2013:
Un primo bilancio dall'America latina

Atilio
Boron (*) | atilioboron.com.arTraduzione
da ciptagarelli.jimdo.com
L'anno
che finisce è stato prodigo di avvenimenti che hanno lasciato segni
profondi nel sistema internazionale. Al momento di rivederli, lo
sguardo dell'analista è sempre condizionato; non esiste
un'osservazione che riesca ad essere indipendente dai condizionamenti
che la geografia e il tempo storico esercitano sull'osservatore. Il
nostro sguardo, dal "qui e ora" della Nostra America sarà
sicuramente diverso da quello che può avere qualcuno che si trovi in
Europa, Asia o Africa.
Fatta questa necessaria premessa
metodologica, diciamo che l'avvenimento più importante, che segna di
tristezza l'anno che finisce, è stato la morte del Comandante Hugo
Chàvez Frìas. Il leader bolivariano è stato una vera forza della
natura: un uragano che, col suo fervore antimperialista, la sua
visione strategica della lotta che bisognava combattere contro
l'impero e il suo protagonismo instancabile ha riconfigurato
decisamene la mappa sociopolitica dell'area. Chàvez è stato il gran
maresciallo della battaglia dell'ALCA, sconfiggendo il principale
progetto degli Stati Uniti per completare la sottomissione
dell'America Latina e dei Caraibi ai loro interessi. Ed è anche
stato l'uomo che ha riempito di proposte quella che, prima della sua
irruzione nella vita politica della regione, era una gradevole ma
inoffensiva retorica latinoamericanista, orfana di contenuti
concreti.Per Chàvez questa doveva essere una convocazione
all'unità dell'America Latina e dei Caraibi, unità e non solo
integrazione; doveva essere, sulle tracce della Rivoluzione Cubana,
l'ambito di creazione di un internazionalismo solidario, che si
traducesse in progetti concreti come la Banca del Sud, Petrocaribe,
TeleSUR, UNASUR e la CELAC, tra tanti altri. La sua morte, in
circostanze ancora non chiarite, ha riempito di gioia l'imperialismo
e i suoi alleati, che pensavano che con essa sarebbe finito il
chavismo.
Ma, e questa è una delle note più positive dell'anno, la sparizione
fisica di Chàvez non ha impedito che il chavismo
tornasse a trionfare nelle elezioni presidenziali del 14 aprile –
consacrando presidente Nicolàs Maduro – e, di nuovo, per una
decisa differenza di più di un milione di voti, sulla coalizione di
opposizione nelle elezioni municipali dell'8 dicembre.A
quanto pare Chàvez sarà ancora con noi. Un'altra
notizia molto importante è stata la sorprendente elevazione del
cardinale Jorge
Bergoglio al papato. Personaggio complesso, la
consacrazione di questo gesuita ha dato adito ad un aspro dibattito
che è ben lontano dallo spegnersi in Argentina. Gerarca di una
chiesa che fu complice di tutti i crimini della dittatura, vi sono
quelli che lo fustigano per i suoi atteggiamenti tiepidi e
ambivalenti, soprattutto se messi a confronto con quelli che ebbero
altri vescovi come i monsignori Enrique Angelelli – che pagò con
la vita il suo coraggio – Jaime de Nevares, Jorge Novak, Miguel
Hesayne. Questa sinuosità della sua condotta, sintomo di ciò che
Antonio Gramsci definiva "gesuitismo",
spiega le ragioni per cui, insieme ai suoi critici, è emerso dalle
fila della sinistra, dei difensori dei diritti umani e della teologia
della liberazione, un focoso contingente di difensori di Francesco
pronti a segnalare le forme discrete con cui l'allora padre
provinciale dei gesuiti proteggeva il suo gregge. Al di là di questo
dibattito irrisolto, i timori che molti avevano nel senso che
Francesco potesse trasformarsi in una reincarnazione di cattivo
augurio di Giovanni Paolo II (che insieme a Ronald Reagan e Margaret
Thatcher avrebbe rappresentato il più formidabile tridente
reazionario del secolo ventesimo) finora hanno dimostrato di essere
ingiustificati. Di più, un certo cambio nel lessico del Pontefice
(come, ad esempio, parlare di "Patria Grande" in occasione
della visita di Cristina Fernàndez de Kirchner in Vaticano) o la sua
insistente "opzione per i poveri" dimostrano che ha
percepito con fine olfatto i dati di questo "cambio di epoca"
e che il Venezuela non è la Polonia, e l'Ecuador non è la
Cecoslovacchia. Se quei governi dell'Europa Orientale soccombettero
davanti all'assalto convergente del Vaticano, di Washington e Londra
ciò accadde perché il loro deficit di legittimità li rendeva
altamente vulnerabili. Ben diversa è la situazione dei governi di
sinistra del Sudamerica, dove Bolivia, Ecuador e Venezuela contano su
una legittimità popolare incomparabilmente superiore a quella di cui
hanno mai goduto le loro presente controparti europee. In poche
parole: il Vaticano non ignora che i cambiamenti avvenuti in
Latinoamerica e nei Caraibi dagli inizi del secolo ventunesimo sono
ormai senza ritorno. Ne Il
18
brumaio di Luigi Bonaparte,
Marx evoca l'intervento del Cardinale Pierre d'Ailly al Concilio di
Costanza (1414-1418) quando, di fronte alle lamentele dei puritani
per la vita licenziosa dei papi, egli rispose con voce tonante
"Quando
solo il demonio in persona può salvare la Chiesa cattolica, voi
chiedete angeli!".
L'attuale situazione della Chiesa è molto peggio di quella che tanto
preoccupava d'Ailly: interminabile emorragia di fedeli, scandali
della pedofilia, giudizi milionari per le vittime e bancarotta delle
chiese appesantite dal pagamento di enormi indennizzi, maneggi
mafiosi della banca del Vaticano, il ruolo della donna nella Chiesa e
la messa in discussione sempre più dall'interno del celibato
sacerdotale rappresentano un'agenda che è ben difficile lasci il
tempo a Francesco per organizzare la dispersa e confusa destra
latinoamericana, sempre che voglia farlo. Ma per questo c'è
"l'ambasciata". Un altro fatto di grande
importanza è il riemergere della Russia come uno dei principali
attori della politica mondiale. L'Unione Sovietica lo era stata nel
quasi mezzo secolo trascorso dalla fine della Seconda Guerra
Mondiale. L' "Ordine bipolare" dell'epoca le assegnava un
protagonismo fondamentale, ma quando avvenne lo sprofondamento
dell'URSS nel 1991-92 lo stato che le succedette, la Russia, rimase
completamente isolata dai principali scenari della politica
internazionale. Questo consentì che alcuni pubblicisti dell'impero
si compiacessero dell'illusione che lì cominciasse il "nuovo
secolo (nord) americano" e non risparmiassero definizioni
umilianti , comprese alcune di stampo razzista, contro i russi, come
Vladimir Putin si sarebbe incaricato di ricordare loro diverse
volte.
Il sogno del "nuovo secolo americano" durò
molto poco e, con gli attentati dell'11 Settembre, divenne un
insopportabile incubo. La Russia, che non aveva mai cessato di essere
una potenza atomica – piccolezza dimenticata dagli apologisti del
"nuovo ordine mondiale" spinto da George Bush padre – e
che continuava ad accumulare forze dall'inizio del secolo, è tornata
prepotentemente sullo scenario mondiale concedendo asilo politico
niente meno che a Edward Snowden, il nemico pubblico n. 1 di
Washington e, in seguito, torcendo il braccio a Barak Obama e al suo
scudiero, John Kerry, facendo abortire i loro piani di bombardare la
Siria.
Se quanto sopra non fosse abbastanza, il suo chiaro
appoggio a Teheran ha anche reso possibile un lieto fine militare
sulla questione del programma nucleare iraniano, in una crisi spinta
al parossismo dal regime israeliano e dai suoi compari nell'area, in
particolare dall'Arabia Saudita. Con tre gesti Mosca ha dimostrato
che le spacconate di Washington mancavano di sostanza reale e
potevano essere neutralizzate a beneficio della pace e della
sovranità del diritto internazionale.
L'impetuosa riemersione
della Russia, sommata alla già consolidata gravitazione della Cina
nell'economia e nella politica mondiale, ha finito per cristallizzare
significative modificazioni sulla grande scacchiera geopolitica
internazionale. Cambiamenti – questi – che favoriscono i progetti
di emancipazione della Nostra America perché il crollo
dell'unipolarismo nordamericano e l'accelerata – e, a quanto pare,
irreversibile – edificazione di una struttura multipolare di potere
mondiale apre nuovi ed inediti margini di manovra per i paesi
dell'America Latina e dei Caraibi, tradizionalmente sottomessi al
giogo statunitense.
All'evidente indebolimento del
potere globale degli Stati Uniti – riconosciuto nientemeno che dal
più significativo intellettuale dell'impero, Zbigniew Brzezinski –
e del quale la chiusura dei suoi uffici governativi per due settimane
è solo uno dei tanti sintomi, si aggiunge l'esaurimento del progetto
europeo, sacrificato sull'altare della banca tedesca, il che fa del
mondo uno spazio molto più aperto e indeterminato, i cui spiragli e
contraddizioni offrono una magnifica opportunità perché i popoli
della Nostra America avanzino decisamente verso la conquista della
loro seconda e definitiva indipendenza.
Naturalmente,
nel 2013 sono successe molte altre cose, impossibile da esaminare qui
in dettaglio. Permettetemi solo di menzionare l'importanza dei
dialoghi di pace tra il governo di Juan M. Santos e le FARC, spinti
dal clamore popolare che in Colombia esige la fine del conflitto
armato e le aspettative riguardo alle elezioni presidenziali del
maggio 2014; la crisi tra Santo Domingo e Haiti, scoppiata per le
razziste norme che negano la nazionalità al figli degli haitiani
nati nella Repubblica Dominicana; le elezioni dello scorso 27 ottobre
in Argentina, che hanno seminato dubbi sulla continuità del processo
apertosi nel 2003; il trionfo di Michelle Bachelet che è tornata
alla presidenza di un Cile sconvolto dall'olocausto sociale del
neoliberismo; la continuazione e l'approfondimento della crisi in
Messico, a vent'anni dal "grido" degli Zapatista in
Chiapas; la vigorosa e inaspettata irruzione di grandi manifestazioni
di massa in Brasile, a poco meno di un anno dalle presidenziali
dell'ottobre 2014, che hanno sconvolto la stolidità di un ordine
sociale profondamente ingiusto e rabbiosamente oligarchico; la
schiacciante vittoria di Alianza Paìs nelle elezioni legislative
dell'Ecuador, che hanno permesso a Rafael Correa di ottenere una
maggioranza assoluta nell'Assemblea nazionale; il lento ma
irreversibile approfondimento dei nuovi "lineamenti"
nell'economia cubana, orientati ad attualizzare e rafforzare le
fondamenta materiali della Rivoluzione; il consolidamento della
leadership di Evo Morales in Bolivia a fronte delle elezioni del
prossimo ottobre; la piena integrazione del Venezuela nel Mercosur,
con il voto favorevole del Senato paraguayano, e la coraggiosa
resistenza dei popoli davanti ai disastri delle estrazioni minerarie
e cielo aperto, al "fracking" e all'auge dell'agro-affare
monoprodotto (soja, canna da zucchero, palma africana, ecc.), sono
dati che anch'essi hanno segnato l'agenda dell'anno che finisce e che
meriterebbero un'analisi dettagliata che non possiamo fare qui.
Va
aggiunto a quanto sopra la continuazione dell'aggressione
imperialista e la guerra civile in Siria, dove Al Qaeda – con la
benedizione e l'appoggio della Casa Bianca (scusate, non era stata
questa organizzazione quella che tramò e eseguì l'attentato
dell'11-S??) lotta gomito a gomito con i mercenari sauditi, yemeniti
e israeliani che vogliono farla finita con il regime di Bashar
al-Assad; bisogna anche ricordare il golpe militare pro-nordamericano
in Egitto contro il governo di Mohamed Morsi e la Fratellanza
Musulmana, non sufficientemente pro-nordamericani per i gusti di
Washington; l'intervento armato delle truppe francesi in Mali per
contenere i fondamentalisti islamici alleati di Al Qaeda (mentre
Parigi appoggia questa organizzazione in Siria e Francois Hollande si
offre impudicamente di collaborare con gli Stati Uniti nel bombardare
quel sofferente paese) e, finalmente, la morte di Nelson Mandela,
comunista per tutta la sua vita che liquidò l' "apartheid"
sudafricano utilizzando, a seconda delle circostanze e del momento
storico, tattiche violente e pacifiche e per questo fu inserito nella
lista dei "terroristi" dagli Stati Uniti fino al luglio
2008.. Dopo la sua morte Mandela ha dovuto resistere ad una terribile
operazione mediatica che ha cercato di appropriarsi della sua memoria
e presentarlo come un pacifista ingenuo e conciliatore, un "adoratore
della legalità" di uno stato razzista e di nascondere
grossolanamente i dati storici che costellano la sua impressionante
biografia di lotta con tutti i mezzi idonei per il successo della sua
impresa liberatrice.
Per concludere oggi, ormai in vista
del 2014, dobbiamo celebrare con grande allegria il 55° anniversario
del trionfo della Rivoluzione Cubana – un avvenimento
"storico-universale",
come certo lo avrebbe definito il vecchio Hegel –che inaugurò una
nuova era nella lotta dei popoli dell'America Latina e dei Caraibi,
dell'Africa e dell'Asia per la loro definitiva emancipazione.
Una
Cuba che resiste e resisterà per quanti blocchi e sabotaggi le
applichino gli Stati Uniti, e che dimostra ogni giorno, ogni ora, che
l'imperialismo non è invincibile e che può essere sconfitto. Per
questo il suo ruolo nei processi di liberazione dei popoli del Terzo
Mondo mette l'isola caraibica in un posto simile a quello che la
Francia seppe occupare, dopo la Rivoluzione Francese, quale faro di
orientamento per coloro che lottavano per scuotersi di dosso il gioco
dell'assolutismo dinastico.
Cuba è la Francia dei nostri
giorni e ha tutto il diritto del mondo di celebrare con allegria un
nuovo anniversario della trionfale giornata del 1° gennaio del
1959.
Salve, Cuba e fino alla vittoria, sempre!
(*)
Politologo argentino; da: atilioboron.com.ar; 1.1.2014
(traduzione
di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria "G.Tagarelli"
Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)
2013
: una balance desde latinoamèrica
(Por
Atilio A. Boron *) El año que termina fue pródigo en
acontecimientos que dejaron profundas huellas en el sistema
internacional. A la hora de reseñarlos la mirada del analista
siempre es situada; no existe una observación que pueda
independizarse de los condicionamientos que la geografía y el tiempo
histórico ejercen sobre el observador. Nuestra mirada, desde el
“aquí y ahora” de Nuestra América, seguramente será diferente
de la que pueda tener alguien situado en Europa, Asia o África.
Hecha
esta necesaria salvedad metodológica previa digamos que el
acontecimiento más trascendente que marca con tristeza el año que
finaliza fue la muerte del Comandante Hugo Chávez Frías. El líder
bolivariano fue una verdadera fuerza de la naturaleza: un huracán
que con su fervor antiimperialista, su visión estratégica de la
lucha que debía librarse contra el imperio y su incansable
protagonismo reconfiguró decisivamente el mapa sociopolítico del
área. Chávez fue el gran mariscal de la batalla del ALCA,
derrotando al principal proyecto de Estados Unidos para completar el
sometimiento de América Latina y el Caribe a sus intereses. Y fue
también el hombre que llenó de propuestas lo que hasta su irrupción
en la vida política de la región era una agradable pero inofensiva
retórica latinoamericanista, huérfana de contenidos concretos. Para
Chávez esta tenía que ser una convocatoria a la unidad de América
Latina y el Caribe, unidad y no tan sólo integración; debía ser,
tras las huellas de Cubana, el ámbito de creación de un
internacionalismo solidario que se traduciría en proyectos concretos
como el Banco del Sur, Petrocaribe, TeleSUR, UNASUR y , entre tantos
otros. Su muerte, en circunstancias que aún no han sido aclaradas,
llenó de júbilo al imperialismo y sus aliados, pensando que con
ella se acabaría el chavismo. Sin embargo, y esta es una de las
notas más positivas del año, la desaparición física de Chávez no
impidió que el chavismo volviera a triunfar en las elecciones
presidenciales del 14 de Abril -consagrando a Nicolás Maduro como
presidente- y nuevamente, por una rotunda diferencia de más de un
millón de votos, sobre la coalición opositora en las municipales
del 8 de Diciembre.
Parece que tendremos Chávez para rato.
Otra
noticia muy importante fue la sorpresiva elevación del Cardenal
Jorge Bergoglio al papado. Personaje complejo, la consagración de
este jesuita motivó un áspero debate que está lejos de apagarse en
de una iglesia que fue cómplice de todos los crímenes de la
dictadura, hay quienes lo fustigan por sus actitudes tibias y
ambivalentes, sobre todo si se las compara con las que tuvieron otros
obispos como los monseñores Enrique Angelelli –que pagó con su
vida su osadía-, Jaime de Nevares, Jorge Novak o Miguel Hesayne.
Esta sinuosidad de su conducta, síntoma de lo que Antonio Gramsci
definiera como “jesuitismo”, explica las razones por las que
junto a sus críticos emergiera desde las filas de la izquierda, los
derechos humanos y la teología de la liberación un fogoso
contingente de defensores de Francisco prestos a señalar las formas
sigilosas con las que el por entonces provincial de los jesuitas
protegía a su rebaño. Más allá de este irresuelto debate, los
temores que muchos tenían en el sentido de que Francisco pudiera
convertirse en una ominosa re-encarnación de Juan Pablo II (quien
junto a Ronald Reagan y Margaret Thatcher conformara el más
formidable tridente reaccionario del siglo veinte) hasta ahora han
demostrado ser injustificados. Es más, cierto cambio en el léxico
del Pontífice (como por ejemplo hablar de la “Patria Grande” en
ocasión de la visita de Cristina Fernández de Kirchner al Vaticano)
o su insistente “opción por los pobres” demuestran que ha
percibido con fino olfato los datos de este “cambio de época” y
que Venezuela no es Polonia, ni Ecuador Checoslovaquia. Si aquellos
gobiernos de Europa Oriental sucumbieron ante la arremetida que
convergía desde el Vaticano, Washington y Londres fue porque su
déficit de legitimidad los tornaba altamente vulnerables. Bien
distinta es la situación de los gobiernos de izquierda en
Sudamérica, donde Bolivia, Ecuador y Venezuela cuentan con una
legitimidad popular incomparablemente superior a la que jamás
gozaron sus supuestas contrapartes europeas. En pocas palabras: el
Vaticano no ignora que los cambios acaecidos en Latinoamérica y el
Caribe desde los albores del siglo veintiuno ya no tienen vuelta
atrás. En El 18 Brumario de Luis Bonaparte Marx evoca la
intervención del Cardenal Pierre d'Ailly en el Concilio de Constanza
(1414-1418) cuando ante las quejas de los puritanos por la vida
licenciosa de los papas respondiera con voz tonante “¡Cuando sólo
el demonio en persona puede salvar a católica, vosotros pedís
ángeles!” La situación actual de es mucho peor que la que tanto
preocupara a d’Ailly: interminable hemorragia de la feligresía,
escándalos por pederastia, millonarios juicios de las víctimas y
bancarrota de las iglesias abrumadas por el pago de enormes
indemnizaciones, manejos mafiosos del banco del Vaticano, el papel de
la mujer en y el cuestionamiento cada vez más militante del celibato
sacerdotal configuran una agenda que difícilmente le dejen tiempo a
Francisco para organizar la dispersa y confusa derecha
latinoamericana, suponiendo que quisiera hacerlo. Pero para eso está
“la embajada.”
Otro
acontecimiento de gran trascendencia fue la re-emergencia de Rusia
como un principal actor de la política mundial. lo había sido en el
casi medio siglo transcurrido desde finales de Guerra Mundial. El
“orden bipolar” de la época le asignaba un protagonismo
fundamental, pero cuando se produjo el hundimiento de en 1991-92 el
estado sucesor, Rusia, quedó completamente marginado de los
principales escenarios de la política internacional. Esto dio pie a
que algunos publicistas del imperio se solazaran con la ilusión de
que allí comenzaba el “nuevo siglo (norte)americano” y no
ahorraron descalificaciones humillantes, incluso algunas de tono
racista, en contra de los rusos, como Vladimir Putin se encarga de
recordar una y otra vez. El sueño del “nuevo siglo americano”
duró muy poco y con los atentados del 11-S se convirtió en una
insoportable pesadilla. Rusia, que nunca había dejado de ser una
potencia atómica –nimiedad olvidada por los apologistas del “nuevo
orden mundial” alentado por George Bush padre- y que venía
acumulando fuerzas desde comienzos del siglo, irrumpió abruptamente
en el escenario mundial otorgándole asilo político nada menos que a
Edward Snowden, el enemigo público número uno de Washington y,
después, torciéndole el brazo a Barack Obama y su escudero, John
Kerry, haciéndoles abortar sus planes de bombardear Siria. Por si lo
anterior fuera poco, su claro apoyo a Teherán aventó también un
desenlace bélico por la cuestión del programa nuclear iraní, en
una crisis alentada hasta el paroxismo por el régimen israelí y sus
impresentables compinches en el área, especialmente Arabia Saudita.
Con tres gestos Moscú demostró que las bravuconadas de Washington
carecían de sustancia real y podían ser neutralizadas en beneficio
de la paz y el imperio del derecho internacional.
La
impetuosa re-emergencia de Rusia sumada a la ya consolidada
gravitación de China en la economía y la política mundiales
terminó por cristalizar significativas modificaciones en el gran
tablero geopolítico internacional. Cambios éstos que favorecen los
proyectos emancipatorios de Nuestra América porque el derrumbe del
unipolarismo norteamericano y la acelerada –y por lo que parece,
irreversible- edificación de una estructura multipolar de poder
mundial abre nuevos e inéditos márgenes de maniobra para los países
de América Latina y el Caribe, tradicionalmente sometidos al yugo
estadounidense. Al evidente debilitamiento del poderío global de los
Estados Unidos -reconocido nada menos que por el más significativo
intelectual del imperio, Zbigniew Brzezinski- y del cual el cierre de
sus oficinas gubernamentales por dos semanas es apenas uno de sus
muchos síntomas se le suma el agotamiento del proyecto europeo,
sacrificado en el altar de la banca alemana, todo lo cual hace del
mundo un espacio mucho más abierto e indeterminado cuyos resquicios
y contradicciones ofrecen una magnífica oportunidad para que los
pueblos de Nuestra América avancen resueltamente hacia la conquista
de su segunda y definitiva independencia.
Por
supuesto, en el 2013 pasaron muchas otras cosas, imposibles de
examinar en detalle aquí. Permítasenos simplemente mencionar la
importancia de los diálogos de paz entre el gobierno de Juan M.
Santos y las FARC, alentados por el clamor popular que en Colombia
exige el fin del conflicto armado y las expectativas en torno a las
elecciones presidenciales de Mayo del 2014; la crisis
domínico-haitiana, desatada por las racistas normas
denegatorias de la nacionalidad a los hijos de haitianos nacidos en
Dominicana; el escandaloso fraude electoral perpetrado en
Honduras, donde “la embajada” se convirtió en el tribunal
electoral que decide quien gana y quien pierde; las elecciones
del pasado 27 de Octubre en Argentina, sembrando de dudas la
continuidad del proceso abierto en el 2003; el triunfo de Michelle
Bachelet, regresando a la presidencia de un Chile desquiciado por el
holocausto social del neoliberalismo; la persistencia y
profundización de la crisis en México, a veinte años del “grito”
de los Zapatistas en Chiapas; la vigorosa e inesperada
irrupción de grandes manifestaciones de masas en Brasil, a poco más
de un año de las presidenciales de Octubre de 2014, conmoviendo la
estolidez de un orden social profundamente injusto y rabiosamente
oligárquico; la aplastante victoria de País en las elecciones
legislativas del Ecuador, que le permitieron a Rafael Correa obtener
una mayoría absoluta en Nacional; la lenta pero irreversible
implementación de los nuevos “lineamientos” en la economía
cubana, orientados a actualizar y fortalecer los fundamentos
materiales de ; la consolidación del liderazgo de Evo Morales en
Bolivia, de cara a las elecciones del próximo Octubre; la
integración plena de Venezuela al Mercosur, ya con el voto favorable
del Senado paraguayo, y la valerosa resistencia de los pueblos ante
los estragos de la gran minería a cielo abierto, el “fracking”
y el auge del agronegocio monoproductor (soja, caña de azúcar,
palma africana, etcétera) son datos que también marcaron la agenda
del año que finaliza y que merecerían un análisis detallado que no
podemos hacer aquí. A lo anterior hay que agregar la continuación
de la agresión imperialista y la guerra civil en Siria, donde Al
Qaida, con la bendición y el apoyo de (perdón, ¿no había sido
esta organización la que tramó y ejecutó el atentado del 11-S?)
lucha codo a codo con los mercenarios sauditas, yemenitas e israelíes
que procuran acabar con el régimen de Bashar al-Assad; tomar también
nota del golpe militar pro-norteamericano en Egipto, en contra del
gobierno de Mohammed Morsi y Musulmana, no suficientemente
pro-norteamericano según el gusto de Washington; la intervención
armada de tropas francesas en Mali para contener a los
fundamentalistas islámicos aliados de Al Qaida (¡a la vez que París
apoya a esta organización en Siria y François Hollande se ofrece
impúdicamente a colaborar con Estados Unidos en el bombardeo de ese
sufrido país!) y, finalmente, la muerte de Nelson Mandela, comunista
de toda su vida que liquidó el “apartheid” sudafricano
utilizando, según las circunstancias y el momento histórico,
tácticas violentas y pacíficas, siendo por eso incorporado a una
lista de “terroristas” por Estados Unidos hasta Julio del 2008.
Después de su muerte Mandela tuvo que resistir una tremenda
operación mediática que se quiso apropiar de su memoria y
presentarlo como un ingenuo y conciliador pacifista, un “adorador
de la legalidad” de un estado racista y ocultando groseramente los
datos históricos que jalonan su impresionante biografía de lucha
por todos los medios que fueran idóneos para el éxito de su empresa
liberadora.
Para
concluir, hoy, ya en vísperas del 2014, debemos celebrar con inmensa
alegría el 55º aniversario del triunfo de Cubana -un acontecimiento
“histórico-universal”, como seguramente lo hubiera caracterizado
el viejo Hegel- que inauguró una nueva era en la lucha de los
pueblos de América Latina y el Caribe, África y Asia por su
definitiva emancipación. Una Cuba que resiste y resistirá cuanto
bloqueos y sabotajes le aplique Estados Unidos, y que demuestra cada
día, cada hora, que el imperialismo no es invencible y que puede ser
derrotado. Por eso su papel en los procesos de liberación de los
pueblos del tercer mundo coloca a la isla caribeña en un sitial
semejante al que Francia supo ocupar, luego de Francesa, como el faro
orientador de quienes luchaban por sacudirse el yugo del absolutismo
dinástico. Cuba es de nuestros días y tiene todo el derecho del
mundo para celebrar con alegría un nuevo aniversario de la triunfal
jornada del 1º de Enero de 1959. ¡Salud Cuba, y hasta la victoria
siempre!
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