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venerdì 25 maggio 2012

Il crimine di Gheddafi: Far funzionare l'economia della Libia a vantaggio dei libici / Gadhafi’s Crime: Making Libya’s Economy Work for Libyans


Il crimine di Gheddafi: Far funzionare l'economia della Libia a vantaggio dei libici

di Gowans Stephen
"Le compagnie petrolifere sono controllate da stranieri, che grazie ad esse hanno guadagnato milioni. Ora, i libici devono trarre profitto da questo denaro", Muammar Gheddafi, 2006.
Il Wall Street Journal del 5 maggio fornisce la prova, oltre a quelle già raccolte, che alla radice dell'intervento militare della NATO in Libia dello scorso anno vi era l'opposizione alla politica economica del governo Gheddafi.
Secondo il quotidiano statunitense, gli accordi più favorevoli ai libici, che il governo Gheddafi stava contrattando, fecero infuriare le compagnie petrolifere private tanto da "sperare in un cambio di regime in Libia... che potrebbe alleggerire alcune delle dure condizioni che avevano dovuto accettare nella partnership" con la compagnia petrolifera nazionale libica. [1]
Per decenni, molte compagnie europee avevano goduto di accordi che garantivano loro la metà della del petrolio di alta qualità prodotto negli impianti libici. Alcune grandi compagnie petrolifere speravano che il paese avrebbe aperto ulteriormente agli investimenti, dopo che da Washington erano state revocate le sanzioni nel 2004 e i giganti statunitensi erano rientrati nella nazione nordafricana.
Ma negli anni che seguirono, il regime di Gheddafi rinegoziò la quota delle compagnie petrolifere spettante da ogni impianto, facendola passare dal 50% circa a un decisamente più basso 12%.
Subito dopo la caduta del regime, diverse compagnie petrolifere straniere hanno manifestato la speranza di ottenere condizioni migliori negli accordi esistenti o più interessanti per quelli futuri. Fra quelle che nutrono speranze in un'espansione libica vi sono la francese Total e l'olandese Shell.
"Vediamo la Libia sotto il nuovo governo come una grande opportunità", diceva Sara Akbar, amministratore delegato della compagnia privata Kuwait Energy, lo scorso novembre in un'intervista, e aggiungeva che "Sotto Gheddafi, le esplorazioni erano ferme a causa dei termini molto duri". [2]
Il giornale aveva già riferito dei termini "duri" (leggasi pro-libici) che il governo Gheddafi aveva imposto alle compagnie petrolifere straniere.
Nel quadro di un nuovo e più stringente sistema, noto come EPSA-4, il regime vagliava le offerte delle grandi compagnie discriminando sulla base di quanta parte della produzione futura avrebbero lasciato la Libia. I vincitori abitualmente promettevano oltre il 90% della loro produzione alla National Oil Corp. (NOC, la compagnia nazionale petrolifera libica).
Intanto, la Libia manteneva i suoi gioielli off limits agli stranieri. Gli immensi campi petroliferi terrestri, che rappresentavano la maggior parte della sua produzione, rimanevano prerogativa delle compagnie statali libiche.
Anche le imprese da anni presenti in Libia avevano ricevuto un trattamento duro. Nel 2007, le autorità iniziarono a forzarle per rinegoziare i loro contratti per portarli in linea con EPSA-4.
Una vittima è stata Eni, il colosso energetico italiano. Nel 2007, ha dovuto pagare 1 miliardo di dollari di incentivi per riuscire a prolungare la durata dei suoi interessi libici fino al 2042. Anche la sua quota di produzione è caduta dal 35-50%, a seconda dell'impianto, ad appena il 12%. [3]
L'insoddisfazione delle compagnie petrolifere stava anche nel fatto che la compagnia di stato libica "stabiliva che le società straniere dovevano assumere libici ai migliori posti di lavoro". [4]
Nel novembre 2007, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti avvertiva che "la leadership politica ed economica della Libia persegue politiche sempre più nazionalistiche nel settore energetico" e che vi erano "prove crescenti di nazionalismo sulle risorse libiche" [5], citando un discorso del 2006 in cui Gheddafi dichiarava: "Le compagnie petrolifere sono controllate da stranieri che grazie ad esse hanno guadagnato milioni. Ora, i libici devono trarre profitto da questo denaro". [6]
Il Governo di Gheddafi aveva forzato le compagnie petrolifere a dare alle loro filiali locali dei nomi libici. Peggio ancora, "le leggi sul lavoro sono state modificate per 'libianizzare' l'economia", vale a dire riformate a vantaggio dei libici. Le compagnie petrolifere "sono state spinte ad assumere dirigenti, tecnici e capi del personale libici". [7]
Il New York Times riassume così le critiche dell'Occidente. "Il colonnello Gheddafi si è dimostrato essere un partner problematico per le compagnie petrolifere internazionali, alzando spesso tasse ed imposte ed avanzando altre richieste". [8]
Anche se l'opposizione delle compagnie petrolifere private e del governo degli Stati Uniti alle politiche economiche filo-libiche di Gheddafi non prova che l'intervento militare della NATO sia avvenuto per rovesciare il governo, è tuttavia coerente con tutta una serie di prove che vanno in questa direzione.
In primo luogo, possiamo rigettare le argomentazioni occidentali che spiegano l'impiego della sua alleanza militare per motivi umanitari. Mentre la guerra civile in Libia diventava incandescente, un'alleanza di petromonarchie a guida saudita inviava truppe e carri armati in Bahrain per schiacciare una rivolta. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia - alla guida  dell'intervento in Libia - non hanno fatto nulla per fermare questa violenta repressione. Significativamente, il Bahrain ospita la V Flotta statunitense. Altrettanto significativamente, la sua politica economica, a differenza della Libia sotto Gheddafi - è stata concepita per mettere gli investitori stranieri al primo posto.
In secondo luogo, quei paesi oggetto dei tentativi occidentali di cambio di regime - Corea del Nord, Siria, Venezuela, Cuba, Zimbabwe, Bielorussia, Iran - hanno posto gli interessi economici di tutta o una parte della loro popolazione, sopra quelli degli investitori e delle società straniere. È vero che le politiche economiche di India, Russia e Cina sono in certe misure nazionaliste e che questi paesi non devono affrontare nella stessa misura le pressioni per un cambio di regime, ma per un'alleanza statunitense sono troppo grandi da conquistare senza un pesante costo in sangue e denaro. L'Occidente prende di mira i più deboli.
Infine, i governi occidentali sono dominati da grandi investitori e compagnie. Il dominio delle corporation e della finanza sullo  Stato avviene in diversi modi: con attività di lobby; comprando i  politici attraverso il finanziamento della campagna elettorale e la promessa di incarichi remunerativi dopo il mandato; attraverso il finanziamento di think-tank per guidare la politica del governo e con la collocazione di amministratori delegati e avvocati aziendali nelle posizioni chiave dello Stato. Aspettarsi che la politica estera sia modellata su preoccupazioni di carattere umanitario e non invece sugli interessi delle industrie petrolifere, di armi, delle società specializzate nella ricostruzione e esportazione post-bellica, significa di ignorare la grande influenza che il grande capitale e la grande finanza esercitano sugli Stati occidentali.
In alcune parti del mondo è diverso. Là, i governi hanno orientato le economie al servizio dei loro cittadini, piuttosto che mettere il lavoro, i mercati del paese e le loro risorse naturali, al servizio degli investitori esterni e delle grandi aziende straniere.
Per aver rifiutato di sacrificare la vita dei loro cittadini all'arricchimento dei titani stranieri della finanza e dell'industria, a questi paesi viene fatto pagare un prezzo. I loro dirigenti sono vilipesi dalla becera propaganda e minacciati di persecuzioni da parte dei tribunali penali internazionali finanziati e controllati dagli Stati occidentali. Sono colpiti con devastanti blocchi economici e da sanzioni le cui caotiche conseguenze sono ingiustamente addossate alla "cattiva gestione" e alle "errate" politiche economiche, con lo scopo di creare una miseria diffusa e spingere le popolazioni a sollevarsi contro i loro governi. Con il finanziamento e supporto occidentale vengono create delle quinte colonne per progettare il cambiamento di regime dall'interno. Infine, l'onnipresente minaccia di un intervento militare esterno che è mantenuta per fare pressione sui governi di questi paesi affinché facciano marcia indietro.
 I peccati di Gheddafi non erano crimini contro l'umanità, ma azioni al suo servizio. La sua reputazione infangata, il governo rovesciato, il paese assediato dall'esterno e destabilizzato dall'interno, la sua vita finita per aver osato mettere in atto un'idea radicale - spingere l'economia al servizio del popolo del proprio paese, piuttosto che il suo popolo e le sue risorse naturali al servizio degli interessi delle imprese straniere.

Note
1, 2. Benoit Faucon, "For big oil, the Libya opening that wasn't, " The Wall Street Journal, May 4, 2012.
3, 4. Guy Chazan, "For West's oil firms, no love lost in Libya, " The Wall Street Journal, April 15, 2011.
5, 6, 7. Steven Mufson, "Conflict in Libya: U.S. oil companies sit on sidelines as Gaddafi maintains hold, " The Washington Post, June 10, 2011.
8. Clifford Kraus, "The scramble for access to Libya's oil wealth begins, " The New York Times, August 22, 2011.

Gadhafi’s Crime: Making Libya’s Economy Work for Libyans

Written by Stephen Gowans, What's Left
Oil companies are controlled by foreigners who have made millions from them. Now, Libyans must take their place to profit from this money.”—Muammar Gadhafi, 2006.
The Wall Street Journal of 5 May offers evidence, additional to that already accumulated, that last year’s NATO military intervention in Libya was rooted in objections to the Gadhafi government’s economic policies.
According to the newspaper, private oil companies were incensed at the pro-Libyan oil deals the Gadhafi government was negotiating and “hoped regime change in Libya…would bring relief in some of the tough terms they had agreed to in partnership deals” with Libya’s national oil company. [1]
For decades, many European companies had enjoyed deals that granted them half of the high-quality oil produced in Libyan fields. Some major oil companies hoped the country would open further to investment after sanctions from Washington were lifted in 2004 and U.S. giants re-entered the North African nation.
But in the years that followed, the Gadhafi regime renegotiated the companies’ share of oil from each field to as low as 12%, from about 50%.
Just after the fall of the regime, several foreign oil companies expressed hopes of better terms on existing deals or attractive ones for future contracts. Among the incumbents that expressed hopes in Libyan expansion were France’s Total SA and Royal Dutch Shell PLC.
We see Libya as a great opportunity under the new government,’ Sara Akbar, chief executive of privately owned Kuwait Energy Co., said in an interview in November. ‘Under Gadhafi, it was off the radar screen’ because of its ‘very harsh’ terms, said Mrs. Akbar. [2]
The Journal had earlier noted the “harsh” (read pro-Libyan) terms the Gadhafi government had imposed on foreign oil companies.
Under a stringent new system known as EPSA-4, the regime judged companies’ bids on how large a share of future production they would let Libya have. Winners routinely promised more than 90% of their oil output to NOC (Libya’s state-owned National Oil Corp).
Meanwhile, Libya kept its crown jewels off limits to foreigners. The huge onshore oil fields that accounted for the bulk of its production remained the preserve of Libya’s state companies.
Even firms that had been in Libya for years got tough treatment. In 2007, authorities began forcing them to renegotiate their contracts to bring them in line with EPSA-4.
One casualty was Italian energy giant Eni SpA. In 2007, it had to pay a $1 billion signing bonus to be able to extend the life of its Libyan interests until 2042. It also saw its share of production drop from between 35% and 50%—depending on the field—to just 12%. [3]
Oil companies were also frustrated that Libya’s state-owned oil company “stipulated that foreign companies had to hire Libyans for top jobs.” [4]
A November 2007 US State Department cable had warned that those “who dominate Libya’s political and economic leadership are pursuing increasingly nationalistic policies in the energy sector” and that there was “growing evidence of Libyan resource nationalism.” [5]
The cable cited a 2006 speech in which Gadhafi said: “Oil companies are controlled by foreigners who have made millions from them. Now, Libyans must take their place to profit from this money.” [6]
Gadhafi’s government had forced oil companies to give their local subsidiaries Libyan names. Worse, “labor laws were amended to ‘Libyanize’ the economy,” that is, turn it to the advantage of Libyans. Oil firms “were pressed to hire Libyan managers, finance people and human resources directors.” [7]
The New York Times summed up the West’s objections. “Colonel Gadhafi,” the US newspaper of record said last year, “proved to be a problematic partner for international oil companies, frequently raising fees and taxes and making other demands.” [8]
To be sure, that private oil companies and the US government objected to Gadhafi’s pro-Libya economic policies doesn’t prove that NATO intervened militarily to topple the Gadhafi government. But it is consistent with a panoply of evidence that points in this direction.
First, we can dismiss the West’s claims that it pressed its military alliance into service on humanitarian grounds. As civil strife heated up in Libya, a Saudi-led alliance of petro-monarchies sent tanks and troops to crush an uprising in Bahrain. The United States, Britain and France—leaders of the intervention in Libya—did nothing to stop the violent Bahraini crackdown. Significantly, Bahrain is home to the US Fifth Fleet. Equally significantly, its economic policies—unlike Libya’s under Gadhafi—are designed to put foreign investors first.
Second, without exception, countries that are the object of Western regime change efforts—North Korea, Syria, Venezuela, Cuba, Zimbabwe, Belarus, Iran—have set the economic interests of some part of their populations, or all of it, above those of foreign investors and foreign corporations. True, the economic policies of India, Russia and China are nationalist to some degree, and yet these countries do not face the same extent of regime change pressures, but they are too large for a US alliance to conquer without an onerous expense in blood and treasure. The West targets the weak.
Finally, Western governments are dominated by major investors and corporations. Corporate and financial domination of the state happens in a number of ways: lobbying; the buying of politicians through political campaign funding and the promise of lucrative post-political jobs; the funding of think-tanks to recommend government policy; and the placement of corporate CEOs and corporate lawyers in key positions in the state. To expect that foreign policy is shaped by humanitarian concerns and not the profit-making interests of oil companies, arms manufacturers, exporters, and engineering firms seeking infrastructure and reconstruction contracts aboard is to ignore the enormous influence big business and big finance exert over Western states.
In some parts of the world, the arrangement is different. There, governments have organized their economies to serve their citizens, rather than organizing labor, the country’s markets and its natural resources to serve outside investors and foreign corporations.
For refusing to give their citizens’ lives over to the enrichment of foreign titans of finance and captains of industry, these countries are made to pay a price. Their leaders are vilified by scurrilous propaganda and threatened with prosecutions by international criminal tribunals funded and controlled by Western states; they’re targeted by economy-disrupting blockades and sanctions whose chaotic effects are dishonestly blamed on the governments’ “mismanagement” and “unsound” economic policies and whose aim is to create widespread misery to pressure populations to rise up against their governments; fifth columns are created with Western funding and support to engineer regime change from within; and the omnipresent threat of outside military intervention is maintained to pressure the countries’ governments to back down from putting their citizens’ interests first.

Gadhafi’s sins weren’t crimes against humanity but actions in its service. His reputation blackened, government overthrown, country besieged from without and destabilized from within, his life was ended for daring to enact a radical idea—pressing the economy into the service of the people of his country, rather than the people of his country and their natural resources into the service of foreign business interests.

May 6, 2012

Endnotes
1,2. Benoit Faucon, “For big oil, the Libya opening that wasn’t,” The Wall Street Journal, May 4, 2012.
3, 4. Guy Chazan, “For West’s oil firms, no love lost in Libya,” The Wall Street Journal, April 15, 2011.
5,6,7. Steven Mufson, “Conflict in Libya: U.S. oil companies sit on sidelines as Gaddafi maintains hold,” The Washington Post, June 10, 2011.
8. Clifford Kraus, “The scramble for access to Libya’s oil wealth begins,” The New York Times, August 22, 2011.



venerdì 17 febbraio 2012

Homs, un testimone racconta il terrore: sono gruppi armati, non è Damasco




IL siriano di cui ho raccolto la testimonianza vive a Homs, nel quartiere dove è stato ucciso Gilles Jacquier [giornalista francese, inviato di Antenne 2, morto lo scorso 11 gennaio, n.d.t.] e insieme a lui otto simpatizzanti siriani del governo Assad. I colpi di cannone cadevano intorno al suo edificio mentre parlavamo. Paralizzato dalla paura e dall’angoscia di una morte in agguato, parlava a voce bassa, con difficoltà.
di Silvia Cattori
Febbraio 2012
Crediamo al quadro raccontato con sobrietà da questo uomo, padre di due figli. Crediamo alla sua sincerità. Ciò che lui afferma contraddice quanto affermano le autorità politiche - implicate nel conflitto - e i nostri media che persistono nel negare la realtà; ad attribuire distruzioni ed assassini alle forze armate siriane e affermare, a torto, che torturano bambini, violentano ragazze, uccidono intenzionalmente civili.
Ponendo il veto alla risoluzione proposta da Occidente e alleati arabi dei paesi del Golfo, Cina e Russia hanno dimostrato di non essersi lasciate ingannare da questa colossale disinformazione. Ma, dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU si è riunito, le bande armate in Siria hanno raddoppiato i loro attacchi selvaggi sentendosi evidentemente forti del sostegno della cosiddetta «comunità internazionale».
Silvia Cattori: In un articolo del 4 febbraio, il giornalista della AFP, Khaled Soubeih [1], afferma che, secondo i militanti anti-regime, «durante la notte, forze del regime hanno bombardato a colpi di mortaio e carri armati diversi quartieri ribelli come Baba Amro, Bab Dreib, Bab Sebaa, Bayada, Wadi Araba, e soprattutto Khaldiyé». Il Consiglio nazionale siriano (CNS) parla di 260 morti e centinaia di feriti. È questo quanto accaduto, secondo lei, nella notte tra venerdì 3 e sabato 4 febbraio 2012?
Risposta: Sparano da ogni parte.. vogliono uccidere.. I loro colpi hanno ucciso 20 militari che si trovavano nel nostro quartiere (Hadara).. Sono loro che sparano e ci bombardano. Li sente? Stanno bombardando il nostro quartiere proprio ora [11, 40 di domenica 5 febbraio]. Sparano e uccidono all’impazzata tanto gli alauiti che i sunniti nei quartieri che controllano.
Silvia Cattori: Ma quando dice «loro», a chi si riferisce?
Risposta: Parlo dell’opposizione armata contro Bashar [il presidente siriano Bashar Assad, n.d.t.].
Silvia Cattori: Si sono viste immagini che mostravano oppositori davanti a decine di corpi ricoperti da lenzuola bianche e si diceva che erano stati uccisi nel quartiere di Khaldiyé. Quindi secondo lei erano corpi di civili e militari uccisi dai gruppi armati?
Risposta: Sì. Li hanno uccisi loro. Tra questi corpi, persone del nostro quartiere hanno riconosciuto persone che erano state rapite [2], alcuni da molto tempo. Molta gente è stata portata via. I prelevamenti sono cominciati ad aprile.
Silvia Cattori: Tra questi corpi è stato riconosciuto qualcuno che lei conosceva? Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ha parlato di 100 bambini uccisi a Homs l’altro giorno..
Risposta: Parenti del mio quartiere hanno riconosciuto, tra i cadaveri, una ventina di uomini che erano stati rapiti. Portavano segni di torture. Non hanno potuto vedere tutti i corpi. Non hanno visto donne né bambini tra i cadaveri. Hanno visto corpi di uomini, gente scomparsa, di parenti, che presentavano sicuramente tracce di torture apparentemente anteriori alla morte; hanno assicurato che questi uomini erano stati prelevati tempo prima, che sembravano essere stati giustiziati, non uccisi dalle cannonate.
Silvia Cattori: Sa quante persone sono state prelevate da questi gruppi armati da aprile?
Risposta: Non si sa con esattezza.. ma molti uomini sono scomparsi. Tra loro c’è un mio cugino. È stato rapito 15 giorni fa. Non se ne ha più alcuna notizia. Ci sono famiglie, qui, che hanno figli, padri, zii, rapiti. Si stima che circa 400 persone sono state prelevate, scomparse.
Conosco un altro caso recente. Il fratello di una amica. È partito in auto il 24 gennaio e non è stato più visto. La sua famiglia ha avuto notizie 4 giorni fa, i rapitori chiedevano un riscatto, una grossa cifra. È accaduto che il denaro è andato perso, il mediatore è stato ucciso in strada..
Silvia Cattori: Ma qui si dice che è l’esercito che stupra, tortura i bambini.. Chi legge dirà che forse è proprio l’esercito a far sparire le persone..?
Risposta: Quello che lei dice non è quello che noi vediamo qui. Sono gli oppositori armati che assediano, rapiscono, uccidono e torturano i bambini di cui poi vediamo le foto su Al Jazeera. Attribuiscono i loro crimini all’armata siriana. Le distruzioni, i morti, i feriti... la responsabilità è degli oppositori armati.
Silvia Cattori: Sempre a proposito di questi 260 civili uccisi [3] «tra cui un centinaio di bambini e donne» che sarebbero morti sotto le cannonate dell’esercito di Assad nel sobborgo di Khaldiyé, a Homs, la notte di venerdì 3 febbraio, e che hanno emozionato il mondo; c’è qualcosa che non torna. Dunque, tra i corpi esposti a Khaldiyé non si vedono donne né bambini. Si vedono giovani uomini i cui corpi portano segni di torture. Non sembrano essere stati uccisi negli scontri, in seguito ai bombardamenti. Tutto ciò conferma quanto ci ha appena detto. Ovvero che le uccisioni sono opera dei gruppi armati. È importante chiarire questo punto; se quello che lei dice è vero - che i corpi mostrati sono quelli di persone che gli oppositori avevano prelevato e giustiziato - questo incrimina coloro che, come Obama e Sarkozy, sostengono gli oppositori, coprono le loro atrocità perché vogliono la fine di Assad, ad ogni costo. Ci sono foto di edifici che sono stati bombardati?
Risposta: Sì. Hanno bombardato Hadara, il nostro quartiere (dove è stato ucciso anche Gilles Jacquier - Nda) venerdì notte. I colpi venivano da Baba Amro, Bab Dreib, Bab Sebaa, Khaldiyé.. in ogni direzione. Ma non sparavano da posti in cui si trovavano le forze armate governative che sono qui nel nostro quartiere per proteggerci. È un piccolo quartiere il nostro.
Silvia Cattori: Ma, allora, quello che raccontavano Siriani al telefono al giornalista dell’AFP non è vero?
Risposta: No, non è vero. Loro hanno armi pesanti. Hanno preso il controllo di Baba Amro, Bab Dreib, Bab Sebaa, Bayada, Khaldiyé... Distruggono, uccidono, feriscono. Stanno bombardando, proprio ora... Sono loro (i gruppi islamisti armati) che fanno esplodere i palazzi, che minacciano le persone, ovunque, non solo nel nostro quartiere. Ci sono colpi, in questo momento, che arrivano da diverse parti. Gli abitanti chiamano l’esercito in aiuto.
Silvia Cattori: Ha paura, ora?
Risposta: Sì, siamo terrorizzati. È molto pericoloso per noi.
Silvia Cattori: Si fatica a capire come questi gruppi possano «controllare» la popolazione di interi quartieri nella città di Homs.. ?
Risposta: Sono entrati nei quartieri, si sono installati con il terrore; tengono la popolazione sotto minaccia, li obbligano a collaborare se vogliono protezione, li obbligano a chiudere i loro negozi, le scuole.
Silvia Cattori: Qual è la parte più difficile per voi che siete sotto i loro colpi?
Risposta: Non si può uscire, non si possono vedere le altre persone, si vive nel terrore permanente che una bomba ti cada addosso e ti uccida. Non siamo più sicuri... Non posso andare a lavorare, fuori ci sono continui bombardamenti. Ci ammazzano non appena mettiamo la testa fuori; la casa del mio vicino è stata distrutta...
Silvia Cattori: Da quando la situazione è divenuta insostenibile?
Risposta: Da due giorni le cose stanno andando sempre peggio ma la situazione ha cominciata ad aggravarsi nell’ultima settimana.
Silvia Cattori: Avete l’impressione che l’amministrazione di Assad non faccia quanto necessario per proteggervi?
Risposta: Fanno del loro meglio in un contesto molto difficile.
Silvia Cattori: I giornalisti dei media tradizionali parlano di manifestazioni pacifiche, una rivoluzione che promette democrazia...
Risposta: No, non ci sono manifestazioni pacifiche da parte loro. Tutte le manifestazioni sono violente, sono incitamento alla violenza.
Silvia Cattori: Quello che dice attesta che, ciò che i politici e i media qualificano da noi come «militanti pro-democrazia», sono in realtà gruppi armati che terrorizzano la popolazione. È in ogni caso una dolorosa equazione. Cosa prova quando sente Alain Juppé et Gérard Araud, ambasciatore francese all’ONU, dare ragione a questi oppositori armati che vi uccidono, rapiscono, e uccidono i soldati che, pur con le migliori intenzioni, non riescono a proteggervi?
Risposta: Cosa provo? Tristezza. Sono molto triste per il mio paese, il mio popolo... non smetto di domandarmi perché mentono... noi siamo qui, di fronte all’ignoto... Ringrazio la Russia e la Cina per aver posto il loro veto al Consiglio di sicurezza. Se anche loro lasciassero fare quello che vogliono agli altri paesi, ciò che è accaduto in Libia arriverebbe anche qui, ma molto peggio... Vorrei dire ai giornalisti e ai responsabili politici che con le loro menzogne, le loro parzialità a favore degli oppositori armati che ci terrorizzano, distruggono lo spirito e soprattutto l’anima dei nostri giovani.
Silvia Cattori: La ringraziamo per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Faremo del nostro meglio per fare conoscere la vostra testimonianza.
Sgomenta per quanto avevo appena ascoltato, ho abbassato la cornetta ben sapendo che i nostri politici e media non avrebbero nemmeno ascoltato [4]. (5 febbraio 2012)
Post scriptum
Questa mattina, 6 febbraio, mentre ci apprestavamo a pubblicare questa testimonianza, sentendo dire su France Culture che l’esercito siriano stava martellando incessantemente da sabato gli oppositori, e l’ospite del mattino, Salam Kawabiki, oppositore siriano residente a Parigi, lamentarsi per il fatto che «sfortunatamente i media del regime sono ripresi da siti di estrema destra francesi..» [5], abbiamo drizzato le orecchie. Salam Kawabiki parlava di più di 400 morti tra gli oppositori durante la notte di venerdì. Oppositori che egli rappresentava come assolutamente pacifici, che manifestavano e cantavano, anime di una rivoluzione che aveva «risvegliato lo spirito siriano».
Non ci abbiamo creduto. Tutto ciò che diceva sapeva di propaganda, non collimava in alcun modo con quanto, da mesi, i nostri contatti da Homs, terrorizzati dagli oppositori armati, dicevano e ripetevano. Li abbiamo ricontattati per domandare ancora chi stesse attaccando quel giorno. Ci hanno detto: «Oggi i gruppi armati hanno attaccato il centro di comunicazione; hanno fatto esplodere edifici nei quartieri di al-Nazihin e di al-Inshaat; hanno minacciato di far saltare altri palazzi in altri quartieri; sui tetti ci sono copertoni che bruciano [6]; gli abitanti chiedono il soccorso dell’esercito».
Silvia Cattori
Per motive precauzionali non indichiamo il nome del nostro corrispondente.
Questa intervista non avrebbe potuto essere realizzata senza il prezioso sostegno di Rim, una giovane Siriana.
URL di questo articolo:http://www.silviacattori.net/article2800.html
Traduzione a cura di Simone Santini per clarissa.it. (10.02.2012):

Testo originale in francese (06.02.2012):

[1] «Siria: shock e orrore nella città devastate di Homs», Khaled Soubeih, (AFP) 4 febbraio 2012.
[2] Anche monsignor Jean-Clément Jeanbart, metropolita melchite greco-cattolico di Aleppo, sostiene che «persone sono uccise in pieno giorno, altre rapite da criminali che chiedono elevati riscatti» Si veda:

[3] Il corrispondente della BBC in arabo, che si trovava a Homs dalla parte dei ribelli, stimava in 50 il numero dei morti (non 260), precisando che, in quel caos, il conteggio era davvero difficile.
[4] Si veda : «Les Syriens sont une majorité à soutenir le président Assad, mais ce n’est pas des médias occidentaux que vous pourriez l’apprendre» [La maggioranza dei Siriani sostiene il presidente Assad ma non lo saprete mai dai media occidentali], di Jonathan Steele, The Guardian, 17 gennai2012.
[5] Ci sono numerosi siti di informazione, in Francia, di diverso orientamento, che pubblicano autori seri e imparziali (e traducono allo stesso tempo autori stranieri come MAHDI DARIUS NAZEMROAYA, BILL VAN AUKEN, PEPE ESCOBAR, JEREMY SALT, JONATHAN STEELE, ecc.), infinitamente più credibili, a proposito di quel che succede in Medio e Vicino Oriente, di giornalisti come Christophe Ayad o Georges Malbrunot, pubblicati da Le Monde e Le Figaro.
[6] Due giorni fa, su Facebook, sedicenti «rivoluzionari democratici amanti della libertà» avevano chiamato a incendiare pneumatici sui tetti degli edifici di Homs.



immagini inserit da internet  da autori Blog amici di Cuba gruppo Italo Calvino Piombino V.di Cornia (LI) Toscana Italia