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lunedì 10 giugno 2013

Finanziatori di Capriles comprano giornale affiliato alla CIA - Financistas de Capriles compran diario afiliado a la CIA

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Finanziatori di Capriles comprano  giornale affiliato alla CIA
  
10.06.2013 - Jean-Guy Allard http://www.cubadebate.cu/

Il Diario Las Americas, di Miami, acquistato da
"investitori" venezuelani, guidati dal banchiere latitante Nelson Mezerhane,  è una vecchia dipendenza della CIA, il cui fondatore ha svolto mansioni di agente attivo dell'intelligence USA ed é sempre stato legato ai gruppi terroristici, di Miami, contro Cuba.

Il fondatore del Diario Las Americas, Horacio Aguirre Baca, è stato uno dei più attivi collaboratori del colonnello Jules Dubois, nell'operazione condotta dalla CIA per sequestrare la Società Interamericana della Stampa (SIP), tra il 1948 e il 1950. Suo figlio Alejandro garantiva, sin ora, la permanenza della collaborazione con il Dipartimento di Stato e le sue ramificazione occulte.

Il banchiere corrotto Mezerhane, ex proprietario del Banco Federal, del Venezuela, ed ex azionista della televisione privata Globovision, è ricercato dalla giustizia venezuelana come complice nell'omicidio del giovane procuratore Danilo Anderson che stava indagando il suo coinvolgimento nel colpo di stato contro il presidente Hugo Chavez.

Il principale promotore dell'acquisto del giornale di Miami, Mezerhane, ha coinvolto nella transazione il quotidiano di destra El Nacional, di Caracas, che s'incaricherà della "gestione editoriale" del giornale che sarà convertito nell'organo di propaganda e disinformazione antichavita all'estero.

Mezerhane, così come il giornalista Patricia Poleo, l'ex banchiere Eligio Cedeño, il generale traditore Eugenio Anez e l'ex magistrato Eladio Aponte Aponte, fa parte della rete di latitanti dalla giustizia venezuelana che Capriles Radonski privilegia nelle sue incursioni negli Stati Uniti dove trova una parte importante dei contributi ai multimilionari fondi della campagna.


VETERANO COLLABORATORE DELLA CIA
 Al momento dell'acquisto da parte di Mezerhane, la proprietà del Diario Las Americas continuava ad essere sotto il controllo di Horacio Aguirre, un avvocato di origine nicaraguense, mentre suo figlio era a capo della sua amministrazione.
Nato a New Orleans, Stati Uniti d'America, Aguirre è cresciuto in Nicaragua, dove la sua famiglia aveva rapporti con il dittatore Anastasio Somoza García, assassino del leader rivoluzionario Augusto César Sandino. Disaccordi con il dittatore lo hanno costretto all'esilio a Panama, con il fratello Francisco.
Poi entrambi sono andati negli Stati Uniti, dove si sono legati ai circuiti della destra di Miami, allora occupata dalla CIA e la sua gigantesca
JM/WAVE che gestiva la sua guerra terroristica contro la Cuba rivoluzionaria. Lì hanno fondato il quotidiano che è cresciuto tra i cubani associati alla dittatura di Fulgencio.
Uomo di fiducia dell'apparato yankee di controllo della stampa, Horacio Aguirre Baca ha lavorato con Jules Dubois, "Colonnello delle Orecchie Pelose" nel recupero della SIP, ed è stato assegnato al consiglio direttivo dell'organizzazione dal 1964 fino ad oggi. E' stato presidente di questa associazione e attualmente presiede il Comitato per gli Affari Internazionali. Anche suo figlio Alejandro ha occupato la presidenza di questo cartello mafioso della stampa.
In molte circostanze, Horacio Aguirre é stato parte delle operazioni della CIA in organizzazioni internazionali. Si racconta in note pubblicate dalla SIP, come nel 1978, trascorse "circa un mese presso l'Hotel Hilton di Parigi, lavorando dalle 8 alle 23:00" per attaccare l'Unione Sovietica ed i suoi alleati, in particolare contro Cuba, all' UNESCO.
"Il fatto è che mi é toccato il provvidenziale onore di essere stato in questa bella battaglia, uno strumento operativo fondamentale" ha confessato Aguirre in un discorso alla SIP.

UNA TRUPPA DI "COLLABORATORI"

Molti dei collaboratori, passati e presenti, del Diario Las Americas hanno direttamente o indirettamente  collaborato con i servizi segreti degli Stati Uniti in alcune occasioni o hanno effettuato un lavoro retribuito per conto di Radio e TV Martí, succursale dei servizi di propaganda del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Pablo Alfonso, "illustre" editorialista de El Nuevo Herald, ha guadagnATO quasi 175mila dollari tra il 2001 e il 2006 per i suoi scritti contro Cuba. Una volta conosciuta la sua militanza a pagamento, ha scelto rifugiarsi nella grotta degli Aguirre.
L'editorialista e giornalista Ariel Remos è identificato con gruppo annessionista Unità Cubana, di Armando Perez Roura, ed il noto terrorista Antonio Calatayud che riunisce numerose organizzazioni che difendono l'uso del terrore contro Cuba.
Il caso più raro di collusione del giornale con la CIA è la  "storica" collaborazione ​​del terrorista Antonio Tang
Baez, residente in Canada, che confessa la sua appartenenza al gruppo terrorista, di Miami, Alfa 66, una creatura della CIA responsabile di una innumerevole serie di azioni criminali, che continua a mantenere uffici nel "downtown" di Miami.

EREDE DELL' "OPERA" DEL "CIA" AGUIRRE

Nelson Mezerhane che scomparve da Caracas rubando sette milioni di dollari, non ha smesso, da allora, di cospirare contro il governo bolivariano del Venezuela, legandosi con gli elementi più recalcitranti del mondo politico USA, in particolare con individui  identificati come noti collaboratori della chiamata comunità di intelligence.
Autentico truffatore che ha rovinato migliaia di venezuelani a cui ha rubato sfacciatamente i loro risparmi, ha ricevuto il più caloroso benvenuto da parte del Dipartimento di Stato i cui organi di sicurezza lo hanno reclutato per aggiungerlo ai suoi operativi pubblici o segreti contro il Venezuela.
Per stare il Diario Las Americas in una situazione disastrosa, sia amministrativamente che come vendite, Mezerhane e gli altri soci di Capriles Radonski, sono stati identificati come idonei eredi dell' "opera" di Horacio Aguirre, veterano combattente  della guerra sporca contro l'America Latina.
Financistas de Capriles compran diario afiliado a la CIA
 
Jean-Guy Allard http://www.cubadebate.cu/

El Diario Las Américas, de Miami, adquirido por “inversores” venezolanos, encabezados por el banquero prófugo Nelson Mezerhane, es una vieja dependencia de la CIA, cuyo fundador desempeñó tareas de agente activo de la inteligencia estadounidense y siempre se vinculó a los círculos terroristas de Miami contra Cuba.
El fundador del Diario Las Américas, Horacio Aguirre Baca, fue uno de los más activos colaboradores del coronel Jules Dubois, en la operación realizada por la CIA para secuestrar a la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP), entre 1948 y 1950. Su hijo Alejandro garantizaba hasta ahora la permanencia de la colaboración con el Departamento de Estado y sus ramificaciones ocultas.
El banquero corrupto Mezerhane, ex dueño del Banco Federal, de Venezuela, y ex accionista del canal de televisión privado Globovisión, es requerido por la justicia venezolana como cómplice del asesinato del joven fiscal Danilo Anderson que investigaba su participación en el golpe de Estado contra el presidente Hugo Chávez.
El principal promotor de la compra del rotativo de Miami, Mezerhane, involucró en la transacción el diario derechista El Nacional, de Caracas, que se encargará de la “gestión editorial” del periódico que será convertido en órgano de propaganda y desinformación antichavista en el exterior.
Mezerhane, así como la periodista Patricia Poleo, el ex banquero Eligio Cedeño, el general traidor Eugenio Áñez y el ex magistrado Eladio Aponte Aponte, pertenece a la red de prófugos de la justicia venezolana que Capriles Radonski privilegia en sus incursiones en EEUU donde encuentra una importante parte de las contribuciones a su multimillonario fondo de campaña.

VETERANO COLABORADOR DE LA CIA

En el momento de la compra por Mezerhane, la propiedad del Diario Las Américas seguía bajo el control de Horacio Aguirre, un abogado de origen nicaragüense, mientras su hijo se encargaba de su administración.
Nacido en la Nueva Orleans, USA, Aguirre se crió en Nicaragua donde su familia mantenía relaciones con el dictador Anastasio Somoza García, asesino del líder revolucionario Augusto César Sandino. Discrepancias con el dictador lo forzó a exilarse a Panamá, con su hermano Francisco.
Ambos pasaron luego a Estados Unidos donde se vincularon a los circuitos derechistas de Miami, entonces ocupada por la CIA y su gigantesca estación JM/WAVE que llevaba su guerra terrorista contra la Cuba revolucionaria. Ahí fundaron el diario que creció entre los cubanos asociados a la dictadura de Fulgencio.
Hombre de confianza del aparato yanqui de control de la prensa, Horacio Aguirre Baca trabajó con Jules Dubois, “Coronel de las Orejas Peludas” en la recuperación de la SIP, y fue asignado a la junta directiva de la organización a partir de 1964 hasta hoy. Fue presidente de esta asociación y actualmente preside la Comisión de Asuntos Internacionales. Su hijo Alejandro también ocupó la presidencia de este cartel mafioso de la prensa.
En múltiples circunstancias, Horacio Aguirre fue parte de las operaciones de la CIA en organizaciones internacionales. Cuenta en notas publicadas por la SIP, como en 1978 se pasó “cerca de un mes en el Hilton de Paris, trabajando de las 8 am a las 11 pm” para atacar a la Unión Soviética y sus aliados, en especial contra Cuba, ante la UNESCO.
“El hecho es que a mí me tocó el honor providencial de haber sido en esta hermosa batalla, un instrumento operativo esencial”, confesó Aguirre en un discurso ante la SIP.

UNA TROPA DE “COLABORADORES”

Muchos de los colaboradores pasados y presentes del Diario Las Américas han colaborado directamente o indirectamente con los servicios de inteligencia estadounidense en algunas oportunidades o han ejecutado trabajo remunerado por cuenta de Radio y TV Martí, sucursales de los servicios de propaganda del Departamento de Estado de EEUU.
Pablo Alfonso, “ilustre” columnista de El Nuevo Herald, cobró casi 175.000 dólares entre 2001 y 2006 para sus escritos contra Cuba. Una vez conocido su militancia remunerada, escogió refugiarse en la cueva de los Aguirre.
El columnista y reportero Ariel Remos está identificado al grupo anexionista Unidad Cubana Unidad, de Armando Pérez Roura, y el connotado terrorista Antonio Calatayud que reúne a numerosas organizaciones que defienden el uso del terror contra Cuba.
El caso más raro de la colusión del periódico con la CIA es la colaboración “histórica” del terrorista Antonio Tang Báez, radicado en Canadá, que confiesa su pertenencia al grupo terrorista miamense Alpha 66, una criatura de la CIA responsable de un sinnúmero de acciones criminales, que sigue manteniendo oficinas en el “downtown” Miami.

HEREDERO DE LA “OBRA” DE “CIA” AGUIRRE

Nelson Mezerhane quien desapareció de Caracas robándose siete millones de dólares, no ha dejado desde entonces de conspirar contra el gobierno bolivariano de Venezuela, vinculándose con los elementos más recalcitrantes del mundo político norteamericano, notablemente con personajes identificados como connotados colaboradores de la llamada comunidad de inteligencia.
Auténtico estafador que arruinó a miles de venezolanos al robarles descaradamente sus ahorros, recibió la mejor de las acogidas del Departamento de Estado cuyos órganos de seguridad lo reclutaron para sumarle a sus operativos públicos o secretos contra Venezuela.
Al estar el Diario Las Américas en una situación desastrosa, tanto en lo administrativo como en sus ventas, Mezerhane y los demás socios de Capriles Radonski, fueron identificados como los herederos idóneos de la “obra” de Horacio Aguirre, veterano combatiente de la guerra sucia contra América Latina.


Tratto da :

Foto iniziale inserita da autore blog  siempre resistencia

lunedì 15 aprile 2013

ADELANTE VENEZUELA!

 
ADELANTE VENEZUELA!
 Tratto da Liberazione on line 15/04/2013
  articolo di Marco Consolo
 
Le forze del socialismo e della trasformazione vincono ancora in Venezuela. Seppur con uno stretto margine, gli elettori hanno confermato i pronostici della vigilia che davano favorito Nicolás Maduro, il candidato socialista indicato da Hugo Chávez come presidente, contro l’oppositore Henrique Capriles, governatore dello Stato di Miranda. A Maduro è andato il 50,66 % dei voti, mentre Capriles si è dovuto accontentare del 49,07% ottenuto con l’appoggio di una variopinta “Mesa de Unidad democratica”. Una vittoria di qualche migliaio di voti per il candidato del Gran Polo Patriottico, formato dal Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), dal Partido Comunista de Venezuela (PCV) e da altre formazioni della sinistra politica e sociale.
Come si ricorderà, le elezioni presidenziali dello scorso 7 ottobre avevano visto prevalere ampiamente il Comandante Chávez (55%) sullo stesso Capriles (44%). L’astensione è cresciuta di un punto, arrivando al 20,16% dei quasi 19 milioni di aventi diritto (ad ottobre era stata del 19,06 %).
Dopo aver atteso i risultati nel “Cuartel de la montagna”, dove riposano i resti del Comandante Chavez, un Maduro molto serio ha annunciato la vittoria alle prime ore dell’alba. E in un alba di undici anni fa, il Presidente Chavez era riscattato dalle mani della destra golpista grazie alle forze armate lealiste ed alla straordinaria mobilitazione del suo popolo. In queste ore alcuni dirigenti chavisti parlano della necessità di una profonda autocritica. E mentre scriviamo la destra non ha ancora riconosciuto il risultato elettorale e chiede il riconteggio dei voti.
Certamente Nicolás Maduro, l’ex-sindacalista ed autista di bus, partiva in vantaggio: dalla sua parte l’onda espansiva dei risultati in conquiste sociali e dell’immagine di Chávez, oltre alle due recenti vittorie nelle presidenziali e nelle regionali (20 su 23). Dal 1998, su 24 scadenze elettorali di questi anni di proceso rivoluzionario venezuelano, ben 23 sono state vinte dai candidati e dalle idee di cambiamento immedesimate nella figura di Chávez.
Dal 1998, con le elezioni di ieri il processo bolivariano si è sottoposto ad un totale di 6 referendum, 3 elezioni presidenziali, 3 per il rinnovo del parlamento, 3 regionali, 3 municipali e 3 per il rinnovo dei sindaci (http://www.cne.gov.ve/web/index.ph). Decisamente una strana “dittatura” che si sottopone così spesso al giudizio del suo popolo.
Dal 5 marzo, giorno della scomparsa di Chávez, i toni della campagna elettorale erano stati duri e senza esclusioni di colpi da entrambe le parti. Ci si era messo anche l’intervento a gamba tesa del Dipartimento di Stato nord-americano, che ha messo in dubbio la trasparenza del processo elettorale venezuelano. La dichiarazione di Roberta Jacobson, incaricata per l’America Latina, era stata respinta al mittente dal Parlamento di Caracas come una ingerenza «miserabile». Viceversa l’ex-Presidente democratico Jimmy Carter aveva definito le elezioni in Venezuela come «le più trasparenti del mondo».
E nei giorni scorsi sia Maduro che il ministro degli esteri Elías Jaua avevano denunciato con nomi e cognomi l’infiltrazione di mercenari da El Salvador e paramilitari di altri paesi per realizzare attentati e provocazioni. Una cospirazione scoperta grazie a intercettazioni telefoniche ed un lungo lavoro di intelligence. Oltre a 17 persone arrestate con «le mani nel sacco» cha stavano organizzando il sabotaggio della rete elettrica, altre sono state trovate in possesso di armi ed esplosivo non in dotazione alle forze armate venezuelane e di provenienza staunitense. Il Presidente salvadoregno Mauricio Funes ha ordinato un'inchiesta.
La destra, insomma, non ha rinunciato alla sua “agenda occulta”, combinando diverse forme di lotta politica, quella legale e quella violenta. E c’è da scommettere che sarà così anche in futuro. Durante la sua paradossale campagna Henrique Capriles ha provato di tutto: prima si è dichiarato ammiratore dell’ex presidente brasiliano Lula (che si è affrettato a mandare un video-messaggio di appoggio a Maduro). Poi ha promesso di mantenere le “misiones” sociali bolivariane in caso di vittoria. Forse il clou è stata la sua promessa di dare la nazionalità ai medici cubani delle “misiones” di salute. Peccato che lo stesso Capriles era stato in prima fila nel violento assalto all’ambasciata cubana a Caracas durante il tentativo di colpo di Stato anti-Chávez del 2002. Infine era arrivato a chiamare il suo comando di campagna con il nome del “libertador” Simon Bolivar. Ma a metà della campagna aveva cambiato strategia, abbandonando i toni conciliatori e scommettendo sulla polarizzazione del Paese. Una scelta che ha pagato e che lo ha portato a un passo dalla vittoria elettorale dell’opposizione.
Oggi Maduro ha davanti a sè la sfida del governo e dell’approfondimento delle trasformazioni sociali. Con una eredità politica di Chávez da far tremare i polsi. Il programma elettorale con cui Maduro ha vinto è lo stesso programma presentato da Chávez nelle scorse elezioni, il Plan Patria 2013-2019. E non c’è dubbio che le due proposte di Paese erano e sono antagoniste.
Da una parte la sfida della costruzione del socialismo bolivariano in un Paese che vuole essere indipendente con piena sovranità popolare. Dall’altra il dominio delle grandi potenze ed il loro capitalismo selvaggio.
Da un lato quella dello scomparso Presidente Chávez di costruire un ordine multipolare sullo scenario internazionale, un’integrazione continentale autonoma dagli Stati Uniti basata sulla solidarietà e sulla complementarietà, il controllo delle risorse naturali, e la distribuzione egualitaria delle ricchezze attraverso la rifondazione dello Stato, la priorità dei bisogni delle grandi masse escluse storicamente. Una proposta conosciuta come “socialismo del XXI° secolo”.
Dall’altro il tentativo delle multinazionali dell’energia che cercano di riprendere il controllo delle risorse petrolifere, gli imprenditori venezuelani che per decenni si sono ripartiti le ricchezze del Paese ed i partiti tradizionali sconfitti dopo 40 anni di controllo egemonico. E’ indubbio però che la proposta dell’opposizione ha avuto appoggio anche in settori popolari.
Dopo la scomparsa di Chávez, i laboratori mediatici della destra internazionale hanno lavorato per favorire e presentare la versione della divisione interna alle file chaviste, in particolare quella tra Maduro e Diosdado Cabello, presidente del Parlamento. E in queste ore a Caracas la guerra mediatica si è concentrata su internet e nelle cosiddette reti sociali. Come segno dei tempi, i Twitter di Maduro, di altri dirigenti bolivariani, del PSUV hanno subito un’attacco di hacker dalla vicina Colombia, secondo la denuncia di una “guerra sporca”. L’attacco si è concentrato a un certo punto sulla pagina della CELAC, la Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi e soprattutto contro quella del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) che a fine giornata aveva collezionato più di 45.000 tentativi di intrusione.
Anche in Italia, con La Repubblica in prima fila ed il Corriere della Sera a seguire, i grandi mezzi di “dis-informazione” hanno scommesso sulle divisioni interne al PSUV, sui problemi economici, disegnando scenari catastrofici e manipolando ancora una volta la realtà. Voci in perfetta sintonía con quella del generale John Kelly, a capo del Comando Sur degli Stati Uniti, che nei giorni scorsi aveva dichiarato che l’economia venezuelana era “traballante”, in particolare quella della industria petrochimica «vecchia e che ha bisogno di molte risorse per rinnovarsi». In una recente audizione al Congresso Statunitense, lo stesso generale Kelly aveva però dovuto confessare che «ci aspettiamo che vinca Nicolas Maduro». Bisognerebbe suggerire al generale di spiegarlo a molti giornalisti italiani che ancora non se ne fanno una ragione.
E a proposito di mezzi di “comunicazione” di massa, una curiosità: il partito di Capriles si chiama Primero Justicia (Prima la giustizia). Il nome è stato scelto dagli spin doctors dei media, prendendo spunto da una fortunata serie televisiva molto in voga qualche anno fa.


martedì 2 aprile 2013

Intenta la oposición apropiarse del mito Chávez y enfrentarlo a Nicolás Maduro


El chavismo busca hacer de estos comicios un referendo sobre la continuidad de su proyecto

Intenta la oposición apropiarse del mito Chávez y enfrentarlo a Nicolás Maduro

Organiza la operación mediática Juan José Rendón, especialista en campañas negativas y guerra sucia


Nevado husmea los pies de los visitantes del
Cuartel de la Montaña. Su cuerpo está cubierto con un chaleco con la imagen de una bandera venezolana y un rótulo: Guardia Nacional Bolivariana CR-5. Un elemento del Comando Regional número 5 lo cuida.
Nevado es un perro blanco de manchas cafés, de raza macuchíes, originaria de Venezuela, que el 15 de marzo acompañó, durante más de 12 kilómetros, el cortejo que trasladó los restos de Hugo Chávez desde los Próceres hasta el Cuartel de la Montaña. La milicia lo adoptó y desde entonces lo cuida.
Nevado fue así nombrado en honor al can que siguió a Simón Bolívar a través de varios países durante la guerra de Independencia de la corona española, que murió atravesado por una lanza en la Batalla de Carabobo, en la que se abrieron las puertas de la independencia a Venezuela.
En el Cuartel de la Montaña, al lado de Nevado, acompañado por una hilera de banderas latinoamericanas, se encuentra el féretro del comandante, con una flor de los cuatro elementos, diseñada por el artista venezolano Fruto Vivas, que le sirve de base y una escolta que hace guardia. A su lado, hay una sobria capilla con dos imágenes de Chávez sonriendo, las palmas del Domingo de Ramos, un Cristo y una Virgen de la Rosa Mística.
El Cuartel de la Montaña, donde estuvo la Academia Militar de Venezuela, tuvo especial importancia para Hugo Chávez. Desde allí dirigió el intento de levantamiento cívico militar el 4 de febrero de 1992, y desde allí asumió la responsabilidad de su fracaso.
Culto laico
El cuartel se ha convertido en uno de los destinos más visitados de Caracas. Cada día miles de personas hacen largas colas para despedir al comandante. Le rezan, le llevan flores y velas, le lloran.
Las procesiones al Museo Histórico de la Revolución son parte del inicio de un culto laico al mandatario, que comenzó el mismo día de su muerte, cuando el cielo de Caracas se pintó de rojo. Fuera de las iglesias y calles han comenzado a venderse estampas y bustos suyos.
Celosa de la competencia, pero prudente ante el dolor de los fieles, la jerarquía religiosa llamó a no confundir lo humano con lo divino. El pasado Miércoles Santo, el cardenal Jorge Urosa Sabino advirtió en su sermón: La religión católica no es guiada por un ser humano cualquiera o líder, sino por Jesús. No se trata de ningún líder social ni líder político ni artista, se trata del mismo Dios hecho hombre. Nuestra santa religión está basada en Jesucristo, en Dios, y no podemos rebajarlo a la condición de una persona humana cualquiera. Para que no quedara duda, remató: No se puede igualar a Jesucristo con ningún gobernante ni persona por más amor que se le profese, por lo que hay que rechazar cualquier nivelación de Jesucristo con personalidades humanas.
La fuerza del mito es tan grande que ni siquiera la oposición que lo maldijo durante más de 14 años puede escapar de la seducción del comandante después de muerto. Un país que, como ha dicho el escritor Luis Britto, volvió sus ojos hacia los ídolos privados y tuvo en campeones de boxeo, misses, beisbolistas, motociclistas e ídolos de la canción a los venezolanos con mayor fama nacional e internacional, en lugar de libertadores y filósofos de la educación que fueron su sello en el pasado, encontró con Hugo Chávez un nuevo lugar en el mundo. Con él se recuperó no sólo el petróleo y la soberanía nacional, sino el aparato consagrador de mitos.
Así lo reconoció Guillermo Aveledo, coordinador del bloque opositor Mesa de la Unidad Democrática. “Nuestro candidato, Henrique Capriles –di­jo– ya no tendrá como adversario a un mito político como Chávez. Se trata de una relación entre iguales.”
Como parte de esta operación de disputa por el legado del fundador de la quinta República, Capriles, el candidato opositor que fue derrotado por Chávez en las elecciones de octubre pasado por más de 11 puntos de diferencia, que ahora busca enfrentarse en las urnas al heredero del fallecido presidente, declaró, a pesar de que una y otra vez lo vilipendió y ofendió en vida: Fuimos ad­versarios, nunca enemigos. Lo cierto es que a pesar de ser su acérrimo enemigo, Capriles había tratado ya de apropiarse de buena parte del discurso de Chávez cuando éste todavía estaba al frente del Estado. A pesar de ser el candidato de la derecha, durante 2012 habló, por ejemplo, de socialismo y de continuar los programas sociales conocidos como Misiones (institucionalizándolas y dándoles una buena administración).
Pero no se crea que el reconocimiento opositor de la herencia del comandante proviene de una genuina aceptación de su trascendencia histórica, o de que no hay muerto malo, o de un tardío arrepentimiento. No, sus intereses son estrictamente electorales. Lo que está en marcha, por más descabellado que parezca, es una enorme operación político mediática para apropiarse del mito Chávez y enfrentarlo a Nicolás Maduro.
Ejemplo de ello es lo que el artículista opositor Andrés F. Schmucke G. escribió en El Universal: Valga aquí la confesión, debo decir que extraño a Chávez, y creo que la mayoría de la oposición también lo extraña. Chávez era un tipo con una personalidad magnética, cantaba, bailaba, echaba cuentos, le decía a su esposa que le iba a dar lo suyo e impulsaba a las mujeres embarazadas a darle la teta a sus muchachos... Todo lo contrario a Nicolás Maduro.
El mimetismo de la oposición con el follaje chavista, o más bien, el intento por despojarlo de sus símbolos, la ha llevado a nombrar a su comando de campaña como Simón Bolívar, el prócer patrio inspirador de Chávez, y a dar el banderazo de salida de su cruzada por el voto en el estado de Barinas, donde nació el comandante. Inventen lo que inventen, no podrán detener el huracán bolivariano en Sabaneta, cuna de Chávez, y luego en ciudad de Barinas, respondió el ministro de Comunicación, Ernesto Villegas.
El anuncio de que Capriles arrancará su gira electoral en la ciudad natal de Chávez y su pretensión de presentarlo como el hombre de los cubanos en Venezuela, sentó mal a su sucesor. “Viene aquí –dijo hoy en Barinas durante la juramentación de su comité de campaña– a generar violencia, es un muchacho caprichoso, un burguesito caprichoso, inmaduro”. Añadió: La campaña contra Cuba es igualita a la campaña que se hacía contra los judíos en la Alemania de Hitler... Los herederos de Hitler dirigen una campaña en Venezuela contra el pueblo de Cuba.
Según denunció el mismo Villegas, el responsable de esta es­trategia es un viejo conocido de los políticos mexicanos y del PRI: Juan José Rendón. Publicista y sicólogo, venezolano, vestido siempre de negro, experto en distorsionar la realidad, asegura que su vocación es hacer presidentes. Especialista en campañas negativas y guerra sucia, colaboró en la segunda elección de Carlos Andrés Pérez. Ahora, regresa a su país después de una larga ausencia, después de que en 2004 dirigió fallidamente el referendo revocatorio que buscó destituir a Chávez. Al perder, organizó una ruidosa ofensiva publicitaria que denunció fraude, a pesar de que el ex presidente estadunidense Jimmy Carter avaló la justeza y transparencia del comicio.
La influencia de J. J. Rendón ha causado cambios notables en Capriles. El candidato opositor se ha vuelto mucho más agresivo y frontal. Además de tratar de apropiarse de la simbología chavista, externa dudas sobre las fechas y las circunstancias de la muerte de Chávez (lo que hirió profundamente la sensibilidad de los familiares y los dolientes del mandatario), cuestiona el uso de su imagen y el manejo político de su funeral. Quiere fijar la agenda, llevar la iniciativa y mo­vilizar a unos seguidores desinflados por dos sonoras derrotas en menos de seis meses. Presenta su lucha como una cruzada, se envuelve en la bandera nacional y e insulta a Maduro llamándolo toripollo, esto es, alguien con cuerpo de toro y mente de pollo, una persona grande, robusta pero con su comportamiento inmaduro.
Capriles necesita desesperadamente persuadir a sus simpatizantes de que tienen que salir a votar y que el rival que está enfrente de ellos es Nicolás Maduro y no el comandante. Es una cuestión de vida o muerte política. Si no lo hace, su futuro político tiene los días contados. Por eso, sus publicistas, a pesar de lo que marcan las encuestas, tratan de convencer a sus simpatizantes de que si logran reproducir lo sucedido el pasado 7 de octubre, y van 7 millones de personas a votar, pueden ganar las elecciones del 14 de abril, pues, históricamente, el chavismo siempre disminuyó su votación cuando el fallecido mandatario no compitió en los comicios.
Capriles, asesorado por Rendón, quiere enfilar las baterías no contra el difunto presidente, sino en contra del candidato. Por eso, una y otra vez, dispara: No te escondas, no te disfraces, Nicolás. No es Chávez, eres tú.
Por el contrario, la intención del chavismo es hacer de estos comicios un referendo sobre la continuidad de su proyecto y el legado de su líder. Así, Maduro responde a Capriles, ante las carcajadas de sus seguidores, que el pelucón (en alusión al gusto de la aristocracia conservadora por las pelucas) está obsesionado con él.
La presencia de Rendón en la campaña de
Capriles anuncia que cualquier cosa puede pasar durante y después de la contienda electoral. La posibilidad de que la oposición se retire antes del 14 de abril o que denuncie fraude y desconozca los resultados después de los comicios no es algo improbable. Ya lo hizo en 2004. Nada garantiza que no lo repita en 2013.
tratto da  la jurnada

mercoledì 3 ottobre 2012

Provocazioni USA -Roger Noriega applica il piano: "avverte"Washington che Chavez si prepara a "ricorrere alla violenza"- Venezuela: la salute dei morti


Roger Noriega applica il piano: "avverte"Washington che Chavez si prepara a "ricorrere alla violenza"

JEAN-GUY ALLARD - http://www.contrainjerencia.com/ 3-10-2012

 
Conforme a quanto è stato descritto come un possibile piano di destabilizzazione della CIA gestito dall'ambasciata USA a Caracas, Roger Noriega, incaricato dell'America Latina al Dipartimento di Stato durante l'amministrazione Bush, ha proclamato, in un commento pubblicato dalla stampa dell'ultra destra di Miami, che il presidente Hugo Chavez intende disconoscere un esito sfavorevole nelle presidenziali di domenica prossima "mediante la violenza", ed esorta implicitamente il governo degli Stati Uniti ad intervenire.
"Se la violenza arriva a segnare le elezioni venezuelane, che si sappia che fu completamente premeditata ed eseguita da Chávez e dai suoi seguaci" si esprime Noriega in una colonna caratterizzata da una descrizione distorta del processo elettorale, false dichiarazioni e dal tono apertamente provocatorio. La comparsa di Noriega corrisponde a ciò che è stato descritto, dai media venezuelani, come un piano di destabilizzare progettato dalla CIA e gestito dall'ambasciata USA a Caracas.
Noriega, che in varie occasioni usò i problemi di salute del leader bolivariano per attaccarlo e persino predire la sua fine - affermava, un anno fa, che Chavez sarebbe morto "in meno di sei mesi" -, ha iniziato il suo discorso con un riferimento alla questione, dicendo poi, nella stessa frase, che il presidente e candidato socialista "sembra perdere terreno davanti al candidato dell'opposizione Henrique Capriles Radonski".
Esattamente il contrario di ciò che dimostrano tutti i sondaggi d'opinione. Noriega, amico personale dell'ex dittatore honduregno Roberto Micheletti che commise il monumentale errore di applaudire il golpe del 2002 in Venezuela, afferma che "il partito al governo sta prendendo misure drastiche per intimidire l'opposizione e per sbiancare i risultati della votazione 7 ottobre".
Come se fosse il suo unico argomento contro il leader venezuelano, riprende poi - per diversi paragrafi - il tema della malattia con una lista di speculazioni che lega con la tranquillità e il cinismo del gestore di operazioni sporche; come é stato per tutta la vita.
Il suo maggior argomento: le invenzioni della stampa franchista
Noriega, confermando il piano di destabilizzazione della CIA, utilizza come prova delle sue affermazioni la stampa franchista spagnola, in particolare il quotidiano franchista ABC, che nei giorni scorsi ha fabbricato un "complotto chavista", che ha poi commentato, in un'intervista, il candidato di destra Henrique Capriles Radonski , accreditando l'insieme di questo golpe mediatico, vera tela di menzogne ​​e calunnie.
Così si esprime Noriega, come se citando una menzogna si convertisse in verità: "Nella prima pagina del quotidiano spagnolo ABC di sabato 21 settembre si pubblicarono una serie di documenti trapelati che dettagliano i piani per dispiegare" 'commandos armati' per le strade il giorno in cui 19 milioni di venezuelani andranno alle urne".
 
L'ex funzionario di Bush sottolinea che l'autore del materiale, Emili Blasco, descrive le "Reti di Mobilitazione Immediata" (REMI) come copiate dalle "unità Basij iraniane  che abortirono la Rivoluzione Verde nel 2009".
Tutta la stampa progressista spagnolo e latino-americana ha denunciato la procedura utilizzata da ABC non solo come un prodotto di una totale mancanza di etica, ma come un'operazione macchiavellica nel processo elettorale venezuelano.
Si prevede che le REMI - che constano di equipaggi mobile composti da 5 e 7 membri - organizzeranno manifestazioni di strada di resistenza, s'incaricheranno del controllo territoriale e monitoreranno le attività dell'opposizione, afferma questo vecchio collaboratore delle agenzie USA di repressione e intelligence.
"Una di queste bande, conosciuta come La Piedrita, ha la sua sede vicino al palazzo presidenziale. Blasco ha citato un colonnello venezuelano che ha detto che 8000 fucili d'assalto russi sono stati distribuiti alle REMI a partire da giugno".
Attacca perfino a Jimmy Carter e Bill Richardson
Chavez sta inoltre adottando misure per garantire che la comunità internazionale "accetti la sua vittoria, non importa quale sia il risultato", commenta Noriega in un attacco di paranoia.
L'11 settembre, Carter ha descritto il sistema elettorale in Venezuela "come il migliore del mondo", ammette. "Carter poi ha proceduto a chiamare Chavez per telefono, con conseguente scambio di complimenti che è durato una quarantina di minuti. Secondo fonti interne al Palazzo di Miraflores, la squadra di Chavez confida che Carter dispiegherà una missione elettorale dell'ultima ora, benedicendo la vittoria di Chavez e ottenendo il tacito riconoscimento  dell'Amministrazione Obama".
In quanto all'ex membro del gabinetto di Clinton, Bill Richardson, "il capo dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) ha chiesto l'autorizzazione al regime di Chavez, di poter condurre una missione elettorale. Richardson ha già dato il messaggio a Chavez che egli ha un grande affetto per il Venezuela ed è disposto a fare tutto ciò che può per legittimare le prossime elezioni".
"Carter e Richardson devono sapere che il deliberato ruolo che continuano  a giocare in questa situazione non può essere ignorato", conclude con tono autoritario Noriega prima di ripetere il suo invito all'ingerenza: "In quanto a Washington, se la violenza arriva a marcare le elezioni venezuelane, che si sappia che fu completamente premedita ed eseguita da Chávez e dai suoi seguaci".
Il testo di Noriega si pubblica all'inizio della ultima settimana del processo elettorale venezuelano; come ci si aspettava. Il funzionario che ha partecipato alla guerra sporca sviluppata dalla CIA in Nicaragua ed al colpo di stato ad Haiti che concluse, definitivamente, con il governo popolare del presidente Jean-Bertrand Aristide, è il solito portavoce del "governo occulto", degli Stati Uniti, costituito dai settori dell'ultra destra associati agli elementi più recalcitranti della cosiddetta comunità d'intelligence.


Roger Noriega aplica el plan: “advierte” Washington que Chávez se prepara a “recorrer a la violencia”

JEAN-GUY ALLARD http://www.contrainjerencia.com/

Conforme a lo que ha sido descrito como un posible plan desestabilizador de la CIA manejado por la embajada de EEUU en Caracas, Roger Noriega, encargado de América Latina en el Departamento de Estado durante la administración Bush, proclama en un comentario publicado por la prensa ultraderechista de Miami, que el presidente Hugo Chávez tiene la intención de desconocer un resultado adverso en las presidenciales del próximo domingo “mediante la violencia” e insta implícitamente el Gobierno de EEUU a intervenir.

“Si la violencia llega a marcar las elecciones venezolanas, que se sepa que fue completamente premeditada y ejecutada por Chávez y sus seguidores”, expresa Noriega en una columna caracterizada por una descripción distorsionada del proceso electoral, afirmaciones mentirosas, y el tono abiertamente provocador. La aparición de Noriega corresponde a lo que se ha sido descrito en los medias venezolanos como un plan desestabilizador diseñado por la CIA y manejado por la Embajada de EEUU en Caracas.

Noriega que en varias oportunidades uso los problemas de salud del líder bolivariano para atacarlo y hasta predecir su fin – afirmaba hace un año que Chávez moriría “en menos de seis meses” – empezó su perorata con una referencia al tema, afirmando luego, en una misma oración, que el presidente y candidato socialista “aparenta estar perdiendo terreno ante el candidato opositor Henrique Capriles Radonski”.

Exactamente lo contrario de lo que demuestran la totalidad de las encuestas de opinión. Noriega, un amigo personal del exdictador hondureño Roberto Micheletti que cometió el error garrafal de aplaudir al golpe de estado del 2002 en Venezuela, afirman que “el partido de gobierno está tomando medidas drásticas para intimidar a la oposición y para blanquear los resultados de la votación del 7 de octubre”.

Como si fuera su único argumento en contra del líder venezolano, retoma luego – a lo largo de varios párrafos – el tema de la enfermedad con una lista de especulaciones que amarra con la tranquilidad y el cinismo del gerente de operaciones sucias que fue toda la vida.

SU ARGUMENTO MAYOR: LOS INVENTOS DE LA PRENSA FRANQUISTA

Noriega, confirmando el plan CIA desestabilizador, utiliza como prueba de sus afirmaciones la prensa franquista española, notablemente el diario franquista ABC, que en los últimos día fabricó un “complot chavista” que comentó luego, en una entrevista, el candidato derechista Henrique Capriles Radonski, caucionando el conjunto de este golpe mediático, verdadera tela de falsedades y calumnias.

Así se expresa Noriega como si citar una mentira la convertía en verdad: “En la primera plana del periódico español ABC del sábado 21 de septiembre se publicaron una serie de documentos filtrados que detallan los planes para desplegar “comandos armados” en las calles el día en que 19 millones de venezolanos acudirán a las urnas”.

Subraya el exfuncionario de Bush, el autor del material, Emili Blasco, describe a las “Redes de Movilización Inmediata” (REMI) como copiadas de “las unidades Basij iraníes que abortaron la Revolución Verde en el 2009”.

Toda la prensa progressista española y latinoamericana ha denunciado el procedimiento utilizado por ABC como no solo producto de una falta total de ética sino como una operación maquiavélica de intervención en el proceso electoral venezolano.

Se espera que las REMI –que constan de equipos móviles conformados por entre 5 y 7 miembros– organizarán manifestaciones callejeras de resistencia, se encargarán del control territorial y supervisarán las actividades de la oposición, afirma este viejo colaborador de las agencias norteamericanas de represión y de inteligencia.

“Una de estas bandas, conocida como La Piedrita, tiene su sede muy cerca del palacio presidencial. Blasco citó a un coronel venezolano quien dijo que 8,000 fusiles de asalto rusos fueron distribuidos a las REMI comenzando en junio”.

ATACA HASTA A JIMMY CARTER Y BILL RICHARDSON

Chávez también está tomando medidas para garantizar que la comunidad internacional “acepte su victoria, sin importar cual sea el resultado”, comenta Noriega en un acceso de paranoia.

El 11 de septiembre, Carter describió al sistema electoral de Venezuela “como el mejor en el mundo”, reconoce. “Carter después procedió a llamar a Chávez por el teléfono, lo que resultó en un intercambio de elogios que duró cerca de cuarenta minutos. De acuerdo a fuentes dentro del Palacio de Miraflores, el equipo de Chávez confía en que Carter desplegará una misión electoral de última hora; bendiciendo la victoria de Chávez y obteniendo el reconocimiento tácito de la Administración Obama”.

En cuanto al ex miembro del gabinete de Clinton, Bill Richardson, “el jefe de la “Organización de Estados Americanos (OEA) ha pedido permiso al régimen de Chávez para que este pueda encabezar una misión electoral. Richardson ya ha pasado el mensaje a Chávez de que tiene un gran cariño por Venezuela y que está dispuesto a hacer lo que pueda para legitimar las próximas elecciones”.

“Carter y Richardson deben saber que el papel deliberado que continúan jugando en esta situación no se puede pasar por alto”, concluye con tono autoritario Noriega antes de repetir su invitación a la injerencia: “En cuanto a Washington, si la violencia llega a marcar las elecciones venezolanas, que se sepa que fue completamente premeditada y ejecutada por Chávez y sus seguidores”.

El texto de Noriega se publica al principio de la última semana del proceso electoral venezolano, como era previsto. El funcionario que participó a la guerra sucia desarrollada por la CIA en Nicaragua y al golpe de estado en Haití que terminó definitivamente con el gobierno popular del presidente Jean-Bertrand Aristide, es el acostumbrado vocero del “gobierno oculto” de Estados Unidos, constituido por los sectores ultraderechistas asociados a los elementos más recalcitrantes de la llamada comunidad de inteligencia.

Venezuela: la salute dei morti

da La Jornada di Luis Hernandez Navarro www.cubadebate.cu traduzione di Ida Garberi 3-10-2012

Nell’aprile del 2012, Walter Mercado, il più famoso astrologo latinoamericano, aveva predetto l’imminente morte di Hugo Chavez. Alla fine di maggio, il conosciuto giornalista statunitense Don Rhater, editore del canale via satellite HDNet, assicurò che il mandatario venezuelano soffriva di un aggressivo
cancro conosciuto come rabdomiosarcoma metastatico, e che era molto probabile che non arrivasse con vita alle elezioni presidenziali del Venezuela.
 A meno di una settimana dalla realizzazione dei comizi, il presidente Chavez è vivo, sano ed attivo. Senza dare segni di esaurimento, è stato protagonista di un’intensa campagna ed esercita compiti di governo. Viaggia, partecipa a vertici, prende la parola e dà ininterrottamente istruzioni. Non c’è nel suo viso né nella sua condotta nessun segno che i vaticini sul suo decesso diventino realtà.
Che le profezie di un ciarlatano professionale falliscono, è prevedibile. Che le filtrazioni divulgate da un giornalista serio, che presumibilmente verifica le sue fonti, risultino false, è qualcosa che succede. Ma non può essere casualità che davanti all’imminenza di un processo elettorale chiave si diffondano, in maniera simultanea e sistematica, predizioni di veggenti e relazioni confidenziali di professionisti della stampa e si organizzi una vera campagna di disinformazione sulla salute di Hugo Chavez. L’offensiva mediatica ha un’intenzione: tentare di demoralizzare i seguaci del presidente.
L’opposizione venezuelana ed i suoi alleati internazionali vollero fare della salute del mandatario venezuelano un elemento centrale della loro strategia elettorale. Prima, hanno assicurato che sarebbe morto, dopo dissero che era agonico e non avrebbe potuto presentarsi ai comizi; quindi affermarono che non poteva fare campagna; alla fine, dovettero inventare che il vecchio e malato Chavez era stato calpestato dalla gioventù e dall’energia di Henrique Capriles.
Niente di tutto ciò è successo. La scommessa oppositrice risultò un fallimento. Invece di scoraggiarsi, i simpatizzanti del mandatario si unirono intorno a lui ed occuparono le strade. Praticamente tutti i sondaggi vaticinano il suo trionfo questo 7 ottobre, con una differenza che fluttua tra 10 e 20 punti.
È il presidente un politico vecchio e sconfitto, come assicura l’opposizione? No, non lo è. Si tratta di accuse senza fondamento. Il mandatario ha 58 anni, la stessa età di Angela Merkel, un anno di più che Mariano Rajoy, due di meno di Vladimir Putin e sette meno di Dilma Rousseff. Basta vedere la dinamica della sua campagna, la convinzione dei suoi discorsi, la sua capacità di seduzione, l’utilizzo della sua narrativa, il tempo che passa in piedi ogni giorno, per rendersi conto che è un uomo vigoroso.
La forza di Hugo Chavez nella società venezuelana è travolgente. La sua candidatura è profondamente attecchita nella cultura politica emergente nella cittadinanza. In lei si incarna un progetto di trasformazione sociale condiviso da molti. Narratore eccezionale, ha costruito un racconto nazionale nel quale milioni di persone si riconoscono e si identificano. Ha reso visibili gli invisibili ed ha aperto loro spazi affinché si rendano protagonisti della loro stessa storia. Come dimostrano diversi studi di opinione, più del 60% della popolazione è ottimista verso il futuro del suo paese e con le previsioni sulla sua capacità di relazione personale, e più della metà dei venezuelani simpatizzano col socialismo.
Al contrario, la destra venezuelana non può dire il suo nome. Henrique Capriles, il candidato della più rancida borghesia venezuelana, deve presentarsi come un membro della classe media, mascherarsi da progressista e di essere capace di migliorare il modello “chavista”, mentre occulta il suo vero programma di governo. Non gli è stato facile. Esprimere idee che non sono le sue, ha generato problemi di comunicazione.
Capriles ha avuto il merito di condurre -fino ad ora – una campagna che è sfuggita alla polarizzazione di classe. Ha nascosto nell’armadio l’odio che l’oligarchia ha verso Chavez e si concentrò tentando di guadagnare il voto delle classi medie ed i settori scontenti del “chavismo”, denunciando le promesse incompiute della rivoluzione bolivariana. Tuttavia, la manovra politica non sembra avergli permesso di oltrepassare il soffitto storico dei voti dell’opposizione.
Il mandatario ha riconosciuto sbagli nella sua gestione. Meno di una settimana fa ha ammesso che c’è gente che potrebbe essere molesta per gli errori, come il deficit domiciliare, dell’infrastruttura, od a causa del disaccordo con i dirigenti, ma ha chiesto loro che la votazione non sia guidata dai risentimenti. “Il 7 ottobre -espresse – non sta in gioco se c’è stato un blackout o non andò via la luce, che se arrivò l’acqua o non arrivò, che se a me non hanno dato la mia casa, che io non ho ancora un impiego, o che se io sono arrabbiato con non so chi. No. Qui non ci stiamo giocando queste cose, ripeto loro, camerata: ci stiamo giocando la vita della patria, il futuro dei bambini e le bambine di tutto il Venezuela.”
Allo stesso modo in cui l’opposizione ed i suoi alleati internazionali avevano annunciato l’imminente morte di Hugo Chavez, solo per trovarsi poi -come nella citazione apocrifa di Don Juan Tenorio – con il mandatario che gode ottima salute, così, ora, hanno voluto creare l’impressione che i comizi hanno un risultato incerto e che Capriles potrebbe vincerli. Nulla permette di supporre che così andranno le cose.
Nei pochi giorni che mancano fino al 7 ottobre, il dibattito non è su chi vincerà, bensì con che percentuale trionferà Hugo Chavez. Il vero dubbio non è se l’opposizione rimonterà lo svantaggio che ha nella maggioranza dei sondaggi, bensì se accetterà la sua sconfitta od opterà per giocare il resto delle sue pedine scommettendo sulla destabilizzazione.
foto da internet inserite da l'autore
del blog siempreresistencia







lunedì 10 settembre 2012

STRAGE IN UNA RAFFINERIA IN VENEZUELA. 7 BUONI MOTIVI PER CREDERE A UN COMPLOTTO 


STRAGE IN UNA RAFFINERIA IN VENEZUELA. 7 BUONI MOTIVI PER CREDERE A UN COMPLOTTO 
7 settembre 2012 - CDT di davide DI JAMES PETRAS petras.lahaine.org

Non si può escludere alcuna ipotesi…E’ praticamente impossibile che ci sia un impianto petrolifero come questo, completamente automatizzato, con migliaia di addetti presenti su turni per 24 ore al giorno, sia civili sia militari, e che per 3 o 4 giorni ci sia una fuga di gas e nessuno intervenga. E’ impossibile.”
— Il Presidente Chavez rispondendo ai canali d’informazione statunitensi e alle accuse dell’opposizione secondo cui l’esplosione e l’incendio alla raffineria di petrolio sono da attribuirsi alla negligenza del governo. 26 Agosto 2012.
Solo 43 giorni prima dell’elezione presidenziale in Venezuela e con il Presidente Chavez in testa con un margine sostenuto del 20%, un’esplosione e un incendio alla raffineria Amuay ha ucciso per lo meno 48 persone – metà delle quali membri della Guardia Nazionale – e distrutto istallazioni petrolifere che producono 645000 barili al giorno.Immediatamente dopo l’esplosione e l’incendio, tutti i canali d’informazione statunitensi e britannici , oltre all’opposizione conservatrice in Venezuela, hanno lanciato all’unisono un’accusa contro il governo di essere il primo responsabile del disastro, attribuendogli “una gravissima negligenza” e di “non aver investito sufficientemente negli standard di sicurezza”.
Eppure ci sono forti ragioni per respingere queste accuse opportunistiche e per formulare un’ipotesi più plausibile; e cioè che l’esplosione è stata un’azione di sabotaggio, pianificata e messa in atto da un gruppo clandestino di terroristi specializzati che agiscono per conto del governo statunitense. Ci sono davvero molti motivi per appoggiare una simile ipotesi per le indagini,
L’ipotesi Sabotaggio
La prima domanda da porsi in un’indagine che si rispetti è: chi ne trae beneficio e chi viene danneggiato dalla distruzione di vite umane e di produzione di petrolio?
Gli Stati Uniti sono un chiaro vincitore su diversi fronti. In primo luogo, grazie alla conseguente perdita economica per l’economia venezuelana – 2.5 milioni di barili nei primi 5 giorni, cifra destinata a crescere – la perdita si ripercuoterà sulla spesa sociale e rallenterà gli investimenti produttivi che, a loro volta, sono argomenti cruciali elettorali per la presidenza Chavez. In secondo luogo, il fatto che all’unisono gli Stati Uniti e il loro candidato affiliato, Henrique Capriles Radonski, abbiano lanciato immediatamente una propaganda negativa mirata a screditare il governo e a mettere in questione la sua capacità di garantire la sicurezza dei cittadini e della principale fonte di ricchezza per il paese. In terzo luogo, un’esplosione crea insicurezza e senso di paura tra le fasce dell’elettorato, e questo può molto influenzare il voto dell’elezioni presidenziali del prossimo Ottobre.
In quarto luogo, gli USA possono mettere alle prova l’efficacia di una più ampia campagna di destabilizzazione e la capacità del governo di rispondere a qualsiasi minaccia di sicurezza.
Secondo alcuni documenti governativi ufficiali, gli USA stanno conducendo operazioni di Forze Speciali in più di settantacinque paesi, compreso il Venezuela, che è da sempre considerato un antagonista. Questo significa che gli USA hanno loro uomini altamente addestrati nel territorio venezuelano. Ne è la prova un recente arresto per entrata illegale in Venezuela di un U.S. Marines con esperienze passate in azioni militari in Iraq e Afghanistan.
Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di coinvolgimento in azioni destabilizzanti in Venezuela – avendo sostenuto il colpo di stato militare del 2002 e la serrata padronale petrolifera del 2003. Gli Stati Uniti presero di mira l’industria petrolifera sabotando il sistema computerizzato e contribuendo alla degenerazione delle raffinerie. Gli USA hanno notoriamente una tradizione storica di sabotaggi e violenze contro incombenti regimi avversi. Nel 1960, a Cuba, la CIA diede fuoco ad un centro commerciale e a piantagioni di zucchero, e piazzò bombe nei luoghi turistici delle città – allo scopo di minare i settori strategici dell’economia del paese.
In Cile, dopo l’elezione del Socialista Salvador Allende, un gruppo dell’ala destra sostenuto dalla CIA rapì e assassinò l’addetto militare del Presidente Socialista, allo scopo di provocare un colpo di stato militare.
Allo stesso modo in Giamaica, alle fine degli anni ’70, sotto la presidenza socialista del Presidente Manley, la CIA promosse un’aggressiva campagna di destabilizzazione a ridosso delle nuove elezioni.
Sabotaggio e destabilizzazione sono armi comuni utilizzate quando incombe una disfatta elettorale (come nel caso del Venezuela) o quando un governo popolare è troppo ben radicato
Azioni di forza, violenza e destabilizzazione contro incombenti regimi avversari sono diventate una prassi procedurale nella politica statunitense. Gli USA hanno finanziato ed armato gruppi terroristici in Libia, in Siria, in Libano, in Iran ed in Cecenia; stanno bombardando il Pakistan, lo Yemen, la Somalia e l’Afghanistan. In altri termini, la politica estera statunitense è fortemente militarizzata e contraria a qualsiasi soluzione diplomatica dei conflitti con regimi antagonisti. Il sabotaggio alla raffineria del Venezuela rientra perfettamente tra le comuni pratiche adottate dalla politica estera mondiale degli Stati Uniti.
L’attuale politica interna in U.S.A. si è ulteriormente spostata verso “destra” sia su argomenti di politica locale sia estera. Il Partito Repubblicano ha accusato i Democratici di fare i “ruffiani” dell’Iran, del Venezuela, di Cuba e della Siria, invece di andare in guerra. La risposta del regime di Obama è stata un’escalation di politica militare – navi da guerra e missili sono attualmente puntati su Iran. 
Obama ha appoggiato la richiesta di Miami per un cambio di regime a Cuba, come preludio di future trattative. Washington sta convogliando, attraverso ONG, milioni di dollari all’opposizione in Venezuela - per scopi di destabilizzazione elettorale. Ovviamente l’opposizione comprende anche impiegati, tecnici ed altri che hanno libero accesso alle installazioni petrolifere.
Obama ha spesso condotto azioni di forza per dimostrare che lui è un militarista tanto quanto i Repubblicani.Con una campagna elettorale in corso, e con uno stretto margine di vittoria in Florida, il sabotaggio delle raffinerie in Venezuela gioca molto bene a favore di Obama.
Manca poco più di un mese alle elezioni, il Presidente Chavez è in vantaggio di 20 punti, l’economia e’ in costante ripresa, i programmi di edilizia popolare e della sanità stanno consolidando un importante piano di sostegno alle fasce di basso reddito; il Venezuela e’ stato ammesso nel MERCOSUR, l’importante programma d’integrazione dell’America Latina; la Colombia ha firmato con il Venezuela un accordo reciproco di difesa; il Venezuela sta ampliando il ventaglio dei suoi mercati e fornitori d’oltremare. Tutti questi fatti indicano che Washington non ha alcuna possibilità di battere Chavez nelle elezioni; non ha alcuna possibilità di usare i suoi vicini Latini come trampolino per le sue incursioni territoriali o di istigare una guerra per il cambio di regime; inoltre, non ha alcuna possibilità di imporre un boicottaggio economico.
Considerata l’avversione di Washington alla designazione di Chavez - vista come “una minaccia per la sicurezza dell’intero emisfero” - e considerati i fallimenti ottenuti con gli altri strumenti politici, il ricorso alla violenza e, nel caso specifico, al sabotaggio dello strategico settore petrolifero, sembra essere una precisa scelta politica. Washington, rivelando così il suo ricorso al terrorismo clandestino, rappresenta un chiaro e reale pericolo per l’ordine costituzionale del Venezuela, una minaccia imminente alla linfa della sua economia e al processo elettorale democratico. Ci si augura che il Governo di Chavez, sostenuto dalla grande maggioranza dei suoi cittadini e dalle forze armate costituzionalistiche prenda le necessarie misure di sicurezza per garantire che non si ripetano sabotaggi petroliferi o in altri settori, come ad esempio la rete elettrica.
La debolezza pubblica di fronte alla belligeranza imperialista incoraggia ulteriori attacchi. Sicuramente, le rafforzate misure di sicurezza in difesa dell’ordine costituzionale verranno denunciate dal Governo, dai media e dai vari clienti locali statunitensi come “misure autoritarie”; diranno che la protezione del patrimonio nazionale va a discapito delle “libertà democratiche”. E’ chiaro che preferiscono un sistema di sicurezza più fragile che si pieghi più facilmente alle loro violenti provocazioni.  E dopo la loro prevista disfatta elettorale sicuramente denunceranno “frodi” e “brogli”.
Tutto questo è prevedibile, ma la grande maggioranza degli elettori che andranno a votare si sentirà molto sicura e guarderà con fiducia ai prossimi quattro anni di pace e prosperità, liberi da atti terrorismo e sabotaggi di alcun genere.
 

James Petras, ex Professore di Sociologia alla Binghamton University, New York, attivo da più di 50 anni in lotte di classe, è consulente dei senzatetto e dei disoccupati in Brasile e in Argentina ed è coautore di La Globalizzazione Smascherata (Globalization Unmasked-Zed Books). Il suo libro più recente è “La Rivolta Araba e il contrattacco Imperialistico”.
É contattabile a questo indirizzo: jpetras@binghamton.edu
Altri articoli di James: http://petras.lahaine.org
Oppure visitate il suo or Sito Internet.


James Petras
Fonte: http://petras.lahaine.org

26.08.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org
a cura di SKONCERTATA63