venerdì 24 maggio 2013

In Bangladesh gli operai del tessile finalmente autorizzati a costituire i sindacati: una vittoria nel sangue



In Bangladesh gli operai del tessile finalmente autorizzati a costituire i sindacati: una vittoria nel sangue

Il disastro umano ha rivelato l'ipocrisia dei paesi occidentali e delle loro multinazionali, per i quali la libertà si limita alla libertà d'impresa e si arresta alle porte della libertà di espressione, di manifestazione, di organizzazione sindacale.

L'ultimo macabro bilancio delle vittime conta 1.127 morti: la catastrofe umanitaria vissuta in Bangladesh ha rivelato le condizioni di moderna schiavitù degli operai del Bangladesh, che con la Cina, sono "l'opificio del mondo" nel settore tessile. Il disastro ha commosso i lavoratori di tutto il mondo e ha fatto infuriare i lavoratori locali che ora chiedono non solo forti standard di sicurezza, ma anche l'esproprio dei datori di lavoro e, infine, la libertà di organizzazione sindacale.

Le grandi imprese occidentali come Benetton, H&M e Carrefour hanno scelto il Bangladesh come terra di elezione per due motivi: i costi di manodopera sono i più bassi del mondo (1 $ al giorno) e il governo fornisce un ambiente favorevole alle imprese.

Favorevole alle imprese, significa bassa imposizione fiscale, decontribuzione sui salari, nessun diritto del lavoro vincolante e soprattutto repressione di qualsiasi movimento operaio organizzato.

In Bangladesh, la repressione del movimento sindacale è costante: il diritto di sciopero non è riconosciuto nei "servizi essenziali", la sindacalizzazione è impossibile nel settore pubblico e limitata nel privato al riconoscimento dell'organizzazione sindacale da parte delle autorità.

Nel settore tessile, la situazione è ancora più semplificata: il diritto alla libertà di associazione è semplicemente negato.

La presenza di un'organizzazione probabilmente avrebbe, secondo molte voci concordanti, contribuito a difendere la sicurezza sul posto di lavoro, consentito il diritto di astensione dei lavoratori in condizioni di lavoro sempre più pericoloso, come quelle osservate prima del disastro.

La portata della decisione adottata il 13 maggio non va sopravvalutata, ma vale il suo significato simbolico: i 4 milioni di lavoratori del tessile si vedono finalmente riconosciuto il diritto di organizzazione sindacale senza la preventiva autorizzazione del datore di lavoro.

Tuttavia, questa misura si inscrive nella volontà di far scendere la pressione in un momento in cui cresce la collera degli operai. Allo stesso tempo, il governo ha annunciato la chiusura di 18 fabbriche per motivi di sicurezza.

Questa misura non deve sollevare alcuna illusione. Il diritto di sciopero e i diritti sindacali avrebbero dovuto essere già riconosciuti legalmente, ma contraddetti in pratica dalla compiacenza dello Stato con le multinazionali: infatti le limitazioni alla loro applicazione li rendendo inoperanti.

Ciò che il disastro rivela, che l'annuncio dei mass media rende evidente, è che la globalizzazione capitalistica è pronta in nome del profitto a distruggere i salari, i diritti sociali, i servizi pubblici per dei lavoratori supersfruttati, fino a sacrificare i diritti umani e le vite dei lavoratori della periferia.

Ricordiamo una citazione dal Capitale (capitolo XXXI), ripresa da un economista inglese del XIX secolo, di tragica attualità:

"Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c'è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento, - e diventa vivace; il cinquanta per cento, e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi commettere".

Identificare il tasso di profitto delle
multinazionali del tessile significa capire fino a che punto queste ultime siano disposte a spingersi nei delitti e nell'orrore umano.

Di fronte a questi crimini, l'indignazione umana è solo una prima presa di coscienza: deve condurre a un'azione politica rivoluzionaria per rovesciare questo sistema iniquo.


foto inserite tratte  da internet 

Nessun commento:

Posta un commento