opposizione e solidi appoggi in Nord America, progettava di uccidere il presidente, bombardare Miraflores e prendere la guida del paese, confidando in una nuova esplosione di guarimbas (micidiali tecniche di guerriglia di strada inventate dall’estrema destra). Questa la denuncia di Nicolas Maduro, che ha diffuso i particolari del piano con tanto di mappe, nomi e cognomi. Un carnevale di sangue nel Carnevale in corso in Venezuela.
Sull’efficacia di un piano simile, per fortuna, è lecito dubitare. Quell’aereo Tucano “importato dall’estero” per sganciare gli ordigni avrebbe fatto poca strada nei cieli della capitale: per la reazione delle Forze armate, nella stragrande maggioranza leali al governo, e per quella del popolo venezuelano, sempre allerta in momenti di crisi come quella attuale.
Tuttavia, all’interno dell’opposizione venezuelana esiste una vena golpista che non è mai venuta meno. I volti dei principali dirigenti delle destre, che hanno organizzato le violente proteste dell’anno scorso per chiedere la cacciata di Maduro dal governo (e la sua eliminazione), sono sempre lì a rappresentarla. Per iniziare, Maria Corina Machado, la grande amica di George W. Bush e fondatrice di Sumate (emanazione della Cia). La sua firma figurava fra le trecento che hanno appoggiato il governo-lampo di Carmona Estanga -capo della locale
Confindustria- instaurato dopo il golpe contro Chávez del 2002. Poi, Leopoldo Lopez (Voluntad Popular), che allora attaccò l’ambasciata cubana col personale dentro. Con lui c’era un altro noto personaggio: Henrique Capriles (PrimeroJusticia), candidato dell’opposizione (sempre perdente), prima contro Chavez poi contro Maduro. E ancora, Antonio Ledezma (sindaco della Gran Caracas), noto repressore di studenti nella IV Repubblica. Dallo stesso album di famiglia emergono poi certe gerarchie ecclesiastiche, che restano ancora “un partito” d’opposizione. Senza dimenticare il peso dei grandi media privati, che rispondono sempre agli stessi padroni.
Nella storia delle Forze Armate venezuelane, la vocazione golpista e autoritaria è andata progressivamente scemando in favore di quella nazionalista e socialista. Come ha documentato nelle sue interviste il giornalista José Vicente Rangel, già all’indomani dell’insurrezione civico-militare del 4 Febbraio ’92 Chávez precisava che lui e gli ufficiali progressisti non avevano niente a che fare con le svolte autoritarie che stavano progettando alcune élite militari. E a chi lo considerava un “golpista diprofessione”, rispondeva: “Neanche per idea. Sono un militante delle lotte sociali, un rivoluzionario impegnato nella causa del popolo. Sono stato un cospiratore per necessità storica, dopo aver riflettuto sul massacro del Caracazo, il 27 febbraio del 1989, che ha mostrato la crisi strutturale di questo sistema. Come diceva Gramsci, il vecchio muore, ma il nuovo fa fatica a nascere...”. Per spiegare quel che stava succedendo, Chávez riprese una “formula matematica” usata dai movimenti allora: 27 Febbraio (il caracazo) + 4 Febbraio (la ribellione civico-militare)= 31 Febbraio: 31F; una terza via, utopica e diversa, un giorno che non esiste sul calendario, “por ahora”.
Oggi, l’unione civico-militare permea tutti i livelli della vita politica, economica e sociale: dagli ex ufficiali che governano, a quelli che portano nelle regioni indigene gli elettrodomestici forniti dal governo per le case popolari. La composizione “ideologica” dell’esercito è varia: ce ne sono di più marxisti o più nazionalisti, più convinti che si debba difendere il socialismo o più convinti che si debba comunque essere leali al governo quale che sia. L’immagine degli Alti comandi che hanno manifestato a pugno chiuso fedeltà al socialismo non è di facciata. Come è realtà che vi sia qualche corrente interna che sogna di utilizzare a fini politici un colpo di mano militare. Così come è vero che anche la destra (votata da oltre il 40% della popolazione) ha la sua influenza sulle forze armate. “Le Forze armate non devono essere al servizio del socialismo. Vedere gli alti comandi che gridano ‘Patria socialista’ mostra che sono state trasformate in un partito politico”, ha detto Roberto Enriquez, presidente del partito Copei (equivalente della ex Democrazia cristiana in Italia). A suo modo, ha ragione. Quella venezuelana, non sarà l’Armata rossa di Lenin, ma è un esercito del popolo. Al servizio e al fianco del popolo.
Gruppi di ufficiali legati alle destre e al grande capitale internazionale hanno condotto il golpe contro Chávez del 2002, e spuntano sempre fuori durante le violenze eversive o i tentativi destabilizzanti. Perciò, seppure in questo caso hanno fallito grazie all’attività di prevenzione dell’intelligence bolivariana, e per l’elevato tasso di cialtroneria che sembra contraddistinguere le loro azioni, non sfugge che il Venezuela è sottoposto a un costante livello di pressione interna: simile a una guerra di debole intensità pronta a raggiungere il picco secondo il copione di Gene Sharp, che, dalla ex-Jugoslavia in poi, si insegna nelle scuole della Cia. Così, se quel Tucano si fosse alzato in volo, di certo vi sarebbero stati morti, e questo avrebbe offerto altre corde all’arco della propaganda mediatica contro il socialismo bolivariano.
Per i media nostrani, vale la logica dei due pesi e due misure. In Italia, pugno di ferro contro chi tira una molotov contro le betoniere, e tribunale per uno scrittore non genuflesso come Erri De Luca; in Venezuela, apologia della “rivolta dei ricchi”: anche quando sgozzano con le guarimbas, bruciano gli scuolabus o i gabbiotti del metro con gli operai dentro, restano “sinceri democratici” oppressi dal “regime”. In Italia, applausi ai poliziotti che torturano, ai fascisti e ai razzisti al governo, e 41 bis ai detenuti “pericolosi”; in Venezuela, urla, strepiti e schiamazzi contro “l’insicurezza” se il chavismo lavora per risolvere le cause e non gli effetti, salvo poi gridare “al tiranno” se chi commette un delitto viene messo in galera.
Premesso che è sempre buona norma per i movimenti e per i rivoluzionari guardarsi dall’eccesso di identificazione con l’ “ordine istituito” (soprattutto quando lo stato “socialista” è la risultante di un compromesso fra le classi e non – come si diceva una volta – espressione del potere del proletariato organizzato nel suo partito), difendere il socialismo bolivariano ha una portata concreta e simbolica che va al di là del contingente.
Dal colpo di stato sventato, emergono due immagini forti: quella degli alti comandi militari bolivariani che gridano
Powered by TCPDF (www.tcpdf.org)
“Patria socialista” a pugno chiuso; e il “Manifesto per la transizione”, che i golpisti avrebbero pubblicato su un grande quotidiano nazionale come inserzione pubblicitaria e che avrebbe costituito il segnale d’avvio per gli ufficiali golpisti. Un documento i cui punti sarebbero condivisibili per qualunque “sinistra” europea asservita alla Troika, e che prevedono il ritorno a un sistema di governo bocciato dal popolo 15 anni fa. E c’è da scommettere che le affermazioni del presidente del Copei troveranno, a “sinistra”, più consenso di quegli alti comandi a pugno chiuso. Poco importa se il governo venezuelano da 15 anni viene laureato dalle urne con una partecipazione elettorale impensabile per le “maggioranze” italiane o europee. Poco importa se quell’esercito “a pugno chiuso” non viene impiegato per “le guerre umanitarie ”o le avventure libiche, ma per compiti di pace e sviluppo. E non si tratta del legittimo timore che può rappresentare una divisa militare in un paese, come il nostro, con il suo persistente sottofondo fascista. A disturbare è proprio quel pugno chiuso.
Per quanto geograficamente lontano, infatti, evoca ancora una grande paura: la paura delle masse, del socialismo e della rivoluzione, rimossa nel calderone del consociativismo, del pentitismo e della dissociazione. Una paura che ha allontanato persino il ricordo della “rivoluzione dei garofani”, attuata dai militari progressisti contro il regime autoritario di Antonio Salazar in Portogallo, nel 1974. Figuriamoci il “cortocircuito “determinato da Chávez nelle “democrazie puntofijiste” della IV Repubblica.
Sì, è proprio quel pugno chiuso per il governo che fa paura e che disturba. Che complica il cammino della solidarietà internazionale.

domenica 8 dicembre 2013

Venezuela :Un ministro al servizio della pace

      Intervista al ministro Rodriguez Torres fatta da Geraldina Colotti e pubblicata in "il Manifesto"  

 
         

Un ministro al servizio della pace

Vene­zuela in fer­mento per le misure con­tro la «guerra eco­no­mica» adot­tate dal pre­si­dente Nico­las Maduro e per le ele­zioni comu­nali di dome­nica, che l’opposizione vuole tra­sfor­mare in un ple­bi­scito con­tro il cha­vi­smo. A Cara­cas, abbiamo incon­trato Miguel Rodri­guez Tor­res, mini­stro degli Interni, giu­sti­zia e pace e mas­simo diri­gente dell’intelligence vene­zue­lana. Tor­res, 49 anni, cha­vi­sta della prima ora, ha accet­tato l’intervista all’uscita dall’aula par­la­men­tare in cui si è appro­vato (tra le pro­te­ste dell’opposizione) il Plan della patria, il piano di governo, ideato da Hugo Chá­vez. Cin­que assi stra­te­gici basati su un nuovo modello pro­dut­tivo che cerca di coniu­gare petro­lio e ambien­ta­li­smo, pro­prietà sta­tale, pri­vata e auto­ge­stita, e punta alla costru­zione di uno stato comu­nale. Tor­res è l’espressione di governo di quell’alleanza civico-militare che ha soste­nuto il defunto pre­si­dente Chá­vez e che con­ti­nua a fun­zio­nare con Maduro. All’insegna del «Socia­li­smo del secolo XXI».

Mili­tare, agente segreto, mini­stro degli Interni. Un’immagine che stride nell’immaginario di molti, a sini­stra, anche in Ame­rica latina. Qual è stato il suo percorso?
Vengo dalle Forze armate, sono Mag­giore gene­rale dell’esercito, mi sono for­mato all’Accademia mili­tare tra l’80 e l’84. Nell’85 ho comin­ciato l’attività di cospi­ra­tore con­tro la Quarta repub­blica, ero nella bri­gata di para­ca­du­ti­smo agli ordini del coman­dante Urda­neta Fer­nan­dez, fon­da­tore del Movi­mento boli­va­riano rivo­lu­zio­na­rio Mbr200 dello stato Zulia. Allora c’erano due tipo­lo­gie di cospi­ra­tori, l’Mbr200 e i movi­menti di resi­stenza popo­lare della sini­stra, legati alla guer­ri­glia degli anni ’60 e ’70. Ci siamo uniti. Nell’Mbr200 ho par­te­ci­pato alla ribel­lione mili­tare del 4 feb­braio ’92 insieme al coman­dante Chá­vez. Ero capi­tano e mi sono occu­pato dell’operazione sulla Casona, la resi­denza pre­si­den­ziale. La ribel­lione è fal­lita e sono andato in car­cere per due anni e un mese. Al Cuar­tel San Carlo, dove poi ci hanno rag­giunto anche altri gruppi arre­stati nel secondo ten­ta­tivo del 27 novem­bre, mi sono messo a stu­diare: il mar­xi­smo e i padri dell’indipendenza, Simon Boli­var e soprat­tutto il suo mae­stro, Simon Rodri­guez. A 28 anni, avevo una for­ma­zione mili­tare, ma nes­suna base teo­rica per tra­sfor­mare in poli­tica la mia inquie­tu­dine, la ribel­lione matu­rata dopo la rivolta popo­lare dell’89, il cara­cazo. Allora l’esercito aveva spa­rato sulla folla, pro­vo­cando migliaia di morti. Quando mio fra­tello mag­giore, un mar­xi­sta, mi ha chie­sto cosa voles­simo fare con la pro­prietà pri­vata se fos­simo andati al potere, non sapevo rispon­dere. A quel tempo siamo stati ripe­tu­ta­mente avvi­ci­nati da gruppi di estrema destra, con­vinti che voles­simo seguire il modello cileno, ma li abbiamo respinti. Poi Rafael Cal­dera vinse le ele­zioni e pro­pose un pro­cesso di paci­fi­ca­zione: se aves­simo rinun­ciato all’esercito, saremmo usciti dal car­cere. Accet­ta­rono in molti, io e altri no. Comin­ciò una trat­ta­tiva. Alla fine rein­te­grai l’esercito, ma comin­cia­rono le per­se­cu­zioni: tra­sfe­ri­menti con­ti­nui, arre­sti e inter­ro­ga­tori prima di ogni evento poli­tico. Senza garan­zia e rispetto per i diritti umani. Chá­vez decise di lasciare la divisa per poter fare poli­tica aper­ta­mente, per­ché ai mili­tari era proi­bito. Mi chiese di accom­pa­gnarlo, ma io pen­savo aves­simo biso­gno di una dop­pia rivo­lu­zione, dal basso e dall’alto, per­ché non ave­vamo le forze per farne una di tipo tra­di­zio­nale. Gli ho detto: Coman­dante, col cari­sma e la dia­let­tica che ha, lei vin­cerà le ele­zioni. Si è scher­mito, ma è andata così, con­tro tutti i pro­no­stici. Dopo la vit­to­ria del ‘98, mi ha chia­mato a diri­gere la Disip, diven­tata Ser­vi­cio Boli­va­riano de Inte­li­gen­cia. E oggi sono anche Mini­stro degli Interni, Giu­sti­zia e Pace. L’esperienza poli­tica me la sono for­mata prima nei Comi­tati boli­va­riani, nuclei di 8–10 per­sone pre­senti di tutti i quar­tieri con i quali man­te­ne­vamo i con­tatti dalla pri­gione, poi con i Cir­coli boli­va­riani che il pre­si­dente Chá­vez mi ha chia­mato a coor­di­nare nel 2001, agli ordini di Dio­sdado Cabello. Pec­cato che abbiamo ceduto al ricatto della destra e alla demo­niz­za­zione dei cir­coli e li abbiamo sciolti. A loro dob­biamo parte della vit­to­ria sul golpe dell’aprile 2002.

La Disip evoca ter­rore, tor­ture e spa­ri­zioni, vi ha ope­rato anche l’anticastrista cubano Posada Car­ri­les. Cos’è cambiato?
La Disip sorge quando comin­cia la lotta con­tro la guer­ri­glia in Vene­zuela. Era un ibrido di intel­li­gence e poli­zia al di sopra della legge in cui imper­ver­sa­rono per­so­naggi come Orlando Bosch e Posada Car­ri­les. Tutto quel che la Cia e il Mos­sad vole­vano fare in Cen­troa­me­rica pas­sava per la Disip. Quando andammo al governo, sco­primmo però che il feno­meno Chá­vez aveva fatto brec­cia anche su alcuni fun­zio­nari che si erano tenuti a distanza da quel ter­rore e ci appog­gia­vano. Ci è costato molto inver­tire la ten­denza, allon­ta­nare quell’ombra nefa­sta, ma abbiamo fatto puli­zia, man­dando pro­gres­si­va­mente in pen­sione quel per­so­nale e for­man­done un altro basato sulla pre­ven­zione, la tec­nica – per­ché tutti gli stati devono pro­teg­gersi – e i diritti umani. Per costruire un modello nostro, pren­diamo il buono un po’ dap­per­tutto, dai russi, dai cubani… Fac­ciamo parte del Foro di intel­li­gence ibe­roa­me­ri­cano ma lì sono osses­sio­nati dal tema del ter­ro­ri­smo isla­mico, dall’Eta, ecce­tera. Noi agiamo sulle cause, e abbiamo il pro­blema del ter­ro­ri­smo di estrema destra, ma da quell’orecchio il Forum non ci sente. Così abbiamo creato Fialba, Forum d’intelligence dell’Alba, l’Alleanza boli­va­riana per i popoli della nostra Ame­rica: per creare mec­ca­ni­smi comuni di pre­ven­zione, per esem­pio con­tro attac­chi finan­ziari alla moneta alter­na­tiva, il Sucre, che fun­ziona nell’Alba. Quello che spa­venta i paesi capi­ta­li­sti non è la nostra forza mili­tare, ma quella di un modello alternativo.

Con la pro­prietà pri­vata com’è andata? Cos’è per lei il Socia­li­smo del XXI secolo?

Il Vene­zuela non è un’isola come non lo è nes­sun paese oggi. La glo­ba­liz­za­zione non è né un bene né un male, è una realtà. Il socia­li­smo che vogliamo costruire, il cam­mino che stiamo aprendo deve tenerne conto e al con­tempo avan­zare con i pro­pri prin­cipi fin­ché il socia­li­smo non rie­sce a esten­dersi a un arco di paesi che abbiano la forza di scon­trarsi fron­tal­mente col capi­ta­li­smo. Per que­sto la nostra costi­tu­zione ha una fles­si­bi­lità nel campo dell’economia che con­sente l’esistenza della pro­prietà pri­vata ma pro­muove anche altri modelli di pro­prietà sociale e col­let­tiva. Sul piano inter­na­zio­nale, lavo­riamo alla for­ma­zione di un mondo mul­ti­po­lare basato su rela­zioni soli­dali e pari­ta­rie, con l’Alba, il Mer­co­sur, Una­sur, la Celac. In campo sociale, por­tiamo avanti una lotta senza quar­tiere alla povertà e all’esclusione. In quello poli­tico, pro­muo­viamo la mas­sima par­te­ci­pa­zione del popolo, per­ché sia sog­getto delle pro­prie deci­sioni ed eser­citi il suo ruolo poli­tico. Oggi abbiamo pre­sen­tato il Plan della Patria, che defi­ni­sce que­sto socia­li­smo. La dif­fe­renza più pro­fonda della nostra rivo­lu­zione con quelle del pas­sato è la scelta di usare gli stessi stru­menti della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva che inten­diamo tra­sfor­mare. Dopo 14 anni e la ven­te­sima ele­zione, il cam­mino è ancora lento, com­pli­cato e rischioso. Ma se sap­piamo lavo­rare bene dando sem­pre più potere e orga­niz­za­zione al popolo e ren­den­dolo cosciente di essere il sog­getto della sua tra­sfor­ma­zione, il cam­bia­mento sarà pro­fondo e dura­turo. Tut­ta­via, non dimen­ti­chiamo le lezioni della sto­ria, e se la destra ci obbliga a pren­dere un’altra strada, non ci faremo sorprendere.

L’opposizione pensa di disco­no­scere anche que­ste ele­zioni e si pre­para a un refe­ren­dum revo­ca­to­rio del pre­si­dente. Quali sono i rischi?
Pur­troppo l’opposizione è diretta da un gruppo come Pri­mero Justi­cia che ha radici fasci­ste, pro­viene da un’organizzazione che si chia­mava Tra­di­zione fami­glia e pro­prietà, con tanto di sva­sti­che e con­torni. Hanno il con­trollo sulle altre forze della Mud come Ad o Copei. Non c’è dia­logo, dob­biamo con­qui­stare un’egemonia su quella parte di popolo che li appog­gia. Il giorno delle pre­si­den­ziali, il 14 aprile, all’approssimarsi dei risul­tati, con il con­senso di Maduro mi sono riu­nito con 2 alti diri­genti dell’opposizione. Ho chie­sto loro di rispet­tare il patto pro­po­sto dal pre­si­dente: rico­no­scere il risul­tato, anche solo per un voto, qua­lun­que fosse il vin­ci­tore. Ma quando hanno visto che ave­vamo vinto noi, hanno abban­do­nato il tavolo, inne­scando le vio­lenze post elet­to­rali. Pen­sa­vano che Maduro cadesse subito, poi hanno visto che così non è hanno rico­min­ciato con i com­plotti, isti­gati dall’esterno come avve­niva con Chá­vez. Nel 2004, abbiamo arre­stato 150 para­mi­li­tari colom­biani venuti a ucci­derlo. Oggi sono in car­cere tre sicari venuti dalla Colom­bia per Maduro. E Leo­poldo Lopez, un lea­der di Volun­tad popu­lar che ha vio­lato tutte le leggi durante il golpe del 2002 insieme a Enri­que Capri­les, ha pro­messo fuoco fumo e piombo anche per l’8 dicembre.

 
“Hay hombres que hasta después de muertos dan luz de aurora”  José Martí

¡Chávez VIVE, la lucha SIGUE!
¡Viva el pueblo de Chávez!
¡Vivan los hermanos CUBANOS!

¡Viva la REVOLUCIÓN!

mercoledì 11 settembre 2013

QUARANT'ANNI FA IL CILE / SERGIO VUSKOVIC ROJO, IL PRIMO DELLA LISTA INTERVISTA - Geraldina Colotti


QUARANT'ANNI FA IL CILE

Nuestra querida Geraldina COLOTTI nos envía la edición de ayer de IL MANIFESTO, con su reportaje sobre los 40 años del golpe en Chile (ver la pag 16 del anexo). Destaco el recuadro "La primavera allendista rinasce per le vie di Caracas" y, más abajo transcribo la entrevista a Sergio Vuskovic Roja, militante comunista y, para la época, Alcalde de Valparaiso.


La primavera allendista rinasce per le vie di Caracas

Ai tempi del golpe, sui muri di Valparaiso l'estrema destra cilena scriveva: «Giacarta». Alludendo al milione di comunisti massacrati in Indonesia nel '65, chiariva i termini della partita che si stava giocando nel pieno del Novecento, in Cile e nel mondo. «In questo momento definitivo, l'ultimo in cui potrò rivolgermi a voi, voglio che impariate la lezione: il capitale straniero, l'imperialismo, unito alla reazione, ha creato il clima affinché le Forze armate rompessero la loro tradizione», disse alla radio Salvador Allende. Poi, nel palazzo presidenziale della Moneda bombardato dai militari golpisti, scelse di suicidarsi con l'Ak 47 regalatogli da Fidel Castro. Il colpo di stato in Cile costituì uno spartiacque, dentro e fuori il paese. E il regime civico-militare che gestirà la dittatura per 17 anni diventerà un laboratorio per le politiche neoliberiste a livello mondiale, tutt'altro che scomparse nel nuovo secolo.

E così, nel Cile delle lotte studentesche o nell'America
latina che scommette sul Socialismo del XX secolo, a quarant'anni da quel tragico giorno la breve stagione deallendista fa ancora discutere. È possibile liberarsi del modo di produzione capitalista per la via parlamentare? Si deve approfondire il cambiamento o privilegiare le alleanze a destra? Si può governare la globalizzazione economica con l'autorità politica degli stati? E quale incidenza può avere una nuova alleanza continentale di segno progressista nell'articolazione del mondo multipolare? I presidenti di quella parte di America latina che sta vivendo oggi una nuova stagione hanno studiato a fondo l'eredità di quella primavera. È stato così per l'ex operaio metallurgico Lula da Silva, come Allende eletto alla presidenza del Brasile dopo tre tentativi, nel 2002. È stato così per Hugo Chávez nel Venezuela bolivariano, il paese che ha elaborato la lezione cilena superando a sinistra le titubanze di Allende o i conflitti che egli ebbe con la sua parte più radicale.
In Venezuela il golpe intentato dalla Cia e dalle destre nel 2002 è stato neutralizzato dopo 48 ore: dalla reazione popolare e dalla "forza armata socialista", perno di un'unione civico-militare con vocazione alla pace e alla giustizia sociale. Un'alleanza che ha tenuto anche nei nuovi tentativi destabilizzanti, messi in atto dalle destre dopo la morte di Chávez e l'elezione di Nicolas Maduro, ad aprile. La formazione delle milizie popolari, mobilitate a fini difensivi e sociali costituisce un altro contrappeso importante. Per commemorare i 40 anni dal golpe cileno, da domani al 13 a Caracas si svolge l'Incontro internazionale antifascista per la pace e la vita. Una iniziativa decisa sabato scorso durante il vertice straordinario contro l'aggressione armata alla Siria,
organizzato dai paesi dell'Alba, l'Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America ideata da Fidel Castro e Chávez nel 2004. Se Allende, aderendo al Movimento dei paesi non allineati aveva denunciato le grandi manovre compiute dalle multinazionali e auspicato misure di emancipazione dal dollaro, l'Alba ha istituito una moneta comune già parzialmente alternativa al dollaro, il Sucre.
«Se dei grandi uomini si è soliti dire che sono stati uomini del loro tempo, di Allende bisogna dire che è stato uomo di un tempo più lungo», ha scritto Jesus Manuel Martinez nella biografia che ha dedicato a Salvador Allende, edita da Castelvecchi.





SERGIO VUSKOVIC ROJO, IL PRIMO DELLA LISTA
INTERVISTA - Geraldina Colotti


11 settembre '73. Pinochet ha preso il potere, Allende si è ucciso. A poche ore dal golpe, il sindaco di Valparaiso viene condotto nella nave scuola della Marina militare e torturato per 9 giorni
Cile, 11 settembre 1973. Sergio Vuskovic Rojo, sindaco comunista di Valparaiso, viene condotto nella nave scuola della Marina militare cilena alle due del pomeriggio. Da poche ore, il generale Pinochet ha preso il potere con un colpo di stato. Il presidente socialista Salvador Allende ha preferito uccidersi piuttosto che arrendersi. Per nove giorni, Vuskovic non sarà che un corpo in catene nelle mani dei torturatori. Cosa succede alla mente sotto tortura? Vuskovic, da noi intervistato nel 2007, lo racconta in poche pagine di intensa riflessione dal titolo Un viaggio molto particolare, pubblicato nei Quaderni di via Montereale (N. 19-2007).

Cosa ricorda del periodo precedente il colpo di stato militare?
La grande partecipazione popolare alla vita pubblica, l'enorme consenso, le nazionalizzazioni. Ricordo il presidente Allende, un uomo di grande spessore politico e umano. Lo avevo conosciuto nel '52 insieme a Neruda, che era appena tornato dall'esilio. Ricordo il mio ultimo incontro con il poeta. Come sindaco di Valparaiso, ero andato a portargli una medaglia d'oro a nome del comune. Era malato, ma continuava a fare progetti. Mi ha detto: guarda, l'anno prossimo avrò 70 anni, sto scrivendo 7 libri, uno per ogni decade. Dopo, quando è morta la moglie Matilde, li ha pubblicati, era riuscito a finirli prima di morire. Il 26 giugno del 2008, i cento anni dalla nascita, torneremo a chiederci come abbia potuto Pinochet, un essere che sapeva solo latrare, guidare una rivoluzione conservatrice di quelle proporzioni.

Cosa accadde nelle ore del golpe?
All'epoca ero un dirigente operaio del Partito comunista cileno, membro del comitato regionale di Valparaiso, di cui ero sindaco. Per questo motivo, mi hanno arrestato subito dopo il golpe, faceva parte del piano generale. Sembrava fosse scoppiata la Terza guerra mondiale, arrestavano chiunque senza motivo. Mi hanno portato alla nave scuola della Marina militare cilena e torturato per tre giorni. Ero legato a un palo, in mutande, le mani dietro la schiena. Mi applicavano scariche di corrente elettrica su tutto il corpo, soprattutto sui testicoli, il petto e la schiena. Poi, arrivava la gragnuola di colpi, calci e pugni, che mi lasciava lividi violacei dappertutto. Gli ufficiali facevano a turno, non so chi fossero, né quanti, perché avevamo tutti la testa coperta da un cappuccio. Alcuni torturavano ferocemente, altri meno. Quando entravano nei camerotti per colpirci, alcuni lo facevano con violenza, altri mettevano il piede in modo da farti meno male. Sono stato lì fino al 19 settembre. Poi, insieme ad altri compagni, sono stato trasferito sull'isola di Dawson, a sud del Canale di Magellano.

Come vi trattavano sull'isola?
Era un campo di concentramento per soli uomini, l'isola apparteneva alla Marina militare. Eravamo ai lavori forzati. Ogni 15 giorni cambiava la guardia, la peggiore era quella dell'esercito, la forza armata il cui comandante in capo era Pinochet, quando era di turno la Marina o la forza aerea o i carabinieri era meno peggio. Cercavamo di riunirci e parlare, lontano dai soldati. Pioveva sempre, oppure grandinava o nevicava. Eravamo 42, due o tre sono morti per il freddo, i postumi delle torture e la cattiva alimentazione. Se non ci avessero trasferito in un campo di concentramento al centro del paese, saremmo morti tutti. Dopo, sono rimasto 8 mesi in un campo e altri sei in un altro prima di andare in prigione a Valparaiso. Ho fatto tre anni.

Già in quei primi mesi del golpe, molti prigionieri venivano uccisi o fatti scomparire nelle prigioni segrete. Lei come ha fatto a salvarsi?
Giocarono, credo, alcuni fattori d'ordine generale e personale. Intanto, il nostro era stato un governo giusto, che non aveva avuto prigionieri politici, aveva rispettato i diritti dell'opposizione, compreso il ruolo della chiesa cattolica. Anche nelle forze armate, certi ammiragli erano d'accordo con le nazionalizzazioni del rame, perché pensavano che se lo stato cileno avesse avuto più soldi, ne sarebbero andati di più alla difesa. E non tutti i militari erano fascisti, solo che, da noi, le forze armate seguono gli alti comandi in modo prussiano. Quanto a me, non avevo mai rimosso un funzionario dell'opposizione, ed ero amico del comandante in capo della Marina militare. So che aveva chiesto di non torturarmi. Non gli hanno dato retta, e hanno torturato anche mio figlio di 17 anni, che era studente ed è rimasto 9 mesi in carcere. A mia moglie e a mia figlia, però, non hanno fatto del male. A casa ho ancora tutte le mie opere marxiste: questo almirante Merin ne aveva fatto una questione fra uomini, di riconoscimento del coraggio e così non mi aveva distrutto la casa. Intanto, l'università di Bologna mi aveva inviato al campo di concentramento un contratto di lavoro che avevo firmato, e il regime mi ha lasciato uscire dal paese. L'importante, per loro, era che non andassimo a chiedere rifugio in un'ambasciata, che non ci fosse troppo rumore sul piano internazionale.

Il suo libro racconta le astuzie della mente per resistere alla tortura, la lotta psichica fra il comunista prigioniero e quello che lei chiama l'Uccello torturatore. Un'esperienza quasi mistica.
Quando due torturati si incontrano non si parlano, si abbracciano, e così si dicono tutto. Io, però, ho voluto che anche altri potessero capire. Dopo aver vissuto un'esperienza-limite, percepisci in modo diverso la realtà. Ti senti portatore di un'intima presenza, estranea al mondo quotidiano com'era per te prima. All'esiliato che sia passato attraverso la tortura, nei primi tempi di libertà, capita di rifiutare tutto ciò che è straniero. In quel modo distorto, rifiuta l'"altro" che lo ha torturato, l'altro-carnefice. Ma poi, si è preda di un sentimento ambivalente: da una parte si prova estraneità verso chi non ha vissuto quell'esperienza, dall'altra si avverte il bisogno di comunicarla. E però ci si accorge che mancano le parole: soprattutto quando la lingua del dolore è ormai solo un'invocazione, un modo di testimoniare un'esperienza, senza odio o vendetta. Quei codici della cultura comune, che appiattisce tutto, che rende incomunicabile l'esperienza del poeta, la vera percezione dell'altro, non sono adatti a trasmetterla.

Forse perché la tortura, come la morte, è un viaggio nel dolore dai tratti unici che nessuna tecnica di resistenza può anticipare fino in fondo.
Il linguaggio ha difficoltà a far capire la tortura perché chi la subisce è di fronte a un mistero, al terrore psicologico nell'immaginare la scarica elettrica - soprattutto i colpi ai genitali - verso cui l'esperienza del dolore precedente non fornisce abbastanza difese. Il corpo anticipa quel terrore durante le sessioni di interrogatorio in cui un carnefice minaccia, e magari un altro fa la parte del "buono". Teso fino al parossismo, il corpo immagina l'arrivo del colpo. L'Io più nascosto sente che la malvagità di quello che ti interroga "con le buone" è in agguato. "Dov'è nascosto tuo figlio?" mi chiedevano. "E come faccio a saperlo se sono sempre stato qui?" rispondevo. "Ti rinfresco io la memoria" diceva l'Uccello Torturatore. Allora io cercavo di ricordare dei versi in lingua basca che avevo letto tanto tempo prima. In quale romanzo si trovavano? Forse in un'opera di Baroja. Com'era la traduzione? Per cercarla, dovevo assolutamente ricordare tutto il romanzo dal principio. Poi, arrivavano altre scariche. "Dove sono le armi?" mi chiedevano. "Ve lo dirò", rispondevo. "Ecco, così va bene". "Si trovano in caserma", dicevo. "Ci prendi per i fondelli", urlavano, e giù altre scariche. E allora facevo finta di gridare di più quando la corrente mi colpiva sulla schiena, dove invece sopportavo meglio, e a volte ci cascavano, ma non sempre. Quello che vale sempre, è però la determinazione iniziale: la libera scelta di non consegnarsi al carnefice e di andare fino in fondo. Per me, questo ha voluto dire viaggiare fino al limite della spoliazione dell'Io, verso il vuoto mentale assoluto: il pensiero svanisce, l'Io si paralizza e il suo ultimo attimo cosciente è quello in cui constata la perdita della sua identità ontologica. Dopo aver accolto il dolore, gli opposti si uniscono, diversi ma coesistenti, in una sintesi perenne che si riproduce. L'unità essenziale è completa: mentre una delle due parti soffre, l'altra prova piacere; mentre una cammina, l'altra rimane immobile; mentre una parte scende nella tomba, l'altra rinasce a nuova vita. Se la morte è solo una parte di questo corpo generale, non è così terribile. Se la tua carne è parte della carne del mondo che vive e si trasforma, ti chiedi: esiste forse anche una mente universale, in cui la tua coscienza non è che una piccola goccia nel mare? E allora, ecco che non hai più paura. Provi pietà persino per l'Uccello Torturatore, che ti costringe a un breve viaggio di ritorno per riadeguare il tuo sistema di difesa. Ora ti appare per quello che è: lo strumento di un sistema sociale dominante che per esistere deve ridurre le persone al grado zero dell'umano. Ma un sistema così è storicamente condannato

foto inserite da autore blog