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mercoledì 29 febbraio 2012

Comité Internacional por la Libertad de los 5 Cubanos - La Situación de Roberto González-Comitato Internazionale per la Libertà dei 5 Cubani -La Situazione de Roberto González


Comité Internacional por la Libertad de los 5 Cubanos
La Situación de Roberto González

Desde hace dos años, Roberto González, el querido hermano  de René,  brillante abogado del equipo de  la defensa,  está dando una  batalla colosal por la vida.
Lo está haciendo con la dignidad y la fuerza que caracteriza a Roberto y René.  Tiene el amor de su esposa Sarita que lo acompaña permanentemente, de sus dos maravillosos hijos, de sus sufridos padres Irma y Cándido, de sus sobrinas  Irmita e Ivette, de todos sus familiares y de los muchísimos amigos que en esta batalla por la libertad de los Cinco lo hemos visto brillar durante todos estos años A su disposición se ha puesto lo más avanzado de la medicina cubana. Pero a Roberto le falta algo importante, le falta el abrazo de su hermano mayor, le falta René. En circunstancias tan difíciles como las que atraviesa Roberto, la presencia de René tal vez sea una de las mejores medicinas que necesita hoy. 
Roberto y su esposa nos pidieron que les hagamos llegar su saludo y agradecimiento ante las muchas muestras de apoyo y cariño que reciben a diario, y  la certeza que seguirá luchando por la vida. 



El abogado de René ha solicitado  que se le permita viajar  de inmediato a La Habana por dos semanas, para  acompañar a Roberto, sus padres y familia en momentos como estos. Lo que está solicitando su abogado es elemental, René ha permanecido por 13 largos años en prisión, ya cumplió su injusta condena y ha dado muestras suficientes del cumplimiento de su libertad supervisada durante estos 5 meses, donde persiste la prohibición a ser visitado por su esposa. 

Solo  se está pidiendo un poco  de humanidad, un alt al fuego, una tregua en medio de tanta crueldad, de tanto daño permanente, de tanto odio. Solo una pequeña tregua que mitigue el sufrimiento enorme de esta familia. René debe retornar a Cuba de inmediato.  Estados Unidos debe autorizarlo cuanto antes. 

Comité Internacional por la Libertad de los 5 Cubanos

Comité Internacional por la Libertad de los 5 Cubanos 
 Para información actualizada visite:  
www.thecuban5.org 


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Comitato Internazionale per la Libertà dei 5 Cubani


Da due anni il caro fratello di Renè brillante avvocato del collegio di difesa dei cinque sta combattendo una colossale battaglia per la vita, lo sta facendo con la stessa dignità e forza che caratterizza Roberto e Renè.
Ha l'amore di sua moglie Sarita che lo accompagna sempre,dei suoi meravigliosi figli,dei sofferenti padri Irma e Candido,, dei suoi nipoti Irmita e Ivette, di tutti i suoi familiari e moltissimi amici che in questa battaglia per la libertà dei cinque lo hanno visto brillare duranre tutti questi anni.
Roberto e sua moglie ci hanno chiesto che facciamo loro arrivare il suo saluto e gratitudine davanti alle molte dimostrazioni di appoggio ed affetto che ricevono ogni giorno e la certezza che continuerà a lottare per la vita.
A sua disposizione cè la più avanzata medicina cubana. Ma a Roberto gli manca qualcosa di importante, gli manca l'abbraccio di suo fratello maggiore, gli manca René. In circostanze tanto difficili come quelle che attraversa forse Roberto, la presenza di René sarebbe una delle migliori medicine che necessita oggi.
L'avvocato di René ha sollecitato che gli sia permesso immediatamente viaggiare a L'Avana per due settimane, per essere vicino a Roberto, ai suoi i suoi genitori e famiglia, in momenti come questi. Quello che sta sollecitando il suo avvocato è elementare, René è rimasto per 13 lunghi anni in prigione, scontando già la sua ingiusta condanna e ha dato segni sufficienti del compimento della sua libertà soprintesa durante questi 5 mesi, dove persiste la proibizione ad essere visitato da sua moglie.
Solo stá chiedendo un poco di umanità, uno stop al fuoco, una tregua in mezzo a tanta crudeltà, di tanto permanente danno , di tanto odio. Solo una piccola tregua che mitighi la sofferenza enorme di questa famiglia. René deve ritornare immediatamente a Cuba. Gli Stati Uniti devono autorizzarlo quanto prima.
Traduzione( By Sandino) Da scusare eventuali errori.


La Situazione de Roberto González


venerdì 24 febbraio 2012

Senza sicurezza Renè l’antiterrorista cubano in libertà vigilata,.... Il Coordinamento per i Cinque alta Maremma Toscana è membro del Comitato Italiano giustizia per i Cinque.


Il Coordinamento per i Cinque alta Maremma Toscana è membro del Comitato Italiano giustizia per i Cinque.

Il coordinamento per la libertà dei dei cinque eroi cubani alta Maremma Toscana, che da Piombino, Follonica si spinge fino e oltre le colline metallifere informa che adesso è membro del Comitato Italiano Giustizia per i Cinque e parteciperà alle più importanti manifestazioni , inoltre come accade già da anni continuerà a diffondere l' informazione giusta sui 5 eroi alle varie feste di zona, il 25 aprile a Montieri (GR), il 1° magggio alla Leccia (Castelnuovo val di Cecina -Pi ) alla 16a Festa internazionalista dal 19 al 22 luglio alla pinetina di Riotorto alle feste di Liberazione. Piombino e Castelnuovo v.di Cecina.

Questa è stata la gradita risposta inviata da Haidi Giuliani Presidente del Comitato italiano giustizia per i cinque alla richiesta di adesione al comitato nazionale da parte del coordinamento per la libertà dei cinque alta Maremma.

“che bella questa richiesta di adesione!!
Penso che dovremmo subito:
per prima cosa rispondere accettando la richiesta e ringraziando;
in seguito comunicare l'adesione dei compagni toscani a tutti i circoli e le associazioni filocubane nella speranza che altri vogliano seguire l' esempio.
Credo che il nostro Comitato potrà lavorare meglio e con maggiore efficacia se potrà contare su una rete di compagni attivi in ogni regione."

Ringrazio Franco per la bella notizia

Haidi

Senza sicurezza Renè l’antiterrorista cubano in libertà vigilata
Roberto Hernández

L’avvocato statunitense Phill Horowitz ha di nuovo rivelato i suoi timori per la sicurezza e la salute del suo rappresentato, l’antiterrorista René González, che vive in libertà vigilta dopo aver scontato 13 anni d’ingiusta reclusione.
Durante un’intervista diffusa dal programma cubano radio-televisivo Tavola Rotonda Informativa, Horowitz ha assicurato che hanno chiesto il suo ritorno Cuba perchè negli Stati Uniti non può nemmeno ricevere un’adeguata assistenza sanitaria.
Dato che non può avere un’assicurazione sulla salute, dovrebbe pagare di tasca sua, ha detto l’avvocato, vincolato dal 1998 al caso di René e dei suoi compatrioti Gerardo Hernández, Ramón Labañino, Antonio Guerrero e Fernando González.
“Vedo di frequente René, e so che non può ricevere nemmeno un’adeguata assistenza dentistica, dopo un’urgenza presentata”, ha detto, senza scendere in dettagli.
Horowitz ha affermato che non può rivelare dove vive René, per la sua sicurezza, per proteggerlo di fronte al pericolo che corre dalla sua liberazione, in libertà vigilata, lo scorso 7 ottobre.
“Non è per mancanza di fiducia... ho fiducia in tutti a L’Avana, ma è per la sua sicurezza”, ha sottolineato, e riferendosi alla prossima azione per sollecitare il ritorno di René a Cuba, l’avvocato ha insistito che non esiste un calendario per farlo, perchè dipende esclusivamente dalla giudice.
Si è dimostrato ottimista però, parlando di una soluzione favorevole, dato il buon comportamento dell’antiterrorista, uno dei Cinque, come sono conosciuti nel mondo intero, nelle campagne per la loro scarcerazione.
“I 13 anni in prigione sono stati davvero molto duri e i quattro mesi separato dalla moglie e dalle figlie, dalla famiglia e dalla Patria, sono insultanti”, ha dichiarato, segnalando che le Corti non possono ignorare che è un cittadino cubano separato a forza dalla sua famiglia.
“René, ha ricordato, non può compiere quello che fa qualsiasi ex detenuto in libertà vigilata: dormire nel suo letto e vivere con la sua famiglia per reinserirsi nella società. Mi spiace molto non poter dire quanto tempo durerà questa situazione e cosa risponderà la giudice”, ha aggiunto.
“René voleva tornare per partecipare alla Maratona de l’Avana”, ha commentato parlando dello stato fisico del patriota cubano che correva in carcere e ancora oggi lo fa.
(Traduzione Granma Int.)

Libertà per i Cinque, già!
I cubani residenti in Haiti chiedono al Papa d’intercedere per i Cinque
I cubani residenti in Haiti hanno consegnato nella sede della Nunziatura di Port au Prince una lettera indirizzata al Papa Benedetto XVI, con cui gli chiedono d’intercedere, negli Stati Uniti per la libertà dei Cinque antiterroristi cubani, ingiustamente condannati in questo paese e reclusi da più di 13 anni.
La lettera firmata dai membri dell’Associazione dei cubani residenti e discendenti, in Haiti (ACRDH), e da haitiani amici di Cuba, è stata consegnata alla massima rappresentazione della Chiesa cattolica in questo paese dei Caraibi. Inoltre denuncia i 50 anni di crudele blocco imposto contro Cuba dai successivi governi degli Stati Uniti, e chiede a Sua Santità la mediazione per far sì che il governo di Washington ordini l’immediata liberazione di Gerardo Hernández, Antonio Guerrero, Fernando González, Ramón Labañino e René González, “perchè possano tornare nella Patria che li ha visti nascere”.
Questa azione fa parte delle iniziative che si organizzano ogni mese in Haiti per diffondere la verità sul caso dei Cinque, in appoggio alla lotta per la loro definitiva liberazione. La lettera è stata inviata anche alle emittenti radiofoniche e ai media della stampa di Haiti per la divulgazione tra l’opinione pubblica. (Traduzione Granma Int.)

Fanno un appello ai giuristi per lavorare per il ritorno dei Cinque cubani

L'Avana, 22 feb (Prensa Latina) Il presidente del Parlamento cubano, Ricardo Alarcon, ha fatto un appello ai membri dell'Unione Nazionale dei Giuristi di Cuba (UNJC) ad intensificare gli sforzi per un rapido ritorno all'isola dei Cinque cubani incarcerati negli Stati Uniti.
Intervenendo nella chiusura del VII Congresso dell'UNJC nel Palazzo delle Convenzioni della capitale, Alarcon ha affermato che i Cinque starebbero già a Cuba se tutti i giuristi fossero capaci di cooperare con spirito e volontà.
Antonio Guerrero, Fernando Gonzalez, Ramon Labañino, Renè Gonzalez e Gerardo Hernandez sono stati condannati ad esagerate pene per informare su piani di azioni violente contro Cuba forgiati da gruppi terroristi situati in territorio nordamericano.
Se vogliamo compiere il nostro dovere in questo momento
-ha detto Alarcon ai delegati - dobbiamo essere capaci di lavorare duramente in questo senso nel nostro azionare quotidiano senza nessuna retorica.
Dobbiamo utilizzare le chiamate nuove tecnologie dell'informazione, principalmente per arrivare al popolo statunitense, suggerì il presidente dell'Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba.
Previamente in una dichiarazione, gli esperti ripudiarono la violazione dei principi basilari ed elementari della giustizia nel processo dei Cinque, come la violazione del dovuto processo legale, ed il diritto ad un giudizio giusto con una giuria imparziale, il quale fu animato per le pressioni dell'amministrazione nordamericana.
Washington trasformò questo caso semplice in una vendetta politica, sfumata per l'occultamento e tergiversazione dell'evidenza, sottolinea il testo.
Criticarono il pagamento di stipendi e donazioni ai mezzi di comunicazione di Miami affinché pubblicassero bugie e fallacie sui Cinque chiamandoli “spie” col proposito di creare un clima avverso ed ostile verso gli accusati, per avere poi influenza decisivamente sul verdetto del giurato e la sentenza della giudice.
L'UNJC chiamò giudici, avvocati ed ad organizzazioni di giuristi in maniera generale a denunciare questa ingiustizia coperta dal silenzio dei grandi monopoli dell'informazione che occultano la verità sul caso.
Ig/joe

martedì 21 febbraio 2012

I 5 cubani ringraziano per la solidarietà degli universitari/Documento:Contro Cuba il solito,triste mercato Usa dei diritti umani.




I Cinque cubani ringraziano per la solidarietà degli universitari
L'Avana, 20 feb (Prensa Latina) I Cinque cubani incarcerati negli Stati Uniti da più di 13 anni ringraziarono gli universitari riuniti in un congresso internazionale a L'Avana per la solidarietà con la loro causa.
Grazie nuovamente per questa opportunità e per tutto quello che fate, giorno per giorno, per la nostra causa, per la nostra libertà, espressero Renè Gonzalez, Gerardo Hernandez, Antonio Guerrero, Fernando Gonzalez e Ramon Labañino, il primo di questi in libertà vigilata.
Siamo convinti che un giorno di questi potremo chiacchierare in una riunione tutti insieme, espresse la missiva letta nella chiusura di Università 2012, nella quale hanno partecipato circa tre mila 500 delegati di 67 paesi.
Raccomandarono ai partecipanti incorporare tutti gli sviluppi scientifici ottenuti nei centri universitari e di investigazione, con enfasi nell'area delle comunicazioni per usare vie rapide ed effettive per l'unità.
Con l'uso delle reti sociali potremmo aumentare la capacità di mobilizzare e la rapidità al servizio delle migliori cause, hanno detto Renè, Gerardo, Antonio, Fernando e Ramon, gli ultimi quattro sono da 13 anni in prigioni nordamericane.
I Cinque, lodarono i passi dell’America Latina per l'unità, contro i grandi centri di potere.
Nella giornata conclusiva la Rete dell’università in solidarietà con I Cinque, con più di quattro mila membri in 72 paesi, ha confermato la volontà di incrementare la lotta per la liberazione di questi uomini che hanno compiuto l’unico delitto di voler difendere il loro paese dalla violenza dei gruppi anticubani nella Florida.
Ig/ro 

Contro Cuba il solito, triste mercato Usa dei diritti umani
Il meccanismo è sempre lo stesso, lo ha inventato l’ex Presidente nordamericano Ronald Reagan negli anni Ottanta e, come ha spiegato il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchú, si tratta di un vero e proprio “mercato dei diritti umani”. È basato sulla costruzione mediatica di un incidente, uno scandalo, spesso falso, per gettare discredito su un obiettivo strategico per gli Stati Uniti - nel caso particolare, come altre volte, la Revolución cubana - e poi tenere in piedi questa tensione finché è possibile o l’accusa, col tempo, non crolla per inconsistenza.
Nel 2010 la campagna dopo la morte in carcere del discusso dissidente cubano Osvaldo Zapata a seguito di uno sciopero della fame durò quasi sei mesi, con grande dispendio di fondi pubblici Usa, e poi, non essendo riuscita a montare il discredito internazionale sperato, finì da un giorno all’altro, senza alcuna spiegazione.
Nel maggio 2011 fu montato, invece, il caso di Juan Wilfredo Soto, un altro presunto dissidente morto, questa volta, “per le percosse della polizia”. Ma il caso si smontò in un paio di giorni, dopo che perfino i suoi parenti più stretti testimoniarono ai media di tutto il mondo che il loro congiunto era stato ben curato ed era morto per le conseguenze di una pancreatite e di un’insufficienza renale.
Certo, è disdicevole e assolutamente inaccettabile che un cittadino di un paese decida, quale che sia il motivo della sua protesta, uno sciopero della fame e non si sia in grado di farlo desistere prima che muoia.
Ma il “nuovo” caso di questi giorni, quello della morte per polmonite di Wilman Villar, un presunto dissidente cubano della provincia di Oriente condannato, secondo la nota ufficiale del governo, a 4 anni per “oltraggio, attentato e resistenza”, ha tutte le caratteristiche per sembrare qualcosa di già visto e sentito e per farci domandare perché, anche nell’epoca del Presidente Obama, il governo di Washington continui a tormentare Cuba e a credere di poter risolvere, con i soliti mediocri metodi, la cinquantennale sconfitta finora subita nel tentativo di piegare la Rivoluzione ai propri obiettivi riguardo all’America Latina.
Non è solo importante verificare se, come pare insmentibile, Villar sia finito in carcere e poi condannato a 4 anni per aver aggredito sua moglie, provocandole lesioni al viso [tanto che a chiamare la polizia era stata la suocera] e per avere, successivamente, resistito all’arresto aggredendo gli agenti della Pnr [Policía nacional revolucionaria].
È triste, però, constatare che i dissidenti a Cuba, veri o falsi che siano, continuano a essere, mezzo secolo dopo, ancora merce in mano a gruppi che ne fanno traffico e che, in modo macabro, cercano di sfruttare perfino il disagio dei più fragili. Sembra infatti che a Villar, che si era avvicinato in carcere alla dissidenza, avevano fatto credere che l’eventuale appartenenza a gruppi controrivoluzionari gli avrebbe assicurato aiuti esterni nella sua lotta contro la condanna.
Quello che risulta insopportabile, però, è che, per esempio, il 2 novembre scorso, negli uffici del Dipartimento di stato a Washington, abbia avuto luogo, secondo quanto hanno affermato i mezzi d’informazione di Miami, una riunione tra Peter Brennan, direttore dell’ufficio che, nel ministero degli esteri Usa, si occupa di Cuba, e il presidente del Movimento Democrazia, Ramón Saúl Sánchez, erede, nelle operazioni contro l’isola, della famigerata Fondazione cubano-americana di Miami. In questa riunione Brennan avrebbe dato il suo via libera a un’azione dimostrativa da tenersi il 9 dicembre 2011, giorno in cui una flottiglia di piccole navi avrebbe messo in piedi un’iniziativa di disturbo basata per tre ore sull’emissione di luci e fuochi d’artificio con slogan visibili non solo da l’Avana, ma anche da Pinar del Río e da Matanzas, con l’obiettivo [pur avendo avuto dalla Casa Bianca la raccomandazione di non sconfinare nelle acque territoriali cubane] di creare tensioni, disturbi alla navigazione aerea e inquietudine in una parte della popolazione.
Non ha importanza che poi, date le pessime condizioni del tempo, questa buffonata non abbia avuto luogo. Quello che ci domandiamo è cosa sarebbe successo se la provocazione fosse avvenuta al contrario e fosse stata un’entità cubana a disturbare la sicurezza magari della Florida, o perché questi dispetti da infanzia capricciosa debbano tornare in auge, come ai tempi in cui gli Stati Uniti tentarono di far subire alla popolazione dell’isola la propaganda di Radio e Tele Martí, un’iniziativa costosa ma finita nel ridicolo.
Tutto questo a che cosa serve? Forse a far reputare Cuba ingombrante dalla nascente Comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi [Celac]? Crediamo che Hillary Clinton sappia perfettamente quanto il vecchio assetto dell’America latina sia tramontato e come il continente stia irrimediabilmente con Cuba.
Anche se la realtà politica è mutata dai tempi di Bush jr, pronto a stanziare nel 2008 150 milioni di dollari “per cambiare faccia a Cuba”, evidentemente gli Stati Uniti di Obama continuano a credere, come ho detto, in questo modo triste di fare politica e di cercare di cambiare un contesto dove falliscono da 50 anni. Non a caso, anche per questo 2012 di crisi totale il governo di Washington ha trovato oltre 20 milioni di dollari per tentare di destabilizzare la Rivoluzione. Lo ha scritto recentemente Eva Golinger, prestigiosa giornalista e avvocato con doppia cittadinanza venezuelana e nordamericana, con studio a New York, citando alcune notizie desecretate da Wikileaks, dove viene svelato che la logica degli Stati Uniti è quella di sovvenzionare, come negli anni Cinquanta, opposizioni di paesi governati da leader non approvati dalla Casa Bianca. Nel caso più recente si tratta di 5 milioni di dollari a chi, in Venezuela, si oppone a Chávez e i già citati 20 milioni a chi dovrebbe creare confusione, dissenso o quanto meno antipatia nei confronti della Rivoluzione cubana .
Ma anche stavolta i soldi sembra siano stati spesi male, perché la storia di Villar si è sgonfiata dopo appena 48 ore [dal 20 al 22 gennaio 2012].
In Italia, per esempio, ha voluto crederci solo Pierluigi Battista sul Corriere della sera, dimenticandosi perfino che, nel nostro democratico paese, nel 2011 ci sono stati 65 suicidi di detenuti nelle carceri, pur non essendoci al governo la deprecata Rivoluzione cubana. Forse è proprio perché l’opinione pubblica italiana, più che disinteressata è stufa di tanto vuoto cabaret che, deludendo Pigi, non reagisce come lui vorrebbe quando si affronta il tema Cuba.
Fare il giornalista è un mestiere che richiederebbe pazienza certosina per verificare quello che si afferma. Evidentemente quando Battista afferma stronzate tipo: “la Rivoluzione cubana ha mietuto in termini numerici più vite umane del regime di Pinochet”, o è in malafede o deve fare un “inchino” a qualcuno, o non ha avuto il tempo che hanno avuto comunicatori e cineasti prestigiosi come Michael Moore [Bowling a Columbine, Fahrenheit 9/11, Sicko], Oliver Stone [Platoon, Jfk, Nato il 4 di luglio, …] vincitore di 9 premi Oscar e autore di due documentari su Fidel Castro, o Steven Soderbergh [Erin Brockovich, Traffic, Ocean 11,12 e 13] e autore, tra l’altro, di due onestissimi e pregevoli film sulla vita di Ernesto Guevara, che, quando hanno affrontato il tema Cuba, lo hanno fatto, controllando fino all’esasperazione l’indiscutibilità della loro versione dei fatti, con una serietà sconosciuta all’ex-comunista Pigi.
D’altronde basterebbe domandare alle Agenzie dell’Onu sulla sanità, sull’educazione, sulla cultura, sull’ambiente e perfino sulla protezione civile, per sapere, al netto della propaganda di Usaid e Ned [agenzie della Cia], quale sia l’opinione che il mondo ha di Cuba, pur senza sottostimare errori e contraddizioni della Rivoluzione.
Insomma, il problema non è solo nei metodi scelti dai vari governi degli Stati Uniti quando hanno deciso che un paese è diventato fastidioso e non conveniente alla propria economia o alla propria supremazia politica, il problema sta anche nell’onestà intellettuale dei media, quindi dei giornalisti.
A novembre mi è capitato di leggere su l’Espresso, nella sezione dedicata al mondo, una lunga notizia titolata “È calato il gelo tra Castro e Obama”, dove, con molta circospezione, si affrontava il problema della carcerazione a Cuba del cittadino nordamericano Alan Gross “un contractor dell’agenzia Usaid [senza spiegare cos’è l’Usaid, ndr] condannato a l’Avana a 15 anni per crimini contro lo Stato. L’accusa è di aver installato reti internet clandestine per i dissidenti del regime, mentre gli Usa sostengono [e l’Espresso sembra crederci, ndr] che l’obiettivo di Gross era quello di aiutare la comunità ebraica dell’isola” [che invece sull’argomento ha preso le distanze]. L’Espresso poi spiega [si fa per dire] il secondo caso che avrebbe “gelato” le relazioni fra Barack Obama e Fidel Castro [di cui si dimentica però di segnalare che da 6 anni fa il pensionato a casa sua…]. È la storia di René Gonzáles, “una spia cubana [controllava gli anticastristi a Miami] liberata dopo 13 anni di detenzione, e che dovrà rimanere in Florida per i prossimi 3 anni in libertà condizionata. Una sentenza che ha scandalizzato Cuba perché espone Gonzáles alle ritorsioni dei nemici”.
L’Espresso in questa nota dimentica di dare alcune fondamentali indicazioni per capire non solo cosa si cela dietro alla notizia, ma anche chi ha ragione in questa diatriba, al di là del fatto che, per molti colleghi, gli Stati Uniti, per principio, sono sempre nel giusto.
Allora:
1] René Gonzales è uno dei cinque agenti dell’intelligence cubana che, alla fine degli anni Novanta furono infiltrati in Florida e smascherarono le centrali terroristiche che da lì preparavano e realizzavano attentati a Cuba. Nel corso degli anni le vittime sono state più di tremila, grossomodo quante quelle delle Torri gemelle.
2] I cinque fecero un buon lavoro, tanto che il governo de l’Avana si vide costretto a segnalare per via diplomatica a quello di Washington che queste centrali del terrore sul suo territorio erano pericolose anche per gli Stati Uniti, e che i faldoni con le prove raccolte erano a disposizione dell’apparato di sicurezza dell’allora Presidente Clinton, che inviò a Cuba tre funzionari dell’Fbi a cui fu consegnato il materiale. Ma invece di andare ad arrestare i terroristi, Washington decise di arrestare chi aveva scoperto i criminali.
3] Alla fine degli anni 90 un processo farsa a Miami [che, come hanno poi affermato insigni giuristi, doveva essere annullato per legittima suspicione e tentativo provato di condizionare i giudici] si era chiuso con condanne a pene tombali per i cinque cubani.
4] La Corte di appello di Atlanta, che ha giurisdizione su Miami, aveva annullato il processo in questione, mentre Alberto Gonzales, ministro della giustizia del subentrato Presidente George Bush jr, faceva pressione per portare da tre a nove i giudici d’appello e rivedere la sentenza. La questione era finita inevitabilmente alla Corte Suprema, che però si era rifiutata di intervenire, praticamente esautorando la corte d’appello di Atlanta.
5] I giornali e i network tv nordamericani ignorarono fino al limite del possibile questa storia inquietante, poi un gruppo di intellettuali e persone di buona volontà, con in testa Noam Chomsky [“il più prestigioso intellettuale del mondo”, come lo ha definito il New York Times] e, fra gli altri, l’ex ministro della giustizia Usa Ramsey Clark, il vescovo di Detroit Thomas Gumbleton e il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchú, decise di acquistare una pagina proprio sul New York Times, pagandola 60mila dollari, per far conoscere questa storia ripugnante ai cittadini della nazione bandiera della libertà di espressione del mondo occidentale.
Quando si dice democrazia e si giura di agire in difesa dei diritti umani. Ci vuole una bella faccia tosta.
David Angeli, un nostro lettore che, per la sua competenza sulla storia dell’America latina, ma anche per la sua ironia, si è guadagnato il diritto di pubblicare su questo numero della rivista un interessantissimo saggio sui 500 anni della colonizzazione culturale del continente, ci ha provocato, quando ha offerto il suo articolo, con un post scriptum molto accattivante: “Se non dovesse interessarvi il mio lavoro, vorrà dire che proporrò a Yoani Sánchez un articolo sul fatto che la mancanza di lacci fucsia per le scarpe e di orsetti gommosi a Cuba sia un’imperdonabile colpa della Rivoluzione”.
Il suo saggio “Piedras que son dioses [Pietre che sono dèi, ndt]” vale la pubblicazione per la sua profondità storica, ma anche per il merito di offrire l’occasione a questo giovane intellettuale di segnalare come le rituali note di malumore della bloguera cubana, incapace di leggere anche solo un dettaglio positivo nelle scelte della Revolución, rappresentino la barzelletta dell’interpretazione di un paese.
Yoani Sánchez, infatti, è molto conosciuta all’estero ma poco in patria, un po’ come succede ai “soliti” dissidenti cubani, secondo il parere dello stesso Jonathan Farrar, capo dell’ufficio di interessi degli Stati Uniti a l’Avana che [come ha recentemente rivelato Wikileaks, pubblicando la sua corrispondenza col Dipartimento di Stato] non ha nessuna fiducia nell’efficacia politica della dissidenza tradizionale, pur foraggiata generosamente da decenni proprio dall’ufficio che lui ora sovrintende. Farrar è così scettico da proporre al dipartimento di Hillary Clinton di provare magari a dare ancora più sostegno alla giovane bloguera. Vedessi mai il cambio generazionale potesse funzionare.
Quasi tutti i media italiani, ovviamente, hanno eluso questi particolari dei temi che Wikileaks ha svelato. Penso, da vecchio cronista che in molti casi si tratti dell’inguaribile e patetica abitudine di non disturbare le strategie convenienti agli Stati uniti d’America e a quel mondo, il nostro, che spesso di queste imprese è costretto a essere complice, se non vassallo, come per le guerre in Medio Oriente, irrisolte dopo più di 10 anni, o per la “storiaccia” di Gheddafi.
Insomma, l’ennesimo caso di colonizzazione politica, che fa seguito, in Sudamerica, a quella spagnola e portoghese e poi a quella più recente, dell’economia neoliberale.
La realtà è sempre più grottesca se si considera che, dopo la crisi innescata dalla criminale finanza speculativa degli Stati Uniti, a rischiare di più il baratro è l’Europa. Messa al muro, oltretutto, da meccanismi come le agenzie di rating cinicamente pilotate proprio dal capitalismo Usa che mira ad atterrare l’euro.
Ed è significativo, poi, rilevare che i paesi capaci in qualche modo di salvarsi sono il Brasile avviato a essere la quinta potenza economica del mondo, l’Argentina che dieci anni fa stava per fallire e si è salvata quando ha messo alla porta quelli del Fondo monetario, il Venezuela che nazionalizzando il petrolio trova le risorse per resuscitare un’umanità che prima di Chávez non era iscritta nemmeno all’anagrafe, la Bolivia e l’Ecuador che riscrivono Costituzioni dove chi offende la natura è punito come chi violenta un essere umano, e perfino Cuba che, cocciutamente fedele al socialismo, ha un Pil che cresce [+2,4%] più di quello dell’Italia [+ 0,8%], ancora per poco una delle componenti del G8.
Chi ha per anni ridicolizzato Cuba, presuntuosa isola dei Carabi che voleva governarsi con la cultura e senza il culto del mercato, dovrebbe forse avere ora qualche perplessità, specie considerando che questa America Latina che opta per un’economia più sociale ed equa è stata, per sua stessa ammissione, influenzata dall’esempio di resistenza di Cuba.
Non è sorprendente che non se ne sia accorta la “bloguera antisistema” che incassa 250mila dollari di premi in due anni, solo perché i “cattivoni” del suo governo non le hanno permesso di andare personalmente a ritirarli, come volevano gli organizzatori di quelle kermesse.
È scandaloso davvero che non se ne siano accorti i cosiddetti operatori della comunicazione del mondo occidentale, pronti a seguire le appendici della Cia come Usaid o Ned in ogni loro campagna contro Cuba. A questi cronisti, d’altra parte, è sfuggito anche che ad Haiti, dagli Stati Uniti, sono arrivati decine di migliaia di marines ma non gli aiuti umanitari promessi, mentre invece continuano a funzionare i due ospedali da campo inviati il giorno dopo del terremoto da Cuba, realtà riconosciuta pubblicamente dal Presidente di quell’isola martoriata, Michel Martelly, ma sistematicamente ignorata o elusa dai nostri media.
È “sfuggita” anche la testimonianza della Coordinatrice residente dell’Onu a l’Avana, che dirige le agenzie, i fondi e i programmi delle Nazioni unite sull’isola. Barbara Pesce-Monteiro, romana, ex allieva del liceo Virgilio, laureata in Scienze politiche internazionali con master in Sviluppo rurale, che ha lavorato in zone calde, prima in Colombia e poi in Guatemala, Nicaragua, Messico e Angola, ha ricordato alcuni meriti dell’isola, come il fatto che “tutti, nessuno escluso hanno accesso all’educazione dalla prima infanzia e fino alle più sofisticate specializzazioni”.
Non è da poco per un paese del Centro America, che già occupava un prestigioso 53° posto nell’Indice di sviluppo umano, quando questo si basava solo su dati economici, aver raggiunto, ora che l’Onu ha inserito in questo tipo di valutazione non solo l’economia ma anche la salute e l’educazione, il 17° posto mondiale, precedendo, in America latina, Cile e Argentina
immagini inserite da internet da autore blog

sabato 11 febbraio 2012

Rischi preoccupanti per Renè Gonzalez, uno dei Cinque in libertà vigilata a Miami




Rischi preoccupanti per Renè Gonzalez, uno dei Cinque in libertà vigilata a Miami

L'Avana, 9 feb (Prensa Latina) L'avvocato Phillip Horowitz ha fatto notare che la permanenza sotto libertà vigilata negli Stati Uniti di Renè Gonzalez, uno dei Cinque cubani condannati a lunghe pene in questo paese, rappresenta un rischio per la sua sicurezza.
Esiste una grande paura per la sicurezza di Renè, ha segnalato in un'intervista del sito Cubadebate.
A proposito dei quattro mesi che si compierono il 7 febbraio di libertà vigilata per lo scarcerato nel 2011, il giurista statunitense a carico del suo caso denunciò che nella nazione settentrionale ci sono settori ostinati in diffondere bugie per istigare l'odio contro Renè.
Quando una persona con un'alta carica nella Camera di Rappresentanti (secondo Cubadebate si riferisce alla congressista Ileana Ross-Lehtinen, conosciuta per la sua ostilità contro la Rivoluzione cubana) dice falsamente che lui ha le mani sporche di sangue nordamericano, tutto ciò è progettato per mettere contro di lui l'opinione pubblica, segnalò.
Horowitz ha insistito in che i pericoli che corre Renè Gonzalez è la questione principale con la quale stiamo combattendo.
Renè è stato fermato nel 1998 insieme ai suoi compagni -Gerardo Hernandez, Antonio Guerrero, Ramon Labañino e Fernando Gonzalez - per vigilare gruppi violenti che da Miami, nel sud della Florida, operano con impunità contro l'isola.
Per l'avvocato, la decisione della giudice Joan Lenard, di un tribunale della Florida, di obbligarlo a rimanere negli Stati Uniti sotto libertà vigilata è insultante.
Oltre agli anni imprigionato e la posteriore ritenzione -dopo compiere la sua condanna - nel paese dove radicano i gruppi anticubani violenti che vigilò, Renè Gonzalez soffre la punizione addizionale del reiterato divieto di visto di Washington a sua moglie Olga Salanueva per visitarlo, questione denunciata dai difensori dei diritti umani.
Rispetto ai prossimi passi legali nel caso, Horowitz spiegò che presenterà una mozione rinnovata per mostrare la giudice Lenard le prove dell'eccellente comportamento di Renè durante la sua libertà vigilata e fare che torni a Cuba in maniera permanente in un futuro vicino.


giovedì 9 febbraio 2012

Il calore della solidarietà per i 5 riscalda la gelida notte romana/Messaggio di René González a Sara González





“ESSERE COLTI PER ESSERE LIBERI!!” (J.Martì)
Il calore della solidarietà per i Cinque riscalda la gelida notte romana
Roma, 9 Febbraio 2012
In occasione del mensile appuntamento per la Campagna Internazionale 2012 “Il 5 per i 5”, il Comitato Italiano Giustizia per i Cinque, con la collaborazione dell’Associazione e Rivista NUESTRA AMERICA, del circolo di Italia-Cuba A. MELLA e di Radio Città Aperta, ha organizzato presso la Casa della Pace la bella e partecipatissima serata <<CULTURA E’ LIBERTA’>>, una iniziativa di informazione, di lotta e di cultura, alla quale ha aderito numeroso il popolo della solidarietà con Cuba.
Davanti al lungo striscione “LIBERATELI!” con le foto di Gerardo Hernández, Ramón Labañino, Fernando González, Antonio Guerrero e René González, i due vice presidenti del Comitato Italiano Giustizia per i Cinque,Luciano Vasapollo e Franco Forconi hanno aperto la serata presentando l’iniziativa e gli artisti al folto pubblico presente.
Infatti, nonostante la serata gelida, la Casa della Pace era affollatissima, con la significativa partecipazione di due bravissimi artisti che con le proprie opere hanno voluto dare testimonianza del loro sostegno solidale ai Cinque. Le sale della Casa della Pace erano adornate dalla mostra di pittura "Omaggio floreale ai Cinque", una personale molto ammirata dai presenti, di Luciano Fabbrizio che l’ha voluta dedicare a loro proprio in quanto arte iperrealista, simbolo della verità che purtroppo manca nell’informazione che ignora la realtà dei Cinque. Un altro omaggio ai Cinque l’ha voluto dedicare la poetessa Donatella Calì con la sua raccolta di poesie "Le maschere perse ", anche lei colpita dalle sofferenze ingiustamente inflitte ormai da 13 anni ai Cinque dal sistema giudiziario statunitense e proprio per questo pronta a darne testimonianza, con suoi versi molto apprezzati recitati magistralmente e applauditi fino a tarda sera dai presenti.
Tra una lettura di poesie e l’altra, è stato presentato il libro “L’economia cubana non è una scienza triste” a cura di Luciano Vasapollo, che aiuta a comprendere le reali problematiche che Cuba ha affrontato nel VI Congresso del P.C.C., perché analizza un po’ tutte le questioni della pianificazione socio-economia cubana.C’è stata poi la presentazione dell’ultimo numero della rivista Nuestra America, anch’esso dedicato ai Cinque con in copertina una bellissima foto delle bambine della Scuola Nazionale di Danza che dedicano i loro disegni ai Cinque, e all’interno un inserto speciale “LIBERI SUBITO” che analizza la campagna del 2011 “il 5 per i 5”, che quest’anno ha anche visto con successo la partecipazione delle comunità di base cristiane e molte parrocchie cattoliche in varie città di Italia, fino all’udienza papale con Padre Antonio Tarzia e Luciano Vasapollo durante la quale è stato consegnato a Papa Benedetto XVI del materiale informativo sui Cinque e una lettera con la rispettosa richiesta di una preghiera di Sua Santità per porre fine alla sofferenza dei 5 fratelli cubani e dei loro familiari.
Alcune pareti della Casa della Pace ospitavano la Mostra fotografica “Los 5 por la calle” di Yailín Alfaro Guillen, disegnatrice e fotografa cubana: 6 tabelloni che mostrano con coloratissime fotografie come le immagini dei Cinque siano ormai parte integrante della vita dell’intera società cubana,infatti le troviamo nei negozi, nelle scuole ed università, gigantesche nei cartelloni lungo le strade statali o nelle strade di città; stupende le foto che ritraggono i bambini della Scuola Nazionale di Danza che preparano disegni e collage con le foto dei Cinque e in tutti ritorna la parola“Volveran!”; colpiscono le foto delle scritte che reclamano l’immediata libertà dei 5 fatte a mano che tappezzano muretti, pareti di case o pali della luce a testimonianza della fiducia incrollabile del popolo cubano nel ritorno dei 5 fratelli;così come le ammiriamo nelle grandi manifestazioni di massa che ne reclamano la libertà a Cuba così come ma anche in Italia nelle manifestazioni organizzate dal Comitato Italiano Giustizia per i Cinque sempre aperte dallo striscione “LIBERATELI”.
“Fratelli forti che resistono e che sanno che torneranno” sono le parole del bellissimo ed emozionante discorso di Milagros Carina Soto Aguero Ambasciatore di Cuba in Italia, che hanno riscaldato il cuore di tutti i presenti. L’Ambasciatore ha poi ricordato come i Cinque amino e si dedichino all’arte della pittura e della scrittura e come senz’altro avrebbero apprezzato il taglio culturale e festoso dato all’iniziativa. Ringraziamo l’Ambasciatore per la partecipata presenza sua e della numerosissima delegazione dell’Ambasciata Cubana presente all’iniziativa.
Come non segnalare, inoltre, l’ottima selezione di musica cubana, mandata in onda dalla simpatica e agguerrita Tatiana Fabbrizio dj di Radio Città Aperta, che ha rallegrato con le sue note la cena che si è svolta subito dopo con un piatto tipico polenta e salsicce e buon vino rosso.
Continueremo sempre a lottare al fianco della rivoluzione socialista cubana e con una sempre più tenace solidarietà politica affinchè al più presto i nostri 5 fratelli tornino a casa e possano passare una splendida serata come questa riuscitissima iniziativa di cultura del popolo e per il popolo insieme ai loro cari e a noi tutti, perché come diceva il grande poeta rivoluzionario cubano, è indispensabile ”ESSERE COLTI PER ESSERE LIBERI !!”
Comitato Italiano Giustizia per i Cinque,
con la collaborazione dell’Associazione e Rivista NUESTRA AMERICA, del circolo di Italia-Cuba A. MELLA e di Radio Città Aperta



Messaggio di René González Sehwerert a Sara González
"La Trova Cubana non si deve tradire perchè è la Patria stessa" Vicente Feliú
Il miglior paradigma di Sara è stata lei stessa.
Una mancanza temporanea di comunicazione mi ha costretto non rivelare le parole di ricordo che devo a questa donna con la maiuscola che è stata Sara González.
I giorni trascorsi al ristabilimento di questo vincolo con il mondo non possono essere una scusa per non trasmetterle ora.
A volte mi sono chiesto se per caso i fondatori della Nuova Trova hanno un’idea esatta di quello che hanno fatto per noi, la generazione dei loro fratelli minori; per noi che ricordiamo prodezze come Girón, la Crisi d’Ottobre o la Campagna d’Alfabetizzazione come in una nube di memorie diffuse, nelle quali si mescolano confusamente ricordi veri e leggende epiche.
Le canzoni di quei giovani sono state agglutinanti e ci hanno strasmesso l’essenza dei fatti, ossia il loro spirito.
Dotata d’una voce la cui forza era sufficiente per renderla unica, Sara è andata al di là della consegna di un sentimento per ogni nota, la cui autenticità è il privilegio dell’assoluta sincerità.
Con quella sua voce mi aveva risposto al telefono l’ultima volta che abbiamo parlato, alcune settimane fa. Sara riuscì ad ingannarmi, e con la stessa forza e gli stessi sentimenti il suono delle sue parole mi riempì di speranza e mi illusi che ci sarebbe stata l’occasione di abbracciare lei e in lei, a tutti quelli che ci hanno mandato abbracci, in questi lunghi anni, senza che noi si potesse esprimere con questo semplice gesto, tutta l’ammirazione e l’affetto che con il loro esempio hanno seminato in noi.
Oggi lei se n’è andata fisicamente, come altri, per fondersi per sempre nei ricordi del popolo generoso e grato del quale io sono parte.
Anche se è rimasto pendente l’abbraccio, mi resta la consolazione d’averla animata e l’ onore d’essere stato animato da lei. Era impossibile che si comportasse in altro modo, affrontando gli ultimi giorni come gli eroi che hanno ispirato le sue canzoni.
Vale la pena dirlo: Sara non necessitava paradigmi, il suo miglior paradigma era lei stessa ed e stata degna di sè sino alla fine.
Sventola in pace Sara González.

Con affetto.
René González Sehwerert.
(Traduzione Granma Int.).
L'Avana. 9 Febbraio 2012


domenica 29 gennaio 2012

Abrazando a René y a Gerardo con Roberto Chile


Abrazando a René y a Gerardo con Roberto Chile

David Vázquez Abella

 Renè con familiares  


Si mis palabras fueran elocuentes y hermosas, si pudiera expresar mis sentimientos y sensaciones, haría mi mejor crónica sobre el último documental de Roberto Chile. Pero solo puedo ser un simple guía de sus palabras al conversar conmigo sobre “Esencias, La Colmenita en Estados Unidos”, su más reciente documental que acaba de estrenar la Televisión Cubana.
Primero un simple email pidiéndole muy amablemente, con todas las mayúsculas y las tildes, con toda la formalidad posible (y un poco más) una entrevista. Me respondió con su número de teléfono. Llamé al momento. Si lo pienso un par de veces me pongo muy nervioso y ahora ¿escribiría? sobre Obama, SOPA o Industriales (mi equipo).
Cuando conteste, ¿cómo le digo? ¿Chile? Muy formal para Cuba. ¿Roberto? Demasiado atrevido. ¿Oigo?, no me dio tiempo a pensar:
-Buenas tardes, por favor con Roberto Chile…
-Soy yo.
-Ah, mire… (sin nombre), le habla David.
-Ah sí, de CubaDebate. ¿Cuándo podemos vernos?
-Cuando usted diga
-Echa pa cá.

-Ok, nos vemos entonces.
¿Ese era Roberto Chile de verdad? ¿Acababa de decirme “echa pa cá” con la simpleza hermosa del hablar cubano? Ni lo pensé mucho. Me preparé para la entrevista recordando cada clase de la  Facultad. Busqué la cámara de video, un trípode, grabadora de sonido, agenda, bolígrafos. Todo listo. Solo que no había visto el documental y no sabía qué preguntarle.
Planos y contraplanos
No. No puedo creer que esté en casa de Roberto Chile, en su sala, viendo su último documental. Me senté en el mejor puesto, saqué la agenda para apuntar y no olvidar los tweets que se me ocurrieran. Que equivocado estaba. Todavía no sabía que no tendría oportunidad de apartar la vista del televisor, que estaría poco más de una hora en un estado total de catalepsia y que finalmente, lloraría. Pero eso lo cuento más adelante.
¿El documental? Parecería nada del otro mundo eso de que La Colmenita viaje a los Estados Unidos, presente varias veces su obra “Abracadabra” sobre los Cinco Héroes, emocione siempre al público, actúe en la sede de las Naciones Unidas y todos bailen la música cubana, canten canciones tradicionales junto a un músico callejero, caminen por las calles de Nueva York y San Francisco con sus abrigos grises, que visiten una escuela de niños y jueguen con ellos como solo lo hacen los mejores amigos o que al finalizar cada función besen a cada uno de los espectadores, sin excepción. Eso no habría sido algo del otro jueves, si Cuba no fuera una Isla, bloqueada y satanizada por el gobierno del país donde aterrizaron los cubanitos.
No habría sido nada del otro mundo, si le hubieran dado la visa a un equipo de filmación y el documental que estaba viendo ahora no hubiera sido filmado con una sola cámara -cosa que ni se nota, porque Chile se las ingenia para que parezca que son por lo menos tres las que están tomando los planos y contraplanos. Y por supuesto, hubiera sido más de lo mismo si la historia de los Cinco cubanos presos se hubiera quedado en lo de siempre, en las fotografías de héroes lejanos, y no en estas personas que los niños de La Colmenita perciben como a tíos o a esos amigos de sus padres con los que van creciendo, viéndolos tomar el café en la sala de sus casas, de domingo en domingo.
Montaje y edición
Salvador, el editor del documental que no fue a la gira, me habló del montaje y de la edición. Entendí por qué el montaje tiene ritmo y no aburre. “Que tenga una sorpresa, un golpe, lo mismo por el audio, por la música o por una entrevista. Ahí está la clave. Los cortes para mí es la mejor transición que hay. Pero los cortes tienen un lugar exacto, y yo creo que en este material se logró como nunca”, dice.
Si me preguntan por el protagonista del material no sabría responder si son los niños, los Cinco héroes, la Revolución cubana, la música excelentemente compuesta por René Baños, la deliciosa fotografía de Chile, la bien estructurada edición de Salvador Combarro o las emociones que emanan de las imágenes y el sonido. Es todo eso, y Gerardo y René, la voz del primero y la presencia física del segundo, que aparecen en el momento justo en que parecería que va a cerrar la historia. De ahí en adelante el documental ya no es una película, sino una emoción incontrolable.
Emoción
Chile se incorporó a la gira en Nueva York. No llegó a tiempo a Washington por una demora en la visa y no pudo conversar ni con Ramón, Antonio o Fernando, que habían sostenido diálogos telefónicos con los integrantes de La Colmenita.
“Pero sí pude hablar por teléfono con Gerardo y pude ver y abrazar personalmente a René. El primer impacto fue escuchar la voz de Gerardo y no porque uno lo endiose, todo lo contrario, lo que estamos es poniéndonos en el lugar en el que están ellos, hombres de carne y hueso. Hablar con él y sentirlo con una energía, con un sentido del honor tan grande… para mí fue realmente emocionante”, dice el director de cine, fotógrafo y realizador.
Cuando terminó de hablar con Gerardo, Chile confiesa: “Se me apretó el pecho y se asomaron algunas lágrimas en mis ojos. Y era precisamente porque sabía que estaba hablando con un hombre, como nosotros, pero que estaba dando una muestra muy alta de lo que es la condición de revolucionario.”
Después, en Miami, pudo saludar y abrazar a René: “René es un atleta, pero no solo físico, es un atleta espiritual. Es un hombre que conserva un optimismo que no creo que piense que ha perdido 13 años de su vida, sino que esos años de cautiverio lo han fortalecido mucho más.”
Hablando con Chile
Se acabó el documental y mientras sentía los pasos de Chile hacia la sala me restregué los ojos con las mangas del pulóver. Él no dijo nada, y yo tampoco me paré y aplaudí porque habría sonado ridículo. Balbuceé unas palabras sobre lo que acababa de ver y nos sentamos entonces a conversar:
¿Cómo surgió el proyecto?
-Eso fue una sorpresa para mí. Un día amanecí con la noticia de que me habían propuesto para que acompañara a La Colmenita a esta gira por los EEUU, que era una aventura conmovedora, que agradezco a la Fundación Brownstone y al Comité Internacional por la Liberación de los Cinco, a La Colmenita, a todos los que de una manera u otra hicieron posible la gira.
¿Fue muy difícil la filmación estando solo?
Esa era una de las cuestiones más peligrosas desde el inicio: ir solo. Es muy difícil en esas condiciones poder filmar, cargar, grabar sonido, estar atento de lo que va a pasar y ponerte a la altura del momento que uno va a vivir. Siempre la compañía de un buen asistente o un buen sonidista ayuda.
Aunque me la vi dura a veces eso lo que hacía era darme más ímpetu para poder hacer bien las cosas y mucho más contando con el apoyo de Tin (Cremata), de los niños y adultos de La Colmenita, de todos los que estuvieron cerca como Alicia Jrapko, Graciela Ramírez, Deysi Francis, un grupo de compañeros y amigos que en todo momento estuvieron a mi lado. Era imposible traducir en imágenes y sonidos lo que estábamos viviendo, pero creo que entre todos tratamos de acercarnos a eso.
¿Cuál cree que fue el mayor logro de la compañía?
La Colmenita dejó un mensaje de paz, de amor, de ternura y sobre todo dejó un mensaje a favor de la liberación de los Cinco hermanos que tenemos en Estados Unidos y que algún día regresaran.
¿Usted sí sabía que René aparecería ante los niños?
Yo sabía lo que iba a ocurrir, pero realmente cuando puse la cámara, la puse en el lugar que yo pensé que iba a ser el mejor porque no sabía por donde él iba a sorprender a los niños. René entró exactamente por donde yo estaba ubicado y creo que la imagen es realmente conmovedora, no gracias a que yo sea un gran camarógrafo, sino gracias a la suerte y al imán, la energía, la magia que se creó en ese momento.
¿Está conforme con el resultado?
Para mi fue uno de los momentos más felices de este año, volver una vez más a la aventura de reportero y salir con una calificación entre 90 y 95. No 100 puntos, eso no se puede esperar nunca, pero sí por lo menos no suspendimos. Creo que hicimos un trabajo que va a conmover por la gracia de esos niños, la destreza y la madurez con la que trabajaron, por la dirección que tuvieron y la inspiración que les provocó los escenarios donde estuvieron. Fue una gira inolvidable y ojalá se repitan otras como estas.
¿Cómo fue el trabajo luego aquí, en Cuba?
Un documental no se hace con una cámara ni lo hace una persona sola, se hace con una edición, una música, un guión, un concepto y además un trabajo colectivo. Quiero agradecer al equipo de realización que hizo posible este documental cuyo mayor valor es que será un documento histórico de una de las giras más emotivas que haya protagonizado un grupo teatral cubano en mucho tiempo.