martedì 21 gennaio 2014

CIA( criminal intelligence agency). Stralci da un dossier redatto da chi può uccidere liberamente senza ritorsioni...



 CIA( criminal intelligence agency).
 Stralci da un manuale redatto da chi può uccidere liberamente senza ritorsioni, preparare colpi di Stato in altri paesi, organizzare nuove guerre.

Durante la sistemazione di un nostro archivio della sinistra mi sono ritrovato in mano il manuale della CIA : FM 95-1A , che mi regalò un dirigente nazionale del FSLN del Nicaragua,... oggi i metodi della Agenzia pur adeguendosi ai  tempi mantengono la stessa strategia di morte.
Dal documento ho tratto brevi stralci che evidenziano un unico comune denominatore :”abbattere il socialismo ovunque si sviluppi, abbattere o rendere la vita impossibile tutto quello che non piace all'Impero USA” . La CIA è una organizzazione autorizzata a compiere qualunque tipo di crimine pur di arrivare ai suoi fini, dispone di milioni di dollari per far cadere governi non allineati, per comprare politici , persone,.. per realizzare e addestrare gruppi armati, per uccidere in qualsiasi parte del mondo coloro che danno fastidio, per produrre focolai di nuove guerre, per organizzare attentati terroristici dove e come ritiene opportuno, ...protegge alla luce del sole i suoi terroristi dichiarati che si sono macchiati di crimini orrendi preparati e finanziati proprio in casa CIA. Se si dovessero contare le morti causate dalla CIA e sue collegate USAID, NED, IRI... forse l'olocausto nazista contro gli ebrei andrebbe sotto tono.
Nel dossier di 40 pagine si percepiscono chiaramente le cause degli incidenti nelle nostre tante manifestazioni passate ,dove in talune sono stati uccisi o feriti nostri compagni di lotta.


M.Cerboneschi "Sandino"

CIA Fase Di Reclutamento .
(...)Il reclutamento iniziale per il nostro movimento , se non è volontario, sarà fatto con parecchie consultazioni, “private” con responsabili (senza che la persona sappia che sta parlando con uno dei nostri). Poi la recluta verrà informata che di fatto e già dentro il movimento e che verrà denunciata alla polizia del regime se non collaborerà.......
Il reclutamento dovrà svilupparsi anche attraverso la conoscenza o l'osservazione dei gruppi individuati -partiti politici, sindacati operai, gruppi giovanili, associazioni di agrari...dedurne le abitudini personali, le simpatie e l' antipatie e i punti deboli dei “ reclutabili”.
- Tentare un approccio facendo conoscenza e , se possibile sviluppare un'amicizia , attraendo la persona in base alle sue debolezze o preferenze: potrebbe essere un invito a pranzo o a cena in un ristorante di sua scelta o bere qualcosa nel suo bar preferito.
Il reclutamento deve seguire le seguenti direttive :
Se durante la conversazione informale la persona indicata sembra incline ad arruolarsi volontariamente in base alla sua fede e ai suoi valori personali, ecc se ne darà notizia al responsabile politico incaricato di attuare il reclutamento..
La persona che ha avuto il primo contatto indicherà dettagliatamente al responsabile tutto ciò che sa sulla possibile recluta e lo stile di persuasione che dovrà essere usato poi quando lo incontrerà.
- se la persona individuata non sembra predisposta al reclutamento
,si possono organizzare degli incontri, che sembrano casuali, con i capi controrivoluzionari o con i quadri politici (sconosciuti alla persona in questione fino a quel momento).
Gli incontri avranno luogo in modo che “altre persone” sappiano che la persona vi sta partecipando o perchè lo hanno visto arrivare ad una data casa o lo hanno visto in un certo bar o perfino sulla panchina di un parco. Così dovrà poi fare i conti con la partecipazione di fatto alla lotta insurrezionale e gli sarà comunicato che se non collabora o non applicherà gli ordini che gli verranno dati, sarà esposto alle azioni di rappresaglia della polizia del regime.
La DENUNCIA ALLA POLIZIA di qualcuno che non vuole unirsi alla controrivoluzione può essere fatta facilmente, quando sia necessario con una lettera con false asserzioni di cittadini che non sono implicati nel movimento: Si prendano precauzioni affinchè la persona che lo ha reclutato non venga scoperta.
- realizzando missioni clandestine per il movimento , si attuano gradualmente e su scala sempre più ampia il coinvolgimento e la disponibilità di ogni recluta e aumenta l'affidabilità.
Questo deve essere un processo graduale così da impedire confessioni da parte di individui paurosi a cui sono state assegnate troppo presto missioni pericolose e difficili. Usando questa tecnica di reclutamento i nostri uomini riusciranno ad infiltrarsi con successo in ogni gruppo fondamentale del regime così da migliorare il controllo delle strutture nemiche.
CITTADINI AFFERMATI ,CONTROLLO INTERNO
Cittadini affermati, cioè dottori, avvocati, uomini di affari, proprietari terrieri, funzionari dello Stato, etc,.. saranno reclutati per il nostro movimento e usati per il controllo soggettivo interno di gruppi e associazioni a cui possono appartenere.
Una volta che il reclutamento coinvolgimento è stato conseguito ed è progredito al punto che la fiducia consente che ai quadri interni, perchè inizino a influenzare i loro gruppi vengano date le seguenti istruzioni da applicare:
- il procedimento è semplice e richiede soltanto una conoscenza della dialettica sacratica, cioè la conoscenza inerente ad un'altra persona o alla posizione di rilievo di un gruppo, alcuni argomenti, parole o concetti relativi all'oggetto della persuasione da parte della persona incaricata del reclutamento.
- il responsabile deve poi sottolineare l'argomento , la parola o il concetto delle discussioni o negli incontri con il gruppo in trattamento attraverso commenti casuali tanto da accrescere l'interesse di altri membri del gruppo verso i problemi affrontati.
  • I gruppi con interessi economici sono motivati dai profitti e di solito pensano che il sistema ostacola in qualche modo le loro capacità : tasse, tariffe di importazione ed esportazione. Costi di trasporto, …. La persona incaricata vedrà di accrescere questo loro sentimento di frustrazione in ulteriori conversazioni.

    (….) CREAZIONE DI NUCLEI
  • Comprende la mobilitazione di un numero
    specifico di agitatori dell'organizzazione controrivoluzionaria del posto. Questo gruppo attirerà inevitabilmente un egual numero di curiosi che cercano avventure e emozioni, e anche gli scontenti del sistema di governo.
  • I controrivoluzionari attireranno i simpatizzanti, i cittadini scontenti per via della repressione governativa. Ad ogni sotto unità controrivoluzionaria verranno assegnati compiti specifici e missioni da eseguire
  • I nostri quadri verranno mobilitati nel maggior numero possibile insieme alle persone che sono state colpite dalla dittatura comunista, che i loro possedimenti siano stati sequestrati o che siano incarcerarti o che abbiano subito qualsiasi altro tipo di aggressione.
  • ....(...)
  • Se è possibile, si assumeranno Criminali professionisti per svolgere specifici “lavori scelti”
  • I nostri agitatori visiteranno i luoghi in cui si ritrovano i disoccupati e anche gli uffici di collocamento, per assumere i disoccupati per “lavori non specificati”.
  • I quadri designati organizzeranno con anticipo il trasporto dei partecipanti, portandoli ai luoghi degli incontri con veicoli privati o pubblici, con barche o con qualsiasi altro mezzo
  • Altri quadri saranno incaricati di disegnare manifesti, bandiere, vessilli con diversi slogan o parole chiave occasionali o di tipo radicale..
  • Altri invece saranno incaricati di preparare volantini posters, simboli e opuscoli per rendere l'ammassamento più appariscente. Questo materiale conterrà istruzioni per i partecipanti e servirà contro il regime.
  • Mansioni specifiche verranno assegnate ad altri con lo scopo di creare un “martire”per la causa , portando i dimostranti a sommosse o sparatorie che causeranno la morte di una o più persone che diventeranno i martiri. Questa situazione deve essere usata immediatamente contro il regime e per creare conflitti più grandi.
    MODO DI CONDURRE UNA SOMMOSSA DURANTE IL RADUNO
    Può essere fatto un piccolo gruppo di controrivoluzionari infiltrati nelle masse e che hanno il compito di agitare, dando l'impressione di essere in parecchi e di avere il sostegno popolare. Tatticamente una forza di 200 agitatori possono creare dimostrazioni a cui partecipano 10.0000-20.000 persone.
    L'agitazione delle masse in una dimostrazione è realizzata con obbiettivi socio-politici.
    A questa azione devono prendere parte una o parecchie persone del nostro movimento clandestino e, perfettamente addestrate come agitatori di massa,devono coinvolgere estranei in modo da ottenere una manifestazione apparentemente spontanea. Dovranno guidare tutta la manifestazione fino alla conclusione.
    Comando esterno .Questo elemento rimane al di fuori di tutte le attività, in una posizione da cui può osservare a che punto è lo svolgimento degli eventi progettati. ...(..)
Comando Interno Questo elemento resterà dentro la massa. Grande importanza va alla protezione dei responsabili della struttura. Si devono usare cartelli o grandi simboli allusivi per segnalare le postazioni del comando che darà ordini alle sotto-unita.
    Questa struttura eviterà di sistemarsi dove capitano scontri o incidenti dopo l'inizio della dimostrazione
    Gli agitatori” ufficiali” Resteranno nella massa. Il solo responsabile di questa missione assegnerà in anticipo agli agitatori il compito di restare vicini ad un punto di riferimento da lui indicato, In questo modo il comandante saprà dove sono i suoi e potrà dare l'ordine di cambiare gli slogans, qualsiasi cosa imprevista e eventualmente perfino incitare alla violenza.
    In questa fase, dopo che i quadri chiave si sono disseminati devono disporsi in luoghi evidenti predisposti. I nostri agitatori devono evitare di piazzarsi in luoghi di tumulti una volta che li hanno provocati.
    Postazioni di difesa. Qui si agirà come guardie del corpo in movimento, formando un anello di protezione attorno al capo, proteggendolo dalla polizia e dall'esercito, o aiutandolo a scappare se necessario. Devono essere molto disciplinati e reagiranno solo su ordine verbale del capo.
  • Nel caso che il capo partecipi ad una funzione religiosa , a un funerale o qualsiasi altro tipo di attività nella quale bisogna seguire un rituale organizzato, le guardie del corpo rimarranno in file vicino al capo per dare protezione completa.
  • I partecipanti devono essere guerriglieri controrivoluzionari in abiti civili o reclute assunte, che siano simpatizzanti della nostra lotta contro il regime oppressivo.
  • Questi membri devono avere un'alta disciplina e devono usare la violenza solo su ordine del loro responsabile.
    .(...) Truppe d' Assalto Questi uomini devono essere equipaggiati con armi ( coltelli, catene, mazze, randelli,.. ) e devono camminare con noncuranza dietro ai partecipanti alla manifestazione estranei all'organizzazione. Devono portare le armi nascoste. Entreranno in azione solo come “rinforzi”se gli agitatori saranno attaccati dalla polizia. Interverranno velocemente, violentemente e di sorpresa così da distrarre le autorità, permettendo in questo modo la ritirata e la rapida fuga del comando interno.
Striscioni e cartelli Gli striscioni, e i cartelli usati nelle dimostrazioni o negli assembramenti esprimeranno la protesta della popolazione, ma quando la manifestazione raggiunge il più alto livello di euforia o di malcontento popolare, i nostri infiltrati useranno i cartelli contro il regime e verranno lanciati slogan e parole d'ordine a beneficio della nostra causa.... Il comandante può dare gli ordini ai suoi di cambiare slogan o eventualmente incitare alla violenza se lo ritiene opportuno.
Gli agitatori controrivoluzionari che gridano slogan e applaudono Saranno addestrati con istruzioni specifiche ad usare acclamazioni del tipo “VOGLIAMO IL LAVORO, “ABBIAMO FAME”, NON VOGLIAMO IL COMUNISMO”. Il loro lavoro e la loro tecnica per agitare le masse è del tutto simile a quella dei capi-tifosi nelle partite di football o baseball delle scuole.
Manuale FM 95-1A” Redatto dalla CIA
Tradotto da Calumet quaderni Centro studi quale difesa Torino

domenica 19 gennaio 2014

Silenzio e tradimento da 3 miliardi di dollari / Silencio y traición por 3 000 millones de dólares


Riad – París – Beirut

Silenzio e tradimento da 3 miliardi di dollari 

  di Thierry Meyssan

Ma perché l’Arabia Saudita ha deciso di donare all’esercito libanese 3 miliardi di armamenti francesi, mentre nelle ultime settimane i suoi agenti in Libano non cessavano di denunciare lo slogan "Popolo-Esercito-Resistenza" e la collusione tra l’esercito e Hezbollah? E se questa improvvisa generosità è il prezzo del silenzio libanese, dimenticando le centinaia di vittime del terrorismo saudita nel Paese dei cedri e il tradimento francese dei propri impegni in Medio Oriente?
Rete Voltaire | Damasco | 17 gennaio 2014

Ricevimento del presidente Hollande presso Sua Altezza Reale il Custode delle Due Sacre Moschee Abdullah bin Abdulaziz al-Saud, alla presenza dei membri del suo consiglio.
La visita di François Hollande accompagnato da 30 amministratori delegati di grandi aziende in Arabia Saudita, il 29 e 30 dicembre 2013, si sarebbe concentrata principalmente su questioni economiche e sul futuro di Siria e Libano. Le questioni politiche internazionali sarebbero state discusse tra francesi e sauditi, ma anche in presenza di leader libanesi come il presidente Michel Sulayman e l’ex primo ministro saudita-libanese Saad Hariri (considerato organico alla famiglia reale) e il presidente della Coalizione Nazionale siriana, il siro-saudita Ahmad Asi al-Jarba [1]
Durante la visita, l’Arabia Saudita ha annunciato improvvisamente l’offerta di 3 miliardi dollari di armi francesi all’esercito libanese. Questa generosità è straordinaria, poiché una conferenza internazionale dovrebbe, a febbraio o marzo, raccogliere fondi per il Libano in generale e il suo esercito in particolare. Il Libano non aveva mai ricevuto un tale dono.
L’annuncio fu ufficialmente fatto dal presidente libanese Michel Sulayman. Il generale, diventato Capo di stato maggiore dell’esercito libanese, non avendo gli altri accesso a tale carica, fu imposto presidente per le stesse ragioni da Francia e Qatar. La sua elezione parlamentare è incostituzionale (articolo 49 [2]) e la carica non gli è stata caduta dal suo predecessore ma dall’emiro del Qatar. Nel suo discorso televisivo al popolo libanese, il presidente Sulayman ha accolto con favore la regale "maqruma", il dono che il sovrano fa al suo servo e, incongruamente, concludeva con "Viva l’Arabia Saudita!".
Tale annuncio fu accolto calorosamente dall’ex-primo ministro Saad Hariri, tentando di vedervi il primo passo verso il futuro disarmo di Hezbollah.
La decisione di Riyadh non può che sorprendere: infatti, negli ultimi mesi, i filo-sauditi del 14 Marzo di Saad Hariri hanno più volte criticato la stretta relazione tra l’esercito e Hezbollah. Nei giorni seguenti, una grande campagna pubblicitaria a Beirut celebrava l’amicizia tra il Libano e l’Arabia Saudita, definita "Regno del bene" (sic).
Infatti, ciò non aveva senso.
Per capire, si dovettero aspettare un paio di giorni.
Majid al-Majid fu riconosciuto al suo arresto essere un ufficiale dei servizi segreti sauditi, sotto la diretta autorità del principe Bandar bin Sultan. Dirigeva un ramo di al-Qaida che collegava a personalità eminenti del Medio Oriente.
Il 1 gennaio 2014, quattro giorni dopo l’annuncio saudita, si apprese che l’esercito libanese aveva arrestato Majid al-Majid, cittadino saudita a capo delle brigate Abdullah Azzam, ramo di al-Qaida in Libano.
Ma in seguito si apprese che l’arresto fu dovuto all’avviso della Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense del 24 dicembre. Washington fu poi informata dall’esercito libanese che Majid al-Majid venne ricoverato in ospedale per sottoporsi a dialisi. L’esercito libanese si affrettò a ricoverarlo nell’ospedale Maqasid, arrestandolo durante il viaggio in ambulanza da Ersal, il 26 dicembre, tre giorni prima dell’annuncio saudita.
Per più di una settimana l’arresto del leader di al-Qaida in Libano fu un segreto di Stato. Il saudita era ufficialmente ricercato nel suo Paese per terrorismo, ma ufficiosamente era considerato un agente dei servizi segreti sauditi agli ordini diretti del principe Bandar bin Sultan. Aveva pubblicamente riconosciuto di aver organizzato numerosi attentati, tra cui quello contro l’ambasciata iraniana a Beirut del 19 novembre 2013, che aveva ucciso 25 persone. Ecco perché l’esercito libanese informò Riyadh e Teheran del suo arresto.
Nei casi riguardanti il Libano, Majid al-Majid ha svolto un ruolo importante nell’organizzare l’esercito jihadista di Fatah al-Islam. Nel 2007, il gruppo cercò di aizzare i campi palestinesi in Libano contro Hezbollah e di dichiarare l’emirato islamico nel nord del Paese. Tuttavia, il suo mandante, l’Arabia Saudita, l’abbandonò all’improvviso dopo un incontro tra il Presidente Ahmadinejad e re Abdullah. Furiosi, i jihadisti si presentarono armati nella banca di Hariri per essere pagati. Dopo alcuni combattimenti, si ritirarono a Nahr al-Barad che l’esercito libanese assediò. Dopo oltre un mese di combattimenti, il generale Shamil Ruquz [3] diede l’assalto e li schiacciò. Durante l’operazione antiterrorismo, l’esercito libanese perse 134 soldati [4].
Majid al-Majid era in contatto personale, diretto e segreto con molti leader arabi e occidentali. Agli investigatori ebbe il tempo di confermare l’appartenenza ai servizi segreti sauditi. E’ chiaro che la sua confessione poteva sconvolgere la politica regionale. Soprattutto se accusava Arabia Saudita e 14 Marzo libanese.
Un deputato parlò della proposta saudita di 3 miliardi di dollari per non registrare le confessioni di Majid al-Majid ed estradarlo a Riyad. Il quotidiano al-Akhbar sostenne che il prigioniero non era per nulla in pericolo e che poteva essere liquidato dai suoi mandanti per assicurarsene il silenzio.
Il giorno dopo l’editoriale, l’esercito libanese ne annunciava la morte. Il corpo di Majid al-Majid fu sottoposto ad autopsia, ma a differenza dei procedimenti penali, da un solo medico che concluse che era morto per la malattia. Il suo corpo fu trasferito in Arabia Saudita e sepolto alla presenza della famiglia e dei bin Ladin.
L’Iran chiede chiare spiegazioni dal Libano sull’arresto e la morte di Majid al-Majid. Ma non troppo forte, perché il presidente Ruhani tenta di avvicinarsi anche all’Arabia Saudita.
Questa è la sesta volta che il leader di un’organizzazione terroristica filo-saudita che opera in Libano sfugge alla giustizia. Fu così per Shaqir Absi, Hisham Qadura, Abdal Rahman Awadh, Abdal Ghani Jawhar e, più recentemente, Ahmad al-Asir.
François Hollande e il miliardario Saad Hariri a Riyadh. Sullo sfondo, i ministri Jean-Yves Le Drian e Laurent Fabius.
Comunque, se re Abdullah ha speso 3 miliardi di dollari, pochi ne verranno all’esercito libanese.
- In primo luogo, la somma comprende tradizionalmente i reali "regali" per coloro che servono il re. Così, secondo il protocollo, il presidente Michel Sulayman ha immediatamente ricevuto a titolo personale 50 milioni di dollari, e il presidente François Hollande un importo proporzionale alla sua funzione, il cui importo è sconosciuto, se accettato o meno. Il principio saudita della corruzione si applica in modo identico a tutti i leader e alti funzionari libanesi e francesi che partecipavano alla transazione.
- In secondo luogo, la maggior parte del denaro sarà pagato al Tesoro francese, per il trasferimento dalla Francia al Libano di armi e addestramento militare. Questa è la ricompensa per l’impegno militare coperto della Francia, dal 2010, nel fomentare i disordini in Siria e rovesciare l’alawita Assad, che il Custode delle Due Sacre Moschee non accetta come Presidente di una terra prevalentemente musulmana [
5]. Tuttavia, poiché non esiste un listino prezzi, Parigi può decidere come valutare questa donazione. Così Parigi sceglierà anche tipo di armi e di addestramento. Già, poiché non si deve fornire materiale che può essere utilizzato successivamente per resistere efficacemente al principale nemico del Libano, Israele.
- In terzo luogo, il denaro non serve per aiutare l’esercito a difendere il Paese, è invece destinato a dividerlo. L’esercito libanese è stato di gran lunga l’unica entità integra e multi-religiosa del Paese. L’addestramento sarà fornito dalla Francia per "francesizzare" gli ufficiali, piuttosto che per trasmettergli il loro know-how. Il denaro rimanente sarà utilizzato per costruire belle caserme e comprare belle vetture.
Tuttavia, la donazione reale non potrà mai arrivare a tutti, in Libano. Secondo l’articolo 52 della Costituzione [6], per essere percepito il dono deve essere approvato prima dal Consiglio dei Ministri e presentato al Parlamento. Tuttavia, il governo dimissionario di Najib Miqati non si riunisce da nove mesi e quindi non può trasmettere l’accordo al Parlamento per ratificarlo.
Presentando l’accordo ai libanesi, il presidente Michel Sulayman ha pensato bene di precisare, senza essere richiesto, che i negoziati a Riyadh non hanno comportato per nulla il possibile rinvio delle elezioni presidenziali e l’estensione del suo mandato, o la composizione di un nuovo governo. Questa precisione fa sorridere, in quanto è chiaro che tutto ciò era al centro delle discussioni.
Il presidente si è impegnato con i suoi omologhi saudita e francese a formare un governo di "tecnocrati", senza sciiti o drusi, da imporre al Parlamento. Il termine "tecnocrate" qui indica alti funzionari internazionali che hanno fatto carriera presso la Banca Mondiale, il FMI, ecc. dimostrando la loro docilità alle pretese statunitensi. Si deve capire che il governo sarà composto da filo-USA in un Paese che in maggioranza resiste all’impero. Ma non riesce a trovare una maggioranza in Parlamento, con 3 miliardi?
Purtroppo, il principe Talal Arslan, erede dei fondatori del Principato del Monte Libano nel XII.mo secolo e presidente del Partito Democratico, ha immediatamente ricordato al presidente Sulayman che, secondo l’accordo di Taif [7] l’esecutivo è ora monopolio del Consiglio dei Ministri [8] e che dovrebbe riflettere la composizione religiosa del Paese [9]. Pertanto, un governo di tecnocrati è una violazione di tale accordo e il presidente Sulayman sarebbe considerato un golpista a prescindere dalla sua capacità nel corrompere il Parlamento.
La cosa probabilmente non finisce qui: il 15 gennaio l’esercito libanese ha arrestato sul confine siriano Jamal Daftardar, un luogotenente di Majid al-Majid.
Il presidente François Hollande sarà certamente dispiaciuto per il fallimento del suo omologo libanese nel vendersi il Paese per 50 milioni di dollari, ma visto da Parigi, l’unica cosa che conta è la spartizione dei rimanenti 2,999 milioni di dollari.
[1] Ahmad Asi al-Jarba è un membro della tribù beduina Shamar, da cui re Abdullah proviene. Prima degli eventi fu condannato per traffico di droga in Siria. Gli Shamar sono nomadi che si muovono nei deserti saudita e siriano.

[2] "I magistrati e i funzionari di prima classe o equivalenti di tutte le amministrazioni pubbliche, istituzioni pubbliche e altre persone giuridiche di diritto pubblico, possono essere eletti nell’esercizio delle loro funzioni e per due anni dalle dimissioni e l’effettiva cessazione dell’esercizio delle loro funzioni o alla data del pensionamento."

[3] Il generale Ruquz, senza dubbio il più prestigioso militare libanese, probabilmente avrebbe dovuto essere nominato Capo di Stato Maggiore. Ma è il genero del generale Michel Aoun, presidente del Movimento Patriottico Libero, alleato di Hezbollah.

[4] "La questione dei mercenari di Fatah al-Islam è chiusa", Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 agosto 2007.

[5] A seguito della firma del Trattato di Lancaster House, Francia e Regno Unito sono intervenute in Libia e in Siria per organizzare pseudo-rivoluzioni e rovesciarne i governi. Tuttavia, l’operazione siriana si rivelava un fallimento e Londra si ritirava mentre Parigi continua a sostenere attivamente la "Coalizione Nazionale" guidata dal saudita-siriano Ahmad Asi al-Jarba.

[6] "Il Presidente della Repubblica negozia e ratifica i trattati in accordo con il Capo del governo. Questi saranno considerati e ratificati solo dopo l’approvazione del Consiglio dei Ministri. Il Governo ne informa la Camera dei Deputati quando l’interesse e la sicurezza dello Stato nazionale lo permettono. I trattati che riguardano le finanze dello Stato, i trattati commerciali e i trattati che non possono essere risolti alla fine di ogni anno, possono essere ratificati solo dopo l’approvazione della Camera dei Deputati."

[7] "L’Accordo di Taif", Réseau Voltaire, 23 ottobre 1989
[8] "Il Consiglio dei Ministri è l’organo esecutivo".
[9] "Ogni autorità che contraddice la Carta della vita comune è illegittima e illegale".

Silencio y traición por 3 000 millones de dólares


por Thierry Meyssan

¿Por qué decidió Arabia Saudita equipar el Ejército Libanés con armamento francés por valor de 3 000 millones de dólares cuando hace semanas que sus títeres en el Líbano no paran de denunciar el lema «Pueblo-Ejército-Resistencia» y de cuestionar la armonía entre los militares y el Hezbollah? ¿Y si esta repentina generosidad fuese el precio a pagar por el silencio libanés, el pago destinado a lograr que se olviden los cientos de víctimas que el terrorismo saudita ha causado en el país del cedro, la recompensa por la traición de París hacia los compromisos de Francia en el Medio Oriente?
Red Voltaire | Damasco | 16 de enero de 2014

La visita de Francois Hollande en Arabia Saudita –donde llegó rodeado de 30 grandes empresarios franceses–, el 29 y el 30 de diciembre de 2013, debía desarrollarse principalmente sobre temas económicos y sobre el futuro de Siria y del Líbano. Los temas de política internacional iban a discutirse entre franceses y sauditas aunque en presencia de líderes libaneses –el presidente Michel Sleiman y el ex primer ministro líbano-saudita Saad Hariri (considerado miembro biológico de la familia real)– y del presidente de la Coalición Nacional Siria, el siro-saudita Ahmad Assi Jarba [1].
Durante la visita, Arabia Saudita anunció súbitamente la donación al Ejército Libanés de 3 000 millones de dólares en armamento francés. Esa muestra de generosidad se produce fuera del calendario previamente establecido, en momentos en que una conferencia internacional prevista para febrero o marzo debería abrir una colecta de fondos para el Líbano en general y –en particular– para el ejército de ese país. Nunca antes había recibido el Líbano una donación de tales proporciones.
La donación fue anunciada con toda solemnidad por el presidente libanés, Michel Sleiman. Este general, convertido en jefe del Estado Mayor del Ejército Libanés simplemente para evitar que ese cargo fuese a parar manos de otro militar, fue impuesto como presidente de la República, exactamente con el mismo objetivo, por Francia y Qatar. Su elección como presidente por el parlamento libanés violó el artículo 49 [2] de la Constitución libanesa y Sleiman ni siquiera fue investido como presidente de la República por su predecesor sino por el entonces emir de Qatar.
En su intervención, el presidente Sleiman expresó su agradecimiento por la «makruma» real, o sea por la donación que el soberano saudita concede a su servidor, y al concluir no lo hizo con un «¡Viva el Líbano!» sino con un sonoro «¡Viva Arabia Saudita!»
El anuncio fue saludado efusivamente por el ex primer ministro libanés Saad Hariri, quien quiso interpretarlo como el primer paso hacia un futuro desarme del Hezbollah.
La decisión de Riad resulta sorprendente ya que durante los últimos meses el bando libanés prosaudita, representado fundamentalmente por el 14 de Marzo y con Saad Hariri a la cabeza, había estado arremetiendo constantemente contra las buenas relaciones entre el Ejército Libanés y el Hezbollah.
Después del anuncio de la donación saudita, una intensa campaña de propaganda cubrió todo Beirut de carteles sobre la amistad entre el Líbano y Arabia Saudita, calificada en los afiches como «el Reino del Bien» (sic).
La realidad es que todo el asunto no tiene el menor sentido.
Para darse cuenta de ello sólo hubo que esperar unos pocos días.

El 1º de enero de 2014, sólo 4 días después del anuncio saudita, se supo que el Ejército Libanés había arrestado a Majed al-Majed, ciudadano saudita y jefe de las Brigadas Abdallah Azzam, rama libanesa de al-Qaeda.
Un poco más tarde se supo también que Majed al-Majed había sido arrestado gracias a una alerta de la DIA (Defense Intelligence Agency), o sea la Agencia de Inteligencia del Departamento de Defensa de Estados Unidos, el 24 de diciembre de 2013. Ese día, Washington había informado al Ejército Libanés que Majed al-Majed acababa de ser hospitalizado en Líbano para someterse a una diálisis. El Ejército Libanés lo localizó rápidamente en el hospital Makassed y lo arrestó durante su traslado a Ersal, a bordo de una ambulancia, el 26 de diciembre, o sea 3 días antes del anuncio de la donación saudita.
El arresto del líder de al-Qaeda en Líbano se mantuvo en secreto por más de una semana. Oficialmente buscado en Arabia Saudita bajo la acusación de terrorismo, Majed al-Majed era considerado sin embargo un agente de los servicios de inteligencia sauditas, y un agente que por demás recibía órdenes directas del príncipe Bandar Ben Sultán. Majed al-Majed había reconocido públicamente haber organizado numerosos atentados, como el perpetrado el 19 de noviembre de 2013 –con saldo de 25 muertos– contra la embajada de Irán en Beirut. Ante tales circunstancias, el Ejército Libanés había informado a Riad y Teherán del arresto de Majed al-Majed.
Entre otros casos de interés para el Líbano, Majed al-Majed había desempeñado un papel importante en la formación de un ejército yihadista en territorio libanés: el conocido Fatah al-Islam.
En 2007, ese grupo trató de sublevar contra el Hezbollah los campamentos palestinos en Líbano y quiso proclamar un emirato islámico en el norte de ese país. Pero quien realmente movía los hilos del grupo –Arabia Saudita– abandonó su marioneta sin previo aviso, como resultado de un encuentro entre el presidente de Irán Mahmud Ahmadinejad y el rey Abdallah. Furiosos, los yihadistas armados se presentaron en el banco de la familia Hariri exigiendo el pago que no habían recibido. Después de varios enfrentamientos, se replegaron hacia el campamento de Nahr el-Bared, donde fueron cercados por el Ejército Libanés. Al cabo de un mes de combates, el general Chamel Roukoz [3] tomó el lugar por asalto y aplastó a los sublevados. Aquella batalla contra el terrorismo costó al Ejército Libanés las vidas de 134 soldados [4].
Majed al-Majed estaba personalmente en contacto –contactos directos o secretos– con numerosos dirigentes árabes y occidentales. Al ser interrogado, tuvo tiempo de confirmar a sus interrogadores que era miembro de los servicios secretos de Arabia Saudita. Es evidente que sus confesiones podían conmocionar la política regional, sobre todo al proporcionar pruebas que incriminan a Arabia Saudita y al 14 de Marzo libanés.
Un diputado mencionaba entonces una proposición saudita de 3 000 millones de dólares a cambio de que no se grabaran las confesiones de Majed al-Majed y de que fuese extraditado a Riad. El diario libanés Al-Akhbar ya estimaba que el detenido estaba en peligro de muerte y que de todas maneras corría el riesgo de ser asesinado por sus jefes para garantizar su silencio.
Al día siguiente de la publicación de aquel editorial, el Ejército Libanés anunciaba la muerte de Majed al-Majed. Se ordenó una autopsia pero, contrariamente a lo previsto en el procedimiento penal, esta fue realizada por un solo especialista, quien concluyó que la muerte sobrevino a causa de la enfermedad que padecía el occiso. El cuerpo fue trasladado a Arabia Saudita, donde fue inhumado en presencia de sus familiares y de la familia ben Laden.
Irán sigue exigiendo al Líbano explicaciones más claras sobre el arresto y muerte de Majed al-Majed, aunque sin demasiada insistencia ya que el presidente Rohani está tratando también de implementar un acercamiento a Arabia Saudita.
Es la sexta vez que el jefe de una organización terrorista prosaudita que opera en Líbano escapa a la justicia. Así sucedió anteriormente con Chaker Absi y con Hicham Kaddoura, al igual que con Abdel Rahmane Awadh, Abdel Ghani Jawhar y, más recientemente, con Ahmad al-Assir.

En todo caso, aunque el rey Abdallah haya desembolsado 3 000 millones de dólares no será ni remotamente esa suma la que llegará al Ejército Libanés.
- En primer lugar, esa suma incluye tradicionalmente las «atenciones» reales a quienes han servido al soberano. Por ejemplo, según el Protocolo real que acompaña la donación, el presidente libanés Michel Sleiman recibió de inmediato –a título personal– 50 millones de dólares, y el presidente francés Francois Hollande recibe una suma acorde con su función, suma de la que se ignora el monto y si Hollande la ha aceptado o no. El principio saudita del soborno se aplica idénticamente a todos los dirigentes y altos funcionarios –libaneses y franceses– que participaron y que participarán en la transacción.
- Segundo, la parte fundamental de la suma donada irá a parar al Tesoro Público francés y Francia se encargará de proporcionar al Líbano el armamento y la formación militar correspondiente. Se trata, en realidad, de retribuir la implicación militar secreta de Francia –desde 2010– en las acciones destinadas a fomentar el desorden en Siria y provocar el derrocamiento del alauita Bachar al-Assad, a quien el Servidor de las Dos Mezquitas Sagradas no puede aceptar como presidente de un país mayoritariamente musulmán [5]. Sin embargo, al no existir un catálogo de precios, París evaluará a su antojo el volumen de armamento que puede representar la suma donada. París decidirá también qué tipo de armas y de formación proporcionará a cambio de esa suma. Para empezar, ni hablar de proporcionar al Ejército Libanés ningún tipo de armamento que pueda servir en algún momento para enfrentarse eficazmente al principal enemigo del Líbano, que es Israel.
- Tercero, si el objetivo de la donación saudita no es ayudar al Ejército Libanés a defender el país es porque está destinada –por el contrario– a sembrar la división entre los uniformados libaneses. Más que proporcionarles una verdadera preparación militar, la formación que Francia aportará a los militares libaneses estará destinada a la «francización» de los oficiales. Y el dinero que quede se destinará a la construcción de bonitos cuarteles y a la compra de costosos vehículos oficiales.
Por otro lado, también existe la posibilidad de que no llegue al Líbano ni un centavo de ese dinero. En efecto, según el artículo 52 de la Constitución libanesa [6], el donativo debe obtener la aprobación del consejo de ministros. Pero el gabinete dimitente de Najib Mikati no se ha reunido en 9 meses y no ha podido por ende transmitir esa aprobación al parlamento para que la ratifiquen los diputados.
Al presentar el donativo a los libaneses, el presidente Michel Sleiman creyó oportuno precisar, sin que nadie se lo pidiera, que en las negociaciones con Riad no se mencionó una posible posposición de la elección presidencial libanesa con prórroga de su propio mandato, ni tampoco la composición de un nuevo gobierno. Una precisión que da risa porque resulta evidente que esos fueron precisamente los principales puntos de la negociación.
El presidente libanés se comprometió ante sus interlocutores sauditas y franceses a formar un gobierno de «tecnócratas», sin chiitas ni drusos, y a imponerlo al parlamento. El término «tecnócrata» se aplica en este caso a una serie de altos funcionarios internacionales que han hecho carrera en el Banco Mundial, el FMI, etc., y también mostrando su sumisión al credo estadounidense. O sea que será un gobierno de proestadounidenses en un país que se resiste al dictado del Imperio. Pero ¿no se puede lograr una mayoría en el parlamento con 3 000 millones de dólares?
Por desgracia, el príncipe Talal Arslane, heredero de los fundadores del principado del Monte Líbano en el siglo XII y presidente del Partido Demócrata, arremetió de inmediato contra el presidente recordándole que, en virtud del Acuerdo de Taef [7], en Líbano el poder ejecutivo es una prerrogativa del consejo de ministros [8] y que este último tiene que reflejar obligatoriamente la composición confesional del país [9]. Lo anterior quiere decir que la formación de un gobierno de tecnócratas en Líbano constituye una violación flagrante del Acuerdo de Taef. lo cual convertiría al presidente Sleiman en un golpista, sea cual sea su capacidad para sobornar al parlamento.
Pero es muy probable que el asunto no termine ahí. El 15 de enero, el Ejército Libanés detuvo en la frontera a Jamal Daftardar, uno de los lugartenientes de Majed al-Majed.
El presidente Francois Hollande seguramente va a deplorar profundamente que su homólogo libanés fracase en su intento de vender su propio país por 50 millones de dólares. Pero de todas maneras, visto desde París, lo importante es la repartición de los 2 999 millones restantes.
 
[1] Ahmad Assi Jarba pertenece a la tribu beduina de los Chamar, de la que también proviene el rey Abdallah. Antes del inicio de los incidentes, Jarba ya había sido condenado en Siria por tráfico de drogas. Los Chamar son nómadas que se mueven a través del desierto de Arabia y de Siria.

[2] «Los magistrados y funcionarios de la primera categoría o su equivalente en todas las administraciones públicas, establecimientos públicos y toda otra persona moral de derecho público no pueden ser elegidos durante el ejercicio de sus funciones ni durante los 2 años siguientes a la fecha de su dimisión y al cese efectivo del ejercicio de sus funciones o a la fecha de su jubilación.»
[3] El general Roukoz, sin lugar a dudas el militar más prestigioso del Líbano, era quien hubiese tenido que ser designado como jefe del Estado Mayor. Pero es yerno del general Michel Aoun, presidente de la Corriente Patriótica Libre, formación aliada del Hezbollah.
[4] «Le dossier des mercenaires du Fatah al-Islam est clos», por Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 de agosto de 2007.
[5] A raíz de la firma del Tratado de Lancaster House, Francia y el Reino Unido intervinieron en Libia y en Siria organizando en esos países seudorevoluciones y destrucciones de Estados. Pero, al resultar la operación siria un fracaso, Londres se retiró de ella mientras que París sigue apoyando activamente a la «Coalición Nacional» dirigida por el saudo-sirio Ahmad Assi Jarba.
[6] «El Presidente de la República negocia los tratados y los ratifica de común acuerdo con el Jefe del Gobierno. Estos [los tratados] sólo se considerarán ratificados después de obtener la aprobación del Consejo de Ministros. El Gobierno informa a la Cámara de Diputados [sobre los tratados] cuando el interés del país y la seguridad del Estado así lo permiten. Los tratados con implicaciones para las finanzas del Estado, los tratados comerciales y todos los tratados que no pueden ser anulados al expirar cada año sólo pueden ser ratificados después de obtener la aprobación de la Cámara de Diputados.»
[7] «Accord de Taëf», Réseau Voltaire, 23 de octubre de 1989.
[8] «El Consejo de Ministros representa el poder ejecutivo.»
[9] «Todo poder que contradiga la carta de vida en común es ilegítimo e ilegal.»

 

Intellettuale francese, presidente-fondatore del Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi di politica internazionale nella stampa araba, latino-americana e russa. Ultimo libro pubblicato: L’Effroyable imposture : Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). Recente libro tradotto in italiano: Il Pentagate. Altri documenti sull’11

sabato 11 gennaio 2014

2013: Un primo bilancio dall'America latina / 2013 : una balance desde latinoamèrica


2013: Un primo bilancio dall'America latina

Atilio Boron (*) | atilioboron.com.ar
Traduzione da ciptagarelli.jimdo.com

L'anno che finisce è stato prodigo di avvenimenti che hanno lasciato segni profondi nel sistema internazionale. Al momento di rivederli, lo sguardo dell'analista è sempre condizionato; non esiste un'osservazione che riesca ad essere indipendente dai condizionamenti che la geografia e il tempo storico esercitano sull'osservatore. Il nostro sguardo, dal "qui e ora" della Nostra America sarà sicuramente diverso da quello che può avere qualcuno che si trovi in Europa, Asia o Africa. 
Fatta questa necessaria premessa metodologica, diciamo che l'avvenimento più importante, che segna di tristezza l'anno che finisce, è stato la morte del Comandante Hugo Chàvez Frìas. Il leader bolivariano è stato una vera forza della natura: un uragano che, col suo fervore antimperialista, la sua visione strategica della lotta che bisognava combattere contro l'impero e il suo protagonismo instancabile ha riconfigurato decisamene la mappa sociopolitica dell'area. Chàvez è stato il gran maresciallo della battaglia dell'ALCA, sconfiggendo il principale progetto degli Stati Uniti per completare la sottomissione dell'America Latina e dei Caraibi ai loro interessi. Ed è anche stato l'uomo che ha riempito di proposte quella che, prima della sua irruzione nella vita politica della regione, era una gradevole ma inoffensiva retorica latinoamericanista, orfana di contenuti concreti.

Per Chàvez questa doveva essere una convocazione all'unità dell'America Latina e dei Caraibi, unità e non solo integrazione; doveva essere, sulle tracce della Rivoluzione Cubana, l'ambito di creazione di un internazionalismo solidario, che si traducesse in progetti concreti come la Banca del Sud, Petrocaribe, TeleSUR, UNASUR e la CELAC, tra tanti altri. La sua morte, in circostanze ancora non chiarite, ha riempito di gioia l'imperialismo e i suoi alleati, che pensavano che con essa sarebbe finito il chavismo. Ma, e questa è una delle note più positive dell'anno, la sparizione fisica di Chàvez non ha impedito che il chavismo tornasse a trionfare nelle elezioni presidenziali del 14 aprile – consacrando presidente Nicolàs Maduro – e, di nuovo, per una decisa differenza di più di un milione di voti, sulla coalizione di opposizione nelle elezioni municipali dell'8 dicembre.

A quanto pare Chàvez sarà ancora con noi. 

Un'altra notizia molto importante è stata la sorprendente elevazione del cardinale Jorge
Bergoglio al papato. Personaggio complesso, la consacrazione di questo gesuita ha dato adito ad un aspro dibattito che è ben lontano dallo spegnersi in Argentina. Gerarca di una chiesa che fu complice di tutti i crimini della dittatura, vi sono quelli che lo fustigano per i suoi atteggiamenti tiepidi e ambivalenti, soprattutto se messi a confronto con quelli che ebbero altri vescovi come i monsignori Enrique Angelelli – che pagò con la vita il suo coraggio – Jaime de Nevares, Jorge Novak, Miguel Hesayne. Questa sinuosità della sua condotta, sintomo di ciò che Antonio Gramsci definiva "gesuitismo", spiega le ragioni per cui, insieme ai suoi critici, è emerso dalle fila della sinistra, dei difensori dei diritti umani e della teologia della liberazione, un focoso contingente di difensori di Francesco pronti a segnalare le forme discrete con cui l'allora padre provinciale dei gesuiti proteggeva il suo gregge. Al di là di questo dibattito irrisolto, i timori che molti avevano nel senso che Francesco potesse trasformarsi in una reincarnazione di cattivo augurio di Giovanni Paolo II (che insieme a Ronald Reagan e Margaret Thatcher avrebbe rappresentato il più formidabile tridente reazionario del secolo ventesimo) finora hanno dimostrato di essere ingiustificati. Di più, un certo cambio nel lessico del Pontefice (come, ad esempio, parlare di "Patria Grande" in occasione della visita di Cristina Fernàndez de Kirchner in Vaticano) o la sua insistente "opzione per i poveri" dimostrano che ha percepito con fine olfatto i dati di questo "cambio di epoca" e che il Venezuela non è la Polonia, e l'Ecuador non è la Cecoslovacchia. Se quei governi dell'Europa Orientale soccombettero davanti all'assalto convergente del Vaticano, di Washington e Londra ciò accadde perché il loro deficit di legittimità li rendeva altamente vulnerabili. Ben diversa è la situazione dei governi di sinistra del Sudamerica, dove Bolivia, Ecuador e Venezuela contano su una legittimità popolare incomparabilmente superiore a quella di cui hanno mai goduto le loro presente controparti europee. In poche parole: il Vaticano non ignora che i cambiamenti avvenuti in Latinoamerica e nei Caraibi dagli inizi del secolo ventunesimo sono ormai senza ritorno. Ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Marx evoca l'intervento del Cardinale Pierre d'Ailly al Concilio di Costanza (1414-1418) quando, di fronte alle lamentele dei puritani per la vita licenziosa dei papi, egli rispose con voce tonante "Quando solo il demonio in persona può salvare la Chiesa cattolica, voi chiedete angeli!". L'attuale situazione della Chiesa è molto peggio di quella che tanto preoccupava d'Ailly: interminabile emorragia di fedeli, scandali della pedofilia, giudizi milionari per le vittime e bancarotta delle chiese appesantite dal pagamento di enormi indennizzi, maneggi mafiosi della banca del Vaticano, il ruolo della donna nella Chiesa e la messa in discussione sempre più dall'interno del celibato sacerdotale rappresentano un'agenda che è ben difficile lasci il tempo a Francesco per organizzare la dispersa e confusa destra latinoamericana, sempre che voglia farlo. Ma per questo c'è "l'ambasciata".

Un altro fatto di grande importanza è il riemergere della Russia come uno dei principali attori della politica mondiale. L'Unione Sovietica lo era stata nel quasi mezzo secolo trascorso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L' "Ordine bipolare" dell'epoca le assegnava un protagonismo fondamentale, ma quando avvenne lo sprofondamento dell'URSS nel 1991-92 lo stato che le succedette, la Russia, rimase completamente isolata dai principali scenari della politica internazionale. Questo consentì che alcuni pubblicisti dell'impero si compiacessero dell'illusione che lì cominciasse il "nuovo secolo (nord) americano" e non risparmiassero definizioni umilianti , comprese alcune di stampo razzista, contro i russi, come Vladimir Putin si sarebbe incaricato di ricordare loro diverse volte.

Il sogno del "nuovo secolo americano" durò molto poco e, con gli attentati dell'11 Settembre, divenne un insopportabile incubo. La Russia, che non aveva mai cessato di essere una potenza atomica – piccolezza dimenticata dagli apologisti del "nuovo ordine mondiale" spinto da George Bush padre – e che continuava ad accumulare forze dall'inizio del secolo, è tornata prepotentemente sullo scenario mondiale concedendo asilo politico niente meno che a Edward Snowden, il nemico pubblico n. 1 di Washington e, in seguito, torcendo il braccio a Barak Obama e al suo scudiero, John Kerry, facendo abortire i loro piani di bombardare la Siria.

Se quanto sopra non fosse abbastanza, il suo chiaro appoggio a Teheran ha anche reso possibile un lieto fine militare sulla questione del programma nucleare iraniano, in una crisi spinta al parossismo dal regime israeliano e dai suoi compari nell'area, in particolare dall'Arabia Saudita. Con tre gesti Mosca ha dimostrato che le spacconate di Washington mancavano di sostanza reale e potevano essere neutralizzate a beneficio della pace e della sovranità del diritto internazionale.

L'impetuosa riemersione della Russia, sommata alla già consolidata gravitazione della Cina nell'economia e nella politica mondiale, ha finito per cristallizzare significative modificazioni sulla grande scacchiera geopolitica internazionale. Cambiamenti – questi – che favoriscono i progetti di emancipazione della Nostra America perché il crollo dell'unipolarismo nordamericano e l'accelerata – e, a quanto pare, irreversibile – edificazione di una struttura multipolare di potere mondiale apre nuovi ed inediti margini di manovra per i paesi dell'America Latina e dei Caraibi, tradizionalmente sottomessi al giogo statunitense.

All'evidente indebolimento del potere globale degli Stati Uniti – riconosciuto nientemeno che dal più significativo intellettuale dell'impero, Zbigniew Brzezinski – e del quale la chiusura dei suoi uffici governativi per due settimane è solo uno dei tanti sintomi, si aggiunge l'esaurimento del progetto europeo, sacrificato sull'altare della banca tedesca, il che fa del mondo uno spazio molto più aperto e indeterminato, i cui spiragli e contraddizioni offrono una magnifica opportunità perché i popoli della Nostra America avanzino decisamente verso la conquista della loro seconda e definitiva indipendenza.

Naturalmente, nel 2013 sono successe molte altre cose, impossibile da esaminare qui in dettaglio. Permettetemi solo di menzionare l'importanza dei dialoghi di pace tra il governo di Juan M. Santos e le FARC, spinti dal clamore popolare che in Colombia esige la fine del conflitto armato e le aspettative riguardo alle elezioni presidenziali del maggio 2014; la crisi tra Santo Domingo e Haiti, scoppiata per le razziste norme che negano la nazionalità al figli degli haitiani nati nella Repubblica Dominicana; le elezioni dello scorso 27 ottobre in Argentina, che hanno seminato dubbi sulla continuità del processo apertosi nel 2003; il trionfo di Michelle Bachelet che è tornata alla presidenza di un Cile sconvolto dall'olocausto sociale del neoliberismo; la continuazione e l'approfondimento della crisi in Messico, a vent'anni dal "grido" degli Zapatista in Chiapas; la vigorosa e inaspettata irruzione di grandi manifestazioni di massa in Brasile, a poco meno di un anno dalle presidenziali dell'ottobre 2014, che hanno sconvolto la stolidità di un ordine sociale profondamente ingiusto e rabbiosamente oligarchico; la schiacciante vittoria di Alianza Paìs nelle elezioni legislative dell'Ecuador, che hanno permesso a Rafael Correa di ottenere una maggioranza assoluta nell'Assemblea nazionale; il lento ma irreversibile approfondimento dei nuovi "lineamenti" nell'economia cubana, orientati ad attualizzare e rafforzare le fondamenta materiali della Rivoluzione; il consolidamento della leadership di Evo Morales in Bolivia a fronte delle elezioni del prossimo ottobre; la piena integrazione del Venezuela nel Mercosur, con il voto favorevole del Senato paraguayano, e la coraggiosa resistenza dei popoli davanti ai disastri delle estrazioni minerarie e cielo aperto, al "fracking" e all'auge dell'agro-affare monoprodotto (soja, canna da zucchero, palma africana, ecc.), sono dati che anch'essi hanno segnato l'agenda dell'anno che finisce e che meriterebbero un'analisi dettagliata che non possiamo fare qui.

Va aggiunto a quanto sopra la continuazione dell'aggressione imperialista e la guerra civile in Siria, dove Al Qaeda – con la benedizione e l'appoggio della Casa Bianca (scusate, non era stata questa organizzazione quella che tramò e eseguì l'attentato dell'11-S??) lotta gomito a gomito con i mercenari sauditi, yemeniti e israeliani che vogliono farla finita con il regime di Bashar al-Assad; bisogna anche ricordare il golpe militare pro-nordamericano in Egitto contro il governo di Mohamed Morsi e la Fratellanza Musulmana, non sufficientemente pro-nordamericani per i gusti di Washington; l'intervento armato delle truppe francesi in Mali per contenere i fondamentalisti islamici alleati di Al Qaeda (mentre Parigi appoggia questa organizzazione in Siria e Francois Hollande si offre impudicamente di collaborare con gli Stati Uniti nel bombardare quel sofferente paese) e, finalmente, la morte di Nelson Mandela, comunista per tutta la sua vita che liquidò l' "apartheid" sudafricano utilizzando, a seconda delle circostanze e del momento storico, tattiche violente e pacifiche e per questo fu inserito nella lista dei "terroristi" dagli Stati Uniti fino al luglio 2008.. Dopo la sua morte Mandela ha dovuto resistere ad una terribile operazione mediatica che ha cercato di appropriarsi della sua memoria e presentarlo come un pacifista ingenuo e conciliatore, un "adoratore della legalità" di uno stato razzista e di nascondere grossolanamente i dati storici che costellano la sua impressionante biografia di lotta con tutti i mezzi idonei per il successo della sua impresa liberatrice.

 Per concludere oggi, ormai in vista del 2014, dobbiamo celebrare con grande allegria il 55° anniversario del trionfo della Rivoluzione Cubana – un avvenimento "
storico-universale", come certo lo avrebbe definito il vecchio Hegel –che inaugurò una nuova era nella lotta dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi, dell'Africa e dell'Asia per la loro definitiva emancipazione.

Una Cuba che resiste e resisterà per quanti blocchi e sabotaggi le applichino gli Stati Uniti, e che dimostra ogni giorno, ogni ora, che l'imperialismo non è invincibile e che può essere sconfitto. Per questo il suo ruolo nei processi di liberazione dei popoli del Terzo Mondo mette l'isola caraibica in un posto simile a quello che la Francia seppe occupare, dopo la Rivoluzione Francese, quale faro di orientamento per coloro che lottavano per scuotersi di dosso il gioco dell'assolutismo dinastico.

Cuba è la Francia dei nostri giorni e ha tutto il diritto del mondo di celebrare con allegria un nuovo anniversario della trionfale giornata del 1° gennaio del 1959.

Salve, Cuba e fino alla vittoria, sempre!

(*) Politologo argentino; da: atilioboron.com.ar; 1.1.2014

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria "G.Tagarelli" Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)



2013 : una balance desde latinoamèrica


 (Por Atilio A. Boron *) El año que termina fue pródigo en acontecimientos que dejaron profundas huellas en el sistema internacional. A la hora de reseñarlos la mirada del analista siempre es situada; no existe una observación que pueda independizarse de los condicionamientos que la geografía y el tiempo histórico ejercen sobre el observador. Nuestra mirada, desde el “aquí y ahora” de Nuestra América, seguramente será diferente de la que pueda tener alguien situado en Europa, Asia o África.  
Hecha esta necesaria salvedad metodológica previa digamos que el acontecimiento más trascendente que marca con tristeza el año que finaliza fue la muerte del Comandante Hugo Chávez Frías. El líder bolivariano fue una verdadera fuerza de la naturaleza: un huracán que con su fervor antiimperialista, su visión estratégica de la lucha que debía librarse contra el imperio y su incansable protagonismo reconfiguró decisivamente el mapa sociopolítico del área. Chávez fue el gran mariscal de la batalla del ALCA, derrotando al principal proyecto de Estados Unidos para completar el sometimiento de América Latina y el Caribe a sus intereses. Y fue también el hombre que llenó de propuestas lo que hasta su irrupción en la vida política de la región era una agradable pero inofensiva retórica latinoamericanista, huérfana de contenidos concretos. Para Chávez esta tenía que ser una convocatoria a la unidad de América Latina y el Caribe, unidad y no tan sólo integración; debía ser, tras las huellas de Cubana, el ámbito de creación de un internacionalismo solidario que se traduciría en proyectos concretos como el Banco del Sur, Petrocaribe, TeleSUR, UNASUR y , entre tantos otros. Su muerte, en circunstancias que aún no han sido aclaradas, llenó de júbilo al imperialismo y sus aliados, pensando que con ella se acabaría el chavismo. Sin embargo, y esta es una de las notas más positivas del año, la desaparición física de Chávez no impidió que el chavismo volviera a triunfar en las elecciones presidenciales del 14 de Abril -consagrando a Nicolás Maduro como presidente- y nuevamente, por una rotunda diferencia de más de un millón de votos, sobre la coalición opositora en las municipales del 8 de Diciembre. 

Parece que tendremos Chávez para rato.

Otra noticia muy importante fue la sorpresiva elevación del Cardenal Jorge Bergoglio al papado. Personaje complejo, la consagración de este jesuita motivó un áspero debate que está lejos de apagarse en de una iglesia que fue cómplice de todos los crímenes de la dictadura, hay quienes lo fustigan por sus actitudes tibias y ambivalentes, sobre todo si se las compara con las que tuvieron otros obispos como los monseñores Enrique Angelelli –que pagó con su vida su osadía-, Jaime de Nevares, Jorge Novak o Miguel Hesayne. Esta sinuosidad de su conducta, síntoma de lo que Antonio Gramsci definiera como “jesuitismo”, explica las razones por las que junto a sus críticos emergiera desde las filas de la izquierda, los derechos humanos y la teología de la liberación un fogoso contingente de defensores de Francisco prestos a señalar las formas sigilosas con las que el por entonces provincial de los jesuitas protegía a su rebaño. Más allá de este irresuelto debate, los temores que muchos tenían en el sentido de que Francisco pudiera convertirse en una ominosa re-encarnación de Juan Pablo II  (quien junto a Ronald Reagan y Margaret Thatcher conformara el más formidable tridente reaccionario del siglo veinte) hasta ahora han demostrado ser injustificados. Es más, cierto cambio en el léxico del Pontífice (como por ejemplo hablar de la “Patria Grande” en ocasión de la visita de Cristina Fernández de Kirchner al Vaticano) o su insistente “opción por los pobres” demuestran que ha percibido con fino olfato los datos de este “cambio de época” y que Venezuela no es Polonia, ni Ecuador Checoslovaquia. Si aquellos gobiernos de Europa Oriental sucumbieron ante la arremetida que convergía desde el Vaticano, Washington y Londres fue porque su déficit de legitimidad los tornaba altamente vulnerables. Bien distinta es la situación de los gobiernos de izquierda en Sudamérica, donde Bolivia, Ecuador y Venezuela cuentan con una legitimidad popular incomparablemente superior a la que jamás gozaron sus supuestas contrapartes europeas. En pocas palabras: el Vaticano no ignora que los cambios acaecidos en Latinoamérica y el Caribe desde los albores del siglo veintiuno ya no tienen vuelta atrás. En El 18 Brumario de Luis Bonaparte Marx evoca la intervención del Cardenal Pierre d'Ailly en el Concilio de Constanza (1414-1418) cuando ante las quejas de los puritanos por la vida licenciosa de los papas respondiera con voz tonante “¡Cuando sólo el demonio en persona puede salvar a católica, vosotros pedís ángeles!” La situación actual de es mucho peor que la que tanto preocupara a d’Ailly: interminable hemorragia de la feligresía, escándalos por pederastia, millonarios juicios de las víctimas y bancarrota de las iglesias abrumadas por el pago de enormes indemnizaciones, manejos mafiosos del banco del Vaticano, el papel de la mujer en y el cuestionamiento cada vez más militante del celibato sacerdotal configuran una agenda que difícilmente le dejen tiempo a Francisco para organizar la dispersa y confusa derecha latinoamericana, suponiendo que quisiera hacerlo. Pero para eso está “la embajada.”
Otro acontecimiento de gran trascendencia fue la re-emergencia de Rusia como un principal actor de la política mundial. lo había sido en el casi medio siglo transcurrido desde finales de Guerra Mundial. El “orden bipolar” de la época le asignaba un protagonismo fundamental, pero cuando se produjo el hundimiento de en 1991-92 el estado sucesor, Rusia, quedó completamente marginado de los principales escenarios de la política internacional. Esto dio pie a que algunos publicistas del imperio se solazaran con la ilusión de que allí comenzaba el “nuevo siglo (norte)americano” y no ahorraron descalificaciones humillantes, incluso algunas de tono racista, en contra de los rusos, como Vladimir Putin se encarga de recordar una y otra vez. El sueño del “nuevo siglo americano” duró muy poco y con los atentados del 11-S se convirtió en una insoportable pesadilla. Rusia, que nunca había dejado de ser una potencia atómica –nimiedad olvidada por los apologistas del “nuevo orden mundial” alentado por George Bush padre- y que venía acumulando fuerzas desde comienzos del siglo, irrumpió abruptamente en el escenario mundial otorgándole asilo político nada menos que a Edward Snowden, el enemigo público número uno de Washington y, después, torciéndole el brazo a Barack Obama y su escudero, John Kerry, haciéndoles abortar sus planes de bombardear Siria. Por si lo anterior fuera poco, su claro apoyo a Teherán aventó también un desenlace bélico por la cuestión del programa nuclear iraní, en una crisis alentada hasta el paroxismo por el régimen israelí y sus impresentables compinches en el área, especialmente Arabia Saudita. Con tres gestos Moscú demostró que las bravuconadas de Washington carecían de sustancia real y podían ser neutralizadas en beneficio de la paz y el imperio del derecho internacional.
     La impetuosa re-emergencia de Rusia sumada a la ya consolidada gravitación de China en la economía y la política mundiales terminó por cristalizar significativas modificaciones en el gran tablero geopolítico internacional. Cambios éstos que favorecen los proyectos emancipatorios de Nuestra América porque el derrumbe del unipolarismo norteamericano y la acelerada –y por lo que parece, irreversible- edificación de una estructura multipolar de poder mundial abre nuevos e inéditos márgenes de maniobra para los países de América Latina y el Caribe, tradicionalmente sometidos al yugo estadounidense. Al evidente debilitamiento del poderío global de los Estados Unidos -reconocido nada menos que por el más significativo intelectual del imperio, Zbigniew Brzezinski- y del cual el cierre de sus oficinas gubernamentales por dos semanas es apenas uno de sus muchos síntomas se le suma el agotamiento del proyecto europeo, sacrificado en el altar de la banca alemana, todo lo cual hace del mundo un espacio mucho más abierto e indeterminado cuyos resquicios y contradicciones ofrecen una magnífica oportunidad para que los pueblos de Nuestra América avancen resueltamente hacia la conquista de su segunda y definitiva independencia.  
Por supuesto, en el 2013 pasaron muchas otras cosas, imposibles de examinar en detalle aquí. Permítasenos simplemente mencionar la importancia de los diálogos de paz entre el gobierno de Juan M. Santos y las FARC, alentados por el clamor popular que en Colombia exige el fin del conflicto armado y las expectativas en torno a las elecciones presidenciales de Mayo del 2014; la crisis domínico-haitiana, desatada por las racistas  normas denegatorias de la nacionalidad a los hijos de haitianos nacidos en Dominicana; el escandaloso fraude electoral perpetrado en Honduras, donde “la embajada” se convirtió en el tribunal electoral que decide quien gana y quien pierde; las elecciones del pasado 27 de Octubre en Argentina, sembrando de dudas la continuidad del proceso abierto en el 2003; el triunfo de Michelle Bachelet, regresando a la presidencia de un Chile desquiciado por el holocausto social del neoliberalismo; la persistencia y profundización de la crisis en México, a veinte años del “grito” de los  Zapatistas en Chiapas; la vigorosa e inesperada irrupción de grandes manifestaciones de masas en Brasil, a poco más de un año de las presidenciales de Octubre de 2014, conmoviendo la estolidez de un orden social profundamente injusto y rabiosamente oligárquico; la aplastante victoria de País en las elecciones legislativas del Ecuador, que le permitieron a Rafael Correa obtener una mayoría absoluta en Nacional; la lenta pero irreversible implementación de los nuevos “lineamientos” en la economía cubana, orientados a actualizar y fortalecer los fundamentos materiales de ; la consolidación del liderazgo de Evo Morales en Bolivia, de cara a las elecciones del próximo Octubre; la integración plena de Venezuela al Mercosur, ya con el voto favorable del Senado paraguayo, y la valerosa resistencia de los pueblos ante los estragos de la gran minería a cielo abierto, el “fracking” y el auge del agronegocio monoproductor (soja, caña de azúcar, palma africana, etcétera) son datos que también marcaron la agenda del año que finaliza y que merecerían un análisis detallado que no podemos hacer aquí. A lo anterior hay que agregar la continuación de la agresión imperialista y la guerra civil en Siria, donde Al Qaida, con la bendición y el apoyo de (perdón, ¿no había sido esta organización la que tramó y ejecutó el atentado del 11-S?) lucha codo a codo con los mercenarios sauditas, yemenitas e israelíes que procuran acabar con el régimen de Bashar al-Assad; tomar también nota del golpe militar pro-norteamericano en Egipto, en contra del gobierno de Mohammed Morsi y Musulmana, no suficientemente pro-norteamericano según el gusto de Washington; la intervención armada de tropas francesas en Mali para contener a los fundamentalistas islámicos aliados de Al Qaida (¡a la vez que París apoya a esta organización en Siria y François Hollande se ofrece impúdicamente a colaborar con Estados Unidos en el bombardeo de ese sufrido país!) y, finalmente, la muerte de Nelson Mandela, comunista de toda su vida que liquidó el “apartheid” sudafricano utilizando, según las circunstancias y el momento histórico, tácticas violentas y pacíficas, siendo por eso incorporado a una lista de “terroristas” por Estados Unidos hasta Julio del 2008. Después de su muerte Mandela tuvo que resistir una tremenda operación mediática que se quiso apropiar de su memoria y presentarlo como un ingenuo y conciliador pacifista, un “adorador de la legalidad” de un estado racista y ocultando groseramente los datos históricos que jalonan su impresionante biografía de lucha por todos los medios que fueran idóneos para el éxito de su empresa liberadora.
    Para concluir, hoy, ya en vísperas del 2014, debemos celebrar con inmensa alegría el 55º aniversario del triunfo de Cubana -un acontecimiento “histórico-universal”, como seguramente lo hubiera caracterizado el viejo Hegel- que inauguró una nueva era en la lucha de los pueblos de América Latina y el Caribe, África y Asia por su definitiva emancipación. Una Cuba que resiste y resistirá cuanto bloqueos y sabotajes le aplique Estados Unidos, y que demuestra cada día, cada hora, que el imperialismo no es invencible y que puede ser derrotado. Por eso su papel en los procesos de liberación de los pueblos del tercer mundo coloca a la isla caribeña en un sitial semejante al que Francia supo ocupar, luego de Francesa, como el faro orientador de quienes luchaban por sacudirse el yugo del absolutismo dinástico. Cuba es de nuestros días y tiene todo el derecho del mundo para celebrar con alegría un nuevo aniversario de la triunfal jornada del 1º de Enero de 1959. ¡Salud Cuba, y hasta la victoria siempre!
  • Director del PLED, Programa Latinoamericano de Educación a Distancia en Ciencias Sociales del Centro Cultural de Floreal Gorini.


foto tratte da blog originale e a discrezione di Sandino tratte da internet