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domenica 29 luglio 2018

IL #NICARAGUA E LA LOTTA ANTIMPERIALISTA




..Al fine di fare chiarezza sulla storia recente del Nicaragua, da qualche mese colpito da una nuova “rivoluzione colorata” organizzata dall'imperialismo. Gramsci diceva che “la Storia insegna ma non ha scolari”. Spero che queste pagine possano mostrare che qualche scolaro ce l'ha ancora, aiutando anzitutto il movimento comunista a cogliere il nesso tra quanto sta accadendo oggi in Nicaragua e la storia recente non soltanto sua, ma più in generale dell'America Latina e dell'intero “Terzo Mondo” posto sotto costante attacco da parte dell'Imperialismo Statunitense. ..




Estratto da Alessandro Pascale (a cura di), “A Cent'anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. In Difesa del Socialismo Reale e del Marxismo-Leninismo”, Volume II, dicembre 2017, pp. 450-460; il libro è scaricabile gratuitamente su www.intellettualecollettivo.it.
 Il testo viene messo a disposizione dell'Associazione Politico-Culturale “Marx21” al fine di fare chiarezza sulla storia recente del Nicaragua, da qualche mese colpito da una nuova “rivoluzione colorata” organizzata dall'imperialismo. Gramsci diceva che “la Storia insegna ma non ha scolari”. Spero che queste pagine possano mostrare che qualche scolaro ce l'ha ancora, aiutando anzitutto il movimento comunista a cogliere il nesso tra quanto sta accadendo oggi in Nicaragua e la storia recente non soltanto sua, ma più in generale dell'America Latina e dell'intero “Terzo Mondo” posto sotto costante attacco da parte dell'Imperialismo Statunitense.
Su questi temi ricordo che nel libro sono presenti ampi materiali, concentrati soprattutto nel secondo volume. Alessandro Pascale 20 luglio 2018

5. IL NICARAGUA E LA GUERRIGLIA ANTIMPERIALISTA DI SANDINO.

“Quando accetta la riunione con Sacasa, Sandino nomina Ramón Raudales come capo del distaccamento di Wiwilí e si dirige verso Managua in compagnia di suo fratello Socrate e dei generali Estrada ed Umanzor, (16 febbraio). Dichiara che la Guardia Nazionale è incostituzionale (17 febbraio). Si riunisce infine con Sacasa e Somoza nella casa Casa Presidenziale (18 febbraio). Il quotidiano La Prensa afferma che Sandino deve consegnare le armi senza condizioni (18 febbraio). Sacasa nomina il generale Horacio Portocarrero delegato presidenziale nei dipartimenti del nord, con l'aperta opposizione di Somoza (20 febbraio). Dopo una conversazione telefonica, Arthur Bliss Lane e Somoza concedono un'intervista (21 febbraio). Successivamente Lane pranza con Moncada. Alle sei del pomeriggio dello stesso giorno, Somoza si riunisce con sedici ufficiali della guardia nazionale per concludere il piano criminale. Dopo una cena con Sacasa Sandino, scendendo dalla Casa Presidenziale, viene rapito e portato al campo di aviazione a nordest di Managua dove viene assassinato in compagnia del generale Francisco Estrada e Juan Pablo Umanzor (21 febbraio); pochi istanti prima la stessa sorte toccò a suo fratello Sócrates. La Guardia Nazionale attacca la cooperativa agricola di Sandino a Wiwilí. Molti sandinisti vengono assassinati e il generale Abraham Rivera si arrende (3 marzo). Il Congresso Nazionale approva un decreto di amnistia per coloro che commisero qualsiasi delitto dal 16 di febbraio del 1933 in avanti (25 di agosto).” (cronistoria della morte di Sandino) (1) “Andremo verso il sole della libertà o verso la morte; se moriamo, la nostra causa continuerà a vivere.” (Augusto Cesar Sandino)2 Nell'agosto del 1925 i marines statunitensi lasciavano il Nicaragua dopo 13 anni di occupazione ma per mantenere alla presidenza Adolfo Dìaz, ex impiegato di una compagnia mineraria yankee e uomo di fiducia del Dipartimento di Stato, tornò con 2000 soldati per pacificare gli animi di ribellione nello stesso Esercito. Uno dei capi liberali, Augusto Nicolás Calderón Sandino (Niquinohomo, 18 maggio 1895 – Managua, 21 febbraio 1934), guadagnò la via delle montagne e da lì guidò la resistenza rivoluzionaria alla presenza militare statunitense dal 1927 al 1933, diventando uno precursori della guerriglia contro gli eserciti professionali e tenendo in scacco le truppe invasori che nel frattempo si davano ai saccheggi e bombardavano campagne e villaggi: “Lotto per espellere dalla mia patria l'invasione straniero. Il solo modo di mettere fine a questa lotta è che le forze che hanno invaso il territorio nazionale si ritirino immediatamente”. Di fronte all'impossibilità di una vittoria militare, gli USA di Roosevelt capitolarono, accettando il cambio di governo e ritirando le forze armate statunitensi. Ma l'autentico uomo forte, il capo della Guardia nazionale Anastasio Somoza, ex giocatore di poker e falsario, era devoto agli yankee e fu lui, il 21 febbraio 1934, a far rapire e assassinare Sandino, aprendosi le porte per il potere sotto il buon auspicio di Washington, che poté imporlo come presidente senza ulteriori resistenze nel 1936. Riportiamo quanto scrive Paco Pena: “Fedele agli interessi imperialistici, il suo governo fu una

1 - Aporrea.org, “Si compiono 76 anni dall'assassinio di Augusto César Sandino, Generale degli Uomini Liberi”, 22 febbraio 2010, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/poniab22-006395.htm.
 2 - Citato in Cubainformazione, “Sandino, un esempio di resistenza”, 18 maggio 2017, disponibile su http://www.cubainformazione.it/?p=23484.

successione di crimini e corruttele. Rimase al potere fino al 1956, quando venne crivellato di pallottole dal poeta Rigoberto Perez. Il presidente Franklin D. Roosevelt disse di Somoza, l'uomo degli USA: “Somoza sarà pure un figlio di puttana, ma è un figlio di puttana che sta dalla nostra parte”.” (Paco Pena) (3) Su Sandino ha scritto Bianca Braccitorsi (4 ): “Cesar Sandino ragazzo e adolescente, assisté alla caduta del presidente Zelaya, liberale blandamente progressista ma geloso dell'indipendenza del suo paese, al primo sbarco dei marines Usa a sostegno del colpo di stato del partito conservatore, alla ribellione del generale indio Zeledon, schiacciata nel sangue. Giovane e già esperto meccanico nel 1920 fu coinvolto in una rissa e costretto ad espatriare in Honduras, in Guatemala, e infine in Messico a Tampico, città operaia con una vivace presenza sindacale, dove ebbe la possibilità di dare uno sbocco politico alle sue confuse idee di giustizia sociale e indipendenza nazionale, scoprendo il legame fra i discorsi di Simon Bolivar, letti nella biblioteca paterna, e le miserabili condizioni di vita di sua madre. Individuò anche il nemico da battere, l'imperialismo USA. Con questo bagaglio, più qualche risparmio ed una pistola, nel 1926 tornerà nel Nicaragua ancora una volta invaso dai marines accorsi a sostenere i conservatori minacciati da una rivolta liberale. Cesar Sandino fu accolto con diffidenza da patrioti sinceri che volevano l'indipendenza nazionale, ma mantenendo ben ferme le distinzioni di classe: “Terra ai contadini” è una parola d'ordine “bolscevica” e i bolscevichi non hanno buona fama nella borghesia latino americana. Rispondono invece con slancio, contadini operai e ragazze di vita di Puerto Cabezas, con l'aiuto dei quali vengono recuperati fucili e munizioni gettati in mare per ordine degli statunitensi. Di queste armi e di trecento uomini è fatto il nucleo iniziale dell'esercito sandinista che ha nel suo programma politico, oltre alla fine di ogni intromissione militare, politica e economica degli Usa in Nicaragua, la riforma agraria, il controllo del lavoro di donne e minori, l'istruzione e la sanità pubbliche e gratuite. Aderiscono i vecchi militanti delusi dai vecchi capi nazionalisti, uomini e donne dei villaggi indios depredati, operai, studenti e anche rivoluzionari provenienti da tutta l'area latinoamericana, tra i quali il salvadoregno Farabundo Martì, più tardi fondatore del partito comunista del suo paese e fucilato dal dittatore Martinez. “Avremo in Nicaragua il nostro trionfo definitivo” scrive Sandino “con cui si accenderà la miccia dell'esplosione proletaria contro gli imperialisti della terra”.”
Ha scritto righe altrettanto intense Dante Liano (5 ): “Forse la magia di Augusto César Sandino sta nel

3 - P. Pena, “Gli interventi statunitensi in America Latina”, cit., pp. 344-345.
4 - B. Braccitorsi, “Il generale degli uomini liberi”, 23 febbraio 2004, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/poni4b23.htm.
 5 Dalla prefazione di M. Campisi, “Sandino. Il generale degli uomini liberi”, Fratelli Frilli editori, 2003.

fatto che non rappresenta l’eroe tipico, lontano e irraggiungibile. Nei murales, il volto meticcio deve essere colorato di marrone, non di arancione come si fa coi bianchi, e i suoi tratti regolari non denunciano nessuna bellezza cinematografica. Ha il volto segnato di qualunque contadino centroamericano. Il cappello, poi, bianco alato con una striscia alla base, è quello di tutti i lavoratori che si recano al lavoro, sotto le stelle mattutine. Sandino è un eroe, non un mito, e per questo lo troviamo molto più vicino a noi. Non una vita stupenda né cinematografica, ma l’eterna esistenza degli umili. La sua grandezza è la sua ribellione. Sandino imparò a dire di no agli americani in Messico, coi rivoluzionari di quel paese, e vide che si poteva mantenere la dignità e la vita contemporaneamente. Forse, il gesto più significativo della sua vita fu dire di no al padre. Volano via in questo episodio terribile tutti i trattati di psicoanalisi e di sociologia prodotti dai nostri scienziati. Il padre, uomo semplice e tranquillo, che segue gli ordini del governo senza riflettere, va dal figlio a dirgli: “Arrenditi”. La frase deve essere stata ancora più comica, dato il nome di Sandino: “Augusto César, arrenditi!”. E Sandino, che è sicuro dei suoi ideali, manda a quel paese suo padre e i generali che gliel’hanno mandato. Sandino è uomo libero, è “il generale degli uomini liberi”, e gli uomini liberi sono un esercito di straccioni, donne e bambini, che lo seguono per le montagne del Nicaragua. “Qui non si arrende nessuno!” gridano con le bandiere sandiniste sporche del fango e rotte dalle intemperie. Sopra di loro, il cielo stellato di Kant e del Nicaragua. Sandino abbraccia gli uomini, non gli dà la mano. Fa parte delle sue credenze spiritiste. Sandino porta con sé l’aura della dignità. A un certo punto, per sempre, Sandino diventa la dignità dei centroamericani. Un uomo buono e deciso, testardo e tutto d’un pezzo come può indovinare il tradimento di uno dei più malvagi uomini politici dell’America Centrale, il servo Anastasio Somoza? Avvolto nella sua dignità, Augusto César Sandino va incontro alla morte. […] Conoscere la storia di questo eroe semplice è imparare cosa è il Centroamerica e dove scorrono le sue arterie più nascoste, le sue “vene profonde”, là dove la gente ricorda e recupera il suo statuto di umanità. Augusto César Sandino, la storia del nostro orgoglio e la nostra libertà.
5.1. I SANDINISTI AL POTERE IN NICARAGUA
Il 19 luglio 1979 il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale riesce ad entrare a Managua, capitale, e a porre fine alla dittatura della famiglia dei Somoza, istruita e armata dagli americani, di cui era fedele ed ubbidiente alleata. Il Frente Sandinista de Liberacion Nacional (FSLN), era stato fondato nel 1961 e aveva aggiunto nel 1963 la denominazione sandinista in onore al comandante guerrigliero Augusto César Sandino. Il Fronte gode di un vastissimo appoggio popolare, soprattutto tra i contadini (che più scontavano la repressione degli sgherri di Somoza e il durissimo sfruttamento a cui erano sottoposti dalle multinazionali nordamericane), tra gli studenti, gli intellettuali, e molti cristiani della chiesa povera, convinti assertori della teologia di liberazione. L'esasperazione creata dai Somoza, che avevano creato una dittatura che basata sul massacro e sul terrore, sullo sfruttamento dei territori e sull'abbandono della popolazione (più del 75% di analfabeti e due terzi della popolazione che guadagnava meno di 300 dollari all'anno, mentre Somoza, in esilio di Miami, aveva cumulato secondo l'intelligence statunitense circa 900 milioni di dollari), ha negli anni spesso portato a gesti individuali estremi e azioni di rivolta, susseguitesi per i decenni successivi, e creano sempre più consenso nei confronti dell'organizzazione sandinista: tanto per fare degli esempi, la liquidazione dell'odiato generale Perez Vega, caduto nella trappola tesagli dall'avvocatessa militante Nora Astorga o la spettacolare operazione di occupazione del Palazzo Nazionale, con il sequestro di 76 membri del congresso. Il 10 gennaio 1978 Pedro Joaquin Chamorro, editore di uno dei giornali di opposizione al regime, La Prensa, viene assassinato da sicari di Somoza, di fatto facendo crescere l'indignazione popolare e preparando il terreno per l'offensiva finale. A seguito di questo omicidio la rivolta popolare dilaga in tutte le città del Paese, mentre l'offensiva sandinista parte alla conquista delle campagne. Il presidente USA Carter non riesce nell'intento di promuovere dal nulla un'alternativa “moderata” ai sandinisti, facendo promuovere all'ultimo momento dalla stampa e dai sindacati controllati dalla CIA la necessità di un nuovo movimento politico: in poco più di un anno la dittatura è rovesciata e il FSLN sale al potere. A questo punto Carter “autorizzò la CIA a offrire un sostegno finanziario e di altro genere agli oppositori” e iniziarono a far “pressioni sui sandinisti affinché includessero nel nuovo governo alcuni personaggi”. Si continuò il finanziamento “a organizzazioni non governative e al settore privato, compreso l'American Institute for Free Labor Development, da lungo tempo avamposto della CIA”, con l'obiettivo evidente di rinsaldare le posizioni per “rafforzare gli uomini della cosiddetta opposizione moderata e indebolire l'influenza dei paesi socialisti in Nicaragua”. Ogni aiuto militare venne rifiutato, mentre nel frattempo i sostenitori di Somoza si organizzarono come contras, nell'attuare azioni terroristiche contro il governo che nel frattempo attuò una politica da subito incentrata sull'alfabetizzazione di massa, sul miglioramento del sistema sanitario nazionale e in genere nel miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Il nuovo governo espropriò naturalmente i beni di Somoza (le sole proprietà agricole corrispondevano a un quarto dell'arativo totale) e le aree non coltivate, ridistribuendo le terre confiscate a circa 60.000 famiglie contadine; nazionalizzò le banche private, le compagnie di assicurazione, i settori minerario, forestale e ittico, istituì una serie di enti pubblici, come l'ENAL (Empresa Nicaragüense del Algodón), la BANANIC (Empresa Nicaragüense del Banano), l'ANAZUCAR (Empresa Nicaragüense del Azúcar), l'ENMAR (Empresa Nicaragüense de Productos del Mar) ecc., per incrementare le principali produzioni e controllare il relativo commercio.
Un rapporto di Amnesty International riguardante i primi tre anni della Giunta al potere (1979-1981) giudicò la situazione dei diritti dell'uomo in Nicaragua notevolmente migliorata. Nell'agosto 1979 venne emanato lo Statuto dei diritti e garanzia dei nicaraguensi e abolita la pena di morte e fu promulgato lo Statuto Fondamentale della Repubblica di Nicaragua; quest'ultimo abolì la costituzione, la presidenza, il congresso e tutte le corti; garantì il pieno rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e del Patto Internazionale sui diritti civili e politici dell’ONU e della Dichiarazione Diritti e Doveri dell’Uomo dell’Organizzazione degli Stati Americani, sancì l'uguaglianza incondizionata di tutti i nicaraguensi, la libertà di coscienza e di religione, di unione e organizzazione politica, sciolse la Guardia Nazionale e gli organi di spionaggio, istituì un Esercito Nazionale composto dai combattenti del FSLN e dagli ufficiali della disciolta Guardia Nazionale che si erano uniti alla lotta per il rovesciamento di Somoza. Lo Statuto precisava, inoltre, che l'Esercito assumeva temporaneamente le funzioni di polizia in tutto il paese. Chiaramente iniziava il boicottaggio economico da parte statunitense con le strategie che ormai ben già conosciamo, e quando salì al potere Reagan, condannò “la scalata al potere del Nicaragua dei marxisti-leninisti” e si affrettò a trovare ogni mezzo, legale o illegale, per finanziare i Contras nella guerriglia.(6)

6 -  W. Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti”, cit., pp. 432-452. 5.2. L'AIUTO DEL BLOCCO SOCIALISTA CONTRO I CONTRAS DELLA CIA.

5.2. L'AIUTO DEL BLOCCO SOCIALISTA CONTRO I CONTRAS DELLA CIA.

A questo punto diamo la parola a Andrew e Gordievskij7 per mostrare l'atteggiamento del blocco socialista: “Malgrado l'appoggio cubano […] Mosca non si precipitò a soccorrere i sandinisti. Apprezzava il loro sostegno morale” riguardo all'azione sovietica “dell'Afghanistan, e trovava di suo gusto il loro inno nazionale che stigmatizzava gli yankees come “nemici dell'umanità”. Tuttavia il Cremlino continuò per due anni a nutrire la speranza che il conformista partito comunista nicaraguense potesse prendere il posto dei meno ortodossi sandinisti come forza dominante del nuovo regime. Alla fine del 1981 Castro e i rapporti del KGB avevano convinto Mosca della genuinità dello spirito rivoluzionario dei sandinisti […]. Con l'assistenza dei cubani e dei sovietici, i sandinisti potenziarono l'esercito del Nicaragua portandone gli effettivi da 5.000 a 119.000, facendone pertanto la maggiore forza militare nella storia dell'America centrale. (Malgrado il sostegno americano, gli inetti guerriglieri antisandinisti Contras non superarono mai, neppure nelle stime più ottimistiche, la forza complessiva di 20.000 unità) Il Centro di Mosca fu svelto a concludere un accordo con i servizi d'informazione di Managua e mandare alcuni ufficiali del Ventesimo Dipartimento a stabilire il contatto con “i nostri amici nicaraguensi” […] il direttore del servizio [di intelligence del Nicaragua, ndr] era un ufficiale della DGI cubana che usava lo pseudonimo di Renan Montero. Il Centro mandò settanta consiglieri e istituì in Nicaragua una scuola per la sicurezza dello Stato. […] il Nicaragua permise ai sovietici di installare sul suo territorio quattro basi per la sigint.” Manovre ingiustificate? Forse no, visto “l'aiuto degli USA ai Contras (guerriglieri antisandinisti) e la rivelazione, nel 1984, che la CIA aveva collaborato a minare i porti nicaraguensi e alla distruzione dei serbatoi di petrolio nel porto di Corinto sulla costa del Pacifico. […] Nell'America latina, e anche altrove, si alzò un'ondata di sdegno contro gli Stati Uniti, facendo convergere la solidarietà internazionale sulla lotta antisandinista contro l'imperialismo americano. Malgrado la popolarità personale di Reagan, i suoi appelli per maggiori finanziamenti ai Contras non convinsero né il Congresso né l'opinione pubblica americana. Gli aiuti ai Contras cessarono ufficialmente nel 1984. I tentativi di continuarli in forma ufficiosa invischiarono la Casa Bianca […].” Dunque il supporto offerto dall'URSS e da Cuba, e pienamente accettato dal governo nicaraguense, è stato determinante per proteggere il Nicaragua dai tentativi golpisti degli USA, che in questo caso persero per il resto del periodo della guerra fredda un tassello del puzzle del Centro America. I supporti sovietici proseguirono anche dopo, così come la guerra sotterranea degli USA (solo nel 1986 il Congresso degli Stati Uniti approvò lo stanziamento di cento milioni di dollari per

7- C. Andrew & O. Gordievskij, “La storia segreta del KGB”, cit., pp. 593-594.

finanziare i Contras) proseguì finché non riuscì a vincerla ottenendo la vittoria delle elezioni nella prima tornata elettorale pluripartitica del 1990 (nella quale vinse l'Unione Nazionale di Opposizione, ampiamente finanziata con milioni di dollari dagli USA). Nel frattempo però, nel 1987, il leader sovietico Michail Gorbaciov aveva proposto di sospendere gli aiuti militari sovietici al Nicaragua se gli USA avessero interrotto l'appoggio militare ai contras: “non esistono indicazioni di sorta che il presidente abbia dato alcun seguito alla proposta”. Per spiegare la sconfitta alle elezioni del 1990, i sandinisti ritennero che “i dieci anni di guerra su tutti i fronti avevano logorato la popolazione. Temevano che, finché i sandinisti fossero restati al potere, i contras e gli Stati Uniti non avrebbero mai moderato la campagna per rovesciarli. La gente votò per la pace. (Come la popolazione della Repubblica Dominicana aveva votato nel 1966 per il candidato appoggiato dagli Stati Uniti per prevenire un ulteriore intervento militare americano). […] Aquì no se rinde nadie. Per dieci anni la gente del Nicaragua aveva gridato questo slogan: “Qui nessuno si arrende”. Ma nel febbraio 1990, fecero esattamente questo.” Si apriva così per il Paese un periodo di transizione e di assestamento della vita politica, caratterizzato dal contrasto fra gli orientamenti del potere governativo e quelli di istituzioni a predominante composizione sandinista (esercito, sindacati, ecc.), e si dava avvio a una politica economica neoliberista. Profondi dissidi si verificavano ben presto sia all'interno della coalizione di maggioranza, sia nel Fronte di Liberazione Nazionale Sandinista (FLNS), che si scisse. La corrente sandinista moderata, capeggiata da Sergio Ramírez, infatti si separava nel 1994, dando origine nel 1995 a un nuovo gruppo politico, il Movimento Rinnovato Sandinista (MRS). Anche le elezioni del 1996 vedevano la sconfitta del leader sandinista Daniel Ortega e l'avvento del candidato della destra, il neosomozista Arnoldo Alemán Lacayo, rappresentante della grande proprietà terriera, guardato con simpatia dalle gerarchie ecclesiastiche locali. Assunta la carica nel gennaio 1997, Alemán confermava la politica economica delle privatizzazioni adottata dall'amministrazione precedente e cercava di trovare una soluzione legale alle richieste di quanti, primi fra tutti la famiglia Somoza, si erano visti confiscare le proprietà durante il periodo della rivoluzione sandinista. Trovato un accordo fra la maggioranza e l'opposizione sandinista per la restituzione delle terre espropriate e arresosi l'ultimo movimento di guerriglia attivo nel Paese, il Fronte unito Andrès Castro, il processo di pacificazione nazionale si concludeva nel 1997. La politica neoliberista di Alemán e la drastica riduzione del deficit del Paese, attuata per realizzare il rigido programma strutturale imposto dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, facevano però precipitare il Nicaragua in uno stato di grave recessione economica. Bisogna aspettare il novembre 2006 per veder tornare i sandinisti, molto moderatisi nel tempo, al potere: nelle elezioni presidenziali vince Daniel Ortega con il 38,07% dei voti; il candidato “liberale” Eduardo Montealegre, appoggiato da Washington, si ferma al 29%. Nel 2011 Ortega viene rieletto con il 62,6% dei consensi. Nel 2014 il Parlamento approvava una modifica alla Costituzione che rafforza il potere legislativo del presidente, permettendogli di ricandidarsi per un terzo mandato nel 2016 stravinto addirittura con il 72,44% dei voti. Nonostante alcune critiche giunte da sinistra (8 ), analisti sostengono che i motivi della larga riconferma ottenuta da Ortega sono da ricercarsi nelle politiche sociali portate avanti in favore dei meno abbienti, oltre che negli investimenti pubblici nelle infrastrutture, per l’elettrificazione del paese, per la salute e l’educazione. Politiche di sostegno alla cultura e allo sport sono state implementate con forza e convinzione. Da non dimenticare lo sviluppo e il rafforzamento della cooperazione con la Cina, come si evince dai lavori per la realizzazione del canale del Nicaragua che sta attraendo numerosi investimenti nel paese. Tra i messaggi di congratulazioni per questa nuova vittoria ottenuta dal Comandante Ortega, vi sono quello del Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro che parla di “vittoria della Patria Grande in Nicaragua”; così come il leader cubano Raul Castro che afferma come con questa schiacciante vittoria “Nuestra America potrà continuare a contare sul Nicaragua per avanzare verso la giustizia e la prosperità per i nostri popoli”.(9)

8 - Ad esempio M. Urbano Rodrigues, “Daniel Ortega ha tradito la Rivoluzione sandinista”, 12 novembre 2016, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/ponigm14-018557.htm.
 9 - Fonti ulteriori usate per il capitolo: W. Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti”, cit., pp. 431-452; Enciclopedia DeAgostini-Sapere.it, “Nicaragua”, disponibile su http://www.sapere.it/enciclopedia/Nicar %C3%A0gua.html#id_dfffb -8043-36e9-b406-343c721fab91; Infoaut, “19 luglio 1979 come i sandinisti rovesciarono la dittatura di Somoza”, 19 luglio 2017, disponibile su https://www.infoaut.org/storia-di-classe/19-luglio-1979-isandinisti-rovesciano-la-dittatura-di-somoza
; Autore Ignoto, “Nicaragua: nuovo trionfo elettorale per Daniel Ortega e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale”, 7 novembre 2016, disponibile su http://www.lantidiplomatico.it/dettnewsnicaragua_nuovo_trionfo_elettorale_per_daniel_ortega_e_il_fronte_sandinista_di_liberazione_nazionale/5694_177 67/.

5.3. IL RUOLO DESTABILIZZATORE DELLE ONG

“Né il governo degli Stati Uniti né i suoi alleati europei vedono bene il modello di commercio e cooperazione inspirato dal socialismo che si sviluppa nei paesi dall'Alba. Appoggiano la campagna di destabilizzazione dell'opposizione nicaraguense come appoggiarono quelle che ebbero luogo in Venezuela e Bolivia. Tutte questi campagne fanno parte dello sforzo dei governi degli Stati Uniti e dei suoi alleati di ostacolare i tentativi dei paesi dell'America Latina di avanzare verso un'integrazione progressista e sovrana al di fuori della logica capitalista della globalizzazione corporativa.” (Associazione Amicizia e Solidarietà Italia-Nicaragua, 2008)10 In un articolo uscito su Misiòn Verdad nel 201611, si accusa gli USA di aver attuato per anni, con la fine della guerriglia dei Contras, una nuova tipologia di operazione clandestina. Leggiamo: “Le ONG sono le facciate “indipendenti” che beneficiano dell’aiuto finanziario, e che operano con obiettivi chiari, nel contesto della guerra con risorse asimmetriche. Ma anche partiti politici sono attenti al portafoglio dei dollari. Non è per pura speculazione che Misión Verdad ha riportato i casi che si riferiscono al contesto venezuelano […]. E il caso nicaraguense, come quello venezuelano, non è esente dai finanziamenti di enti governativi statunitensi. […] I dati forniti dal giornalista svedese Dick Emanuelsson confermano il finanziamento da parte del Dipartimento di Stato (via NED e USAID) e del National Democratic Institute (IND, del partito di Hillary Clinton), per citarne solo due, ai partiti principali di quella che è definita “Coalizione Democratica” e alle ONG in Nicaragua. La ONG “Movimento per il Nicaragua”, che si dice difensora dei diritti della “società civile” contro la “dittatura sandinista” e che riunisce più i mascalzoni dei media che la gente nelle strade, ha come finanziatore, oltre la NED, la USAID e l’IND, come già si è detto, anche l’ambasciata degli Stati Uniti a Managua (città capitale del Nicaragua), la Open Society Foundation di George Soros, attraverso la rete “Probidad”, l’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI) e l’ambasciata del Giappone, paese rivale – geopoliticamente parlando – della Repubblica Popolare Cinese. Anche la ONG “Comisión Permanente de Derechos Humanos”, rappresentata dal suo direttore esecutivo Marcos Carmona, ha ricevuto un buon mazzo di bigliettoni (20.000 dollari, non di più nel 2008, ma Emanuelsson fa notare che tale somma equivale a 25.671 salari minimi al mese) da parte della USAID. Un’altra ONG, l’“Istituto di Studi Strategici e Politiche Pubbliche”, ha

10 -Associazione Amicizia e Solidarietà Italia-Nicaragua, “Le chiavi per capire il conflitto sandinista”, 2 luglio 2008, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/poni8g14-003462.htm.
 11 - Misiòn Verdad, “Il ruolo di istituzioni statunitensi e ONG nella destabilizzazione del Nicaragua”, 31 agosto 2016, traduzione a cura di Marx21 e disponibile su http://www.marx21.it/index.php/internazionale/america-latina-ecaraibi/27139-il-ruolo-di-istituzioni-statunitensi-e-ong-nella-destabilizzazione-del-nicaragua.

ricevuto dalla NED più di 50.000 dollari dal 2005, e ha contato sull’appoggio del NDI, della Banca Interamericana di Sviluppo (BID) e dell’IRI per l’organizzazione di manifestazioni. Tanto il Partito Liberale quanto il Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS) si sono impantanati nella stessa cloaca finanziaria, e gli stessi dirigenti del MRS hanno dichiarato pubblicamente che ci sono state marce e riunioni sotto l’auspicio dell’IRI. Gli interessi di diversi repubblicani nella storia del Nicaragua sono stati rivelati fin dal decennio del 1980. Riassume il giornalista svedese: “Questo organismo (IRI) è stato diretto fino alla sua morte (7 dicembre 2006) dalla fervente anticomunista Jean Jordan Kirkpatrick. Questa signora era l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU nel 1983 quando il suo capo, il presidente Ronald Reagan, aveva disseminato di mine il golfo di Fonseca e impedito alle navi di entrare nel principale porto del Nicaragua sulla costa pacifica, il porto di Corinto. […] I repubblicani e Reagan&Kirkpatrick cercavano con le mine di soffocare il piccolo paese centramericano. Il popolo nicaraguense fu vittima di innumerevoli massacri da parte dei “Contras”, diretti da un altro repubblicano, l’ambasciatore John Negroponte, dalla capitale honduregna. Più di 50.000 nicaraguensi furono vilmente assassinati dalla guerra di Reagan e dei repubblicani durante il decennio del 1980”. La lista delle organizzazioni finanziate da differenti organismi del governo di Wall Street, scusate, dalla Casa Bianca, è lunga, ma non per questo meno pericolosa.”

5.4. PREGI E LIMITI DELL'ESPERIENZA SANDINISTA

“Nei momenti di gioia e nel momenti di dolore ho invocato sempre Dio e ho ringraziato Dio. Le nostre radici sono il cristianesimo, di lì vengono i nostri valori: dal cristianesimo”. “Per arrivare a Sandino sono prima dovuto arrivare a Cristo, per arrivare alla Rivoluzione Cubana prima sono arrivato a Cristo, per arrivare a Marx, a Lenin, ad Engels, prima sono arrivato a Cristo, per arrivare al popolo, prima sono arrivato a Cristo.” (Daniel Ortega, 2014)(12) Di seguito un giudizio politico fatto nel 2009 da Gilberto López y Rivas(13) sull'importanza e sui

12 -  RedGlobe, “Celebrati a Managua i 35 anni della Rivoluzione Sandinista”, 20 luglio 2014, traduzione in italiano del Centro di Cultura e Documentazione Popolare e pubblicazione su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/ponieg21- 014847.htm.
 13 - G. López y Rivas, “Il significato attuale della Rivoluzione Popolare Sandinista in America Latina”, 19 luglio 2009, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/po/ni/poni9g21-005408.htm.

limiti che ha avuto il sandinismo. Manca un giudizio adeguato sugli anni del ritorno al potere di Ortega, su cui al momento è difficile esprimersi con un occhio storico: “La Rivoluzione Popolare Sandinista (RPS), che ha trionfato il 19 luglio del 1979, è stato il primo movimento armato rivoluzionario vincente dopo la rivoluzione cubana. Si è trattato di una rottura del cordone sanitario statunitense sui processi rivoluzionari in America Latina, seguito alla sconfitta politico militare della Baia dei Porci e al brutale golpe contro il governo costituzionale di Unità Popolare in Cile. In Nicaragua avvenne una rivoluzione contro la dittatura e con chiari contenuti sociali, in un paese strategico per il controllo economico, politico e militare degli USA sul continente. Fu questo il motivo che scatenò l’imperialismo, il quale reagì alla vittoria rivoluzionaria con tutta la sua violenza, organizzando una sanguinosa guerra d’aggressione durata per tutti gli anni '80, con un tragico bilancio di morti e feriti. Sul piano strettamente militare, la Rivoluzione riuscì ad organizzare una difesa basata sulla partecipazione popolare, una guerra di tutto il popolo che impedì la presa del potere da parte dei controrivoluzionari in ogni porzione del territorio nazionale. Nonostante le risorse fornite dagli Stati Uniti, i sabotaggi all’economia e all’infrastruttura, le frequenti imboscate a miliziani, soldati e funzionari del governo rivoluzionario, gli USA in Nicaragua non hanno vinto militarmente. La Rivoluzione Popolare Sandinista, nonostante questa pressione, riuscì a riscattare la dignità nazionale nicaraguese, cambiando radicalmente le condizioni economiche, sociali, culturali e politiche del paese. Concependo la nazione non soltanto come la somma di territorio, lingua, economia e cultura o carattere nazionale, ma come un fenomeno dinamico in cui classi, frammenti di classe e gruppi socio-etnici lottano per l’egemonia. La vittoria rese possibile un processo formativo e di consolidamento della nazione che era stato visibilmente sospeso e deformato durante il somozismo. Alla base di queste trasformazioni vi fu l’eliminazione dal potere politico della famiglia Somoza e il passaggio a una democrazia di maggioranze popolari, che rigenerò la natura stessa della nazione e dei suoi elementi costitutivi. Il rapporto fra Stato nazionale e la sua base, il popolo e il territorio, cambiò qualitativamente. Il somozismo manteneva solo una sovranità formale sulle sue frontiere, mentre la Rivoluzione nazionalizzò il territorio e le sue risorse naturali, aprendo una profonda presa di coscienza della sua identità, riconoscendo le varie realtà etnico-culturali, le diverse confluenze linguistiche e, per la prima volta, s’identificò come una nazione multietnica e multiculturale. Il Nicaragua fu una scuola di quadri per tutto il continente. La presenza internazionalista di latinoamericani prima, durante l’insurrezione e nei dieci anni di governo rivoluzionario, costituì un importante contributo ai processi di cambiamento in America Latina.
Persino l’EZLN non lo si potrebbe capire senza l’esperienza nicaraguese. Il Nicaragua provocò un movimento di solidarietà popolare di proporzioni mai viste e pure l’aiuto di governi (in modo aperto o discreto) fra cui si distinsero Cuba e Messico. La vittoria sandinista stimolò anche la propagazione dell’erronea teoria del “domino rivoluzionario”, con effetti negativi nelle lotte armate di El Salvador e Guatemala, con un trionfalismo senza fondamento. La Repubblica Popolare Sandinista ruppe con molti schemi dominanti nel movimento rivoluzionario latinoamericano: a) la presenza importante del settore cristiano; b) la direzione collettiva, anche se si ebbe la deriva dell’orteguismo dentro il FSLN; c) le elezioni del 1984 e il mantenimento della pluralità politica in un contesto di costruzione del potere popolare; d) gli sforzi (falliti) di non allineamento; e) l’irriverenza di forme e contenuti; f) le radici nazionali (Sandino, la storia di resistenza antisomozista, ecc.). La RPS affrontò il problema etnico-nazionale dopo quattro anni di sconfitte, con una prospettiva interculturale e autonomista che ruppe con gli schemi del marxismo schematico basato sul riduzionismo classista e proletarizzante. Il Nicaragua divenne così un esempio d’autonomia per molti dei movimenti indigenisti in formazione. Tanto che, di nuovo, non si potrebbe capire il processo d’autonomie in America Latina, senza tenere conto dell’importante progresso realizzato su questo terreno durante la rivoluzione sandinista. La sconfitta elettorale nel 1990 e la perdita del potere fu per i sandinisti un duro colpo, ma lo fu anche per tutti i processi rivoluzionari armati in corso (El Salvador, Guatemala, Colombia) e influì nelle prospettive di altri movimenti politici non armati che assunsero le strategie elettorali come la loro ragion d’essere (PRD, in Messico, PT, in Brasile, ecc). Ciò che seguì la sconfitta elettorale colpì anche i partiti e i movimenti in America Latina. Si trattò di una fase di corruzione che nella rivoluzione cubana non era avvenuta; in questa fase vennero coinvolti importanti quadri del sandinismo, che si appropriarono di beni e risorse pubbliche gettando via l’eredità di riferimento etico che la RPS aveva conservato durante i dieci anni di guerra.” Nel 2014 Ortega ha celebrato il 35° anniversario della rivoluzione sandinista affrontando una serie di questioni politiche importanti. Ha “ringraziato il presidente del Venezuela Nicolás Maduro per la presenza […] e ha assicurato che quest'ultimo ha in atto una sfida gigantesca tanto con il popolo venezuelano, quanto con gli altri popoli dell'America. “Egli sta di fronte ad una rivoluzione che oggi è l'avanguardia nella lotta dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi. È una forza determinante per continuare a fortificare l'integrazione, l'unità dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi, la lotta per la sovranità dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi. L'unità dei popoli dell'America latina e dei Caraibi è una forza determinante per continuare a rinforzare l'integrazione e la lotta per la sovranità di questi popoli”, ha sottolineato. Ha dichiarato inoltre che ciò spiega l'odio dell'impero e dei suoi sodali contro Nicolás. […] Il comandante Daniel ha anche approfittato del suo discorso per chiedere la sospensione dell'occupazione della Palestina da parte delle forze militari dell'esercito di Israele […]. Daniel ha affermato che benché in questi ultimi anni della seconda tappa della Rivoluzione si siano fatti grandi progressi, restano ancora molte sfide davanti”. Pur avendo fatto “progressi nella lotta alla povertà, nella lotta alla povertà estrema, nella lotta alla denutrizione, nella sanità e nell'istruzione, nella costruzione di strade e di vie di comunicazione, nelle politiche produttive, nei diritti della gioventù, nel protagonismo del popolo” e “nella pratica della solidarietà" indicava come obiettivi la lotta all'analfabetismo e alla povertà nelle zone rurali sostenendo la necessità di portare avanti lo sviluppo delle forze produttive del Paese.(14)

14 - RedGlobe, “Celebrati a Managua i 35 anni della Rivoluzione Sandinista”, cit

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sabato 11 gennaio 2014

2013: Un primo bilancio dall'America latina / 2013 : una balance desde latinoamèrica


2013: Un primo bilancio dall'America latina

Atilio Boron (*) | atilioboron.com.ar
Traduzione da ciptagarelli.jimdo.com

L'anno che finisce è stato prodigo di avvenimenti che hanno lasciato segni profondi nel sistema internazionale. Al momento di rivederli, lo sguardo dell'analista è sempre condizionato; non esiste un'osservazione che riesca ad essere indipendente dai condizionamenti che la geografia e il tempo storico esercitano sull'osservatore. Il nostro sguardo, dal "qui e ora" della Nostra America sarà sicuramente diverso da quello che può avere qualcuno che si trovi in Europa, Asia o Africa. 
Fatta questa necessaria premessa metodologica, diciamo che l'avvenimento più importante, che segna di tristezza l'anno che finisce, è stato la morte del Comandante Hugo Chàvez Frìas. Il leader bolivariano è stato una vera forza della natura: un uragano che, col suo fervore antimperialista, la sua visione strategica della lotta che bisognava combattere contro l'impero e il suo protagonismo instancabile ha riconfigurato decisamene la mappa sociopolitica dell'area. Chàvez è stato il gran maresciallo della battaglia dell'ALCA, sconfiggendo il principale progetto degli Stati Uniti per completare la sottomissione dell'America Latina e dei Caraibi ai loro interessi. Ed è anche stato l'uomo che ha riempito di proposte quella che, prima della sua irruzione nella vita politica della regione, era una gradevole ma inoffensiva retorica latinoamericanista, orfana di contenuti concreti.

Per Chàvez questa doveva essere una convocazione all'unità dell'America Latina e dei Caraibi, unità e non solo integrazione; doveva essere, sulle tracce della Rivoluzione Cubana, l'ambito di creazione di un internazionalismo solidario, che si traducesse in progetti concreti come la Banca del Sud, Petrocaribe, TeleSUR, UNASUR e la CELAC, tra tanti altri. La sua morte, in circostanze ancora non chiarite, ha riempito di gioia l'imperialismo e i suoi alleati, che pensavano che con essa sarebbe finito il chavismo. Ma, e questa è una delle note più positive dell'anno, la sparizione fisica di Chàvez non ha impedito che il chavismo tornasse a trionfare nelle elezioni presidenziali del 14 aprile – consacrando presidente Nicolàs Maduro – e, di nuovo, per una decisa differenza di più di un milione di voti, sulla coalizione di opposizione nelle elezioni municipali dell'8 dicembre.

A quanto pare Chàvez sarà ancora con noi. 

Un'altra notizia molto importante è stata la sorprendente elevazione del cardinale Jorge
Bergoglio al papato. Personaggio complesso, la consacrazione di questo gesuita ha dato adito ad un aspro dibattito che è ben lontano dallo spegnersi in Argentina. Gerarca di una chiesa che fu complice di tutti i crimini della dittatura, vi sono quelli che lo fustigano per i suoi atteggiamenti tiepidi e ambivalenti, soprattutto se messi a confronto con quelli che ebbero altri vescovi come i monsignori Enrique Angelelli – che pagò con la vita il suo coraggio – Jaime de Nevares, Jorge Novak, Miguel Hesayne. Questa sinuosità della sua condotta, sintomo di ciò che Antonio Gramsci definiva "gesuitismo", spiega le ragioni per cui, insieme ai suoi critici, è emerso dalle fila della sinistra, dei difensori dei diritti umani e della teologia della liberazione, un focoso contingente di difensori di Francesco pronti a segnalare le forme discrete con cui l'allora padre provinciale dei gesuiti proteggeva il suo gregge. Al di là di questo dibattito irrisolto, i timori che molti avevano nel senso che Francesco potesse trasformarsi in una reincarnazione di cattivo augurio di Giovanni Paolo II (che insieme a Ronald Reagan e Margaret Thatcher avrebbe rappresentato il più formidabile tridente reazionario del secolo ventesimo) finora hanno dimostrato di essere ingiustificati. Di più, un certo cambio nel lessico del Pontefice (come, ad esempio, parlare di "Patria Grande" in occasione della visita di Cristina Fernàndez de Kirchner in Vaticano) o la sua insistente "opzione per i poveri" dimostrano che ha percepito con fine olfatto i dati di questo "cambio di epoca" e che il Venezuela non è la Polonia, e l'Ecuador non è la Cecoslovacchia. Se quei governi dell'Europa Orientale soccombettero davanti all'assalto convergente del Vaticano, di Washington e Londra ciò accadde perché il loro deficit di legittimità li rendeva altamente vulnerabili. Ben diversa è la situazione dei governi di sinistra del Sudamerica, dove Bolivia, Ecuador e Venezuela contano su una legittimità popolare incomparabilmente superiore a quella di cui hanno mai goduto le loro presente controparti europee. In poche parole: il Vaticano non ignora che i cambiamenti avvenuti in Latinoamerica e nei Caraibi dagli inizi del secolo ventunesimo sono ormai senza ritorno. Ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Marx evoca l'intervento del Cardinale Pierre d'Ailly al Concilio di Costanza (1414-1418) quando, di fronte alle lamentele dei puritani per la vita licenziosa dei papi, egli rispose con voce tonante "Quando solo il demonio in persona può salvare la Chiesa cattolica, voi chiedete angeli!". L'attuale situazione della Chiesa è molto peggio di quella che tanto preoccupava d'Ailly: interminabile emorragia di fedeli, scandali della pedofilia, giudizi milionari per le vittime e bancarotta delle chiese appesantite dal pagamento di enormi indennizzi, maneggi mafiosi della banca del Vaticano, il ruolo della donna nella Chiesa e la messa in discussione sempre più dall'interno del celibato sacerdotale rappresentano un'agenda che è ben difficile lasci il tempo a Francesco per organizzare la dispersa e confusa destra latinoamericana, sempre che voglia farlo. Ma per questo c'è "l'ambasciata".

Un altro fatto di grande importanza è il riemergere della Russia come uno dei principali attori della politica mondiale. L'Unione Sovietica lo era stata nel quasi mezzo secolo trascorso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L' "Ordine bipolare" dell'epoca le assegnava un protagonismo fondamentale, ma quando avvenne lo sprofondamento dell'URSS nel 1991-92 lo stato che le succedette, la Russia, rimase completamente isolata dai principali scenari della politica internazionale. Questo consentì che alcuni pubblicisti dell'impero si compiacessero dell'illusione che lì cominciasse il "nuovo secolo (nord) americano" e non risparmiassero definizioni umilianti , comprese alcune di stampo razzista, contro i russi, come Vladimir Putin si sarebbe incaricato di ricordare loro diverse volte.

Il sogno del "nuovo secolo americano" durò molto poco e, con gli attentati dell'11 Settembre, divenne un insopportabile incubo. La Russia, che non aveva mai cessato di essere una potenza atomica – piccolezza dimenticata dagli apologisti del "nuovo ordine mondiale" spinto da George Bush padre – e che continuava ad accumulare forze dall'inizio del secolo, è tornata prepotentemente sullo scenario mondiale concedendo asilo politico niente meno che a Edward Snowden, il nemico pubblico n. 1 di Washington e, in seguito, torcendo il braccio a Barak Obama e al suo scudiero, John Kerry, facendo abortire i loro piani di bombardare la Siria.

Se quanto sopra non fosse abbastanza, il suo chiaro appoggio a Teheran ha anche reso possibile un lieto fine militare sulla questione del programma nucleare iraniano, in una crisi spinta al parossismo dal regime israeliano e dai suoi compari nell'area, in particolare dall'Arabia Saudita. Con tre gesti Mosca ha dimostrato che le spacconate di Washington mancavano di sostanza reale e potevano essere neutralizzate a beneficio della pace e della sovranità del diritto internazionale.

L'impetuosa riemersione della Russia, sommata alla già consolidata gravitazione della Cina nell'economia e nella politica mondiale, ha finito per cristallizzare significative modificazioni sulla grande scacchiera geopolitica internazionale. Cambiamenti – questi – che favoriscono i progetti di emancipazione della Nostra America perché il crollo dell'unipolarismo nordamericano e l'accelerata – e, a quanto pare, irreversibile – edificazione di una struttura multipolare di potere mondiale apre nuovi ed inediti margini di manovra per i paesi dell'America Latina e dei Caraibi, tradizionalmente sottomessi al giogo statunitense.

All'evidente indebolimento del potere globale degli Stati Uniti – riconosciuto nientemeno che dal più significativo intellettuale dell'impero, Zbigniew Brzezinski – e del quale la chiusura dei suoi uffici governativi per due settimane è solo uno dei tanti sintomi, si aggiunge l'esaurimento del progetto europeo, sacrificato sull'altare della banca tedesca, il che fa del mondo uno spazio molto più aperto e indeterminato, i cui spiragli e contraddizioni offrono una magnifica opportunità perché i popoli della Nostra America avanzino decisamente verso la conquista della loro seconda e definitiva indipendenza.

Naturalmente, nel 2013 sono successe molte altre cose, impossibile da esaminare qui in dettaglio. Permettetemi solo di menzionare l'importanza dei dialoghi di pace tra il governo di Juan M. Santos e le FARC, spinti dal clamore popolare che in Colombia esige la fine del conflitto armato e le aspettative riguardo alle elezioni presidenziali del maggio 2014; la crisi tra Santo Domingo e Haiti, scoppiata per le razziste norme che negano la nazionalità al figli degli haitiani nati nella Repubblica Dominicana; le elezioni dello scorso 27 ottobre in Argentina, che hanno seminato dubbi sulla continuità del processo apertosi nel 2003; il trionfo di Michelle Bachelet che è tornata alla presidenza di un Cile sconvolto dall'olocausto sociale del neoliberismo; la continuazione e l'approfondimento della crisi in Messico, a vent'anni dal "grido" degli Zapatista in Chiapas; la vigorosa e inaspettata irruzione di grandi manifestazioni di massa in Brasile, a poco meno di un anno dalle presidenziali dell'ottobre 2014, che hanno sconvolto la stolidità di un ordine sociale profondamente ingiusto e rabbiosamente oligarchico; la schiacciante vittoria di Alianza Paìs nelle elezioni legislative dell'Ecuador, che hanno permesso a Rafael Correa di ottenere una maggioranza assoluta nell'Assemblea nazionale; il lento ma irreversibile approfondimento dei nuovi "lineamenti" nell'economia cubana, orientati ad attualizzare e rafforzare le fondamenta materiali della Rivoluzione; il consolidamento della leadership di Evo Morales in Bolivia a fronte delle elezioni del prossimo ottobre; la piena integrazione del Venezuela nel Mercosur, con il voto favorevole del Senato paraguayano, e la coraggiosa resistenza dei popoli davanti ai disastri delle estrazioni minerarie e cielo aperto, al "fracking" e all'auge dell'agro-affare monoprodotto (soja, canna da zucchero, palma africana, ecc.), sono dati che anch'essi hanno segnato l'agenda dell'anno che finisce e che meriterebbero un'analisi dettagliata che non possiamo fare qui.

Va aggiunto a quanto sopra la continuazione dell'aggressione imperialista e la guerra civile in Siria, dove Al Qaeda – con la benedizione e l'appoggio della Casa Bianca (scusate, non era stata questa organizzazione quella che tramò e eseguì l'attentato dell'11-S??) lotta gomito a gomito con i mercenari sauditi, yemeniti e israeliani che vogliono farla finita con il regime di Bashar al-Assad; bisogna anche ricordare il golpe militare pro-nordamericano in Egitto contro il governo di Mohamed Morsi e la Fratellanza Musulmana, non sufficientemente pro-nordamericani per i gusti di Washington; l'intervento armato delle truppe francesi in Mali per contenere i fondamentalisti islamici alleati di Al Qaeda (mentre Parigi appoggia questa organizzazione in Siria e Francois Hollande si offre impudicamente di collaborare con gli Stati Uniti nel bombardare quel sofferente paese) e, finalmente, la morte di Nelson Mandela, comunista per tutta la sua vita che liquidò l' "apartheid" sudafricano utilizzando, a seconda delle circostanze e del momento storico, tattiche violente e pacifiche e per questo fu inserito nella lista dei "terroristi" dagli Stati Uniti fino al luglio 2008.. Dopo la sua morte Mandela ha dovuto resistere ad una terribile operazione mediatica che ha cercato di appropriarsi della sua memoria e presentarlo come un pacifista ingenuo e conciliatore, un "adoratore della legalità" di uno stato razzista e di nascondere grossolanamente i dati storici che costellano la sua impressionante biografia di lotta con tutti i mezzi idonei per il successo della sua impresa liberatrice.

 Per concludere oggi, ormai in vista del 2014, dobbiamo celebrare con grande allegria il 55° anniversario del trionfo della Rivoluzione Cubana – un avvenimento "
storico-universale", come certo lo avrebbe definito il vecchio Hegel –che inaugurò una nuova era nella lotta dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi, dell'Africa e dell'Asia per la loro definitiva emancipazione.

Una Cuba che resiste e resisterà per quanti blocchi e sabotaggi le applichino gli Stati Uniti, e che dimostra ogni giorno, ogni ora, che l'imperialismo non è invincibile e che può essere sconfitto. Per questo il suo ruolo nei processi di liberazione dei popoli del Terzo Mondo mette l'isola caraibica in un posto simile a quello che la Francia seppe occupare, dopo la Rivoluzione Francese, quale faro di orientamento per coloro che lottavano per scuotersi di dosso il gioco dell'assolutismo dinastico.

Cuba è la Francia dei nostri giorni e ha tutto il diritto del mondo di celebrare con allegria un nuovo anniversario della trionfale giornata del 1° gennaio del 1959.

Salve, Cuba e fino alla vittoria, sempre!

(*) Politologo argentino; da: atilioboron.com.ar; 1.1.2014

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria "G.Tagarelli" Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)



2013 : una balance desde latinoamèrica


 (Por Atilio A. Boron *) El año que termina fue pródigo en acontecimientos que dejaron profundas huellas en el sistema internacional. A la hora de reseñarlos la mirada del analista siempre es situada; no existe una observación que pueda independizarse de los condicionamientos que la geografía y el tiempo histórico ejercen sobre el observador. Nuestra mirada, desde el “aquí y ahora” de Nuestra América, seguramente será diferente de la que pueda tener alguien situado en Europa, Asia o África.  
Hecha esta necesaria salvedad metodológica previa digamos que el acontecimiento más trascendente que marca con tristeza el año que finaliza fue la muerte del Comandante Hugo Chávez Frías. El líder bolivariano fue una verdadera fuerza de la naturaleza: un huracán que con su fervor antiimperialista, su visión estratégica de la lucha que debía librarse contra el imperio y su incansable protagonismo reconfiguró decisivamente el mapa sociopolítico del área. Chávez fue el gran mariscal de la batalla del ALCA, derrotando al principal proyecto de Estados Unidos para completar el sometimiento de América Latina y el Caribe a sus intereses. Y fue también el hombre que llenó de propuestas lo que hasta su irrupción en la vida política de la región era una agradable pero inofensiva retórica latinoamericanista, huérfana de contenidos concretos. Para Chávez esta tenía que ser una convocatoria a la unidad de América Latina y el Caribe, unidad y no tan sólo integración; debía ser, tras las huellas de Cubana, el ámbito de creación de un internacionalismo solidario que se traduciría en proyectos concretos como el Banco del Sur, Petrocaribe, TeleSUR, UNASUR y , entre tantos otros. Su muerte, en circunstancias que aún no han sido aclaradas, llenó de júbilo al imperialismo y sus aliados, pensando que con ella se acabaría el chavismo. Sin embargo, y esta es una de las notas más positivas del año, la desaparición física de Chávez no impidió que el chavismo volviera a triunfar en las elecciones presidenciales del 14 de Abril -consagrando a Nicolás Maduro como presidente- y nuevamente, por una rotunda diferencia de más de un millón de votos, sobre la coalición opositora en las municipales del 8 de Diciembre. 

Parece que tendremos Chávez para rato.

Otra noticia muy importante fue la sorpresiva elevación del Cardenal Jorge Bergoglio al papado. Personaje complejo, la consagración de este jesuita motivó un áspero debate que está lejos de apagarse en de una iglesia que fue cómplice de todos los crímenes de la dictadura, hay quienes lo fustigan por sus actitudes tibias y ambivalentes, sobre todo si se las compara con las que tuvieron otros obispos como los monseñores Enrique Angelelli –que pagó con su vida su osadía-, Jaime de Nevares, Jorge Novak o Miguel Hesayne. Esta sinuosidad de su conducta, síntoma de lo que Antonio Gramsci definiera como “jesuitismo”, explica las razones por las que junto a sus críticos emergiera desde las filas de la izquierda, los derechos humanos y la teología de la liberación un fogoso contingente de defensores de Francisco prestos a señalar las formas sigilosas con las que el por entonces provincial de los jesuitas protegía a su rebaño. Más allá de este irresuelto debate, los temores que muchos tenían en el sentido de que Francisco pudiera convertirse en una ominosa re-encarnación de Juan Pablo II  (quien junto a Ronald Reagan y Margaret Thatcher conformara el más formidable tridente reaccionario del siglo veinte) hasta ahora han demostrado ser injustificados. Es más, cierto cambio en el léxico del Pontífice (como por ejemplo hablar de la “Patria Grande” en ocasión de la visita de Cristina Fernández de Kirchner al Vaticano) o su insistente “opción por los pobres” demuestran que ha percibido con fino olfato los datos de este “cambio de época” y que Venezuela no es Polonia, ni Ecuador Checoslovaquia. Si aquellos gobiernos de Europa Oriental sucumbieron ante la arremetida que convergía desde el Vaticano, Washington y Londres fue porque su déficit de legitimidad los tornaba altamente vulnerables. Bien distinta es la situación de los gobiernos de izquierda en Sudamérica, donde Bolivia, Ecuador y Venezuela cuentan con una legitimidad popular incomparablemente superior a la que jamás gozaron sus supuestas contrapartes europeas. En pocas palabras: el Vaticano no ignora que los cambios acaecidos en Latinoamérica y el Caribe desde los albores del siglo veintiuno ya no tienen vuelta atrás. En El 18 Brumario de Luis Bonaparte Marx evoca la intervención del Cardenal Pierre d'Ailly en el Concilio de Constanza (1414-1418) cuando ante las quejas de los puritanos por la vida licenciosa de los papas respondiera con voz tonante “¡Cuando sólo el demonio en persona puede salvar a católica, vosotros pedís ángeles!” La situación actual de es mucho peor que la que tanto preocupara a d’Ailly: interminable hemorragia de la feligresía, escándalos por pederastia, millonarios juicios de las víctimas y bancarrota de las iglesias abrumadas por el pago de enormes indemnizaciones, manejos mafiosos del banco del Vaticano, el papel de la mujer en y el cuestionamiento cada vez más militante del celibato sacerdotal configuran una agenda que difícilmente le dejen tiempo a Francisco para organizar la dispersa y confusa derecha latinoamericana, suponiendo que quisiera hacerlo. Pero para eso está “la embajada.”
Otro acontecimiento de gran trascendencia fue la re-emergencia de Rusia como un principal actor de la política mundial. lo había sido en el casi medio siglo transcurrido desde finales de Guerra Mundial. El “orden bipolar” de la época le asignaba un protagonismo fundamental, pero cuando se produjo el hundimiento de en 1991-92 el estado sucesor, Rusia, quedó completamente marginado de los principales escenarios de la política internacional. Esto dio pie a que algunos publicistas del imperio se solazaran con la ilusión de que allí comenzaba el “nuevo siglo (norte)americano” y no ahorraron descalificaciones humillantes, incluso algunas de tono racista, en contra de los rusos, como Vladimir Putin se encarga de recordar una y otra vez. El sueño del “nuevo siglo americano” duró muy poco y con los atentados del 11-S se convirtió en una insoportable pesadilla. Rusia, que nunca había dejado de ser una potencia atómica –nimiedad olvidada por los apologistas del “nuevo orden mundial” alentado por George Bush padre- y que venía acumulando fuerzas desde comienzos del siglo, irrumpió abruptamente en el escenario mundial otorgándole asilo político nada menos que a Edward Snowden, el enemigo público número uno de Washington y, después, torciéndole el brazo a Barack Obama y su escudero, John Kerry, haciéndoles abortar sus planes de bombardear Siria. Por si lo anterior fuera poco, su claro apoyo a Teherán aventó también un desenlace bélico por la cuestión del programa nuclear iraní, en una crisis alentada hasta el paroxismo por el régimen israelí y sus impresentables compinches en el área, especialmente Arabia Saudita. Con tres gestos Moscú demostró que las bravuconadas de Washington carecían de sustancia real y podían ser neutralizadas en beneficio de la paz y el imperio del derecho internacional.
     La impetuosa re-emergencia de Rusia sumada a la ya consolidada gravitación de China en la economía y la política mundiales terminó por cristalizar significativas modificaciones en el gran tablero geopolítico internacional. Cambios éstos que favorecen los proyectos emancipatorios de Nuestra América porque el derrumbe del unipolarismo norteamericano y la acelerada –y por lo que parece, irreversible- edificación de una estructura multipolar de poder mundial abre nuevos e inéditos márgenes de maniobra para los países de América Latina y el Caribe, tradicionalmente sometidos al yugo estadounidense. Al evidente debilitamiento del poderío global de los Estados Unidos -reconocido nada menos que por el más significativo intelectual del imperio, Zbigniew Brzezinski- y del cual el cierre de sus oficinas gubernamentales por dos semanas es apenas uno de sus muchos síntomas se le suma el agotamiento del proyecto europeo, sacrificado en el altar de la banca alemana, todo lo cual hace del mundo un espacio mucho más abierto e indeterminado cuyos resquicios y contradicciones ofrecen una magnífica oportunidad para que los pueblos de Nuestra América avancen resueltamente hacia la conquista de su segunda y definitiva independencia.  
Por supuesto, en el 2013 pasaron muchas otras cosas, imposibles de examinar en detalle aquí. Permítasenos simplemente mencionar la importancia de los diálogos de paz entre el gobierno de Juan M. Santos y las FARC, alentados por el clamor popular que en Colombia exige el fin del conflicto armado y las expectativas en torno a las elecciones presidenciales de Mayo del 2014; la crisis domínico-haitiana, desatada por las racistas  normas denegatorias de la nacionalidad a los hijos de haitianos nacidos en Dominicana; el escandaloso fraude electoral perpetrado en Honduras, donde “la embajada” se convirtió en el tribunal electoral que decide quien gana y quien pierde; las elecciones del pasado 27 de Octubre en Argentina, sembrando de dudas la continuidad del proceso abierto en el 2003; el triunfo de Michelle Bachelet, regresando a la presidencia de un Chile desquiciado por el holocausto social del neoliberalismo; la persistencia y profundización de la crisis en México, a veinte años del “grito” de los  Zapatistas en Chiapas; la vigorosa e inesperada irrupción de grandes manifestaciones de masas en Brasil, a poco más de un año de las presidenciales de Octubre de 2014, conmoviendo la estolidez de un orden social profundamente injusto y rabiosamente oligárquico; la aplastante victoria de País en las elecciones legislativas del Ecuador, que le permitieron a Rafael Correa obtener una mayoría absoluta en Nacional; la lenta pero irreversible implementación de los nuevos “lineamientos” en la economía cubana, orientados a actualizar y fortalecer los fundamentos materiales de ; la consolidación del liderazgo de Evo Morales en Bolivia, de cara a las elecciones del próximo Octubre; la integración plena de Venezuela al Mercosur, ya con el voto favorable del Senado paraguayo, y la valerosa resistencia de los pueblos ante los estragos de la gran minería a cielo abierto, el “fracking” y el auge del agronegocio monoproductor (soja, caña de azúcar, palma africana, etcétera) son datos que también marcaron la agenda del año que finaliza y que merecerían un análisis detallado que no podemos hacer aquí. A lo anterior hay que agregar la continuación de la agresión imperialista y la guerra civil en Siria, donde Al Qaida, con la bendición y el apoyo de (perdón, ¿no había sido esta organización la que tramó y ejecutó el atentado del 11-S?) lucha codo a codo con los mercenarios sauditas, yemenitas e israelíes que procuran acabar con el régimen de Bashar al-Assad; tomar también nota del golpe militar pro-norteamericano en Egipto, en contra del gobierno de Mohammed Morsi y Musulmana, no suficientemente pro-norteamericano según el gusto de Washington; la intervención armada de tropas francesas en Mali para contener a los fundamentalistas islámicos aliados de Al Qaida (¡a la vez que París apoya a esta organización en Siria y François Hollande se ofrece impúdicamente a colaborar con Estados Unidos en el bombardeo de ese sufrido país!) y, finalmente, la muerte de Nelson Mandela, comunista de toda su vida que liquidó el “apartheid” sudafricano utilizando, según las circunstancias y el momento histórico, tácticas violentas y pacíficas, siendo por eso incorporado a una lista de “terroristas” por Estados Unidos hasta Julio del 2008. Después de su muerte Mandela tuvo que resistir una tremenda operación mediática que se quiso apropiar de su memoria y presentarlo como un ingenuo y conciliador pacifista, un “adorador de la legalidad” de un estado racista y ocultando groseramente los datos históricos que jalonan su impresionante biografía de lucha por todos los medios que fueran idóneos para el éxito de su empresa liberadora.
    Para concluir, hoy, ya en vísperas del 2014, debemos celebrar con inmensa alegría el 55º aniversario del triunfo de Cubana -un acontecimiento “histórico-universal”, como seguramente lo hubiera caracterizado el viejo Hegel- que inauguró una nueva era en la lucha de los pueblos de América Latina y el Caribe, África y Asia por su definitiva emancipación. Una Cuba que resiste y resistirá cuanto bloqueos y sabotajes le aplique Estados Unidos, y que demuestra cada día, cada hora, que el imperialismo no es invencible y que puede ser derrotado. Por eso su papel en los procesos de liberación de los pueblos del tercer mundo coloca a la isla caribeña en un sitial semejante al que Francia supo ocupar, luego de Francesa, como el faro orientador de quienes luchaban por sacudirse el yugo del absolutismo dinástico. Cuba es de nuestros días y tiene todo el derecho del mundo para celebrar con alegría un nuevo aniversario de la triunfal jornada del 1º de Enero de 1959. ¡Salud Cuba, y hasta la victoria siempre!
  • Director del PLED, Programa Latinoamericano de Educación a Distancia en Ciencias Sociales del Centro Cultural de Floreal Gorini.


foto tratte da blog originale e a discrezione di Sandino tratte da internet