giovedì 22 ottobre 2020

EVENTO DEL KKE A LARISSA - GRECIA :L'esempio di Cuba nel campo della salute del popolo mostra che può esistere un'altra via/El ejemplo de Cuba en el campo de la salud del pueblo muestra que puede haber otro camino

 


L'esempio di Cuba nel campo della salute del popolo mostra che può esistere un'altra via

L'organizzazione del KKE di Larissa ha organizzato il 17/10/2020 un evento sul tema "Cuba: la rivoluzione nella salute del popolo e la sua dimensione internazionalista". L'evento, guidato dall'ambasciatore cubano Zelmys María Domínguez Cortina, si è svolto a sostegno della richiesta di consegnare il premio Nobel per la pace alla brigata medica "Henry Reeve", come minimo omaggio agli eroici medici cubani, discendenti della rivoluzione socialista.

L'evento è stato introdotto da Elisaios Vagenas, membro del CC del KKE e capo del Dipartimento delle Relazioni Internazionali del CC del KKE, che ha dichiarato:

"Cari compagni e compagne:

Questo evento del Partito, nonostante le difficili condizioni, cerca di far luce su questioni cruciali riguardanti la salute del popolo, attraverso l'esempio dei successi della Rivoluzione cubana. Questo perché i lavoratori devono poter contare su tutte le conoscenze che li aiutino ogni giorno, ogni ora, in ogni momento ad affrontare questo sistema di sfruttamento, di oppressione, di decadimento del sistema sanitario pubblico e della vita umana a favore dei profitti di pochi, dei monopoli.

Non lo "affronteremo dopo", come suggeriscono alcuni apologeti della via capitalista, che si sforzano invano di umanizzarlo. Bisogna affrontare ora il virus pricipale e fondamentale: il capitalismo! Consideriamo che il miglior modo di farlo è utilizzare l'esempio del contributo della Rivoluzione cubana nel campo della sanità pubblica.

La pandemia ha mostrato il volto più abominevole del capitalismo, con milioni di persone senza sicurezza sociale in tutto il mondo, con i sistemi di sanità pubblica in stato di smantellamento, con mancanza di medici, infermieri e instrastrutture adeguate, incluso nei paesi capitalisti più forti, che sono orgogliosi dei loro arsenali nucleari e dei loro aerei da guerra supersonici, mentre lasciano milioni di cittadini alla mercé della pandemia. La pandemia ha messo in luce l'orrenda essenza di questo sistema che insegna ai nostri figli nelle scuole che è presumibilmente "una via a senso unico" e "la fine della storia". Questa realtà ripugnante è il profitto capitalista che è al di sopra di tutto, è quello che promuove i conflitti e gli antagonismi anche sui farmaci e i vaccini che possono salvare milioni di vite.

All'estremo opposto di questa orribile situazione si trova Cuba, un paese che da anni subisce le azioni intraprese contro di essa dagli USA e dall'UE, così come la calunnia e la menzogna dei mezzi di comunicazione borghesi, un paese e un popolo che hanno adottato un cammino di sviluppo differente e per questa decisione soffrono da molti anni un blocco economico e commerciale dalla potenza economica e politico-militare più forte del pianeta, gli USA, l'imperialismo statunitense.

Con il suo alto livello di servizi sanitari pubblici e gratuiti, così come la sua assistenza medica internazionalista in decine di paesi e migliaia di medici cubani, sia durante che prima della pandemia, Cuba, l'"isola della Rivoluzione", ha guadagnato il rispetto di milioni di lavoratori in tutto il mondo, è diventata un esempio tangibile di solidarietà e "isola di umanità" nell'oceano della barbarie capitalista. Non è un caso che il KKE abbia sostenuto incondizionatamente la richiesta di consegna del Premio Nobel per la Pace al Contingente Internazionale di Medici Specializzati in Situazioni di Disastro e Gravi Epidemie "Henry Reeve" di Cuba per la sua lunga tradizione di contributo volontario, solidale e disinteressato che ha mostrato offrendo il suo prezioso aiuto in casi di disastri e gravi epidemie a oltre 3.5 milioni di persone in tutto il mondo.

Cari amici e compagni:

Permettetemi di concludere questo breve intervento con un riferimento al grande rivoluzionario, Che Guevara, dato che la settimana scorsa, il 9 ottobre, è stato il 53° anniversario del suo atroce assassinio.

Come molti di voi già sanno, egli studiò medicina e nel 1960, ossia un anno dopo la Rivoluzione Cubana, rivolse un discorso agli studenti della Facoltà di Medicina de L'Avana. A un certo punto disse che qualche mese prima, a L'Avana, alcuni studenti appena laureati in medicina non volevano andare a lavorare nei campi e chiedevano anche un pagamento extra per farlo.

Il Che, che in quel discorso aveva affermato che tutti "siamo figli del nostro ambiente", sottolineò che "dal punto di vista del passato", ossia la situazione prima della Rivoluzione, questo era "più che logico", perché le famiglie di tutti loro avevano pagato per i loro studi e loro stessi cercavano un riconoscimento. Il riconoscimento - come ben sappiamo - nel quadro del capitalismo è dominato dall'idea che si misura in denaro, secondo la "dimensione del portafoglio".

E il Che si chiese in quel discorso, cosa sarebbe successo se i laureati non avessero pagato gli studi, se fossero stati figli di operai e contadini? Rispose che allora sì, sicuramente "sarebbero andati subito e con grande entusiasmo ad assistere i loro fratelli. Chiederebbero incarichi di maggiore responsabilità e più lavoro per dimostrare che tutti gli anni di studio non sono stati vani". E aggiunse che: "Questo avverrà tra 6-7 anni, quando si diplomeranno i nuovi studenti, i figli della classe operaia e dei contadini".

Oggi, cari compagni, la Rivoluzione ha assicurato l'istruzione e l'assistenza sanitaria gratuita a tutto il popolo cubano, dimostrando a tutti i popoli che può esserci un altro modo in cui le attuali necessità contemporanee non siano una merce. Dove i lavoratori del lavoro intellettuale e dell'alta specializzazione scientifica non separeranno l'interesse individuale o di gruppo dall'interesse sociale, non reclameranno la maggior parte del prodotto sociale totale e la società lotterà in modo che a predominare sia un'attitudine differente nei confronti del lavoro, per arrivare al punto in cui il denaro e i profitti finiranno nella "pattumiera" della storia e al suo posto ci sarà un più alto livello di organizzazione della società, il socialismo-comunismo".


CP of Greece, El ejemplo de Cuba en el campo de la salud del pueblo muestra que puede haber otro camino

La Organización Partidaria del KKE en Larisa celebro el 17/10/2020 un evento con tema "Cuba: La revolución en la salud del pueblo y su dimensión internacionalista". El acto, dirigido por la Embajadora de Cuba, Zelmys María Domínguez Cortina, se realizó en apoyo a la solicitud de entrega del Premio Nobel de la Paz a la brigada médica "Henry Reeve", como mínimo homenaje a los heroicos médicos cubanos, descendientes de revolución socialista.

El evento fue precedido por Elisaios Vagenas, miembro del Comité Central del KKE y jefe del Departamento de Relaciones Internacionales del Comité Central del KKE, quien declaró:

“Estimados amigos y camaradas:

Este evento del Partido, a pesar de las condiciones difíciles, busca arrojar luz sobre temas cruciales con respecto a la Salud del pueblo, a través del ejemplo de los logros de la Revolución cubana. Esto es porque los trabajadores deben contar con todos los datos que les ayudarán cada día, cada hora, en cada momento a confrontar este sistema de explotación, de opresión, de descrédito del sistema de salud público y de la vida humana a favor de los beneficios de unos pocos, de los monopolios.

Así que no “lo confrontaremos luego”, como sugieren algunos apologistas de la vía capitalista, que se esfuerzan en vano de humanizarlo. ¡Hay que confrontar ya el virus principal y básico, el capitalismo! Consideramos que la mejor manera de hacerlo es utilizar el ejemplo de la contribución de la Revolución cubana en el campo de la Salud pública.

La pandemia ha mostrado la cara más abominable del capitalismo, con millones de personas sin seguridad social en todo el mundo, con los sistemas de salud públicos en estado de desmantelamiento, con falta de médicos, enfermeros e infraestructura adecuada, incluso en los países capitalistas más poderosos, que están orgullosos de sus arsenales nucleares y sus aviones de combate supersónicos, mientras que dejan a millones de ciudadanos a la merced de la pandemia. La pandemia ha destacado la esencia horrorosa de este sistema que enseña a nuestros hijos en las escuelas que es supuestamente “una vía de sentido único” y “el fin de la Historia”. Y esta realidad repugnante es que el beneficio capitalista está por encima de todo, es lo que impulsa los conflictos y los antagonismos incluso por medicamentos y vacunas que pueden salvar a millones de vidas.

En el otro extremo de esta horrible situación se encontró Cuba, un país que desde hace años sufre las acciones que toman en su contra EE.UU y la UE, así como la calumnia y la burla de los medios de comunicación burgueses, un país y un pueblo que han optado por un camino de desarrollo diferente y por esta decisión sufren desde hace muchos años un bloqueo económico y comercial por la potencia económica y político-militar más poderosa en el planeta, EE.UU, el imperialismo norteamericano.

Con su alto nivel de servicios de Salud públicos y gratuitos, así como con su asistencia médica internacionalista en decenas de países, miles de médicos cubanos, tanto durante la pandemia, como antes, Cuba, la “isla de la Revolución”, ha ganado el respeto de millones de trabajadores en todo el mundo, se ha convertido en un ejemplo tangible de solidaridad e “isla de humanidad” en el océano de la barbarie capitalista hoy día. No es casualidad que el KKE ha apoyado con todo modo la solicitud de entrega del Premio Nobel de la Paz al Contingente Internacional de Médicos Especializados en Situaciones de Desastre y Graves Epidemias “Henry Reeve” de Cuba por su larga tradición de contribución voluntaria, solidaridad y desinterés que ha mostrado ofreciendo su ayuda valiosa en casos de desastres y graves epidemias a más de 3,5 millones de personas en todo el mundo.

 

Estimados amigos y camaradas:

Permítanme concluir esta breve intervención con una referencia al gran revolucionario, Che Guevara, que la semana pasada, el 9 de octubre, fue el 53o aniversario de su asesinato atroz.

Como muchos de ustedes ya saben, él también estudió Medicina y en 1960, es decir un año después de la Revolución Cubana, dio un discurso a estudiantes de la Facultad de Medicina de La Habana. Allí, en algún momento dijo que hace unos meses, en la Habana, algunos estudiantes que acabaron de graduarse en Medicina no querían ir a trabajar al campo y además para hacerlo exigían un pago extra.

El Che, que en aquel discurso había afirmado que todos “somos hijos de nuestro entorno”, destacó que “desde el punto de vista del pasado”, es decir la situación antes de la Revolución, esto fue “más que lógico”, porque las familias de todos ellos habían pagado por sus estudios, y ellos mismos buscaban reconocimiento. El reconocimiento -como sabemos muy bien- en el marco del capitalismo está dominado por la idea de que se mide en dinero, según el “tamaño de la billetera”.

Y el Che se preguntó en este discurso ¿qué hubiera pasado si los graduados no hubieran pagado por sus estudios, si hubieran sido hijos de obreros y campesinos? Respondió que entonces sí, seguro que “irían de inmediato y con mucha ilusión a atender a sus hermanos. Pedirían los puestos de mayor responsabilidad y más trabajo para demostrar que todos los años de estudios no fueron en vano”. Y añadió que: “Esto sucederá en 6-7 años, cuando se gradúen los nuevos estudiantes, los hijos de la clase obrera y del campesinado”.

Hoy, estimados camaradas, la Revolución ha asegurado la Educación y la Salud gratuitas para todo el pueblo de Cuba demostrando a todos los pueblos que puede haber otra vía donde las necesidades actuales contemporáneas no serán una mercancía. Donde los trabajadores de trabajo intelectual y de alta especialización científica no separarán el interés individual o grupal del interés social, no reclamarán mayor parte del producto social total, y la sociedad luchará para predominar una actitud diferente hacia el trabajo, para llegar al punto en que el dinero y las ganancias acabarán en el “basurero” de la historia y en su lugar habrá un nivel superior de organización de la sociedad, el socialismo-comunismo.”

 TRATTO DA


 https://www.resistenze.org/sito/re00.htm

venerdì 29 maggio 2020

TRIBUNALE INGLESE RINVIA AL 22 GIUGNO LA DECISIONE SULLE 31 TONNELLATE D' ORO DEL VENEZUELA CUSTODITE NEL BANK OF ENGLAND....(CHE PERO' DA BUON SERVITORE USA LE HA BLOCCATE DA TEMPO.)


Tribunale inglese ha rinviato al 22 giugno l'udienza per decidere sulle 31 tonnellate d'oro -del valore di 1 miliardo e 700 milioni di dollari- richiesti dal Banco Centrale del Venezuela (BCV) dopo la reiterata negativa del Banco d'Inghilterra a restituire i lingotti d'oro. Qesti sono presenti nei suoi forzieri a titolo di “custodia”.
Il Venezuela ne chiede la restituzione dall'ottobre del 2018, quando le sue riserve ammontavano a 31 tonnellate, ma il Banco d'Inghilterra si barrica dietro argomentazioni di tipo “politico” -non riconosce la “legittimita'” del governo bolivariano-per rifiutare la restituzione di quel che non gli appartiene.

Le autorita' del paese sudamericano hanno concordato con l'ONU un programma che prevede l'utilizzazione parziale (1 miliardo) della somma illecitamente trattenuta, per l'acquisto di medicine, attrezzature mediche e alimenti per poter affrontare la pandemia in condizione adeguata.

“«Siamo d'accordo con il Programa delle Nazioni Unite (PNUD) che siano loro a ricevere direttamente i fondi -dice Calixto Ortega, presidente del BCV- Sono le Nazioni Unite a coinvolgersi ufficialmente, con la loro neutralita' e indipendenza, pertanto non vi e' pericolo di nessuna trama oscura”.

Il presidente della banca centrale ha sottolineato con fervore “Continueremo a batterci per la restituzione dell'oro ..speriamo di ottenere giustizia e salvare la vita dei venezuelani durante questa pandemia”.
La vicepresidenta del paese caraibico Delcy Rodríguez, si e' detta soddisfatta per la continuazione del processo, evidenziando che “l'oro e' un patrimonio del Paese, non dell'organizzazione criminale diretta dal deputato golpista Juan Guaidó...”

Quest'ultimo non ha mai partecipato ad un'elezione presidenziale, ma e' stato designato da Donald Trump ad occupare fittiziamente la prima carica. Ma Trump non ha titoli per designare le autorita' della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ne' il Bank of England puo' stornare riserve auree a vantaggio di una fazione piu' convienente ai suoi interessi.

Tratto da http://selvasorg.blogspot.com/

martedì 21 aprile 2020

Il popolo cubano è oggetto del blocco più lungo e crudele della storia moderna


MANIFESTO: i cittadini e i popoli del mondo chiedono l’eliminazione del blocco imposto a Cuba dagli Stati Uniti

In questi momenti in cui tutti viviamo sotto la minaccia del CORONAVIRUS, sentiamo la necessità di unirci per garantire il valore supremo della vita. Non possiamo rimanere in silenzio quando un popolo è privato ad opera di altri delle condizioni necessarie per garantire la vita.
Era nascosto e sepolto, ma ora salta in primo piano alla coscienza mondiale l'ingiustizia dell'embargo imposto dagli Stati Uniti a Cuba e la illimitata solidarietà del popolo cubano oltre ogni confine.
Da sessant’anni Cuba vive sotto il peso di un embargo (blocco) imposto dagli Stati Uniti.
La geografia e la storia, e la vicinanza tesse tra i due paesi legami politici, economici e sociali senza per questo che Cuba diventasse mai territorio degli Stati Uniti. E lo mostrò, consapevole della sua sovranità, quando decise di difendere il suo territorio proprio contro gli Stati Uniti attraverso un processo rivoluzionario che illuminò e permeò la coscienza di tanti altri popoli della Terra, specialmente in America Latina.
A partire dall'ottobre del 1960, dopo il Trionfo della Rivoluzione, Cuba subì un blocco che nel 1962 fu quasi totale. Della sua gravità è segno evidente il fatto che il 73% delle esportazioni cubane erano verso gli Stati Uniti e il 70% delle importazioni provenivano da essi.
Successivamente, gli Stati Uniti hanno presero provvedimenti contro la Rivoluzione: l'invasione mercenaria dell'aprile 1961, il congelamento di tutti i beni dell'Isola negli Stati Uniti, il divieto di transazioni commerciali e di esportazione, sanzioni a imprese straniere che effettuano transazioni con proprietà americane nazionalizzate da Cuba, divieto di entrare negli Stati Uniti per le navi che toccano il porto cubano, revoca di qualsiasi tentativo di avvicinamento e nuove restrizioni da parte di Donald Trump nel 2017, azioni legali contro compagnie con attività commerciali a Cuba, divieto di viaggiare a Cuba, divieto di accesso ai medicinali e tecnologie sanitarie, ritiro del personale diplomatico, ecc.
Le perdite e i danni subiti ammontano, secondo calcoli ufficiali, a oltre 922 miliardi di dollari. L'embargo – classificato come il più lungo e crudele nella storia moderna – è stato affrontato dalla maggioranza dei cubani sottoposti a un’aggressione che viola i diritti umani.
L’obiettivo del blocco
La logica alla base del blocco fu ben spiegata il 6 aprile del 1960 da Lester D. Mallory, Vice Segretario di Stato aggiunto per gli Affari Interamericani, in un memorandum segreto del Dipartimento di Stato declassificato nel 1991, incluso a pagina 885 del Volume VI del Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti dal 1958 al 1960 che, in parole povere, dice:
“La maggior parte dei cubani sostiene Castro... l'unico modo prevedibile per sottrargli il sostegno è attraverso il disincanto e lo scontento che deriverebbero da disordini materiali e difficoltà... tutti i mezzi possibili devono essere rapidamente usati per indebolire la vita economica di Cuba... Una linea di azione che, essendo la più efficace e discreta possibile, realizzerà i maggiori progressi privando Cuba di denaro e forniture, riducendo le sue risorse finanziarie e i salari reali e causando fame, disperazione e conseguente rovesciamento del governo”.
Una dichiarazione raffinata e crudele per il suo duplice obiettivo di provocare fame e miseria al popolo cubano e di scaricare le cause delle sue sventure sull’inefficienza del governo cubano e non sulle "sanzioni" di Washington, e che rivela l'eccezionale eroismo della Rivoluzione e l'arroganza dell'immorale dominio nordamericano.
Le Nazioni Unite e i leader mondiali condannano il blocco
Le Nazioni Unite, con la speranza di non ricadere mai più nella follia di una nuova guerra, nel 1945 approvò: “Scopo delle Nazioni Unite è promuovere relazioni amichevoli tra le nazioni basate sul principio della parità dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, e di prendere le misure appropriate per rafforzare la pace universale” (Carta delle Nazioni Unite, Cap. I, Art. 1).
“L'Organizzazione si basa sul principio dell'uguaglianza sovrana di tutti i suoi membri”(Carta idelle Nazioni Unite, Cap. 1 articolo 2).
In questo senso, e sulla base dei suoi principi di uguaglianza sovrana degli Stati, nel non intervento e ingerenza negli affari interni, le Nazioni Unite si sono pronunciate 23 volte con un voto schiacciante contro il blocco, con il seguente risultato nel 2019: su 193 paesi, 187 contro il blocco; 2 a favore (Stati Uniti e Israele) e 2 astensioni.
Alla stessa stregua, capi religiosi come Papa Giovanni Paolo II, lo hanno condannato due volte; il patriarca ortodosso Bartolomeo lo ha definito un "errore storico" e altri leader anche degli stessi Stati Uniti hanno espresso opposizione contro di esso.
Di fronte a questa situazione, noi che promuoviamo questo Manifesto, chiediamo ai cittadini di tutto il mondo di firmarlo sollecitando la revoca del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba.
Come fare
Per supportarlo, inviare nome, cognome e nazionalità via e-mail all’indirizzo: camunamdi@gmail.com o tramite whatsapp al numero 0034 618268963;
* Sarà creato un registro aggiornato delle persone che supportano l’appello, ovviamente nel rispetto della riservatezza, dall'editoriale Nueva Utopía in collaborazione con l'ONG Camunamdi. (CIVG/GM- Granma Int




  
Tratto :

domenica 19 aprile 2020

Come e' la guerra contro il Venezuela?


Il governo degli Stati Uniti rivendica apertamente il diritto ad aggredire il Venezuela. Tuttavia, tale finalità confessa, non rivela tutti i dettagli dell'aggressione, alcuni dei quali si pubblicano a contagocce nei bollettini militari. Ed altri...non saranno più classificati come segreti negli anni che verranno.
Com'e' la gestazione dell'assedio contro il Venezuela? Il Maggiore Generale Pascualino Angiolillo Fernández, da tempo sistematizza l'insieme delle teorie e dottrine di guerra non convenzionale che il governo degli Stati Uniti conduce in forma semplice o come combinazione, provvisoria o permanente, per giustificare le aggressioni contro il nostro paese. Riveliamo dunque le 10 teorie di guerra non convenzionale che stanno applicando contro la nazione venezuelana.

1-   La Teoria della Intelligenza Strategica per la Politica Estera

nordamericana, sviluppata nel testo dallo stesso nome dal teorico e agente della CIA Sherman Kent, nel 1949. Questa teoria fomenta l'uso di armi non convenzionali nelle guerre future, sottolineando due cose: “debilitare la volontaà e la capacità di resistenza del nemico e consolidare la propria volontà e capacità per vincere”

2.- La Teoría degli Stati Cattivi, Fuorilegge o Canaglia

Cerca la demonizzazione dei governi “ostili”, etichettandoli come regimi autoritari, inclini al caos, violatori dei diritti umani, che minacciano la pace mondiale, propiziano il terrorismo o producono armi di distruzione massiva. E' stato il filosofo nordamericano John Rawls, che nella sua “Teoría della Giustizia”, stabilì i postulati di questa tesi, poi propagandata da Reagan, e che Bush banalizzo' nel 2002 con il concetto di Asse del Male per designare all'Iraq, Irán e Corea del Nord.

3.- La Teoría della Legìttima Difesa

Gli Stati Uniti hanno convertito questa dottrina in una giustificazione per i suoi interventi militari, specialmente dopo gli attacchi dell'11 di settembre, con l'accusa ad Al Qaeda e al regime afgano di essere responsabili di quell'attentato, e cosi' scatenare l'operazione Libertà  Duratura.

Ma che cosa succede quando si tratta di “meri sospetti”?

Il governo nordamericano ridefinì il concetto e passò ad adottare la dottrina della “Guerra Preventiva”, per attaccare prima di essere “attaccato”, anche se la minaccia fosse falsa, come poi accadde con le famose armi di distruzione di massa, mai rinvenute in Iraq.

A questo proposito, il 9 gennaio del 2015 l'ex presidente Obama firmò un Decreto Esecutivo di emergenza, in cui catalogò il Venezuela come una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”

4.- La dottrina della “Guerra giusta”

Nasce nei tempi medioevali dell'egemonismo ecclesiastico europeo. Era come sciacquarsi la faccia e cambiar l'apparenza delle aggressioni piu' ingiuste. Con questa teoria, gli imperi sono soliti giustificare le guerre e i modi di eseguirle.

Nel 1977, nel contesto della Guerra del Vietnam, Michael Walzer pubblicó il libro “Guerre giuste e ingiuste”, in cui forniva mezzi morali e giuridici per rinnovare la categoria, e dotare i suoi adepti piu' capacita' di giustificazione

5.- La Teoría della “Responsabilità  di Proteggere”

Conosciuta con la sigla R2P, e' un altro espediente giuridico del sistema internazionale, diventato come un sotterfugio per la legittimazione del diritto di ingerenza delle potenze militari. Giustificato con l'argomento di voler impedire una sofferenza maggiore della popolazione d'altri territori.

Teoricamente solo il Consiglio di Sicurezza e' autorizzato a farne uso, quando si tratta di situazioni (reali...non "sensazioni") di genocidio, pulizia razziale, crimini di guerra o crimini di lesa umanità.

La Libia, attaccata nel 2011 con il pretesto di proteggere la popolazione, al costo di piu' di 50 mila morti, e la Siria investita da bombardamenti “umanitari” sulla popolazione civile, sono esempi di questa dottrina.

6.- Teoría del “Potere Duro, Morbido e Intelligente”

Secondo il teorico fondamentale Joseph Nye, il potere duro può essere assimilato a una “spinta”, associato all'uso della forza e al denaro: applica sanzioni, blocchi e boicottaggi per strangolare e generare danni alla popolazione del paese-obiettivo.

Invece il potere morbido, può essere assimilato ad “attrazione” o alla “cooptazione” attraverso risorse intangibili come le istituzioni, le idee, i valori, la cultura e la diplomazia. Nye chiarisce che “Non e' necessariamente torcere le menti che torcere il braccio”. Ricordate Obama?

Tuttavia gli Stati Uniti cerca di conservare la supremazia riguardo i suoi obiettivi, servendosi del Potere Intelligente, inteso come “abilità per combinare le risorse del potere duro e il potere morbido in strategie efficaci”

7.- La Teoria del “Caos costruttivo”

Disegnato dal consigliere in politica estera degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski, sostiene la necessità  di incoraggiare ed appoggiare conflitti violenti, crisi economiche e/o sociali interne all'obiettivo, incorporando varianti perturbative, con il fine di stimolare la dissidia e la caduta di un governo, o come ripiego, favorire la frammentazione di quel territorio, allo scopo di istallare “governi alleati” negli spazi geografici sorti dalle azioni secessioniste.

8.- La Teoría dello “Stato fallito”

Questa dottrina si prefigge di far perdere il prestigio e la frammentazione istituzionale del paese-obiettivo, la sua diffamazione, onde spezzarne l'appoggio popolare e innescare cosi' un'esplosione sociale. Nel 2015 il vicepresidente nordamericano Joe Biden, catalogó il Venezuela como uno Stato Fallito, incapace di mantenere l'ordine  interno, e come uno Stato Fuorilegge, diventato un pericolo per i suoi vicini.

9.- Teoría delle Ninfee

Nella “Décima Conferenza dei Ministri della Difesa delle Americhe”, realizzata nell'ottobre del 2012, in Uruguay, la delegazione degli Stati Uniti, partecipo' mostrando una particolare preoccupazione (tra virgolette) per i “disastri naturali, protezione della natura e la biodiversita'”. In quel contesto sottoposero all'attenzione la necessita' istallare “Basi avanzate di osservazione rapida per le catastrofi naturali” nello spazio sudamericano e caraibico, di gran rilevanza geostrategica. Queste strutture d'intervento sono denominate “ninfee”, come quelle piante acquatiche da cui la rana salta verso la sua preda.

Ricordate la tragedia di Vargas del lontano 15 dicembre del 1999?

Gli Stati Uniti offrì “aiuti” al governo venezuelano, per far fronte alla tragedia da una portaerei militare USA. Hugo Chávez si oppose.

10.- Teoría della “Guerra Ibrida”

Adottata dall'Esercito USA, venne sviluppata dal marine Frank Hoffman, e' concepita per intervenire nelle grandi città' o in terreni complessi.

“Puo' essere condotta dagli Stati, cosi' come da una varietà di forze non statali. Includono una varietà di modalità di guerra differenti, incluso le capacià' convenzionali, tattiche e formazioni irregolari, azioni terroriste, come la coercizione, la violenza indiscriminata e i disordini criminali”.

“Le guerre non convenzionali sono come un cancro, non se ne vedono i sintomi fino a quando e' gia' in grado avanzato, sembrano non essere tali perche' non ci sono soldati, carri armati ne' aerei, però e' l'espressione piu' avanzata della lotta di classe.

Molte volte l'aggressione militare non arriva a concretizzarsi. Con differenti metodi di far pressione contro i governi, si puo' cedere sovranita' e farli vacillare di fronte alle mete del capitalismo, al libero mercato e all'egemonia dei gruppi transnazionali.


Fonti Consultate

Arantxa Tirado. Venezuela: crisis humanitaria y responsabilidad de proteger

Ana Cristina Bracho – La Responsabilidad de Proteger: ¿salvar de la asfixia estrangulando?.

Angela María Arbeláez Herrera – La noción de la guerra justa. Algunos planteamientos actuales.

Daniel Añorve – Más allá del poder suave, del poder duro y del poder inteligente: la resiliencia ecológica y humana como fundamentos del poder.

Germán Gorráiz López – La estrategia kentiana de EEUU en América Latina.

John Sebastián Zapata Callejas – La teoría del Estado Fallido: entre aproximaciones y disensos.

Juan E. Romero J. – Venezuela y la tesis del caos constructivo.

Juan E. Romero J. – Venezuela: ¿un Estado Forajido?.

Andrew Korybko – GUERRAS HÍBRIDAS De las revoluciones de colores a los golpes.

Pascualino Angiolillo Fernández – Teorías de guerra que se están aplicando contra Venezuela

Pascualino Angiolillo Fernández – Una teoría Bolivariana para la emancipación y la Integración latinoamericana y caribeña

*Tatuy Tv: Juan Lenzo, Rukleman Palacios, María Alejandra Reyes. Narración: Karen Torres

Tratto da :
http://selvasorg.blogspot.com/2020/04/le-10-teorie-per-laggressione.html

domenica 24 novembre 2019

Militari e polizia in Bolivia: risentimento storico dell’apparato politico fascista



La Bolivia vive un altro momento di rottura sociale e politica nella sua lunga storia di instabilità e golpe civile-polizia-militari. Ciò che accade, oltre la tragedia vissuta da questo popolo eroico, ha molti paradossi che non possono essere ignorati. Il primo è l’incomprensibile avventura distruttiva di un Paese che si dirigeva verso il 21° secolo con un percorso senza precedenti nel diventare una democrazia. Mai prima d’ora il Paese aveva ottenuto ciò che molti invidiano: crescita economica sostenuta, stabilità politica, unità nazionale in costruzione e rispettoso impegno internazionale, nonché risultati sociali e sconfitta secolare delle due maledizioni del sottosviluppo: estrema povertà e analfabetismo. Il secondo paradosso è sostenere che vi fu una successione costituzionale quando in realtà ciò che accadde fu l’assalto pianificato al potere. Dalla detenzione dei municipi nel Paese in una simulazione democratica all’ammutinamento della polizia, ciò che fu interessato era il rimaneggiamento della scacchiera politica orchestrato ad arte, da qualche tempo ormai, nelle viscere dell’impero con la complicità della élite razzista regionale coperta da una religiosità macabra. Jeanine Ánhez, che si autodefinisce “presidente costituzionale”, rappresenta la presa illegale e illegittima del potere, null’altro che il corollario del piano golpista finemente tessuto negli ultimi tre o quattro anni. Questo finale fascista fu preceduto da una serie di operazioni segrete sistematicamente attuate e che le agenzie d’intelligence non seppero rilevare o che nascosero. Il terzo paradosso è il ruolo angosciante dei media che, quando gli piace, si definiscono democratici, trasparenti e indipendenti. Oggi sono semplicemente un branco di disinformatori senza scrupoli, una vergognosa macchina della manipolazione al servizio degli interessi commerciali monopolistici. Insieme alla panoplia di menzogne sistematiche, dirette dalla diplomazia pubblica nordamericana, i social network adempivano al loro ruolo perverso di filtrare sproporzionatamente, sia nei contenuti che nella portata, il presunto “male masista, inclusa l’enorme broglio”, nascondendo brutalità e violenze del paramilitarismo di Santa Cruz, delle bande armate cochalas o della polizia di La Paz. Il quarto paradosso ha a che fare col ruolo della struttura monopolistica della violenza legittima progettata per proteggere lo Stato e i cittadini, mentre in realtà genera violenza, morte e terrore nel sostenere un regime illegittimo contro la volontà della maggioranza popolare. Mai prima d’ora polizia e militari, inguainati nella presunta difesa della democrazia e nel controllo delle proteste, puntarono così lontano le armi della repressione dalle “sale di guerra”.
Protetti dal nuovo regime violento, militari e polizia coesistono uniti dal sangue e lutto di decine di boliviani nel pieno del loro odio ancestrale a un comando politico transitorio che ne ignora il controverso passato. Come possiamo capire che militari e polizia, il cui reciproco risentimento di oltre un secolo di storie istituzionali distanti segnate dal fuoco, supportano oggi la struttura gelatinosa di un regime che ha causato solo morti e feriti? Al di là del surrealismo che li circonda, polizia e militari sono in una guerra silenziosa nel pieno del colpo di Stato che continua senza sosta nonostante il numero di morti suggellati delle loro armi letali. Il risentimento che circonda entrambe le istituzioni, la cui storia non era ancora chiarita nel 21° secolo, costituisce i veri limiti del regime golpista. I sintomi dell’asprezza iniziarono a emergere nelle turbolente manifestazioni sociali. Entrambi i fronti repressivi si accusavano a vicenda di aver sparato a civili indifesi, assumendosene la responsabilità tra gli sconvolgimenti sociali. La polizia che accusa i militari che accusano la polizia è una costante che tende ad approfondirsi col passare delle ore. Il ruolo tragicomico dell’ufficio del procuratore generale appare sulla scena cercando di calmare il panico delle aziende coll’argomento che le armi pesanti avevano causato le morti. Un sintomo della crisi irreversibile. Per evitare ulteriori conflitti e distrarre l”opinione pubblica, il governo golpista, consigliato dalle agenzie statunitensi, accusò degli stranieri armati come FARC, cubani, colombiani e venezuelani delle morti causate da forze repressive ufficiali. La disputa perenne per preservare il potere politico da entrambe le istituzioni produce scismi interni dalle conseguente possibile debacle del regime del golpista fascista basato su baionette, gas e piombo.

Tra i militari
Sedici anni dopo aver compiuto uno dei più sanguinari massacri contro il popolo di El Alto, che portò a condanne e detenzione dei comandanti dell’epoca, le forze armate tornavano in piazza vestite con l’inconfondibile cachi statunitense con la missione di affrontare l’escalation dei conflitti sociali nel Paese. Il 10 novembre, il comandante in capo delle forze armate, il generale Ejto Kalimán, apparentemente sconcertato e con voce tremante, ordinò l’uscita delle forze armate sulle strade, il cui tragico risultato finora supera i venti morti. La metà delle vittime, per lo più giovani, furono del “massacro della Sacaba”. Nulla può suggerire che tale decisione porterà Kaliman e i suoi comandanti nello stesso posto in cui i loro predecessori, responsabili del massacro di El Alto nell’ottobre 2003, scontano la sentenza. La decisione di Kalimán, che contrastava radicalmente con quella del Presidente Morales, è una delle principali espressioni del fallimento istruttivo e pedagogico delle forze armate nelle crisi politiche. Evo Morales si dimise proprio per evitare morti inutili, contrariamente a Kalimán che ordinava ai militari di uscire, sapendo le conseguenze. Chi impose a Kalimán l’ordine di schierare i soldati per le strade? Perché tale decisione fu modificata ventiquattro ore dopo, quando promise al suo generale-capitano che non avrebbe mosso alcuna unità militare col pretesto di carenza di equipaggiamento, munizioni e agenti chimici? L’autonomia politica di Kaliman al culmine della crisi sociale e politica che precipitò quest’ultimo colpo di Stato ritrae in qualche modo non solo il fallimento del comando politico sull’esercito, ma anche l’incomprensione delle sue etica professionale, e conservativa, pragmatica, opportunistica e immediata ideologia e cultura aziendali. Anche il lavoro autonomo della scuola antimperialista non servì a moderare la decisione di Kaliman in circostanze che richiedevano un minimo di fedeltà statale. L’Alto Comando svolse il ruolo più critico secondo le precedenti conversazioni con Luis Fernando Camacho e funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti. Non va dimenticato che Kalimán fu un addetto militare a Washington per un paio d’anni e che alcuni membri della sua famiglia rimasero negli Stati Uniti.
Attualmente, i militari che occupano la catena di comando affrontano il dilemma di uscire per strada a continuare a reprimere il popolo o rimanere nelle caserme a causa delle disastrose conseguenze dell’intervento nelle strade. Ma il dubbio più forte sorge dalla responsabilità militare o della polizia una volta che la calma ritornerà nel Paese. Molti ufficiali ritengono che la polizia porrà tutta la responsabilità dei morti e feriti sulle forze armate poiché solo esse usano tali armi. I calcoli postbellici iniziano a minare la fiducia delle truppe nei loro comandanti che ritengono irresponsabili e inadeguati. La valutazione dell’amministrazione di Evo Morales attraversa i corridoi delle caserme. Sostengono che Evo li escluse da qualsiasi conflitto sociale per tredici anni, una situazione che gli permise di accrescere la loro legittimità istituzionale agli occhi del pubblico di fronte al discredito della polizia per l’evidente corruzione e indisciplina. Gli ufficiali ammisero che il loro salariale e la qualità della vita cambiarono sostanzialmente col “processo di cambiamento”, mentre l’incursione in compiti sociali gli permise di essere considerati dal governo “soldati della éatria”. I bonus “Juancito Pinto” o “Renta Dignidad” o la gestione delle catastrofi naturali affidata alle forze armate facilitò un rapporto sensibile con la società. Oltre a questo, la valutazione dell’aumento del budget della Difesa, l’acquisto di beni e miglioramento della qualità della vita del soldato sono parte della loro memoria immediata. Tuttavia, oggi, in meno di una settimana, un regime di fatto comandato da un gruppo politico radicale e da capi religiosi fanatici portava le forze armate a confrontarsi con disprezzo e condanna della società ed internazionale, i cui effetti non saranno superati nei prossimi decenni. Col grido collettivo di “militari assassini!” belle strade, i quadri intermedi temono di subire conseguenze: diserzione dei soldati nel pieno del conflitto, una sconfitta morale senza precedenti; perdita di potere negli spazi che Evo Morales costruì per garantirsi fedeltà, come nel caso della Sicurezza presidenziale (USDE), accesso a posizioni pubbliche di alto livello (gestione di società statali) e persino posizioni diplomatiche; il discredito istituzionale che comporterà la drammatica riduzione dei coscritti a servizio militare obbligatorio che in realtà giustificava l’esistenza dell’istituzione; ripudio popolare permanente sulle strade; processi.
I disordini militari di fronte agli eventi e l’elevato numero di vittime derivanti dalla repressione portava a interrogativi sull’alto comando e a una sfiducia interna senza precedenti. In un rapporto inviato alle unità militari dell’Ottava divisione dell’esercito dal comando in capo delle forze armate, il 14 novembre 2019, si affermava che il corpo degli ufficiali “osserva la condotta dei cadetti, reclute e soldati del Chapare, regione in tutte le attività erano sviluppate nelle unità”. Questa disposizione esprimeva paura viscerale nei confronti dei propri soldati, confermandone ancora una volta lo status di forza di occupazione coloniale. Questo rapporto esprime l’atroce paura del mondo indigeno, ma anche disprezzo e sfiducia generati dalla loro presenza nelle forze armate. Una vera aberrazione culturale e corporativa dopo oltre 35 anni di democrazia e 13 anni di apparente inclusione indigena nelle forze armate. Questo è il miglior esempio del fallimento della presunta democratizzazione militare e della coesistenza plurinazionale ed interculturale nel mondo in uniforme. Molti ufficiali sensibili al conflitto storico con la polizia mettevno in dubbio la decisione poco saggia e inopportuna di Kalimán, perché avrebbe “salvato” la polizia in un momento chiave di crisi operativa. Il rogo della Whipala da parte degli agenti di polizia e la rimozione di quel simbolo dalla loro uniforme provocò un profondo disordine sociale che portava ad attacchi alle loro strutture, costringendoli a chiedere supporto militare per salvarsi dalla rabbia popolare. Il risentimento contro la bandiera costituzionalmente riconosciuta causò la rottura tra polizia e popolazione rurale e indigena. La verità è che il proverbiale odio tra esercito e polizia continuava a fluire nel pieno golpe grottesco, sostenuto dall’uso irrazionale della forza e dal comportamento razzista del governo che assomiglia alle vecchie dittature militari guidate da slogan ultramontani stranieri.
Il colpo di Stato contro il processo democratico guidato da Evo Morales ha l’inconfondibile sigillo delle forze armate come attori protagonisti, sebbene fu la polizia nazionale a guidare il colpo di Stato dalla città di Cochabamba, l’8 novembre. Apparentemente, il 10 novembre 2019 passerà alla storia come uno di quei giorni tragicomici in cui un generale mediocre e opportunista come Kalimán, con uno stato maggiore pusillanime e degradante, decise di rassegnare le dimissioni per interesse di un eticamente decaduto, moralmente rovinato e patetico circo della polizia che usava la Bibbia come scudo religioso per legittimare la propria sopravvivenza. Alcuni settori delle Forze armate ritennero che l’assedio popolare contro la polizia costituisse il momento migliore per saldare i conti degli eventi del febbraio 2003. In quell’occasione, cecchini della polizia, addestrati dagli Stati Uniti, uccisero diversi soldati del Reggimento della scorta presidenziale in modo vigliacco, quando la folla tentò di entrare nel Palazzo del Governo per reazione a una misura economica anti-popolare. Secondo molti ufficiali, Kaliman divenne il proverbiale eroe dei giorni vergognosi del colpo di Stato della polizia, un fenomeno mai immaginato dalle forze armate. Un triste ruolo politico fu svolto dai militari che dovettero salvare la vita al loro aspro nemico storico quando era sull’orlo del collasso delle repressione. Il capo dipartimentale della polizia di La Paz chiedeva in lacrime l’aiuto delle forze armate per difendersi dall’assedio dei movimenti sociali che combattevano per licenziare la presidentessa autoproclamata. Il supporto militare a una languida polizia in uno scenario di controversie politiche era un episodio eccezionale. Nel 1952, l’esercito fu sconfitto dal movimento operaio che portò la polizia a cavalcare la schiuma rivoluzionaria per vendicarsi del cattivo trattamento che i militari diedero ai carabinieri dell’epoca. Normalmente, la polizia nazionale si allineava ai colpi di stato militari come un cane con la coda tra le gambe, nel tentativo di assicurarsi il banchetto burocratico. Il 10 novembre successe il contrario.
Nella polizia
Il colpo di Stato promosso dalle forze di polizia della città di Cochabamba contro il governo di Evo Morales era un non segreto maliziosamente ignorato dal Ministero, abilmente gestito dal comandante generale della polizia e articolato in modo efficiente dalle forze di opposizione di destra che sapevano da anni che la polizia nazionale costituiva un formidabile alleato dei loro piani destabilizzanti. L’opposizione, consigliata da agenti esteri, iniziò a lavorare interno della polizia mentre il governo li ignorava o vi si appellava solo in caso di conflitto sociale. Non vi è dubbio che nella catena geografica di controllo e comando della struttura di polizia, il dipartimento di Santa Cruz, e in particolare la città di Santa Cruz, costituiva l’anello più debole in cui fu costruita una sorta di patto delle complicità tra ministero e forze di polizia guidate da ufficiali collegati alla costellazione criminale regionale. Paradossalmente, il luogo in cui il crimine acquisiva dimensioni transnazionali era precisamente il luogo in cui fu costruita l’architettura della regolamentazione della polizia del crimine, come nel caso del carcere di Palmasola. Allo stesso modo, tale rete di complicità politico-poliziesca si estese ai circuiti mafiosi del traffico di droga, traffico di armi, case da gioco o traffico di terre a favore di stranieri le cui attività erano gestite da agenti di polizia dalle sponsorizzazioni politiche. Santa Cruz era una specie di territorio della polizia autonomo abilmente utilizzato dalle forze d’opposizione che vedeva nei suoi margini di autonomia statale le migliori condizioni per la cospirazione armata e sediziosa. Nei tredici anni del governo di Evo Morales non ci fu la capacità di generare una politica di istituzionalizzazione, modernizzazione o disciplina professionale delle forze di polizia. Al contrario, i capi della polizia, incoraggiati da continue rotazioni, beneficiarono di privilegi inimmaginabili cui si aggiunse una cultura della corruzione scandalosa, goffa o deliberatamente trascurata. Solo alla fine del mandato di Morales la polizia ebbe un moderno sistema di controllo territoriale nel quadro della sicurezza dei cittadini noto come BOL 110, che aumentò la capacità di produrre informazioni a fini informali. Il supporto tecnologico servì da cortese concessione elettorale che la polizia accolse senza l’entusiasmo previsto. Il rapporto tra governo e polizia in oltre un decennio soffrì di difetti strutturali, ma il peggio era affidare a un alto funzionario una responsabilità centrale quando le sue priorità erano guidare le squadre di calcio.
Morales affrontò diversi episodi di insubordinazione, rivolte e sedizione della polizia placati dopo complesse trattative, ma non si risolsero mai strutturalmente. Le radici del malcontento della polizia furono alimentate internamente, mantenendo tale clima invariabile e cumulativo nel tempo. Allo stesso tempo, la colossale corruzione della polizia non fu trattata in modo adeguato e proporzionato dal governo. Privilegi di polizia, corruzione e ampi margini di criminalità aziendale operavano e funzionavano a livello di comando lasciando ai subordinati solo le briciole, una situazione che aggravava il malessere dei poliziotti subordinati di cui era responsabile il governo nazionale. D’altra parte, il rapporto politico-militare privilegiato generò un profondo risentimento nella polizia nazionale. La polizia si vide come cittadini di seconda classe di fronte al trattamento del governo dei militari come cittadini di prima classe. La presenza del Presidente Evo Morales in occasione degli anniversari militari, i discorsi solleciti che valutano il lavoro militare, nonché privilegi e prerogative concesse periodicamente, costituivano “sistematiche offensive” contro una polizia che operava quotidianamente in condizioni deplorevoli. La disparità di trattamento del governo nazionale a favore delle forze armate, costruzione di edifici, campi sportivi, acquisto di attrezzature e materiali militari, costosi investimenti in tecnologia come radar, ecc., alimentò un forte rancore anti-militare e anti-governativo nella polizia. L’espressa propensione del governo Morales a favorire le forze armate fu presa come un’umiliazione persistente che fu tradotta in una narrazione antigovernativa dagli ufficiali in merito ai loro subordinati con informazioni sfavorevoli. Oltre allo sdegnato rapporto tra Evo Morales e Polizia, il governo nazionale attuò tagli alle principali fonti di entrate istituzionali. Sebbene le decisioni fossero corrette, volte ad eliminare la corruzione, furono interpretate diversamente dalla polizia nel desiderio di preservare nicchie di privilegio burocratico. Morales andò molto oltre nel ridurre le prerogative della polizia assegnando alle forze armate il compito di combattere il contrabbando. Le unità anti-contrabbando della polizia furono sciolte e sostituite da unità militari. I militari occuparono il confine, spezzando le reti dell’illegalità e del controllo territoriale, il che significava doppia amputazione: per i gruppi criminale che vivevano della fertile attività del contrabbando, e per la polizia che viveva proteggendo le reti dell’illegalità a cui garantiva protezione e impunità. Fu tale polizia sediziosa che affrontò il governo di Evo Morales e ottenne direttamente o indirettamente le sue dimissioni. Mai prima d’ora la polizia era riuscita a rovesciare un governo democratico come fece tale organizzazione indisciplinata e politicamente malata.
Il colpo di Stato civile non aveva solo una componente politica ma anche vendicativa alimentata dal ricordo di presunti obbrobri, privazione e maltrattamenti. Le rivolte della polizia riflettevano l’odio atroce contro il governo, che si era contenuto e che poi esplodeva in ondate successive sostenute da una classe media che si esprimeva nelle strade lasciando che i suoi profondi malcontento e disprezzo corressero contro un governo in piena ritirata. Il colpo di Stato della polizia, sostenuto e guidato nelle strade dalle proteste della classe media, permise d’intravederne lo sfaccettato scopo. In primo luogo fu la migliore occasione per vendicarsi del governo per maltrattamenti e sfratti istituzionali, una sorta di catarsi corporativa infiammata da una retorica di odio e religiosità esplosa senza che nessuno ne capisse il potenziale effetto. Le rivolte incarnarono il compito di riguadagnare i privilegi corporativi recisi per motivi politici e ceduti alle forze armate dal governo. Il primo obiettivo che la polizia recuperò, per i suoi effetti simbolici, fu l’unità della sicurezza presidenziale (USDE) dalle mani dell’esercito. Una volta completate le dimissioni di Evo Morales, la polizia nazionale non tardò un minuto nel prendersi carico del dispositivo di sicurezza della Casa Grande del Pueblo, costringendo il corpo di sicurezza presidenziale a liberare immediatamente l’edificio. Gli oltre settanta membri di questa squadra speciale, che aveva protetto Morales per più di un decennio, furono costretti a ritirarsi, umiliati, dallo stato maggiore delle forze armate, per ricevere nuovi incarichi. Allo stesso modo e con un assalto, la polizia nazionale si riprese il controllo degli edifici del Servizio di identificazione personale (SEGIP) istituzionalizzati dal governo Morales per stroncare sul nascere una delle principali fonti della corruzione della polizia. La presa della polizia di istituzioni, spazi e prerogative faceva parte delle promesse del caudillo di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, per portarla al colpo di stato, obiettivo raggiunto quasi chirurgicamente. In uno dei consigli tenuti a Santa Cruz, Camacho promise di restituire tutte le istituzioni “ingiustamente portate via dal governo nazionale” e di concedergli un trattamento salariale e pensionistico simile a quello delle Forze armate, un incentivo inconfutabile.
Oltre ai complessi problemi affrontati dal nuovo comando di polizia, gli agenti subiscono pericolosi segni di esaurimento fisico dopo oltre venti giorni di lavori per strada e repressione. Tuttavia, li rafforzamento della polizia in questo contesto di crisi si traduceva in azioni pericolose di piccoli gruppi che operavano indipendentemente dal comando centrale. Tale clima incerto, con un governo che faceva appello a un discorso recalcitrante e un ministro governato dall’odio atroce contro i funzionari governativi, promuovevano la formazione di gruppi di poliziotti e paramilitari che agivano secondo una logica vendicativa e mercenaria. Tra le turbolenze politiche, era sorto un nuovo fattore di disordini tra la polizia, generato dalla concessione di 34 milioni di bolivianos alle forze armate per coprire i costi della logistica della repressione. I membri della polizia nazionale sospettavano che tali risorse servissero a favorire i capi militari come “bonus fedeltà”. Allo stesso tempo, si aggravavano i disordini contro il governo golpista e le forze armate, coll’approvazione del DS 4078, il cui obiettivo era autorizzare l’uso di militari, attrezzature e armi garantendone l’immunità, una condizione non goduta dalle forze di polizia.
Conclusioni
È chiaro che militari e polizia sono i pilastri su cui si basa il potere del governo golpista. Sembra anche chiaro che tali pilastri contengano controversie storicamente irrisolte e inconciliabili che col passare del tempo creeranno maggiori frattura e polarizzazione. Al di là del carattere provvisorio, un governo con buon senso dovrebbe conoscere le profonde fratture tra enti al fine di evitare di essere sconfitto dalle conseguenze. Fortunatamente, il governo golpista guarda solo all’ombra e non alla realtà e quindi durerà poco, quanto l’esplosione convulsa di entrambi gli enti che iniziano a contorcersi per annullarsi o distruggersi a vicenda. Se il sangue sarà a fiumi non dipenderà dai complotti golpisti, ma dalle profonde ferite riaperte da un comando politico ignorante, arrogante, rabbioso e suicida. Il colpo di Stato ha i suoi limiti paradossali nell’uso della polizia e dei militari e questo dipende dal come tale duello storico sarà risolto nelle viscere del potere fascista. Con una polizia nazionale alienata dalle molteplici contraddizioni interne e dalle forze armate sconcertate dalla dimensione del conflitto e dalle future responsabilità politiche, legali e istituzionali, i boliviani vivono in un panorama desolato.
Traduzione di Alessandro Lattanzio
Ernesto Eterno, Internationalist 360º




 



Fotos da resumenlatinoamericano.org