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sabato 6 ottobre 2012

A proposito di Yoani, da latinoamerica di G.Minà - Yoani :riempe twitter di se…e non ha internet - Yoani :30 ore nelle prigioni di Castro?


A proposito di Yoani

http://www.giannimina-latinoamerica.it/ 06-10-2012

 

Abbiamo ricevuto dai nostri lettori, in queste ore, diverse lettere che chiedevano di sciogliere dubbi su Yoani Sanchez. L’ultima campagna di discredito contro Cuba che viene dopo la falsa notizia dell’epidemia di colera a Cuba e dopo la farsa dei reporter italiani fermati senza visto giornalistico, confermano l’esigenza degli Stati Uniti e di chi gli regge il gioco, di screditare la Rivoluzione sapendo che, fra pochi giorni, arriverà la 21° condanna dell’ONU agli Stati Uniti per l’embargo contro Cuba. Per quanto riguarda il lavoro che svolge la Sanchez a Cuba, abbiamo già scritto in molti numeri di Latinoamerica. Questa volta vi segnaliamo l’articolo uscito a maggio nel n. 118/119 della nostra rivista da Salim Lamrani, docente universitario alla Sorbona di Parigi e nostro collaboratore.
 Spulciando i cablo d’ambasciata resi pubblici da Wikileaks si è scoperto che la famosa intervista a Obama non era stata mai fatta. Che Raul Casto non aveva risposto perché non gli erano mai state mandate le domande. E poi altri gustosi dettagli sul lavoro della blogger de l’Avana, conosciuta in tutto il mondo tranne che a Cuba.
Prodigiosa Yoani riempe tewitter di se' ... enon ha internet
Di Salim Lamrani
Yoani Sánchez, famosa blogger cubana, è un personaggio molto particolare nell’ambiente della dissidenza cubana. Mai nessun oppositore ha ottenuto tanta esposizione mediatica né un riconoscimento internazionale così grande nel giro di poco tempo. Emigrata in Svizzera nel 2002, dopo due anni, nel 2004, ha deciso di rientrare a Cuba. Nel 2007 entra a far parte dell’opposizione cubana creando il suo blog Generación Y, e diventa un’irriducibile detrattrice del governo dell’Avana. Mai nessun dissidente a Cuba, e forse al mondo, ha ottenuto tanti riconoscimenti internazionali in così poco tempo, per di più con un particolare di non poco conto: a Yoani Sánchez è stato elargito così tanto denaro da consentirle di vivere tranquillamente a Cuba per il resto della sua vita. La blogger, infatti, è stata retribuita per un totale di 250.000 euro, un importo cioè pari a più di 20 anni di salario minimo in un paese come la Francia, quinta potenza mondiale. A Cuba il salario minimo mensile è di 420 pesos, pari a 18 dollari e a 14 euro, il che significa che Yoani Sánchez ha ottenuto, per la sua attività di oppositrice, l’equivalente di 1.488 anni di salario minimo cubano.
Yoani Sánchez intrattiene stretti rapporti con la diplomazia nordamericana a Cuba, come segnala un documento, classificato “segreto” per i dati sensibili in esso contenuti, proveniente dalla Sezione di interessi nordamericani (Sina). Michael Parmly, ex capo della Sina a L’Avana, che si riuniva regolarmente con Yoani Sánchez nella sua residenza diplomatica personale, come dimostrano i documenti riservati della Sina, ha esternato la sua preoccupazione in merito alla pubblicazione dei documenti diplomatici americani da parte di Wikileaks: “Mi darebbe molto fastidio se venissero divulgate le numerose conversazioni che ho avuto con Yoani Sánchez. Lei potrebbe pagarne le conseguenze per tutta la vita”. La domanda che sorge spontanea è la seguente: per quale motivo Yoani Sánchez sarebbe in pericolo se, come sostiene, le sue azioni rientrano nell’ambito della legalità?
Nel 2009 la stampa occidentale ha fortemente enfatizzato l’intervista che il presidente Barack Obama aveva concesso a Yoani Sánchez, fatto ritenuto assolutamente eccezionale. La Sánchez aveva anche riferito di avere mandato un elenco di domande simile al presidente cubano Raúl Castro, il quale non si era neanche degnato di risponderle. Eppure i documenti segreti della Sina, pubblicati da Wikileaks, smentiscono queste dichiarazioni.
Si è scoperto che, in realtà, è stato un funzionario della stessa rappresentanza diplomatica a L’Avana a farsi carico di elaborare le risposte per la dissidente, e non il presidente Obama. Fatto ancor più grave, Wikileaks ha rivelato che la Sánchez, contrariamente alle sue affermazioni, non ha mandato nessun elenco di domande a Raúl Castro. Il responsabile della Sina, Jonathan D. Farrar, ha confermato questi fatti in un dispaccio inviato al Dipartimento di Stato: “Lei non aspettava nessuna risposta, perché ha confessato di non averle mai [le domande] trasmesse al presidente cubano”.
L’account Twitter di Yoani Sánchez
Oltre al sito Generación Y, Yoani Sánchez ha anche un account Twitter dove vanta di avere più di 214mila seguaci (al 12 febbraio 2012). Solo 32 di loro risiedono a Cuba. Dal canto suo, la dissidente cubana segue più di 80 mila persone. Nel suo profilo la Sánchez si presenta così: “Sono una blogger, vivo a L’Avana e racconto la mia realtà in pezzi da 140 caratteri. Twitto via sms e non ho accesso al web”.
La versione di Yoani Sánchez è tuttavia poco credibile. È infatti assolutamente impossibile seguire più di 80 mila persone solo via sms o utilizzando una connessione settimanale da un albergo. Per ottenere un risultato del genere, è indispensabile avere l’accesso quotidiano alla rete.
La popolarità nel social network Twitter dipende dal numero di seguaci. Più numerosi sono, maggiore è la visibilità dell’account. Esiste anche una forte correlazione tra il numero di persone seguite e la visibilità del proprio account. La tecnica, che consiste nel seguire numerosi account, è di norma utilizzata per fini commerciali, oppure viene usata dai politici durante le campagne elettorali.
Il sito www.followerwonk.com permette di analizzare il profilo dei contatti di qualsiasi membro della comunità di Twitter. Lo studio del caso Yoani Sánchez è emblematico per diversi aspetti. Un’analisi dei dati dell’account Twitter della blogger cubana, che è stata realizzata attraverso il sito, rivela un’attività eccezionale dell’account di Yoani Sánchez a partire dal 2010. Così, da giugno 2010, la Sánchez si è registrata in oltre 200 diversi account Twitter ogni giorno, con picchi che sono arrivati addirittura a 700 account nelle 24 ore. A meno di passare ore e ore del giorno e della notte a fare solo quello, il che è piuttosto improbabile, è impossibile iscriversi a tutti quegli account in così poco tempo. Sembra quindi che tutto questo sia stato generato mediante un robot informatico.
Si scopre anche che quasi 50 mila contatti della Sánchez sono in realtà account fantasma o inattivi, che creano l’illusione che la blogger cubana goda di grande popolarità nei social network. Dei 214.063 contatti dell’account @ yoanisanchez, infatti, 27.012 sono privi di immagine e 20.000 hanno tutte le caratteristiche di account fantasma con attività inesistente nella rete (da zero a tre messaggi inviati dalla creazione dell’account).
Tra gli account fantasma che seguono Yoani Sánchez su Twitter, 3.363 non hanno nessun contatto e solo 2.897 seguono la blogger e altri due o tre account. Alcuni account inoltre hanno caratteristiche piuttosto strane: non hanno nessun seguace, seguono solo Yoani Sánchez e hanno inviato più di 2.000 messaggi.
Questa operazione, volta a creare una popolarità fittizia attraverso Twitter, è impossibile da realizzarsi senza un accesso a Internet. È necessario anche un supporto tecnologico e di conseguenza un budget adeguato. Secondo una ricerca effettuata dal quotidiano La Jornada, intitolata “Il cyber- trasporto, la nuova strategia adottata dai politici su Twitter”, su operazioni in cui erano coinvolti candidati alle presidenziali messicane, parecchie imprese statunitensi, asiatiche e latinoamericane offrono questo servizio di popolarità fittizia (“cyber-trasporto”) a prezzi elevati. “Per un esercito di 25.000 seguaci inventati su Twitter – sostiene la testata – si spendono fino a 2.000 dollari e per 500 profili fasulli per 50 persone si possono spendere tra i 12.000 e i 15.000 dollari.”
Yoani Sánchez manda in media 9,3 messaggi al giorno. Nel 2011 la blogger ha pubblicato circa 400 messaggi al mese. Il prezzo di un messaggio a Cuba è di 1 peso convertibile (Cuc), cioè un totale di 400 Cuc al mese. Il salario minimo a Cuba è di 420 pesos, circa 16 Cuc. Ogni mese quindi Yoani Sánchez spende l’equivalente di due anni di salario minimo cubano. In questo modo, da Cuba la blogger spende su Twitter una somma che corrisponde a 25.000 euro mensili, vale a dire 300.000 euro all’anno. Da dove provengono le risorse necessarie per queste attività?
È inevitabile che sorgano altre domande. Come può Yoani Sánchez seguire più di 80.000 account senza avere un accesso permanente a Internet? Come ha potuto iscriversi a circa 200 diversi account al giorno in media da giugno 2010, con picchi superiori ai 700? Quante persone seguono davvero le attività dell’oppositrice cubana in rete? Chi finanzia la creazione degli account fasulli? A quale scopo? Quali interessi si nascondono dietro alla figura di Yoani Sánchez?

Yoani Sánchez: 30 ore nelle
prigioni di Castro?
Il primo tweet di Yoani Sánchez, quando è stata rilasciata la scorsa notte, riferiva che era stata arrestata per più di 30 ore, e che aveva un sacco da raccontare. E lo ha fatto.
In una dichiarazione a El Pais, la blogger riconosce che non ha trascorso la notte in una cella, ma è stata portata in una casa, secondo quanto lei deduce,  la stessa dove lo spagnolo
Carromero passò le sue giornate. Vale a dire, una casa ben attrezzata del Ministero degli Interni a Bayamo.
Come se fosse poco, ci racconta che é stata trasferita a L'Avana in una carovana composta dal minibus, in cui viaggiava la coppia, pattuglie di polizia, jeep dell'esercito e agenti motorizzati, tutti al servizio della  blogger e del suo accompagnatore.
E ci aggiunge che Lopez Agustin, a quanto pare il conducente della multimilionaria e premiata blogger, é ritornato a L'Avana in un'altra carovana, in  cui viaggiava la macchina di Yoani Sanchez, che per il suo stato tecnico, non ha potuto fare il viaggio Bayamo-Avana ed è stata caricata su un rimorchio per il trasferimento sicuro nella capitale.
Come ho saputo, la coppia non ha dovuto pagare questi servizi VIP, che sono piuttosto costosi negli Stati Uniti, Spagna, Inghilterra, Francia e in altri paesi "democratici" e "libero".
Ha detto a El Pais di una colluttazione con funzionari del Ministero dell'Interno, un colpo alla testa e la perdita di un dente.
Per quanto mi riguarda, e già sapendo come funzionano questi scandali mediatici cucinati nella Sezione Interessi degli Stati Uniti all'Avana, mi sento di attendere che Yoani Sanchez mostri la sua bianca dentatura o qualche contrattempo con protesi dell'ultimo minuto.
Vi ricordo che al giungere alla sua abitazione in Piazza della Rivoluzione, a L'Avana, la blogger si lanciò in una corsa in presenza di vicini e famosi paparazzi de l'Havana.
Come è noto, la coppia viaggiò a Bayamo per montare uno spettacolo mediatico e disturbare il lavoro della giustizia nel caso dello spagnolo Angelo Carromero.
Dovrà aspettare.
Ciò suggerisce un avocado maturo e  uno show mediatico in cerca di nuovi seguaci su Twitter.

Yoani Sánchez: ¿30 horas en las mazmorras de Castro?
 El primer tuits de Yoani Sánchez cuando fue liberada anoche refería que había estado detenida más de 30 horas, y que tenía muchas cosas que contar. Y lo hizo.
En unas declaraciones a El País, la bloguera reconoce que no pasó la noche en una celda, sino que fue llevada a una casa, según ella infiere, la misma donde el español Carromero pasó sus días. Es decir, una vivienda bien equipada del Ministerio del Interior en Bayamo.
Como si fuera poco, nos cuenta que fue trasladada a La Habana en una caravana formada por el microbús en el que viajaba la pareja, patrullas policiales, jeeps del Ejército y agentes motorizados, todos al servicio de la bloguera y su acompañante.
Y nos agrega que Agustín López, al parecer el chofer de la multimillonaria y premiada bloguera, retornaba a La Habana en otra caravana, en la cual viajaba el auto de Yoani Sánchez, que por su estado técnico, no pudo hacer el viaje Bayamo-Habana y fue subido a un remolque para su traslado seguro a la capital del país.
Según he investigado, la pareja no tuvo que pagar estos servicios VIP, que son bien caros en Estados Unidos, España, Inglaterra, Francia y otros países "democráticos" y "libres".
Le contó a El País de un forcejeo con oficiales del Ministerio del Interior, un golpe en la cabeza y la pérdida de un diente.
Por mi parte, y conociendo ya cómo funcionan estos escándalos mediáticos cocinados en la Sección de Intereses Norteamericanos en La Habana, me siento a esperar a que Yoani Sánchez muestre su blanca dentadura o algún contratiempo con implantes de última hora.
Les recuerdo que al llegar a su edificio, en Plaza de la Revolución, en La Habana, la bloguera se lanzó a correr ante la presencia de vecinos y paparazzis famosos de La Habana.
Como se conoce, la pareja viajó a Bayamo para montar un espectáculo mediático e interrumpir la labor de la justicia en el caso del español Ángel Carromero.
Habrá que esperar.
Esto apunta a aguacates maduro y a show mediático en busca de nuevos seguidores en Twitter.

Immagini da internet inserite da autore blog siempreresistencia

martedì 21 febbraio 2012

I 5 cubani ringraziano per la solidarietà degli universitari/Documento:Contro Cuba il solito,triste mercato Usa dei diritti umani.




I Cinque cubani ringraziano per la solidarietà degli universitari
L'Avana, 20 feb (Prensa Latina) I Cinque cubani incarcerati negli Stati Uniti da più di 13 anni ringraziarono gli universitari riuniti in un congresso internazionale a L'Avana per la solidarietà con la loro causa.
Grazie nuovamente per questa opportunità e per tutto quello che fate, giorno per giorno, per la nostra causa, per la nostra libertà, espressero Renè Gonzalez, Gerardo Hernandez, Antonio Guerrero, Fernando Gonzalez e Ramon Labañino, il primo di questi in libertà vigilata.
Siamo convinti che un giorno di questi potremo chiacchierare in una riunione tutti insieme, espresse la missiva letta nella chiusura di Università 2012, nella quale hanno partecipato circa tre mila 500 delegati di 67 paesi.
Raccomandarono ai partecipanti incorporare tutti gli sviluppi scientifici ottenuti nei centri universitari e di investigazione, con enfasi nell'area delle comunicazioni per usare vie rapide ed effettive per l'unità.
Con l'uso delle reti sociali potremmo aumentare la capacità di mobilizzare e la rapidità al servizio delle migliori cause, hanno detto Renè, Gerardo, Antonio, Fernando e Ramon, gli ultimi quattro sono da 13 anni in prigioni nordamericane.
I Cinque, lodarono i passi dell’America Latina per l'unità, contro i grandi centri di potere.
Nella giornata conclusiva la Rete dell’università in solidarietà con I Cinque, con più di quattro mila membri in 72 paesi, ha confermato la volontà di incrementare la lotta per la liberazione di questi uomini che hanno compiuto l’unico delitto di voler difendere il loro paese dalla violenza dei gruppi anticubani nella Florida.
Ig/ro 

Contro Cuba il solito, triste mercato Usa dei diritti umani
Il meccanismo è sempre lo stesso, lo ha inventato l’ex Presidente nordamericano Ronald Reagan negli anni Ottanta e, come ha spiegato il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchú, si tratta di un vero e proprio “mercato dei diritti umani”. È basato sulla costruzione mediatica di un incidente, uno scandalo, spesso falso, per gettare discredito su un obiettivo strategico per gli Stati Uniti - nel caso particolare, come altre volte, la Revolución cubana - e poi tenere in piedi questa tensione finché è possibile o l’accusa, col tempo, non crolla per inconsistenza.
Nel 2010 la campagna dopo la morte in carcere del discusso dissidente cubano Osvaldo Zapata a seguito di uno sciopero della fame durò quasi sei mesi, con grande dispendio di fondi pubblici Usa, e poi, non essendo riuscita a montare il discredito internazionale sperato, finì da un giorno all’altro, senza alcuna spiegazione.
Nel maggio 2011 fu montato, invece, il caso di Juan Wilfredo Soto, un altro presunto dissidente morto, questa volta, “per le percosse della polizia”. Ma il caso si smontò in un paio di giorni, dopo che perfino i suoi parenti più stretti testimoniarono ai media di tutto il mondo che il loro congiunto era stato ben curato ed era morto per le conseguenze di una pancreatite e di un’insufficienza renale.
Certo, è disdicevole e assolutamente inaccettabile che un cittadino di un paese decida, quale che sia il motivo della sua protesta, uno sciopero della fame e non si sia in grado di farlo desistere prima che muoia.
Ma il “nuovo” caso di questi giorni, quello della morte per polmonite di Wilman Villar, un presunto dissidente cubano della provincia di Oriente condannato, secondo la nota ufficiale del governo, a 4 anni per “oltraggio, attentato e resistenza”, ha tutte le caratteristiche per sembrare qualcosa di già visto e sentito e per farci domandare perché, anche nell’epoca del Presidente Obama, il governo di Washington continui a tormentare Cuba e a credere di poter risolvere, con i soliti mediocri metodi, la cinquantennale sconfitta finora subita nel tentativo di piegare la Rivoluzione ai propri obiettivi riguardo all’America Latina.
Non è solo importante verificare se, come pare insmentibile, Villar sia finito in carcere e poi condannato a 4 anni per aver aggredito sua moglie, provocandole lesioni al viso [tanto che a chiamare la polizia era stata la suocera] e per avere, successivamente, resistito all’arresto aggredendo gli agenti della Pnr [Policía nacional revolucionaria].
È triste, però, constatare che i dissidenti a Cuba, veri o falsi che siano, continuano a essere, mezzo secolo dopo, ancora merce in mano a gruppi che ne fanno traffico e che, in modo macabro, cercano di sfruttare perfino il disagio dei più fragili. Sembra infatti che a Villar, che si era avvicinato in carcere alla dissidenza, avevano fatto credere che l’eventuale appartenenza a gruppi controrivoluzionari gli avrebbe assicurato aiuti esterni nella sua lotta contro la condanna.
Quello che risulta insopportabile, però, è che, per esempio, il 2 novembre scorso, negli uffici del Dipartimento di stato a Washington, abbia avuto luogo, secondo quanto hanno affermato i mezzi d’informazione di Miami, una riunione tra Peter Brennan, direttore dell’ufficio che, nel ministero degli esteri Usa, si occupa di Cuba, e il presidente del Movimento Democrazia, Ramón Saúl Sánchez, erede, nelle operazioni contro l’isola, della famigerata Fondazione cubano-americana di Miami. In questa riunione Brennan avrebbe dato il suo via libera a un’azione dimostrativa da tenersi il 9 dicembre 2011, giorno in cui una flottiglia di piccole navi avrebbe messo in piedi un’iniziativa di disturbo basata per tre ore sull’emissione di luci e fuochi d’artificio con slogan visibili non solo da l’Avana, ma anche da Pinar del Río e da Matanzas, con l’obiettivo [pur avendo avuto dalla Casa Bianca la raccomandazione di non sconfinare nelle acque territoriali cubane] di creare tensioni, disturbi alla navigazione aerea e inquietudine in una parte della popolazione.
Non ha importanza che poi, date le pessime condizioni del tempo, questa buffonata non abbia avuto luogo. Quello che ci domandiamo è cosa sarebbe successo se la provocazione fosse avvenuta al contrario e fosse stata un’entità cubana a disturbare la sicurezza magari della Florida, o perché questi dispetti da infanzia capricciosa debbano tornare in auge, come ai tempi in cui gli Stati Uniti tentarono di far subire alla popolazione dell’isola la propaganda di Radio e Tele Martí, un’iniziativa costosa ma finita nel ridicolo.
Tutto questo a che cosa serve? Forse a far reputare Cuba ingombrante dalla nascente Comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi [Celac]? Crediamo che Hillary Clinton sappia perfettamente quanto il vecchio assetto dell’America latina sia tramontato e come il continente stia irrimediabilmente con Cuba.
Anche se la realtà politica è mutata dai tempi di Bush jr, pronto a stanziare nel 2008 150 milioni di dollari “per cambiare faccia a Cuba”, evidentemente gli Stati Uniti di Obama continuano a credere, come ho detto, in questo modo triste di fare politica e di cercare di cambiare un contesto dove falliscono da 50 anni. Non a caso, anche per questo 2012 di crisi totale il governo di Washington ha trovato oltre 20 milioni di dollari per tentare di destabilizzare la Rivoluzione. Lo ha scritto recentemente Eva Golinger, prestigiosa giornalista e avvocato con doppia cittadinanza venezuelana e nordamericana, con studio a New York, citando alcune notizie desecretate da Wikileaks, dove viene svelato che la logica degli Stati Uniti è quella di sovvenzionare, come negli anni Cinquanta, opposizioni di paesi governati da leader non approvati dalla Casa Bianca. Nel caso più recente si tratta di 5 milioni di dollari a chi, in Venezuela, si oppone a Chávez e i già citati 20 milioni a chi dovrebbe creare confusione, dissenso o quanto meno antipatia nei confronti della Rivoluzione cubana .
Ma anche stavolta i soldi sembra siano stati spesi male, perché la storia di Villar si è sgonfiata dopo appena 48 ore [dal 20 al 22 gennaio 2012].
In Italia, per esempio, ha voluto crederci solo Pierluigi Battista sul Corriere della sera, dimenticandosi perfino che, nel nostro democratico paese, nel 2011 ci sono stati 65 suicidi di detenuti nelle carceri, pur non essendoci al governo la deprecata Rivoluzione cubana. Forse è proprio perché l’opinione pubblica italiana, più che disinteressata è stufa di tanto vuoto cabaret che, deludendo Pigi, non reagisce come lui vorrebbe quando si affronta il tema Cuba.
Fare il giornalista è un mestiere che richiederebbe pazienza certosina per verificare quello che si afferma. Evidentemente quando Battista afferma stronzate tipo: “la Rivoluzione cubana ha mietuto in termini numerici più vite umane del regime di Pinochet”, o è in malafede o deve fare un “inchino” a qualcuno, o non ha avuto il tempo che hanno avuto comunicatori e cineasti prestigiosi come Michael Moore [Bowling a Columbine, Fahrenheit 9/11, Sicko], Oliver Stone [Platoon, Jfk, Nato il 4 di luglio, …] vincitore di 9 premi Oscar e autore di due documentari su Fidel Castro, o Steven Soderbergh [Erin Brockovich, Traffic, Ocean 11,12 e 13] e autore, tra l’altro, di due onestissimi e pregevoli film sulla vita di Ernesto Guevara, che, quando hanno affrontato il tema Cuba, lo hanno fatto, controllando fino all’esasperazione l’indiscutibilità della loro versione dei fatti, con una serietà sconosciuta all’ex-comunista Pigi.
D’altronde basterebbe domandare alle Agenzie dell’Onu sulla sanità, sull’educazione, sulla cultura, sull’ambiente e perfino sulla protezione civile, per sapere, al netto della propaganda di Usaid e Ned [agenzie della Cia], quale sia l’opinione che il mondo ha di Cuba, pur senza sottostimare errori e contraddizioni della Rivoluzione.
Insomma, il problema non è solo nei metodi scelti dai vari governi degli Stati Uniti quando hanno deciso che un paese è diventato fastidioso e non conveniente alla propria economia o alla propria supremazia politica, il problema sta anche nell’onestà intellettuale dei media, quindi dei giornalisti.
A novembre mi è capitato di leggere su l’Espresso, nella sezione dedicata al mondo, una lunga notizia titolata “È calato il gelo tra Castro e Obama”, dove, con molta circospezione, si affrontava il problema della carcerazione a Cuba del cittadino nordamericano Alan Gross “un contractor dell’agenzia Usaid [senza spiegare cos’è l’Usaid, ndr] condannato a l’Avana a 15 anni per crimini contro lo Stato. L’accusa è di aver installato reti internet clandestine per i dissidenti del regime, mentre gli Usa sostengono [e l’Espresso sembra crederci, ndr] che l’obiettivo di Gross era quello di aiutare la comunità ebraica dell’isola” [che invece sull’argomento ha preso le distanze]. L’Espresso poi spiega [si fa per dire] il secondo caso che avrebbe “gelato” le relazioni fra Barack Obama e Fidel Castro [di cui si dimentica però di segnalare che da 6 anni fa il pensionato a casa sua…]. È la storia di René Gonzáles, “una spia cubana [controllava gli anticastristi a Miami] liberata dopo 13 anni di detenzione, e che dovrà rimanere in Florida per i prossimi 3 anni in libertà condizionata. Una sentenza che ha scandalizzato Cuba perché espone Gonzáles alle ritorsioni dei nemici”.
L’Espresso in questa nota dimentica di dare alcune fondamentali indicazioni per capire non solo cosa si cela dietro alla notizia, ma anche chi ha ragione in questa diatriba, al di là del fatto che, per molti colleghi, gli Stati Uniti, per principio, sono sempre nel giusto.
Allora:
1] René Gonzales è uno dei cinque agenti dell’intelligence cubana che, alla fine degli anni Novanta furono infiltrati in Florida e smascherarono le centrali terroristiche che da lì preparavano e realizzavano attentati a Cuba. Nel corso degli anni le vittime sono state più di tremila, grossomodo quante quelle delle Torri gemelle.
2] I cinque fecero un buon lavoro, tanto che il governo de l’Avana si vide costretto a segnalare per via diplomatica a quello di Washington che queste centrali del terrore sul suo territorio erano pericolose anche per gli Stati Uniti, e che i faldoni con le prove raccolte erano a disposizione dell’apparato di sicurezza dell’allora Presidente Clinton, che inviò a Cuba tre funzionari dell’Fbi a cui fu consegnato il materiale. Ma invece di andare ad arrestare i terroristi, Washington decise di arrestare chi aveva scoperto i criminali.
3] Alla fine degli anni 90 un processo farsa a Miami [che, come hanno poi affermato insigni giuristi, doveva essere annullato per legittima suspicione e tentativo provato di condizionare i giudici] si era chiuso con condanne a pene tombali per i cinque cubani.
4] La Corte di appello di Atlanta, che ha giurisdizione su Miami, aveva annullato il processo in questione, mentre Alberto Gonzales, ministro della giustizia del subentrato Presidente George Bush jr, faceva pressione per portare da tre a nove i giudici d’appello e rivedere la sentenza. La questione era finita inevitabilmente alla Corte Suprema, che però si era rifiutata di intervenire, praticamente esautorando la corte d’appello di Atlanta.
5] I giornali e i network tv nordamericani ignorarono fino al limite del possibile questa storia inquietante, poi un gruppo di intellettuali e persone di buona volontà, con in testa Noam Chomsky [“il più prestigioso intellettuale del mondo”, come lo ha definito il New York Times] e, fra gli altri, l’ex ministro della giustizia Usa Ramsey Clark, il vescovo di Detroit Thomas Gumbleton e il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchú, decise di acquistare una pagina proprio sul New York Times, pagandola 60mila dollari, per far conoscere questa storia ripugnante ai cittadini della nazione bandiera della libertà di espressione del mondo occidentale.
Quando si dice democrazia e si giura di agire in difesa dei diritti umani. Ci vuole una bella faccia tosta.
David Angeli, un nostro lettore che, per la sua competenza sulla storia dell’America latina, ma anche per la sua ironia, si è guadagnato il diritto di pubblicare su questo numero della rivista un interessantissimo saggio sui 500 anni della colonizzazione culturale del continente, ci ha provocato, quando ha offerto il suo articolo, con un post scriptum molto accattivante: “Se non dovesse interessarvi il mio lavoro, vorrà dire che proporrò a Yoani Sánchez un articolo sul fatto che la mancanza di lacci fucsia per le scarpe e di orsetti gommosi a Cuba sia un’imperdonabile colpa della Rivoluzione”.
Il suo saggio “Piedras que son dioses [Pietre che sono dèi, ndt]” vale la pubblicazione per la sua profondità storica, ma anche per il merito di offrire l’occasione a questo giovane intellettuale di segnalare come le rituali note di malumore della bloguera cubana, incapace di leggere anche solo un dettaglio positivo nelle scelte della Revolución, rappresentino la barzelletta dell’interpretazione di un paese.
Yoani Sánchez, infatti, è molto conosciuta all’estero ma poco in patria, un po’ come succede ai “soliti” dissidenti cubani, secondo il parere dello stesso Jonathan Farrar, capo dell’ufficio di interessi degli Stati Uniti a l’Avana che [come ha recentemente rivelato Wikileaks, pubblicando la sua corrispondenza col Dipartimento di Stato] non ha nessuna fiducia nell’efficacia politica della dissidenza tradizionale, pur foraggiata generosamente da decenni proprio dall’ufficio che lui ora sovrintende. Farrar è così scettico da proporre al dipartimento di Hillary Clinton di provare magari a dare ancora più sostegno alla giovane bloguera. Vedessi mai il cambio generazionale potesse funzionare.
Quasi tutti i media italiani, ovviamente, hanno eluso questi particolari dei temi che Wikileaks ha svelato. Penso, da vecchio cronista che in molti casi si tratti dell’inguaribile e patetica abitudine di non disturbare le strategie convenienti agli Stati uniti d’America e a quel mondo, il nostro, che spesso di queste imprese è costretto a essere complice, se non vassallo, come per le guerre in Medio Oriente, irrisolte dopo più di 10 anni, o per la “storiaccia” di Gheddafi.
Insomma, l’ennesimo caso di colonizzazione politica, che fa seguito, in Sudamerica, a quella spagnola e portoghese e poi a quella più recente, dell’economia neoliberale.
La realtà è sempre più grottesca se si considera che, dopo la crisi innescata dalla criminale finanza speculativa degli Stati Uniti, a rischiare di più il baratro è l’Europa. Messa al muro, oltretutto, da meccanismi come le agenzie di rating cinicamente pilotate proprio dal capitalismo Usa che mira ad atterrare l’euro.
Ed è significativo, poi, rilevare che i paesi capaci in qualche modo di salvarsi sono il Brasile avviato a essere la quinta potenza economica del mondo, l’Argentina che dieci anni fa stava per fallire e si è salvata quando ha messo alla porta quelli del Fondo monetario, il Venezuela che nazionalizzando il petrolio trova le risorse per resuscitare un’umanità che prima di Chávez non era iscritta nemmeno all’anagrafe, la Bolivia e l’Ecuador che riscrivono Costituzioni dove chi offende la natura è punito come chi violenta un essere umano, e perfino Cuba che, cocciutamente fedele al socialismo, ha un Pil che cresce [+2,4%] più di quello dell’Italia [+ 0,8%], ancora per poco una delle componenti del G8.
Chi ha per anni ridicolizzato Cuba, presuntuosa isola dei Carabi che voleva governarsi con la cultura e senza il culto del mercato, dovrebbe forse avere ora qualche perplessità, specie considerando che questa America Latina che opta per un’economia più sociale ed equa è stata, per sua stessa ammissione, influenzata dall’esempio di resistenza di Cuba.
Non è sorprendente che non se ne sia accorta la “bloguera antisistema” che incassa 250mila dollari di premi in due anni, solo perché i “cattivoni” del suo governo non le hanno permesso di andare personalmente a ritirarli, come volevano gli organizzatori di quelle kermesse.
È scandaloso davvero che non se ne siano accorti i cosiddetti operatori della comunicazione del mondo occidentale, pronti a seguire le appendici della Cia come Usaid o Ned in ogni loro campagna contro Cuba. A questi cronisti, d’altra parte, è sfuggito anche che ad Haiti, dagli Stati Uniti, sono arrivati decine di migliaia di marines ma non gli aiuti umanitari promessi, mentre invece continuano a funzionare i due ospedali da campo inviati il giorno dopo del terremoto da Cuba, realtà riconosciuta pubblicamente dal Presidente di quell’isola martoriata, Michel Martelly, ma sistematicamente ignorata o elusa dai nostri media.
È “sfuggita” anche la testimonianza della Coordinatrice residente dell’Onu a l’Avana, che dirige le agenzie, i fondi e i programmi delle Nazioni unite sull’isola. Barbara Pesce-Monteiro, romana, ex allieva del liceo Virgilio, laureata in Scienze politiche internazionali con master in Sviluppo rurale, che ha lavorato in zone calde, prima in Colombia e poi in Guatemala, Nicaragua, Messico e Angola, ha ricordato alcuni meriti dell’isola, come il fatto che “tutti, nessuno escluso hanno accesso all’educazione dalla prima infanzia e fino alle più sofisticate specializzazioni”.
Non è da poco per un paese del Centro America, che già occupava un prestigioso 53° posto nell’Indice di sviluppo umano, quando questo si basava solo su dati economici, aver raggiunto, ora che l’Onu ha inserito in questo tipo di valutazione non solo l’economia ma anche la salute e l’educazione, il 17° posto mondiale, precedendo, in America latina, Cile e Argentina
immagini inserite da internet da autore blog

Se il Fondo Monetario fa fallire gli Stati, ma l’Italia non lo sa.(Di Gianni Minà)




Se il Fondo Monetario fa fallire gli Stati, ma l’Italia non lo sa.
Venerdì 17 Febbraio 2012
Editoriale di Latinoamerica 117 ott-dic 2011
di Gianni Minà
Il 2 e il 3 dicembre scorso i presidenti e i premier di 33 paesi dell’America Latina e dei Caraibi [praticamente, tutte le nazioni americane tranne Stati Uniti e Canada], si sono riuniti a Caracas per dare compimento alla fondazione della Celac, [Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños] un organismo intergovernativo che si rifà all’idea della Comunità Europea.
L’iniziativa, che ha la sua Germania e la sua Francia nel Brasile, prossima quinta potenza economica del mondo, nell’Argentina di sinistra di Cristina Kirchner e nel ricco Venezuela petrolifero di Hugo Chávez, decreta il tramonto della vecchia Osa, l’Organizzazione degli stati americani che mezzo secolo fa Raul Roa, ministro degli esteri della Rivoluzione cubana, definiva “il ministero delle colonie yanqui” e che oggi Rafaél Correa, giovane presidente dell’Ecuador, economista con un master all’Università cattolica di Lovanio in Belgio, definisce lo “strumento di Washington per perseguitare i governi progressisti del continente a sud del Texas”.
È chiaro che la crisi economica mondiale, causata dagli spregiudicati maneggi finanziari dell’economia neoliberale, ha spaventato e sollecitato un continente oggi in crescita dopo decenni di sofferenze e vessazioni di istituti come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. Questi organismi hanno sempre lavorato per soddisfare solo le mire dei paesi più ricchi e potenti, tesi ad accaparrarsi le ricchezze di nazioni piene di risorse naturali ma condannate all’indigenza e alla repressione dalle logiche di prestiti “inumani e impagabili”, come li definì papa Giovanni Paolo II.
Per questo è sintomatico il fatto che alla Celac abbiano aderito anche i rappresentanti di governi conservatori e fino a ieri proni solo agli interessi degli Stati Uniti, come Juan Manuel Santos, neo presidente della Colombia, uno stato che “ospita” ben sette basi militari nordamericane, Felipe Calderón, presidente del Messico che a breve dovrà addirittura accettare che la lotta ai cartelli dei narcos venga diretta nel suo paese dai Seals, le teste di cuoio della Marina americana, che recentemente hanno fatto fuori in modo spiccio Osama bin Laden, e il cileno Sebastian Piñera, ultraliberista, eletto addirittura presidente del nuovo organismo.
La sopravvivenza è la sopravvivenza, e il fatto che molte di queste nazioni sudamericane stanno soffrendo un po’ meno la crisi economica in atto nel mondo perché hanno un rapporto meno dipendente con banche, assicurazioni e agenzie di rating nordamericane ha certamente avuto il suo peso nella decisione di dare vita a questo organismo. Tanto per capirci, infatti, a questo summit c’era anche Raúl Castro, presidente di Cuba, il paese ancora sottoposto a embargo e provocazioni varie da parte degli Stati Uniti per avere scelto, cinquant’anni fa, di governarsi con una sorta di socialismo caraibico e di essere quindi un cattivo esempio per tutte quelle nazioni nel continente sfruttate e depauperate per decenni dalle multinazionali del nord e che, ancora recentemente, sono state obbedienti nell’accettare il famoso Alca, trattato di libero commercio con gli Usa, che le fa ancora penare per restituire i debiti e recuperare uno straccio di sofferta autonomia.
Forse è per questa realtà, che smentisce molte delle certezze del mondo capitalista, del mercato, che la quasi totalità degli organi di informazione italiani hanno nascosto o addirittura ignorato, la notizia della nascita della Celac.
Come avrebbero potuto spiegare, infatti, dopo aver cantato senza ritegno le lodi dell’economia globalizzata e la favola del mercato che si autoregola, che queste realtà nascondono una cinica fregatura?
I nostri media sono arrivati al punto di sottolineare come notizia rassicurante quella che il Fondo monetario avrebbe intenzione di “aiutare” con un prestito la sofferente Italia di Monti. Dimenticano, però, che questo organismo, nato come la Banca mondiale a Bretton Woods [New Hampshire] nel 1944 per sovrintendere alla bilancia dei pagamenti fra stati dopo il fallimento del cosiddetto “Gold standard” [la convertibilità in oro di tutte le banconote circolanti, complice di un sistema che precipitò l’economia planetaria in due guerre mondiali] ha guadagnato una fama nefasta. La fama di aver annientato, a causa di debiti impagabili, tutte le nazioni dove, chissà perché, era stato richiesto il suo intervento.
Un primato rotto recentemente soltanto da nazioni latinoamericane come il Brasile di Lula o l’Argentina dei Kirchner, che hanno semplicemente detto, a un certo momento, “Adesso pagheremo quando potremo farlo” e, in pochi anni l’hanno fatto, avvisando poi i funzionari dell’Fmi, ancora impegnati, come Totò quando cercava di vendere la Fontana di Trevi, a proporre a queste nazioni presunti affari e - soprattutto - altri prestiti: “Con voi il discorso è chiuso, non vogliamo più vedervi da queste parti”.
La realtà poi è ancora più grottesca se si considera che, per esempio, come esperto di geopolitica latinoamericana, giornali progressisti come La Repubblica e l’Espresso, o come lo stesso El País in Spagna, scelgono l’ex direttore esecutivo della Banca mondiale, Moisés Naím, l’economista venezuelano che quando era ministro dell’industria e del commercio dell’imbarazzante governo di Carlos Andres Perez fu tra i responsabili, nel 1989, del caracazo, protesta di piazza contro le privatizzazioni selvagge repressa nel sangue con più di 500 morti. I suoi articoli, sempre avversi ai protagonisti del rinascimento dell’attuale America latina progressista, sono capaci di sostenere che non bisogna plaudire Lula, che ha portato il Brasile a essere quello di oggi, ma semmai gli incredibili successi del povero presidente messicano Felipe Calderón, creatura politica degli Stati Uniti, che nei suoi quasi sei anni di governo e di presunta guerra ai cartelli della droga, ha già messo in fila 50mila morti [quanto il conflitto in Iraq] e l’assassinio di una trentina di giornalisti.
Credo che in questo atteggiamento sia palese un grande equivoco: quello sulla capacità del modello politico neoliberale di salvare il mondo, o anche soltanto di tirarlo fuori dall’attuale corsa verso il nulla. Anche se pervicacemente perfino l’informazione che fu progressista cerca pateticamente di dimostrare che il mercato metterà tutto a posto.
Nel 1989 è imploso, per i suoi fallimenti, il comunismo. Adesso sta vivendo lo stesso destino il capitalismo. Solo che non si ha il coraggio di dirlo o non si permette di sottolinearlo, di farlo sapere e di porre riparo a questa deriva, perché sennò si perdono copie o punti di rating.
Tutto questo è pericoloso e triste, perché con questo andazzo, che si è limitato a proteggere banche, banchieri e nazioni potenti, non si va da nessuna parte se non verso pericolose stagioni di scontro e di ribellione. Guardate l’Italia: lo stesso Monti, condizionato della vecchia politica e sicuro solo dei consunti metodi del neoliberismo, non ha saputo far pagare i guasti economici a chi li aveva causati o, con i suoi modi di essere [evasione fiscale, corruzione eccetera], ne era responsabile. Perché dovremmo credere che adesso possa cambiare qualcosa, non avendo avuto il coraggio di girare pagina e di battere nuove vie, più eque e più sociali, per assicurare a tutti, ma proprio tutti gli esseri umani, il diritto di vivere?

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