lunedì 10 giugno 2013

Finanziatori di Capriles comprano giornale affiliato alla CIA - Financistas de Capriles compran diario afiliado a la CIA

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Finanziatori di Capriles comprano  giornale affiliato alla CIA
  
10.06.2013 - Jean-Guy Allard http://www.cubadebate.cu/

Il Diario Las Americas, di Miami, acquistato da
"investitori" venezuelani, guidati dal banchiere latitante Nelson Mezerhane,  è una vecchia dipendenza della CIA, il cui fondatore ha svolto mansioni di agente attivo dell'intelligence USA ed é sempre stato legato ai gruppi terroristici, di Miami, contro Cuba.

Il fondatore del Diario Las Americas, Horacio Aguirre Baca, è stato uno dei più attivi collaboratori del colonnello Jules Dubois, nell'operazione condotta dalla CIA per sequestrare la Società Interamericana della Stampa (SIP), tra il 1948 e il 1950. Suo figlio Alejandro garantiva, sin ora, la permanenza della collaborazione con il Dipartimento di Stato e le sue ramificazione occulte.

Il banchiere corrotto Mezerhane, ex proprietario del Banco Federal, del Venezuela, ed ex azionista della televisione privata Globovision, è ricercato dalla giustizia venezuelana come complice nell'omicidio del giovane procuratore Danilo Anderson che stava indagando il suo coinvolgimento nel colpo di stato contro il presidente Hugo Chavez.

Il principale promotore dell'acquisto del giornale di Miami, Mezerhane, ha coinvolto nella transazione il quotidiano di destra El Nacional, di Caracas, che s'incaricherà della "gestione editoriale" del giornale che sarà convertito nell'organo di propaganda e disinformazione antichavita all'estero.

Mezerhane, così come il giornalista Patricia Poleo, l'ex banchiere Eligio Cedeño, il generale traditore Eugenio Anez e l'ex magistrato Eladio Aponte Aponte, fa parte della rete di latitanti dalla giustizia venezuelana che Capriles Radonski privilegia nelle sue incursioni negli Stati Uniti dove trova una parte importante dei contributi ai multimilionari fondi della campagna.


VETERANO COLLABORATORE DELLA CIA
 Al momento dell'acquisto da parte di Mezerhane, la proprietà del Diario Las Americas continuava ad essere sotto il controllo di Horacio Aguirre, un avvocato di origine nicaraguense, mentre suo figlio era a capo della sua amministrazione.
Nato a New Orleans, Stati Uniti d'America, Aguirre è cresciuto in Nicaragua, dove la sua famiglia aveva rapporti con il dittatore Anastasio Somoza García, assassino del leader rivoluzionario Augusto César Sandino. Disaccordi con il dittatore lo hanno costretto all'esilio a Panama, con il fratello Francisco.
Poi entrambi sono andati negli Stati Uniti, dove si sono legati ai circuiti della destra di Miami, allora occupata dalla CIA e la sua gigantesca
JM/WAVE che gestiva la sua guerra terroristica contro la Cuba rivoluzionaria. Lì hanno fondato il quotidiano che è cresciuto tra i cubani associati alla dittatura di Fulgencio.
Uomo di fiducia dell'apparato yankee di controllo della stampa, Horacio Aguirre Baca ha lavorato con Jules Dubois, "Colonnello delle Orecchie Pelose" nel recupero della SIP, ed è stato assegnato al consiglio direttivo dell'organizzazione dal 1964 fino ad oggi. E' stato presidente di questa associazione e attualmente presiede il Comitato per gli Affari Internazionali. Anche suo figlio Alejandro ha occupato la presidenza di questo cartello mafioso della stampa.
In molte circostanze, Horacio Aguirre é stato parte delle operazioni della CIA in organizzazioni internazionali. Si racconta in note pubblicate dalla SIP, come nel 1978, trascorse "circa un mese presso l'Hotel Hilton di Parigi, lavorando dalle 8 alle 23:00" per attaccare l'Unione Sovietica ed i suoi alleati, in particolare contro Cuba, all' UNESCO.
"Il fatto è che mi é toccato il provvidenziale onore di essere stato in questa bella battaglia, uno strumento operativo fondamentale" ha confessato Aguirre in un discorso alla SIP.

UNA TRUPPA DI "COLLABORATORI"

Molti dei collaboratori, passati e presenti, del Diario Las Americas hanno direttamente o indirettamente  collaborato con i servizi segreti degli Stati Uniti in alcune occasioni o hanno effettuato un lavoro retribuito per conto di Radio e TV Martí, succursale dei servizi di propaganda del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Pablo Alfonso, "illustre" editorialista de El Nuevo Herald, ha guadagnATO quasi 175mila dollari tra il 2001 e il 2006 per i suoi scritti contro Cuba. Una volta conosciuta la sua militanza a pagamento, ha scelto rifugiarsi nella grotta degli Aguirre.
L'editorialista e giornalista Ariel Remos è identificato con gruppo annessionista Unità Cubana, di Armando Perez Roura, ed il noto terrorista Antonio Calatayud che riunisce numerose organizzazioni che difendono l'uso del terrore contro Cuba.
Il caso più raro di collusione del giornale con la CIA è la  "storica" collaborazione ​​del terrorista Antonio Tang
Baez, residente in Canada, che confessa la sua appartenenza al gruppo terrorista, di Miami, Alfa 66, una creatura della CIA responsabile di una innumerevole serie di azioni criminali, che continua a mantenere uffici nel "downtown" di Miami.

EREDE DELL' "OPERA" DEL "CIA" AGUIRRE

Nelson Mezerhane che scomparve da Caracas rubando sette milioni di dollari, non ha smesso, da allora, di cospirare contro il governo bolivariano del Venezuela, legandosi con gli elementi più recalcitranti del mondo politico USA, in particolare con individui  identificati come noti collaboratori della chiamata comunità di intelligence.
Autentico truffatore che ha rovinato migliaia di venezuelani a cui ha rubato sfacciatamente i loro risparmi, ha ricevuto il più caloroso benvenuto da parte del Dipartimento di Stato i cui organi di sicurezza lo hanno reclutato per aggiungerlo ai suoi operativi pubblici o segreti contro il Venezuela.
Per stare il Diario Las Americas in una situazione disastrosa, sia amministrativamente che come vendite, Mezerhane e gli altri soci di Capriles Radonski, sono stati identificati come idonei eredi dell' "opera" di Horacio Aguirre, veterano combattente  della guerra sporca contro l'America Latina.
Financistas de Capriles compran diario afiliado a la CIA
 
Jean-Guy Allard http://www.cubadebate.cu/

El Diario Las Américas, de Miami, adquirido por “inversores” venezolanos, encabezados por el banquero prófugo Nelson Mezerhane, es una vieja dependencia de la CIA, cuyo fundador desempeñó tareas de agente activo de la inteligencia estadounidense y siempre se vinculó a los círculos terroristas de Miami contra Cuba.
El fundador del Diario Las Américas, Horacio Aguirre Baca, fue uno de los más activos colaboradores del coronel Jules Dubois, en la operación realizada por la CIA para secuestrar a la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP), entre 1948 y 1950. Su hijo Alejandro garantizaba hasta ahora la permanencia de la colaboración con el Departamento de Estado y sus ramificaciones ocultas.
El banquero corrupto Mezerhane, ex dueño del Banco Federal, de Venezuela, y ex accionista del canal de televisión privado Globovisión, es requerido por la justicia venezolana como cómplice del asesinato del joven fiscal Danilo Anderson que investigaba su participación en el golpe de Estado contra el presidente Hugo Chávez.
El principal promotor de la compra del rotativo de Miami, Mezerhane, involucró en la transacción el diario derechista El Nacional, de Caracas, que se encargará de la “gestión editorial” del periódico que será convertido en órgano de propaganda y desinformación antichavista en el exterior.
Mezerhane, así como la periodista Patricia Poleo, el ex banquero Eligio Cedeño, el general traidor Eugenio Áñez y el ex magistrado Eladio Aponte Aponte, pertenece a la red de prófugos de la justicia venezolana que Capriles Radonski privilegia en sus incursiones en EEUU donde encuentra una importante parte de las contribuciones a su multimillonario fondo de campaña.

VETERANO COLABORADOR DE LA CIA

En el momento de la compra por Mezerhane, la propiedad del Diario Las Américas seguía bajo el control de Horacio Aguirre, un abogado de origen nicaragüense, mientras su hijo se encargaba de su administración.
Nacido en la Nueva Orleans, USA, Aguirre se crió en Nicaragua donde su familia mantenía relaciones con el dictador Anastasio Somoza García, asesino del líder revolucionario Augusto César Sandino. Discrepancias con el dictador lo forzó a exilarse a Panamá, con su hermano Francisco.
Ambos pasaron luego a Estados Unidos donde se vincularon a los circuitos derechistas de Miami, entonces ocupada por la CIA y su gigantesca estación JM/WAVE que llevaba su guerra terrorista contra la Cuba revolucionaria. Ahí fundaron el diario que creció entre los cubanos asociados a la dictadura de Fulgencio.
Hombre de confianza del aparato yanqui de control de la prensa, Horacio Aguirre Baca trabajó con Jules Dubois, “Coronel de las Orejas Peludas” en la recuperación de la SIP, y fue asignado a la junta directiva de la organización a partir de 1964 hasta hoy. Fue presidente de esta asociación y actualmente preside la Comisión de Asuntos Internacionales. Su hijo Alejandro también ocupó la presidencia de este cartel mafioso de la prensa.
En múltiples circunstancias, Horacio Aguirre fue parte de las operaciones de la CIA en organizaciones internacionales. Cuenta en notas publicadas por la SIP, como en 1978 se pasó “cerca de un mes en el Hilton de Paris, trabajando de las 8 am a las 11 pm” para atacar a la Unión Soviética y sus aliados, en especial contra Cuba, ante la UNESCO.
“El hecho es que a mí me tocó el honor providencial de haber sido en esta hermosa batalla, un instrumento operativo esencial”, confesó Aguirre en un discurso ante la SIP.

UNA TROPA DE “COLABORADORES”

Muchos de los colaboradores pasados y presentes del Diario Las Américas han colaborado directamente o indirectamente con los servicios de inteligencia estadounidense en algunas oportunidades o han ejecutado trabajo remunerado por cuenta de Radio y TV Martí, sucursales de los servicios de propaganda del Departamento de Estado de EEUU.
Pablo Alfonso, “ilustre” columnista de El Nuevo Herald, cobró casi 175.000 dólares entre 2001 y 2006 para sus escritos contra Cuba. Una vez conocido su militancia remunerada, escogió refugiarse en la cueva de los Aguirre.
El columnista y reportero Ariel Remos está identificado al grupo anexionista Unidad Cubana Unidad, de Armando Pérez Roura, y el connotado terrorista Antonio Calatayud que reúne a numerosas organizaciones que defienden el uso del terror contra Cuba.
El caso más raro de la colusión del periódico con la CIA es la colaboración “histórica” del terrorista Antonio Tang Báez, radicado en Canadá, que confiesa su pertenencia al grupo terrorista miamense Alpha 66, una criatura de la CIA responsable de un sinnúmero de acciones criminales, que sigue manteniendo oficinas en el “downtown” Miami.

HEREDERO DE LA “OBRA” DE “CIA” AGUIRRE

Nelson Mezerhane quien desapareció de Caracas robándose siete millones de dólares, no ha dejado desde entonces de conspirar contra el gobierno bolivariano de Venezuela, vinculándose con los elementos más recalcitrantes del mundo político norteamericano, notablemente con personajes identificados como connotados colaboradores de la llamada comunidad de inteligencia.
Auténtico estafador que arruinó a miles de venezolanos al robarles descaradamente sus ahorros, recibió la mejor de las acogidas del Departamento de Estado cuyos órganos de seguridad lo reclutaron para sumarle a sus operativos públicos o secretos contra Venezuela.
Al estar el Diario Las Américas en una situación desastrosa, tanto en lo administrativo como en sus ventas, Mezerhane y los demás socios de Capriles Radonski, fueron identificados como los herederos idóneos de la “obra” de Horacio Aguirre, veterano combatiente de la guerra sucia contra América Latina.


Tratto da :

Foto iniziale inserita da autore blog  siempre resistencia

domenica 2 giugno 2013

PIAZZA TAKSIM COME PIAZZA TAHRIR


PIAZZA TAKSIM COME PIAZZA TAHRIR

 
Istanbul è diventata un campo di battaglia coperto da gas lacrimogeni. La polizia, senza dubbi e per volere di Tayyip Erdogan e il suo governo AKP, hanno attaccato i manifestanti nel centro della città, vicino a Piazza Taksim, per cinque giorni consecutivi. Questa non e' una novità' : la polizia turca è famosa per la sua brutalità nel trattare con le dimostrazioni sgradite al governo. Solo un mese fa, durante il primo maggio, avevano disperso una mobilitazione di migliaia di lavoratori e sindacalisti usando gas lacrimogeni senza limiti.
Quindi niente di nuovo sul fronte della polizia. Questa pero' volta la situazione è diversa per un altro motivo.
La differenza risiede nella determinazione e audacia di contestatori. I primi quattro giorni hanno visto un numero crescente di persone, raggiungendo molte migliaia giovedì notte, cioè dopo il quarto giorno di lotta quando e' stato creato un campeggio sulla cosiddetta passeggiata vicino a Piazza Taksim. Ogni notte verso il mattino presto la polizia ha attaccato i campeggiatori costringendoli a smontare le tende e poi bruciandole dalla terza e quarta notte di protesta. I manifestanti hanno cercato di proteggersi la loro incolumità e quella dei preziosissimi alberi nel mezzo di una città con una zona verde estremamente limitata. Il municipio di Istanbul, sotto il governo AKP, è stato impegnato a preparare il terreno per costruire un centro commerciale (sotto le spoglie di un edificio storico) nel luogo dove ora si trova il lungomare.
La pura brutalità della polizia e alcuni teppisti in borghese che sostenevano di essere della polizia municipale (sono loro che hanno bruciato le tende) ha convinto la gente di Istanbul a correre in aiuto dei contestatori attaccati. Istiklal, ( il Viale dell' Indipendenza ) una grande arteria che corre da Taksim diversi chilometri a sud, una zona pedonale che è il cuore della cultura, della politica, e dell' intrattenimento e ultimamente anche del turismo, si riempì in pochissimo tempo di gente da un'estremità a altra di Piazza Taksim che era controllata dalla polizia. Istintivamente risuonarono i canti contro il governo e qualcuno ha persino previsto un po' avventatamente la sua imminente caduta.
 Uno slogan ha riscosso vera simpatia in mezzo alla folla: «Taksim diventerà Tahrir!» Questo è stato uno degli slogan del DIP (partito rivoluzionario dei lavoratori) ricordandole masse egiziane fin da quando iniziarono a lottare contro il loro moderno Faraone Hosni Mubarak. Lo slogan scandito dai militanti DIP al' avanguardia della folla in corteo sul viale Istiklal, ( il Viale dell' Indipendenza ) affrontando la polizia, immediatamente ha toccato un nervo scoperto e ha causato una reazione da parte i lacchè del governo AKP. Beyaz TV, un canale a pagamento del governo ha passato una didascalia sugli schermi e più volte chiedendo: "Che cosa vogliono questi provocatori con lo slogan 'Taksim diventerà Tahrir'!?"
 Il DIP da tempo chiede che il Ministro degli Esteri, responsabile della politica criminale del governo in Siria, ed il Ministro dell’Interno, che noi chiamiamo “Muammer il Chimico”, come riferimento ad “Ali il Chimico” del governo Saddam, siano rimossi dal loro incarico.
La rimozione di quest’ultimo è già all’ordine del giorno. Stasera c’erano già voci non confermate che il capo della polizia di Istanbul fosse stato destituito. Se anche ciò fosse vero, il che sarebbe fin troppo ottimistico, la pulizia non dovrebbe finire qui.
 La classe lavoratrice, le forze di sinistra e la gioventù turca stanno uscendo da un periodo di estrema passività politica. Tranne che per la lotta incessante portata avanti dal popolo curdo, la Turchia è stata un deserto in termini di lotte di massa negli ultimi 15 anni almeno, interrotto solo eccezionalmente dalla lotta dei lavoratori della Tekel (la compagnia del tabacco e degli alcolici, precedentemente privatizzata) nell’inverno 2009-2010, sfortunatamente svenduti dalla burocrazia sindacale. Quindi sarebbe azzardato dire che il movimento sia già ad un punto di non ritorno. Ma lo spirito è senza dubbio quello di una riacquistata fiducia da parte delle masse. Ciò che più conta è vedere come reagirà la classe lavoratrice organizzata. Ci sono state svariate azioni industriali importanti recentemente. Questo potrebbe benissimo radicalizzare l’atteggiamento di alcuni settori della classe lavoratrice, inclusi i lavoratori della Turkish Airlines, nel cui sciopero il DIP è intervenuto massicciamente.

Ho appena lasciato un’altra piazza centrale di Istanbul, non lontana da Taksim. La piazza è piena di gente, e migliaia, persino decine di migliaia di automobili stanno ancora muovendosi lentamente verso la piazza. Non ci sarebbe niente di straordinario in tutto ciò, se non fossero quasi le 3 del mattino. Anche Ankara, la capitale, era oggi in protesta. Izmir, la terza città turca sul mare Egeo, è ancora viva, con lotte di strada ancora in corso.

Un blogger ha detto stanotte: “ Bene, Tayyip Erdogan,
con la sua arroganza, è riuscito ad unire turchi e curdi, sunniti, aleviti e laici!” Ebbene, questo è quel che noi abbiamo sempre detto. Questo è quello che è accaduto quando i lavoratori della Tekel hanno iniziato la loro battaglia di due mesi e mezzo. Questo è quanto sta accadendo oggi su una scala molto più vasta.

Sungur Savran
segretario del PARTITO OPERAIO RIVOLUZIONARIO
(DIP) Sezione turca del CRQI

Foto tratte da internet da "Sandino" autore blog
 

mercoledì 29 maggio 2013

Venezuela será reconocida por la FAO en Roma por sus progresos notables en la lucha contra el hambre



Venezuela será reconocida por la FAO en Roma por sus progresos notables en la lucha contra el hambre

Prensa FAOVE | Miércoles, 29/05/2013 07:29 AM |


29 de mayo de 2013.- En el marco del 38° Periodo
de sesión de la Conferencia de la FAO en Roma se realizará un acto especial en “Reconocimiento de los progresos notables y excepcionales en la lucha contra el hambre” para honrar los avances de 35 países, entre los cuales se incluye Venezuela, en su batalla contra el hambre.

A la luz de la visión y el mandato de la FAO de trabajar por un mundo libre de hambre y la malnutrición, la Organización presenta al mundo estimaciones del número de personas hambrientas en casi todos los países del mundo, tomando como marco de referencia los objetivos planteados en la Cumbre Mundial sobre la Alimentación (CMA) de 1996 y los Objetivos de Desarrollo del Milenio (ODM) del 2000.

Los países que participaron en la CMA convocada por la FAO en Roma en 1996, declararon consagrar su voluntad política a conseguir la seguridad alimentaria para todos y a realizar un esfuerzo constante para erradicar el hambre de todos los países, con el objetivo inmediato de reducir el número de personas subnutridas a la mitad, tomando como fecha base el año 1990. Este objetivo debía cumplirse antes del 2015.

En el año 2000, en la Asamblea General de las Naciones Unidas, 189 países se comprometieron a liberar a las personas de numerosas privaciones y ofrecer un nivel de vida mínimo que incluya estar exento de hambre. Este compromiso se tradujo en la formulación de los ocho Objetivos de Desarrollos del Milenio (ODM). El ODM 1 expresa el deseo de erradicar la pobreza extrema y el hambre. Así, además de la meta de reducir a la mitad la pobreza mundial para el año 2015, se fijó la meta de reducir a la mitad la proporción de personas que padecen hambre en el mismo plazo.

Según las estimaciones más recientes de la FAO, Venezuela forma parte del grupo de 35 países que han realizado progresos excepcionales, al haber reducido la prevalencia de la subnutrición del 13.5% en el periodo 1990-1992 a menos de 5% en el periodo 2010-2012 y haber alcanzado así la meta del ODM 1 referente al hambre.

El número de personas subnutridas en el país ha pasado de ser 2.7 millones de 1990-1992 a un número muy bajo para el periodo 2010-2012, por lo tanto, Venezuela ha alcanzado también la más ambiciosa meta de la CMA.

Estos importantes logros son el resultado de una combinación de políticas destinadas a cubrir el marco legal, disponibilidad y acceso a los alimentos; pilares fundamentales del concepto de seguridad alimentaria. En el ámbito legal destaca un fuerte marco legal sustentado en el artículo 305 de la Constitución, así como una Ley Orgánica para la Seguridad y Soberanía Alimentaria (LOSSA). También resulta innovador en el ámbito del poder ejecutivo la creación en 2004 de un vigoroso Ministerio que trata específicamente el tema de Alimentación.

En relación a la disponibilidad, la FAO tiene como referencia que para que una persona no padezca de hambre o esté subnutrida debe consumir como mínimo 1.800 Kilocalorías/por día. En Venezuela, según datos del Instituto Nacional de Nutrición (INN), la disponibilidad calórica por persona alcanza 3.182 kilocalorías/por día.

Sobre el acceso a los alimentos resalta una amplia red de abastecimiento público: Supermercados Bicentenario, Mercal, PDVAL, ferias a cielo abierto, bodegas móviles, casas de alimentación, entre otras iniciativas, llegando a tener 22 mil puntos de abastecimiento a lo largo del territorio nacional. Actualmente, Misión Alimentación (programa bandera del Ministerio del Poder Popular para la Alimentación) atiende a 17,5 millones de personas, con una cobertura que llega a 61% de la población venezolana, quienes gozan de un subsidio que llega a alcanzar el 78,7% del total del precio del alimento, según la información manejada por el Ministerio del Poder Popular para la Alimentación.



martedì 28 maggio 2013

Fidel Castro si congratula con il presidente rieletto dell'Ecuador /ECUADOR EN EL NUEVO MANDATO DE RAFAEL CORREA (espanol)


Fidel Castro si congratula con il presidente rieletto dell'Ecuador



L'Avana, 27 mag (Prensa Latina) Il leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, si è congratulato con il presidente rieletto dell'Ecuador, Rafael Correa, che ha assunto l'incarico per un nuovo mandato fino al 2017.

"Caro Rafael, mi congratulo per il tuo discorso coraggioso e per la grande autorità morale e politica con la quale assumi nuovamente la presidenza dell'Ecuador", dice il messaggio del venerdì, inviato da L'Avana.

"Ho sentito la fermezza della tua voce quando condannava inconfutabilmente il bloqueo economico contro Cuba", ha aggiunto.

"Qualunque sia la durata della movimentata storia della nostra specie, nessuno potrà mai dimostrare che i grossolani interessi materiali saranno in grado di creare cittadini più virtuosi ed onesti", dice il leader cubano nella sua lettera al dignitario ecuadoriano.

“Una idea giusta dal fondo di una grotta è più potente di un esercito, ha detto l'apostolo della nostra indipendenza”, ha ricordato.

Nella conclusione del suo messaggio con un abbraccio di saluto, il presidente Fidel Castro ha detto: "Mi congratulo con te per il tributo giusto e sentito ad Hugo Chavez, che ha amato tanto l'Ecuador".

Ig/ogt/yp

ECUADOR EN EL NUEVO MANDATO DE RAFAEL CORREA

Entrevista de la Revista Bohemia de Cuba a Alexis Ponce
Periodista Susadny González  24.05.2013

¿Podría especificarme su cargo actual o función dentro del Gobierno?

Soy defensor de DDHH y en la actualidad, asesor social del compañero Walter Solís, Secretario Nacional del Agua.

Ciertos analistas sostienen que después de la muerte de Chávez, Rafael Correa emerge como el nuevo líder del continente. ¿Comparte este criterio o vislumbra un liderazgo más colegiado en la región?

Comparto el criterio de mi Presidente, quien
públicamente expresó su desacuerdo con que la oligarquía mediática global lo sitúe como “el nuevo caudillo” a la muerte de Chávez. Rafael ha dicho claramente que no le interesa liderar absolutamente nada, sino “servir a nuestras patrias pequeñas y a la Patria Grande, nuestra Latinoamérica”.

Ahora bien, en una perspectiva histórica, e independientemente de la correcta postura personal manifestada por nuestro “Mashi”, como lo llamamos muchos en Ecuador (“mashien quichua: amigo, compañero), es indudable que el Presidente Rafael Correa se ha ido convirtiendo, a pasos acelerados, en un referente del nuevo liderazgo continental, reconocido así por aliados y adversarios en buena parte del mundo.  

Hace seis años escribí algo que me parece sigue vigente y se potencia cada día: sostuve que Correa tiene una cualidad regional inédita: ser un líder que, por su personalidad natural y su sólida formación académica, unifica como una bisagra geopolítica las identidades de las grandes regiones del continente: el norte y el centro de Sudamérica, el Caribe y el Cono Sur.

A propósito del liderazgo colegiado, es acertada la tesis de nuestro querido compañero Álvaro García Linera, Vicepresidente de Bolivia, quien señaló en octubre de 2012 que “nuestros procesos no amarran a un modelo exclusivo, sino que son búsquedas plurales con velocidades y densidades diferenciadas para desmontar la maquinaria neoliberal y que se juntan unos con otros y forman un torrente que converge. Es obvio que, bajo esa dimensión, como sucedió en las luchas de la Primera Independencia con Bolívar, San Martín, Morelos, Artigas, Sucre, Martí, Morazán y otros, hoy tenemos en Latinoamérica un potente liderazgo colegiado: Rafael, Lula, Nicolás, Evo, Cristina, Raúl, Dilma, Daniel, Mauricio, Pepe...

El Mashi”, como todos los heterogéneos jefes de estado de la nueva Latinoamérica, es un líder en proceso permanente de construcción regional: se va formando cada día como un estadista supranacional con fuerte impacto generacional y en la gente sencilla, de a pie, en lugares tan disímiles como Caracas, Milán, Madrid, Buenos Aires o La Habana.

¿Cuál es la visión que en su país se tiene hoy del presidente Rafael Correa? En su opinión cuáles son algunas de sus fortalezas para conducir un proyecto de gobierno como la Revolución Ciudadana y el Buen vivir que defiende.

La visión del ciudadano de a pie es que tenemos, y así es, un presidente 100% ecuatoriano, que lleva en sí mismo las identidades de las cinco regiones del país, que siendo costeño tiene mucho de serrano, que siempre cumple lo que dice, que trabaja de sol a sol, sin descanso (recuerdo que a Fidel en Cuba el pueblo le decía “el Caballo”, por la forma de trabajar y de darse), que se conoce cada palmo del territorio como pocos presidentes (quizás Alfaro o Velasco Ibarra), que es muy tierno y delicado con los humildes y muy severo, casi “un diablo” con los poderosos, que es amoroso con los pobres y los niños, y  a la vez apasionado y enérgico ante las injusticias y las trabas del día a día, con una voluntad indomable, un pragmatismo que no eclipsa su gran idealismo, y sólidos conocimientos de estadista del nuevo tiempo. El 30-S lo vi crecer a la altura conmovedora de la historia de América Latina. Si fuese colombiano, la gente le diría “¡es un berraco!”. Creo que sintetiza un acumulado nacional de décadas, eso es lo que no entiende la oligarquía mediática golpista, es decir reúne las fortalezas históricas y ‘ese misterio humano’ que es el carisma, de tres hombres que lo antecedieron: Eloy Alfaro, Velasco Ibarra y Jaime Roldós.

Sus ideas, frases y decires, se repiten y recuerdan en muchos espacios, publicaciones y eventos por doquier. Y si “las ideas son a prueba de balas”, es que el hombre ha vencido. Quizás, ya como cosa mía, digo que le hace falta, un poco, volver a recuperar, después de algunos años de ejercicio del poder, esa cautivadora ironía sonriente que enamoró a tantos y tantas, cuando era el ministro de Economía más joven en la historia del país.

Su principal fortaleza es el apoyo popular, real e impresionante, que ha mantenido y aumentado con el paso de los años. Esa fortaleza determina las demás: en primer lugar, la progresiva radicalización, que en todo líder consecuente es notoria, como en el Fidel de 1961, el Perón de 1955, el Chávez del 2001. Para conducir la Revolución Ciudadana, el Gobierno y el horizonte estratégico del Socialismo del Buen Vivir, esas fortalezas garantizan el avance, no sin dificultades objetivas y subjetivas, de nuestro proceso, que es propio, sin anclas a modelos previos, autóctono, que se hace al andar, y que, al decir de Mariátegui, es creación heroica.

En unos de sus artículos usted alude a la manera en que algunos gobiernos progresistas parecen abocados a la búsqueda de un camino alternativo al neoliberalismo. ¿De qué manera se ilustra ese horizonte estratégico en su país?

Es una inusitada ‘tríada’ la que vivimos hace años en el continente y Ecuador: por un lado, es un momento de superación definitiva del neoliberalismo, la fase salvaje del capitalismo global; por otro lado, es un ‘tempo’ histórico de integración irreversible y unidad continental como solamente tuvimos a inicios del siglo XIX, en la ruptura definitiva con el imperio español al cual derrotamos; y, finalmente, es un espacio de diversidades juntadas como lo manifiesta ese intelectual ejemplar que es Álvaro García Linera, para estructurar modelos, estados y sociedades post-neoliberales.

Ese horizonte estratégico y esa tríada, se ilustran en el país en el desmantelamiento progresivo, pero acelerado, del neoliberalismo, en las esferas económica, política, institucional, ideológica y cultural -éstas dos últimas, las más complejas siempre-; el desplazamiento de la oligarquía del control centenario del aparato del Estado; la derrota táctico-estratégica de sus operadores clásicos: los viejos partidos políticos y gremios corporativos más emblemáticos; la configuración, también paulatina y acelerada, del nuevo Estado, en un tiempo histórico donde conviven aún, como es obvio, las dos formas estatales; la superación del “ethos” neoliberal en la distribución de los ingresos y recursos, hoy generados y multiplicados hacia la prioridad gubernamental que son los derechos, obras y servicios sociales; la construcción de una cada vez más sólida agenda exterior soberana, independentista, multi-polar y latinoamericanista que dejó atrás, en el cajón del olvido, al viejo colonialismo mental de la política internacional ecuatoriana del período 1999-2005; los crecientes beneficios estructurales y materiales a los más pobres, las capas populares del país y, factor importante, presente en Ecuador como en el resto de procesos gubernamentales de nuevo tipo, los crecientes beneficios a la clase media, que se amplía inusitadamente. Pero quizás, lo que mejor ilustra el horizonte estratégico, es el factor subjetivo: la recuperación del amor propio, de la autoestima nacional, del orgullo de saberse parte del Ecuador, la identidad de saberse un pueblo en un país diferente y, en muchas cosas, mejor que el que tuvieron las generaciones pasadas. Este país, más que edificios y obras materiales, necesitaba esperanza. Y la empezó a retomar.

Nos falta, obviamente, avanzar en esa necesidad de construir la discursiva y praxis que “baje hacia” y “empodere” a la población en la bandera estratégica más relevante que debemos construir entre todos: el socialismo del buen vivir. Cuando ese proyecto de largo plazo sea asumido profusamente por un pueblo ansioso de participar, la cuenta regresiva del capitalismo marcará un hito en la historia republicana. Pero considero impostergable señalar que ese camino, cualquiera sea el nombre que adopte en el resto de naciones fraternas, debe ser colectivo, regional, es decir global, paso indispensable para vencer a escala continental.

Ud. decía: “la Revolución Ciudadana se halla, paradójicamente, en la hora crucial de las potencialidades y las encrucijadas”. ¿Pudiera argumentar esa afirmación?

Esa afirmación, en rigor, la sostuve en un trabajo que escribí en noviembre del 2008; es decir, han pasado cinco veloces y profundos años, razón por la cual deben contextualizarse y entenderse a la luz de aquel primer año de Revolución Ciudadana. Aún no ocurría entonces, el intento de golpe y magnicidio del 30-S, ni se manifestaban, con la elocuencia de Angostura, los sectores fascistas como el representado por el coronel (r) Mario Pazmiño en FFAA y, sobre todo, en ciertas estructuras de la Policía; aún el partido mediático no se consolidaba como la poderosa vanguardia global de la reacción contra este proceso; tampoco se clarificaba, como hoy, el papel que la historia habrá de calificar, de las ONG’s, los partidos de la autollamada “única y verdadera izquierda” y los movimientos indigenistas y obreristas que abandonaron la lucidez y generosidad de los 80as y 90as, para ensombrecerse en la neblina de sus propios límites, que los convirtió en un “Polifemo anti-correísta” de mirada corta y odios estrechos, que les llevó a apostar a favor de la intentona fascista del 30 de Septiembre. La Revolución Ciudadana, en su difícil viaje colectivo hacia el nuevo país, ha recibido las rocas, ataques y conjuras de este cíclope que tiene, como en la mitología griega, varios otros hermanos en el continente: los cíclopes que, con su solo ojo con que ven la realidad, se oponen a Rafael, Evo, Nicolás, Cristina, Dilma, Pepe y Daniel.
Ahora bien, hay que entender que toda revolución -más aún las que van surgiendo en el siglo 21- siempre camina entre potencialidades y encrucijadas. No creo en la irreversibilidad definitiva de los procesos, ni en la vida ni en la historia. Estamos en un momento aún no definido ni definitivo de los procesos progresistas de América Latina. Luego de lo ocurrido en Honduras y Paraguay nadie puede sostener que tiene certeza de qué ocurrirá más tarde con los intentos desestabilizadores en Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina, etcétera.
No sería marxista -y creo serlo- si dijera que nuestro proceso es ‘irreversible’. Caminamos entre potencialidades y encrucijadas: es el signo del destino latinoamericano. Apuesto a las potencialidades, no faltaba más, pero las encrucijadas existen siempre, menos para las estatuas de sal. Con todo ello, veo que las encrucijadas se pueden definir y resolver a través de lo que hemos dado en llamar, tanto por parte del gobierno y una gran porción de la militancia de PAIS, como por parte de los movimientos sociales, obreros, poblacionales y campesinos aliados, la Radicalización del proceso.

¿Cuáles se esbozan como tareas impostergables para el ejecutivo de Correa? ¿Dónde estriban a su juicio los desafíos de la nueva Asamblea?

En el corto plazo la tarea impostergable para el Ejecutivo y Legislativo, se estima que será la aprobación de las leyes estratégicas, trabadas por la oligarquía mediática y la partidocracia criolla antes de su derrota del 17 de febrero. Es decir, las leyes de Comunicación, de Agua, de Tierras y, finalmente, el nuevo Código Penal (y aparejado a éste, tendrá que aportar al cambio estructural de la Fiscalía del Estado, que aún sigue anclada a la vieja dimensión represiva de los 80as y a la visión policial de la DEA).

En el nuevo período presidencial del 2013 al 2017, teniendo como nuestro sur (meta estratégica) al socialismo del buen vivir, veo en el horizonte la construcción inicial de los pilares de aquellas nuevas estructuras del país: el cambio de matriz productiva, la democratización de la economía y los medios de producción; el cambio de la matriz energética; la revolución científica-tecnológica; el desarrollo de un estado democrático del buen vivir desde los territorios; la revolución cultural y del conocimiento (“Ciudad Yáchay” es la piedra fundacional de aquella); y el fortalecimiento participativo de la sociedad.

Pero considero esencial que en todos los plazos: corto, mediano y largo, nuestro proceso genere más democracia que la ya generada y más participación de la que ya existe, pues en este nuevo período abierto por el triunfo aplastante del 17 de febrero, profundizar el proceso de cambio político, social y económico, significa cuidarlo, ahondándolo, puesto que por él hemos luchado millones de ecuatorianos y ecuatorianas, para que no fracase ni en el cuatrienio, ni tampoco en la siguiente década del 2020 al 2030, donde los pilares fundacionales del socialismo del buen vivir empezarán a dar los nuevos frutos.

En esa perspectiva, los desafíos de la nueva Asamblea estriban en la capacidad de generar una elocuente y masiva participación social y ciudadana extra-parlamentaria, ampliando espacios incluyentes inusitados a las organizaciones sociales y permitiendo que las disidencias internas y externas se expresen para cualificar ese salto dialéctico que implica el socialismo del siglo 21. La humildad y la modestia son más bellas cuando más fuerte eres.

Hace unas semanas el presidente hablaba de la necesidad de la crítica y autocrítica a favor del proyecto en construcción. ¿Cuáles son a su entender los principales señalamientos que se le pudiera hacer a su Gobierno?

Solo los dogmáticos y los sectarios desconocen el humilde poder de la autocrítica. Rafael, semanas atrás, con acierto conceptual y valentía corazonal llamó públicamente “a ejercer la autocrítica para revolucionar la revolución”. No podemos dejar solo al presidente Correa en este llamado. Es necesario hacerle saber que cuenta con el apoyo militante, crítico y autocrítico, de PAIS, de los funcionarios, de todas las fuerzas sociales organizadas del país y Latinoamérica que apoyan la profundización participativa y democrática del proceso.

Así que más que señalamientos, que los hay, deberíamos hablar de tareas a fortalecer y deudas a pagar: creo que a mayor ataque de los golpistas, es pertinente más radicalización del proceso. El 30-S la mayoría de la gente, que no tiene título Ph.D, fue la que salió a morir por su presidente y a defender en la calle su vida. Así que a mayor intolerancia del imperio, más participación social y democracia, hacia y desde abajo. A mayor defensa del statu-quo, más democracia participativa. A mayor ataque mediático, más democracia comunicacional y entrega masiva de frecuencias, canales, radios y periódicos a las organizaciones sociales y comunidades.

Las mujeres deben tener su canal de televisión, las organizaciones de trabajadores contar con una frecuencia nacional de radio, los intelectuales con espacios propios en los canales incautados de televisión, los defensores de DDHH que apostamos a este proceso debemos obtener un programa de televisión propio, los comités de la revolución ciudadana contar con periódicos y revistas de tiraje nacional. Entre el 2013 al 2017 será necesario concretar esos espacios de revolución cultural y democratización comunicacional.

¿De qué manera se articula en Ecuador la ofensiva estratégica de las elites luego de su intento por erosionar y desconocer las elecciones presidenciales?

Aquí ese intento “murió en el intento” como Lucio Gutiérrez. Los estamentos fascistas y los grandes medios mercantilistas se aislaron. Quisieron intentarlo, pero fracasaron. La derecha intelectual, los grupos económicos más responsables y el candidato que quedó en segundo lugar, estuvieron a la altura del momento, fueron muy responsables y no cayeron en la trampa gutierrista, socialcristiana y bucaramista. Por lo tanto, éstos no lograron “caprilizar” al país.

Obviamente, hay una matriz hemisférica y trasatlántica, no solo criolla, de embate colectivo contra Rafael y todos los procesos gubernamentales progresistas del continente, que activa un poderoso “lobby” político-económico-mediático-académico-trasnacional (los 'think-tank’ de la reacción) que converge en estrategias de acción mancomunada entre sus pares de la región para desestabilizar al Mashi y también a los otros gobiernos del Eje del Mal, bajo el esquema de las ‘revoluciones naranja´, con una coordinación regional cuyas puntas de lanza son el Partido Popular de España, la USAID, la NED, la Fundación CATO, la Fundación Ecuador Libre, la Sociedad Interamericana de Prensa, el Grupo de Diarios de las Américas, el Canal NTN24 de Colombia y, en la orilla de “los derechos humanos del norte”, las ONG’s, la CIDH-OEA, su Relatoría de Libertad de Expresión y las cortes que dan la razón a las transnacionales y no a los pueblos.

Es decidor que sectores fanáticos de ultraderecha que han perdido espacio desde la consulta por la Constituyente en 2008, y que perdieron abrumadoramente el reciente 17 de febrero, decidieran (como entrenados en iguales matrices de las revoluciones de terciopelo) cambiar el esquema y los escenarios. Apenas perdieron, aparecen enquistados en redes sociales y parapetados en espacios religiosos fundamentalistas, tanto católicos como cristianos, han decidido “migrar” su discurso antigubernamental a otras esferas, mutar como camaleones en pieles diferentes y dar la pelea desestabilizadora con otras identidades: el grupúsculo “14 millones”, inflado mediáticamente ex-profeso, abandera la lucha contra “el diablo” (léase el Gobierno) en todas las iglesias donde reparten octavillas contra la Revolución Ciudadana promocionando movilizaciones contra supuestos, en el pasado reivindicados -en la era febrescorderista (1984-1988)- por el ultramontano grupo “Tradición, Familia y Propiedad”; supuestos que han vuelto a resucitar, a través de ataques falaces contra el Presidente por “alentar” la promiscuidad sexual, la pastilla del día después, el matrimonio gay, etcétera, cuando es notorio, en Ecuador y el mundo, que “el Mashi” es un católico practicante.

Los grupos pro-vida, financiados por lo más exacerbado de la extrema derecha estadounidense del partido Republicano, Sarah Palin y los pastores que dieron “hurras” a Bush, en su momento apoyaron la campaña tendenciosa contra la Constituyente de Montecristi, atizando un discurso cavernario a través de dos mujeres asambleístas que tuvieron enorme caja de resonancia en los medios, para evitar la democratización temática de los derechos. Y hoy, cuando perdieron todo espacio público político, cuando han sido desplazados por una nueva derecha, más homogénea, intelectual y  moderna, salieron del sepulcro para vestir sus blancas túnicas donde incuban el golpismo de nuevo cuño.

Es diciente que lo hagan a sabiendas que tenemos un nuevo Papa, latinoamericano, y un jefe de Estado que fue el primero en saludar y emocionarse con tal nombramiento. Es inevitable que estos embates de hoy, me recuerden la sombra de las operaciones sicológicas montadas por la CIA y sus agentes internos en el Ecuador de los 60as, cuando promovían desde las iglesias y lo religioso, el ataque y la desestabilización a los nuevos vientos que soplaban en el país y el continente.

La oposición, en todo el continente, se nos presenta desideologizada, sin embargo, a propósito de la figura de Guillermo Lasso (segundo en las elecciones de febrero) Correa formula su deseo de que “en este período tengamos una verdadera oposición democrática”. ¿Qué criterios permiten sostener esa expectativa?

Entiendo muy bien y apoyo esa tesis del Presidente cuando la formuló, apenas enterado del impresionante triunfo la noche del 17 de febrero.

Lo que se desconoce en el exterior y por parte de “las verdaderas izquierdas”, es que durante el tiempo de campaña, los sectores más retardatarios no solo lanzaron sus ataques a Rafael, sino a Guillermo Lasso, el candidato presidencial de CREO, endilgándolo de “tibio” y “traidor”. Es esa misma extrema derecha que asume desde el fundamentalismo el ataque de nuevo tipo contra el gobierno en estos días, la que endilgó tales calificativos contra Guillermo. Son los sectores más ultra-derechistas, incluso en los medios oligárquicos como “El Universo” y “El Comercio”, los que en la coyuntura electoral llegaron a condenar sin disimulo a Guillermo Lasso, renegando de su temperamento dialogal y su culta manera de comportarse en política, distante y distinta de la conducta, de matones de barrio, de Lucio, Noboa, Nebot o Bucaram.

Si esto fuera Caracas, esos sectores serían caprilistas, contrarios a todo diálogo y a toda moderación.

Aquí tuvimos, y aún tenemos, una oposición mediocre, inculta, fundamentalista y poco preparada, gansteril en sus métodos, tristísima por su total falta de ética, lumpen por sus costumbres consuetudinarias en el quehacer político. Hasta los jefes editoriales de la prensa oligárquica, que se pretende que son gente medianamente preparada, han hecho gala de escaso conocimiento y gansterismo. En estos cinco años no tuvimos una oposición política seria, sino caricatural, garrotera, golpista y cavernícola. No tuvimos al frente un polo ideológico de ‘intelectuales orgánicos’ que representen mejor y bien sus posiciones, intereses y visiones del mundo. Hoy eso sí se percibe, por fin, en Guillermo Lasso, un adversario al cual se le respeta por ser, en efecto, distinto y distante de aquella cultura politiquera de la vieja república. Defenderá sus opciones y enfoques, obviamente, pero guardo la esperanza de que él representará desde el 24 de mayo, la inauguración de la oposición orgánica e intelectual conservadora a la Revolución Ciudadana, con argumentos y conceptos serios y con respeto caballeresco a las reglas del juego democrático. No es el cavernícola coronel Mario Pazmiño, ni el inculto reptilíneo Lucio Gutiérrez, ni el triste clown oligárquico Álvaro Noboa. No es Capriles ni Uribe. En esa tesis, que no la entiende la ultraizquierda interna y externa, coincido con el Mashi.

Recientemente el presidente Rafael Correa notificó el inicio de las negociaciones para su adhesión al MERCOSUR. Desde su perspectiva, ¿qué importancia tendría para el país su inserción en ese bloque comercial del Sur?

En mi opinión, sería un hito más en la construcción de esa agenda internacional soberana, integracionista y multi-polar que tanto ansié que tuviéramos en el Ecuador. Correa ha hecho posibles muchos de esos escenarios que elaboramos y por los cuales luchamos en una década. Falta avanzar mucho más, por supuesto: me gustaría que en breve nuestro Presidente fuera a Moscú y Pekín, los dos nuevos polos del mapamundi que está por nacer en lo que queda de la década. Desearía que estuviéramos en el MERCOSUR para evitarnos un tratado de libre comercio asimétrico con la UE y el renovado imperio alemán. Imagino verlo en Sudáfrica y la India, para trazar hasta allá la línea ecuatorial, que desde Nuestra América la empezara Fidel y continuara Chávez con el África y la gran nación de Gandhi. Y si de soñar se trata, quisiera que un día, entre 2013 y 2017, el Mashi reciba a los máximos representantes del herido y digno Estado de Palestina.

Pero, en el corto y mediano plazo, que Ecuador sume nombre y destino al MERCOSUR, es un desafío y una utopía imposible de imaginar en la era del colonialismo mental que nos tocó padecer con Mahuad, Gustavo Noboa y el dúo Gutiérrez-Zuquilanda. Tan solo pensar que podríamos formar parte del bloque económico (y geopolítico, he de insistir) más fuerte del Sur del mundo, debería motivarnos a apoyar ese esfuerzo y que, a la vez, debamos defender la consolidación temática de la UNASUR, la cristalización  comunicacional del ALBA (en auxilio concreto, no discursivo, a nuestra lucha inminente por la democratización de la comunicación, la tierra y el agua), y el crecimiento acelerado de la CELAC en el concierto internacional de naciones.

Creo que una referencia para saber avanzar en el camino correcto, nos lo da, paradójicamente, el reciente Informe de la CIA sobre Escenarios globales hasta el 2030. Si no apostamos al mundo multi-polar, a la alianza con China, Rusia, India, los países árabes, África, al Mercosur y a la Patria Grande, todo el sacrificio de una década en Ecuador y Latinoamérica, servirían de poco: volverían a mandar en estas tierras los herederos de la doctrina Monroe.

Como parte de la renovación del ejecutivo es notable la presencia de las mujeres en el Parlamento. ¿Qué lecturas le podemos dar a este hecho? ¿Podría tal vez ser una forma de enfocarse  hacia la violencia de género, una realidad histórica todavía patente a pesar de los avances constitucionales y legales en ese orden?

La feminización de la conducción parlamentaria y en la composición del gabinete ejecutivo, pone contra las cuerdas a una oposición mediática y social conservadora que siempre tiene respuestas descreídas a todo. Si lanzamos el primer satélite al espacio, los “huasicamas” del imperio, caricaturizan, amargados, el inédito despegue del país hacia el futuro. Si la prensa europea sostiene que Ecuador es “el nuevo jaguar de América”, los “felipillos” de la burguesía caricaturizan, envenenados, diciendo que el país no llega a tanto, solo a “danta” o “tapir”. Si ahora tenemos tres mujeres al frente de la Asamblea Legislativa, los “malinches” de los medios, caricaturizan, con odio en el fondo, esta inédita experiencia política, citando que se trata de “una treta”.

La realidad histórica de relegamiento a la mujer, de discriminación de género y de machismo marcado, evidentes en nuestra sociedad patriarcal, son confrontadas así por una revolución política como la nuestra, que envía mensajes de superación y ampliación de la democracia, de feminización de la política y del ejercicio de poder, y que ojalá, es mi deseo, coadyuve a  sancionar al feminicidio, delito que aumentó en el país, y a fortalecer las políticas de inclusión, de igualdad de género y los derechos de las mujeres.

¿Una revolución puede avanzar sin la participación de los sujetos históricos y las comunidades sociales?” ¿De qué manera esta pregunta esbozada por usted se cumple al interior del proceso ecuatoriano?

He sostenido lo contrario: “Una revolución NO puede avanzar sin la participación de los sujetos históricos y las comunidades sociales”. Creo que toda revolución, y más un proceso revolucionario del siglo 21 donde las diversidades son su cualidad, se mide por el grado de ejercicio participativo de su gente y por una virtud escasa en toda revolución que no ensancha sus espacios: en que no le tiene miedo a las comunidades, al pueblo, a la gente, y en que abre ‘las anchas alamedas’ como dijo Allende, para la participación directa, crítica y abierta de la sociedad movilizada. Al neoliberalismo en retroceso y a la democracia minimalista de la partidocracia, debemos anteponer más democracia participativa y directa.

En esa dimensión, en este proceso hemos conquistado muchos niveles, canales y espacios de participación, desde antes de la Constituyente, y luego de ella, amparados en la Constitución más vital del planeta: la que consignó por vez primera que tuviéramos derechos de la naturaleza, la silla vacía, el cuarto poder ciudadano, los consejos sectoriales participativos, entre otros.

Obviamente, dolorosamente en mi opinión, toda institucionalización de la participación es inevitable, pero si se acartona y formaliza, se corre el peligro de ‘formolizarla´, promoviendo el consentimiento callado y obediente. Sin organización ni participación ‘ilegal y ruidosa’, quiero decir sin la activa presencia de la gente, de las organizaciones y militantes que están o nacieron con este proceso, se ritualizan los espacios de movilización y los instrumentos de participación. Y “una revolución sin baile, no es una revolución.

Las organizaciones sociales comprometidas con este proceso han cometido muchos errores, demasiados, en tan pocos años. Por eso opino que tenemos por delante varios quehaceres, tanto las organizaciones sociales, cuanto las comunidades, y también las militancias, PAIS, los CDRs, los funcionarios revolucionarios, el Ejecutivo y el Legislativo, el Gobierno en sí:

- Construir un Eje Nacional de la Revolución Ciudadana que amplíe la participación social y garantice la continuidad del proceso.

- No dejar solo al Mashi en su tesis de que es necesario asumir la autocrítica (y la crítica añadiría yo) para revolucionar la revolución. Es crucial acompañarlo, defenderlo y ayudarlo a profundizar la revolución.

- Saber que los procesos revolucionarios del siglo 21 son como ríos, y un río trae de todo: no puede mirarse ese río como “izquierda y derecha”. Se debe entender que lleva y concentra al ‘todo nacional’, que fue fragmentado en la era neoliberal.

- Estar conscientes que ésta es una ventana de oportunidad histórica de un pueblo: no podemos desperdiciarla ni dejar que la desperdicien nuestras propias autoridades, ministros, funcionarios, técnicos, militantes y medios públicos.

- Impulsar la movilización permanente de todos los actores comprometidos con este proceso: una revolución que se profundiza, no lo hace desde la inercia y la inmovilidad. No se puede movilizar la gente solamente cada 30 de septiembre, cada 17 de febrero y cada 1º de mayo.

- Hay que dotar de seguridad a los cuadros dirigentes, tanto en el Estado cuanto en las comunidades y militancia, porque estimo que la reacción más violenta buscará golpear selectivamente y escalar a nuevos escenarios la confrontación entre el 2013 y 2017.

- Alentar la organización popular lo más masivamente que se pueda. Es crucial construir “las otras Ciudades Yáchay”. Abajo y arriba, al este y al oeste, al norte y al sur, hay que constituir los epicentros de los otros conocimientos, de las sabidurías populares, de las experticias militantes y de las experiencias de formación política, organización, historia y vida, valiosas y potentes que tenemos en un pueblo tan ejemplarmente insurrecto como el nuestro, reivindicando las venidas a menos ciencias sociales, los espacios de discusión en calles e instituciones, espacios que pudimos abrir en la efervescente etapa pre-revolucionaria de noviembre de 2004 a abril de 2005. Las amas de casa dialogaban sobre política petrolera del país en asambleas barriales; los trabajadores discutían la Constituyente en las empresas estatales; los y las “guambras” (quichuismo por jóvenes) reivindicaban el sexo, el baile y el humor como ejes nodales de la lucha contra la vieja república, y los activistas conspirábamos en público para derribar al viejo régimen.

Ese “ambiente” revolucionario debe respirarse, otra vez, cada vez más, superando el “te doy haciendo” al que a veces están acostumbrados los funcionarios y militantes. Parafraseando a “V” (el héroe del famoso film) “el pueblo no teme a los cenáculos que desconfían de la gente; son ellos los que temen a la ciudadanía revolucionada”.






venerdì 24 maggio 2013

Muos, Niscemi resiste ai giochi di guerra



Muos, Niscemi resiste ai giochi di guerra

Manlio Dinucci | Il manifesto

21/05/2013

La Lockheed Martin - compagnia aerospaziale e di «sicurezza globale» con 120mila dipendenti e vendite nette per 50 miliardi di dollari annui - ha appena consegnato il secondo satellite Muos a Cape Canaveral, da dove sarà lanciato a luglio. Il primo satellite è già operativo dal 2012. L'intera costellazione di quattro satelliti di questo nuovo sistema di comunicazioni della U.S. Navy sarà in orbita entro il 2015. Intanto la General Dymanics - altro gigante dell'industria bellica, con 90mila dipendenti e vendite annue per oltre 30 miliardi di dollari - costruisce le quattro stazioni terrestri del Muos: due in territorio Usa, in Virginia e nelle Hawaii, una in Australia e una in Sicilia. Dotata ciascuna di tre grandi parabole di 18 metri di diametro. La General Dynamics sta fornendo alle forze Usa le prime radio portatili An/Prc-155: degli smart phones per la guerra che, attraverso il Mobile User Objective System ad altissima frequenza, trasmettono in modo criptato, simultaneamente, voce, video e dati in streaming. Con il secondo satellite, il sistema sarà utilizzabile da oltre 20mila degli attuali terminali: successivamente essi saranno sostituiti con i nuovi, che trasmettono una mole di dati 16 volte superiore. Sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri saranno così collegati a un'unica rete di comando e comunicazioni, mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.

Gli strateghi che hanno concepito questa macchina da guerra globale non si sarebbero però mai aspettati che gli abitanti di una cittadina siciliana, Niscemi, avrebbero osato resistere. Quando il progetto Muos viene varato dalla Lockheed nel 2004, è il governo Berlusconi che autorizza segretamente a installare in Sicilia una delle stazioni terrestri. Viene scelta Sigonella, ma uno studio realizzato da una società statunitense avverte che le fortissime emissioni elettromagnetiche delle antenne possono far esplodere gli ordigni presenti nella base. Viene quindi scelta Niscemi, dove c'è già un centro Usa di trasmissioni radio navali con 41 antenne. Il nulla osta viene dato, sempre segretamente, dal governo Prodi e, nel 2007, la Regione Sicilia dà luce verde all'installazione. Non la danno però gli abitanti e il Comune di Niscemi, consapevoli dei danni sanitari delle emissioni elettromagnetiche. Nasce il movimento popolare No Muos che si diffonde anche nei comuni limitrofi e, lo scorso marzo, il nuovo presidente della Regione Rosario Crocetta revoca definitivamente l'autorizzazione per il Muos di Niscemi.
 Scatta a questo punto la controffensiva. Le
azioni non-violente degli attivisti No Muos vengono duramente represse e condannate dall'ambasciata Usa a Roma e dal ministero italiano della difesa, che porta il Comune di Niscemi innanzi al Tar chiedendo un grosso risarcimento per l'interruzione dei lavori. Mentre si aspetta il responso dell'Istituto superiore di sanità (da cui c'è poco da aspettarsi) e il fisico John Oetting della Hopkins University assicura che le antenne Muos emettono meno radiazioni di un forno a microonde, parlamentari Cinque Stelle, dopo aver visitato l'installazione, garantiscono che «i lavori sono fermi e i parametri mostrati dal console Moore sono al di sotto dei limiti di pericolosità». Dichiarazioni contestate dai manifestanti che, con scritte tipo «No war in Syria» e «Contro il Muos per un Mediterraneo di pace», dimostrano che la loro è anche una resistenza alle politiche di guerra.

immagini inserite da autore blog da internet