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mercoledì 8 novembre 2017

Memorie del socialismo - "CICLISTI ROSSI"

Nell’estate del 1912  già giravano nelle campagne romagnole, pedalavano per affermare la lotta di classe e sostenere gli scioperi dei contadini. Il partito socialista li guardava dubbioso, quei "ciclisti rossi", che si unirono in federazione l'anno dopo, mentre quello dopo ancora si misero a usare il nuovo pneumatico "Carlo Marx”.

  
                                   Ciclisti rossi       
                                      
La bicicletta è stata spesso considerata un mezzo di trasporto "sospetto", o addirittura sovversivo, ed è stata a lungo oggetto di divieti. In effetti questo veicolo, inventato nel 1817 e, nella versione attuale nel 1884, era all'inizio un mezzo di trasporto chic, costoso, e quindi elitario, riservato all'alta borghesia, che lo usava come svago.
          
                                   I primi ciclisti

In Italia i primi velocipedi si videro nel 1860, condotti da stravaganti nobili ed alto borghesi che suscitavano la curiosità e la paura dei passanti (Fontana).
Il velocipede non era accessibile alle classi subalterne, che non avevano tempo da dedicare ai divertimenti, senza contare che il prezzo d'acquisto di una bicicletta 
Adler, Neumann, Swift (la preferita di Italo Svevo) o Prinetti Stucchi era pari ad un anno di salario di un operaio, e che inoltre si doveva pagare una tassa di circolazione, per ottenere il rilascio di un bollo fissato al telaio da un anello metallico, la cui mancanza generava sanzioni (Lombroso). Nel 1905 la tassa era di 10 lire per una bicicletta singola e di 15 lire per un tandem, equivalenti al bollo attuale per una auto di media cilindrata (Fontana).
Le forze politiche popolari e rivoluzionarie erano all'inizio fortemente ostili a questo veicolo, e ancora di più allo 
sport ciclistico. Il 23 giugno 1894 lo scrittore Alfredo Oriani, autore tra l'altro del libro "Bicicletta" del 1902 e di "Sul pedale" un'opera sulla bicicletta (link), prese parte a Faenza ad una manifestazione di protesta contro l'ordinanza del sindaco, del 6 giugno, che proibiva ai "velocipedisti" di entrare in città in bicicletta. I settanta ciclisti furono accolti dai faentini con grida ostili e fischi e poterono lasciare la città solo in tarda serata, scortati dai cavalleggeri (Dirani).
L'8 novembre 1894 nacque a Milano il Touring Club Ciclistico Italiano, che dal 1900 si chiamerà in Touring Club Italiano, nato per tutelare i ciclisti non tesserati in alcuna società sportiva. Pur essendo apolitico per statuto, sosteneva rivendicazioni territoriali nazionalistiche, con "trasferte patriottiche" in zone di cultura italiana, ma appartenenti ad altri Stati, come Nizza, la Savoia, il Canton Ticino, il Trentino, l'Alto Adige, il Carso e Trieste (Sbetti).
In quegli anni una guida turistica del Touring club consigliava ai ciclisti di non passare in Emilia Romagna, in particolare per Imola (Bologna) e Faenza (Ravenna), per non essere oggetto di atti di teppismo, essendo il ciclismo considerato un'attività borghese, e quindi ostile alla classe operaia (Fontana). Un volantino dei primi anni '10 del Novecento, firmato «I giovani Socialisti, Mazziniani e Anarchici», intitolato: «Deplorate lo sport!» lamentava «il miserabile spettacolo d'incoscienza e di sperpero di energie che offrono tutti quei giovani ciclisti al Giro d'Italia» (il 
primo Giro si era svolto nel 1909), definendolo uno dei tanti «tranelli che l'attuale sistema di governo plutocratico e borghese, ha teso alla inconsapevole dabbenaggine delle moltitudini». La chiusa del volantino era «Abbasso lo sport!»(Dirani).
Il Partito Socialista Italiano restò a lungo ancorato alla convinzione che lo sport fosse una riproduzione in miniatura dei meccanismi della guerra capitalistica, funzionale a speculazioni industriali o nazionaliste e persino dannoso per il corpo. Questa posizione, che probabilmente risentiva delle radici agrarie del PSI, portò Benito Mussolini, allora direttore dell'"Avanti!" addirittura a dichiarare, il 1 dicembre 1912, di voler cospargere di chiodi la via Emilia al passaggio dei corridori del Giro d'Italia (Sbetti).

Inizio dell'uso politico della bicicletta

La situazione cambiò quando la bicicletta divenne un mezzo di trasporto accessibile a tutti, grazie alla riduzione del prezzo dovuta alla crescente diffusione ed al progresso tecnologico. Si passò, per una bicicletta Bianchi, da un costo di oltre 300 giornate di lavoro di un operaio, a 100 giornate. Si aprì quindi un dibattito nei partiti e nelle organizzazioni operaie, tra favorevoli e contrari alla pratica sportiva. La sezione socialista di Imola nel maggio 1904 promosse una società ricreativa nella convinzione che "non è monopolio delle classi borghesi il saper vivere fraternamente la vita collettiva dei circoli e dei ritrovi" (Ridolfi).
Lo sport era anche promosso come strumento di lotta contro l'alcolismo, flagello delle classi lavoratrici. Il 31 agosto 1910 il giornale "Sempre Avanti!" pubblicava un articolo del suo direttore Francesco Paoloni, che sottolineava come l'alcolismo abbrutisca e renda insensibili ad ogni incitamento ideale, mentre«ogni abbrutito di meno, potrà essere domani un milite di più nell'esercito combattente del proletariato» (Giuntini).
Molti rivoluzionari rifiutavano il ciclismo come sport e la bicicletta come strumento di svago, ma la accettavano come simbolo di modernità e come strumento di lotta, ottima non solo per raggiungere il posto di lavoro, ma anche per tenere i collegamenti tra le fabbriche occupate, per avvisare gli operai dell'arrivo delle forze dell'ordine, per diffondere la stampa rivoluzionaria, per raggiungere ed organizzare i lavoratori nei centri più isolati e nelle campagne, e consentire loro di partecipare alle manifestazioni nelle città. Questo carattere "sovversivo" della bicicletta spinse anche le autorità ecclesiastiche a guardarla con sospetto e addirittura a proibirne l'uso ai sacerdoti (Izagirre).
Nell’estate del 1894, l’Associazione milanese di ciclisti socialisti aveva per scopo la propaganda delle idee socialiste e partecipava alle corse ciclistiche per fare propaganda elettorale in favore di 
Leonida Bissolati. Sempre a Milano, nel 1896, i gruppi “Pro Ideale” e “So-cialisti” nel quinto collegio elettorale di Milano facevano propaganda per Filippo Turati (Senatori, 2011). Nel 1898, in occasione dei moti popolari di Milano contro la fame, il famigerato generale Bava Beccaris con un bando aveva proibito la circolazione di «biciclette, tricicli e tandem» per evitare che diventassero un mezzo di comunicazione prezioso tra gli insorti.
Altri gruppi attivi erano la sezione ciclistica “Forza e Costanza” delle cooperative di Brescia, e il “Club Ciclistico Avanti” a Roma (Senatori, 2011),
Nel 1900 il criminologo 
Cesare Lombroso (1835-1909) concludeva un suo articolo con un paragrafo sui vantaggi del ciclismo per il benessere e della civiltà: «diminuì l’isolamento dei piccoli centri, mise la campagna a pochi minuti di distanza dalle abitazioni e dalle capitali, fu alleato nelle votazioni ai partiti politici più evoluti e che perciò sanno servirsi dei mezzi più moderni di lotta». Inoltre Lombroso lodava i benefici della bicicletta per la salute mentale, e concludeva con una frase che oggi appare decisamente ottimista: «il cicloanthropos del secolo ventesimo soffrirà meno di nervi, sarà più robusto di muscoli dell’uomo del secolo ora trascorso».
Nello stesso articolo, però, Lombroso metteva in guardia contro «la straordinaria importanza del biciclo, sia come causa che come stromento del crimine», e citava una lunga casistica di crimini commessi per procurarsi i soldi necessari a comprarsi una bicicletta e diventare campioni di ciclismo o per rivenderla, oppure di uso della bicicletta per fuggire rapidamente dopo una rapina.

I primi ciclisti rossi

Nel nuovo secolo l'uso politico organizzato della bicicletta ebbe un forte sviluppo in Emilia e in Romagna, dove i repubblicani, i quali, all'epoca e fino al secondo dopoguerra, erano una forza politica radicale e anticlericale, il 26 luglio del 1903 organizzarono a Cervia il primo convegno ciclistico regionale, con partecipazione di delegati delle Marche, per sottolineare l'importanza della bicicletta per la diffusione delle idee rivoluzionarie di 
Giuseppe Mazzini. Nel 1905 a Reggio Emilia nacque il primo gruppo di Ciclisti rossi, di portata però solo locale (Goretti).
Il 10 aprile 1906 a Carpi, in provincia di Modena, nacque l'Unione Sportiva Socialista, aperta agli iscritti al Partito Socialista in possesso di una bicicletta, con lo scopo di «giovare al Partito Socialista nelle lotte elettorali, di organizzare gite di propaganda e piacere, cortei socialisti ecc.». Nel maggio 1906 i componenti dell'Unione organizzarono un convegno contro la tassazione eccessiva sulle biciclette, e il 3 giugno 1907 si tenne a Carpi un raduno di quasi cinquecento ciclisti venuti da Reggio Emilia e Correggio (Giuntini).
A Reggio Emilia i Ciclisti Rossi contavano quattromila associati, divisi in squadre per ogni frazione di comune, e contraddistinti da un berretto rosso; duemila di loro parteciparono in corteo alla festa del 1° Maggio 1906; due giorni prima, domenica 29 aprile, c'era stato un raduno preparatorio, che era anche una manifestazione di protesta contro la tassa di circolazione sulle biciclette. Il ruolo dei ciclisti era anche quello di fornire un servizio d'ordine con rapidità di movimento per le manifestazioni e i cortei. Nel giugno 1910 i Ciclisti Rossi diedero vita ad un concorso ciclistico floreale. Si organizzarono numerose gite nella provincia e alla testa delle squadre si trovava sempre la fanfara del «Veloce Club». La presenza dei ciclisti al corteo del 1° maggio diventò consuetudine, non solo a Reggio Emilia, ma anche in provincia, come a Correggio, 
Guastalla, Scandiano, Cavriago e Casoni (Fincardi, 2012b). In Romagna era viva la competizione dei ciclisti rossi con le squadre ciclistiche di repubblicani e cattolici (Ridolfi).

I Ciclisti rossi negli anni '10

La costituzione di una organizzazione nazionale dei “Ciclisti Rossi” fu sostenuta da 
Giovanni Germanetto e Mario Montagnana, poi esponenti del Partito Comunista d’Italia. Il 16 giugno 1912 ad Imola, il Congresso Socialista Regionale, vide la nascita dei «Ciclisti Rossi», una società sportiva che però aveva scopi decisamente politici, piuttosto che sportivi. Quel giorno settanta ciclisti provenienti da Forlì con una fascia rossa al braccio raggiunsero il congresso accolti da applausi (Giannantoni e Paolucci). Il settimanale "La Lotta", organo della Federazione collegiale socialista imolese, nel numero dello stesso giorno spiega: «Durante i periodi occasionali di lotta, (elezioni, agitazioni, scioperi etc.) i Ciclisti rossi daranno modo ai nostri comitati di poter disporre di mezzi sicuri e celeri per comunicazioni e corrispondenze, non solo, ma forniranno ad essi un personale già disposto e preparato a viaggiare attraverso il Comune ed il Collegio, con sufficiente conoscenza di luoghi, di persone, ecc. Nelle grandi dimostrazioni, infine, la Squadra dei ciclisti rossi che se lo spirito e l'entusiasmo di tutti i compagni aiuterà, andrà sempre aumentando di numero, completerà degnamente i nostri cortei, coadiuvando efficacemente la loro organizzazione e conferendo ad essi ordine e imponenza maggiore» (Fontana).
Domenica 22 settembre 1912, sempre ad Imola, in concomitanza del Congresso nazionale giovanile socialista, che si svolgeva a Bologna da venerdì 20, si svolse il 1° Convegno Nazionale dei Ciclisti Rossi (Zanelli), al quale parteciparono 700 ciclisti rossi provenienti da varie regioni, soprattutto del nord Italia, mentre 
Arturo Vella e Amedeo Bordiga tennero un comizio (Fincardi, 2012b). I partecipanti giunsero da Bologna con treno speciale, fecero tappa al Piratello per rendere omaggio alla tomba di Andrea Costa. Nato nel 1851 a Imola, Andrea Costa fu uno dei fondatori del socialismo in Italia e primo deputato socialista italiano, ed era morto, sempre a Imola, pochi anni prima, il 19 gennaio 1910. I partecipanti al congresso si trovarono poi alle scuole Carducci, sfilarono per le vie di Imola, furono ricevuti in municipio, e visitarono le istituzioni operaie e socialiste della città. Secondo lo spirito del raduno "le biciclette rosse vogliono servire il nostro ideale, sostenere, collegare, mantenere sempre affiatato il nostro movimento, le nostre genti di ogni contrada" (Zanelli). Su "La lotta" un anonimo redattore manifestava contrarietà per la passione per la bicicletta: "non da ieri abbiamo elevato vigorosa protesta contro l'ossessione sportiva, che da qualche tempo ha invaso la nostra gioventù operaia, distogliendola dalle sue occupazioni della mente e della lotta diuturna contro il privilegio" e ancora "la nostra è soprattutto una civiltà spirituale. L'educazione fisica non deve venire a detrimento dell'educazione intellettuale" (Zanelli).
A Reggio Emilia il 1° maggio del 1913 i Ciclisti rossi, dopo la sfilata in città al mattino, si recano nel pomeriggio a Cavriago, per partecipare al boicottaggio della celebrazione delle associazioni cattoliche. Lo stesso accadrà il 1° maggio dell'anno seguente, a Quattro Castella (Fincardi, 2012b).
Nello stesso 1913 la rivista lughese «La Fiamma Socialista» in occasione dei festeggiamenti del 1° maggio scriveva: «Tutti i ciclisti rossi di Lavezzola, Conselice, S. Patrizio, Massalombarda, Giovecca, S. Bernardino, S.M. in Fabriago e S. Lorenzo si recheranno a S. Agata sul Santerno dove i ciclisti rossi di Villa S. Martino e quelli di Lugo saranno ad incontrarli per recarsi tutti uniti prima alla Casa degli organizzatori rossi di Lugo, poscia al Monumento di Andrea Costa, a deporvi i fiori del ricordo e della promessa».
La terza parata è organizzata il 22 giugno 1913, come secondo Convegno nazionale dei gruppi ciclistici socialisti. A causa di temporali scroscianti varie delegazioni di ciclisti, tra cui quelle di Torino, Venezia, Reggio e Lugo, devono rinunciare alla pedalata, mentre gli imolesi e le delegazioni riuscite ad arrivare sguazzando nel fango, riescono ugualmente a dettare le norme del loro circuito organizzativo.
Imola vide, il 10 agosto 1913, la fondazione della Federazione nazionale dei ciclisti rossi, con più di mille iscritti e sede in via Appia, 7. Il 17 agosto 1913, il quarto raduno, presentato come il primo Convegno nazionale che costituiva ufficialmente la Federazione dei Ciclisti rossi, con la cittadina romagnola tappezzata di manifesti e striscioni e bandiere rosse esposte. Partecipano un migliaio di ciclisti, con delegazioni, anche da diversi centri della Romagna e dell’Emilia. Il locale settimanale socialista descrive la riunione come «magnifica, imponente ed entusiastica». Il giornale della FIGS «L’Avanguardia» può ormai presentare la lotta di classe marciante sulle due ruote: «Le biciclette rosse sono e saranno le avanscoperte della nostra propaganda e del nostro movimento, i tramiti veloci per cui le nostre genti di ogni contrada e di ogni paese resteranno sempre affidate e collegate, sia in tempo di pace come in tempo di guerra».
Alla fondazione della Federazione nazionale, i Ciclisti rossi erano diffusi soprattutto in Emilia, in Romagna, a Milano e Torino, ma nuclei importanti esistevano a Pesaro, Firenze, Sesto Fiorentino, Terni, Portici, Castellamare di Stabia e Sparanise, oltre che a Città di Castello (vedi 
link), Reggio Emilia, Imola e Cesena, dove le squadre esistevano già da qualche anno (Fincardi, 2012b).
Sempre Imola, il 24 agosto 1913 ospitò il primo Congresso Nazionale dei Ciclisti Rossi, che approvò uno statuto secondo il quale in periodi speciali (elezioni, agitazioni, scioperi), i ciclisti rossi dovevano assicurare comunicazioni e corrispondenza rapidi. Lo statuto proseguiva definendo i ciclisti rossi come l'avanguardia della propaganda e del movimento socialista, e il mezzo tramite il quale gli affiliati di tutte le contrade possono restare in contatto, sia in tempo di pace, sia in guerra. La bicicletta è definita "veicolo del popolo" al servizio della lotta di classe, e il ciclismo agonistico è denigrato, definendo lo sport come un problema gravissimo, che storna l'attenzione degli operai e in particolare dei giovani, distraendoli dallo studio dei problemi sociali e li allontana dalle associazioni politiche. Venivano poi condannati quei giovani più ansiosi di leggere 
La Gazzetta dello Sport che l'Avanti!, e preoccupati solo di fare l'amore e correre in bicicletta (Izagirre).
Ad Imola la Camera del Lavoro forniva servizi per i ciclisti rossi,
pubblicando sul suo settimanale "La Lotta" annunci di questo tenore. «Compagni! Vi occorrono coperture e camere d'aria per biciclette e volete spendere poco? Rivolgetevi presso la Camera del Lavoro a v. Gamberini. Merce regolare a prezzi imbattibili».


Programma dei Ciclisti rossi

Nel documento costitutivo del nuovo movimento sportivo popolare, redatto dall'ideologo dei Ciclisti rossi, Antonio Lorenzini, e riportato in un dattiloscritto inedito “Storia del ciclismo UISP” di Sergio Giuntini (l'
UISP è l'Unione Italiana Sport Popolari), si legge: «I Ciclisti Rossi sono coloro i quali, pure potendo e sapendo andare in bicicletta di questo esercizio, o magari di questa specie di passione, non fanno né un fine né una idealità. Il fine dei Ciclisti Rossi è la propaganda: il loro mezzo è lo sport della bicicletta, se così vuolsi chiamare, contenuto entro limiti umani e dignitosi! I nostri ciclisti non comprendono e non vogliono che l’educazione fisica vada a detrimento dell’educazione intellettuale e morale propria od altrui.
Epperò dello sport della bicicletta – e magari, domani di altri sport – essi fanno puramente e semplicemente una consuetudine igienica, un passatempo e un mezzo adeguato e proporzionato per difendere e propagandare dappertutto le loro idealità civili, morali, politiche. I Ciclisti Rossi organizzano ogni tanto una gita in questa od in quella località del Comune, del Collegio, della Provincia, o magari oltre i confini della stessa Provincia, nella Regione, portando ivi opuscoli, giornali e la eco delle prime discussioni di propaganda minuta.
Durante i periodi eccezionali di lotta (agitazioni, elezioni, scioperi, convegni, congressi, ecc.), i Ciclisti Rossi daranno modo così ai comitati dirigenti od organizzatori di poter disporre di mezzi sicuri e celeri per comunicazioni e corrispondenza, non solo, ma forniranno ad essi un personale già disposto e preparato a viaggiare attraverso il Comune, il Collegio o la Provincia con sufficiente allenamento e conoscenza dei luoghi, delle persone, dei recapiti.
Nelle più importanti manifestazioni la squadra dei Ciclisti Rossi completerà degnamente i nostri cortei, coadiuvando efficacemente la loro organizzazione, e
conferendo ad essi – senza preoccupazioni reclamistiche – ordine e imponenza maggiori. Questi sono gli scopi e gli intenti che hanno fatto sorgere le organizzazioni dei Ciclisti Rossi le quali anziché servire … agli interessi di ditte e società affaristiche, con l’esprimere dal loro seno gli eroi del pedale dalla lingua penzoloni, intendono, con la ginnastica e l’educazione del loro corpo, servire una idea che vale più di tutte le Coppe e di tutti i Gran Prix dei grandi patriarchi e benefattori dello sport … del far quattrini. Le biciclette rosse – ove ce lo consentono i difensori zelanti della educazione muscolare per la gloria e la potenza maggiore delle borse capitalistiche – sono e saranno le avanscoperte della nostra propaganda e del nostro movimento: i tramiti veloci per cui le nostre genti di ogni contrada e di ogni paese resteranno sempre affiatate e collegate, sia in tempo di pace come in tempo … di guerra
» (Senatori, 2014).

Crescita dei Ciclisti rossi

Anche nel 1914, in occasione della «Settimana rossa», tra il 7 ed il 14 giugno, la bicicletta diede prova della sua utilità, per la raccolta e diffusione di notizie, visto l'isolamento dovuto al sabotaggio di cavi telefonici e telegrafici e delle ferrovie. Nell'occasione, lo scrittore fascista forlivese Antonio Beltramelli vide nell'uso della bicicletta per organizzare l'occupazione operaia delle città come un nuovo mezzo d’assedio della “città” da parte della “campagna” (Baroncini). Sui giornali socialisti si trovavano le pubblicità dei pneumatici «Carlo Marx», propagandati come il «pneumatico dei socialisti italiani» e del «Ciclo Avanti! », il cui marchio risulta registrato il 18 settembre 1913 dalla ditta Alcyon Officine, fratelli Ceserani di Caravaggio (Bergamo), probabilmente gli stessi ad aver pubblicato, nello stesso anno, il libro di Antonio Lorenzini.
Per rinforzare lo spirito di appartenenza e raccogliere simpatizzanti, la FNCR organizzò una 
serie di gite di propaganda in bicicletta: la prima si tenne l'8 aprile 1917, il giorno di Pasqua, con partenza alle 13:00 dal Ponte Santo, sul Santerno, all'epoca chiamato Ponte Rosso dai socialisti imolesi. Di questa gita esiste un filmato, che è stato pubblicata nel 2010 in DVD da Bacchilega di Imola, con regia di Fausto Pullano e musica di Roberto Bartoli. Contiene la versione restaurata e con commento sonoro di due filmati del 1910 e del 1913, conservati presso il CIDRA (Centro Imolese di Documentazione sulla Resistenza Antifascista e storia contemporanea) di Imola.
La seconda pedalata ebbe luogo tre domeniche dopo, il 29 aprile, con partenza alle 13:00 dallo stesso ponte e arrivo dopo circa 20 km a San Patrizio, frazione del comune di Conselice, in provincia di Ravenna, dove si tenne una riunione pubblica con votazione finale di un ordine del giorno. Il 13 maggio i ciclisti rossi imolesi, insieme a quelli di Lugo, si trovarono a Mordano, in provincia di Bologna, per il 1° convegno bicollegiale, e il 20 maggio organizzarono una gita di propaganda a Sesto Imolese. L'ultima pedalata di propaganda del 1917 fu domenica 19 agosto a Osteriola, dove i ciclisti rossi imolesi si radunano anche il 21 luglio 1918 per un convegno collegiale.
L'ultimo superstite dei ciclisti rossi imolesi è stato Ottavio Zanelli (
link), nato a Ravenna il 26 settembre 1904 e morto il 6 aprile 2006 all'età di 101 anni, dopo una lunga attività politica, dal congresso di Livorno del 1921 che vide la fondazione del Partito Comunista d'Italia, alla detenzione per l'opposizione al regime fascista, alla Resistenza, fino all'attività politica nel dopoguerra (Giannantoni e Paolucci).


I Ciclisti rossi negli anni '20

Il ruolo dei ciclisti negli anni '20 fu importante nelle lo
tte operaie del primo dopoguerra, per l'occupazione e contro il fascismo. Durante gli scioperi i ciclisti rossi aiutavano a costituire rapidamente dei picchetti contro i crumiri, infatti durante lo sciopero agrario dell’agosto 1920, il prefetto di Reggio Emilia proibì l’uso della bicicletta in tutta la provincia. Nel 1921 una squadra di Ciclisti rossi reggiani scortò da Reggio a Cavriago le salme di due lavoratori assassinati dai fascisti il 1° maggio (Fincardi, 2012b), e a Piombino (Livorno) il 3 agosto 1921, un reparto di Arditi del Popolo ciclisti aprì il corteo funebre che accompagnava la salma dell'operaio Giuseppe Morelli, un Ardito del Popolo ucciso dalle forze dell'ordine. Il quotidiano comunista L'Ordine Nuovo del 24 luglio 1921 riporta i fatti di Cingia de' Botti (Cremona) , dove il 17 luglio seicento Ciclisti rossi sfilarono per le vie cittadine, militarmente inquadrati, per raggiungere la sede
del fascio e farsi consegnare il gagliardetto (Francescangeli). Nel veneziano, a Cavarzere, il numeroso gruppo di Arditi del Popolo, circa duecento, sparso tra le varie frazioni del comune, si tiene in contatto grazie a staffette ciclistiche. A Trieste gli Arditi rossi, nati prima ancora degli Arditi del Popolo, erano organizzati in dodici squadre, delle quali una femminile ed una di ciclisti. I Ciclisti rossi erano diffusi in Polesine, nel Cremonese e in Venezia Giulia (Francescangeli). A Roma gli Arditi ciclisti curavano i collegamenti tra centro ed unità periferiche degli Arditi del Popolo e furono particolarmente attivi nella difesa di San Lorenzo ed altri quartieri popolari dalle aggressioni dei fascisti, venuti per prendere parte al congresso di fondazione del partito fascista, dal 7 all'11 novembre 1921, riuscendo anche a spostare rapidamente gli uomini da un quartiere all'altro, a seconda delle necessità create dagli attacchi dei fascisti (Gentili).
Il campione ciclista Ottavio Bottecchia
, vincitore di due Tour de France, in uno dei quali indossò la maglia gialla dalla prima all'ultima tappa, svolse attività antifascista e per questo fu assassinato nel 1927.


Cicliste rosse (e non)

La bicicletta divenne anche uno strumento di emancipazione femminile, grazie soprattutto ad alcune pioniere che sfidarono il disprezzo e gli insulti dei benpensanti. «I moralisti furono scandalizzati dall'effetto che questi veicoli anarchici avevano sulla morale pubblica, soprattutto sulle donne, che pedalavano allegramente, e a gettavano via il corsetto, indossando indumenti più pratici, compresi i pantaloni. Nel frattempo gli scienziati ammonivano gravemente che la pura velocità, e la posizione audacemente a cavalcioni del sellino, avrebbero stimolato le donne più di quanto erano capaci di resistere e le avrebbero ridotte all'infertilità, all'isteria, o peggio, rendendole creature licenziose e sfrenate» (Blom).
Una spinta decisiva fu data dalle prime cicliste che parteciparono a gare, come la modenese 
Alfonsina Morini Strada (1891-1959), che partecipò a due edizioni del Giro di Lombardia, arrivando al traguardo, mentre metà dei partenti si erano ritirati, e al Giro d'Italia del 1924, dove arrivò fuori tempo massimo in una delle ultime tappe, ma poté partecipare fino alla fine, senza che i suoi tempi fossero registrati. Alfonsina Morini partecipò anche ad altre edizioni del Giro e vinse 36 corse, battendo avversari maschi (Izagirre).

Ciclisti rossi in Europa

Anche in altri paesi europei nacquero organizzazioni sportive proletarie, in Germania, ad esempio, nel 1893 nacquero il Club Ciclistico Solidale dei Lavoratori, accanto ad analoghe associazioni di ginnasti, nuotatori, velisti e praticanti dell'atletica leggera. Nel febbraio 1894 a Birmingham, in Inghilterra fu fondato il Socialists' Cycling Club, che poi prese il nome di Clarion Cycling Club, dal settimanale socialista The Clarion. Nel 1895 nacque poi il British Workers' Cycling Club (Wheeler).
Nel 1896 nacque, sempre in Germania, l'Associazione dei Ciclisti Rossi (
ARS: Arbeiter-Radfahrerbund Solidarität Associazione ciclistica dei lavoratori) oggiRad- und Kraftfahrerbund Solidarität, nel 1912 aveva 150mila aderenti e nel 1929 ne aveva 320mila, ed era la più grande organizzazione ciclistica mondiale, gestiva anche una fabbrica cooperativa di biciclette, ed organizzava manifestazioni sportive propagandistiche. All'epoca della prima guerra mondiale le associazioni sportive proletarie contavano oltre 350mila membri.
Il 23 giugno 1921 a Mosca nacque l'Internazionale Rossa dello Sport, con rappresentanti di Germania, Francia, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Svezia e Paesi Bassi, che rappresentava l'ala rivoluzionaria del movimento sportivo, in contrapposizione con la 
Socialist Workers' Sport International (Lucerne Sport International), fondata nel 1920 a Lucerna, in Svizzera, di ispirazione riformista (Gounot).

                                            
    
I ciclisti e la Resistenza 

Durante la Resistenza, come anticipato, la bicicletta fu usata come mezzo per collegare le bande partigiane, ma anche per compiere azioni di guerra, per sfuggire alla polizia dopo i comizi volanti improvvisati nelle città, e per consegnare armi, viveri e materiale propagandistico. In questo si distinsero molte partigiane, che rischiarono (e spesso persero) la vita per consegnare in bicicletta messaggi, cibo e armi alle bande di ribelli annidati sulle montagne (vedi le foto della riga qui sopra, clicca per ingrandirle).
Il partigiano Renato Romagnoli ("Italiano") nel suo libro del 1974 «Gappista. Dodici mesi nella Settima Gap "Gianni"» (edito da Vangelista), citato da Giannantoni e Paolucci, racconta: «Ben presto ogni bicicletta diventa un incubo per i nazifascisti, in ogni ciclista si vede un ribelle pronto a sparare sull'occupante, a colpire i suoi servi in camicia nera; le cronache del tempo sono piene di proclami e di bandi sugli usi consentiti e su quelli vietati del popolare mezzo di locomozione, nessun fascista o tedesco, se non in gruppo, avrà mai il coraggio di fermare un uomo in bicicletta (e quando i nemici fanno gruppo sono visibili da notevole distanza per cui diventa facile agire per evitarli). Bandi e proclami rimangono senza efficacia». 

Di conseguenza, i fascisti in varie località vietarono l'uso della bicicletta (vedi il bando di Carpi e quello di Bologna). Lo stesso libro di "Italiano" cita alcuni passi di un bando apparso a Bologna il 26 aprile 1944: «A decorrere dal giorno 26 aprile 1944 è fatto divieto assoluto di circolare con le biciclette, anche portate a mano, entro il perimetro della città di Bologna delimitato dai viali (...) Coloro i quali abitano entro il perimetro sopra descritto e, che per ragioni di lavoro, debbono spostarsi con la bicicletta dal luogo di divieto alla periferia e poi far ritorno al centro, dovranno essere muniti di una speciale dichiarazione della ditta presso cui lavorano, vidimata dalla questura di Bologna, ma per tutto il perimetro e le strade di divieto dovranno portare la bicicletta a mano con le gomme delle ruote sgonfie o con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto».
Un bando simile, con minaccia di esecuzione sommaria in caso di violazione, è citato da "Italiano" a proposito di Ravenna. A Milano e Torino lo stesso divieto ebbe vita breve, dato che la bicicletta era

l'unico mezzo con il quale gli operai potevano raggiungere le fabbriche, che erano fondamentali per sostenere lo sforzo bellico nazifascista.
A Milano la bicicletta fu fondamentale per l'attuazione di molte azioni di guerra partigiana, e si distinse in particolare Giovanni Pesce, con nomi di battaglia "Ivaldi" e "Visone", che mise a segno diversi attentati contro i fascisti, grazie a questo mezzo. Pesce spiegò «Era come l'aria che respiravo, un mezzo indispensabile per muovermi in modo rapido in ogni frangente. Senza la bicicletta non sarebbe stato pensabile compiere le azioni che ho portato a termine». Il 24 aprile 1945 l'ordine di insurrezione generale fu trasmesso da staffette in bicicletta (Giannantoni e Paolucci).
A Roma, nei nove mesi dell'occupazione nazifascista, la bicicletta fu usata per compiere almeno due importanti attentati, il 18 dicembre 1943 da parte di 
Rosario Bentivegna davanti al cinema Barberini, nell'omonima piazza, per colpire i partecipanti ad una proiezione riservata ai soldati nazisti, e il 26 dicembre 1943 davanti al corpo di guardia del carcere di Regina Coeli, da parte di Mario Fiorentini (Portelli). Gli attentati provocarono il divieto di circolare in bicicletta per la città, che fu però aggirato aggiungendo una terza ruota al mezzo, trasformandolo in un triciclo.
Il grande campione ciclista fiorentino 
Gino Bartali (1914-2000), sfruttando la sua popolarità come campione sportivo, usò la sua bicicletta per nascondere nei tubi del telaio, nel manubrio e nel sellino documenti falsi, che recapitava a cittadini ebrei, nascosti in un convento di frati Oblati a Lucca (a circa 90 km da Firenze) e ad Assisi (160 km, dove si recò 40 volte), consentendo loro di risultare "ariani" e salvandone così 4.000 dallo sterminio (Sbetti; Stevenson). Bartali camuffava le sue consegne come allenamenti per tenersi in forma, nonostante la sospensione dell'attività agonistica (il Giro d'Italia era sospeso dal 1941), e quando veniva fermato per controlli, chiedeva di non toccare la bici per non alterarne la perfetta messa a punto (Stevenson). La polizia fascista spiava il campione, ma non riusciva a rendersi conto del perché compisse allenamenti così lunghi. Inoltre Bartali nascose in una cantina della sua casa di Firenze la famiglia ebrea Goldenberg, fino alla liberazione della città, nell'agosto del 1944 (Coen; Stevenson). Per questo Bartali, dopo la sua morte, fu insignito dall'Italia della medaglia d'oro postuma al valor civile, e da Israele del titolo di "Giusto tra le Nazioni" e il suo nome è stato iscritto nel giardino dello Yad Vashem. L'attività di Bartali era conosciuta solo dai suoi familiari e da chi aveva collaborato con lui, e fu resa nota solo dopo la sua morte, dato che Gino non riteneva fosse il caso di prendersene il merito: al figlio Andrea spiegava "Uno lo fa e basta" (Stevenson).
Il campione varesino 
Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d'Italia nel 1909, era invece diventato un fabbricante di biciclette, e nel 1944 donò dieci delle sue biciclette alla 121a Brigata Garibaldi "Walter Marcobi" (Giannantoni e Paolucci). Furono partigiani anche Alfredo Martini (1921-2014) corridore ciclista e poi per 22 anni commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, Luciano Pezzi, ciclista e poi direttore tecnico di molti campioni, tra i quali Felice Gimondi, e molti altri atleti professionisti.



In anni più recenti la bicicletta ha ripreso il suo ruolo di staffetta operaia tra fabbriche in lotta contro i licenziamenti o la chiusura. Nel 2009, in occasione del Giro d'Italia, operai cassintegrati e precari veneti e toscani hanno compiuto un Giro parallelo tra fabbriche presidiate dagli operai (Satta, 2009). Nel 2013 i socialisti romagnoli hanno dato vita ad una 
commemorazione dei ciclisti rossi, in occasione del centenario della nascita del movimento.
Il 25 aprile 2015, per celebrare il 70° anniversario della Liberazione e il ruolo dei Gruppi di difesa della donna nella Resistenza, l'
UDI (Unione Donne in Italia) di Modena, in collaborazione con FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta), ha organizzato un giro in bicicletta nei luoghi della città più significativi per la storia politica dell'epoca.
Le edizioni ZeroLire di Forlì pubblicano 
on-line
 diverse opere sulla bicicletta e sulla sua vita sociale.

Bibliografia:
BARONCINI Enrico (2012) “Pedalanti eserciti”. La bicicletta nella “settimana rossa” romagnola. In: Fincardi, 2012 (a cura di): 105-117.
BLOM Philipp (2012) The Vertigo Years: Change and Culture in the West, 1900-1914, Weidenfeld & Nicolson, London.
CARNERO Roberto (2003) Anno 1900: Oriani e l'arte della bici. L'Unità, 22 aprile 2003, pag. 16.
COEN Leonardo (2013) Bartali, cuore di campione così salvava gli ebrei. Repubblica Firenze, cronaca, 23 settembre 2013 
link
DIRANI Ennio (1993) Cicloturismo romagnolo: 1894-1994 : per i cento anni della bicicletta di Oriani. A. Longo, Ravenna. Dal sito: Edizioni ZeroLire 
link
FINCARDI Marco (2012a) Il movimento dopo il lavoro. In: Fincardi, 2012 (a cura di): 5-14.
FINCARDI Marco (2012b) Ciclisti della Camera del Lavoro nel 1° maggio reggiano (1902-1922) In: Fincardi, 2012 (a cura di): 189-210.
FINCARDI Marco (a cura di) (2012) Lo sport e il movimento operaio e socialista. L'Almanacco, Felina (RE), n. 59, giugno 2012: 5-14. 
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GIUNTNI Sergio (2012) “La Patria” socialista: una società ginnastica carpigiana dall’Ottocento al Fascismo. In: Fincardi, 2012 (a cura di): 119-136. 
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GORETTI Leo (2012) “Sacrifici, sacrifici e ancora sacrifici” Sport, ideologia e virilità sulla stampa comunista (1945-1956 In: Fincardi, 2012 (a cura di): 161-187.
GOUNOT André (2001) Sport or Political Organization? Structures and Characteristics of the Red Sport International, 1921-1937. Journal of Sport History, vol. 28, n. 1, pagg. 23-39. 
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LORENZINI Antonio (1913?) I ciclisti rossi: i loro scopi e la loro organizzazione. Fratelli Ceserani, Caravaggio.
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TACCHINI Alvaro (s.a.) Lo sport: una "epidemia". Storia tifernate e altro. 
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Siti web visitati:
ANPI Mirano 
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Ciclo Imprese Estreme - Romagna - Bicicletta & Politica, 2 maggio 2014 
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Comune di Imola, Biblioteca Comunale di Imola. Pedalata dei ciclisti rossi a favore della propaganda socialista. 
link
Federazione Giovanile Comunisti Italiani - Sezione "John Reed" Imola 
link
Formazioni di difesa proletaria, Wikipedia 
link
I ciclisti rossi 
link
Museum der Arbeit - Das Fahrrad 
link
Partito Socialista Italiano di Ravenna e della Romagna 
link
Storia e Memoria di Bologna - Ottavio Zanelli 
link
UDI - Io vado ... come una staffetta 
link
                                                                                                                          


Ringraziamo cortesemente Andrea Gaddini ,autore di questa importante pubblicazione per averci autorizzato a diffonderla,  sappiamo che strada facendo continuerà ad aggiornarla .

Il link del testo originale con foto storiche lo trovate cliccando : 





Nota aggiuntiva di Resistencia Siempre :

Negli  ultimi  5 anni tra le numerose iniziative antagoniste internazionaliste realizzate in Alta Maremma Toscana  ne troviamo due ciclistiche (a loro modo per le tematiche antimperialiste e pacifiste che trattavano, anche se si vive in tempi diversi e con stili di vita diversi,potrebbero essere considerate rosse: la prima si svolse  in territorio cubano nel novembre 2012 in collaborazione con le autorità dell’isola, si trattava di un percorso a 6 tappe, che, partì dalla casa dei Cinque di Maria Orquidea a Cienfuegos e arrivò a Holguin in occasione dei lavori dell’ VIII colloquio mondiale contro il terrorismo e per la libertà per 5 Eroi cubani, allora rinchiusi ingiustamente da anni nelle carceri dell’impero USA ( furono liberati da Obama il 17 dicembre 2014 ), la seconda fu nell'ottobre - Novembre 2015, l'iniziativa si chiamò da "Camp Derby a Guantanamo chiudere tutte le basi militari ), il tour partì’ dalla base militare USA di Camp Derby - Pisa, e in 3 tappe  arrivò a Roma al Pantheon, dove ad attendere il gruppo di ciclisti era stato ben organizzato un sit in pacifista, … successivamente da Roma parte dei ciclisti volò per  Cuba, dove l’ICAP (istituto cubano di amicizia tra i popoli) aveva preparato le basi per il “El recorrido” interno, che prese il via  dal mausoleo del Comandante Ernesto Che Guevara a Santa Clara, la partenza con staffetta della polizia, TV nazionale e stampa avvenne solo dopo aver  deposto una corona di fiori ,scritto un pensiero comune e firmato uno per uno nel libro d'onore del CHE.  … In 6 tappe i ciclisti arrivarono a Guantanamo dove furono accolti calorosamente da delegati di tutto il Mondo presenti alla manifestazione internazionale pacifista dedicata alla chiusura delle basi militari straniere, a Guantanamo come nel resto del pianeta l'organizzazione era del MOVPAZ ( movimento mondiale per la pace che era rappresentato dalla presidentessa in persona).
In basso ci sono link inerenti alle iniziative ciclistiche antagoniste citate del 2012 e 2015, che spiegano chi organizzò e chi aderì a tali manifestazioni.

 
 


 



     

Nel 2018 ciclisti maremmani parteciparono alla campagna internazionale lanciata dal BDS (Boycott Israel) contro il vergognoso passaggio della carovana del giro ciclistico d’Italia in terra di Israele , Paese  che viola i più elementari diritti umani del  popolo Palestinese,  un popolo espropriato della propria terra, delle proprie case , che tutti i giorni subisce violenze e crimini di ogni sorta, crimini che guarda caso ricordano quello che il nazismo fece subire agli ebrei……. I Ciclisti in foto indossando la maglietta “CAMBIAGIRO” da piazza Istria a Follonica arrivarono ad un convegno internazionalista a Grosseto 
                              


lunedì 25 gennaio 2021

ANTAGONISMO&CICLISMO :”Eugenio, l’imprenditore ribelle che costruisce biciclette rosse”

 


“Lo sport sano è incompatibile con il consumismo e lo spreco”

Fidel Castro - Riflessione 2007

   

Oltre 100  fa, nascevano i ciclisti rossi, da allora  in avanti, facendo un’analisi alla bici, dobbiamo riconoscergli un chiaro ruolo politico, il partigiano Giovanni Pesce  (nomi di battaglia “Ivaldi” e “Visone” ), che durante la Resistenza con la bicicletta  mise a segno diversi attentati contro i fascisti , dichiarò :  «Era come l'aria che respiravo, un mezzo indispensabile per muovermi in modo rapido in ogni frangente. Senza la bicicletta non sarebbe stato pensabile compiere le azioni che ho portato a termine».

Non va dimenticato che il 24 aprile 1945 l'ordine di insurrezione generale fu trasmesso da staffette in bicicletta, nel successivo clima di guerra fredda,  il ciclismo fu usato come calmiere delle tensioni politico-sociali, il popolo italiano si divise  in due fazioni, quella democristiana di  Bartali , militante di azione cattolica  nonché “Pio” amico di  De Gasperi” e  quella “Comunista” del più moderno Coppi  ( In realtà Coppi pur figlio di poveri contadini del basso Piemonte comunista non lo era affatto , anzi per le elezioni del ‘48 fece propaganda per i Comitati Civici vicini alla DC.)  

Risulta che i due vennero contattati dalla direzione dei due partiti maggiori per entrare a far parte delle liste elettorali, ma entrambi declinarono l’invito .La Democrazia Cristiana utilizzò poi i successi di Bartali al tour de France per cercare di sventare quella che poteva essere una probabile guerra civile a seguito dell’attentato al leader del PCI Palmiro Togliatti.

Fino alla decade de ’60, il ciclismo era praticato da figli di operai, muratori, contadini, arrotini, garzoni …….. raramente si incontrava un figlio della borghesia  Il giro d’Italia, fino ai ’60 senza dubbio alcuno, era l’evento sportivo più importante e non attirava solamente il proletariato, c’erano anche scrittori, artisti, poeti, ad accogliere la carovana  dei ciclisti ai bordi delle strade post guerra, si ritrovava tutto un popolo con alle spalle un paese sfiancato, devastato, un Paese da ricostruire, politicamente diviso, con gli USA che da padroni, imponevano diktat  e regole del capitalismo, nelle strade, dalle pianure, ai  ripidi tornanti  delle Alpi o dell’Appennini, si inneggiava  per Coppi o Bartali,( per  la camicia nera Magni solo qualche nostalgico) …sui muri apparivano scritte tipo :“viva Coppi   Comunista, abbasso Bartali democristiano” … Addirittura tra gli addetti della carta stampata al seguito del giro negli anni d’oro potevamo imbatterci con  Dino Buzzati, Pier Paolo Pasolini, Luciano Bianciardi, Vasco Pratolini….  nei ’60 il calcio milionario, poi miliardario passo dopo passo relegò il ciclismo ad un ruolo marginale, il calcio  fu eletto lo sport in primis dal capitale e ben presto diventò l’oppio, lo sfogo domenicale dei nuovi impiegati subordinati all’umore dei superiori, così come dei lavoratori costretti a massacranti turni nelle catene di montaggio delle fabbriche, che viaggiavano a pieno ritmo per il boom economico,….La bici gradualmente termina il suo uso come mezzo di trasporto … ricomparirà negli ultimi 20 anni sul portabagagli  delle auto al fianco della valigia, ormai come  mezzo per svago e  tempo libero nei momenti di vacanza, …. a dire il vero purtroppo riapparirà anche come mezzo di lavoro dei Riders, nuovi lavoratori marginali , nuovi sfruttati da un  liberismo sempre più selvaggio, che viola i più elementari diritti nel lavoro, così come viola Diritti Umani e Civili.

      Museo del telaio inaugurato nel dicembre 2019 nel centro storico di Castelfiorentino

.La passione per il ciclismo, il radicato  interesse per i ciclisti rossi, la"fissa" pilotata che vecchi e nuovi ciclisti  amatoriali hanno sul carbonio, più il loro frequente uso di dopanti  …, mi hanno portato nei dintorni di Castelfiorentino, a 8 km da Certaldo e 20 da San Gemignano, per intervistare  Eugenio Simoncini , un piccolo imprenditore o artigiano, chiamatelo come volete, un appassionato di ciclismo, uno che dopo 70 anni continua a mantenere viva la tradizione di famiglia nata nel 1949, …  Eugenio neanche 39 anni, laureato in chimica dell’ambiente, ex ricercatore, ex professore in scuole superiori  pubbliche, mi fa accomodare nel suo ufficio nel laboratorio della sua impresa, subito mi dice : Mio nonno iniziò a costruire telai per biciclette nel centro storico di Castelfiorentino.  In uno dei magazzini del vecchio laboratorio, ho realizzato un museo della bici, che ufficialmente è stato aperto nel dicembre 2020, per i primi 2 mesi siamo riusciti ad organizzare iniziative:” presentazione di libri, mostre, proiezione di un cortometraggio sui nostri ragazzi che in bicicletta sono andati da Firenze a San Pietroburgo, 5000 chilometri nella ex cortina di ferro”, purtroppo è arrivato il Covid che ha bloccato altre iniziative programmate dal nostro Gruppo sportivo nato nel 2016 , gli abbiamo dato il nome: “Comunità Castellana Ciclismo Popolare”  - o meglio CCCP, che è anche una presa in giro per il l modo in cui veniva letto SSSR, non siamo in tanti, ma stiamo bene insieme e quando siamo per le strade ci riconoscono, a Castelfiorentino Alto, accanto al museo come associazione sportiva per fare attività popolare abbiamo aperto una ciclo officina, un’idea per dare risalto al quartiere storico,  che bensì  ospiti il Municipio si trova in uno stato di totale degrado e abbandono, e pensare che a 8 chilometri c’ è Certaldo , che è una chicca.

 Eugenio lavora l’acciaio, il titanio e anche il carbonio, soprattutto per bici da strada, gravel e moutain bike, tutte personalizzate, la ditta fino ai ’90 faceva  telai per conto terzi con una gamma medio-bassa  ed era tre volte più grande di oggi, tra la clientela c’erano  : Aquila, Benotto, Viner, Manila Boss, Nilor, Clements, Velo Etruria, Ceccherini, Shauff, Bormann, CBT Torino,…. Funzionano ancora i macchinari per telai a basso costo ma quello che da risalto oggi è  la realizzazione di un’ alta gamma personalizzata di telai costruiti su misura.


     Eugenio nel Laboratorio dove costruisce telai e biciclette 
 

1a M.C.   Il sistema capitalista, dopo aver messo KO la classe operaia, adesso è impegnato a dare un colpo alle piccole imprese e quello che rimane di attività artigianali. Tu, giovane, laureato, dopo aver  lavorato in Italia e all’estero nel campo della ricerca e insegnato nelle scuole,  hai girato di 360°e andando in controtendenza alla realtà che ci circonda, hai preso la decisone di proseguire la tradizione di famiglia che dal 1949  costruisce telai per biciclette.

Quali ragioni ti hanno  spinto  a mettere da una parte la laurea e  altri interessanti lavori per tornare alla tradizioni di famiglia??  Che futuro vedi per la bicicletta sportiva e non ??

 

1a E.S Ragioni che mi hanno spinto a tornare in questo laboratorio ce ne sono molte, le storia è complessa però non vedo contrapposizione  tra avere una laurea , un dottorato come ho, e praticare altri tipi di lavoro, … per fortuna ho imparato dai miei genitori e sono cresciuto con questa mentalità,  studiare serve per formarsi non per creare un pezzo di una macchina in una catena di montaggio di qualsiasi tipo, sia in industria metalmeccanica,  chimica o   l’università, nel  formare i giovani a essere pezzi di un ingranaggio che fa guadagnare solo una piccola parte della società, sono tornato in questo laboratorio per vari motivi, magari personali e anche non personali, come la mancanza di fondi per la ricerca in Italia, però ripeto non la ritengo una contrapposizione, forse è stata una scelta coraggiosa  perché il  telaista non è un lavoro molto conosciuto, quindi non è apprezzato. Nel 2020 dopo il lookdown da  maggio in poi c’è stato un boom, non mi sono più fermato da allora, senza ferie, senza riposo, un momento positivo, pero da parte del 70-80% dei clienti il rispetto è sotto i piedi, si tratta di un’egemonia culturale che li schiaccia e gli fa portare dentro il pensiero consumista. Il materiale arriva inscatolato dall’estremo oriente, quindi se gli parli di ritardi delle spedizioni, che so, magari dei tubi, non riescono neanche a capire a cosa servono i tubi, c’è una visione da macchina e molti ti chiedono di fare le cose in fretta che è il contrario di farle bene, ci vuole coraggio e pazienza a sopportare tali pressioni. Un’altra cosa difficile nel mondo della piccola imprenditoria e dell’artigianato e che si deve stare lontani da media dominanti che fanno credere  che i comunisti vedono solo il sottoproletariato , sappiamo bene che il comunista sta con il lavoratore dipendente , e la dipendenza esiste di vari tipi, una piccola impresa come questa nei momenti  difficili, quando manca il lavoro (il ciclismo è stagionale) , o per crisi cicliche del sistema capitalista, possono portarti ad avere bisogno, in quel caso diventi dipendente delle banche, poi diventi dipendente delle mode, quando i grandi marchi impongono standard, che siano ruote a perno passante o freni a disco,… si deve cambiare velocemente altrimenti non soddisfi più le esigenze dei clienti plasmati dal sistema stesso, quindi ripeto pur essendo titolare con partita IVA, divento un lavoratore dipendente dalle banche come di uno Stato che funziona esclusivamente per le grandi imprese private, ci siamo molto americanizzati in senso statunitense, per fortuna l’America in generale è ben altro,…..Dunque non è fuori dalle righe costruire telai  dopo un dottorato,  però è vero che giovani e meno giovani oggi pensano che prendendo la laurea X devono per forza fare il lavoro X, non capiscono che una preparazione scientifica da chimico, o fisico,.. non possa servire anche in politica, o per capire un contratto di lavoro. L’ultimo lavoro mio è stato insegnare nelle superiori, nei professionali, i ragazzi sono plasmati dall’egemonia culturale dominante del capitale, un esempio nel settore scolastico alberghiero , professori di storia , matematica, ..dai ragazzi si sentono dire : “non insegnateci niente che non sia imparare a cucinare o legato alla nostra  specializzazione” più volte gli ho detto  che dovrebbero interessarsi a tutto compresa la matematica per capire in futuro il contratto di lavoro che gli faranno e imparare a non farsi imbrogliare.




2a M.C. Come accennato, tu sei giovane, quindi non hai vissuto  in prima persona i momenti  di impegno politico  e di  lotta del popolo italiano, lotte dure che portarono sangue ma anche conquiste sociali e diritti , purtroppo molto è andato perduto, grazie ai tagli al sociale di questi  ultimi anni, tagli passati uno dopo l’altro senza  che il popolo assopito muovesse un dito. Leggendo i tuoi dati anagrafici già si capisce che sei nato e cresciuto all’ inizio del così detto riflusso, un riflusso che giorno dopo giorno ha portato il paese a livelli di ignoranza tali da rasentare la demenza, una condizione costruita, voluta, che  permette al sistema dominante di poter  perfino  modificare la storia, … Tu in questa realtà non certo idilliaca che fai?  Mandi messaggi  subliminali, costruisci e fai circolare  biciclette  con nomi che si voglia o no, riportano alla mente la grande Rivoluzione del ‘17 ottobre, che instaurò  il sistema  socialista in Russia,  un ordinamento, che nonostante il crollo, ancora terrorizza  i vertici del liberismo mondiale, fortemente ostili  a qualsiasi nuova  tendenza al socialismo,non a caso  in fortezze sperdute in Europa e nel Mondo, i potentati si ritrovano in vertici disumani  che lavorano  per cancellarlo dalle nostre menti e dai Paesi dove è presente o tenta di nascere.  Quelle bici, o prodotti come qualcuno li vorrebbe definire, le hai chiamate :  OKTOBER 17, KALLONTAJ, STAKANOV, YURI, SOYUZ, VOSTOK …la  tua stessa squadra ciclistica, gira  per le strade e gareggia con maglie dove davanti  è scritto Simoncini,  ma dietro a caratteri cubitali spicca la scritta CCCP e sotto più piccolo   :Comunità Castellana Ciclismo Popolare. Oggi nel campo delle piccole imprese è  raro incontrare posizioni simili alla tua, artigiani, commercianti … disposti a mettere la faccia per sostenere  anche in maniera soft , una linea di pensiero socialista, ne troviamo sempre meno , tu l’hai messa  in modo intelligente e  senza timori.  Questo  ha portato ripercussioni nel lavoro e nel contesto sportivo ??  La scelta di questo tuo modo di agire ti è stata tramandata dalla storia orale generazionale di famiglia o è stata una  presa di coscienza personale??

2a E.S. Si sono nato nel riflusso, per fortuna non l’ho vissuto perché mio padre e prima mio nonno erano comunisti, mio nonno nel 1962 uscì dal P.C.I. perché a suo giudizio si era imborghesito , mio padre si iscrisse alla F.G.C.I. nel 1966, ma dopo poco passò al PDCML un gruppo extraparlamentare di tendenza maoista, poi è entrato in Rifondazione Comunista nel 1991 dove confluirono molti della sinistra extra P.C.I. Gli anni ’80 sono importanti perché c’era l’Unione Sovietica, non si aveva paura e c’era un po’ di speranza anche se la parola speranza non mi piace, l’ambiente dove sono vissuto essendo maoista era molto critico verso l’Unione sovietica, comunque bene o male sono cresciuto in un ambiente che alla fine vedeva meglio la complessità del contesto sociale, ciò mi ha permesso di affrontare lo stato delle cose in maniera critica, non ho vissuto molte lotte, ma di una vicenda mi vanterò sempre, fu quando nel 1998-99 al liceo di Empoli ero rappresentante di istituto, eravamo in 4 ma fui l’unico a voler occupare la scuola e ci riuscì, era l’hanno in cui ministro dell’istruzione era Luigi Berlinguer, che iniziò con quella serie di riforme che poi Forza Italia e quelle bestie venute dopo hanno continuato ad attuare, non si poteva occupare la scuola perché le teste pensanti erano tutte  di area PDS, quindi non si poteva criticare un governo di sinistra, non mi interessò il loro volere, stampai un bel casino è l’occupazione si concretizzò. Con quella generazione per carità non si è concluso niente. Siamo arrivati a Genova 2001, mi sentivo parte di quell’ambiente ma la maturità mi impedì di andare alla manifestazione e le vicende accadute le ho vissute molto male, successivamente mi sono ritrovato su linee di pensiero e capì che avevamo sbagliato a dare un appuntamento nel tempo e nello spazio alle forze del capitale, no, non possiamo dirgli dove siamo  dagli modo di prepararsi, la storia ci insegna che dal  1936 al’ 45 abbondante in Europa ci sono stati gruppi di Resistenza e quindi di guerriglia che da soli hanno liberato Albania, Grecia, Yugoslavia e Balcani aiutando l’Armata Rossa, poi arrivarono gli americani in Normandia ma se non era per i Maquisards con il “cavolo” la Francia veniva liberata in poche settimane, In Italia conosciamo il grande impegno della Resistenza, si noi dovevamo imparare, in Vietnam l’hanno imparato.
Quando ho iniziato a fare i telai ho pensato :Perché non mandare un messaggio costruendo biciclette con nomi legati alle repubbliche sovietiche , con la maglie che portiamo e quei nomi delle biciclette, le critiche arrivano di tutti i tipi, però ci sono anche spunti di discussione con le persone, magari su10, almeno 8 ti mandano a quel paese, però 2 approfondiscano, quindi vedo che la cosa  permette il dialogo,  se non l’avessi fatto tutti avrebbero continuato ad essere anticomunisti. Ripercussioni? Si assolutamente si!  Per fare un esempio a Castelfiorentino  dal 2016 al 2018  sono stato consigliere comunale di una lista realizzata dal PRC in opposizione al PD, ho lasciato perché per il mio carattere non è facile e perché ora come ora fare il consigliere non serve a nulla, esempio:” tu mi metti in una amministrazione sottomessa al fiscal compact che obbligatoriamente  diventa una macchina  guidata dal capitalismo che impone il pareggio di bilancio, quindi non si può fare interventi sul sociale, sulla sanità, sulla scuola (cultura e sanità non vanno in bilancio e si vede con questa crisi sanitaria), allora non mi puoi mettere  al volante di una macchina che non si può guidare, certamente si può  provare a discutere, poi?? Si deve cambiare in altre forme, dall’interno non si cambia.

In Toscana che costruiamo telai siamo rimasti in 3-4, in provincia di Firenze sono 2, nel mio paese quasi nessuno lo sapeva, se non mi impuntavo con il mio modo di fare ribelle, far circolare nel territori le maglie CCCP,.. chi diffonde l’ informazione  non lo avrebbe fatto sapere, qua cercano di sotterrarmi perché sto diffondendo un pensiero  che gli va totalmente contro, già problemi li ho avuti anche in ambito universitario, dove ho  portato avanti il dottorato sotto un barone che si vantava del suo titolo, ho tentato di muovergli  contro tutti i ricercatori dottorandi, ovviamente è finita che li ha accomodati tutti , fortunatamente avevo un background politico-culturale diverso e non mi sono piegato, ha provato a farmi fuori, avendo però ottenuto buoni risultati non c’è riuscito, sono stato premiato ed ho lavorato all’estero.

Collegandomi all’introduzione dell’intervista che hai scritto, ti dico che la bicicletta è un ottimo mezzo per portare avanti la lotta di classe, energeticamente è la macchina muscolare più efficiente che abbia inventato l’uomo, una macchina che permette a chi non ha soldi per comprare un mezzo legato ad una fonte di energia, sia il petrolio, come  lo sarà l’idrogeno, come lo fu il carbone, di spostarsi con la maggiore efficienza possibile, portando sullo stesso piano il povero e il ricco.

Alla fine dell’800, inizio ‘900 la bicicletta si diffuse nello  strato sociale povero, tanto che il generale Bava Beccaris, così come  altri generali del regio esercito ne proibirono l’uso durante le manifestazioni, l’ intento era impedire la fuga dei lavoratori, dei protestanti in generale, la bicicletta fu  anche uno strumento importante per l’ emancipazione femminile.

Abbigliamento del gruppo Sportivo CCCP
    Abbigliamento del gruppo  Sportivo CCCP 

3a M.C. Nel 1969  in via Prampolini a Venturina, Gino Bartali mi disse “Bimbo se vuoi correre ci vuole tanto spirito di sacrificio”, lo stesso me lo diceva il mio allenatore e altri vecchi ciclisti, oggi purtroppo nella dirompente ignoranza popolare, le mode imposte dall’alto fanno il bello e cattivo tempo, tanti, troppi, sono i ” ciclisti”convinti che con una bicicletta più appariscente e costosa si vada più forte e si duri meno fatica, addirittura quando incontrano qualcuno con una bicicletta di alluminio o acciaio …. lo guardano dall’alto in basso, infatti i cicloamatori di nuova generazione “pensano” (o meglio gli hanno inculcato in testa) che il carbonio sia il migliore in assoluto,  quindi logicamente acciaio, alluminio, titanio vengono  marginalizzati, ..una documentazione francese riporta che i telai in carbonio, sono praticamente tutti di produzione asiatica (Taiwan Cina Vietnam) , hanno un costo che va dai 250/500 euro, ma arrivati a destinazione  in Europa come negli USA subiscono una ricarica di prezzo da 5 a 10 volte superiore, dipende dalle marche più o meno  prestigiose,  il bello è che grazie a leggi europee i telai arrivano anche a mascherare le loro origini passando come: made in Italia, Germania, Francia, Spagna, ecc….. solo per essere verniciati, assemblati e magari dotati di adesivi accattivanti …

Dunque Eugenio, il ciclismo è un bellissimo sport popolare, però sembra diventato solo merce come tutto quello che ci circonda e per giunta merce costosa. Tu che sei nel settore con un’impresa in piedi da 70 anni, puoi spiegarci in modo chiaro cosa gira dietro il ciclismo, che in Italia vanta molti  praticanti?  

Come è possibile che le grandi marche lievitino fino  2,5 arrivando perfino a 5mila euro per un telaio acquistato in Asia, con costi  che come accennato vanno dai 250  fino a 500 euro ?

Nel 2020 la storica tuberia Columbus in acciaio o ibrida, come  riesce  a competere  con il  boom pilotato dei telai in fibra di carbonio ??

3a E.S. Rispondo da chimico laureato in chimica per l’ambiente, tecnicamente il carbonio è un ottimo materiale prestazionale quando un telaio è ben fatto a livello tecnologico, un materiale che ti permette alte prestazioni,  di comodità  non è il migliore per resistenza, durata, assorbimento colpi, sollecitazioni  della strada, prestazionalità e comodità sono due cose abbastanza opposte, il carbonio va bene quando si  fa agonismo, quindi va bene  per un professionista che di solito ha due, tre bici a disposizione e se si rompono non è un problema suo, il carbonio si può riparare ma non così bene, essendo una fibra e non un metallo quando lo si ripara cambia le caratteristiche tecniche, quindi cambiano le sue risposte allo scatto, alle sollecitazioni stradali …

Il metallo è tutto un altro dire, le caratteristiche sono uguali su tutti i punti, nessun timore che colpendolo da una parte si rompa, l’acciaio e il ferro da cui deriva sono compagni dell’uomo da millenni e ne conosciamo tutti i segreti, senza dimenticare che è riciclabile, certo in fonderia, ma riciclabile, il carbonio si può riciclare solo riducendolo in polvere, poi viene incollato nuovamente per fare un qualcosa che non deve essere strutturale visto che non  regge più. Le  polveri di carbonio sono altamente tossiche, quando si taglia una forcella anche senza covid si deve mettere la mascherina e proteggere gli occhi, su questi punti discuto con la gente, oggi si comprano bici al carbonio perché le si possono rivendere a buon prezzo senza pensare che è un materiale che si deteriora al sole, a dire il vero avrebbe una scadenza che di solito non dicono, un telaio non dovrebbe essere usato oltre 5 anni perché aumentano le probabilità di rotture, quando mi dicono ho bisogno di comprare una bici X per usarla 2 anni e poi rivenderla a buon prezzo mi si rizzano i capelli, un conto è un ragazzo che deve crescere , un altro conto è da 18 a 40 anni, ma dopo i 40 non ha senso cambiare il telaio visto che c’è il materiale che permette di non cambiare più, la bici completa può essere costruita a misura a prezzi inferiori al carbonio, o meglio di quanto vendono il carbonio in Italia, in Europa.

Il carbonio è diventato un prodotto di commercio, di consumo, si compra e si rivende, non ci si affeziona più alle bici così come è cambiata la concezione dello sport, come artigiani ci scontriamo con delle macchine, che non sono macchine di produzione ma di quel marketing pubblicitario che costruiscono l’opinione pubblica, lo vediamo nella bicicletta, come nella società,…addirittura vengono costruite opinioni sulle geometrie, nei forum mi trovo a discutere con persone che pur non facendo la mia professione si sentono esperti solo perché hanno letto qualcosa nelle reti sociali o in siti falsamente specializzati, ti dicono che per fare una bici su misura serve l’altezza, quando mai?  Per realizzare una bici serve solo misura del cavallo e apertura braccia, perché gli chiedono l’altezza? Perché le grandi marche possono giustificare il fatto di produrre 3-4 taglie e qui arrivo al punto capitalismo/carbonio, questione su cui ho riflettuto attentamente, i telai escono a stampo e sono realizzati a Taiwan, e Hong Kong, non nella Cina tradizionale, la, dove ci sono altre leggi sul lavoro, sono collocate 2-3  imprese gigantesche, che inviano telai per biciclette in tutto il mondo, le producono bene, come detto a stampo, a grandi numeri e a basso prezzo, quando arrivano in Italia costano da 200 a 500 euro. Nel mio laboratorio artigianale lavoro tubi di carbonio fatto in Italia però alla fine se non vendo un telaio 1500 euro non ci rientro, quindi non potrò mai competere con l’ industria, come rapporto di scala è chiaro c’è una discrepanza, la differenza  tra 1500 e 200 è grande, questo è terrorismo violenza sui lavoratori, a Taiwan ci sono gabbie salariali, non so se per il loro paese sono pagati giustamente, sicuramente prendono poco per noi,  la differenza di salario tra lavoratore taiwanese e lavoratore italiano va a finire nelle tasche dell’importatore e di colui che ci mette l’adesivo sopra..

Eugenio Simoncini con la sua OKTOBER 17 in allenamento

4a M.C. E’ evidente che individualismo,  immagine,  apparenza,..dominano  questa  società, (con le dovute eccezioni) , notiamo che tra ciclisti di nuova generazione c’è ben poca semplicità, sono in  competizione con tutti perfino con se stessi, d'altronde questo è il modello che il sistema gli ha inculcato, sfoggiano biciclette con design spaziali, le ruote poi  vanno ben oltre l’immaginario collettivo, alcuni  di loro “i pompati” negli allenamenti li vedi che vanno al massimo, non pochi sono vestiti di nero e senza  il casco, forse sarà perchè  altrimenti non li riconoscono?.  Quando l’incontri sul tuo percorso ti accorgi che sono pure privi di educazione, ne un saluto, ne un cenno, forse l’unica cosa che guardano è la bicicletta che hai, questo sarebbe il ciclismo? O meglio questo sarebbe lo sport  oggi?? Anni fa, forse troppi, salutarsi era il minimo, ma è anche vero che il rullo compressore del liberismo non aveva ancora  cancellato la cultura e l’etica comportamentale.  Lo sport  ha con se dei codici, una linea di comportamento e valori ben precisi, se ne viene privato gradualmente muore e si trasforma in un ibrido dello squallido Mondo consumista.

“Meglio una sconfitta pulita che una vittoria sporca! “

lo disse Yuri Chechi

Oggi non è più così, il ciclista  amatoriale (che reputo  il peggiore) , per l’alimentazione non si reca più dal macellaio o al supermercato, va direttamente in farmacia o in centri specializzati  dove si vendono” polverine”,  pastiglie, barrette,… quando  partecipano a gare, la parola d’ordine come accennato è emergere sugli altri, essere il primo (il secondo già non conta più), e con meno fatica possibile, quindi per raggiungere il risultato, senza remore, in tanti, in troppi assumono i più svariati tipi di “carburanti speciali”,senza pensare agli effetti a venire. Se però visitiamo la  pagina Sanzioni disciplinari  del sito della FCI (Federazione Ciclistica Italiana   si può leggere un interminabile elenco di ciclisti amatoriali che hanno fatto uso di sostanze dopanti, centinaia e centinaia di “atleti” che vengono squalificati, e radiati per sempre da attività sportive..

Aldilà  del professionismo come vedi la “spinosa” questione del doping nel ciclismo in generale ?

Quali valori e principi cerchi di trasmettere ai ciclisti della tua squadra ?

4a E.S. La nostra squadra amatoriale è molto amatoriale, facciamo Gravel, Randonnè e poco altro, fin da ragazzo sono schifato dell’agonismo, sono cresciuto con il mito di Pantani e lo è tutt’ora. Nel 1998 a 16 anni iniziai veramente a  correre, la bicicletta mi ha fatto bene psicologicamente, alla salute e al carattere ….Quando passai dilettante, non dico anno, non dico squadra e non perché hanno i migliori avvocati, andai in ritiro  con la squadra, era estate e c’erano solo ciclisti stranieri ( uno poi fece piazzamento al giro d’Italia), gli italiani avevano preferito andare al mare, come stakanovista scelsi il ritiro con quei ciclisti dell’Europa dell’est, li avevano lasciati in un appartamento ammuffito con un frigorifero dove c’era soltanto fette biscottate, marmellata, passata di pomodoro, pesce surgelato cocomeri e flebo, questa era il tutto più pasta e riso, ovviamente la flebo non era per forza doping, non le usai perché tengo paura solo alla vista di un ago….Già i ragazzini li portano ad assumere delle “cose” non è detto che tratti doping , ci sono dei limiti che li mette la legge, ma come ci insegna Lenin in “Stato e rivoluzione”  la legge è fatta da chi comanda e tra chi comanda ci sono anche le case farmaceutiche, il limite tra doping e non doping è labile, aggirabile, in questo momento per i cicloamatori il problema più grande sono gli integratori che si vendono in farmacia e nei supermercati a caro prezzo, questi hanno delle caratteristiche che se le vai ad analizzare bene sarebbero dopanti, ma consigliano una certa dose perché non risulti dopante, negli amatori la questione doping è presente in maniera impressionante, qua nei dintorni, c’è una squadra amatoriale famosa, loro corrono solo per vincere, quando realizzai la bici OKTOBER 17 mi ritrovai in mezzo a loro, uno mi dice : Ti fai la bici nuova e la fai di acciaio e non al carbonio, ma è pesa? Gli risposi questa dura una vita, nella prima salita prova a staccarmi, lui di rimando questo è un altro discorso!! Allora se ancora contano le gambe perché spendete dietro le mode? La bicicletta mi fa stare bene, e se sto bene con me sto bene con gli altri … e quando incontro questi amatori cerco di fargli capire che stanno vivendo in un miraggio, dove li stanno imbrogliando con il loro stesso consenso, sappiamo cosa molti di loro fanno la domenica prima di correre, “si curano bene, bene”, questa è una mentalità che non è solo del ciclismo. La ritroviamo in altri livelli sportivi, nell’educare i figli, nel pagare le tasse, nel votare …. questi sono i messaggi che circolano nel nostro gruppo sportivo CCCP.

     Presentazione del Museo nel centro storico di Castelfiorentino

Un grande grazie a Eugenio per la sua disponibilità, sperando di incontrarlo di nuovo quando Magari realizzarà quella bicicletta che ha in mente : "GUADALAJARA '36" ,vorrei  concludere questo documento, ricordando che dietro quel CCCP che a molti continua a dare un fastidio immane (compresi compagni/e),  di fatto si era sviluppato un sistema economico/sociale che poneva lo sport al centro dell’attenzione, lo sport era  un diritto basilare accessibile alla formazione di ogni cittadino e senza barriere economiche. Insieme a scienza, arte, poesia,… l’ attività sportiva era un fondamento per il progresso del socialismo. I Paesi socialisti, come Russia, DDR,…ma anche la più lontana Cuba,… hanno raggiunto grandi risultati internazionali.  L’ Unione Sovietica nel 1975 aveva più di 50 milioni di sportivi ripartiti in 219.000 collettivi sportivi, c’erano anche scuole pubbliche di sport per infanzia e gioventù che individuavano potenzialità e le preparavano senza trascurare la loro preparazione accademica,…

Invece cosa si fa per lo sport oggi nel selvaggio liberismo italiano ?? Nulla, basti pensare che l’educazione fisica è relegata ad un paio d’ore alla settimana vissute come perdita di tempo o poco più, per praticare molti  sport,  salvo rarissime eccezioni, c’è da pagare quote mensili e altre spese, quindi tanti/e rinunciano, semplicemente perché non hanno le risorse economiche necessarie, inoltre c’è stata una capillare mercificazione del settore sportivo tanto da fargli perdere  i suoi connotati primari,  diventando solo una fonte di estetica, di apparenza, … di esibizionismo  e competizione perenne con zero etica e umiltà.

Maurizio Cerboneschi “Sandino”

Ciclisti Rossi vedi :

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